![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
Edizione di riferimento:
Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Riccardo Ricciardi, Milano-Napoli 1960, tomo II.
«La Giostra, alla quale per discrezione bibliografica viene qui mantenuto il titolo alquanto equivoco attribuitole dall'editore sul fondamento del terzo verso (a questa stregua, i due primi non suggeriscono piuttosto Battaglia o Combattimento?), è conservato, in mezzo a laude di Jacopone o a lui ascritte, da un codice francescano delle Marche centrali (un'altra sua parte contiene la lettera d'un vicario del convento di Macerata al provinciale della Marca Anconitana nel 1341). La lingua allude fermamente alla stessa topografia; e per l'origine francescana parla forse il fatto che lo stesso tema apocalittico e agostiniano delle due città è trattato in volgare dal frate minore Giacomino da Verona. Più dubbia è la data, ma ci si può trovare ancora benissimo entro i confini del secolo XIII (lasciando stare naturalmente le fantasie dello Spadoni nientemeno che su fra Pacifico rex versuum, o l'insinuazione del Pèrcopo e dello stesso Spadoni sul notaio maceratese Gentile di Jacopo di Aimerico, attivo nel 1287-8 e definito «poeta novus»): diciamo che il gusto del poemetto, anche se eventualmente ritardatario nella lettera, è però in tutto duecentesco. E basterebbe lo schema metrico, AbAbAbAb, bccx (le maiuscole sono alessandrini piani col primo emistichio sdrucciolo, le minuscole settenari piani), che è una sorta di ricamo attorno alla quartina monorima di alessandrini di quel tipo, quale figura nei Proverbi morali già ascritti a Jacopone e di cui l'Ugolini ha ora fatto conoscere la primitiva redazione abruzzese. Ricamo con altri ingredienti, come (là sono endecasillabi) in Cielo d'Alcamo. In complesso, «figura strofica virtuosissima, certamente, ma, in sostanza, varietà della forma della ballata così detta maggiore ( ... ), qui adottata per una composizione di destinazione non coreografica ma narrativa» (De Bartholomaeis). Allo stesso tempo, la Giostra torna utile per arricchire la presenza d'una regione che qui si offre all'appello, escluso ovviamente il Castra, solo con l'arcaicissimo Sant'Alessio: restando inteso che essa culturalmente si prolunga in quel Mezzogiorno continentale che, fuori della Scuola Siciliana, è così avaro di voci poetiche sicuramente anteriori al Trecento.
Riscontri anche verbali con la Psychomachia di Prudenzio (secolo IV) sono stati addotti dal Pèrcopo (cfr. ad esempio con 193-4 «Prima petit campum ... Pugnatura Fides», con 241-2 «Exin gramineo in campo concurrere prompta Virgo Pudicitia speciosis fulget in armis»). Ma il Roediger e oltre mezzo secolo più tardi (senza conoscere, per quanto pare, il contributo di quel vecchio studioso) il De Bartholomaeis hanno rilevato che nel séguito l'autore della Giostra s'è attenuto piuttosto da vicino all'opuscolo De pugna spirituali o De conflictu vitiorum stampato fra le Sententiae o le Parabulae di san Bernardo.
Sottile nell'elaborazione generale della strofe, il versificatore è un po' più corsivo in sede prosodica; e, da parte beninteso la rima siciliana nelle sue due possibilità, é : ì (346-7 ecc.) e ó : ù (182-9 ecc.), ammette frequentissime assonanze (2-9, 154-5, 158-65 ecc. ecc.); e non è detto che risalga al precedente siciliano la consonanza di -e con -i (13-9, 386-93, 530-7, 574-5) e di -o con -u (cfr. nota a 12), tanto più rilevante quest'ultima in quanto, almeno nello stato rappresentato dal manoscritto, essa è adibita morfologicamente, per analogia degli articoli lu e lo (7, 196), a distinguere dal maschile -u il neutro -o (cfr. però spissu 172 contro -o, multu 240 e 482 contro -o 4, 330 e 373, nonché appunto la presenza della metafonesi, anche viro 104 contro questo 430, fatti tutti che tolgono la certezza circa la presenza di -o nell'originale).
