Anonimo

(Ruggeri Apugliese)

 

Maestro di tutte l'arti
[Vanto]

 

Edizione di riferimento:

Zeitschrift für Romanische Philologie, Herausgegeben von Dr. Gustav Gröber, 1878 V. band, Halle. Max Nimeyer. 1881.

 

Il codice

Questo codice appartiene adesso alla biblioteca Riccardiana, ed è segnato col numero 2624; lo si indica nell'inventario col titolo poco appropriato di Exempla varia, che pare non aver destato curiosità nei ricercatori. È cartaceo; alto millimetri 207, largo 147; consta di 27; carte, ed è scritto da diverse mani. Una di esse pare lavorasse nel 1432: e anche le altre saranno di ben poco anteriori o posteriori. Il contenuto è molteplice; non istò a dar l'indice, perché s'andrebbe per le lunghe; un'occasione più opportuna non tarderà ad offrirsi, essendo questo un volume a cui sarà da ritornare parecchie volte.

In questo codice, da carte 5b a carte 8a, sta dunque la nostra poesia. È scritta alla distesa, senz'altra distinzione che di punti tra un verso e l'altro: disposizione cotesta molto sospetta d'essere stata causa principale della perdita di versi, onde è deturpato il testo in varie parti.

La nostra poesia consta di 47 strofe, che hanno ciascuna, o dovrebbero avere, cinque versi; solo la prima strofa - ed è questa tutt'altro che un'anomalia - ne conta sei; e un verso s'aggiunge dopo la 47a, perché serva di chiusa, come nelle terze rime.

 

Il tempo

Scritto fra il 1380 e il 1420

 

L'autore

Pio Rajna ha cercato di sciogliere l'enigma dei versi 227-237 ipotizzando " La conclusione sarebbe, che autore del Serventese fosse un Tano, o, più improbabilmente, un Tolomeo da Monteleone o forse da Lentini: Peccato che l'ultimo verso venga alquanto a disturbare! Cui de me vole paroul' à intera sembrerebbe indicare che il nome voluto dar a conoscere consistesse in una parola sola, e che quella parola si fosse propriamente smembrata. Tano, come già s'è accennato, converrebbe sempre assai bene; in -tano escono vari nomi di persona, e specialmente poi molti patronimici. - O forse paraula sarebbe qui usato in un senso più largo che quello di vocabolo?

Non decido nulla"

Vincenzo De Bartholomaeis ha risolto l'enigma indicando nella prima metà il verso dell'animale "rugge" e nella seconda la caratteristica favolistica del leone, "re", e quindi Ruggero (Apugliese)

 

 

* NOTA [Il carattere corsivo indica le abbreviazioni sciolte, dove l'indicazione giova a qualcosa; le parentesi quadre racchiudono le poche giunte. Nelle note, Bord. significa il favolello dei due Bordeors; Raim., Raimondo d'Avignone; Irr., la diceria di Mastro Irregank; Pei. C., il Tesoro di Pietro da Corbiac; Gir. Cab., Gir. Cal., Bertr. P., le note poesie dei due Giraldi, de Cabreira e de Calanso, e di Bertrando de Paris; Guill., il Ben voill ecc. di Guglielmo di Poitiers; Ce. Ci., il nostro Cantare dei cantari.

 

 

I.                     Tant'agio ardire et con[o]scenza, [1]

Che do ali amici ben volienza,

Et li inimici tegno in temenza; [2]

Ad ogna cosa do sentenza,

Et agio senno et provedenza                                             5

                        In ciaschum misteri. [3]

 

II.                   Heo so bene esser cavaleri,

Et doncello, et bo scuderi,

Mercadante andari a feri,

Cambiatore et usurieri,                                                      10

Et so pensare.[4]

 

III.                  So piatarj[5] et avocare[6],

Clericu so et so cantare,

Fisica saczo et medicare,

Et so di ranpognj[7], et so zollare,                                    15

Et bo sartore.

 

IV.                  Orfo[8] so et dipintore,

De veggi et diche[9] facitori,

Maestro de petre et muratorj,

Bifolco so et lavoratore,                                                     20

Et cabolaro[10].

 

V.                   So barbieri[11] et pilizaro,

Piscadore so et mullaro[12],

Riccatirj et tavernaro,

So pistore[13] et so fornaro                                               25

Bono et bello.

 

VI.                  So plu che fabro de martello,

So farj calcina cun fornello,

Ben so piscari d'anello,

Et bon sonare [14].    .    .    .    .    .                                    30

  .    .    .    .    .    .

 

VII.                Vendo blava et feno et sali,

Et so bo[no] spiciali,[15]

Misuro terra et faczo scale,

*Moderatore[16], lignatori,                                                35

Et di legname maestro.

 

VIII.               Multo fo ben un canestro,

Selle et cingle et un cavestro[17],

So trare d'arco et de balestro,

Tingere in verde et in celestro,                                          40

Et so di scacchi:

 

IX.                  Conzari aucelli, afitar[18] brachi,

So far riti et gaibe et zachi[19],

Cordun et stamigne[20] et bon fresachi[21],

Caczar so et prender volpachi,                                         45

Et fari moneti.

 

X.                   De storlomia so et di planeti,

Indivinar cose secreti;

Fodri[22] meno de grandi abeti;

Ancora so, se vuj volety,                                                    50

Bel baraterj[23].

 

XI.                  A taule zoco et a zarerj[24],

Asberghi faccio et bo panzeri,

So scarano et baracterj[25]

Et mascalcirj[26] ben un distrerj ;                                     55

E so marinaro,

 

XII.                E tal fiada bo notaro[27].

Faczo scude et so coregiaro,

Aguglerj[28] et pergamenaro[29];

Faczo vaginj[30] et so cosparo,[31]                                   60

Et lanarolo.

