Francesco Tassi

Introduzione generale

a

Della miseria dell’uomo

di

Bono Giamboni

Edizione di riferimento:

Della miseria dell’uomo, Giardino di consolazione, Introduzione alle Virtù di Bono Giamboni, aggiuntavi La scala dei claustrali, Testi inediti, tranne il terzo trattato, pubblicati ed illustrati con note dal dottor Francesco Tassi, presso Guglielmo Piatti, Firenze, 1836.

Alle amatissime sue figliuole

Albina ed Augusta

Francesco Tassi.

Dimenticato non avrete, mie care Figliuole, con quale ardore appena la vostra mente diè segno d’intelligenza io mi adoperassi ad imprimere nel tenero vostro cuore quanto l’umana condizione sia misera. Uscite di fanciullezza, io vi vedeva crescere in fiore di gioventù confortate da tale ammaestramento, ed erudirvi in ogni bell’arte, che più convengasi a gentili donzelle, per addestrarvi le lusinghe di fortuna a respingere. Perdemmo intanto nell’ottima vostra Genitrice, voi la miglior maestra ed il vivo esempio d’ogni virtù; io la fedel compagna, e di mie cure il più soave conforto. Se il vostro cuore ancor geme, e gemerà lungamente di tanta perdita, il mio, già languido per età, si dibatte impotente a più sostenerla. Inoltrando dunque inesperte nel cammin della vita, vi offro, amatissime Figliuole, in queste Operette quella istruzione, che più non potrete dai genitori vostri aspettare, e che pur v’è di mestieri per essere ferme contra ogni rea seduzione, qualunque sia lo stato, in cui la Provvidenza vorrà collocarvi. Nella Miseria dell’Uomo ravviserete quanto il cuor nostro sia inchinevole al vizio, e qual frutto colgasi a porlo in cose piene di vanità. Nell’Introduzione alle Virtù leggerete come congiurino i vizj a corrompere tutte le nostre affezioni, e di qual forza convenga il cuore guernire per trionfarne. Ma il Giardino di Consolazione vi mostrerà che, se aspre son le battaglie, vie più dolce n’è la vittoria, perchè l’anima s’allegra tutta e si riconforta al sentirsi di maggior lena a procedere d’una in altra virtù, che insieme poi riunite in bell’ordine formano quei gradi, pe’ quali ascendesi al cielo, e che vedrete leggiadramente descritti nella Scala de’ Claustrali, la quale mal vi apporreste a credere servire a guida solo di quelle anime, che si raccolgono a vivere solitarie nella pace de’ chiostri; poichè per lei poggiar debbono quanti aspirano alla mercede, ch’è all’esercizio d’ogni virtù preparata. Abbiatevi dunque, mie care, in queste Operette il maggior dono ch’io possa farvi, perchè raffermandovi in quelle massime, che non mi ristetti mai d’inspirarvi, rammenterete la brama ch’io m’ebbi sempre di procurarvi tal vita, che trascorrendo, quanto si può, tranquilla fra tante e tanto amare vicende, giungeste a quella pace beata, che non si ha che dal cielo; e che dal cielo, di tutto cuore, la mia paterna amorevolezza v’implora.

Avvertimento

Tra i varj antichi Scrittori, che per semplice e leggiadra purità di stile, a grado di nobiltà e grandezza il materno gentile nostro linguaggio portarono, egli è certamente da annoverarsi Messer Bono Giamboni, scrittore che, a vasta dottrina, una piena cognizione d’ogni bellezza del vago e puro volgare nostro riunendo, seppe le opere sue di cotal grazia e venustà adornare, da non recar maraviglia se queste, o sia che il proprio suo nome ritenessero, o che ad altri attribuite venissero, erano dai maggiori nostri ritrovate degne di proporsi a norma di elegante e purgata italiana favella. Il perchè se ci faremo a percorrere la Tavola degli Autori i più celebri, che i dotti Compilatori della IV impressione del tesoro di nostra lingua come maestri di terso e retto modo di scrivere allegarono, troveremo che quasi niuno dei diversi componimenti del Giamboni vi restò trascurato; e che anzi, se come suoi riportati questi sempre non furono, vi ebbero però luogo talvolta come scritture credute d’autore non meno di lui reputato e valente. Ora quali di essi debbano di sua ragione riconoscersi, e quali, l’altrui nome fin qui falsamente assumendo, convenga che dispogliati ne siano, per quello riprendere di Messer Bono, che di pieno diritto loro si spetta, è quanto noi tenteremo di porre in chiaro, dopo alcuni brevi cenni intorno allo Scrittore, le di cui operette, in parte inedite, è nostro intendimento di pubblicare.

Scarsi e ben pochi è da convenirsi aver detto a ragione il celebre Abate Francesco Fontani nella sua prefazione al Volgarizzamento di Vegezio, essere i particolari riguardo alla vita ed alle azioni di Bono Giamboni fino all’età nostra pervenuti; poichè, malgrado le più accurate indagini da noi fatte per rintracciar notizie di sì chiaro e purgato scrittore, riuscir non potemmo a discuoprirne alcun’altra, che maggiore o nuovo lume accrescesse a quanto erasi da quel dotto editore indicato. Costretti quindi a giovarci di ciò, ch’egli avea con sommo studio raccolto dall’eruditissimo Mehus, e dallo zelantissimo investigatore di antiche patrie istorie Domenico Maria Manni, e da altri celebrati scrittori, se ripeter dovremo, che tanto l’epoca del nascimento di Messer Bono, quanto quella di sua morte, non ci vennero ancora ben contate e chiarite, potremo però determinare, senza tema di andar di troppo errati dal vero, che la nascita del Giamboni dee riferirsi poco innanzi al 1240 e che la di lui morte dovette poi accadere al di là del 1295, e così qualche anno dopo il cominciare del 1300. Che di fatti, intorno all’epoca del 1240 sia da stabilirsi la nascita di Messer Bono, ne abbiamo sicuro argomento, da una carta scritta nel 1264, che il Manni nell’Avviso ai Lettori, premesso all’ Etica d’Aristotele data in luce nel 1734, asserì aver veduta presso i PP. di S. Maria Novella, contenente una Procura fatta, per atto pubblico, da Diana Vedova di Guglielmo Amidei, in persona di Messer Bono di Messer Giambono del Vecchio, Giudice del Popolo di S. Brocolo; documento che di presente nel pubblico nostro Archivio Diplomatico si ritrova. E veramente se nel 1264 Bono Giamboni era già destinato a rendere pubblica ragione in uno dei sestieri della città nostra in nome del Comune, viene di facile conseguenza il concludere, non potere egli essere stato chiamato ad esercitare le attribuzioni di così onorevole e delicato incarico prima dell’anno ventiquattresimo di sua età. Nè per tale interessante documento possiamo soltanto fissare, con una quasi sicura certezza, l’epoca in cui nacque il nostro Autore, ma ci è dato pure il congetturare, che essendo egli figlio di Giambono Del Vecchio, discendesse quindi dall’antica nobilissima famiglia De’ Vecchi, o de’ Vecchietti, che Dante rammentava là, dove disse:

« E vidi quel De Nerli, e quel Del Secchio. »

E quando a sì fatta congettura esser possa di qualche sostegno l’autorità di un istrumente del 1198, che il Corbinelli riportava nella Storia genealogica della Casa Gondi, perchè tra i discendenti della famiglia Dei Vecchietti, o De’ Vecchi, vedeva noverarsi un tal Perius Boni de S. Donato De Vecchis, di maggiore e più convincente conferma servirà poi l’altro documento, che si conserva nelle Riformagioni col titolo Ruolo della guerra dell’Arbia, accaduta presso Monte Aperti nel 1260, in cui tra la prode gioventù ch’ebbe parte a tal rinomato avvenimento, il nome pure di un fratello di Messer Bono così trovasi inscritto: Johannes quondam Domini Giamboni Del Vecchio, Populi S. Martini Episcopi: testimonianze tutte, che restano poi meglio corroborate dai rogiti intorno al 1290 di Ser Simone Buoncristiani, nei quali il nostro Messer Bono come figlio di Messer Giambono, o di Messer Giamboni Del Vecchio, è spesso rammentato. Quindi a vie più stabilire che realmente Bono Giamboni fosse dal Comune di Firenze rivestito della onorifica rappresentanza di Giudice, concorre ancora l’autorevole asserzione di Giovanni Villani, che nel Capo XXXV del Libro XII della sua Cronaca, parlando della morte del Santifico, avvenuta nel 1344, e dei sontuosi ufici funebri, che gli furono resi allorchè, a guisa di santo, veniva in S. Croce tumulato, disse esser questi un Jacopo fiorentino, che fu di Messer Bono Giamboni, Giudice del Popolo di S. Brocolo. Ed è in vero ben da supporre che Messer Bono con somma prudenza, integrità e dottrina ai doveri tutti adempiesse di tale incarico, poichè da altro documento dal Manni veduto nella Strozziana sotto il N. 1104, restiamo assicurati, che anco nel 1282 egli esercitava le funzioni di Giudice, rendendo però pubblica ragione in diverso sestiere: in prova di che, ecco quanto quell’accurato Scrittore nel suddetto suo Avviso ai Lettori, da cotal documento originale, reputò opportuno il trascrivere: Dominus Bonus quondam Domini Jamboni Del Vecchio, Judex ordinarius pro Commune Florentiae, Curiae Sextus Portae S. Petri, anno Domini 1282. Ora se da quanto dicemmo può concludersi che il Giamboni fu in legge assai perito e valente, chiaro paleseranno poi i suoi scritti di qual profonda ed estesa dottriua era d’uopo ch’ei fosse fornito, come nelle sacre e profane lettere esser dovea versatissimo e finalmente con qual purezza, venustà e grazia i propri concetti nel nativo suo idioma valesse ad esporre. Tanti pregi e non sì comuni ornamenti, attestati ancora dal dottissimo Mehus colle seguenti parole a di lui riguardo adoprate nella prefazione alle Lettere d’Ambrogio Camaldolense ( pag. CLVI ): Habes Bonum Jamboni filium, florentinum, non tam gallice peritum, quam librorum et gallorum et latinorum interpretem, criticum praeterea et veterum Scriptorum investigatorem acerrimum, era di conseguente che rendessero il Giamboni pregevole e caro ai dotti tutti dell’età sua; ond’è che da altri fu creduto non essere fuori di verisimiglianza, ch’ egli si trovasse pure in amistà congiunto con quegli che Guido Cavalcanti e Dante Alighieri vantarono a maestro, cioè con Ser Brunetto Latini, e che dei suoi lumi e del vasto di lui sapere giovandosi, tal poscia si manifestasse il Giamboni, qual dimostrammo ch’ ei fosse. Ed in quale alta stima dal nostro Autore gli scritti di Ser Brunetto si avessero, ben lo convince il divisamento da lui formato, come meglio vedremo in appresso, di traslatare dal francese, se non tutto, una gran parte almeno del di lui Tesoro; fatica che dai più dei dotti credendosi essere stata poi dal Giamboni intrapresa dopo la morte del suo autore, darebbe validissimo appoggio a determinare con più sicurezza quanto di sopra dicemmo, che la morte di Messer Bono è da riportarsi qualche anno al di là del 1295, poichè tanto il Boninsegni, quanto l’Ammirato sono concordi nell’ affermare che Ser Brunetto Latini in quell’ anno terminava i suoi giorni. Siccome però un tal volgarizzamento era stato dal Giamboni maestrevolmente eseguito, quindi non pochi vi furono degli eruditi del passato secolo, tra i quali in specie il Mehus, che supposero essersi egli fino dalla prima sua gioventù trasferito in Francia, e che un qualche tempo dimorasse in Parigi, occupato non tanto nella ricerca di antiche scritture francesi e latine ad utilità delle lettere, quanto ancora per apprendervi la lingua di quel paese, onde rendere a sè più agevole il volgarizzar questa ed altre opere, a maggior comodo e pro di coloro, che di quel linguaggio non avean cognizione. Ma per non essere un tal supposto da veruna autorevole e certa memoria convalidato, non opponendosi l’erudito Fontani alla possibilità che il Giamboni nella sua gioventù si fosse portato in Francia, attrattovi in special modo dall’alta rinomanza, in cui erano fino d’allora salite le scuole di Parigi, e più ancora stimolato dalla frequenza dei viaggi, che dai nostri colà si facevano, per l’estese relazioni commerciali, che tra la Francia e l’Italia sussistevano, prese però a sostenere esser questi poco rilevante e non ben persuasivo argomento per accertare, che l’oggetto dell’andata alla Senna di Messer Bono fosse stato l’acquistarvi perizia nel traslatare di francese in volgar fiorentino; giacchè, se, a testimonianza del medesimo Ser Brunetto, sappiamo che al suo tempo in Firenze la parlatura francesca era pia dilettevole e comunemente adoperata sopra gli altri linguaggi, agevol cosa ell’era adunque per ognuno il rendersi sciente e perito in quel linguaggio, senza dilungarsi perciò dalla patria.