Quanto alla lingua, va sùbito avvertito che la prima impressione intensamente vernacola è dovuta alla patina sovrapposta dai copisti (cfr. note a 125, 187, 213, 463, 489, e si veda il cumulo di -ne epitetici che il calcolo sillabico obbliga a sopprimere, ène 16 ecc., sone 19 ecc., fane 53 ..., contro i pochi oggettivamente garantiti). Rimosse tali sovrapposizioni (ma per casi inversi cfr. nota a 37), la koiné appare leggermente più illustre, e pur sempre abbastanza colorata, non soltanto nel lessico ma nella stessa grammatica: per restare nell'àmbito dei fatti metricamente accertati, si pensi da un lato alla 3a singolare anche in funzione di plurale, dall'altro a una modalità della metafonesi che spetta alle vocali aperte. In presenza di -i e -u, infatti, si ha la banale chiusura di é e ó (quistu e -i, ipsu, prisu e -sci, tri, succursu, sulfu, virtuusu, munti, funti, -uni ecc., notevole turre 329), ma anche quella delle aperte, poiché in 232-6 solo la pronuncia mórtu, tóstu, póstu evita la rima di ò con ù; qualcosa di analogo prova cavalieri 536 in rima con -ere / -ire. In genere spetteranno pure all'originale fatti specifici quali la palatalizzazione di s innanzi a i (scia e sciate, ypocrescia e riscia [però non costanti], sanctisscime, pesseima, confuscione [anche -gi- e -si-], curioscitate, scimphonia, prisci, e attraverso il dittongo sciete 310) e quella di negectança, esvegiate; e fatti di area più estesa quali la conservazione di j e la sostituzione a ğ del tipo toscano (-aiu, e per -sj- raione, preion, preiata ...), la persistenza dei gruppi iniziali con L (plu, flore, clama), il raddoppiamento (non ignoto al toscano, anzi al fiorentino) di -N- (inn-, innimicu) e -L- (Babillonia, palladina), e nel capitolo della declinazione l'estensione al femminile di duy, mey e soy ('sue' in quello della coniugazione i quasi regolari ày, stay (day è desumibile da dayte - 413), vay di 3a, sull'esempio di fay (cfr. nota ad Alessio 97). Finalmente, se so' trasacte 4 vale davvero, con latinismo in sostanza unico, «hanno compiuto», si avrebbe l'ausiliare essere (peraltro solitamente limitato alle 1e e 2e persone) come nell'area odierna che ancora ingloba le Marche meridionali.
È contenuta nel codice xiii. c. 98 della Nazionale di Napoli, di dove la pubblicò Erasmo Pèrcopo, nel «Propugnatore», xx (1887), P. II, 3-63. La presente edizione si fonda su una nuova proficua lettura del manoscritto (in fotografia).
Gli scritti citati di F. Roediger e di Vincenzo De Bartholomaeis si trovano rispettivamente in Rivista di Critica della Letteratura Italiana V. 1 (1888), 16-2o, e in studi medievali n. s. XV (1942), 191-206.
De duy cictade voliove dure bactalie contare,
ke sempre se combacte:
spisso se iustra ensemmore, e de ferirse e dare
multo çe so' trasacte.
Quistu ène lu anticu hodiu, lu qual fe' generare 5
Lucifer de ria parte:
ipsu le guerre suscita fay conservar lo male,
ipsu le scisme ày facte.
Ma Cristu per sua arte
factu li à gran rebellu 10
de cictà e de castellu,
como dirve conventu.
È una cictade nobele, facta da Deo verace,
de sanctitate plena,
che Yerusalem, clamase, k'è visïon de pace 15
e è stella mactutina.
