Anonimo

La giostra delle virt¨ e dei vizţ

 

Edizione di riferimento:

Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Riccardo Ricciardi, Milano-Napoli 1960, tomo II.

źLa Giostra, alla quale per discrezione bibliografica viene qui mantenuto il titolo alquanto equivoco attribuitole dall'editore sul fondamento del terzo verso (a questa stregua, i due primi non suggeriscono piuttosto Battaglia o Combattimento?), Ŕ conservato, in mezzo a laude di Jacopone o a lui ascritte, da un codice francescano delle Marche centrali (un'altra sua parte contiene la lettera d'un vicario del convento di Macerata al provinciale della Marca Anconitana nel 1341). La lingua allude fermamente alla stessa topografia; e per l'origine francescana parla forse il fatto che lo stesso tema apocalittico e agostiniano delle due cittÓ Ŕ trattato in volgare dal frate minore Giacomino da Verona. Pi¨ dubbia Ŕ la data, ma ci si pu˛ trovare ancora benissimo entro i confini del secolo XIII (lasciando stare naturalmente le fantasie dello Spadoni nientemeno che su fra Pacifico rex versuum, o l'insinuazione del PŔrcopo e dello stesso Spadoni sul notaio maceratese Gentile di Jacopo di Aimerico, attivo nel 1287-8 e definito źpoeta novus╗): diciamo che il gusto del poemetto, anche se eventualmente ritardatario nella lettera, Ŕ per˛ in tutto duecentesco. E basterebbe lo schema metrico, AbAbAbAb, bccx (le maiuscole sono alessandrini piani col primo emistichio sdrucciolo, le minuscole settenari piani), che Ŕ una sorta di ricamo attorno alla quartina monorima di alessandrini di quel tipo, quale figura nei Proverbi morali giÓ ascritti a Jacopone e di cui l'Ugolini ha ora fatto conoscere la primitiva redazione abruzzese. Ricamo con altri ingredienti, come (lÓ sono endecasillabi) in Cielo d'Alcamo. In complesso, źfigura strofica virtuosissima, certamente, ma, in sostanza, varietÓ della forma della ballata cosý detta maggiore ( ... ), qui adottata per una composizione di destinazione non coreografica ma narrativa╗ (De Bartholomaeis). Allo stesso tempo, la Giostra torna utile per arricchire la presenza d'una regione che qui si offre all'appello, escluso ovviamente il Castra, solo con l'arcaicissimo Sant'Alessio: restando inteso che essa culturalmente si prolunga in quel Mezzogiorno continentale che, fuori della Scuola Siciliana, Ŕ cosý avaro di voci poetiche sicuramente anteriori al Trecento.

Riscontri anche verbali con la Psychomachia di Prudenzio (secolo IV) sono stati addotti dal PŔrcopo (cfr. ad esempio con 193-4 źPrima petit campum ... Pugnatura Fides╗, con 241-2 źExin gramineo in campo concurrere prompta Virgo Pudicitia speciosis fulget in armis╗). Ma il Roediger e oltre mezzo secolo pi¨ tardi (senza conoscere, per quanto pare, il contributo di quel vecchio studioso) il De Bartholomaeis hanno rilevato che nel sÚguito l'autore della Giostra s'Ŕ attenuto piuttosto da vicino all'opuscolo De pugna spirituali o De conflictu vitiorum stampato fra le Sententiae o le Parabulae di san Bernardo.

Sottile nell'elaborazione generale della strofe, il versificatore Ŕ un po' pi¨ corsivo in sede prosodica; e, da parte beninteso la rima siciliana nelle sue due possibilitÓ, Ú : ý (346-7 ecc.) e ˇ : ¨ (182-9 ecc.), ammette frequentissime assonanze (2-9, 154-5, 158-65 ecc. ecc.); e non Ŕ detto che risalga al precedente siciliano la consonanza di -e con -i (13-9, 386-93, 530-7, 574-5) e di -o con -u (cfr. nota a 12), tanto pi¨ rilevante quest'ultima in quanto, almeno nello stato rappresentato dal manoscritto, essa Ŕ adibita morfologicamente, per analogia degli articoli lu e lo (7, 196), a distinguere dal maschile -u il neutro -o (cfr. per˛ spissu 172 contro -o, multu 240 e 482 contro -o 4, 330 e 373, nonchÚ appunto la presenza della metafonesi, anche viro 104 contro questo 430, fatti tutti che tolgono la certezza circa la presenza di -o nell'originale).