 

XIII.               Conche faczo et ben urcioli,

So scudellaro et faczo parolo[32],

So leger libro et libriçolo,

Et ensegnare ciascun figlolo                                              65

Di me vicinj.

 

XIV.               So far ca[m]pani[33] et bon bacinj,

Navi et gualche et bon molinj,

Tapiti et sturj et pannj linj,[34]

Et a vetura do runcini;                                                      70

Et so turniare.

 

XV.                So cavalli be ferrarj,

Sturmenti faço et so sonarj,

Auro et argento so afinare,

Et dal'aqua fogo trare,                                                      75

Et fo strali et lanze.

 

XVI.               Concio denti, afito[35] guanzi,

So buferj[36] et uso ciance,

Cedro vendo et mele arance,

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .                                    80

Et faczo cossette[37].

 

XVII.             Vescighe[38] vendo per molecte,

Et piglio[39] auselli ale zoecti[40],

farj dardi et bon borrecte,[41]

E some guardare quando [42] . . . .                                    85

Me mura inforsi[43].

 

XVIII.            So fari treciolj et guanti et borsi,

Beri[44] adomestico, lupi et ursi,

So be dome .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

.  .  .  .  .  .  .  .  .  . oselli ortorsi,                                           90

 Et ho capelli[45].

 

XIX.               Multo so de guormenelle[46],

Tragectar[47], pallare coltelli[48],

De cappe faccio be mantelli,

Trabuchi et bridi[49] et manganelli,                                 95

Et fari paneri:

 

XX.                 Bocali et nappi et bon bicheri,

Petinj et fuse et cusilerj[50] ;

Plu vo tost[o] che correri;

Pecori et boy, porci et someri                                            100

So ben guardare.

 

XXI.               So liale et so furrare,

Spender caccio et guadagnare,

Per argento stagno dare;

So maestro da cantare                                                       105

Ala tempesta[51].

 

XXII.              So far drappi dela resta,

A-t some solazare a festa,

* Deco faccio[52] .  .  .  .  .  .  .  .

.   .   .   .   .   .   .   .   .  et de diesta[53]                                 110

Naturale.

 

XXIII.            La lege tucta per uguale,

Dicreto saccio et decretale;

Coreggo ben quel che sta male;

Intendo tutta et so che vale                                                115

La dialetica.

 

XXIV.            Geometria et arismetrica,

Rethorica caccio et no me 'npedica[54];

Gramatica et musica no m'aretica;[55]

Ben faria sermone et predica                                              120

In ogna partj.

 

XXV.              Maestro so de tutti l'arti;[56]

Cui ne volesse scriver carti,

Tractar ve sapiria de marti,

Et de altre pianete che son in disparte                                125

In li firmamenti.

 

XXVI.            Dirj ve sapiria di venti,

Et como stanno gl'alimenti,

Troni cun balenj ripenti,

Et unde venno li turminti[57]                                             130

In tor[58] lo mare

 

XXVII.           Et cui la terra fa tremare.

Et so invisibilmente andare;

Ben me so trasfigurare;

Et guerra saccio ben minare                                                135

Quando me piace.

 

XXVIII.         Bon capitanio[59] so di pace;

Del mio core so multo audaci;

In lo mio seno giace,

Sci como fa lo hom ch'à veraci                                            140

Intendimento.

 

XXIX.            De bene cosi aggio talento;

De le re sci me spavento;

Ben le conosco et sci le sento;

Al ben von con ardimento,                                                  145

Et lascio-l male.

 

XXX.              Amo molto homo ch'è liale;

Li fraudolenti sciano a tale,

Che sentenza i vegna mortale

Da lo maistro celestiale                                                        150

Alta et superna:

 

XXXI.            Quel che tucto-l mundo governa:

Cuj de luj fa beff'o scherna[60],

Com'a putana de taverna

Siali amorta[61] la lucerna                                                 155

Del videre.[62]

 

XXXII.           Ai valenti lo faccio saverj,

Quil che volno honor tenere,

Che degiano misura[63] avere

In dir et in fare et in volere                                                 160

Tuct'ora may,

 

XXXIII.         Cuscì in poco come in asaj.

So che monta: heo lo provai.

Heo chesi honore et sil trovavi,

Et abbil quando lo domanday,                                         165

Et ancor lo trovo.

 

XXXIV.         In ben far molto me provo.

Spessamente me renovo.

E-l cativo hom nom vale un ovo,

Et eo da me-l cacio et removo.                                           170

Cun malezone.

 

XXXV.           Tanto so plen de rasone,

Ch'eo conosco le persone,

Tuctj li ree dale bone.

De femene so plu che Salamone,                                       175

Et de questo mundo.

 

XXXVI.         Ben so perchè fo rotondo,

Et ben so cuj sosten lo fondo,

Et là u[n]de-l[64] ferma tucto-l pondo.

A tucte cose ben respondo,                                                 180

Perch'eo lo saczo.

 

XXXVII.        Gli diavoli prendo al lacczo;

So fari malie, et sci le desfaczo;

Per nigromanzia li caccio

Li dimonij multi viaczo                                                      185

Quando lo voglo farj.

 

XXXVIII.      Ancora ve sapiria insignare

Li provincii nominare,

Et l'aque che intrane in lo mare;

Perchè li lengue in suo parlare                                          190

Fonno divise.

 

XXXIX.          Et perchè planse hom prima chi risi,

Et perchè Cayn Abel aucisi ;

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

Et cui l'errore inprima misi                                                195

Fray saracinj.