Questa ène la Ecclesia, de virtute efficace
contra omne rüina;
ly cictadin che ç'abita so' cristïan sagaci
ke 'l mundu peregrina. 20
La Sapïentia fina
sì regna na sua roccha:
soy cictadin ke·ctoccha,
dàli pena e tormentu.
Questa cictade trovase ne la Sancta Scriptura 25
da Deo pronunctïata:
'n Apocalipsi legese tucta la sua mesura
da omne parte quadrata;
et Ysaya profetalo, ke sopre le soy mura
guardia fina ç'è data. 30
Questa valente guardia, ke stane in grande altura
per veder la contrata,
se vede gente armata
prender soy cictadini,
fay singnu a lu Re finu 35
ke li dia guarnementu.
È una masnada provida ke avita na roc[c]ha
cu lu Re adcompangnata;
et chy per sua malitia de ly soy amici toccha,
k'è famelia capata, 40
con vigore adsalipsili et con l'arme ly broccha
polite et arrotate:
un de lor mille cacçane et abbacte e traboccha
cum ira desfidata.
Questa s[cie]n[t]ia è data 45
da lu Re, ke ly manda,
ke sempre li commanda
ke ly occida in momentu.
'N Apocalipsi legese questa francha armatura:
loco è scripta, e notatu 50
ke·nno l'à facta li homini, la sua temperatura,
né fabru in terra natu,
ma l'altu Deu de gloria la fa forte e secura
de virtüusu statu.
Chy de virtude armase iammai non à paura 55
de negumi altru armatu;
ky de queste è adornatu
sempre vay franchamente:
de la barbara gente
non à negun paventu. 60
Queste armature clamase la Fede e la Sperança
e vera Caritate;
Iustitia e Prudentia, Fortecça e Temperança;
e fina Humilitate,
cor de Mansüetudine, spirituale Alegrança, 65
sinçera Castitate.
No [t]eni en reverentia e Desprecço e Guiltança
de vana prospertate;
et in adversitate
la Patïentia fina: 70
con essa te confina
Pace de bon talentu.
Con queste arme sanctisscime ç'è un'arma pretiosa
ke à nom la Oratïone:
lu sanctu Dessideriu, la Activa obsequïosa 75
e la Contemplatione,
ferma Perseveranç[i]a, Gelosia gratïosa,
Confessu de raione,
santa Mansüetudine e vita luminosa
de bona Conversione, 80
discreta Adflictïone
con Cel de veritate
e Longanimitate,
tucte stay inn-un conventu.
Queste arme àne spiritu, so' mastre de sgremire 85
e so' sy virtüose
ke chy con esse portase, conve·llu de morire
de plag[h]e angustïose:
perçòne lu falsu angelu ke volse superbire
abbe plag[h]e doliose, 90
et tucti soy discipuli ke lu volçe seguire
à pene tenebrose.
Cha con volge argoliose
volse senioreiare,
perçò 'l fece caschare 95
Deo in aier turbulentu.
Poy che cacçatu viddese de la summa cictade
quillu serpente anticu,
una cictade ordena de mura et de ample strade,
et menace consecu 100
tucte mal[i]ngne vitia, per le qual multi cade
in lacçu de innimicu:
omne peccatu çe abita, ne le bructe contrade
de quillu falsu amicu.
Se io viro non dico, 105
demandane Ysaya:
questa è sua diceria,
sacçelo certamente.
Questa cictade perfida ke lu innimicu ày facta,
Babillonia se clama: 110
confuscione se interpreta, cha confunde et fay macta
la gente ke 'l mundu ama.
Una famelia pesscima ne la sua roccha ày tracta,
ke tesse mala trama:
l'arrogante Superbia, ke li nuveli gracta 115
e la mente sollama;
l'altre fay sì gran cama
como io t'aio ad contare,
ke chi ne pò scanpare
be·llu tengo valente. 120
Co·la Superbia iongnese, là 've unqua ène, Elatione
et ria Cupiditate:
queste so' capitance de le Maledictione
et de omne Iniquitate.