Quanto alla lingua, va s¨bito avvertito che la prima impressione intensamente vernacola Ŕ dovuta alla patina sovrapposta dai copisti (cfr. note a 125, 187, 213, 463, 489, e si veda il cumulo di -ne epitetici che il calcolo sillabico obbliga a sopprimere, Ŕne 16 ecc., sone 19 ecc., fane 53 ..., contro i pochi oggettivamente garantiti). Rimosse tali sovrapposizioni (ma per casi inversi cfr. nota a 37), la koinÚ appare leggermente pi¨ illustre, e pur sempre abbastanza colorata, non soltanto nel lessico ma nella stessa grammatica: per restare nell'Ómbito dei fatti metricamente accertati, si pensi da un lato alla 3a singolare anche in funzione di plurale, dall'altro a una modalitÓ della metafonesi che spetta alle vocali aperte. In presenza di -i e -u, infatti, si ha la banale chiusura di Ú e ˇ (quistu e -i, ipsu, prisu e -sci, tri, succursu, sulfu, virtuusu, munti, funti, -uni ecc., notevole turre 329), ma anche quella delle aperte, poichÚ in 232-6 solo la pronuncia mˇrtu, tˇstu, pˇstu evita la rima di ˛ con ¨; qualcosa di analogo prova cavalieri 536 in rima con -ere / -ire. In genere spetteranno pure all'originale fatti specifici quali la palatalizzazione di s innanzi a i (scia e sciate, ypocrescia e riscia [per˛ non costanti], sanctisscime, pesseima, confuscione [anche -gi- e -si-], curioscitate, scimphonia, prisci, e attraverso il dittongo sciete 310) e quella di negectanša, esvegiate; e fatti di area pi¨ estesa quali la conservazione di j e la sostituzione a ğ del tipo toscano (-aiu, e per -sj- raione, preion, preiata ...), la persistenza dei gruppi iniziali con L (plu, flore, clama), il raddoppiamento (non ignoto al toscano, anzi al fiorentino) di -N- (inn-, innimicu) e -L- (Babillonia, palladina), e nel capitolo della declinazione l'estensione al femminile di duy, mey e soy ('sue' in quello della coniugazione i quasi regolari Óy, stay (day Ŕ desumibile da dayte - 413), vay di 3a, sull'esempio di fay (cfr. nota ad Alessio 97). Finalmente, se so' trasacte 4 vale davvero, con latinismo in sostanza unico, źhanno compiuto╗, si avrebbe l'ausiliare essere (peraltro solitamente limitato alle 1e e 2e persone) come nell'area odierna che ancora ingloba le Marche meridionali.

╚ contenuta nel codice xiii. c. 98 della Nazionale di Napoli, di dove la pubblic˛ Erasmo PŔrcopo, nel źPropugnatore╗, xx (1887), P. II, 3-63. La presente edizione si fonda su una nuova proficua lettura del manoscritto (in fotografia).

Gli scritti citati di F. Roediger e di Vincenzo De Bartholomaeis si trovano rispettivamente in Rivista di Critica della Letteratura Italiana V. 1 (1888), 16-20, e in studi medievali n. s. XV (1942), 191-206.

1

De duy cictade voliove        dure bactalie contare,

ke sempre se combacte:

spisso se iustra ensemmore,      e de ferirse e dare

multo še so' trasacte.

Quistu Ŕne lu anticu           hodiu, lu qual fe' generare               5

Lucifer de ria parte:

ipsu le guerre suscita           fay conservar lo male,

ipsu le scisme Óy facte.

Ma Cristu per sua arte

factu li Ó gran rebellu                      10

de cictÓ e de castellu,

como dirve conventu.

2

╚ una cictade nobele,           facta da Deo verace,

de sanctitate plena,

che Yerusalem, clamase,       k'Ŕ vis´on de pace 15

e Ŕ stella mactutina.

Questa Ŕne la Ecclesia,         de virtute efficace

contra omne rŘina;

 ly cictadin che š'abita          so' crist´an sagaci

 ke 'l mundu peregrina.                   20

La Sap´entia fina

sý regna na sua roccha:

soy cictadin keĚctoccha,

dÓli pena e tormentu.