 

XL.                 E là ove falla i patarini,

Et  .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .  

Com se nudriga li assescini;

Et com lo 'mperio Constantino[65]                                     200

Fo donato.

 

XLI.               Et como-l papa fo ordinato,

Et com da l'emperio fo dotato;

Et com Gostantinopil fondato.

Et con lo meo senno ò cunsiglato                                        205

Multe persone.

 

XLII.              De Troya so la destruccione,

Che se perdeo per tradisone;

Et como l'emperio per tenzone

Fo in Alamagna ala stasone                                                 210

Ch'enscio de Francia.[66]

 

XLIII.            Perchè la glesia li fe honoranza.

Al meo amico so far manza;[67]

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

.    .    .    .    .  et so ben la lancia[68]                                     215

Et lo gradale.

 

XLIV.            De Merlin sapiria trattare;

Quando fece bene et male

Comunque Artuso al temporale.

La mia materia è cutale,                                                        220

Che de senno abunda.

 

XLV.              So dela Taula Rotonda,

Et Tristano et d'Is[ot]a la blonda;[69]

Et come l'on tutto se monda,

Et che-l peccato nol contonda[70]                                        225

Se de mondare.[71]

 

XLVI.            Or no me voglo nominare,

Nè per nome recordare ;

Troppo se conviria cercare

Anzi che se podesse trovare,                                                230

Tant'è serrato.

 

XLVII.           Lo meo nome è demezato;

Per l'ona mitade so clamato;

L'altra mitade è dal suo lato

Lo lione incoronato                                                              235

Con fresca cera.

Cuj de me vole, paraul'à intera.

 

PIO RAJNA.

 

Note
____________________________

 

[1] Cfr. Marcabruno, D'aisso laus dieu E saint Andrieu Qu'om non es de maior albir Qu'ieu sui.

[2] La misura del verso si ristabilirebbe sopprimendo Et; sennonchè, in una composizione siffatta e trattandosi di pubblicare dietro un esemplare unico, stimo meglio astenermi da correzioni meramente ritmiche, anche quando sono realmente verosimili, come sarebbe, per es., l'eliminazione di un altro Et al v. 15. È impossibile segnare il limite esatto delle licenze che l'orecchio del rimatore ammettesse. Per ragione di conseguenza mantengo altresì quelle atone di uscita che guastano il ritmo solo apparentemente, in quanto, se anche si scrivevano, non volevano poi esser pronunziate.

[3] 5-6. Bord. 126. Il n'a el monde, el siecle, riens Que ge ne saiche faire a point. Ib. 108. .. Ge sui moult tres bons ovriers. Raim. 2. .. Comtarai totz mos mestiers. Irr. 37. Van wegn ich ez tuon wil, Sô kan ich kunst alsô, vil, Wâ man si vür sol bringen.

[4] Prender pensare nel nostro significato immateriale, parrebbe qui fuor di luogo. E nemmeno par probabile il senso del fr. panser, che ci darebbe una superflua anticipazione del v. 14. Di preferenza interpreterei dunque < pesare; idea che doveva presentarsi spontanea dopo i due versi antecedenti. E questo significato originario si vede apparire anche nel toscano antico: Zucchero Bencivenni, Espos. Patern, p. 109, Chi non pensa bene sue parole nella bilan<cia di discrezione ecc.

[5] piatari: litigare, contendere, disputare (ndr)

[6] avocare: affronbtare una causa in tribunale (ndr)

[7] Ranpognj, anzichè nel senso di ingiuria o rimprovero, è da prendere in quello di scherno o beffa, che il vocabolo ha comunemente nel francese antico.

[8] orfo: orafo (ndr)

[9] diche: Accoppiato come lo si vede con veggi, parrebbe dover significare qualche specie di recipiente. E si cercherebbe di trovargli una parentela con tegghia, tegame; ma senza alcun risultato. Neppure il confronto del teiga portoghese non conduce a nulla; tanto più che neppure il senso, cesta di vimini, fa troppo al caso. E in nessun modo fa per noi, sotto questo rispetto, la voce diga, sp. dique. Siccome rifugio si offre theca, gr.  τήϰη. Per il riguardo fonetico l'etimologia sarebbe pienamente giustificata dal paragone di endica, gr. ἐνϑήϰη (V. Diez, Gr.3, I. 226), e dal dige spagnuolo. Quanto al significato, converrebbe invece mostrare che il vocabolo sia stato usato nell'Italia meridionale anche con un valore diverso da quello di cassetta da reliquie, solito attribuirglisi dagli scrittori del medioevo, e distinto altresì dall'altro più generale e originario di astuccio. Non so dunque far capo a nulla, che sia men che dubbioso in alto grado. Così stando le cose, non ardisco nemmeno escludere del tutto la possibilità che il plurale veggi, invece di rispondere al singolare toscano veggio, risponda qui a veggia, ossia botte. Ma quand'anche così fosse - e non par probabile che sia - nemmeno in questa nuova direzione scorgo la spiegazione del vocabolo per me enimmatico. E neppure mi conduce meglio a riva l'idea che nel veggi possa cercarsi il plurale del veggia che risponde al vehes dei latini.

[10] cabolaro - v. 21, funajuolo, capularius, dal notissimo capulum.

[11] Raim. 64. E fuy ... pelleciers. Per il barbieri non è inutile ricordare il Ge sui bons seignerres de chaz dei Bord., v. 118, giacchè uno degli uffici del barbiere era precisamente il salassare.

[12] mullaro: allevatore e conduttore di muli (ndr)

[13] pistore - v. 25; da notare specialmente perchè distinto da fornaro: so pistore et so fornaro. Quest'ultimo sarà forse quello che i toscani chiamavano panicuocolo; pistore, colui che fa il pane.

