I PRIMI BOLOGNESI

CHE SCRISSERO VERSI ITALIANI

MEMORIE STORICO-LETTERARIE

E SAGGI POETICI

RACCOLTI DA

Salvatore Muzzi

Edizione di riferimento:

I primi bolognesi che scrissero versi italiani, Memorie storico-letterarie e saggi poetici raccolti da Salvatore Muzzi, Torino tip. di Giulio Speirani e figli, 1863

I primi Bolognesi che scrissero versi italiani

Quel miracolo d’uomo che fu Dante Alighieri, nel Libro del Volgare Eloquio e nella Divina Commedia fece molta lode di alcuni poeti bolognesi che scrissero nobilmente in quella lingua italiana, la quale era parlata dai dotti senza che avesse però una letteratura. Il Perticari ne fa pure le lodi nel suo Libro dei Trecentisti e nell’altro dell’Amor patrio di Dante; ma nè Dante nè il Perticari porsero intere le notizie dei nove bolognesi che furono in voce di poeti nel primissimo secolo della nuova lingua d’Italia. Il perchè io mi credo di non fare inutile e dispregiata fatica raccogliendone qui gli appunti storici ed alcun saggio poetico, parendomi che non si possa tessere una perfetta narrazione de’ primordi della lingua nostra se non vi ha chi raccolga le notizie speciali di coloro che la coltivarono con frutto nei varii luoghi della Penisola e della Sicilia; come non si avrà un’ intera storia civile dell’Italia ne’ bassi tempi, senza rovistarla negli archivi delle città, e trarla fuori dalle ordinanze e dalle provisioni de’ Municipi. Per ciò adunque che riguarda i nove poeti di Bologna, che dettarono versi italiani negli esordi della lingua nostra, ho qui raccolto con pazientissima diligenza quanto ne concerne la vita e gli scritti, affinchè non durino questa fatica coloro che avessero vaghezza di dettare una storia ben compiuta e bene ordinata dell’italiana letteratura.

E detto comunemente che i Bolognesi, i quali scrissero da principio il bel volgare, adoperarono una migliore favella di quella usata dai Siciliani e dai Romagnoli, che li precedettero. Vuolsi però primamente avvisare che questa sentenza non è di Dante, siccome alcuni vanno predicando, ma ch’egli narra d’averla udita da altri: e solamente aggiunge che quella forse non era mala opinione. Ma poi da quella dubbiezza a un tratto si discioglie, e conchiude che il parlar comune de’ Bolognesi non era illustre, e che i grandi dottori e gli uomini di piena intelligenza nelle cose volgari usavano parole al tutto diverse da quelle del minuto popolo bolognese. Da queste frasi è manifesto che il linguaggio de’ Bolognesi nei giorni di Dante era in sì grande pregio non per le mozze parole delle fantesche e de’ servi, ma per quelle che s’adoperavano in quel concilio nobilissimo d’Italiani maestri, che detto era Università. A questa convenivano ben diecimila discepoli, che da que’ sapienti apprendevano non pur le scienze ma le più elette e sincere voci, e sparsi quindi per la città fra i cavalieri e le gentildonne, vi diffondevano un bel costume di polita favella; onde per opera di costoro nel principio del trecento Bologna fra le città d’Italia teneva quel luogo, che nel dugento occupato aveano Palermo e Napoli per le corti leggiadre di Manfredi e di Federigo. Ed ecco manifesta la verità di quel dettato di Dante, col quale asserisce che il parlar gentile sempre siede colà dove pongono loro stanza gli spiriti più gentili. E senza dubbio ve n’aveano di molti in Bologna, dove allora teneva seggio il vero fiore d’ogni dottrina. Nè la lingua poteva in migliore luogo gittare ogni abito selvaggio; o, come disse l’Ariosto, traggersi fuor del volgare uso tetro: imperciocchè tanti maestri e tanti discepoli convenendo in un solo luogo da tutte le parti d’Italia, tutti i nostri dialetti mescolavansi in un medesimo campo; e que’ molti sapienti potevano più d’ogni altro sceverare il buono dal tristo, e dal buono raccogliere l’ottimo: i giovani parlare non secondo l’andazzo del volgo ma secondo il consiglio e l’esempio dei filosofi e de’ prudenti: la materna lingua farsi più bella e a un tempo medesimo più comune; e venirne lode a Bologna, non già come a patria dei soli Bolognesi, ma come a sede d’ogni studio, anzi a nobilissimo domicilio dell’italiana sapienza.

Considerando questi fatti, sarà manifesta la ragione per la quale Lorenzo De’ Medici, se non meglio Angelo Poliziano, all’uso de’ migliori filosofi, seguendo il vero più che l’affetto, spogliò la sua patria d’una grande pompa, e ne fece lieta Bologna, dicendo che il bolognese Guido Guinicelli certamente fu il primo da cui la bella forma del nostro idioma fu dolcemente colorita; la quale appena da quel rozzo Guidone era stata adombrata. E quest’illustre scrittor toscano, il quale disse un Bolognese essere stato il primo a colorire la forma della favella, non era egli già nè un Ghibellino nè un esule nè un traditore della bella Firenze, ma quegli che di lei sì altamente scrisse, che non dubitò affermare che la greca dottrina, morta fra’ Greci rivisse fra i popoli di Toscana, ed ivi per tal guisa fiorì, che Atene non parve già occupata da barbari e fatta polvere, ma spontaneamente divelta dal loco suo, con tutte le sue dovizie, e fuggita e trapiantata lung’Arno, e quivi con novello e soavissimo nome appellata Firenze. Così il forbito Poliziano vedendo i Fiorentini in una tanta ricchezza, stimava bene ch’ei si mostrassero generosi, e che paghi della loro gloria, non gissero ad accattare l’altrui.

Egli è certo che Guido Guinicelli fu di tanto valor letterario che Dante nel 26° del Purgatorio lo salutò maestro suo di quanti mai furono i migliori che rime d’amor usâr dolci e leggiadre. E nel Libro del volgare Eloquio lo disse massimo: del qual titolo nè può darsi il più alto, nè fu mai da Dante onorato alcun uomo. Duolci che le opere d’un tanto scrittore siano andate in molta parte smarrite, con grave danno alla storia della lingua, e che quel poco che ne rimane sia bruttamente sformato e lacero per l’ignoranza de’ copiatori; cosicchè per la scarsa diligenza de’ posteri non s’è adempiuto l’augurio col quale Dante consolò il Guinicelli, dicendogli che i dolci detti di lui avrebbero fatto chiari gl’inchiostri, per quanto durerebbe l’uso moderno, cioè l’uso dell’italica lingua. Quest’uso ancor dura, ma que’ dolci detti più non si ascoltano.

Nè credasi che l’Alighieri chiamasse il poeta da Bologna col nome di Padre per basso consiglio di adulazione, perchè nè i morti si adulano, nè così abbietta voglia poteva entrare nel sacro petto di Dante. Credasi piuttosto che tale il chiamasse, perocchè l’ebbe in sì alto pregio, ch’ei si fu fatto imitatore del grave stile di lui. E se più versi del Guinicelli ci fossero rimasti, più scopriremmo di quelle parti che lo fecero meraviglioso ad un tant’uomo quanto fu Dante; il quale è manifesto, anche dai pochi versi che di Guido ci rimasero, come il tenesse in estimazione e come l’imitasse. — Ma bastino pel Guinicelli così antichi e venerabili testimoni; e conchiudiamo che costui, il quale dal Poliziano fu detto il Primo e dell’Alighieri il Massimo, tenne la signoria dell’italica lingua mentre la gloria de’ Siciliani giva mancando e quella de’ Toscani non era ancor nata.

Nulla diremo degli altri ducentisti bolognesi Guido Ghisilieri e Fabrizio Lambertazzi, che dallo stessa Dante furono assai lodati, e detti scrittori del tragico stile, dottori illustri e pieni d’intelligenza nelle cose volgari: ma solo vogliamo che si sappia come Onesto da Bologna, cui Dante pose quarto fra cotanta eleganza, fu l’inventore del decasillabo italiano; la quale condizione notata venne la prima volta dal Perticari, e non fu disdetta da nessuno, anzi si trova confermata dall’ autorevole Nannucci nel Manuale della letteratura del primo secolo della lingua d’Italia. Questo riferiamo, affinchè sia dato il merito a cui si deve, e perchè gl’Italiani non ignorino i primi autori de’ poetici numeri.

Ci basti poi il nominare Ser Bernardo da Bologna, vivuto ai giorni di Guido Cavalcanti; la Giovanna Bianchetti, che dopo la Nina siciliana fu la più antica delle rimatrici volgari; Ranieri de’ Samaritani, che vide probabilmente la corte di Federigo, e che, per sentenza del Redi, scrisse frottole misteriose, forse perchè Bologna ancora avesse il suo Pataffio; e Messer Semprebene, che l’erudito Sarti crede fiorisse nel 1226: per cui ritiene la poesia italiana aver avuto in Bologna un’origine assai più alta che dagli storici non si sospetta. E comchè i versi di lui debbano essere alquanto orridi per quella tanta vecchiezza, pure non ci soffre l’anima nel vederli così malconci e deformi, come il Crescimbeni li pubblicò ne’ libri della Volgare poesia, per cui le parole del poeta paiono gl’intrichi della Sfinge.