3

Questa cictade trovase         ne la Sancta Scriptura                    25

da Deo pronunct´ata:

'n Apocalipsi legese              tucta la sua mesura

da omne parte quadrata;

et Ysaya profetalo,               ke sopre le soy mura

guardia fina š'Ŕ data.                       30

Questa valente guardia,       ke stane in grande altura

per veder la contrata,

se vede gente armata

prender soy cictadini,

fay singnu a lu Re finu                    35

ke li dia guarnementu.

4

╚ una masnada provida       ke avita na roc[c]ha

cu lu Re adcompangnata;

et chy per sua malitia         de ly soy amici toccha,

k'Ŕ famelia capata,                           40

con vigore adsalipsili           et con l'arme ly broccha

polite et arrotate:

un de lor mille cacšane        et abbacte e traboccha

cum ira desfidata.

Questa s[cie]n[t]ia Ŕ data                45

da lu Re, ke ly manda,

ke sempre li commanda

ke ly occida in momentu.

5

'N Apocalipsi legese             questa francha armatura:

loco Ŕ scripta, e notatu                     50

keĚnno l'Ó facta li homini,   la sua temperatura,

nÚ fabru in terra natu,

ma l'altu Deu de gloria       la fa forte e secura

de virtŘusu statu.

Chy de virtude armase       iammai non Ó paura                        55

de negumi altru armatu;

ky de queste Ŕ adornatu

sempre vay franchamente:

de la barbara gente

non Ó negun paventu.                     60

6

Queste armature clamase    la Fede e la Speranša

e vera Caritate;

Iustitia e Prudentia,             Fortecša e Temperanša;

e fina Humilitate,

cor de MansŘetudine,          spirituale Alegranša,                       65

sinšera Castitate.

No [t]eni en reverentia e     Desprecšo e Guiltanša

de vana prospertate;

et in adversitate

la Pat´entia fina:                               70

con essa te confina

Pace de bon talentu.

7

Con queste arme sanctisscime      š'Ŕ un'arma pretiosa

ke Ó nom la Orat´one:

lu sanctu Dessideriu,           la Activa obsequ´osa                        75

e la Contemplatione,

ferma Perseveranš[i]a,        Gelosia grat´osa,

Confessu de raione,

santa MansŘetudine            e vita luminosa

de bona Conversione,                      80

discreta Adflict´one

con Cel de veritate

e Longanimitate,

tucte stay inn-un conventu.

8

Queste arme Óne spiritu,     so' mastre de sgremire                     85

e so' sy virtŘose

ke chy con esse portase,       conveĚllu de morire

de plag[h]e angust´ose:

perš˛ne lu falsu angelu       ke volse superbire

abbe plag[h]e doliose,                     90

et tucti soy discipuli             ke lu volše seguire

Ó pene tenebrose.

Cha con volge argoliose

volse senioreiare,

perš˛ 'l fece caschare                       95

Deo in aier turbulentu.

9

Poy che cacšatu viddese      de la summa cictade

quillu serpente anticu,

una cictade ordena              de mura et de ample strade,

et menace consecu                           100

tucte mal[i]ngne vitia,         per le qual multi cade

in lacšu de innimicu:

omne peccatu še abita,         ne le bructe contrade

de quillu falsu amicu.

Se io viro non dico,                          105

demandane Ysaya:

questa Ŕ sua diceria,

sacšelo certamente.

10

Questa cictade perfida          ke lu innimicu Óy facta,

Babillonia se clama:                         110

confuscione se interpreta,       cha confunde et fay macta

la gente ke 'l mundu ama.

Una famelia pesscima         ne la sua roccha Óy tracta,

ke tesse mala trama:

l'arrogante Superbia,           ke li nuveli gracta  115

e la mente sollama;

l'altre fay sý gran cama

como io t'aio ad contare,

ke chi ne p˛ scanpare

beĚllu tengo valente.                        120

11

CoĚla Superbia iongnese,      lÓ 've unqua Ŕne, Elatione

et ria Cupiditate:

queste so' capitance             de le Maledictione

et de omne Iniquitate.