Con esse erracompangnase false Emulatïone 125
cum Curïoscitate,
lu focu de la Invidia con grande Ambitïone
de ria prosperitate,
coperta sanctitate
de falsa Ypocrescia 130
et perfida Riscia
de la Fede tradente.
Loco stay la Avaritia cum omne Iniquitate
et Inpetu de male,
Ira, Dolu e Discordia e ficta Caritate 135
et lu Vitiu carnale,
Ebrïanga et Ingluvia, prava Crudelitate,
Mactecça sença sale,
la Inobbedientïa con falsa Humilitate:
tucte stay inn-un casale. 140
Fra queste çe so' scale
ke inver' lo infernu mena,
dove k'è focu e pena
e sulfu pucçulente.
Pecunia e Vanagloria, ke tuctu '1 mundu enpacça, 145
queste guarda la strada.
Lu lacçu con esse ordena: ky passa e chy solacça,
pochy è ke çe non cada.
Loco stay la Luxuria, ke quasi on'homo adlacça
et de bructura inpada; 150
Iullaria e Blasfernia co·le Mençongne cacça
tucte inn-una strada.
On'hom guarde la spada
ke questa gente porta,
che ad chy ne dà una bocta 155
be·llu fa gir dolente.
Loco ç'è la Iniustitia cum bructa Temperança
d'ompne cosa superchia;
indiscreta Prudentia, Accidia e Negectança
che 'nançi tempu envec[c]hia; 160
studïosa Malitia, pesscima Desperança
che ne lu infernu [(adpar)-ecchia];
le inique Dessideria, malingna Cogitança
ke le femmene specchia.
Or te adtura le rec[c]hie, 165
homo, de quisti scanti,
perçò k'è tucti quanti
de l'anticu serpente.
Or quisti so' li exerciti ke sempre se combacte
nu lor peregrinaiu. 170
L'unu è de Babillonia: per lu engannu e per l'arte
fay spissu gran dampnaiu,
ché homo né demoniané vitia de ria parte
ly pò stare in visaiu.
L'altru è de Yerosolima, ke porta arme sì facte 175
et aste de vantaiu.
Oramay ve diraio
le mortale ferute,
ke so' quete et acute
perché fer spirtualmente. 180
Quilli de Yerosolima, porta rosee bandere;
la insengna ày facta ad cruce,
e portala ne scudura e nu elmu e ne lamere
ke tucte quante luce.
Quilli de Babillonia porta bandere nigre: 185
la Superbia le adduce;
per lora insengna portace, multo forte ad vedere,
un serpente feroce.
Contra questa sy accorrece
la Humilitate dingna:
porta la sancta insengna 190
ke ly turba la mente.
Inprimamente tragese la Fede palladina
ne lu canpu ad ferire.
La Sperança seguiscela, de gran confortu plena 195
desfine a lo morire;
coltellu ad latu portase de fervente doctrina,
ke on'homo fay morire.
Trovò la Risia perfida ke con Scisma confina,
tosto la fe' fugire 200
et de morte morire
cum ferute doliose
et arme glorïose
de scriptura lucente.
Vedendo 'l capitaniu de la confusïone 205
k'era sconficta la hoste,
commandò a la Superbia ke tenda 'l pavelione
e prenda munti e coste;
la Humilitate prendere e mecterla in presione:
facçalo e no i dia soste; 210
fosse celate facçali cupe de gran raione;
poy li pona bon poste,
e pistela et ammoste
ke perda lu valore,
acçò ke lu soy honore 215
non resista nïente.
Questo quando inteselo la sancta Humilitate,
esscìo for mai vestita;
for ne lu campu adficçase, arme non g'à portate,
ma de fed' è guarnita. 220
La Superbia, vedendola cum membra desarmate,
sença frin s'è partita:
lu cavallu traportala a le fosse gelate,
tucta la·cç'à contrita.
La Humilitate ardita 225
facese innançi vacçu,
àla presa inn-un lacçu,
quella falsa tradente.