[14] Invece che parte del quarto verso, queste parole potrebbero anche - e meglio, forse - costituire la coda. Quanto a confronti, V. al v. 73.

[15] Sarebbe da cfr. Raim. 35: E suy espessiers trop bos, ammessa l'interpretazione che il Bartsch dà a questo espessiers, e che è di sicuro la più ovvia: épicier. Ma dicendosi sul verso antecedente, E sai far lansas, dubito che espessiers sia qui forse fabbricatore di spiedi; spiedi da combattere, beninteso.

[16] Moderatore sarebbe mai modellatoreP Quando fosse, poichè il passaggio da un doppio l a r, sia pure in sillaba protonica, è alquanto ostico, bisognerebbe forse attribuire una certa efficacia attrattiva a moderare e famiglia. Del resto il verso, come appar dalla rima, è corrotto, e posso bensì immaginar correzioni, ma non già proporne alcuna come attendibile. Non terrei, per es., a che s'accettasse questa congettura: Moderator non è l'iguali.

[17] cavestro: cavezza (ndr)

[18] afitar, afito: E l'ant. fr. afaiter, afaitier, afeitier, ecc. ; prov. afaitar, afeitar; sp. pg. afeitar; it. ant. affeitare, affettare: e non sono in sostanza altra cosa nè l'affettare, affettato, che abbiamo aduso continuamente sulla bocca, nè il francese afecter. Etimologicamente la storia del vocabolo è semplicissima, non trattandosi d'altro che del latino afectare; è invece varia e complicata la storia dei significati, singolarmente affine a quella del nostro acconciare, conciare, che se ne può dire per noi il miglior corrispondente che gli si trova messo a fianco in tutti e due i casi datici dal Serventese. Come acconciare, acconciatura, l'afettare in tutto il dominio neolatino e nelle molteplici sue forme s'applicava all'ornamento, soprattutto artifizioso, della persona, e diceva quindi azzimarsi. Ma a quel modo che acconciatura è riferito più determinatamente ai capelli, troviamo nella Chanson de Rol. che Carlomagno afaitud sun gernun (v. 215), e ci conduciamo così a una significazione spagnuola, quella di rader la barba, ed anche fare il crine ai cavalli e simili. E qui, poichè afèitar non è che un composto e un derivato di facere, abbiamo appunto un confronto che ci spiega, se non m'inganno, l'uso in apparenza così strano del fare nelle frasi far la barba, fare il pelo. - L'afeitar spagnuolo significa pure imbellettare, e in cotal funzione si trova a fianco il sostantivo afeile, belletto; ebbene, io tengo, per fermo che anche il corrispondente francese debba aver posseduto pur cotale significazione, che credo da attribuire altresì al nostro antico affaitare, ed anche ad affettare; taluno fra gli esempi che i lessici spiegano col generico adornare, vorrebbe invece, secondo me, questa speciale interpretazione. Quanto alla genesi di questo significato, non so se sia nettamente quella che subito si affaccerebbe, vale a dire se si abbia qui solo una peculiare determinazione del generale azzimare; chè più di un elemento dell'imbellettare troviam già nel latino in un altro composto di facere, cioè in inficere, che dice imbevere, tingere. E si rammenti Tibullo, 3. 4. 32: virgo Inficitur teneras ore rubente genas; e anche si consideri che un sinonimo portoghese di afeitar è enfeitar. Però penso che i significati di imbellettare e adornare non procedano proprio un dall'altro, ma siano, come a dire, collaterali. - Al paragone di inficere col valore di imbevere si sarebbe tentati di ricorrere anche per rendersi ragione di un altro senso assai importante del nostro vocabolo, quello cioè di conciare le pelli, che può constatarsi in molti esempi del latino medievale (V. Du Cange, alla voce afaitare), e che rimane anche in forme dialettali vivissime; per es. nel piemontese afeità, afaité. Ma qui i corrispondenti latini perficere, conficere coria, e il nostro stesso conciare, derivato da comptus, portano a cercare la spiegazione ideologica in una direzione diversa. E nella stessa direzione troveremo pur quella del senso di gualcare, acconciare, rimettere a nuovo i panni, venuto quasi a sparire per la scaduta importanza della cosa; di lì l'antico affettatore, che doveva rispondere a un dipresso al fullo dei latini, e che già al Borghini riusciva pressochè inintelligibile. - Come si acconciano o racconciano i panni, così altre cose; quindi quel cotale che nel romanzo di Merlino - prendo l'esempio dal Roquefort - „veut ses soliers affaitier quand ils seroient depeciés". Resta infine un ultimo senso, il solo col quale affaiter figuri tuttavia nel francese moderno: addomesticare e addestrare un uccello di rapina per uso di caccia. Ma, come ben si capisce, anche in questo significato il vocabolo, spettante all'arte del falconiere, è vivo unicamente della vita che conducono le voci scabino, guidrigildo ed altre infinite, che si riferiscono a istituzioni scomparse. Credo sia per una metafora tolta di qui, e naturalissima in un tempo in cui era tanto in uso il falconeggiare, che afaitié si trova detto anche di persona in senso di ben educato. Rispetto alla genesi ideologica del termine falconesco, mi pare di trovarne la dichiarazione nel confronto del corrispondente italiano, che era già in antico conciare; si vedano gli esempi nei glossarii. Voglio dire che l'etimologia di conciare lascia intendere che idea s'avesse in origine per la mente applicando l'afaitier agli uccelli da caccia.