Con esse erracompangnase   false Emulat´one                          125

cum Cur´oscitate,

lu focu de la Invidia            con grande Ambit´one

de ria prosperitate,

coperta sanctitate

de falsa Ypocrescia                          130

et perfida Riscia

de la Fede tradente.

12

Loco stay la Avaritia           cum omne Iniquitate

et Inpetu de male,

Ira, Dolu e Discordia           e ficta Caritate                                  135

et lu Vitiu carnale,

Ebr´anga et Ingluvia,           prava Crudelitate,

Mactecša senša sale,

la Inobbedient´a                  con falsa Humilitate:

tucte stay inn-un casale.                  140

Fra queste še so' scale

ke inver' lo infernu mena,

dove k'Ŕ focu e pena

e sulfu pucšulente.

13

Pecunia e Vanagloria,          ke tuctu '1 mundu enpacša,           145

queste guarda la strada.

Lu lacšu con esse ordena:    ky passa e chy solacša,

pochy Ŕ ke še non cada.

Loco stay la Luxuria,           ke quasi on'homo adlacša

et de bructura inpada;                     150

Iullaria e Blasfernia             coĚle Menšongne cacša

tucte inn-una strada.

On'hom guarde la spada

ke questa gente porta,

che ad chy ne dÓ una bocta            155

beĚllu fa gir dolente.

14

Loco š'Ŕ la Iniustitia             cum bructa Temperanša

d'ompne cosa superchia;

indiscreta Prudentia,           Accidia e Negectanša

che 'nanši tempu envec[c]hia;        160

stud´osa Malitia,                  pesscima Desperanša

che ne lu infernu [(adpar)-ecchia];

le inique Dessideria,            malingna Cogitanša

ke le femmene specchia.

Or te adtura le rec[c]hie,                 165

homo, de quisti scanti,

perš˛ k'Ŕ tucti quanti

de l'anticu serpente.

15

Or quisti so' li exerciti         ke sempre se combacte

nu lor peregrinaiu.                           170

L'unu Ŕ de Babillonia:         per lu engannu e per l'arte

fay spissu gran dampnaiu,

chÚ homo nÚ demonianÚ     vitia de ria parte

ly p˛ stare in visaiu.

L'altru Ŕ de Yerosolima,      ke porta arme sý facte                      175

et aste de vantaiu.

Oramay ve diraio

le mortale ferute,

ke so' quete et acute

perchÚ fer spirtualmente.                180

16

Quilli de Yerosolima,          porta rosee bandere;

la insengna Óy facta ad cruce,

e portala ne scudura            e nu elmu e ne lamere

ke tucte quante luce.

Quilli de Babillonia             porta bandere nigre:                         185

la Superbia le adduce;

per lora insengna portace,   multo forte ad vedere,

un serpente feroce.

Contra questa sy accorrece

la Humilitate dingna:

porta la sancta insengna                 190

ke ly turba la mente.

17

Inprimamente tragese         la Fede palladina

ne lu canpu ad ferire.

La Speranša seguiscela,       de gran confortu plena                 195

desfine a lo morire;

coltellu ad latu portase        de fervente doctrina,

ke on'homo fay morire.

Trov˛ la Risia perfida          ke con Scisma confina,

tosto la fe' fugire                              200

et de morte morire

cum ferute doliose

et arme glor´ose

de scriptura lucente.

18

Vedendo 'l capitaniu            de la confus´one                               205

k'era sconficta la hoste,

command˛ a la Superbia    ke tenda 'l pavelione

e prenda munti e coste;

la Humilitate prendere        e mecterla in presione:

facšalo e no i dia soste;                    210

fosse celate facšali                cupe de gran raione;

poy li pona bon poste,

e pistela et ammoste

ke perda lu valore,

acš˛ ke lu soy honore                      215

non resista n´ente.

19

Questo quando inteselo      la sancta Humilitate,

esscýo for mai vestita;

for ne lu campu adficšase,   arme non g'Ó portate,

ma de fed' Ŕ guarnita.                     220

La Superbia, vedendola       cum membra desarmate,

senša frin s'Ŕ partita:

lu cavallu traportala            a le fosse gelate,

tucta laĚcš'Ó contrita.

La Humilitate ardita                       225

facese innanši vacšu,

Óla presa inn-un lacšu,

quella falsa tradente.