Or torna in Babillonia una nuvella ria
e de grande corruptu: 230
lu prencepu scapeliase cum tucta compangnia
del gran baron k'è mortu.
Ma anchy mone readfrancase: fay gran cavallaria,
radunala 'n un tostu;
per capitamu çe ordena Cupiditate ria; 235
per feredur ç'à postu
quillu spiritu bructu
de Fornicatïone
ke fer como un lançone
de sulfu multu ardente. 240
La vergen Pudicitia exìo for ne lu campu,
de arme tucta reluce;
le vestementa corçase, ke·nno li desse inçanpu;
fe'se singnu de cruce.
Disse: «Or m'aspecta, perfidu, che s'yo de man te scappo, 245
ka par' così feroce,
con tal catene legote, con tal grampe te adgrappo,
ke faray morte atroce;
c'a·mme incressce tua voce,
ke losenga lu core 250
et infiecça clamore
de lotam pucçulente».
Intando lu adversariu clamò li balesteri
con moschecte de focu,
con gavallocte et arcora armati cavaleri, 255
et adpressòse un pocu.
Tante sagecte mandali, par pur un nuveleri
che occupa omne locu;
la tarça in bracçu ruppeli, fessela in tri terçeri
e feceli un tal iocu 260
ke, facta como focu
de ferute scaldata,
grida per la contrada
succursu da la gente.
Intendendo la guardia de l'abitaiu sanctu 265
perire un cicthadinu,
a lu Re tosto vaysene, diceli cum gran plantu:
«Sere, de pietà plinu,
io so' Misericordia, ke guardo da omne cantu
le strade e lu caminu. 270
Bene li nostri prendese, set non vay esso quanto
lu toy cavaler finu,
ke li mene un runcçinu,
[o] voli un bon destreru,
ke 'l nostru cavaleru 275
campe de focu ardente».
Quando 'l Sengnor entendelo, tosto fece clamare
lu Timore advidutu;
un bon destreru donali, ke li debia menare
per succursu et adiutu: 280
dialu a la Pudicitia, facçala cavalcare
per camin cautu e tutu;
quistu è lu Dessideriu, ke fay ben camminare
chy da lui è possedutu.
Poy li fo provedutu 285
de cavaler' de affectu,
Abstinentia e Defectu,
mandati incontenente.
Con grande pressça partese adlora lu Timore:
non çe fege intervallu; 290
menò lu Dessideriu, destrer de gran valore:
su·cçe puse ad cavallu
la munda Pudicitia, plu aulente che flore,
plu bella che cristallu.
Campala da lu perfidu ke bructu è per sengnore 295
e bructu per vassallu:
plu pute ke lu stallu.
lu albergu do' che posa,
troppo fetente cosa
è chunqua li consente. 300
Et quando ad fugir mectese, non sappe caminare,
scuntròse inn-un castellu:
ché la Concupiscentia çe stava per piliare
quillu k'è soy rebellu,
çoè la Pudicitia, ke·sse credia scanpare 305
da lu soy adguaytu fellu.
Lu Timor tuctu tremula, ka non potia schifare
o ferute o flagellu.
«Sore, » disse, «io me adpello
set contempte ne sciete, 310
cha dura fame e sete
par che tucti ne adlente».
Respuse l'Astinentia: «Tu parle mactamente,
homo senga coraiu,
ch'yo lu faraio reddere quistu castel potente: 315
le espese li torraio.
Poy che·dde victüalia no ne adverà niente,
tostu lu prenderaio».
Lu Defectu respuseli «Et io sone or na mente,
tucte sollamaraio; 320
et sì·mme fideraio
nu Dessideriu francu,
ke·nnon me verrà mancu
perseverant [e] mente».
Lu Timore readfrancase, gran bactalia li à data 325
tuctu dì e tucta nocte.
La victúalia tolieli, l'arme sì li è mancate,
tosto li dè le porte.
Le mura in terra gectali, le turre ày sollamate,
che era multo forte; 330
tucta de focu. adbrusiala, la gente ly adunata,
k'era dingna de morte.