Nonostante il molto interesse del vocabolo non mi sarei trattenuto a discorrerne così a lungo, se i due esempi del Serventese fossero apparsi di ovvia interpretazione. Ma solo dopo un esame così minuto posso dir con certezza che nel verso conzari aucelli afitar brachi, v. 42, afitar significa ammaestrare; dove è notevole, tanto l'applicazione della voce ai cani, quanto, e più, la non applicazione agli uccelli. - Nell'altro passo, concio denti, afito guanzi; v. 77, la spiegazione è meno sicura; tra i significati in cui la voce ci è occorsa, due si riferiscono bensì alle gote: radere e imbellettare; tuttavia l'accoppiamento col conciar denti fa pensare che possa invece trattarsi di un'operazione chirurgica, la quale, anzichè alle gote, si riferirebbe allora alle mandibole.

[19] zachi: una specie di rete tonda, che anche in Toscana si chiamava e si chiama giacchio; zaclus nel latino di Pier Crescenzi, che ne discorre l. X, c. 37. È il rete jaculum o retejaculum dei latini, che i glossarii danno solo così, ma che i riflessi volgari c'insegnano doversi esser chiamato anche jaculum senz'altro.

[20] Cordoni e stamigne son qui da prendere come attrezzi da caccia o da pesca. I cordoni potrebbero essere, per es., o cordicelle da lenze, oppure i funiculi o cordule invischiati, di cui parla il Crescenzi, X. 23. 45.

[21] Dalle concomitanze deduco che sia parola spettante alla caccia o alla pesca, e più probabilmente a quest'ultima; ma che arnese propriamente designi, non saprei dire. Etimologicamente il vocabolo si lascierebbe volentieri ricollegare con fregio, sp. freso, friso, fr. frise, e famiglia. O sarebbe mai da pensare al friso e frisare, che esprimono un toccare radendo, e da supporre uno strumento, spetti poi alla categoria delle reti, delle lenze, o che altro so io, che si strascini sul fondo?

[22] Non imbarazza il vocabolo per sè, bensì il contesto in cui occorre, fodri meno de grandi abeti, che non par permettere di prenderlo nei significati usuali. Forse siam venuti a carico, o qualcosa di simile? Noto nel Du Cange un fodrus, fasciculus paleae, forse un pochino sospetto; poi, da documenti inglesi, fodra per significare una massa di piombo d'un peso determinato; qui sempre di piombo, si avverta.

[23] Baraterj abbiam qui, e baracterj, subito al v. 54. Qui l'epiteto che precede il sostantivo, là la compagnia di scarano, distolgono dal vedere, come si sarebbe tentati, nell'uno o nell'altro luogo un berrettiere. Si è portati a pensare che qui abbia rapporto col giuoco: uno dei sensi di baratator, barataria è infatti giocatore di dadi, brigata di giocatori di dadi. V. il Du Cange.

[24] zareri: da zaro o zara. Il paragone di scacchiere fa supporre che in senso stretto fosse il tavoliere - si confronti anche questo vocabolo - sul quale si eseguiva il giuoco. Ma il nostro esempio ci insegna che poi fu adoperato anche per significare il giuoco stesso.

[25] probabilmente fabbricante (e anche lanciatore?) di verrette, piccole e corte lance, che potevano essere lanciate con le mani o con una balestra (ndr)

[26] Delle due attribuzioni del maniscalco, quella del medicare e l'altra del ferrare i cavalli, qui parrebbe da intender solo la prima, dacchè la ferratura abbiamo poi con parole diverse e ben esplicite al v. 72. Invece fornisce con pari diritto un riscontro per ambedue i luoghi il v. 62 di Raimondo, E fuy marescals de cavals.

[27] nel senso di scrivano (ndr)

[28] aguglerj: fabbricatore, e insieme, naturalmente, anche venditore d'aghi; fr. aiguillier, pr. agullier, sp. agujero, pg. agulheiro. Il toscano invece ebbe agoraio, che riporterei al diminutivo latino acula, attestato da un grammatico, piuttostochè al plurale agora, nonostante quel che dice il Diez di casi analoghi, Gr., II3, 283. Qui il l del suffisso si sarebbe mutato in r mentre resta inalterato, in grazia dell'esserci già un r nella sillaba precedente, in arcolajo, da arculus o arculum. E il l del diminutivo mi pare atto a render ragione anche altrove del r che appare in molti derivati; particolarmente di quello che s'ha nel suffisso -er -ello, che è appunto uno dei casi più oscuri. V. Diez, l. cit. Ivi la mutazione del l in r era imposta quasi di necessità dalle ben note tendenze dissimilatrici, che già si mostrano così efficaci nel periodo latino.

[29] fabbricante di pergamene (in senso satirico il creatore di pergamene è un falsario che crea pergamene sulle quali sono scritte false concessioni e privilegi inesistenti) (ndr)

[30] vaginj: foderi

[31] v. 60, cuspidarius; ma parrebbe, a rigore, presupporre un cospe, che rifletterebbe il nominativo cuspis. Cfr. lumaio e lumiera di contro a luminaria, luminara. Termini di paragone forse non inutili, sebbene unilaterali, sarebbero anche ostiere, che risponde a hospitarius, lapidaro = lapidarius, e simili.

[32] parolo: paiolo (ndr)

[33] E dubbio, come in casi analoghi, se il carnpaniers che si ha lì dentro, v.46, sia fonditore, o sonatore di campane.