20

Or torna in Babillonia         una nuvella ria

e de grande corruptu:                      230

lu prencepu scapeliase         cum tucta compangnia

del gran baron k'Ŕ mortu.

Ma anchy mone readfrancase:      fay gran cavallaria,

radunala 'n un tostu;

per capitamu še ordena       Cupiditate ria;                                 235

per feredur š'Ó postu

quillu spiritu bructu

de Fornicat´one

ke fer como un lanšone

de sulfu multu ardente.                   240

21

La vergen Pudicitia              exýo for ne lu campu,

de arme tucta reluce;

le vestementa coršase,          keĚnno li desse inšanpu;

fe'se singnu de cruce.

Disse: źOr m'aspecta, perfidu,    che s'yo de man te scappo,     245

ka par' cosý feroce,

con tal catene legote,           con tal grampe te adgrappo,

ke faray morte atroce;

c'aĚmme incressce tua voce,

ke losenga lu core                            250

et infiecša clamore

de lotam pucšulente╗.

22

Intando lu adversariu         clam˛ li balesteri

con moschecte de focu,

con gavallocte et arcora        armati cavaleri,                              255

et adpress˛se un pocu.

Tante sagecte mandali,        par pur un nuveleri

che occupa omne locu;

la tarša in bracšu ruppeli,    fessela in tri teršeri

e feceli un tal iocu                            260

ke, facta como focu

de ferute scaldata,

grida per la contrada

succursu da la gente.

23

Intendendo la guardia         de l'abitaiu sanctu                           265

perire un cicthadinu,

a lu Re tosto vaysene,          diceli cum gran plantu:

źSere, de pietÓ plinu,

io so' Misericordia,               ke guardo da omne cantu

le strade e lu caminu.                      270

Bene li nostri prendese,      set non vay esso quanto

lu toy cavaler finu,

ke li mene un runcšinu,

[o] voli un bon destreru,

ke 'l nostru cavaleru                        275

campe de focu ardente╗.

24

Quando 'l Sengnor entendelo,   tosto fece clamare

lu Timore advidutu;

un bon destreru donali,       ke li debia menare

per succursu et adiutu:                    280

dialu a la Pudicitia,             facšala cavalcare

per camin cautu e tutu;

quistu Ŕ lu Dessideriu,         ke fay ben camminare

chy da lui Ŕ possedutu.

Poy li fo provedutu                          285

de cavaler' de affectu,

Abstinentia e Defectu,

mandati incontenente.

25

Con grande pressša partese   adlora lu Timore:

non še fege intervallu;                     290

men˛ lu Dessideriu,            destrer de gran valore:

suĚcše puse ad cavallu

la munda Pudicitia,            plu aulente che flore,

plu bella che cristallu.

Campala da lu perfidu        ke bructu Ŕ per sengnore               295

e bructu per vassallu:

plu pute ke lu stallu.

lu albergu do' che posa,

troppo fetente cosa

Ŕ chunqua li consente.                     300

26

Et quando ad fugir mectese,   non sappe caminare,

scuntr˛se inn-un castellu:

chÚ la Concupiscentia          še stava per piliare

quillu k'Ŕ soy rebellu,

šoŔ la Pudicitia,                   keĚsse credia scanpare                      305

da lu soy adguaytu fellu.

Lu Timor tuctu tremula,    ka non potia schifare

o ferute o flagellu.

źSore, ╗ disse, źio me adpello

set contempte ne sciete,                   310

cha dura fame e sete

par che tucti ne adlente╗.

27

Respuse l'Astinentia:           źTu parle mactamente,

homo senga coraiu,

ch'yo lu faraio reddere         quistu castel potente:                      315

le espese li torraio.

Poy cheĚdde victŘalia           no ne adverÓ niente,

tostu lu prenderaio╗.

Lu Defectu respuseli            źEt io sone or na mente,

tucte sollamaraio;                            320

et sýĚmme fideraio

nu Dessideriu francu,

keĚnnon me verrÓ mancu

perseverant [e] mente╗.

28

Lu Timore readfrancase,     gran bactalia li Ó data                     325

tuctu dý e tucta nocte.

La vict˙alia tolieli,               l'arme sý li Ŕ mancate,

tosto li dŔ le porte.

Le mura in terra gectali,     le turre Óy sollamate,

che era multo forte;                         330

tucta de focu. adbrusiala,    la gente ly adunata,

k'era dingna de morte.