E poichè per la mancanza di antiche memorie, o scritture, fatalmente egli avviene che maggiori particolarità interessanti la vita e le azioni di Messer Bono restino tuttora in oscuro, ci faremo a descrivere le opere, che di sì leggiadro e valente scrittore sono fino a noi pervenute: e queste brevemente percorrendo, indicheremo poi quali di esse, o come inedite, o per esser degne dell’attenzione dei dotti, sia ora nostro divisamente il pubblicar con le stampe. Appartengono indubitatamente, come anderemo provando in appresso, tutti per purità, vaghezza e magistero di lingua pregevolissimi, i seguenti scritti, cioè:

I.° Volgarizzamento dell’Etica d Aristotele.

II. Volgarizzamento dell’Arte militare di Flavio Vegezio.

III. Volgarizzamento delle Storie di Paolo Orosio.

IV.° Volgarizzamento del Tesoro di Ser Brunetto Latini.

V.° Volgarizzamento della Forma di onesta vita di Martino Dumense.

VI° Rettorica di Tullio, ovvero Ammaestramenti dei Dicitori.

VII° Introduzione alle Virtù.

VIII.° Della Miseria dell’uomo.

IX.° Giardino di Consolazione.

I.° Fino quasi alla metà del secolo decorso fu riguardato come volgarizzatore dell’ Etica d’Aristotele il celebre medico e filosofo fiorentino, Maestro Taddeo, che viveva nel 1280, e di cui tesseva elogio il Verino, e più estesamente poi Filippo Villani nelle Vite degli Uomini illustri Fiorentini: ma venuto in luce nel 1734, per le cure del Manni, un volgarizzamento dell’Etica d’Aristotele, opera ch’egli riguardò come estratta dal VI Libro del Tesoro di Ser Brunetto Latini, se nel pubblicarla ei si tacque il nome del suo autore, non ebbe però a sospetto che dal francese linguaggio, in cui il Tesoro era stato originalmente scritto, recata si fosse nel volgar nostro fiorentino da Maestro Taddeo medico, ma tenne bensì per sicuro, come prima di esso dubitato ne avevano l’Argelati ed il Paitoni, che tal fatica ascriver si dovesse a Bono Giamboni, traendone sicuro argomento dalla perfetta corrispondenza ch’egli ritrovava nella di lei tessitura col Tesoro di Ser Brunetto da Messer Bono volgarizzato. Alla qual dichiarazione se verremo ora ad aggiungere, che presa a confronto la purezza e semplicità di stile di questo volgarizzamento con tutti gli altri scritti, che incontrastabilmente al Giamboni attribuire si debbono, tal rassomiglianza vi riconosceremo da esser sempre più costretti a concludere, che anco il volgarizzamento dell’Etica d’Aristotele, dal Manni pubblicato, devesi tra le opere del purgatissimo nostro Scrittore asseverantemente annoverare.

II.° Da un Codice ben singolare del XV esistente nella Riccardiana, e che i Compilatori della IV impressione del Vocabolario della Crusca allegavano come appartenente a Giuliano Davanza ti, e dove questi trovavasi difettoso, o manchevole, da altri due Codici non inferiori a quello di pregio, dei quali uno di Bernardo Davanzati, e che in detta Biblioteca attualmente si conserva, traeva il celebre Abate Francesco Fontani il Volgarizzamento dei Quattro Libri dell’Arte della Guerra di Flavio Vegezio, eseguito, com’ egli potè chiaramente dimostrare, per opera di Bono Giamboni. In quest’ottimo volgarizzamento, che con tanta accuratezza veniva in luce in Firenze nel 1815, corredato di erudite annotazioni e di una assai dotta prelazione, venne a porgere il Fontani agli studiosi del gentile nostro linguaggio altra purissima sorgente di nuove. bellezze feconda, che sempre più di sua ricchezza e dovizia ne estendesse i già avanzati suoi limiti.

III°. Che il Giamboni recasse poi di latino nel volgare nostro idioma le Istorie di Paolo Orosio, scrittore del V secolo, di cui la Riccardiana possiede autorevoli Codici, lo affermarono il Mehus nella riferita sua prefazione alla pag. CLVI; il Tiraboschi nel Tomo IV della Storia della Letteratura Italiana; l’Argelati, il Maffei, ed il Paitoni nelle loro opere dei Traduttori Italiani; e finalmente con altri il Manni, che nel rammentato Avviso attesta non solo di aver veduto più Codici di queste Istorie, tutti col nome certo del loro volgarizzatore Bono Giamboni, ma determina pure circa a qual epoca sì fatto volgarizzamento fosse da Messer Bono compiuto, poichè leggendo egli in uno dei Codici delle Istorie d’Orosio recate in volgare, esistenti nella Strozziana, ed ora nella Magliabechiana: Cominciasi il Libro di Paolo Orosio raccontatore di storie antiche, traslatato di grammatica in volgare per Bono Giamboni, Giudice, ad istanza di Messer Lamberto Alberti; e trovando dipoi, che questo Messer Lamberto viveva nel 1291, per vedersi nominato come uno degli esecutori testamentari di Messer Jacopo Degli Abati, che quindi morì in detto anno Proposto della Chiesa fiorentina, da ciò concludeva, che Messer Bono doveva aver condotto a fine questo pregevolissimo suo lavoro circa al 1290, o poco dopo. Era un tal volgarizzamento, che l’erudito Fontani dava speranza di mandare alla pubblica luce dopo la rinomata sua edizione del Vegezio; ma troncati da morte i di lui giorni, venne così a perdere la letteraria repubblica un nuovo testo da sì dotto e sommo editore illustrato. Nè già perchè sia fiducia in noi di potere aggiungere a quanto gli amatori della italiana favella attender doveano dal Fontani, ma per solo desiderio di sempre più accrescerne il di lei tesoro, anderemo tentando, per quanto la tenuità dei nostri lumi il comporti, di procurarne in breve una stampa, che non manchi di quella diligenza ed accuratezza, che vuolsi in simili produzioni adoperare. E qui non crediamo che altri possa recarci a rimprovero il rendere avvertito un errore, da supporsi meramente tipografico, incorso nella Serie dei Testi di lingua italiana, pubblicata dal Signor Bartolommeo Gamba nel 1828, ove alla pag. 107 parlandosi delle opere di Messer Bono, e dei diversi suoi volgarizzamenti, trascurandosi quello ben conosciuto delle Istorie di Orosio, se ne vede poi citato uno di Orazio, a tutti ignoto, e che ad altro volgarizzamento del Giamboni non può al certo appellare, se non a quello, di cui al presente ragioniamo.

IV°. Vedeva la pubblica luce fino dal 1474 in Treviso, pei torchi di Gerardo di Fiandra, il Tesoro di Ser Brunetto Latini, dottamente recato nel volgar fiorentino da Bono Giamboni: e per quanto si riproducesse poi questa opera in Venezia negli anni 1528 e 1533, pur non ostante ella non ottenne giammai quella emendata lezione, che i dotti desideravano; che anzi le indicate due ristampe, e la seconda ancor più della precedente, restarono di gran lunga inferiori a quella in Treviso eseguita, come bene a ragione vediamo che se ne dolse pure il Salviati nel Capo XII dei suoi Avvertimenti. Per buona ventura però delle lettere, egli è ora per avverarsi, intorno a questo libro, il voto espresso dallo Zeno nelle Annotazioni al Fontanini, e quindi vivamente ripetuto dal ch. Fontani nella prefazione al Volgarizzamento di Vegezio, che una mano industre e pietosa il ripurghi dalle tanta inesattezze, che lo deturpano, ed alla primitiva e vera lezione lo renda, poichè l’egregio Sig. Canonico Gaspero Bencini, Accademico residente della Crusca, è per darne in breve una edizione sì emendata e corretta, da render vana in altri ogni speranza di più perfetto miglioramento.