[34] Tapiti et sturj et pannj linj: so tessere tappeti e stuoie e panni di lino (ndr)

[35] afitar, afito - E l'ant. fr. afaiter, afaitier, afeitier, ecc. ; prov. afaitar, afeitar; sp. pg. afeitar; it. ant. affeitare, affettare: e non sono in sostanza altra cosa nè l'affettare, affettato, che abbiamo aduso continuamente sulla bocca, nè il francese afecter. Etimologicamente la storia del vocabolo è semplicissima, non trattandosi d'altro che del latino afectare; è invece varia e complicata la storia dei significati, singolarmente affine a quella del nostro acconciare, conciare, che se ne può dire per noi il miglior corrispondente che gli si trova messo a fianco in tutti e due i casi datici dal Serventese. Come acconciare, acconciatura, l'afettare in tutto il dominio neolatino e nelle molteplici sue forme s'applicava all'ornamento, soprattutto artifizioso, della persona, e diceva quindi azzimarsi. Ma a quel modo che acconciatura è riferito più determinatamente ai capelli, troviamo nella Chanson de Rol. che Carlomagno afaitud sun gernun (v. 215), e ci conduciamo così a una significazione spagnuola, quella di rader la barba, ed anche fare il crine ai cavalli e simili. E qui, poichè afèitar non è che un composto e un derivato di facere, abbiamo appunto un confronto che ci spiega, se non m'inganno, l'uso in apparenza così strano del fare nelle frasi far la barba, fare il pelo. - L'afeitar spagnuolo significa pure imbellettare, e in cotal funzione si trova a fianco il sostantivo afeile, belletto; ebbene, io tengo, per fermo che anche il corrispondente francese debba aver posseduto pur cotale significazione, che credo da attribuire altresì al nostro antico affaitare, ed anche ad affettare; taluno fra gli esempi che i lessici spiegano col generico adornare, vorrebbe invece, secondo me, questa speciale interpretazione. Quanto alla genesi di questo significato, non so se sia nettamente quella che subito si affaccerebbe, vale a dire se si abbia qui solo una peculiare determinazione del generale azzimare; chè più di un elemento dell'imbellettare troviam già nel latino in un altro composto di facere, cioè in inficere, che dice imbevere, tingere. E si rammenti Tibullo, 3. 4. 32: virgo Inficitur teneras ore rubente genas; e anche si consideri che un sinonimo portoghese di afeitar è enfeitar. Però penso che i significati di imbellettare e adornare non procedano proprio un dall'altro, ma siano, come a dire, collaterali. - Al paragone di inficere col valore di imbevere si sarebbe tentati di ricorrere anche per rendersi ragione di un altro senso assai importante del nostro vocabolo, quello cioè di conciare le pelli, che può constatarsi in molti esempi del latino medievale (V. Du Cange, alla voce afaitare), e che rimane anche in forme dialettali vivissime; per es. nel piemontese afeità, afaité. Ma qui i corrispondenti latini perficere, conficere coria, e il nostro stesso conciare, derivato da comptus, portano a cercare la spiegazione ideologica in una direzione diversa. E nella stessa direzione troveremo pur quella del senso di gualcare, acconciare, rimettere a nuovo i panni, venuto quasi a sparire per la scaduta importanza della cosa; di lì l'antico affettatore, che doveva rispondere a un dipresso al fullo dei latini, e che già al Borghini riusciva pressochè inintelligibile. - Come si acconciano o racconciano i panni, così altre cose; quindi quel cotale che nel romanzo di Merlino - prendo l'esempio dal Roquefort - „veut ses soliers affaitier quand ils seroient depeciés". Resta infine un ultimo senso, il solo col quale affaiter figuri tuttavia nel francese moderno: addomesticare e addestrare un uccello di rapina per uso di caccia. Ma, come ben si capisce, anche in questo significato il vocabolo, spettante all'arte del falconiere, è vivo unicamente della vita che conducono le voci scabino, guidrigildo ed altre infinite, che si riferiscono a istituzioni scomparse. Credo sia per una metafora tolta di qui, e naturalissima in un tempo in cui era tanto in uso il falconeggiare, che afaitié si trova detto anche di persona in senso di ben educato. Rispetto alla genesi ideologica del termine falconesco, mi pare di trovarne la dichiarazione nel confronto del corrispondente italiano, che era già in antico conciare; si vedano gli esempi nei glossarii. Voglio dire che l'etimologia di conciare lascia intendere che idea s'avesse in origine per la mente applicando l'afaitier agli uccelli da caccia.

Nonostante il molto interesse del vocabolo non mi sarei trattenuto a discorrerne così a lungo, se i due esempi del Serventese fossero apparsi di ovvia interpretazione. Ma solo dopo un esame così minuto posso dir con certezza che nel verso conzari aucelli afitar brachi, v. 42, afitar significa ammaestrare; dove è notevole, tanto l'applicazione della voce ai cani, quanto, e più, la non applicazione agli uccelli. - Nell'altro passo, concio denti, afito guanzi; v. 77, la spiegazione è meno sicura; tra i significati in cui la voce ci è occorsa, due si riferiscono bensì alle gote: radere e imbellettare; tuttavia l'accoppiamento col conciar denti fa pensare che possa invece trattarsi di un'operazione chirurgica, la quale, anzichè alle gote, si riferirebbe allora alle mandibole.

[36] Senso e derivazione sarebbero già spiegati dal confronto di buffone; ma la Gemma gemmarum, citata dal Du Cange, interpetra la voce nostra stessa in forma latina: "Bufarius est mendax, quasi venenum gestans sub lingua". Per capir bene bisogna rammentarsi il bufo, rospo; ma di ciò altrove.