Però se i versi di questo Semprebene sono assai spesso offesi da parole e da forme troppo antiche, vedremo accostarsi meglio ai segni dell’eleganza quelli che si scrissero in sullo scorcio del secolo: fra’ quali tiene un nobilissimo luogo il bel Trattato di virtù del filosofo e cancellier bolognese Graziolo Bambagiuoli. Questo poeta, toltosi dalla schiera de’ cantori delle donne, si volse a morali subbietti, e fece servire i suoi versi a giovamento del popolo e della repubblica sociale.

Ma tempo è omai di venir a dire paratamente de’ poeti bolognesi prenominati, traendone le notizie dai migliori critici e le rime dai migliori filologi; dando fra i primi la preminenza al Fantuzzi, accurato storiografo della felsinea letteratura, e fra i secondi al Nannucci, al Muratori ed al Cavedoni, che si studiarono a tutta possa di ridurre le antiche rime alla più vera lezione.

GUIDO GUINICELLI

Quest’insigne Bolognese, che l’autorevole Nannucci non si peritò di chiamar padre dell’italica letteratura, fu il massimo fra i poeti che prima di Dante scrissero in lingua volgare. Oscure e vaghe son le notizie della sua vita: però sappiamo ch’ei fu nipote d’un tal Magnano che apparteneva al Consiglio di Credenza l’anno 1234, ed era figliuolo di Guinicello, che aveva parte negli affari della città, come recano gli atti pubblici del 1246 e del 1257. Esso Guinicello fu dell’ordine dei nobili, giudice e giurisperito, ma non dottore di leggi. Andò Podestà a Narni per tutto l’anno 1266, e viveva ancora nel 1275, ma vecchio e mentecatto: per la qual cosa il nostro Guido co’ fratelli Giacomo ed Uberto, attesa l’incapacità del padre, eseguivano a questo tempo ogni pubblico contratto dove il chiedesse la condizione de’ loro negozi di famiglia.

Benvenuto da Imola, nel suo Commento alla Divina Commedia, asserisce che la famiglia dei Guinicelli era uscita da quella de’ Principi, devota alla parte imperiale: e in lui, antico e diligente, hassi a porre credenza. Il medesimo Benvenuto appella Guido del titolo di Miles che sonava allora cavaliere; e lo dice ancora Judex, cioè giurisperito. Non fu però dottor di leggi, quantunque Dante dica di lui e degli altri insigni Bolognesi di que’ tempi, essere stati dottori illustri e di piena intelligenza di cose volgari: e ciò ne mostra come la parola dottore s’abbia a intendere maestro o professore che dir vogliamo.

Fu Guido di Guinicello legato in matrimonio a Beatrice dell’illustre gente della Fratta, che in principio di quel secolo avea dato un Vescovo alla città. — L’anno 1274 riuscì assai travaglioso alla famiglia del nostro poeta, per la cacciata della parte de’ Lambertazzi, ch’era quella ch’essi seguivano. Del decrepito Guinicello, che ancor vivea, non fu tenuto conto, perchè già, come s’è detto, era privo di senno. Uberto, il minore de’ figli, come fellone e ribelle (secondo il linguaggio di quei giorni) ebbe il bando in solenne forma, con la confiscazione de’ beni. Guido e Giacomo vennero soltanto mandati a confine fuori del contado bolognese; ma non è cognito in quale stato e in quale luogo riparassero.

Guido non visse troppo lungo tempo nel suo esilio, e morì di fresca età nel 1276. In questo anno addì 13 novembre, la vedova Beatrice assumeva la tutela dell’unico figlio che di lui restava, nominato esso pure Guido, fanciullo allora di poca età, trovandosi ch’era ancor pupillo nell’anno

Ma per tacere de’ congiunti di Guido e far ritorno a lui solo, diremo con Benvenuto da Imola (che insegnava umane lettere in Bologna l’anno 1370), essere sialo il bolognese poeta uomo saggio e facondo, d’ingegno ardente e di focosa lussuria; il perchè Dante finge trovarlo nel Purgatorio fra coloro cbe vi lavavano le loro sozzure. Il paziente, parlandogli da prima senza scoprirsi, gli dice per quali peccati egli ed altri si stessero ivi penando; quindi se gli dà a conoscere, e l’Alighieri si rallegra al sommo d’averlo incontrato, e lo saluta per padre suo e degli altri migliori cbe mai avessero usato dolci e leggiadre rime d’amore: di che il Bolognese fu meravigliato e confortato, poichè l’illustre pellegrino e colla parola e collo sguardo mostrava d’averlo sì caro.

E caro l’aveva senza dubbio se col nome di nobile l’appellò nel Convito, con quello di massimo nel libro della volgare favella. Nè Guido era indegno di queste lodi, poichè egli si sollevò sopra tutti gli altri poeti del tempo suo; e di filosofia ornatissimo, grave e sentenzioso, lucido, soave ed ornato lo appella Lorenzo de’ Medici. Ed avvegnachè Guido cantasse solo d’amore, secondo il costume più generale di que’ tempi, non cantava però secondo la maniera degli idioti, ma con alte e morali sentenze al modo de’ Platonici: laonde Bonaggiunta Urbiciani da Lucca con essolui rallegravasi perchè avesse mutata la maniera dei piacevoli detti d’amore, e la forma e l’essere, sì che aveva con quell’arte avanzato ogni altro poeta.

Ma poichè a metter fede delle cose e ad indurre persuasione valgono gli esempi assai più che le parole, qui porgeremo un breve saggio del poetare di Guido, preferendo alle altre Canzoni questa, che il Monti ebbe a chiamare sublime.

Al cor gentil ripara sempre Amore,

Siccome augello in selva alla verdura;

Nè fece Amore anzi che gentil core,

Nè gentil core, anzi che Amor, Natura;

Che, appena spunta il Sole

Sì tosto appare lo splendor lucente,

Nè fu davanti al Sole:

E prende Amore in gentilezza loco

Così propriamente

Come il calore in chiarità di foco.

Foco d’Amore in gentil cor s’apprende

Come virtute in pietra preziosa;

Che dalla stella valor non discende

Anzi che il Sol la faccia gentil cosa.

Poi che n’ha tratto fuore

Per sua forza lo Sol ciò che a lei vile,

E la stella ha valore;

Così lo cor, ch’è fatto da natura

Schietto, puro e gentile,

Donna, a guisa di stella, lo innamora,

Amor per tal ragion sta in cor gentile,

Per qual lo foco in cima del doppiero:

Splende allo suo diletto chiar, sottile,

Ne gli starìa altrimenti; tant’è fiero!

Così prava natura

Rincontra Amor, come fa l’acqua il foco

Caldo, per la freddura.

Amore in gentil cor prende riviera [1]

Per suo consimil loco,

Com’ diamante del ferro in la miniera.

Fere lo Sole il fango tutto ’l giorno;

Vile riman, nè il Sol perde calore.

Dice uom altier: gentil per schiatta torno;

Ei sembra il fango, e ’l Sol gentil valore.

Che non dee dar uom fè ’

Che gentilezza sia fuor di coraggio [2]

in dignità di re,

Se da virtute non ha gentil core;

Com’acqua ei porta raggio,

E il Ciel ritien la stella e lo splendore.

Splende in la intelligenza dello cielo

Dio creator più che a’ nostr’occhi il Sole.

Ella intende ’l fattor suo oltra ’l velo,

E il cielo, a lui volendo obbedir, cole

E consegue al primiero

Del giusto Dio beato compimento.

Così dar dovria ’l vero

La bella donna, che negli occhi splende,

Del suo gentil talento

A chi amar da lei non disapprende.

Donna (Dio mi dirà) che presumisti?

(Sendo l’anima mia a lui davante):

Lo ciel passasti, e fino a me venisti,

E desti in vano amor me per sembiante.

A me convien la laude,

E alla reina del reame degno,

Per cui cessa ogni fraude.

Dir gli potrò: tenea d’angiol sembianza

Che fosse del tuo regno:

Non mi sia fallo s’io le posi amanza [3].

E tanto basti per far fede del casto ed elegante poetare di Guido, dal quale l’Alighieri derivò concetti affettuosi, e frasi leggiadre, e talora interi versi. Il perchè non è meraviglia se più volte nelle opere sue lo adornò di lodi non comuni, siccome quegli che preso alle bellezze di sì gran maestro, non isdegnò di farsegli discepolo, e d’esaltarne il valor letterario, degno dell’altrui imitazione.