V°. Ebbesi per lungo tempo comune opinione, che la morale operetta intitolata Formula honestae vitae a Lucio Annea Seneca appartenesse; ed è per sì fatta cagione che, sotto tal nome, ella vedeva non solo la pubblica luce in due diverse edizioni eseguite nel secolo XV, ma che i volgarizzamenti pur anco, che di essa erano stati fatti in età più remota, e che inediti leggevansi in antichissimi Codici, andavano concordi nell’ attribuirne allo stesso Seneca l’original dettatura. Fu però nel secolo decimosesto, che tanto in Alemagna, che in Francia, e finalmente nella grandiosa Biblioteca dei Padri eseguita in Lione, ella veniva dipoi alle stampe sotto il nome del vero suo Autore, che una critica più raffinata avea disvelato essere il dottissimo Martino Dumense, o Bracarense, scrittore che fioriva prima della metà del sesto secolo dell’era nostra, e che nato in Ungheria, governò poi le sedi vescovili di Duma e di Braga in Portogallo. Un libretto, che tanta copia di sani documenti di morale e civil reggimento in sè racchiudeva, meritò a giusto titolo che ser Brunetto Latini non isdegnasse di trasportarlo nell’antica lingua francese, e che lo riportasse quasi che per intero nel suo Tesoro, dividendone letteralmente le di lui morali sentenze nei Capitoli della Prudenza, della Continenza, della Magnanimità e della Giustizia, che formano parte del libro Settimo di quella dotta e preziosa sua opera. E siccome abbiamo di sopra veduto, e lo attesta pure il Salviati nel Libro II degli avvertimenti, che Messer Bono Giamboni recò di francese in volgar fiorentino questo singolarissimo lavoro di Ser Brunetto, ove restava compresa quasi che la totalità dell’aureo Trattato che Martino Dumense al re Mirone intitolava, quindi fu a ragione, che tra i volgarizzatori della Forma di onesta vita del Vescovo Dumense, anco lo stesso Messer Bono si annoverasse, e che il di lui volgarizzamento non fosse poi ritrovato compiuto, come lo era quello di un Anonimo, di poco al Giamboni posteriore, e l’altro del dotto Monaco Giovanni Dalle Celle, che fioriva allorchè il secolo XIV andava declinando. Furono tali volgarizzamenti, che, insieme riuniti per le cure dell’egregio Signor Bartolommeo Gamba, comparivano in luce nel 1830 in Venezia, in un volumetto in 8.°, in cui premesso il testo originale latino di Martino Dumense per sentenze diviso, veniva quindi sottoposta a ciascuna di queste la corrispondente versione, ritenuto costantemente però un ordine cronologico nei loro traduttori; per il che il nostro Messer Bono ha sempre il primato nel porgerne l’italiana interpretazione, alla quale succede poi quella dell’Anonimo, ed a questa l’altra di Giovanni Dalle Celle; tutte per verità, in fatto di lingua, assai commendevoli.

VI°. Con la scorta di ottimi Codici, aventi in fronte il nome indubitato di Bono Giamboni, loro compilatore, pubblicava il Manni nel 1734, unito al volgarizzamento dell’etica d’Aristotele, altro Trattato per squisitezza e purità di stile pregevolissimo, sotto il titolo Rettorica di Tullio, per quanto la sua più vera denominazione avrebbe dovuto, a parer nostro, esser quella di Ammaestramenti dei Dicitori, che troviamo adoprata nel Codice dell’Abate Niccolò Bargiacchi, scritto circa al 1390, che il Salviati rammentava negli Avvertimenti, e che esistendo ora nella Riccardiana al N.° 2338 prende così inco-minciamento: Questo libro tratta degli Ammaestramenti dati dai Dicitori, che vogliono parlare con parola buona, composta, ordinata e ornata, e in sulle proposte sapere consigliare, e lo detto suo piacevolmente profferere, recato a certo ordine per Messer Bono di Messer Giambono ad utilità di coloro, a cui è piacere di leggere. E veramente se avvenga che attento vi portiamo sopra l’esame rileveremo non esser questi un volgarizzamento, nè una parafrasi dei libri di Rettorica di Marco Tullio, ma sivvero un componimento come lo giudicarono eziandio il Maffei, il Manni ed il Fontanini, d’intera ed affatto nuova dettatura, artificiosamente però elaborato sulle regole dal romano Oratore prescritte intorno a quest’arte nei suoi libri de Inventione, e negli altri ad Erennio intitolati. Della qual verità, che se ne avesse piena convinzione fino pur anco dal terminare del secolo XIV, ben lo confermano le parole di sopra riferite, che si leggono nel citato Codice Bargiacchi, e ripetute dipoi nell’altro di epoca quasi corrispondente, posseduto già da Rosso Antonio Martini, e che attualmente nella Riccardiana si conserva, nelle quali dicendosi recato a certo ordine per Messer Bono di Messer Giambono, e non recato in volgare, o traslatato di grammatica in volgare, come abbiamo in altri scritti di Messer Bono, resta di facile conseguenza l’arguire che questo Trattato fino dall’epoca indicata tenevasi con sicurezza non per volgarizzamento, ma bensì per opera dal Giamboni originalmente ordinata e composta. Quindi formerà sempre oggetto di maraviglia il considerare, come il Manni da sì autorevoli Codici accertato del vero nome del compilatore di questa Rettorica, inclinasse poi a credere, che non a Messer Bono, ma piuttosto al di lui figliuolo Jacopo, detto il Santifico, il merito di sì dotta e purgata scrittura attribuir si dovesse. Nè saravvi giammai, dopo le addotte osservazioni, chi tenga opinione poter sussistere, riguardo al presente Trattato, quello che altri sostenne, essere egli cioè il medesimo, che sotto il titolo di Rettorica volgarizzata dal Giamboni, forma l’Ottavo Libro del Tesoro di Ser Brunetto, pubblicato nel 1528, mostrandosi la loro dissomiglianza sì apparente, da non esser facile nel distinguerli di restarne tratti in inganno: sopra di che gioverà il percorrere il Ragguaglio del Libro intitolato l’Etica d’Aristotile, ridotta in compendio da Ser Brunetto Latini ec. di Jacopo M. Paltoni, riportato dal Galogerà nella Raccolta di Opuscoli scientifici e filologici Tomo XLII, pag. 187. E a distruggere poi la già troppo diffusa opinione, che la Rettorica dal Manni pubblicata spetti a Fra Guidotto, o Galeotto da Bologna, potrà servire di gran sostegno una memoria, che nel Codice Bargiacchi, di lezione a quel testo assai rassomigliante, veniva apposta, in fine di questo Trattato, da Ser Filippo di Ser Geri Da Rabatta, scrittore del Codice, che viveva intorno al 1390, secondo la quale, tralasciata la questione ormai disciolta se questo scritto debba aversi, o no, per volgarizzamento, resta apertamente dimostrato non essere tal dotta fatica da attribuirsi a Fra Guidotto, ma doversi bensì tenere per fermo che al nostro Giamboni appartenga; ed ecco come Ser Filippo Da Rabatta in quella memoria si esprimeva: Qui è finita la Rettorica di Tullio, la quale Messer Bono Giamboni, Giudice di legge, e buono uomo, recò in volgare, perchè ne avesser diletto, in quanto si potesse, gli uomini laici, che hanno valente intendimento. La quale Rettorica volgarizzata, Fra Guido da Bologna si vantò, siccome si trova scritto che l’avea volgarizzata: egli e’ traspuose la parte di dietro dinanzi, per diversi modi. E che di fatto la Rettorica di Tullio dal Giamboni compilata abbia molta discordanza da quella di Frate Guidotto da Bologna, più volte in addietro venuta in luce, e riprodotta poi nel 1821 dal Sig. Bartolommeo Gamba, col titolo Fiore di Rettorica, agevol cosa sarà il chiarirsene dal confronto che se ne faccia col testo dal Manni pubblicato. Di qui si renderà pure palese quanto sia vero quello, che Ser Filippo Da Rabatta asseriva, cioè che Frate Guidotto per diversi modi avesse alterato ed inverso l’ordine di questo Libro, trovandosi appunto che il testo datoci dal Sig. Gamba è altrimenti disposto che quello del Manni, malgrado che poi la materia contenuta nella più gran parte dei Capitoli sia letteralmente trattata in entrambi con un’istessa ed egual dettatura: particolarità rilevantissima, che promovendo il dubbio, chi di questi due Compilatori di una medesima opera, con simigliante andamento composta, il vero ed originale scrittore riguardare si debba, potrebbe essa fondatamente risolversi a favore del nostro Giamboni, sostenuti in ciò dalla riportata autorità di Ser Filippo Da Rabatta; dall’opinione emessa dal Manni, che tra i diversi scritti di Messer Bono la Rettorica si è quella che, per il modo con cui è dettata, maggiore e più stretta somiglianza ritiene col di lui Giardino di Consolazione; e finalmente dal giudizioso parere pronunziato dal dottissimo Ab. Michele Colombo nel Vol. III dei suoi Opuscoli, pubblicati in Parma nel 1824, ove ragionando egli alla pag. a 11 del Fiore di Rettorica di Frate Guidotto dato in luce dal Sig. Gamba, trovandone lo stile sì terso e purgato, dubitò che sua esser ne potesse la dettatura, sembrandogli ben strano come il solo Guidotto in Bologna, in tempi di non troppo estesa civiltà e coltura sì politamente scrivesse, e che le di lui tracce non fossero poi da altri seguite. Ed ecco come l’erudito Ab. Colombo dopo tali riflessioni si faceva a ragionare: Se nel mille ducento con tanta pulizia scriveva questo Guidotto in Bologna, donde è dunque avvenuto che la coltura di lui siasi arrestata in esso senza passare negli altri del suo paese a que’ dì? Perchè mai la lingua bolognese restossi tuttavia nella rozzezza in cui era? Qual fu la cagione per cui nessun altro Bolognese del tempo suo coltivò la favella, nè si segnalò nel bello scrivere, come fec’egli? E quindi a conclusione di suo ragionamento diceva: egli sarà sempre malagevole a concepirsi come mai Frate Guidotto potesse scrivere questo libro in Bologna nel 1200, o in quel torno. Nè a decidere sì fatta questione in favore del nostro Autore, si opporrebbe l’epoca, nella quale vuolsi che Frate Guidotto componesse il Fiore di Rettorica, però che s’egli è certo, come altri sostenne, che ciò avveniva intorno al 1260, Messer Bono compiendo in quel tempo il quinto lustro di sua età, e fresco tuttora degli studi rettorici già percorsi, avea sapere e lumi bastanti per compilare quell’opera, da cui Frate Guidotto tratto ne avrebbe il suo Fiore di Rettorica, che malgrado la varia disposizione, e il diverso troncamento dei Capitoli, mostra sempre però quasi che in ciascuno di essi una dettatura di rassomiglianza pienissima a quelli, che nella Rettorica di Tullio, o negli ammaestramenti dei Dicitori del Giamboni si leggono. Superiore poi ad ogni altra prova, ed anzi conferma certissima, che la Rettorica data in luce dal Manni è senza fallo l’opera istessa di Messer Bono intitolata Ammaestramenti dei Dicitori, si è la perfetta corrispondenza che nel riscontro fatto sul citato Codice Bargiacchi ritrovammo esistere tra questi due componimenti; riscontro, che, mentre di tal verità attestava, dette insieme a conoscere di quali interessanti miglioramenti potrebbe questo Trattato arricchirsi, se a seconda di quel Codice, di più purgata dizione, venisse un tempo a riprodursi.