Poy che abbe cotal sorte
de victoria complita,
tucta s'è resbaldita 335
la compangnia valente.
poy fuge la PudiçItia In un destreru ad desdossu,
ad sporuni bactutu,
ca lu Timor la stimula, tuctu ly trema on'ossu
ke·nnon scia rassalutu. 340
Ma duy canfguni ionselu, Tristitia e Remorsu,
e despera 'l de adiutu:
issu co[n] sua malitia 'n un desperatu fossu
sì l'ày factu cadutu.
La guardia l'ày vedutu 345
ke en preion se mena:
prega lu Re, e non fina,
ke çe mande sua gente.
Intando lu Re levase, e clama ly baruni
et fay un gran consiliu: 350
«Chy adiudare se arres[e]cha ly nostri comparignuni
ke-sse mena ad despreiu?
Quale ve par ch'yo mandece che scanpe li preiuni,
e chy ve par lo meliu?»
Respuse la Letitia, che à penne de paguni 355
e cor sença fastiiu:
«Mesere, io lu Te piliu,
lu falsu tradetore
ke·nne enganna 'l Timore
per grande tradementu. 360
Spiritu de Tristitia sì fo lu engannatore,
nu Timor male mise.
Tanta li mise Accidia conscïentia de errore,
per desperatu 'l prese.
Ma la mia spada lucida, pur co lu soy splendore, 365
multe castella prese;
et essciolie e fay liberu omne soy amatore,
tanto è dolçe e cortese».
Et de lu soy pagese
omne cresta ammuriata, 370
la Letitia preiata
fay gire ad perdementu.
A lu Re multo piacqueLi ke la Letitia gesse
ad far questa anbassciata,
ke tucti Soy adversarii ad morte sconfigesse 375
cum sua lucente spada,
et ly preiun che liberi tucti quanti sciolgesse
e remecta·i na strada,
et che consecu menese, quando se departesse,
una fida masnada, 380
ke scia sì adcompangnata
ke defender se posça
da quilli ke la sforça
cum bructu adsalimentu.
Vaysene la Letitia de arme lucente armata, 385
cum soy fresche bandere:
su·nne la ensengna portace la cruce, desingnata
de cimque rosce spere.
Da omne cantu circundala gente tucta capata
de franchy cavaleri, 390
çoè la Patïentia, Humilitate innata,
circumspectu Savere
et duy fin bactalieri,
Temperança discreta
e Prudentia ke veta 395
omne reu tractamentu.
Poy ionse lu adversariu, la Letitia valente
trasse manu a la spada,
et dè un gulpu a Tristitia cum sua spada taliente
ke tucta par ke rada: 400
l'elmo adruynatu ruppeli e lu scudu pennente;
cadde morta na strada.
Loco la Accidia stràngula cum corda de enterdente
ke essa advia filata.
Vedendo la masnada, 405
quisti forti canfguni
lassò tucti preiuni,
fugìu cum gran paventu.
Intando in Babillonia un gran consiliu è factu
de li preiun scanpati, 410
fra li quali unu arengaçe, et disse: «Io ve 'n sto in pactu,
k'yo li v'ermen legati.
Dayteme la Pigritia, e darim schacchu mactu
a ly nostri hodïati ».
Questa è Ypocresia pesscima, ke vive pur de raptu, 415
ke tal consiliu ày datu:
ad ço se so' adcordati
populu et ançïani.
Or se parte ly kany
ad far lu tradimentu. 420
Le vestementa mutase la bructa Ypocrescia,
e a Pigritia se adlata.
Porta in capu la coppula e in man la scimphonia,
la insengna ày tramutata.
Homin de pace simula, e par che quilli scia, 425
ed a la cicthà ornata,
per ly scanpati iongnere, corria quanto potia
per semita cortata.
Ma la guardia esvegiata
tucto questo vedia, 430
lu Iudece fo spia
de quistu fallementu.