GUIDO GHISILIERI

Troppo tango riuscirebbe il riferire le parole d’elogio che scrissero di Guido Ghisilieri i raccoglitori delle notizie biografiche circa gli esordi di nostra lingua. Ne parlò infatti Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, cui fece eco il Jacobilli da Foligno: ne ragionò Pellegrino Orlandi ne’ suoi appunti sugli scrittori bolognesi, lo Zoppio nella Poetica sopra Dante, il Crescimbeni nella storia della Volgar Poesia; ed il Bembo, e il Montalbani, e il Gobbi ed altri ancora, che salutarono il Ghisilieri fra i padri e maestri più benemeriti dell’italiana favella. Di questi dunque non riferiremo le parole; tanto più che alcun di essi incorse talvolta in errori, o per difetto di notizie o per troppo facile credenza: ma ci staremo invece col diligente e laborioso Fantuzzi, che tiene il primato degnamente fra quanti diedero contezza degli scrittori bolognesi.

Da Upizzino di Lorenzo e da Naviglia de’ Fantuzzi nacque, il nostro Guido circa l’anno 1244 e non prima, perocchè del 1268, avendo già perduto il padre, occorrevagli l’autorità d’un curatore per la validità de’ suoi contratti: il che più non accadeva nell’anno appresso, essendo uscito di minorità: e ciò avveniva in que’ tempi all’età di 25 anni.

Avea frattanto menato in moglie Gisla o Ghisilla d’Arimondo dei Romanzi, che il fece padre d’una fanciulla di nome Riguliosa, la quale andò poi a marito con Ugolino dei Torelli. Nel 1273, il 28 d’agosto, essendo Guido gravemente infermo, fece testamento, e lasciò una somma al suo Paroco dei Santi Fabiano e Sebastiano a favore de’ poveri: d’onde apparisce che già fin d’allora i Ghisilieri avevano le case loro in via Pietrafitta, d’onde poi cacciati vennero a furor di popolo nel 1445, quando, per ira di parte ed ambizione di signorìa, ebbero ucciso a tradimento Annibale I. Bentivoglio che tenea il primato in Bologna. Della quale scelleraggine essi ed i Canetoli raccolsero il mal frutto coll’esilio, e perdettero per confiscazione le loro terre, e, per sempre, le orgogliose loro stanze, ridotte dall’irata moltitudine in un monte di rovine. Allora fu che una parte de’ Ghisilieri riparò nell’ospitale Piemonte, dove poi ebbe la culla quell’illustre che fu il Pontefice Pio V. Il qual Pontefice intercedette dal Senato bolognese il ritorno in patria de’ suoi congiunti, ed ottenne che fosse riaperta quella porta maledetta di sant’Isaia, d’onde uscirono centovent’anni prima gli assassini del Bentivoglio fuggendo di Bologna: anzi, in segno di grato animo, riedificolla tutta nuova a spese proprie, e gli fu dato di poterla chiamar Porta Pia dal nome suo.

Ma troncando la digressione a cui ci ha spinto la memoria de’ Ghisilieri turbolenti, noteremo che il nostro Guido non soccombette a quella grave malattia che l’ebbe tratto in fin di morte; rilevandosi dagli archivi de’ notai, sotto l’anno 1277, come fosse presente ad alcuni testamenti e codicilli, qual testimonio, un Frate Guido Ghisilieri dell’Ordine dei Minori, il quale, giusta le indagini scrupolose dell’erudito letterato e sagace critico dottor Gaetano Monti, era il poeta bolognese di cui finora abbiam tenuto discorso. Ei pare che, rimasto vedovo di Gisla ed allogata la figliuola, vestisse l’abito regolare de’ Minori, e chiudesse la vita in quel Convento de’ Francescani, dove per certo avea riparato il fratel suo Bartolommeo che vi morì in sull’entrare del quartodecimo secolo. E sembra che Guido l’avesse preceduto nel sepolcro, poichè nell’anno 1299 la madre di lui, dettando un legato a favore dell’Ordine Serafico, si dichiara genitrice del solo frate Bartolommeo e non di Guido, il quale era ito a cantar versi laddove s’innalza al sommo Amore un’armonia sempiterna.

Visse dunque il Ghisilieri poco più di cinquantanni, lasciando senza dubbio lodatissimi versi, se (per tacere di Dante) quell’illustre poeta che fu il Petrarca, l’ebbe in gran pregio, insieme con Onesto e coll’insigne Guinicelli. Il Gravina, il Redi, il Fontanini e il Crescimbeni si diffusero in larghi encomi del nostro rimatore: e il Corbinelli (come Pier Jacopo Martelli asserisce) attribuì al Guinicelli alcune eleganti rime dell’altro Guido.

Noi però, senza discutere se le rime stampate dal Corbinelli fossero piuttosto dell’uno che dell’altro bolognese, daremo qui un sonetto assai raro, che Guido Ghisilieri indirizzava all’esimio verseggiatore Bonaggiunta Urbiciani da Lucca.

Uomo che è saggio, non corre leggiero,

Ma guarda e pensa come vuol misura:

Poichè ha pensato ritien suo pensiero

Insino a tanto che il ver l’assicura.

Uom non ne deve andar mai troppo altero,

Ma dee guardar suo fato e sua natura:

Folle chi crede veder sol lo vero,

Se non pensa che altrui vi ponga cura.

Volan per l’aria augelli in strane guise,

Ed hanno lor diversi operamenti,

Nè tutti d’un volar nè d’un ardire.

Dio, natura e lo mondo in grado mise,

E fè’ dispari senni e intendimenti;...

Perciò il primo pensier niun deve dire.

Certamente nè questi versi nè quelli del Guinicelli son tutto oro, ma sentono però di tal bontà di concetto e di forma, che tuttavia debbono aversi in gran pregio, perchè dimostrano che la nuova favella d’Italia era già vigorosa in Bologna, mentre in altre plaghe della Penisola o non era ancor nata, o giacevasi in culla, o cominciava allora allora a muovere il passo vacillante ed incerto.

FABRUZZO o FABRIZIO LAMBERTAZZI

La potente ed illustre famiglia Lambertazzi ebbe molti individui di nome Fabro, i quali per vezzo consueto venivan chiamati Fabruzzo. Uno di questi fu l’esimio poeta del quale verremo a recar qui le notizie, e che al dire dell’imolese Benvenuto Rambaldi fu nobile cavaliere, e uomo sapiente e di gravissimo consiglio.

Egli nacque di Tommasino Lambertazzi, più tardi al certo del 1250, non tanto perchè dall’Alighieri vien posto sempre dopo il Guinicelli e l’altro Guido, de’ quali fu alquanto più giovine, ma perchè nel memorando anno 1274, tanto funesto ai Lambertazzi per la lor cacciata da Bologna, soscrisse contratti civili, per la validità de’ quali gli fu mestieri dell’assistenza d’un curatore: il che significa non aver egli in quel tempo compiuti ancora i venticinque anni d’età. Dov’egli studiasse le lettere non è chi l’accenni; nè di lui nè degli altri illustri bolognesi di quel secolo remoto ci sono cogniti i maestri. E però a supporre che la dotta Bologna, madre celebrata degli studi scientifici, quelli pur anche letterari a’ figli suoi insegnasse. Certo è che molti uomini segnalati uscirono allora dalla Sapienza bolognese, fra i quali il nostro Fabruzzo fu certamente uno de’ primi; nè molto da lungi gli tenne dietro il fratello Azzone, canonico della chiesa cattedrale e dottore in Decreti.

Del 1266 perdette il padre, e dopo otto anni la patria; poichè venendo cacciati, come s’è detto, i Lambertazzi e tutti i seguaci che n’aveano preso le parti, Fabruzzo non fu in miglior condizione degli altri, leggendosi il nome di lui in tutti i libri de’ banditi, così della prima come della seconda cacciata dei Lambertazzi e de’ consorti Ghibellini; a cui forse alludeva esso Fabruzzo con que’ suoi versi eptasillabi, che al dir di Dante incominciavano: Lo mio lontano gire ecc. Secondo l’opinione più verosimile pare che Fabruzzo si ritirasse a Perugia, ed ivi uscisse di vita, non trovandosi più memoria nei pubblici libri ch’ei ritornasse alla patria. La sua dimora di ben cinque lustri nella gentile e cordial Perugia, diede luogo alla falsa opinione espressa da qualche scrittore, ch’egli fosse perugino.

Del 1289 e del 93 e del 98 il nostro Fabruzzo ancora vivea; poichè nel primo di questi anni essendo morto in esiglio il fratello di lui Azzone canonico, all’assente poeta ne toccò una parte dell’eredità; nel secondo riscosse dall’Arciprete della Cattedrale una poca somma di cui era questi debitore ad Azzone; e nel terzo trovasi notato il nome di Fabruzzo di Tommasino fra quelli de’ capi fuorusciti di parte Lambertazza che si radunarono in Imola il 30 ottobre dell’anno suddetto, facendo compromesso nelle autorevoli persone di Matteo Visconti e di Alberto della Scala, circa le differenze che avevano colla città di Bologna. E avvegnachè per la sentenza pronunciata dai due arbitri fosse a molti dei Ghibellini conceduto l’anno appresso di ritornare alla patria, non si ha però nessuna prova che Fabruzzo entrasse di quel novero. Nè oltre a questo tempo si trova più memoria della sua vita ma solo delle opere sue: delle quali riportiamo qui un sonetto, tratto dalla raccolta di Rime antiche pubblicate già da Leone Allacci, il quale insiem con altri (siccome abbiam detto) cadde nell’errore di ritener perugino il bolognese Lambertazzi.