VII°. Nel numero delle antiche scritture, clie per la loro purità di stile meritarono di esser chiamate ad accrescere il tesoro di nostra favella, ebbe pur luogo un Trattato di Anonimo, col titolo Introduzione alle Virtù, del quale è ben noto che dallo Stritolato se ne possedeva un Codice di altissimo pregio: ma per esser questi più generalmente conosciuto, e nel Vocabolario altresì allegato con le denominazioni Trattato dei Vizj, o Trattato delle Virtù e dei Vizj; ed innumerabili essendo i Trattati, che su tal materia si aggirano, venne quindi per analogia di titoli a confondersi spesso con essi, che il più delle volte non erano se non che scritti di vario autore, per orditura ed indole non solo interamente da quello diversi, ma fra di loro, pure del tutto dissomiglianti. E fu di natural conseguenza che da tanta copia di scritti di eguale argomento, varie opinioni insorgessero; il perchè taluni si fecero a credere, che nel Trattato, di cui ragioniamo, si contenesse un volgarizzamento dei Libri de Conflictu Vitiorum et Virtutum di Guglielmo Giordano, o di quelli di Ambrogio Autperto, già attribuiti ad Alano dall’Isola; o sivvero una versione dei Trattati De Vitiis et Virtutibus di Albuino prete, di Enrico d’Assia, di Alcuino Flacco, o di Ugone da Santo Caro, scrittori che precedettero l’età del Giamboni, o che gli furono coetanei; ma le osservazioni dal Simlero, dall’Oudino, dal Fabricio, dall’Echard e da altri dotti su tali componimenti portate, chiaramente ci provarono esser questi di tal indole, da concludere che veruna rassomiglianza ritengono col testo allegato. Altri poi vi furono, che sospettarono comprendere egli il Trattato di Guglielmo Peraldo, o di Pietra Alta, dell’Ordine de’ Predicatori, e quindi Vescovo di Lione, intitolato Summa de Vitiis et Virtutibus; di cui esistendo un volgarizzamento nella Magliabechiana al Palchetto III della Classe XXXIII, potemmo assicurarci quanto questi dall’Introduzione alle Virtù si tenga discosto. Nè mancò inoltre chi dubitasse ascondersi in esso una versione dell’opera, che Frate Lorenzo, religioso Domenicano, di nazione francese, e Confessore di Filippo III, detto l’Ardito, scriveva nel natio suo idioma nel 1279, (Chiamandola Livre des Vices et des Vertus, o volgarmente La Somme le Roi, che tutti i più celebrati bibliografi con somma lode rammentano; ravvisandone poi come suo volgarizzatore nel toscano idioma Fra Buggeri Calcagni, egli pure Domenicano, e poscia Vescovo di Castro, che viveva intorno al 1290. Ma per essere stata questa dotta fatica di Frate Ruggeri dal Poccianti annunziata coll’erroneo titolo Eversio de Vitiis et Virtutibus, in luogo di dire Versio de Vitiis et Virtutibus, e quindi dal Possevino così alterata Eversio Vitiorum, et consequutio Virtutum, dette un tempo a supporre non racchiudere essa il volgarizzamento dell’opera di Frate Lorenzo, ma contenere bensì uno scritto con nuovo ordine dai Calcagni composto. E finalmente altri vi furono, che opinarono riconoscersi nell’Introduzione alle Virtù un volgarizzamento dell’opera latinamente scritta da Fra Servasanti dell’Ordine dei Minori, chiamata Summa de Vitiis et Virtutibus, o dell’altra più estesa, ch’egli denominò liber de Virtutibus et Vitiis ex libro majori de Exemplis naturalibus excerptus: ma siccome dall’accurata analisi delle opere del francese Frate Lorenzo, dataci dal Cave, dal Fabricio e dall’Echard, egualmente che da quella degli scritti di Fra Servasanti, che abbiamo dal Waddingo e dallo Sbaraglia nei loro Annali dei Minori, si rileva che l’orditura e la partizione sì dell’opera intitolata Livre des Vices et des Vertus, o la Somme le Roi, che delle altre dette Summa de Vitiis et Virtutibus, ovvero liber de Virtutibus et Vitiis ex libro majori etc., non ritengono conformità veruna con quelle dell’Introduzione alle Virtù, su tali fondamenti possiamo decidere essere affatto assurdo, che questo Trattato riguardar si debba come volgarizzamento delle opere di sopra riferita. Da questa dimostrata varietà di componimenti sopra un’istessa materia, fu che ne vedemmo derivare in seguito i tanti volgarizzamenti, e le diverse parafrasi, ed anco le nuove e fra loro discordanti compilazioni di Trattati sulle Virtù ed i Vizj, dei quali troviamo essere stati pur troppo fecondi i secoli decimoterzo e decimoquarto, e che in più Codici di pubbliche e private biblioteche s’incontrano colle denominazioni: Libro, Somma o Trattato dei Vizj e delle Virtù. – Libro dei Vizj e delle Virtù, e  delle loro battaglie. – rettoria di Virtù, e sconfitta de’ Vizj. Verziere o Giardino di Virtù. Libro di filosofia morale, o di Consolazione di Boezio, e più semplicemente Trattato de Vizj, o Trattato di Virtù, il maggior numero dei quali in realtà poi si ritrova altro non essere, che una parte dell’Esposizione del Pater Nostro, come seppe dimostrarlo il dottissimo Ab. Luigi Rigoli nella prefazione premessa alla stampa di questa morale operetta, eseguita sul volgarizzamento di Zucchero Bencivenni, che pubblicandosi da lui nel 1828, amò meglio seguitare un Codice Riccardiano, piuttostochè quello di più originale e purgata lezione a Francesco Redi appartenuto, ed ora nella Laurenziana esistente al N. 67.

Nulla era sfuggito di quanto osservammo al dottissimo Professor Giovanni Rosini, allorchè sul cominciare del presente secolo rivolgeva in animo di dare in luce questo Trattato, in allora inedito, sopra un Codice, che, se per purità di lezione eguagliar non poteva quelli che i passati Compilatori del Vocabolario aveano presi a spoglio, si avvicinasse però ad essi in modo da averne un testo il più purgato e corretto: ed era su tal persuasione che, per essere smarrito il migliore dei Codici allegati, data preferenza ad un Manoscritto della collezione Nani, da esso a suggerimento del ch. Cav. Jacopo Morelli di propria mano trascritto nella Biblioteca Marciana, lo pubblicava finalmente in Firenze nel 1810, dandogli in aiuto altro Codice Riccardiano, segnato di N. 1727, che tra i conosciuti ei ritrovava il migliore. E ad attestare più apertamente al pubblico quanta gratitudine egli dovesse al sapientissimo Morelli, che avealo a tale impresa instigato, credè ottimo divisamento il premettervi in fronte le istesse erudite Notizie, che intorno a questa operetta eransi da quell’insigne letterato raccolte, e che, con bell’ordine compilate, gli venivano da lui cortesemente trasmesse. Rilevasi da tali Notizie essere l’indole della trattazione del libro una specie di romanzo spirituale, di cui sembra che il suo autore dalla Consolazione della Filosofia di Boezio ne ritraesse in special modo l’idea. E vuolsi in esso rappresentare un giovine male avventurato, che stanco delle tante traversie, che l’umana vita accompagnano, alle Virtù s’indirizza per esser fatto loro fedele e compagno; ma non vede il suo intento adempiuto, se non dopo di essersi trovatopresente alle diverse battaglie, che da queste, onde abbattere i Vizj, è forza che si sostengano, e dopo di aver dato loro prove le più convincenti di sua verace e ferma credenza. Ma nel discendersi poi in dette Notizie a determinare chi di questo singolarissimo Trattato fosse il vero Autore, e se debba egli considerarsi come volgarizzamento di opera già scritta in latino, in provenzale, o francese, o piuttosto se nel natio nostro linguaggio, e nel buon secolo di esso venisse originalmente dettato, troviamo sì l’una che le altre questioni essersi lasciate tuttora indecise. E soltanto riguardo all’Autore fu creduto potersi supporre esser questi non più l’Autperto, o Alano dall’Isola, nè Frate Ruggeri Calcagni, nè il Minorita Fra Servasanti, ma bensì Fra Domenico Cavalca, traendosene argomento dai tre Manoscritti Riccardiani, illustrati dal Lami nel Catalogo di quella insigne Biblioteca, pubblicato nel 1756, in due dei quali da lui tenuti come anonimi, malgrado che il nome del loro compilatore compreso restasse nelle due iniziali B. Z., poste sul fine del Trattato, egli ne designava in essi, di proprio carattere, come vero autore Fra Domenico Cavalca; e nel terzo poi, abbenchè riconosciuto vi avesse le iniziali istesse contenute nei due indicati Codici, di presente segnati di N. 1363 e 1727, non volle dar loro la più verisimile e meno contorta interpretazione Bono Giamboni, o Bono Zamboni, per non esser nuovo l’incontrare che nelle antiche scritture il G in Z talvolta si permutasse, ma inclinò piuttosto meno ragionevolmente a supporle entrambi errate nelle due D. C, come quelle che meglio si prestavano a conferma della di lui opinione, secondata dipoi dall’eruditissimo Bottari, cioè che Domenico Cavalca significassero. Nè malgrado tutto ciò tralasciava il dotto Morelli di accennare, che nella dettatura degli scritti del Cavalca ravvisavasi nobiltà ed eleganza inferiore a quella nel presente Trattato tenuta. Alle quali osservazioni se vogliasi aggiugnere, che le iniziali adoprate nei citati Codici Riccardiani sono scritte in carattere quasi che gotico, e che la seconda di queste presenta, a chi ponderatamente l’esamini, una conformazione più tendente a rappresentare un G di quello che una Z, verremo così ad avere, come avvertiva pure il ch. Fontani, un nuovo documento, da cui la verità che andiamo a stabilire maggior grado riceva di persuasione e certezza.