Poy che abbe cotal sorte

de victoria complita,

tucta s'Ŕ resbaldita                           335

la compangnia valente.

29

poy fuge la PudišItia           In un destreru ad desdossu,

ad sporuni bactutu,

ca lu Timor la stimula,        tuctu ly trema on'ossu

keĚnnon scia rassalutu.                    340

Ma duy canfguni ionselu,   Tristitia e Remorsu,

e despera 'l de adiutu:

issu co[n] sua malitia          'n un desperatu fossu

sý l'Óy factu cadutu.

La guardia l'Óy vedutu                    345

ke en preion se mena:

prega lu Re, e non fina,

ke še mande sua gente.

30

Intando lu Re levase,           e clama ly baruni

et fay un gran consiliu:                   350

źChy adiudare se arres[e]cha   ly nostri comparignuni

ke-sse mena ad despreiu?

Quale ve par ch'yo mandece    che scanpe li preiuni,

e chy ve par lo meliu?╗

Respuse la Letitia,               che Ó penne de paguni                     355

e cor senša fastiiu:

źMesere, io lu Te piliu,

lu falsu tradetore

keĚnne enganna 'l Timore

per grande tradementu.                  360

31

Spiritu de Tristitia               sý fo lu engannatore,

nu Timor male mise.

Tanta li mise Accidia          consc´entia de errore,

per desperatu 'l prese.

Ma la mia spada lucida,      pur co lu soy splendore,                  365

multe castella prese;

et essciolie e fay liberu         omne soy amatore,

tanto Ŕ dolše e cortese╗.

Et de lu soy pagese

omne cresta ammuriata,                 370

la Letitia preiata

fay gire ad perdementu.

32

A lu Re multo piacqueLi      ke la Letitia gesse

ad far questa anbassciata,

ke tucti Soy adversarii         ad morte sconfigesse                       375

cum sua lucente spada,

et ly preiun che liberi          tucti quanti sciolgesse

e remectaĚi na strada,

et che consecu menese,        quando se departesse,

una fida masnada,                           380

ke scia sý adcompangnata

ke defender se posša

da quilli ke la sforša

cum bructu adsalimentu.

33

Vaysene la Letitia                de arme lucente armata,                 385

cum soy fresche bandere:

suĚnne la ensengna portace    la cruce, desingnata

de cimque rosce spere.

Da omne cantu circundala   gente tucta capata

de franchy cavaleri,                         390

šoŔ la Pat´entia,                   Humilitate innata,

circumspectu Savere

et duy fin bactalieri,

Temperanša discreta

e Prudentia ke veta                          395

omne reu tractamentu.

34

Poy ionse lu adversariu,      la Letitia valente

trasse manu a la spada,

et dŔ un gulpu a Tristitia    cum sua spada taliente

ke tucta par ke rada:                       400

l'elmo adruynatu ruppeli    e lu scudu pennente;

cadde morta na strada.

Loco la Accidia strÓngula    cum corda de enterdente

ke essa advia filata.

Vedendo la masnada,                      405

quisti forti canfguni

lass˛ tucti preiuni,

fugýu cum gran paventu.

35

Intando in Babillonia          un gran consiliu Ŕ factu

de li preiun scanpati,                       410

fra li quali unu arengaše,      et disse: źIo ve 'n sto in pactu,

k'yo li v'ermen legati.

Dayteme la Pigritia,            e darim schacchu mactu

a ly nostri hod´ati ╗.

Questa Ŕ Ypocresia pesscima,      ke vive pur de raptu,              415

ke tal consiliu Óy datu:

ad šo se so' adcordati

populu et anš´ani.

Or se parte ly kany

ad far lu tradimentu.                       420

36

Le vestementa mutase         la bructa Ypocrescia,

e a Pigritia se adlata.

Porta in capu la coppula      e in man la scimphonia,

la insengna Óy tramutata.

Homin de pace simula,       e par che quilli scia,                         425

ed a la cicthÓ ornata,

per ly scanpati iongnere,     corria quanto potia

per semita cortata.

Ma la guardia esvegiata

tucto questo vedia,                           430

lu Iudece fo spia

de quistu fallementu.