Uomo non prese ancor sì saggiamente

Nessun affar, se talor gli addivenne

Che l’usanza che corre in fra la gente

Il tenga folle, poi che mal sostenne.

Mentre colui che adopra follemente

Beato andrà, se per ventura avvenne

Che tornasse a buon fin quant’ebbe in mente,

Onde poi d’uomo saggio in voce venne.

Questa nel cieco mondo è grande erranza

Che fortuna fa il folle parer saggio,

E ciascuno che piace al suo volere.

E non guarda ragion, non misuranza,

Anzi fa bene, a cui dovria dannaggio,

E male a quei che ben dovrebbe avere.

Questo Sonetto, dettato con passione, allude senza dubbio all’impresa de’ Ghibellini d’Italia, che nello scorcio del secolo XIII. avversando il prepotente indirizzo de’ Guelfi, che tutto toglieva alla nazione per dar tutto ai Pontefici, tentarono una riscossa, nel concetto di farsi forti; se non anzi d’unificar la Penisola, all’ombra del vessillo d’Impero. Ma toccata la peggio ad essi Ghibellini, e nelle Romagne, e in Lombardia ed in Toscana, que’ medesimi che sarebbero stati dichiarati saggi ed eroi, trionfando, furono chiamati folli e ribaldi, soccombendo: e questo avviene sempre nelle geste ardimentose degl’individui e de’ popoli; in quelle che in moderno linguaggio appellansi colpi di stato, e che ti prostran nella polvere o t’innalzano in sugli altari. Tal è il concetto che Fabruzzo (probabilmente ne’ primi giorni d’esilio) svolse nel Sonetto morale di cui sopra, il quale se non ha l’eleganza delle rime del Guinicelli e dei toscani contemporanei, non manca però di naturale condotta e di lodevole chiarezza.

ONESTO DEGLI ONESTI

“ Ed ecco il quarto di cotanto senno. ”

Il rimatore Onesto bolognese fu tenuto comunemente dottor di leggi o di medicina, e della famiglia degli Odofredi. Altri il vollero fratello del celebre Odofredo giurisperito, altri nipote, cioè nato da Alberto figliuolo di lui: delle quali due opinioni nè l’una nè l’altra può sussistere. Egli è vero che Odofredo Denari, autore degli amplissimi Commenti a tutti i libri del Gius civile, (i cui discendenti si chiamarono poscia degli Odofredi) ebbe un fratello nomato Onesto; ma questi non fu dottore per verun modo, e morì assai vecchio in sul 1280, laonde non potè avere corrispondenza di rime con Cino da Pistoia, che a quel tempo doveva essere ancora fanciullo, come pur sappiamo il poeta Onesto averla avuta. Alberto poi di Odofredo, dottor di leggi pur esso e famoso quanto il padre, non ebbe figliuoli di nome Onesto, ma Francesco, Niccolò e Benedetto, i due primi legittimi il terzo naturale, come da innumerevoli memorie e dal suo testamento si raccoglie. Nè scorrendo l’intera genealogia di quel casato, altro Onesto si ritrova tranne solamente il detto fratello del celeberrimo Odofredo; talchè in tutt’altra famiglia il poeta Onesto convien cercare.

Ella è cosa assai più agevole lo stabilire pertanto chi egli non fosse, che il trovare chi veramente fosse. Contuttociò, poichè gli antichi rimatori bolognesi si veggono tutti usciti di riguardevoli parentadi; parrebbe che il nostro poeta fosse Onesto di Bonacossa di Pietro degli Onesti, che appunto era in fiore verso lo scorcio del secolo XIII. e ch’era congiunto di affinità colla nobilissima famiglia de’ Tebaldi. Infatti nelle copiose memorie di que’ tempi, che si conservano negli Archivi di Bologna, niun altro Onesto si trova scritto salvo il fratello d’Odofredo ed il figliuolo di Bonacossa: e perciò (escluso il primo per le ragioni più sopra esposte) stimiamo di poter dire che l’amico di Cino da Pistoia, il poeta ricordato con onoranza dall’Alighieri e dal Petrarca, fosse Onesto degli Onesti e non Onesto degli Odofredi.

Bonacossa di Pietro di madonna Onesta, è ricordato co’ suoi fratelli Pellegrino e Guglielmo, nelle antiche pergamene di quell’archivio che fu già in sant’Agnese, dalle quali si raccoglie che dell’anno 1254 esso Bonacossa era morto, avendo lasciato due figliuoli pupilli, Pietro ed Onesto, sotto la tutela e direzione di Pellegrino, loro zio paterno. Adunque Onesto sarà nato poco prima della metà di quel secolo: il che risponde a pennello a quanto significava il Nannucci nel suo Manuale della letteratura del primo secolo della Lingua italiana, che cioè il bolognese Onesto fosse coetaneo ed amico di Fra Guittone aretino, e di tutti gli altri ch’ebbero grido tra gli anni 1250 e 1300.

Oltre a un testamento ch’egli fece in età giovanile, essendo infermo l’anno 1270, si ha dagli archivi di Bologna ch’egli stipulò parecchi contratti in diversi tempi, l’ultimo de’ quali del 24 settembre 1301, nè più oltre si trova memorato in verun luogo. — L’averne Dante parlato nel volgare Eloquio congiuntamente col Guinicelli, col Ghisilieri e con Fabruzzo, chiamandoli dottori illustri e di piena intelligenza nelle cose volgari, mostrerebbe in questa loro comunanza di pregi e di patria, quella ancora di età. E il Petrarca nel Trionfo d’Amore al Capitolo IV. li unisce pure di nome e di merito là dove dice:

Ecco i duo Guidi, che già furo in prezzo,

Onesto bolognese, e i Siciliani

Che fur già primi, e quivi eran da sezzo.

D’Onesto bolognese parlarono pure con lode il Salvini, il Bembo, il Trissino ed il Gravina, i quali lo annoverarono tra’ veri maestri, onde prese suo seggio e stato la nostra lingua. E Benvenuto da Imola afferma ch’egli fu un personaggio ragguardevole ed altrettanto facondo oratore nel nativo linguaggio, quanto facile ed amoroso poeta. Lorenzo de’ Medici però dice che le rime di Onesto hanno mestiere della lima. « Il bolognese Onesto e li Siciliani, come primi furono di Dante e di Petrarca, così della loro lima più avrebbono mestiere: avvegnachè nè ingegno nè volontà ad alcuno di loro si vede esser mancata ». E dicendo l’autorevole De’ Medici che anche l’Onesti fu primo di Dante e di Petrarca, non di valore ma di tempo, conferma anch’esso l’età precisa in cui fiorì questo poeta; il quale, se fosse stato più antico di quello che fu, non si avrebbero sonetti di lui a Gino e di Cino a lui, e se fosse stato più moderno, giusta l’opinione del Quadri che il pose nel 1330, Dante, che mancò nove anni prima, cioè del 1321, nonne avrebbe fatta ricordanza come d’uomo già trapassato mentr’egli scriveva.

Ma tempo è di troncare la troppo lunga digressione, recando piuttosto una Ballata d’Onesto bolognese, primo tentativo di versi italiani decasillabi, ridotti già a buona lezione dall’illustre filologo e letterato conte Giulio Perticari.

La partenza che fo dolorosa

E gravosa — da voi, Bel Diporto [4]

Per mia fide — più d’altra m’ancide.

Sì m’ancide il partir doloroso

Ch’io non oso — son pur a pensare

Al dolor, che convienmi portare

Nel mio cuore di vita pauroso;

Per lo stato gravoso — e dolente

Lo qual sente. — Com’ dunque faraggio?....

M’ancidraggio — per men disconforto.

S’io mi dico di dar morte fera

Strana gioia non paiavi udire;

Ahi null’uomo ode il mio languire,

La mia pena dogliosa e crudera,

Che dispera — lo core nell’alma!

Tanta salma [5] — ha di pena e abbondanza,

Poi [6] pietanza — a mercè fece torto.

Torto fece, e falli ver me lasso,

Ch’io trapasso — ogni amante e leale.

Ciascun giorno più cresce, più sale

L’amor fino ch’io porto nel casso,

E non lasso — per nulla increscenza;

Che ’n soffrenza — conviene che sia

Chi disia — l’amoroso conforto.

Poi pietanza in altrui si disciovra,

E s’adovra — in altrui fuor che in meve. —

Pianto mio vanne a quella che deve

Rimembrarsi di mia vita povra;

Di’ che scovra — ver me suo volere. —

Se piacere — ha ch’io senta la morte,

A me forte — gradisce esser morto.