Intando Spene partese, menòse la Raione
ke la advia ly ensengnava;
a lu Timore adiongese, fayli gran reprehensione 435
ke tanto exasperava.
Disseli: «Mactu e improvidu, lu nostru compangnone
per te se desperava,
ka sença sella menalu de Circumspectïone,
e ià se trabocchava». 440
La Prudentia çe stava,
disseli l'avisança
ke per sua disfidança
multi va in perdimentu.
Adlor la Temperança lu Dessideriu infrena 445
co·la Discretione,
et la Prudentia insellalu cum una çengna fina
de Circumspectïone:
per pectorale donali Fortecça palladina
plu francha ke leone. 450
Lu Dessideriu impusece l'Anima cecthadina
'nfra l'unu e l'altru arçone,
singnificatïone
de duy penser beati,
çoè de mal passati 455
e de futur' paventu.
La staffa ricta donali quella ke 'l core adfina,
çoè la Humilitate;
la çancha tostu acconçali la Patientia fina
in omne adversitate; 460
ly duy spuruni mecteli Temore e Spen[e] pina
de gratia e veretate.
Disse la Temperança: «Or non pellima adgina,
ma gim cum gravitate».
Le retene ày piliate, 465
et fece via ennascosta,
da la Prudentia docta
de saviu scaltrimentu.
Quando le guardie sentelo, ke vennero a la porta,
disse: «Non ve adpressete, 470
cha par che sciate insidie. Faceste via ennascosta,
tucte pallede sete».
La Raione respuseli per ly compangni adlocta:
«Guardie mey, ben dicete.
Dicate a la Iustitia cha·mme so' quasi morta 475
de fame e de gran sete.
Et vuy ben congnosscete
ke yo so' sua parente:
iatece incontenente,
cha stactima in paventu». 480
La Veritate è guardia de questa roccha bella,
la quale è multu adcorta:
ieusene a la Iustitia, disseli la nuvella
k'era ionta a la porta.
Incontenente aperseli, fe' posar da la sella, 485
k'era venuta ad rosta,
l'Anima multo tenera dèli una aulente cel[l]a
ke d'aulor la conforta.
Ma la Insidia se mostra
ne la palese strada, 490
la roccha adsediata
cum male intendementu.
Ma ne lu primu introytu ke fe' ne lu castellu
la compangnia preiata,
sì venne la lustitia cum soy sanctu troppellu, 495
cum tucti s'è adbracçata.
A la Raione adpressase, deoli lu soy mantellu,
pace in boccha ly ày data;
un gran convitu feceli, de quil sanctu morsellu
ke se usa na contrada; 500
et àla confortata
ke·nnon aia paura:
lu castellu è in altura,
non teme adsediamentu.
Ma lu Timor sollicitu, ke sempremay à 505
cura de la sua compangnia,
respuse a la lustitia: «Io aio gran paura
ke io prisu non scia,
cha·nnon ç'è victüalia; de funti e de rosura
çe vegio karisstia». 510
La Iustitia respuseli: « Pan de orgio e fava dura
poco se trovaria.
Perçò na corte mia
stay pochy cavaleri;
l'acqua co·li beccheri 515
se parte inn-un conventu.»
Or[a] vidissci plangere e duru scapeliare
ke fagia lu Temore!
Tantu era de pocu animu ke-nnon credia scanpare
fin demanu in aurora. 520
Multo represe l'Anima de lo soy scavalcare
ke fe' del corredore:
« Set sim colti in adsediu, no adverim da mançare,
serim prisci ad remore ».
Quasi ly venia in core 525
de blasmar la Sperança,
ke per sua raffidança
fosse tal turbamentu.
Adlora la Sperança sì ly puse mensura
ne lu soy sbaguctire; 530
co la sancta Prudentia, de consiliu secura,
questo comença ad dire:
«Non say, Timore improvidu, ke lu Deu ke·nn'à cura
non ne lapsa perire,
et adbacte omne exercitu cum sua francha armatura 535
e franchi cavaleri?