Se però all’eruditissimo Morelli ed al dotto e laborioso Prof. Rosini non fu dato il ritrovare altri Codici bastevoli a mettere più apertamente in chiaro, se in realtà spettava al Cavalca il vanto di sì pregevole e purgata scrittura, o a dare altri indizj per discuoprirne il vero Autore, giacchè dai fin qui conosciuti indarno ciò tentar si poteva, dobbiamo alle cure del Prof. Francesco Del Furia, Prefetto meritissimo della Mediceo-Laurenziana, il ritrovamento di un nuovo Codice, che esiste nella Libreria Marucelliana, dal quale resta tolto affatto ogni dubbio sulla certezza del nome dell’Autore di un Trattato, che per la dovizia dei documenti morali, dei quali è ricolmo, e per la purezza, semplicità ed eleganza, con cui fu scritto, è tenuto a ragione per uno degli ottimi componimenti di quel fiorentissimo tempo della toscana favella. Nè già scritto in fronte del Codice da mano diversa, o in pagina separata, nè designato con equivoche od incerte abbreviature, vedesi espresso in esso il nome del vero Autore del Libro; ma sul finire del medesimo leggesi questi riportato per intiero colle seguenti parole: E da che m’ebbono ricevuto per fedele, iscrissono Bono Giamboni nella matricola loro, secondo che la Filosofia disse, ch’io era chiamato. Di sì fatto discuoprimento dava conto l’egregio Prof. Del Furia in una sua Lezione accademica, inserita nel Tomo II degli Atti dell’Accademia della Crusca, ove alla pag. 418 essendogli occorso di parlare di quei Codici istessi dell’Introduzione alle Virtù dal Lami rammentati, così concludeva: Ma per buona ventura avendo io ritrovato netta Libreria Marucelliana un antico Codice contenente l’opera surriferita per mezzo di questo si conosce finalmente, che non è altrimenti il Cavalca autore di essa, ma bensì Bono Giamboni. Il perchè, se, conforme osservammo, nuovo non fu che nelle antiche scritture il G si vedesse in Z scambiato, dalla preziosa scoperta del MS. Marucelliano potremo rettamente arguire che, anco nei Codici dal dottissimo Lami illustrati, sotto le riferite iniziali ascondevasi come autore dell’Introduzione alle Virtù, non Fra Domenico Cavalca, ma Bono Giamboni; poichè a designare quest’ultimo quanto riescono proprie le iniziali B. G., in quei Codici adottate, o anco le equivalenti B. Z., altrettanto queste ad accennarne il Cavalca insufficienti e disadatte si mostrano. Confrontato quindi da noi quel Manoscritto con la fiorentina edizione, e veduto qual superiorità egli si abbia sopra di quella, per la copia di modi e di voci più originali, che da esso attingere si possono, ci crediamo autorizzati a ripetere quanto da alcuni eruditi bibliografi fu detto, essere stato cioè a desiderare, che le tante cure su i varj Codici dal dottissimo suo editore impiegate avessero potuto estendersi pure sul Marucelliano, perchè questo prezioso Trattato sarebbe allora venuto in luce così interamente emendato e corretto, da non far nascere speranza, che altri ne riassumesse la stampa con sicuro convincimento, di riportarlo a migliore e più purgata lezione. Al che affidati, e più ancora per secondare le brame di non pochi studiosi di sì fatte pregiate scritture, ci risolvemmo di riprodurre questa tanto istruttiva operetta, a norma però del testo, che nel MS. Marucelliano avevamo ritrovato più originale e più puro.

Veduto di sopra in quale incertezza i passati Compilatori del tesoro di nostra favella si tennero nello stabilire qual fosse, del presente Trattato, il vero testo da preferirsi tra quelli allegati, viene ora molto in proposito l’aggiungere come quei sommi uomini caddero ancora nell’errore di citar voci avvalorate con esempi creduti ad esso appartenere, ed altre addurne con diverse autorità sostenute, mentre dell’Introduzione alle Virtù facevano parte strettissima. Del quale errore quando la vera sorgente investigar se ne volesse, ravvisarla potremmo nelle due seguenti ragioni: primo nella diversità di lezione ritenuta dai Codici consultati, essendo pur troppo noto, che i riscontri di questo libro furono eseguiti non sopra il solo Codice di Giovanni Batista Deti, denominato il Sollo, ma su quello altresì di Pier Francesco Cambi, detto lo Stritolato, tacendo di quelli di Gregorio e Francesco Redi, e d’altri non inferiori ad essi di pregio; e secondariamente nell’analogia di materia e di titolo delle scritture prese a spoglio; le quali perchè varie e ripetute, ma tutte però allo stesso scopo morale tendenti di esaltare la virtù, e di rendere il vizio abborrito, facile prestar dovettero il mezzo a permutarsi a vicenda e confondersi allorchè fece d’uopo le loro citazioni allegarne. Di che serva a conferma la sola Esposizione del Pater Nostro, che i Trattati della Castità, del Consiglio, dell’Equità, dell’Intendimento, della Sapienza, e d’altre virtù in sè abbracciando, non come contenente i detti Trattati fu nel Vocabolario registrata; ma di questi Trattati medesimi se ne formarono altrettante distinte autorità, che dettero poi ragionevolmente a supporre speciali e divisate operette essere in quelli comprese. Ascendono a centoquattordici le voci, che il Vocabolario, sotto le diverse abbreviazioni Introd. alle Virt. Introd. Virt. Intr. Vir., riferisce come attinte dall’Introduzione alle Virtù, numero da cui debbono però trarsene sette, avendo provato il ch. Morelli nelle riferite Notizie, che sopravvenimento e traripare spettavano al volgarizzamento d’Esopo; e potendo noi dimostrare, come vedremo al suo luogo, che inarroganza e innobilezza sono vistosissimi errori incorsi nel Vocabolario; e che infine contradiamento, golato e imbrunare, per varietà di lezione portata dai Codici mancando affatto nel presente Trattato, di nuova autorità a loro conferma abbisognano. Delle quali voci, così ridotte, quando sul testo, che a seconda del MS. Marucelliano vien riprodotto, voglia farsi ricerca, vedremo non somministrarne egli che sole settantatrè. Ora delle trentaquattro mancanti, tranne ventuna, che altrove incontrammo, le rimanenti affermar non sapremmo a qual più vero componimento appartengano. E fu per avventura che le voci fallare, invasare, loto, partecipazione e sesta venissero da noi ritrovate nel Trattato di Dottrina Cristiana, che va unito al Confessionale di S. Antonino, stampato in Roma nel 1485; e che inciampare, mitriato, scapitare e senso, ci avvenisse di leggerle, con esempi essi pure al Vocabolario corrispondenti, nel Codice Riccardiano di N. 1363, ove dopo l’Introduzione alle Virtù vedesi succedere un foglio segnato di N. 47 contenente un Capitolo del Sacramento dell’ordine de’ Preti, e dei Sacramenti, che si possono da questi amministrare. In quanto poi alle altre botato, compugnimento, pugno, accendirnento, ammutolato, botare, codazza, ferucola, ingenerazione, pigolare, rappareggiare, e ultimatamente, possiamo affermare le prime tre esser comprese nel volgarizzamento del Pianto della Madonna; le otto seguenti esistere nel Trattato della Miseria dell’Uomo; e l’ultima ritrovarsi nel Giardino di Consolazione. E quindi a dimostrare che, i diversi Trattati morali presi a spoglio dai precedenti Compilatori del Vocabolario, spesso restarono fra di loro confusi, gioverà l’avvertire, che le voci accontare, finemente, gravezza, insuperbiare, morbidamente, movimento e rangola non spettano ai Soliloqui di S. Agostino; e che le altre apprendere ignavia e imprevedenza, non riguardano particolarmente l’Esposizione dei Salmi; e che in fine avarizia, confermazione, contenzione, Corpus Domini, falò, fare falò, furto, inobbedienza, invidia, ipocrisia, Mammone, ordinato, pergiuro, simonia e vanagloria, non richiedono a loro sostegno l’autorità nel Vocabolario accennata del Libro de’ Sacramenti, o del Trattato de’ peccati mortali, o sia del Confessionale di S. Antonino, come altri dimostrava, ma tutte di fatto estrarre si possono con esempi eguali, e talvolta ancora migliori, dall’Introduzione alle Virtù; testo che, nella Tavola delle Abbreviazioni della ristampa del Vocabolario, abbandonando le già riferite indicazioni, verrà rappresentato da quest’unica, Giamb. Introd. Virt., cioè Giamboni, Introduzione alle Virtù.

Dai rapidi cenni dati sopra i componimenti del Giamboni fin qui percorsi, chiaro apparisce che niuno di essi, tranne l’Introduzione alle Virtù, è del nostro intendimento il mandare di presente alla luce. E veramente se si consideri che il volgarizzamento del Tesoro di Ser Brunetto verrà in breve da dotta mano illustrato, e di nuove emendazioni arricchito, e che l’altro volgarizzamento delle Istorie di Paolo Orosio, siccome dicemmo, formerà in altro tempo oggetto di nostre cure, facile sarà il persuadersi essere inutile e vana fatica l’occuparci noi della pubblicazione delle rimanenti opere di Messer Bono, essendo queste oramai troppo cognite alla letteraria repubblica per le erudite illustrazioni, delle quali i rinomati loro editori le corredarono. Il perchè concludesi, che gli scritti del Giamboni, che è nostro intendimento di rendere di pubblico diritto con le stampe, unitamente all’Introduzione alle Virtù, non altri sono che i due seguenti, tuttora inediti, quello cioè Della Miseria dell’uomo, ed il Giardino di Consolazione, che brevemente ci faremo a descrivere.