37

Intando Spene partese,        men˛se la Raione

ke la advia ly ensengnava;

a lu Timore adiongese,        fayli gran reprehensione                 435

ke tanto exasperava.

Disseli: źMactu e improvidu,  lu nostru compangnone

per te se desperava,

ka senša sella menalu         de Circumspect´one,

e iÓ se trabocchava╗.                       440

La Prudentia še stava,

disseli l'avisanša

ke per sua disfidanša

multi va in perdimentu.

38

Adlor la Temperanša           lu Dessideriu infrena                       445

coĚla Discretione,

et la Prudentia insellalu       cum una šengna fina

de Circumspect´one:

per pectorale donali             Fortecša palladina

plu francha ke leone.                       450

Lu Dessideriu impusece      l'Anima cecthadina

'nfra l'unu e l'altru aršone,

singnificat´one

de duy penser beati,

šoŔ de mal passati                            455

e de futur' paventu.

39

La staffa ricta donali            quella ke 'l core adfina,

šoŔ la Humilitate;

la šancha tostu acconšali      la Patientia fina

in omne adversitate;                        460

ly duy spuruni mecteli        Temore e Spen[e] pina

de gratia e veretate.

Disse la Temperanša:          źOr non pellima adgina,

ma gim cum gravitate╗.

Le retene Óy piliate,                         465

et fece via ennascosta,

da la Prudentia docta

de saviu scaltrimentu.

40

Quando le guardie sentelo,  ke vennero a la porta,

disse: źNon ve adpressete,              470

cha par che sciate insidie.    Faceste via ennascosta,

tucte pallede sete╗.

La Raione respuseli             per ly compangni adlocta:

źGuardie mey, ben dicete.

Dicate a la Iustitia               chaĚmme so' quasi morta                 475

de fame e de gran sete.

Et vuy ben congnosscete

ke yo so' sua parente:

iatece incontenente,

cha stactima in paventu╗.               480

41

La Veritate Ŕ guardia           de questa roccha bella,

la quale Ŕ multu adcorta:

ieusene a la Iustitia,            disseli la nuvella

k'era ionta a la porta.

Incontenente aperseli,         fe' posar da la sella,                          485

k'era venuta ad rosta,

l'Anima multo tenera         dŔli una aulente cel[l]a

ke d'aulor la conforta.

Ma la Insidia se mostra

ne la palese strada,                          490

la roccha adsediata

cum male intendementu.

42

Ma ne lu primu introytu      ke fe' ne lu castellu

la compangnia preiata,

sý venne la lustitia               cum soy sanctu troppellu,                495

cum tucti s'Ŕ adbracšata.

A la Raione adpressase,      deoli lu soy mantellu,

pace in boccha ly Óy data;

un gran convitu feceli,        de quil sanctu morsellu

ke se usa na contrada;                     500

et Óla confortata

keĚnnon aia paura:

lu castellu Ŕ in altura,

non teme adsediamentu.

43

Ma lu Timor sollicitu,          ke sempremay Ó                              505

cura de la sua compangnia,

respuse a la lustitia:             źIo aio gran paura

ke io prisu non scia,

chaĚnnon š'Ŕ victŘalia;         de funti e de rosura

še vegio karisstia╗.                           510

La Iustitia respuseli:            ź Pan de orgio e fava dura

poco se trovaria.

Perš˛ na corte mia

stay pochy cavaleri;

l'acqua coĚli beccheri                       515

se parte inn-un conventu.╗

44

Or[a] vidissci plangere      e duru scapeliare

ke fagia lu Temore!

Tantu era de pocu animu   ke-nnon credia scanpare

fin demanu in aurora.                     520

Multo represe l'Anima        de lo soy scavalcare

ke fe' del corredore:

ź Set sim colti in adsediu,    no adverim da manšare,

serim prisci ad remore ╗.

Quasi ly venia in core                      525

de blasmar la Speranša,

ke per sua raffidanša

fosse tal turbamentu.

45

Adlora la Speranša              sý ly puse mensura

ne lu soy sbaguctire;                        530

co la sancta Prudentia,        de consiliu secura,

questo comenša ad dire:

źNon say, Timore improvidu,   ke lu Deu keĚnn'Ó cura

non ne lapsa perire,

et adbacte omne exercitu     cum sua francha armatura            535

e franchi cavaleri?