Anchy te fo savere
ke 'l pan, ke poco pare,
farà multiplicare
ad gran satïamentu». 540
Lu Timore respuseli, disse: « Chy çe mo gia
per dicerlo al Re forte,
ka denturnu s'assedia, sede ensidie na via,
et è la obscura nocte? »
Respuse la Iustitia, e a lu Timor dicia: 545
«Prego non çe sconforte,
cha un correru sanctisscimu, meliore ke sagicta,
ayo ne la mia corte,
et sa far vie nascoste.
Questa è la Oratïone, 550
ke plu che un[u] falchone
vola nu firmamentu».
Ma la savia Prudentia sì li dè admastramentu
'nanti ke·sse partesse:
che per compangni[a] menese l'umele Pensamentu, 555
poy davanti Deo yesse
et, como era, per ordine lu loro adsediamentu
tuctu li desponesse,
cum gran mansüetudine e cum pietusu plantu
loro statu I dicesse; 560
et se lu Re volesse
guarnementu mandare,
ver' lore adnunctïare
non desse tardamentu.
La Oratïone vaysene, tucta hoste ày trapassata, 565
na mecça nocte è jonta:
cum gran gridore sonace a la porta serrata,
e sempre plu se adpronta.
Lu Re de celu intesela, dentro l'ày facta intrata:
quella tucto ly conta 570
co ly occhy pin de lacreme, iacendo inienoc[c]hiata
co la terra conionta.
Dice: «Ser, or me adscolta.
Pregote ke Te incline
a li Toy pellegrini; 575
manna bon guarnementu».
Quella medesma lacrema dicendo spisseiava
con essa Humilitate.
Lu Re pin[u] de gratia cum dolçor S'inclinava
e fontal pïetate. 580
Tostamente lu exercitu devanti Lu[i] clamava
de Soy franche masnade;
dicia: «Chy se·cçe arres[e]cha, contra la gente prava
de Nostra inimistade?»
Disse la Caritate: 585
«Mesere, me çe manda».
E lu Re disse: «Or çe anda,
cha tu·Mme stay in talentu».
La Oratïone partese, e tantu gaudiu advia,
no lo porria cuntare; 590
et tosto innançi misese ad quella compangnia
ke 'l Re fece adprestare.
Ad sua dompna Iustitia e tucta baronia
tucto ly abbe ad contare,
ke Caritate vensene cum sua cavallaria: 595
on'horn feçe alegrare.
Fra questo audì boctare
lu scuderu a la porta,
ke sempre vay ad costa
de Caritate adtentu. 600
Quando le porte aprese ad quella palladina
ke à nom la Caritate,
on'hom in unu adunase: davanti li·sse inclina
cum grande humilitate.
Denançi ad quella nobele lu Gaudiu ly camina, 605
ke gaude in veritate;
de la dextra compàngnia, quella d'ompne ben piena
che à nom la Bonitate;
la Mangnanimitate
da la sinixtra vene; 610
nu apostol se contene
l'altru soy seguimentu.
Tamanta la letitia ne lu castellu è facta,
e tamanti fanuni,
che lu malvasiu exercitu de lo fugirse tracta, 615
tucti so' in confugioni.
La Caritate armase d'asbergu et elmu et asta,
tray for ly confaluni;
ver' ly innimici lançase, cum soy troppel se adfracta,
e vay como leiuni. 620
Valle, munti et andruni
de sconficti ày arrenpliti,
tucti so' morti e giti
nu eternal perdimentu.
Poy na cictade trovase çaschun bon cictadinu 625
de la cictade sancta,
lei lauda e reïngratia lu Re sovranu e finu,
se[m]pre de Luy se vanta.
Solu ad Deu redde gloria e honore cum cor plinu,
sempre alleluia canta, 630
ke ly à tracti de angustia e de infernal caminu
e de dolia e de pianta.
Et nuy certe ad cotanta
lauda ce adcompangnima,
e sempre Deo laudima 635
sença refreddamentu.
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()