Anonimo

ELEGIA GIUDEO-ITALIANA

traduzione in italiano moderno di Giuseppe Bonghi

Edizione di riferimento

Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Riccardo Ricciardi editore, Milano-Napoli 1960, 2 voll.

 

È quella che, se fosse in ebraico, si chiamerebbe una Kina, cioè un'elegia cantata durante il digiuno del giorno nove del mese di Ab; e i codici la dicono composta sul motivo di Tissather le-allem, che è appunto l'inizio d'un testo di questo tipo. Ma non ne è desunta solo l'aria bensì anche il metro, assolutamente abnorme da ogni uso italiano: terzine monorime (e in 22-4 la rima si fa assonanza) di versi con numero di sillabe variabile, costante essendo solo la presenza di quattro accenti (e il quarto può anche essere l'accento secondario d'un polisillabo, ovvero cadere su una proclitica). La lingua è la koinè giudaica dell'Italia mediana, il cui centro direttivo è Roma: koinè in cui sono redatte particolarmente traduzioni, ancora malnote, della Bibbia, che sembrano risalire a una tradizione duecentesca. Il Cassuto, ritrovando stilemi comuni alla Kina volgare e al Sant'Alessio da una parte (cfr., per un esempio tra molti, 12 con Alessio 131), alla Kina e al pure marchigiano Pianto delle Marie d'altra parte, ha addirittura creduto di poter specificare nelle Marche, e s'intendano le Marche meridionali, la patria del nostro componimento. Ma avverte egli stesso che la lingua in quanto tale sfugge a una precisa localizzazione

 

 

La ienti de Sïòn plange e lutta;

dice: «Taupina, male so' condutta

em manu de lo nemicu ke m'ao strutta ».

 

La notti e la die sta plorando,

li soi grandezi remembrando,

e mo pe lo mundu vao gattivandu.

 

Sopre onni ienti foi 'nalzata

e d'onni emperio adornata,

da Deo santo k'era amata.

 

E li signori da onni canto

gìanu ad offeriri a lo templo santo,

de lo grandi onori k’avea tanto.

 

Li figlie de Israel erano adornati

de sicerdoti e liviti avantati,

e d'onni ienti foro 'mmedïati.

 

Li nostri patri male pinzaru,

ke contra Deo revillaru:

lu beni ke li fici no remembraro.

 

Pi quisto Deu li foi adirato,

e d'emperiu loro foi caczato,

ka lo Soo nome àbbero scordatu.

 

Sopre isse mandao sì grandi osti,

ki foi sì dura e ·ssì forti

ke roppe mura e 'nfranzi porti.

 

Guai, quanta ienti foi mecïata,

ke tutta la terra gia ensanguinentata!

oi, Sïon, ke si' desfigliata!

 

Lo tempio santo àbbero desirtato,

ke 'n grandi onori foi 'deficato,

e foco da celo l'abbe afflambato.

 

Sprecaro torri e grandi palaza,

e lo bando gia pe onni plaza:

«Fi' a fonnamento si desfacza! ».

 

Vidisi donni là desfare

e ientili omeni de grandi affari,

ke 'n nulla guisa si no pòi recitare.

 

E·ttri navi misero pi mare

çença rimo (entenda ki s'aiutare!),

e tutti a mare se prisero iettare.

 

Altri ne vinnéro d'onne canto,

tutti çença non dere per quanto:

oi, ke farai, popolo santo?

 

E li leviti e li sacerdoti

como bestiaglia foro venduti

e 'nfra l'altra iente poi sperduti.

 

Tanto era dura loro signoria,

la notte prega ·dDio ke forsi dia,

la dia la notti, tanto scuria.

 

Ki bole aodire gran crudeletate

ke addevenni de sore e frate,

ki 'n quilla ora foro gattivati?

 

Ne la prisa foro devisati:

ki abbe la soro e·cki lo frate;

e 'n gattivanza foro menati.