[37] Il vocabolo mi rimane di significazione dubbia; e un po' di colpa vorrei darne alla lacuna che lo precede, per la quale gli è scemato l'ajuto che poteva venirgli dal raggruppamento con cose analoghe. Tra le varie ipotesi, tutte molto incerte, che mi si sono affacciate, una sarebbe, che le cossette fossero da identificare coi coxelli menzionati nelle Costituzioni di Federico II, cap. 107: „Item, quod predicti comites, magnates, barones, milites et uxores eorum .... possint etiam habere mantellum unum de serico, et liceat in huiusmodi mantello posse ferri coxellos de auro filato vel seta absque pernis." Giusta la supposizione assai verosimile del Du Cange, questi coxelli dovrebbero esser nappe.

[38] vescighe: pare a prima giunta un vocabolo chiarissimo, e si penserebbe che l'oscurità del passo dove occorre dipenda tutta dall'altra voce, con cui è associato: vesciche vendo per molecte. Ma per quanto abbia tormentato quel molecte, non mi riuscì mai di cavarne nessun barlume che rischiarasse la frase fino a che, attribuivo a vescica uno dei significati che i vocabolarii registrano. Una combinazione me ne suggerì invece un altro, che lui sembra sciogliere l'indovinello. Le bolle che si forman nell'acqua per via dell'aria imprigionata e che tenta di sprigionarsi, si chiamarono un tempo anche vesciche; ne abbiamo un esempio dal Sacchetti, nov. XXVI; quelle medesime bolle, con un nome ancor vivo, si chiamano sonagli; ora, movendo dal principio matematico che due cose uguali ad una terza siano uguali fra di loro, mi domandai se vescica non potesse aver significato sonaglio anche in senso proprio. Vedendo che in questa supposizione l'enimma del Serventese diventava cosa chiarissima, giacché tutti intendono un vender sonagli per mulette, ossia per mule con una determinazione diminutiva e vezzeggiativa, conchiusi che l'ipotesi coglieva assai probabilmente nel segno.

[39] piglio auselli ale zoecti, che non mi dà alcun senso; non pretenderò tuttavia sicura la mia correzione.

[40] zoecti?: civette. Cfr. il campobassano ciuwetta (d'Ovidio, Op. cit., 165), tosc. ciovetta, ven. zovetta.

[41] borrecte: verrette. Per il rafforzamento dei v in b, V. Diez, Gr., I3, 287. Quanto ai dialetti meridionali, ci sarebbe molto da aggiungere; si veda, p. es., il d'Ovidio, Op. cit., p. 165. È dalle consonanti contigue che deve ripetere la sua ragione l'o della prima sillaba. Cfr. guormenelle.

[42] quando: Il quando è dato in abbreviazione (qñ), e però la correzione del passo corrotto potrebbe permettersi anche con lui delle libertà. Una libertà non sarebbe il considerarlo come parte della coda , una volta accomodati i conti col ritmo. Avvertirò che me mura è scritto unito nel codice; ne ho fatto due parole, pensando che possa significare mi muoia

[43] Inforsi prenderei come sinonimo di forse; ma se memura fosse modificato o altrimenti interpretato, esso si presterebbe anche a diventar verbo. Come ultima parola del v. 85 sarà mai lecito congetturare saette - Dico tutte queste cose; ma dichiaro ben netto di non tenere a nessuna.

[44] Se beri è legittimo e non ha preso il posto di ben per un crror di lettura commesso dall'amanuense, sarà da riguardare come una forma rattratta di beveri, cioè castori.

[45] Nel luogo nostro i capelli potrebbero esser propriamente le coperture del capo per gli uccelli di rapina ammaestrati alla caccia.

[46] guormenelle: gherminelle, scherzi (ndr)

[47] tragectar: vocabolo tecnico di uno speciale esercizio giullaresco, ed è una cosa stessa col trasgitar prov., che il Raynouard, Lex. Rom., spiega inesattamente coi generici baleler, jongler. E la medesima inesattezza si ripete ai sostantivi trasgiet, trasgitament, trasgitaire. Il significato proprio dev'esser quello di passare rapidamente da una mano all'altra, da un posto ad un altro. Questo senso è ancor chiaro abbastanza in un passo della Fiera del Buonarroti, citato dalla Crusca E lavorando sotto, Di cappa in cappa traghettava il furto. (3. 5. 5.) Ma più c'illumina un luogo del volgarizzamento delle Pistole di Seneca, allegato anch'esso dalla Crusca medesima: „Questi sofismi ingannano l'uomo senza danno, siccome fanno i bussoletti e le pallotte e gli altri strumenti de' travagliator-i e de' tragettatori." Tragittatore è dunque qui propriamente il giocator di bussolotti. Sarebbe tuttavia troppo il limitare il vocabolo a questo solo significato; per essere esatti dovremo dire, che il tragittare comprende tutti i varii giuochi di destrezza, o, come diciam noi, di prestigio, tra i quali, manco male, i bussolotti occupano, e soprattutto occupavano un luogo principale. E qui troverà, credo, la sua vera spiegazione anche il traghetto vivo tuttavia in certe frasi toscane nel senso di rigiro, sotterfugio, riguardato dal Tommaseo come un traslato del traghetto, traversa, scorciatoja. Questo traghetto è identico al già ricordato tragiet provenzale, e non differisce se non per il prefisso dall'entregiet, che il francese antico usa di preferenza, se non forse esclusivamente, a quel modo che per il verbo si serve di entregeter in luogo del tragittare, trasgitar nostro e provenzale.

[48] pallare: Anche qui do posto a una voce toscana, per gli stessi motivi detti or ora. Pallare nel senso di sballottare, è nel Milione, c. 112, dove è detto d'un infelice, a cui il Gran Cane fece fare il giuoco toccato poi a Sancio Pancia nel cortile dell'osteria. Pallar coltelli è dunque un lanciare in aria e ripigliar coltelli, non altrimenti che si suol far colle palle.