L’Alighieri nel Volgare Eloquio, cita una canzone d’Onesto che più non abbiamo, e che incominciava:

Più non attendo il tuo soccorso, Amore;

ed il Trissino nella Poetica ne cita un’ altra, che ancor essa è perduta, e della quale reca i versi seguenti :

Amor m’incende d’amoroso foco

Per voi, donna gentile,

Onde lo cor si strugge a poco a poco,

E da me fugge e’n voi cerca aver loco.

Se queste Canzoni del bolognese rimatore sono perite, nol sono altre due che trovansi alle stampe, con undici sonetti, quantunque in ogni parte scorrettissimi: e perciò noi ci staremo contenti a quella Ballata di buona lezione che abbiamo già riportata.

SER BERNARDO

In sul 1280 fioriva in Bologna un poeta volgare chiamato Ser Bernardo, che fu probabilmente notaio, come Ser Monaldo da Soffena, Ser Noffo d’Oltrarno e Ser Pace, che furon tutti notai: imperocchè, come asseriscono gli eruditi, se davasi del messere a chi non fosse volgo ma non fosse dottore, serbavasi il sere ai soli pratici dell’arte notaresca, i quali benchè cresciuti agli studi ed alla cultura di cose positive e di prescrizioni di codici, abbandonavansi talvolta ad ispirazioni fantastiche, ad amorosi sfoghi dell’anima, a voli d’italiana poesia, quasi per sollevarsi dal gran peso di quel latino barbarico, che parve imposto precettivamente a’ notai di que’ tempi.

Credesi dunque che Ser Bernardo fosse notaio; ma non è cognito da qual famiglia avesse origine, essendochè i più accurati cercatori de’ casati felsinei non fecer sin ora buona prova rovistando a tal effetto negli archivi: laonde non gli diedero altro cognome, da quello infuori della città ov’ebbe tratti i natali.

Ser Bernardo da Bologna fu amico di Guido Cavalcanti: fiorentino celeberrimo; di quel Guido che Benvenuto da Imola appellò il second’occhio della toscana letteratura, della quale Dante era il primo. Ed esso Dante nell’undecimo canto del Purgatorio, anteponendo Guido Cavalcanti a Guido Guinicelli e sè ad amendue, disse a modo di profeta:

Così ha tolto l’uno all’altro Guido

La gloria della lingua; e forse è nato

Chi l’uno e l’altro caccerà di nido.

Se pertanto con un tant’uomo quale si fu il Cavalcanti ebbe amicizia il nostro notaio Ser Bernardo, convien ritenere che a’ suoi giorni fosse in voce di valente; che il fiorentino non avrebbe coltivata l’amicizia d’un dappoco. Anzi oseremmo dire che fosse tra loro dimestichezza, se l’uno scriveva all’altro un sonetto, dandogli novella d’una forosetta, che parrebbe bolognese, la quale versava in angustie d’animo per la mala salute dell’insigne fiorentino. E non è meraviglia che una giovane felsinea fosse presa di lui, se tutti i dotti e i letterati di que’ tempi traevano a studio nella bolognese Università.

Or ecco il sonetto di Ser Bernardo a Guido Cavalcanti.

A quella amorosetta forosella

Passò sì ’l cor la mala tua salute,

Che sfigurò di sue belle parute,

Ond’io le domandai : perchè, Pinella?

Ma di te come udì lieta novella,

Si fece tal che a pena l’ho credute,

E risanò delle mortai ferute

Splendendo come in firmamento stella.

Poi con accento tenero soave

Mi disse: amico, se ti piace, come

Guido di me la conoscenza ave?

Io, come ’l vidi, ben ne seppi il nome;

Ei solo tiene del mio cor la chiave,

E l’alme altere ei può far miti e dome.

Del notaio ser Bernardo parlarono il Crescimbeni, il Muratori, l’Orlandi ed il Quadrio. Alcune sue rime si conservavano a penna nel secolo scorso dal chiarissimo bibliografo Pierantonio Serassi da Bergamo; ed altre in un Codice della Biblioteca de’ Canonici Lateranensi, a s. Salvatore in Bologna, il quale era così intitolato: Rime antiche di diversi autori, copiate con diligenza da un libro scritto di mano dell’abate M. Lorenzo Bartolini, avuto in Firenze da M. Bartolini suo nipote di Dicembre 1564. Anche il Canonico Giovan Giacomo Amadei diligentissimo bibliofilo bolognese, possedeva alcune Rime di Ser Bernardo in un Codice antico manoscritto, che con molti libri di quel paziente raccoglitore di patrie memorie, passò ad arricchire la cospicua Biblioteca della celeberrima Università di Bologna.

GIOVANNA BIANCHETTI

Antica e nobilissima è la famiglia de’ Bianchetti in Bologna, la quale in ogni secolo ha dato alla religione, al governo, alla milizia, alle più elette dottrine ragguardevoli uomini, ed ultimamente quell’onorando conte Cesare, che fu Presidente dell’Accademia di Belle Arti, che dovette esular dalla patria nei mal riusciti rivolgimenti del 1834, che poi vi fece ritorno in migliori tempi, e che teneva le redini del reggimento pubblico quando Welden e i suoi armati tentavano un colpo di mano sopra Bologna, e quando questa con eroico sforzo li ributtò dalle alture della Montagnola e da tutte le porte che avevano occupato, cacciando lungi quella masnada teutonica l’otto d’agosto del 1848.

Di tale stirpe ragguardevole fu pur Giovanna, illustre donna, chiamata dal Fontana nella Biblioteca Legale, celeberrima in utroque jure canonico et civili: asserzione ch’egli trasse dal Dolfi, autore della cronologia delle famiglie nobili bolognesi. E il Dolfi ed il Fontana aggiungono che Giovanna Bianchetti seppe inoltre alcune lingue antiche e moderne; senza dire dell’italiana, nella quale scrisse non poche rime, che trovansi pubblicate nel Rosario delle stampe di tutti i poeti, e nella Raccolta dei Componimenti poetici delle più illustri Rimatrici, fatta nel secolo scorso da quell’esimia letterata che fu la Contessa Luisa Bergalli, prima moglie di Gaspare Gozzi, fiore d’ingegno e scrittore venusto di versi e di prose in italiana favella.

Di questa Giovanna fece le lodi Leandro Alberti nella sua Descrizione d’Italia; di lei parlò con encomio Marcello Alberti nell’Istoria delle donne scienziate, ove, con errore manifesto, la chiama Giovanna Biuketi; senza dire del Bumaldi nella Biblioteca, del Marini, dell’Orlandi, del Quadrio e del Mazzucchelli.

Or ecco un saggio del poetare di quest’esimia bolognese.

Creder si dee che a chi maggior dolore

Diede il Signor quando partì di vita,

A colei, ritornando, desse aita

Prima che ad altri col suo vivo ardore.

Sicchè stando Maria con umil core

Del supremo suo Sol la nova uscita

Attendendo, sentissi la sbandita

Lena tornare, e scorse almo splendore;

Che ratto e lieto il Messaggier del giglio

Le sopravvenne, a dir col volto chino:

Rallegrati, del ciel degna Regina;

Rallegrati, perchè l’alto e divino

Tuo figliuol, già varcato ogni periglio,

Col corpo unita ha l’alma pellegrina.

Questo sonetto, più spigliato di quelli di Fabruzzo e di Ser Bernardo, e scritto in frasi che han gittata la scoria dell’antica scabrosità, moverà sospetto negli esperti di filologia che la felsinea poetessa fosse meno antica di Ciullo d’Alcamo e di Pier dalle Vigne. E infatti leggiamo nella Cronaca bolognese di Bartolommeo della Pugliola, contemporaneo della Bianchetti, sotto l’anno 1334 questa notizia:

« All’entrata del mese di Novembre messer Carlo figliuolo della Maestà del Re Giovanni di Boemia, eletto imperadore venne a Padova. Di lì si partì, e venne a Mantova, che si teneva per que’ da Gonzaga, e con poca gente. Quei che vennero furono quasi tutti Baroni di sue contrade. Con lui era la Reina sua donna, e figliuola della Maestà del Re di Polonia. Con lei era in compagnia una venerabile Donna bolognese, che sapeva ben parlare per lettere, e sapeva bene il Tedesco, il Boemo e l’Italiano. Aveva nome Madonna Giovanna, figliuola che fu di Matteo dei Bianchetti di strada s. Donato, ed era vedova, e fu moglie di Messer Buonsignore de’ Buonsignori da Bologna Dottore di Legge. »

Tale notizia d’uno scrittore diligente ed erudito, ci fa aperto che Giovanna Bianchetti viveva ancora nel 1334, e ch’era venerabile, cioè di grave età; il perchè, mentr’essa può aver posto fra i rimatori del secolo decimoterzo, ci appare manifesto com’ella dovesse fiorire nella seconda metà, anzi nell’estremo del medesimo: e di qui la ragione di quei pregi di poesia che sono proprii del beato trecento, e i quali mancano per debolezza puerile, al secolo antecedente, e sovrabbondano talora, per soverchio d’arte e di rigoglio, ne’ secoli di poi.