 

Lo signore de la soro, mecïaro,

l'abbe venduta ad uno tavernaro,

ké de lo vino là l'embrïaro.

 

E lo frate fue tradato

ad una puttana pi peccato:

oi, popolo santo, male si' guidato!

 

Venni una ora ke s'adunaro

quilla puttana e lo tavernaro,

e l'una e l'altro lo recitaro.

 

«Una donna aiu, bella quanto rosa,

bene crido k'è ienti cosa,

de la ienti trista e dolorosa».

 

Quilla respundi k' «Io aio uno 'nfanti,

ked è sì ienti ed avenanti,

plo ki la stilla da livanti ».

 

In quisto pinzaro parenteze

a fari e li loro figli asserventari

e bennerelli pe guadagnare.

 

Foro coniunti ad una caminata:

la donna da canto è svïata;

dece: «Trista, male foi nata!

 

De secerdoti io foi figliola,

signuri de lie e·dde scola:

e ·mmo cu uno servo stao sola ».

 

Così lo 'nfanti stava da canto:

facia lamento e grandi planto,

ka «Foi figlio d'uno omo santo.

 

Mo so' adunato c'una sergente,

né ·dde mia lie né-dde mia iente:

como faraio, tristo dolente?»

 

En quillo planto s'àbbero aoduti,

e l'uno e l'altro conosciuti:

«Soro e frati, ovi simo venuti?».

 

E l'uno e l'altro se abbraczaro,

e con grandi planto lamentaro,

fi' ke moriro e pasmaro.

 

Quista crudeli ki aodisse,

ki grandi cordoglio no li prindisse

e grande lamento no ne facisse.

 

Ki pòi contare l'altri tormenti,

ke spisso spisso so' convenenti,

plo dori ke flambi ardenti?

 

Santo Dio nostro Signore,

retorn' a reto lo Too forore,

e no guardari a noi piccadori.

 

Pe lo Too nome santo e binditto,

lo nostro core aiusta a·dderitto,

ke Te sirvamo in fatto e 'n ditto.

 

E remembra la prima amanza,

e trai noi de quista gattivanza,

de quista tenebri e scuranza.

 

E lo nemico k'è tanto avantato,

ne lo Too furori sia deiettato,

da canto en canto desertato.

 

E cetto facza como ao fatto,

e sia strutto e·ddesfatto,

ka fao rumpere la lie e lo patto.

 

E deriza stradi 'n onni canto,

ad adunare en quillo santo

quillo popolo k'amasti tanto.

 

E lo santo templo k'è deguastato,

de la Toa mano sia 'defecato,

lo Too prufeta come ao profetïato.

 

Leviti e secerdoti e tutta ienti

entro Sïòn stare gaoiente,

lo santo Too nome bendicenti.

 

 

 

 

 

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120

La gente di Sion piange e geme;

dice: «Tapina, per mia sventura son caduta

nelle mani del nemico che mi ha distrutta».

 

La notte e il giorno sta piangendo,

ricordando le sue grandezze

ed ora per il mondo vive in schiavitù.

 

Sempre fu innalzata sopra ogni gente

e adornata di ogni impero,

da Dio Santo da cui era amata.

 

E i potenti da ogni luogo

andavano a portare offerte al tempio santo,

tanto grandi erano gli onori che aveva.

 

I figli di Israele erano adornati

lodati da sacerdoti e leviti,

e furono invidiati da tutti.

 

I nostri padri pensarono male,

perché contro Dio si ribellarono:

il bene che fece loro non ricordarono.

 

Per questo Dio si adirò contro di loro,

e Israel fu cacciato dal suo regno

perché aveva scordato il Suo nome.

 

Contro di lui mandò un così grande nemico

che fu così crudele e così forte

che abbattè le mura e scardinò le porte.

 

Ahimè, quanta gente fu uccisa,

come era insanguinata tutta la terra!

ahimè, Sion, di quanti figli ti hanno privata!