VIII°. Se per comune opinione, dall’autorità di più antichi Codici sostenuta, venne sempre riguardato il Giamboni come il vero Autore della elegantissima operetta intitolata Della Miseria dell’uomo, non per questo tutti furono bene avvertiti nel distinguerla dall’altro non meno terso che interessante di lui componimento, conosciuto col nome di Giardino di Consolazione, indotti per certo in inganno dalle seguenti parole che ne costituiscono il suo principio: Questo libro dà conoscimento perchè si possano consolare coloro, che delle tribulazioni del mondo si sentono gravati ec. Vediamo infatti il Manni sempre nelle sue ricerche accurato, come nelle asserzioni veridico, riguardo poi a queste due operette esser caduto in errore assai manifesto, poichè nel più volte rammentato Avviso ai Lettori, riportando alcune parole, ch’ei credette appartenere al Capo I del Giardino di Consolazione, e che dicono: Una notte, fortemente pensando, udii una boce, che mi chiamò, e disse: Che fai, Bono Giamboni? Di che pensi cotanto, e combatti te medesimo con tanti pensieri? non si accorse comprendersi in queste un seguito dell’introduzione al Trattato Della Miseria dell’Uomo. Ed a richiamarlo da tale errore sembrava per verità che giovar gli dovesse l’aver letto, come egli stesso lo afferma, in un Codice della Badia di Passignano, da lui creduto il Giardino di Consolazione, che l’opera in esso contenuta addomandavasi pure il Servo Santo, giacchè nei diversi Godici Riccardiani, che comprendevano il libro Della Miseria dell Uomo, e ch’egli ebbe agio di esaminare, non poteva essergli sfuggito questi intitolarsi spesso il Serva Santi, il Santo Servio, o il Servo Santo, lo che mai avveniva in veruno degli altri, che il semplice e vero Giardino di Consolazione ritenevano. Anco il dottissimo Mehus nella prefazione alle Lettere d’Ambrogio Camaldolense, nel riferire i diversi scritti di Bono Giamboni, si mostrò egli pure male avvisato nel distinguere fra loro questi due ben differenti Trattati, mentre là dove alla pag. CLVI ei diceva: Hinc laici sunt litteratis oppositi in libello de Miseria conditionis humanae, quod giardino di gonsolazione italice inscriptum est, tributumque publice Bono Jamboni filio seniori, avrebbe dovuto a sua giustificazione soggiungere, che se il Libro della Miseria dell’Uomo fu talvolta chiamato Giardino di Consolazione, non era perciò che questi fosse in verun modo a quello conforme. Nè da quanto dicemmo resta soltanto provata la dubbiezza del Mehus nel dirittamente discernere la materia che nel presente libro si tratta; ma da una Nota, ch’egli di proprio carattere scriveva nella guardia del Codice Riccardiano 1775, abbiamo eziandio aperta testimonianza dell’altro suo più grave fallo, di avere attribuito cioè questo Trattato al Minorita Fra Servasanti, che viveva nel secolo XV, e di averne quindi fatto suo volgarizzatore Bono Giamboni, il giovane, scrittore di cui non ci pervenne opera alcuna, che per semplicità, leggiadria e purezza di stile dimostri quel magistero di lingua, che nei diversi componimenti del nostro Autore costantemente s’incontra, e che era proprio dell’ aureo secolo, in cui egli fioriva. Leggesi in questa Nota: Il libro della Miseria dell’Uomo, che si trova in questo Codice, dopo i Soliloqui di S. Agostino, fu composto in latino da Fra Servasanti Minorita del secolo XV, da cui lo tradusse in toscano Bono Giamboni il giovane nell’istesso secolo. Nè dall’errore del Manni e del Mehus fu dato il tenersi lontano neppure all’eruditissimo Lami, poichè per la diversità della natura ed indole di queste due differenti operette, alla di lui sagace avvedutezza egualmente sfuggita, vediamo essere avvenuto che alla pag. 210 del Catalogo dei Codici Riccardiani ei riportasse, come contenente il Giardino di Consolazione, un Codice scritto nel 1451, e segnato P. III. N. VIII; Codice, che in quella istessa Biblioteca Riccardiana contrassegnato al presente col N. 1317, e conservando tuttora visibile e chiara l’antica sua designazione P. III. N. VIII., apertamente dimostra non altro racchiudere che il libro Della Miseria dell’Uomo. Ed a mantenere quel sommo letterato in tale errore, dovette in vero contribuire non poco il riflettere, che veduto questo istesso Codice dai dottissimi Compilatori dell’ultima impressione del Vocabolario, come lo dichiara la Nota 131. da essi apposta alla pag. 42 del VI Volume, erasi pure da loro erroneamente inclinato a credere, che il Giardino di Consolazione egli in realtà contenesse. In tanta incertezza non è maraviglia adunque se in addietro, anche nelle più cospicue biblioteche, questi due scritti totalmente tra loro dissomiglianti, trovavansi di frequente l’uno per l’altro scambiati; e se quindi nella Riccardiana non solo il Codice 1317, ma quello altresì di N. 1642 vi stavano indicati col titolo Giardino di Consolazione, quando ambidue in effetto il Trattato Della Miseria dell’Uomo semplicemente ritenevano. Nè altrimenti trovammo che avvenisse nella Biblioteca Palatina, poichè il Codice da essa posseduto sotto la primitiva sua designazione 129, e che il profondo conoscitore d’italiana bibliografia Gaetano Poggiali, nella illustrazione appostavi di proprio carattere, asseriva comprendere il Giardino di Consolazione, o altrimenti Il Servasanti, fu da noi verificato non contenere che un semplice abbozzo, o primo getto dell’altro Trattato di Messer Bono, di sopra riferito. E per tacere di più Codici di rinomate biblioteche in Roma ed in Napoli da noi consultati, aventi l’istessa errata indicazione, diremo che anco i due appartenenti alla preziosa collezione di Codici Italiani posseduta dall’egregio nostro concittadino Marchese Giuseppe Pucci, per quanto portassero ancor essi l’istesso inesatto titolo Giardino, o Libro di Consolazione, nell’eseguirne poi il confronto, manifestarono che il solo Trattato Della Miseria dell Uomo venivano entrambi a comprendere. Causa principalissima però che uomini di sì alto sapere egualmente tratti venissero nell’errore di confondere l’ un Trattato per l’altro, si fu al certo, come osservammo, l’ambiguità del titolo premesso all’operetta, di cui ragioniamo, e quella apparente uniformità di materia, che si manifesta al primo gettar d’occhio sulla rubrica al Prolago preposta, ove dicendosi che questo libro dà conoscimento perchè si possano consolare coloro che delle tribolazioni del mondo si sentono gravati, venne a darsi favorevole argomento per credere che in lui il Giardino di Consolazione restasse racchiuso. Alla quale ambiguità di titolo e rassomiglianza di materia, chi si affidi, senza percorrerne almeno i loro prologhi, non giungerà mai ad assicurarsi qual differenza renda questi due Trattati l’uno dall’altro distinto. Nè tanto sarebbe per verità avvenuto ai dotti uomini di sopra rammentati, se avessero a ciò particolare attenzione portata, poichè per tal modo avrebbero riconosciuto che al prologo posto in fronte al libro Della Miseria dell’Uomo davasi costantemente principio dalle parole: Pensando duramente sopra certe cose, laonde mi pareva in questo mondo dalla ventura essere gravato, sì s’infiammava d’ira e di mal talento spesse volte il cuore mio, e tutta la persona ne stava turbata: onde una notte fortemente pensando ec. mentre quello che precede il Giardino di Consolazione ebbe sempre incominciamento dalle altre: Dice Messer Santo Pietro apostolo, che i santi uomini di Dio, inspirati dallo Spirito Santo, hanno parlato; e però è bisogno a noi li loro detti seguitare e avergli, se noi vogliamo che quello noi diciamo sia fermo ec.

E che veramente i titoli premessi nei Codici al Trattato Della Miseria dell’Uomo siano tali e sì diversi da indurre non mal fondato sospetto, che non tutti egualmente comprendano un medesimo libro, ma che indicar possano o il Giardino di Consolazione, o altre operette di consimile argomento con vario ordine e con differente orditura composte, basteranno a convincerne quelli che ora riporteremo, sotto i quali però possiamo con certezza affermare non altro racchiudersi che il vero e semplice libro di Bono Giamboni, in cui ragionasi dell’umana miseria.

Abbiamo in alcuni Codici, Trattato della misera condizione dell’umana generazione. – Trattato della miseria e della felicità dell’uomo; Trattato di Consolazione nelle umane miserie. –Libro di conoscimento della miseria della condizione umana. Della miseria dell’umana generazione. – Della miseria delt uomo; ed in altri Trattato dell’umana generazione. Trattato di Consolazione. Libro di Boezio di Consolazione. Giardino di Consolazione, o il Serva Santi. Della miseria dell’uomo, il Serposanti. Servo Santo della miseria dell’uomo, o Giardino di Consolazione; e finalmente Libro di Serva Santi, od anco Libro di Santo Servio. Ma siccome tra le tante denominazioni, con cui abbiamo veduto intitolarsi il libro, che diamo mano a pubblicare, una ci conveniva presceglierne, che più semplice e meglio analoga alla materia, fosse poi da Codici autorevoli sostenuta, trascuratane ogni altra, non esclusa la stessa che vedemmo annunziarsi dai ch. Professori Lampredi e Valeriani nel loro Manifesto dato al pubblico nel 1812, allorchè si proponevano che anco questo aureo Trattato facesse parte della copiosa collezione di classici Italiani Scrittori, che aveano in animo di mandare alla luce, quella determinammo adottare, che ritenevasi nel più purgato dei Codici consultati, e che unitamente ad altro MS. pregevolissimo da noi posseduto, a scorta destinavamo della presente edizione. Leggendosi in questi Della Miseria dell’uomo, tale è perciò il titolo, di cui credemmo che il presente scritto di Bono Giamboni andar debba fregiato.

Dalle denominazioni poi di Santo Servio, di Servo Santo, o Servasanti, aggiunte in alcuni Codici a sì fatto Trattato, egli è evidente aver preso origine la falsa supposizione, che questi contenesse non già un’opera di original dettatura, ma sì veramente ch’ei fosse un volgarizzamento, od anco una parafrasi di alcuno dei diversi componimenti in latino idioma scritti da Fra Servazio Gervasio Mariano, Minorita, detto fra Servasanti, di cui nel Libro delle Conformità di Bartolommeo Pisano vediamo esserne fatta menzione. E di tanto l’erudito editore delle Lettere d’Ambrogio Camaldolense, Lorenzo Mehus, avvalorava una tale opinione, che il dottissimo Can. Angelo Maria Bandini, nel Catalogo dei Codici Mediceo-Laurenziani, non dubitò egli pure di ripetere alla pag. 331 del Vol. V le parole istesse, che eransi da quel celebre scrittore adoprate, allorchè nella prefazione alle indicate Lettere ragionando del Libro della Miseria dell’Uomo di Bono Giamboni, con avvertenza non ben disaminata, così concludeva: Pleraque namque e Serva Santi Minoritae Sermonibus hoc in opus sunt inlata. Ora se a combattere un così erroneo supposto non basti il riflettere, che nel Catalogo delle opere di Fra Servasanti, riportato dal Terrinca alla pag. 212 del suo Theatrum Etrusco-Minoriticum, e quindi riprodotto più estesamente dal Waddingo e dal di lui continuatore, lo Sbaraglia, negli Annali dei Minori, non se ne ritrova alcuna, che porti titolo corrispondente al libro della Miseria dell’Uomo di Bono Giamboni, o che dia pure a sospettare di ritenere una certa affinità di materia col medesimo, riprodurremo l’altra già accennata più convincente considerazione, che se, a testimonianza istessa dei citati compilatori degli Annali Minoritici, egli è innegabile che Fra Servazio Gervasio Mariano, denominato Fra Servasanti, fioriva sul declinare del Secolo XIV, vale a dire più che un secolo da che era avvenuta la morte di Messer Bono, sarà ad evidenza dimostrato non aver questi potuto dar mano a volgarizzare veruna delle di lui scritture, nè da quelle trarne argomento a compilare la presente operetta, che meglio e più fondatamente si sarebbe fatta congettura aver preso origine dal libro De miseria hominis di Ugone De Miro, o Mira-mors, monaco Certosino, che fioriva nel secolo decimoterzo; o sivvero dall’opuscolo De miseria humana di S. Bernardo, di cui un volgarizzamento del buon secolo di nostra lingua, col titolo Della miseria umana, compariva in luce in Firenze nel 1832.