[49] bridi: briglie. Qui pure il vocabolo ci vien dunque dinanzi nella forma che domina nella regione iberica e nella gallica.

[50] cusileri: cucchiai; tosc. ant. cusoliere: Sacchetti, nov. 41.

[51] tempesta: {cantare a la} manifestamente una frase tecnica.

[52] Ms. deco deco faccio, sicche oltre alla lacuna abbiam di sicuro anche una lezione alterata. Se il deco fosse attestato in miglior modo, si sarebbe tentati di raccostarlo al dec prov., il che peraltro porterebbe a scartare per questa voce l'etimologia molto verosimile del Diez, Et. W, II3. 273. fieno improbabile sarà che il doppio deco sia da correggere in decoto o decocto. 110.

[53] diesta: in un luogo mutilo e corrotto. Data la congettura decoto o decocto per il verso antecedente, si potrebbe pensare anche qui a qualcosa che spetti alla medicina, e sospettare un digesta, sostantivo participiale di digerire (Diez, Gr., 113. 291), oppur che riflettesse - supposizione poco verosimile - il nominativo dgestio. Ma in ambedue le ipotesi avremmo un astratto, e a noi occorrerebbe piuttosto un concreto. Però, considerato anche che il decolo è tutt'altro che sicuro, starem più nel probabile e avremo una base un po' meno malferma mettendo il vocabolo in rapporto con ciò che segue; e come là si parla di legge, dicreto, decretale, inclinerei piuttosto a vedere in diesta un digesta sinonimo di digesto, forma nota realmente al toscano antico. - Quanto al dileguo del g tra vocali, si vedano i passi del t. IV dell'Arch. Glott. citati nell'indice, p. 415. Ma non è da scordare che, stante la condizione del passo, a tutto quel che qui possiam dire, è anche per ciò solo scemata una parte non piccola di valore.

[54] [i]npedica o [e]npedica: impaccia. Noto il vocabolo, perchè antiquato e piuttosto raro, sebbene sia anche perfettamente toscano; pr. empedegar, fr. ant. empegier.

[55] aretica: prende nella rete, qui in senso figurato. E arreticare è pur voce toscana, non isconosciuta, sebbene di poco uso, nemmeno al parlare moderno.

[56] Arti è detto qui propriamente per arti liberali; il nostro autore si dichiara, o fa dichiarare il suo personaggio, un Magister- artium. Quindi il significato è ben distinto da quello della st. I.

[57] Probabilmente venon. - Lascio il turminti, nonostante che non ci veda una ragione sufficiente per mutare in -inti gli -enti delle parole che riman con esso, delle quali non è dubbia la lettura, nonostante le abbreviazioni.

[58] In tor, intorno, se pure l'amanuense non avesse sciolta malamente una scrittura abbreviata, e non fosse da leggere intro.

[59] capitanio: Come le forme francesi e provenzali, corrisponde al latino medievale capitaneus.

[60] scherna: scherno; comune anche in antichi testi toscani.

[61] amorta: spenta. Nell'uso stesso preciso che abbiam qui, il toscano usò ammorto; però vediamo che l'a iniziale si origina da composizione, anzichè essere meramente prostetico.

[62] Siali amorta la lucerna / Del videre: Gli sia spenta la luce della comprensione (ben dell'intelletto) (ndr)

[63] La misura é sempre sulla bocca dei moralisti medievali.

[64] Ms. laudel, che non si potrebbe conservare se non scomponendolo in là u del, ossia ammettendo un del = el, con un d prostetico, di cui bisognerebbe cercare la spiegazione nell'iato, o nell'analogia di desso. Ma è congettura più probabile l'omissione della lineetta sovrapposta, che avrebbe dovuto rappresentar la nasale.

[65] Probabilmente a Constantino; tuttavia non introduco alcuna correzione nel testo, per il dubbio che possa essersi avuta anche qui l'omissione del segnacaso di dativo, che con nomi di persona occorre tante volte negli antichi parlari della Francia. Il dubbio ha un certo fondamento nel fatto, che per il genitivo l'italiano, in maniera sporadica, partecipò realmente al fenomeno. - Quanto all'allusione, penso che l'autore, piuttosto che la storia vera, abbia in mente le favole intorno alla gioventù avventurosa dell'imperatore romano.

[66] La favola a cui qui si allude sarà da illustrare in altra occasione. Se ne veda intanto una versione nelle appendici aggiunte dal Darmesteter alla sua dissertazione De Floovante et de Merovingo cyclo, p. 182 segg.

[67] Il cod. porta Almedamico, che non ho saputo risolvermi a ritenere. Sebbene dubbia assai la mia correzione, m'è parso sempre più probabile l'error materiale da me supposto, anzichè l'introduzione di un d, o di un suono che esso possa in qualunque modo rappresentare, per evitare l'iato. Nulla di analogo, neppur lontanamente, nel resto della composizione, salvo un dubbio espresso al v. 179.

[68] La lancia è quella con cui Longino ferì Cristo in croce, che appunto costituiva un annesso e connesso del Sangradale.

[69] La lezione è alquanto corrotta. La scrittura del codice diceva prima et sala bionda; poi sopra all'et e all's fu supplito di carattere assai minuto un di. Sarà forse da correggere Di Tristan e Isota la bionda.

[70] A chel segue nel codice un'n, ed un segno che deve servire unicamente a compiere la linea. Penso che si fosse cominciato erroneamente a scrivere noi, saltando la voce intermedia.

[71] 225-26. "Che il peccato non gli tolga di mondarsi" parrebbe da intendere. Ho pensato anche che le parole fossero da dividere diversamente, e che ci potessero esser di mezzo i demoni; ma non ho trovato il modo di metterli legittimamente a posto.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011