RANIERI SAMARITANI

Nei giorni del Barbarossa, della Lega Lombarda e della Pace di Costanza, Matteo di Rodolfo insieme con Rolando Guarini fu ambasciatore per la città di Bologna al Congresso della Pace suddetta, l’anno 1183. Esso Matteo ebbe una unica figlinola di nome Samaritana, la quale passata a nozze con Ser Uguccione da Montefiore, procreò un figlioletto di nome Matteo, che in memoria delta madre assunse il cognome di Samaritani, e fu avolo di quel Ranieri, onde brevemente veniamo a dire. Questo Ranieri si segnalò sopra molti, tanto in istato laico quanto in condizione religiosa fra i Minori di s. Francesco e fu lodato così per merito letterario come per offici luminosi. Nacque egli di Lambertino Samaritani; e nel 1267 era podesta di Cento e della Pieve, siccome risulta da memoria pel pubblico archivio bolognese. E che reggesse con senno ed abilità quelle terre emule e finitime, lo prova l’onore che gli toccò l’anno appresso d’esser chiamato a reggimento di Ravenna, città antichissima e ragguardevole tra le primarie dell’Emilia.

Ranieri aveva sposata un’esimia donzella di nome Giovanna, figliuola d’un conte da Pànico, ricco e potente signorotto. È Pànico un castello oggidì rovinoso che siede in poggio alla destra del picciol Reno, in vista della strada che mena da Bologna a Porretta ed al toscano Appennino, lungi da Bologna poco più di dodici miglia. Quel signorotto (pur esso di nome Ranieri) dimesso l’orgoglio di feudatario, e fatto piò mite pei tempi che correvano, non isdegnò d’accasar la figliuola col nostro Ranieri, che non fu signore di castella, nè vantò diritto di vita e di morte sul gregge de’ servi malcapitati, ma fu cittadino laborioso e magistrato equo ed integerrimo. Però se il nostro Samaritani condusse in moglie Giovanna da Pànico, è giocoforza ritenere che l’assennato bolognese fosse di ricca ed eletta famiglia: le quali prerogative quando pur non apparissero da sì cospicuo legame di parentado, si arguirebbero per l’alto incarico sostenuto dal suo antenato Matteo di Rodolfo: imperocchè una città come Bologna non avrebbe mandato ambasciatore al prepotente enobarbo un popolano o un mercadante; in tanta dovizia d’egregi uomini ed eloquenti, quanti ne vantava nell’ordine de’ nobili e in quello de’ dotti professori. Abbiamo detto che il nostro Ranieri si segnalò sopra molti tanto in istato laico quanto in condizione religiosa: e ciò sappiamo dai cronisti bolognesi e dagli archivi de’ Minori di san Francesco, dove rilevasi, che amendue i consorti, di comune consentimento e con reciproca letizia, ripararono ai monasteri dell’estatico d’Assisi nel 1285. Aveva allora il Samaritani poco meno di sessantanni, se già da quattro lustri era in voce di dotto e savio, anzi di abile e cospicuo nel reggimento de’ popoli. Nè altrimenti poteva essere, se l’abbiam visto Podestà di Cento e della Pieve nel 1267.

Appena intanto fu ricevuto nella famiglia francescana, come uomo d’esperto ingegno, e destro e pronto negli affari, venne adoprato da’ suoi monaci in rilevanti negozi. Nè solo i Monaci ma la Città giovavasi del bell’ingegno, del pronto eloquio è della solerzia di lui. Infatti sappiamo che ai 6 di marzo del 1288, il Pretore di Bologna, il Capitano della milizia, col Magistrato degli Otto e coi quattro Anziani eletti sopra la guerra mandarono ambasciatori al Pontefice, tra i quali due sapienti di Credenza e il detto frate Ranieri, acciocchè di concordia coi Fiorentini conducessero alcuni negozi; perchè trattandosi allora la pace col Marchese Azzo da Este, erasi a tal fine fatto compromesso nel Pontefice Onorio IV, il quale poi mancava nell’anno stesso, e lasciava il seggio al quarto Niccolò.

Essendo quindi ritornato da Roma il rispettabile Conventuale, presentò le lettere e gli apostolici Decreti, pei quali era disposto: che i Bolognesi consegnassero la custodia del Castello di Piumazzo ad esso Frate Ranieri in nome del Papa, il qual Frate così lo tenesse finchè il Pontefice mandasse un altro che a nome suo ne fosse guardiano, pur sempre a carico dei Bolognesi: che Azzo e Francesco da Este consegnassero dal canto loro alla custodia di Fra Gerardo da Barbiano dell’ordine dei Predicatori, in nome del Papa, il Castello di Spilamberto, a carico degli Estensi medesimi.

Dopo questo fatto, non è memoria di Ranieri se non del 1302, nel quale anno il famoso Bonifazio VIII. gli scriveva una lettera, della quale si conserva copia nella Biblioteca dell’Ateneo bolognese, mercè la munificenza del gran Pontefice Benedetto XIV. che fece raccogliere dall’Archivio Vaticano quanto di Lettere, Brevi e Bolle riferisse a Bologna, cui ne mandava lieto dono come amoroso figliuolo a tenera madre.

Di qual anno, e dove morisse il Samaritani sarà forse indarno la ricerca, poichè i cronisti di quell’età non ne fanno parola: soltanto sappiamo che del 1316 non era più, poichè in quest’anno furono venduti i suoi libri a benefizio del Monastero. — Ecco quel tanto che si conosce della vita domestica e pubblica del nostro Ranieri, il quale se fu lodato di abilità e di prudenza nella pratica degli affari, fu puranche in estimazione come cultore delle buone lettere e dell’italiana poesia. Soltanto ne duole che quello che di lui asseriscono il Crescimbeni ed il Bargiacchi, cioè che Fra Ranieri non tenne un ultimo posto tra i rimatori del secolo decimoterzo, non possa provarsi col suggello de’ fatti; perocchè se v’ha poesie di quei tempi sformate dall’ignoranza o dall’incuria de’ copisti, e’ sono quelle certamente del bolognese Samaritani, che, per tal pecca degli amanuensi, fu detto dal Redi, rimatore de’ rozzi e remoti tempi: ed esso Redi pubblicò anzi una Frottola di Fra Ranieri, tanto deforme e misteriosa, che alcuni critici non dubitarono asserire che quella era un bizzarro accozzamento di parole senza verun significato; ed altri (fra’ quali il Perticari) la tennero in conto di laida e pazza scrittura, simile al famoso Pataffio di Brunetto Latini. Ma siffatte congetture e sentenze sono a ritenersi false ed ingiuste: imperocchè un balzano cervello che partorisse sconce frottole e matte scritture, non avrebbe potuto levarsi in onore nè fra i laici nè fra i monaci, siccome avvenne di lui; nè un letterato ridicolo poteva salire a dignità d’ambasciadore della patria presso il Pontefice, nè venir eletto alla custodia d’un paese in nome del Papa e per la patria.

Pare dunque più probabile che le poesie di Ranieri fossero mal copiate ne’ Codici e malissimo lette. Infatti chi può capire che cosa significhi la seguente Frottola a messer Paolo di Castello, la quale fu pubblicata, come s’è detto, dal Redi (nelle annotazioni al suo Bacco in Toscana) traendola da un antico testo a penna da essolui posseduto?

Ed eccola:

Come in Samaria nato fuor di fè,

Ferme lo nome sovra quello cagio;

Così, come ver voi son dritto in fè,

Messer Polo però del senno cagio.

Suono vi mando, e in vero Iddio fe’

E chi rincontra lui vàntine cagio.

Lùdite volte mante ad anime camante

Probate son parole: dício che fo parole.

E certamente non se ne cava costrutto: il perchè rifuggendo da tali imbratti, che inducon noia e sazietà, passeremo piuttosto a dire d’un altro bolognese, le cui rime volgari corsero miglior ventura, venendo a mano di sufficienti copisti e di pazienti e perspicaci editori.

SEMPREBENE DELLA BRAINA

Due furono in diverso tempo gli uomini di questo nome. Uno di essi comincia a ritrovarsi negli Alti pubblici del 1225; dottore non ignobile di Legge, del quale parla lo storiografo Sarti nella sua opera dei chiarissimi professori della bolognese Università. Un altro Semprebene si trova menzionato fra i vivi nel 1292: notaio di professione, e figlio d’Ugolino dalla Braina notaio, ch’ebbe un fratello medico di nome Niccolò.

Uno di questi Semprebene fu poeta del secolo xiv. e non ignobile, ma non potrebbe provarsi con assoluta sentenza quale fosse dei due. Parrebbe tuttavia più probabile (come ritiene il detto Sarti) che fosse il notaio Semprebene della Braina; da che sappiamo che i notari di que’ tempi applicavan l’animo non rade volte alle belle lettere, come fu di Rolandino Passeggieri, che lasciò latini versi nella sua Summa Notariæ. Senza dire di Brunetto Latini, di Francesco da Barberino, di Colluccio Salutati, cancelliere della Repubblica Fiorentina, e d’altri non pochi i quali erano ad un tempo e notai e poeti. E per vero nell’Archivio pubblico di Bologna si trovano molti Atti di Notari, che hanno o in fine o a tergo de’ versi e degli squarci di letterari componimenti.