Da qual più vera fonte derivasse poi il Giamboni l’idea di questo suo componimento, crediamo esser noi giunti omai a pienamente dimostrarlo. Tra i diversi Trattati, che fanno corpo delle opere di Giovanni Lotario Diacono, asceso al pontificato sotto il nome d’Innocenzio III, e che cessava di vivere nel 1216, non è ignoto quello De contemptu mundi, seu De miseria humanae conditionis, di cui ci avvenne non ha molto di vederne più Codici in Roma, e non pochi altri nella Laurenziana, dal Bandini illustrati, oltre quelli che la Riccardiana possiede ai numeri 352 e 824, che tutti concordano col testo adottato nelle diverse edizioni eseguite delle opere di quel celebratissimo Scrittore, tra le quali a sostegno del nostro argomento di quella ci valemmo, che Materno Colino pubblicava in Colonia nel 1575. Al qual testo pubblicato vedemmo pure andare alquanto concorde altro volgarizzamento di anonimo, che incontrammo in un Codice scritto sul cominciare del XIV secolo, esistente nella Riccardiana al N. 1742; che, per quanto in buona lingua dettato, non potrà mai dar sospetto di appartenere al Giamboni, poichè, percorrendolo, si riconoscerà esserne lo stile di troppo lontano da quello, che semplice, terso, e purissimo fu costantemente in ogni scrittura da Messer Bono tenuto. Divideva Lotario Diacono questo suo Trattato in tre Libri, repartiti in Capitoli XCI, i primi XXXI dei quali, che compongono il I Libro, hanno a scopo di mostrare la miseria dell’uomo dall’ingresso che fa nel mondo dall’ora ch’è creato, fino all’ uscita del ventre della madre; della viltà della materia, ond’è ingenerato; della sozzura del cibo, di cui si nutre nell’utero; delle pene che dà alla madre nel venire alla luce; della sue nudità e debolezza; dei frutti. che per se stesso produce; delle pene e dei dolori che soffre fino alla vecchiezza; delle tribolazioni, a cui va soggetto; delle cure e sollecitudini per acquistar sapere; delle paure e dello spavento dei sogni; della brevità della vita, e della prossimità della morte. Nei XLIII Capitoli del II Libro discende a parlare della cupidigia, e del desiderio di acquistare ricchezze; della varia natura e vanità delle medesime; della vendita della giustizia; dell’immondezza del cuore; della gola, ubriachezza, lussuria, ambizione, superbia, avarizia, arroganza e frode, annoverandone di tali vizj le diverse loro specie; descrive quindi i dolori che soffre il malvagio al punto della morte; e la venuta di Cristo alla morte dell’uomo. Dimostrano i XVII Capitoli del Libro III, la putredine dei cadaveri; le tenebre e la confusione dell’inferno; le differenti sue pene, e la loro perpetuità; l’angoscia e l’inutile pentimento dei dannati; il nessuno aiuto e sollievo che resterà a questi per esserne liberati; il dì del Giudizio, ed i segni che lo precederanno; e finalmente la sapienza, potenza e giustizia del divino Giudice. Vedasi ora la partizione del Trattato del Giamboni, e vi ritroveremo corrispondenza quasi che intera con quella da Lotario tenuta, eccettuate alcune inversioni od aggiunte, e l’averne di frequente ampliati o compendiati i capitoli, riunendo in un solo quanto era colà più partitamente diviso; e dividendo in più membri quello che in uno era stato ristretto; per il che il Trattato di Messer Bono, non volgarizzamento, nè parafrasi di quello di Lotario può dirsi, ma opera bensì ad imitazione di esso a nuovo ordine maestrevolmente recata. Nè la sola corrispondenza nella partizione dell’opera porta a concludere essere questo componimento del Giamboni una fedele imitazione del Libro di Lotario Diacono De miseria humanae conditionis; ma vi concorre inoltre il vedere che la materia d’ogni capitolo è spesso trattata con periodi pienamente a quello somiglianti, o con modi e frasi che danno un egual sentimento; ed in fine che gli esempi, e le autorità tutte addotte a conferma della materia medesima sono le istesse appunto, che quell’insigne Scrittore nell’opera sua apportava. E perchè sì fatta imitazione gradatamente si allontanasse, e venisse quindi a cessare ogni dubbio che il presente libro fosse un volgarizzamento, o una parafrasi di quello di Lotario, cotale accorgimento usava il Giamboni nella compilazione del suo scritto, che ora l’ordine della materia rovesciando, ed ora questa di nuovi interessanti argomenti rivestendo, operò che quanto quello in sul principio col primo Libro di Lotario consuonava, nel seguito poscia dal secondo, e più ancora dal terzo si rendesse discosto; e ciò di tal modo facevasi, che questi Trattati in diverso idioma composti, possono entrambi tenersi di original dettatura. Qual sia poi la rassomiglianza, che pienissima tra essi ritrovasi, lo attesteranno i pochi esempi, che anderemo riportando; lo schiarimento dei più avendo noi riserbato alle Note. Descritta dal Giamboni con le parole istesse di Lotario la nudità dell’uomo, e dimostrato con eguali ragioni, perchè l’anima infusa nel corpo resti macchiata di colpa, volendo ancor egli far conoscere a che venga l’uomo dai savi assomigliato, e quali frutti per sè stesso produca, rovesciato l’ordine dal celebrato latino scrittore tenuto, dà nuova forma al suo Capo V, dicendo alla pag. 20: La creatura dell’uomo e della femmina, che nasce in questo mondo, è appellata per li Savi un albore travolto, che le sue radici sono i capelli; il pedale, si è il capo col collo; il fusolo del pedale, si è il petto col corpo; i rami, sono le braccia e le coscie; le frondi, sono le sommitadi e le dita. E questo è quell’albero, onde la Scrittura dice, ch’è foglia, ch’è menata dal vento; ed è stoppia, che dal sole è seccata. E perchè l’albero buono e reo si conosce per lo frutto, secondo che dice il Vangelio, per lo frutto possiamo fermamente vedere ch’e’crea, perchè gli altri albori da sè producono foglie, e fiori, e frutto; ma questo da sè lendini, e pidocchi, e lombrichi. Quelli hanno da sè vino ed olio e balsimo; e questo ha da sè sputo, e feccia ed orina. Quelli hanno da sè soavissimi odori; e questo ha da sè abominevoli fiati ec. Ecco in qual modo avea Lotario trattata questa materia nel Capo IV del Libro I: O vilis conditionis humanae indignitas; o indigna vilitatis humonae conditio! Herbas et arbores investiga. Illae de se producunt flores, et frondes et fructus: et heu tu de te lendes et pediculos et lumbricos. Illae de se fundunt oleum, vinum et balsamum; et tu de te sputum, urinam et stercus. Illae de se spirant suavitatem odoris; et tu de te reddis abominationem foetoris. Qualis est ergo arbor, talis est fructus. Non enim potest arbor mala fructus bonos facere. Quid est enim homo, secundum formam, nisi quaedam arbor inversa? cujus radices sunt crines, truncus est caput cum collo, stipes est pectus cum alvo, rami sunt illo cum tibiis, frondes sunt digiti cum articulis. Hoc est folium quad a vento rapitur, et stipula quae a sole siccatur etc. A mostrare di vecchiezza gl’incomodi, avea detto Lotario nel Capo XI: Si quis autem ad senectutem processerit, statim cor ejus affligitur, et caput concutitur, languet spiritus, et foetet anhelitus, facies rugatur, et statura curvatur, caligant oculi, et vacillant articuli, nares effluunt, et crines defluunt, tremit tactus, et deperit actus, dentes putrescunt, et aures surdescunt. Senex facile provocatur, difficile revocatur, cito credit et tarde discredit, tenax et cupidus, tristis et quaerulus, velox ad loquendum, tardus ad audiendum, sed non tardus ad iram; laudat antiquos, spernit modernos; vituperat praesens, commendat proeteritum, suspirat et anxiatur, torpet et infirmatur. Audi Horatium poetam: Multa senem circumveniunt incommoda. Porro nec senes contra juvenem glorientur, nec insolescant juvenes contra senem, quia quod sumus, iste fuit, erimus quandoque quod hic est. Non altrimenti vedremo essersi espresso il Giamboni alla pag. 27 del Capo III del Trattato Secondo, da quelle parole Ed è la vecchiezza sopra tutti gli altri mali ec., fino alle altresì v’aggiugneremo. Vuolsi indicare da Lotario quali siano i reggimenti dell’avaro, e nel Capo XIII del Libro II, diceva: Avarus ad petendum promptus, ad dandum tardus, ad negandum frontosus. Si quid expendit, totum amittit; tristis, quaerulus et morosus, sollicitus suspirat et anxiatur, dubius habet, et invitus expendit. Magnificat datum, sed vilificat dandum; dat ut lucretur, sed non lucratur ut det; largus in alieno, sed parcus in proprio. Gulam evacuata ut arcam impleat; corpus extenuat, ut lucrum extendat. Manum habet ad dandum collectam, sed ad recipientium porrectam: ad dandum clausam, ad recipiendum apertam. Come il Giamboni provasse lo stesso argomento nel Capo VI del Trattato Terzo, lo mostrerà quanto si legge alla pag. 44, dalle parole E sono questi i reggimenti dell’avaro ec., fino alle altre acciò che dea. A denotare le fatiche che sostiene l’uomo per ragunare ricchezze, così incominciava Lotario il Capo XIV dei Libro II: Currunt et discurrunt mortales per sepes et semitas, ascendunt montes, transcendunt colles, transvolant. rupes, pervolant alpes, transgrediuntur foveas, ingrediuntur cavernas, rimantur viscera terrae, profonda maris, incerta fluminis, opaca nemoris, invia solitudinis, exponunt se ventibus et imbri-bus, tonitruis et fulminibus et fluctibus et procellis, ruinis et praecipitiis etc. Meditantur et cogitant, consiliantur et ordinant, quaerelantur et litigant, diripiunt et furantur, decipiunt et mercantur, contendunt et praeliantur, et innumera talia faciunt, ut opes congerant etc, Quanto il Giamboni imitasse il dotto Lotario, resterà confermato dal Capo III della pag. 40, che tratta delle fatiche, che soffre l’uomo per divenire ricco d’avere. Initium vitae hominis aqua et panis, et vestimentum et domus, protegens turpitudinem. Nunc autem gulosis non sufficiunt fructus arborum, non genera leguminum, non radices herbarum, non pisces maris, non bestiae terrae, non aves coeli: sed quaeruntur pigmenta, aromata, nutriuntur altilia. Coguntur ob escam, quae studiose coquuntur arte coquorum, quae laute parantur officio ministrorum etc. Quanto sunt delicatiora cibaria, tanto foetidiora sunt stercora etc; tale è il principio, che dava Lotario nel Lib. II al Capo XVII della Gola, a cui ben corrisponde ciò che alla pag. 77 dice il Giamboni nel Capo XIX, e segnatamente dalle parole Trovasi iscritto ec.,: fino alle seguenti: Dicono i Savi che quanto più ec. Nel Capo X del Lib. III mostrava Lotario con autorità inappellabili, che i dannati mai saranno liberi dalle pene, e terminava in fine il suo Trattato con queste parole: Et mittent eos in caminum ignis ardentis. Ibi erit fletus et stridor dentium, gemitus et ululatus, luctus et cruciatus, stridor et clamor, timor et tremor, dolor et labor, ardor et foetor, obscuritas et anxietas, acerbitas et asperitas, calamitas et egestas, angustiae et tristitia, oblino et confusio > torctiones et punctiones, amaritudines et terrores, fa mes et sitis, frigus et cauma, sulphur et ignis ardens in saecula saecuhrum. Valendosi il Giamboni nel Capo IV dell’ultimo Trattato di eguali argomenti a prova della perpetuità delle pene, che soffriranno i dannati, chiudeva il suo Libro con queste parole, che leggonsi alla pag. 18: E nel detto luogo staranno ec. Ora se dal fin qui dimostrato ne segue non doversi al Giamboni l’invenzione e l’originale orditura della presente operetta, non potremo negare però ad esso il pregio di averla originalmente dettata nel purissimo volgare nostro, attestando di ciò l’autorità di antichissimi Codici, che l’opinione dei dotti e dei più rinomati bibliografi avvalora, e che meglio resulterà poi dal confronto che se ne faccia con gli altri indubitati suoi scritti, cioè colla Rettorica di Tullio, con l’Introduzione alle Virtù e col Giardino di Consolazione, per cui vedremo tanta e sì manifesta essere la rassomiglianza di stile, che s’incontra nella dettatura di questi quattro componimenti, da non lasciar dubbio a decidere uno e solo esserne il loro autore. Dal che si conclude che il Trattato Della Miseria dell’Uomo incontrastabilmente egli pure al Giamboni appartiene. E quando a ciò confutare altri adducesse il debole argomento, a cui si appoggiò il Manni, nel riferito suo Avviso, per non riguardare il presente Trattato come opera di Messer Bono, ma di Jacopo di lui figliuolo, perchè Bono Giamboni, a suo dire, mai non passò per uomo santo, opporremo oltre al già dimostrato la seguente rilevantissima avvertenza, che se Messer Bono non ebbe fama certa di santità, dovette però essere uomo di sana filosofia, di purissima morale, di semplice e retto costume, e di un animo in somma altamente a virtù temperato, non ad altro tutti i suoi scritti tendendo, se non che a risvegliarci al vero amore di essa, ed a mostrare con massime e dottrine le più persuasive, tratte da sacri e profani scrittori, quanto ei disconvenga e sia pure dannoso il tenerci da quella lontani.