Anchy te fo savere

ke 'l pan, ke poco pare,

farÓ multiplicare

ad gran sat´amentu╗.                      540

46

Lu Timore respuseli,           disse: ź Chy še mo gia

per dicerlo al Re forte,

ka denturnu s'assedia,         sede ensidie na via,

et Ŕ la obscura nocte? ╗

Respuse la Iustitia,              e a lu Timor dicia:   545

źPrego non še sconforte,

cha un correru sanctisscimu,      meliore ke sagicta,

ayo ne la mia corte,

et sa far vie nascoste.

Questa Ŕ la Orat´one,                      550

ke plu che un[u] falchone

vola nu firmamentu╗.

47

Ma la savia Prudentia         sý li dŔ admastramentu

'nanti keĚsse partesse:

che per compangni[a] menese      l'umele Pensamentu,             555

poy davanti Deo yesse

et, como era, per ordine      lu loro adsediamentu

tuctu li desponesse,

cum gran mansŘetudine       e cum pietusu plantu

loro statu I dicesse;                           560

et se lu Re volesse

guarnementu mandare,

ver' lore adnunct´are

non desse tardamentu.

48

La Orat´one vaysene,          tucta hoste Óy trapassata,               565

na mecša nocte Ŕ jonta:

cum gran gridore sonace      a la porta serrata,

e sempre plu se adpronta.

Lu Re de celu intesela,         dentro l'Óy facta intrata:

quella tucto ly conta                        570

co ly occhy pin de lacreme,  iacendo inienoc[c]hiata

co la terra conionta.

Dice: źSer, or me adscolta.

Pregote ke Te incline

a li Toy pellegrini;                            575

manna bon guarnementu╗.

49

Quella medesma lacrema   dicendo spisseiava

con essa Humilitate.

Lu Re pin[u] de gratia         cum dolšor S'inclinava

e fontal p´etate.                                580

Tostamente lu exercitu        devanti Lu[i] clamava

de Soy franche masnade;

dicia: źChy seĚcše arres[e]cha,      contra la gente prava

de Nostra inimistade?╗

Disse la Caritate:                              585

źMesere, me še manda╗.

E lu Re disse: źOr še anda,

cha tuĚMme stay in talentu╗.

50

La Orat´one partese,            e tantu gaudiu advia,

no lo porria cuntare;                        590

et tosto innanši misese        ad quella compangnia

ke 'l Re fece adprestare.

Ad sua dompna Iustitia       e tucta baronia

tucto ly abbe ad contare,

ke Caritate vensene             cum sua cavallaria:                          595

on'horn feše alegrare.

Fra questo audý boctare

lu scuderu a la porta,

ke sempre vay ad costa

de Caritate adtentu.                         600

51

Quando le porte aprese       ad quella palladina

ke Ó nom la Caritate,

on'hom in unu adunase:     davanti liĚsse inclina

cum grande humilitate.

Denanši ad quella nobele    lu Gaudiu ly camina,                      605

ke gaude in veritate;

de la dextra compÓngnia,    quella d'ompne ben piena

che Ó nom la Bonitate;

la Mangnanimitate

da la sinixtra vene;                           610

nu apostol se contene

l'altru soy seguimentu.

52

Tamanta la letitia                ne lu castellu Ŕ facta,

e tamanti fanuni,

che lu malvasiu exercitu      de lo fugirse tracta,                          615

tucti so' in confugioni.

La Caritate armase      d'asbergu et elmu et asta,

tray for ly confaluni;

ver' ly innimici lanšase,      cum soy troppel se adfracta,

e vay como leiuni.                            620

Valle, munti et andruni

de sconficti Óy arrenpliti,

tucti so' morti e giti

nu eternal perdimentu.

53

Poy na cictade trovase         šaschun bon cictadinu                    625

de la cictade sancta,

lei lauda e re´ngratia            lu Re sovranu e finu,

se[m]pre de Luy se vanta.

Solu ad Deu redde gloria      e honore cum cor plinu,

sempre alleluia canta,                      630

ke ly Ó tracti de angustia     e de infernal caminu

e de dolia e de pianta.

Et nuy certe ad cotanta

lauda ce adcompangnima,

e sempre Deo laudima                    635

senša refreddamentu.

Indice Biblioteca Progetto Leopardi

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011