Fiorì Semprebene della Braina nel 1250 e forse alquanto più tardi: e ciò affermasi pure dal Bembo, il quale lasciò scritto:

« Da quel secolo che sopra Dante infino ad esso fu, incominciando, molti rimatori incontanente sursero non solamente di Firenze e di tutta Toscana, ma eziandio altronde, e siccome furono Pietro dalle Vigne, messer Onesto e messer Semprebene da Bologna, e messer Guido Guiuicelli, bolognese anch’egli, molto lodato da Dante. »

Del rimatore Semprebene, annoverato dal Gravina nella Ragione Poetica tra gl’illustri verseggiatori del primo secolo, e che compose rime per lo più morali, come attesta il Mon-talbani nel vocabolista bolognese, non si conosce oggidì che una Canzone, la quale conservavasi manuscritta nella Chigiana e che il Crescimbeni ne’ Commentari all’istoria della Volgare Poesia, dice che è scritta all’uso de’ primi tempi, in cui le Canzoni si scrivevano a guisa di prosa, nè si andava da capo se non d’una in altra strofa; sicchè durò gran fatica a trarla dall’antichissimo carattere col quale è scritta, e distinguer l’un verso dall’altro, e darle la sua perfetta forma. Non di meno ben si conosce, al dire di lui, la bontà de’ sentimenti che contiene, e la bella maniera colla quale son collocate le rime.

Ed ecco senza più la Canzone del notaio bolognese, non come il Crescimbeni la trasse dal Codice, ma come piuttosto dal Nannucci a miglior lezione fu ridotta.

Come lo giorno quando è dal mattino

Chiaro e sereno egli è bello a vedere,

E gli augelletti fanno lor latino

Cantar sì fino ch’è dolce ad udire;

Se poi a mezzo giorno cangia e muta,

Ritorna in pioggia la dolce veduta

Che da prima mostrava.

Lo pellegrino che securo andava

Per la speranza di quel giorno bello

Diventa fello [7] e pieno di pesanza:

Così m’ha fatto Amore a mia certanza.

Così m’ha fatto amore certamente,

Che allegramente — in prima mi mostroe

Sollazzo e tutto ben dall’avvenente [8];

Alla più gente — lo core cangioe.

Credendomi di trar tutta mia vita

Savio, cortese, di bella partita,

E gir per quella baldo

Che passa lo giacinto e lo smeraldo,

Ed ave tai bellezze ond’ i’ desìo

E saccio e crio [9] — che follia lo tira

Chi lauda il giorno avanti che sia sira [10].

Assai vai meglio buono incominciare,

Che dopo il fare — non val pentimento.

Per voi m’ha messo, bella, Amore in mare;

Fammi tornare — a porto di contento.

Sì voi m’avete tolto remi e vela,

Che travagliasi il cuore, nè medela [11]

Ei spera, donna mia.

Se m’ hai levata la tua compagnia

Deh me la rendi, donna, tutta in una.

Non è in fortuna — tuttavia [12] lo Faro,

E presso a notte viene giorno chiaro.

Più bello sembra il mare, e più sollazza

Quand’è in bonazza — che quando è turbato.

Il vostro aspetto, che ’l mio core allaccia

Par che a voi piaccia — tener corrucciato:

Ma non è donna che sia tanto bella,

Che s’ella — mostra vista torva o fella [13]

Alfine non disdica.

Però vi prego, dolce mia nemica,

Da voi sì muova mercede e pietanza,

Sì che d’erranza — mi traggiate, o donna,

Che di mia vita voi siete colonna.

Riportata la Canzone del notaio poeta, con quelle note che stimammo indispensabili, ci asteniamo da qualunque altra osservazione, parendoci che chiunque non sia digiuno dello stile e de’ modi dei rimatori italiani del primo secolo, valga ad intendere tutta intera la Canzone medesima, la quale è sì ben condotta, che poche altre di quel tempo l’agguagliano; e splende poi di modi sì nobili e leggiadri, che niuno oserebbe tacciar di rozzo e di barbaro quest’ingenuo poeta.

GRAZIOLO BAMBAGLI0LI o BAMBAGIUOLI

Dei nove bolognesi che dettarono versi italiani e prima dell’Alighieri e nel tempo in cui questi sorgeva ad ecclissare i passati ed i presenti poeti, il Bambaglioli fu il più ornato e il meno antico; sicchè l’insigne fiorentino, ove l’avesse conosciuto com’ebbe il Guinicelli, il Ghisilieri, Fabruzzo ed Onesto, avrebbe fatto per avventura le maggiori lodi di lui, anzi le massime: e, se a Guido Guinicelli diede il vanto per aver usato rime d’amor dolci e leggiadre, a Graziolo l’avrebbe consentito per avere scritto di filosofia e di morale in nobili forme e con più nobili concetti.

Questo Bonagrazia o Graziolo di Bambagliolo Bambaglioli, uomo valente nelle cose giudiziarie e ne’ poetici numeri, veniva dichiarato notaio dell’anno 1311, ed in sull’entrare del 1324 era del novero degli Anziani in Bologna sua patria; dal che potrebbe inferirsi che avesse già tocchi i quarantanni, se anziani e priori ne’ reggimenti a Comune rispondevano ai senatori d’oggidì nei governi costituzionali.

Volgeva l’anno 1325, e il nostro Bambaglioli condusse in moglie Giovanna di Lorenzo Bonacati, che il fece padre di un fanciulletto, cui pose nome Giovanni. Dopo questo tempo oltre il titolo di Notaio ebbe pur quello di cancelliere del Comune di Bologna, officio che non assentivasi fuorchè a persone di condizione civile e fornite di buone lettere. E fu per certo esso Graziolo dotto ed erudito nelle lettere latine e volgari, e profondo espositore della morale filosofia, come fanno fede i dettati che d’esso ancora ne rimangono.

Egli fu Guelfo: e siccome la parte sua ebbe la peggio in Bologna nel 1334, così venne sbandito dalla patria con tutti gli altri di sua famiglia dai 10 anni ai 60, e trovasi scritto fra coloro che diedero sigurtà e promessa di starsi a confine. Se morisse in Bologna o fuori, e di qual anno, non è ben noto, sendochè dopo la cacciata dalla patria non si trova più memoria di lui. Da ciò si deduce comunemente ch’egli morisse esule; e siamo certi che del 1343 non era più, perchè in questo tempo il figliuol suo dimandava un curatore che lo reggesse.

Scrisse Graziolo un Trattato delle Virtù Morali, diviso in Cento Rubriche, il quale contiene sentenze gravi, attinte alle fonti della Filosofia e della Teologia, ed è esposto in istrofe di vario metro: in che venne forse imitato da Francesco Barberini o da Barberino ne’ suoi Documenti d’Amore. Orna Graziolo il Trattato delle Virtù con acconci Commentari in lingua latina, riboccanti d’erudizione sacra e profana, e lo dedicò a Bertrando del Balzo cognato di Roberto re di Napoli e capitano di guerra dei Fiorentini. Pare che l’opera del Bambagliuoli o Bambagiuoli, passasse dalle mani di Bertrando a quelle di Roberto, il quale essendo amatore delle buone lettere, ne fece trar copia, o la trasse egli stesso dall’originale: onde poi l’abbaglio di Federico Ubaldini, che pubblicava quel Trattato come scrittura, di re Roberto. Ma il Crescimbeni rivendicò l’onore di quel dettato a Graziolo da Bologna, mettendo innanzi irrefragabili prove, onde risulta che il Bambagliuoli è il vero autore di quello scritto, e che re Roberto amò le lettere e i letterati ma non ebbe fregio di poetica facoltà. I Commentari latini del Cancelliere Graziolo furono tradotti in volgare favella, probabilmente da un toscano, e trovansi e leggonsi a Firenze nella Riccardiana. In un manuscritto della Barberina di Roma è fatto cenno d’un Codice del Bambaglioli, ch’esser doveva in Bologna nella Libreria degli Agostiniani di s. Giacomo; il quale però non vi si trova. Bensì nella Laurenziana di Firenze leggonsi manuscritti i metri italiani dell’erudito bolognese, cioè il Trattato delle Virtù Morali; che incomincia con questo verso:

Amor che movi il ciel con tua virtute,

e finisce con questi altri:

« Opra novella, poich’hai dimostrato

I vizi e le virtù d’umana vita,

Consiglia che ciascun anzi l’uscita

Proveggia bene a suo eterno stato:

Poi venga lode, grazia e riverenza

All’infinita e superna eccellenza,

La quale in sua pietade

Ti ha spirato per la veritade. »

La miglior edizione del Trattato Morale del Bambaglioli, è la moderna pubblicata in Modena nel 1821 con somma accuratezza dal benemerito e laborioso monsignor Celestino Cavedoni, filologo di multiforme erudizione, archeologo di profondissima dottrina. Da tale edizione pertanto copieremo qui alcune Rubriche, le quali varranno a render prova del maschio e sobrio poetar di Graziolo, e del suo modo sentenzioso.