 

Hanno rovinato il santo tempio

che fu edificato con grandi onori

e un fuoco dal cielo l’ha incendiato.

 

Abbatterono torri e grandi palazzi

e il bando andava in ogni piazza:

«Si spiani fin dalle fondamenta!»

 

Là si videro uccidere donne

e gentiluomini di grande importanza,

 che in nessun modo si può raccontare.

 

E tre navi misero in mare

senza remi (coi quali potersi aiutare)

e tutti cominciarono a gettarsi nel mare.

 

Altri giunsero da ogni dove,

tutti senza poter dire qualcosa:

ahimè, che farai, popolo santo?

 

E i leviti e i sacerdoti

come bestiame furono venduti

e poi sperduti fra gente straniera.

 

Tanto era dura la loro schiavitù

che prega Dio che la notte diventasse giorno

e il giorno la notte, tanto s’oscurava.

 

Chi vuole ascoltare  la sorte crudele

che capitò a un fratello e a una sorella

che in quell’ora furono fatti prigionieri?

 

Nella cattura furono divisi:

chi ebbe la sorella e chi ebbe il fratello

e in schiavitù furono menati.

 

Il padrone della sorella, masnadiero,

la vendette a un taverniere,

in cambio di vino con cui si ubriacò.

 

Il fratello fu ceduto

a una puttana come pagamento:

o popolo santo, come sei sciagurato.

 

Arrivò un momento in cui si riunirono

la puttana e il taverniere

e l’uno e l’altro raccontarono il fatto.

 

«Ho una donna, bella come una rosa

che credo ben che sia di stirpe nobile,

appartenente alla gente triste e dolorosa».

 

Quella rispose «Io ho un fanciullo

che è molto gentile e avvenente

più della stella del mattino».

 

Intanto pensarono a legarli in matrimonio

e tenere schiavi i loro figli

e venderli per guadagnare.

 

furono messi insieme in una camera:

La donna s’è isolata in un angolo;

dice: «Povera me, son nata sventurata!

 

Io fui figlia di sacerdoti,

signori di legge e di scuola:

e adesso sto sola con un servo».

 

Anche il ragazzo stava in un canto:

si lamentava e piangeva molto,

e diceva «Fui figlio d’un sant’uomo.

 

Ora sto in compagnia d’una serva,

che non è della mia religione né

della mia gente, come farò, povero me?»

 

In quel pianto si udirono (si riconobbero)

e l’un l’altro si riconobbero:

«Sorella e fratello, dove siamo arrivati?».

 

E l’un l’altro si abbracciarono,

e si lamentarono con un lungo pianto,

finché morirono e persero i sensi.

 

Chi ascolta questo racconto

è preso da grande cordoglio

e prorompe in un lungo lamento.

 

Chi potrebbe raccontare gli altri tormenti,

che molto spesso accadono

più dolorosi di fiamme ardenti?

 

Santo Dio nostro Signore,

distogli da noi il tuo furore,

e non guardare noi peccatori.

 

Per il tuo nome santo e benedetto,

riporta il nostro cuore sulla retta via

perché ti serviremo coi fatti e le parole.

 

E ricorda Gerusalemme il tuo primo amore

e trai noi fuori da questa schiavitù,

da questa tenebra e oscurità.

 

E il nemicoche è tanto lodato,

nel Tuo furore sia abbassato

dovunque sia distrutto.

 

E presto gli si faccia quel ch’ha fatto agli altri,

e sia distrutto e disfatto,

perché ha fatto rompere la legge e il patto.

 

e fai accorrere da ogni luogo

a radunarsi nel santo tempio

quel popolo che tanto hai amato.

 

E il santo tempio che è distrutto

sia edificato dalla Tua mano

come ha profetizzato il tuo profeta.

 

Leviti, sacerdoti e tutta la gente

possano stare felici in Sion

benedicendo il Tuo santo nome.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011