DELLA MODERNA VILTÀ DEL MONDO.

O Cato, o Scipïone! o buon Traiano,

O gran Giustinïano,

Or si conosce il vostro alto valore

Ch’è vostro eterno onore;

Ma i miseri mortai del cieco mondo

Non veggono che al fondo:

Leggier diletto e vil voglia li mena,

Di che conviene usar gravosa pena.

DELLA NOBILTÀ.

Non dà ricchezza antica nobiltade

Nè sangue; ma virtù fa l’uom gentile,

E trae di loco vile

L’uomo, ch’alto si fa per sua bontade.

DELLA CARITÀ DELLA PATRIA.

Le cose basse e di poca potenza

Amor le fa possenti, Amor le esalta.

Quanto il barone ha dignità più alta,

Senza verace amor più basso scende,

Perchè senza unità

Regno diviso mai non si difende:

O nobil Carità,

Sol di ragione amica,

Virtute ed onestà sol ti nutrica.

DELLE PARTI DE’ GHIBELLINI E DE’ GUELFI

Non s’attien fede nè a Comun nè a Parte,

Che Guelfa e Ghibellino

Veggio andar pellegrino

E dal Principe suo esser diserto.

Misera Italia! tu l’hai bene esperto;

Che in te non è latino

Che non strugga il vicino,

Quando per forza e quando per mal’arte.

OPERAZIONI DELLA VERA AMISTÀ

Uomini singolar, città, comuni

E principi e baroni

Amor al ben comun dispone e liga;

Onde cessa la briga

E stanno aperti i cammini e le strade.

Per te, buona amistade,

Il mondo ha pace e ’l ciel ha venustate.

REGGIMENTO VIRTUOSO DELLA FAMIGLIA.

Tenga il signor famiglia di bontade,

Accorta d’onestade,

E sia ciascuno al suo fine ordinato.

E s’alcun fosse folle o vero ingrato

Nol tardi far lontano,

Perchè ne guasta mille un non ben sano.

EFFETTI DELL’ELOQUENZA.

Del bel parlar s’acquista eccelso onore,

Ed alto frutto nasce

Che con diletto l’uom consola e pasce;

E tant’è dilettosa il sua valere,

Che ciascun tragge di suo dolce piacere.

LA VANITÀ NON ADORNA L’UOMO.

In vanità non è gentil valore,

Nè adorna sella fa caval migliore,

Nè fren dorato toglie il suo difetto:

Così non fa valer pomposo aspetto

Uomo che si diletta in forma bella,

Però che ciò che luce non è stella;

E sotto fregi in vestimento vano

Giace il cuor vago da virtù lontano.

VUOLSI ESSERE TEMPERATO.

Non si convien furore

Nè a pover nè a signore.

Lo saggio marinar ad un sol segno

Sa governar suo legno

In tempo oscuro ed in serena luce,

Perchè virtù e ordine il conduce.

TEMPERANZA.

O temperanza, donna dell’onore!

Tu reggi sempre di ragione il freno,

Tu tieni il mezzo ch’è tra ’l più e ’l meno,

Però si trova l’uom con più valore,

Il qual più t’ama; e chi segue il furore

E a disordinato esser s’accosta,

O quanto caro costa!

Ch’ogni nemico di cotal virtude

Con doglia eè con sospir sua vita chiude.

SUPERBIA.

O mente folle del superbo altero

Ch’al cielo ed alla terra è odioso!

Ciascun superbo si tien valoroso,

Tanto soperchio ama la sua essenza,

Che tien ferma credenza

Di mettersi sicuro ad ogni impresa;

Ond’egli ha spesso morte e grave offesa.

INVIDIA.

O falsa Invidia, inimica di pace,

Trista del ben altrui, che non ti nuoce!

Tu porti dentro quell’ardente face

Che t’arde il petto, ed altrui metti in croce.

AVARIZIA.

O Avarizia, inimica di Dio,

Tu hai sì strutto il mondo e fatto rio,

Ch’a mal tôrre e tener sol hai rispetto.

Ciò mostra ’l tuo effetto;

Che per cupidità d’esser signore

O d’acquistare onore

Città, castello o terra,

L’un strugge l’altro, d’onde nasce guerra,

La qual danna e diserta ogni valore.

Di simile tempra è l’intero libro del Bambaglioli, il quale seppe giungere con rara abilità l’ornamento del metro alla virtù della filosofia, e render comuni assai precetti, che tornano utili all’umana dignità ed alla vita civile. La lingua di lui è ancor più nobile ed aulica (come la disse l’Alighieri) di quella che venne usata dallo stesso Guinicelli; e ciò ne mostra il gran progresso che fece in Bologna l’italico idioma nel volgere di sessantanni, quanti appunto ne passarono dalla cacciata di Guido a quella di Graziolo, dalle male vicende dei Ghibellini a quelle dei Guelfi. E Guelfo abbiam detto essere stato il Bambaglioli; anzi soggiungiamo come fra’ Guelfi andasse egli segnalato, perocchè sappiamo che i principali della sua Parte con lui conferivano e a lui dedicavano i loro scritti politici. Infatti nell’insigne Libreria Ravignana di Classe, tra i Testi a penna havvi un Trattato scritto in pergamena da Frate Guido Vernano da Rimini dell’Ordine de’ Predicatori, con tra il Libro de Monarchia composto già dall’Alighieri; e un tal Trattato è diretto dall’autore claustrale all’illustre Graziolo da Bologna. Di quest’egregio fece parola ultimamente l’esimio professore Giosuè Carducci, pubblicando nell’edizione diamante del Barbèra le Rime di Cino da Pistoia e d’altri contemporanei, fra le quali alcune sentenze del Bambagiuoli, mettendolo in bella compagnia con Giotto, Benuccio Salimbeni, Bindo Bonichi e Domenico Cavalca, appartenenti pel carattere e la forma dei loro versi agli gnomici, che sono i poeti del secondo periodo d’una civiltà, e che proseguirono le tradizioni e la stile di quella poesia, che precede la scuola toscana del 1282, cioè la classica, la stupenda dell’Alighieri.

E tanto basti dei primi bolognesi che scrissero versi italiani.

CONCLUSIONE

Avendo recato le notizie dei nove bolognesi che dettarono volgari poesie nel primo secolo dell’italiana favella e nel principio dell’altro, non abbiamo inteso di far parola de’ principali poeti della Penisola, ma d’antichi rimatori che recarono, e non indarno! la loro pietra per innalzar d’edificio dell’italiana letteratura: di quella letteratura che andava già per le bocche dei dotti ma non era ancora in iscritto raccolta, e che aveva mestieri d’iniziatori per ispandersi fra le genti e potersi rendere universale. Tali iniziatori furono i Siciliani, i Romagnoli e i Bolognesi, cui tennero dietro i Toscani, ai quali toccò e restò il vanto della più polita e più gentile favella. I quali tutti iniziatori della bella lingua armoniosissima, che si fece poi universale per l’invenzione della stampa, non debbono andare dimenticati dai posteri, ma debbono invece esser tenuti in onore. E se d’onore sono degni i padri e gli ampliatori delle buone ed utili discipline, assai più lo debbon essere coloro che al merito scientifico e letterario aggiunsero amor di patria e quell’esemplare emulazione che tanto giova a chi discende con altri ed altri nella medesima palestra. Il perchè ne gode l’animo pensando alla concordia d’affetto che regnava tra i padri della nostra lingua da val di Po all’estremo lembo della Sicilia, con vantaggio e lode comune; mentre si stringe il cuore alla vista di più recenti letterati, che postergata ogni amicizia ed ogni scambievolezza di consiglio, si mostran fra loro rabbuffati ed iracondi; talchè non paiono usciti dalle scuole dell’Accademia, ma dal sangue e dalle coltella dell’Anfiteatro. Non potrà dunque (conchiuderemo col Perticari) dirsi perfetto in ogni sua parte chi pasce la mente di qualche dottrina, se ad un tempo non nutre l’animo di virtù, e non caccia fuori di sè l’ira, l’invidia, la vile ambizione, il dispetto e l’odio dell’altrui fama: affezioni tutte che non si accordano giammai con chi aspira all’onesto vanto di essere sapiente.

 

Note

________________________

 

[1] Stanza, magione.

[2] Fuor del cuore, o dell’anima.

[3] Amore.

[4] Modo provenzale onde il poeta appella la sua donna, e che gli arcadi poi trasformarono in bell’idol mio.

[5] Gravezza.

[6] Poi che.

[7] Provenzale fel, triste.

[8] Dall’ avvenente, provenzale, cioè dalla mia bella.

[9] E so, E credo.

[10] Sira, sera, siciliano e bolognese di dialetto vivo.

[11] Latinismo, medicina.

[12] Sempre; in provenzale tota via.

[13] Triste, come al penultimo verso della prima strofa.

Indice Biblioteca Progetto 200

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 07 gennaio 2008