Questo libro sul quale sembra non possano ormai insorgere nuovi dubbi per non riconoscersi come opera dal Giamboni dettata, è quello stesso che per eleganza e purità di stile creduto meritevole di essere allegato dagli antichi Compilatori della III impressione del Vocabolario della Crusca, vi fu poi riferito, con falsa designazione, qua! scrittura di Pier Francesco Giambullari e precisamente per il di lui Trattato delle Lettere, o come altri più assurdamente suppose per l’altro suo Trattato della lingua che si parla e si scrive in Firenze. E siccome una tale autorità avrebbe potuto servire un tempo a giustificare l’errore, che per difetto di più sicure notizie sarebbe stato di conseguenza che si ripetesse nelle successive ristampe del Vocabolario, quindi non si volle tacere dai dotti Compilatori della IV impressione, che i più degli esempi da essi addotti onde avvalorare le voci, che per l’innanzi si dissero attinte dal Trattato delle Lettere del Giambullari, non sembravano loro a quello niente analoghi, ma dover questi piuttosto appartenere ad altro libro, in cui di spirituali materie si ragionasse. E di sì fatto loro giudizio ne dettero testimonianza nella Nota 301, riportata in piè della pag. 81 del VI Volume, ove dichiararono altresì restare in loro sempre dubbiezza, se nel Giambullari l’autore piuttosto che il posseditore di quel testo conveniva di riconoscere. Quanto poi l’opinione manifestatasi da quegli eruditi Compilatori fosse giusta e sensata, ne arrecava piena conferma il dotto Cav. Mortara nelle Notizie intorno alla vita ed alle opere di Pier Francesco Giambullari, premesse alla ristampa delle Storie d’Europa, da lui pubblicate nel 1822, ove asserì, che preso a spoglio il Trattato delle Lettere del Giambullari, niuno vi ritrovò degli esempi, che il Vocabolario su quell’autorità allegava. Venuti noi in possesso di un pregevole Codice cartaceo, in quarto, scritto sul cominciare del secolo XV, contenente i due elegantissimi Trattati Della miseria dell’Uomo, ed il Giardino di Consolazione di Bono Giamboni; e allettati oltre modo, nel percorrerli, dalla vaghezza e semplicità di loro stile, mentre andavamo per proprio studio tentando quali delle tante purissime voci, e dei molti gentili e peregrini modi, che di tratto in tratto ivi incontravamo, facessero parte del tesoro di nostra lingua nel Vocabolario racchiuso, con sorpresa non lieve rilevammo che non solo l’intero numero delle elegantissime voci e dei gentili e rari modi sì nell’uno che nell’altro libro adoprati, colà si riferivano; ma di più che le loro autorità vi erano tutte convalidate con gli esempi istessi, che andavamo nel Codice nostro leggendo. Quindi fu che in una Lezione Accademica da noi detta nell’Agosto del 1823, e di cui l’Antologia Fiorentina ne riportava l’estratto al N. XXXV del Tomo XII, ci accingemmo a dimostrare, che il Trattato spirituale dai Compilatori dell’ultima impressione del Vocabolario non ben conosciuto, ma con saggia avvedutezza avuto però in sospetto che esser tal si dovesse, onde poter contenere e le voci e gli esempi da essi allegati come spettanti alle Lettere del Giambullari, altri non era che quello di Bono Giamboni, intitolato Della Miseria dell’Uomo. Ed in conferma del nostro assunto provammo, che le tredici voci da quei Compilatori allegate, come credute attinte da una delle riferite due opere del Giambullari, o dal supposto, ma non per anco ben conosciuto Trattato spirituale, e che sono le seguenti, avere, che, diseccare, infrigidire, inviamento, lendine, limoso, miseria, pizzicore, rattrappato, rintoppo, schencire, tribolazione, tutte nel presente libro del Giamboni s’incontravano, ed ognuna di esse da restare avvalorata con esempi letteralmente eguali a quelli, che il Vocabolario adduceva. E riguardo poi all’errore di avere attribuito al Giambullari un’opera, che a Messer Bono apparteneva, dicemmo essere ciò facilmente avvenuto dalla non giusta interpretazione data all’equivoca abbreviatura Tratt. Giamb., che si adottò nel Vocabolario allorchè venivano a riferirsi voci ed esempi presi dal presente Trattato, secondo la quale, per la troppo stretta rassomiglianza, che havvi nel troncamento Giamb. usato per denotare i due cognomi Giamboni e Giambullari, era libero il supporre che l’operetta allegata sì all’uno che all’altro Scrittore egualmente spettasse: equivoco che resterà tolto in avvenire, quando per indicare il Giambullari voglia adottarsi il troncamento Giambull., in luogo di Giamb., che a designare il Giamboni esser dovrà riserbato. Concludevamo poi, nel dar fine a quel ragionamento, che se un errore avea tolto per un tempo a Messer Bono la proprietà di uno scritto d’intera sua ragione, da questo medesimo errore grandissima lode erane a lui sopravvenuta, poichè tanta fu la purezza, semplicità ed eleganza di stile, che gli antichi Compilatori de! Vocabolario riconobbero nel Libro Della Miseria dell’Uomo, da averlo destinato non solo a testimonianza di alcune voci in quel vasto tesoro racchiuse, ma da trovar degno altresì, che quando insorse dubbiezza sul vero nome del suo autore, quello celebratissimo ei rivestisse del Giambullari, a cui, in fatto di lingua, pochi scrittori dell’ età sua seppero agguagliarsi.

Nè potrebbe più opportunamente farsi ora luogo ad avvertire, come nell’ultima impressione del Vocabolario, atteso l’incertezza in cui erasi in quell’età nel ben discernere questo libro dal Giardino di Consolazione, non la sola equivoca abbreviatura Tratt. Giamb. venne adoperata per indicare le voci, che fino dalla precedente ristampa erano state allegate sullo spoglio effettivamente eseguito del Trattato Della Miseria dell’Uomo di Bono Giamboni, ma si adottarono altresì quelle di Giard Cons. Giard. Consol. Tratt. Consol e Tratt. Consol R., troncamenti di voci, che nella Tavola delle Abbreviazioni venivano poi a rappresentare le seguenti operette: Trattato delle Lettere del Giambullari. Giardino di Consolazione. Trattato di Consolazione, Testo dello Stritolato. Trattato di Consolazione, Testo del Redi. A giustificazione di che, non trascurando la voce cavalleria, che la Crusca attribuisce al Giardino di Consoluzione, ma che noi riconoscemmo far parte del Libro, di cui al presente ragioniamo, diremo che delle altre ventitrè voci nel Vocabolario, riportate con altrettante autorità estratte dall’operetta designata Trattato di Consolazione, tranne oscuramente, che tutti i Codici convertirono in oscuratamente, e amministrazione, alla quale il Trattato Della Miseria dell’Uomo porgerà nuovo esempio, tutte colle particolari loro citazioni in questo istesso Libro di Messer Bono venivano da noi incontrate; e sono esse: al postutto, amico, amministrazione, amministratore, amore, annoverare, cortesia, coscienza, dirovinare, morte, palese, poveramente, ragionieri, scialacquare, signore, sogno, soperchianza, stoscio, superbia, tema, tessitore. Nè le sole indicate abbreviature bastarono a denotare il libro Della Miseria dell’Uomo, ma con più licenza ancora vediamo essersi fatto uso da quei dotti Compilatori dell’altra Tratt. Cons., che mentre a loro stessa dichiarazione valeva semplicemente Trattato del Consiglio, fu da noi verificato, che qual sincope più compendiata di Tratt. Consol., si destinava pure da essi a rappresentare talvolta il Trattato di Consolazione, che da quanto dicemmo equivale a quello. Della Miseria dell’Uomo. Giovò poi grandemente a stabilire una tal verità, il confronto da noi fatto sul nostro Codice di tutte le voci allegate sotto incerta abbreviatura Tratt. Cons., poichè così venimmo in chiaro che ebbrezza, futa, giusto, godimento, graduatamente, maggiorente, malatolta, nominanza, risparmiare, sedio e stanziale appartenevano esclusivamente al presente Trattato del Giamboni, da cui a convalidarne l’uso in appresso si avranno esempi non discordanti da quelli nel Vocabolario riportati. Ed in quanto poi alle rimanenti avea già dimostrato il ch. Ab. Luigi Rigoli che queste si ravvisavano tutte nell’Esposizione del Pater Nostro, per le sue cure venuta in luce nel 1828, ove il Trattato del Consiglio restava compreso. Ma, nel dare di esse l’opportuno schiarimento, taciutasi dal Rigoli l’indicazione della pagina che contener dovea la voce cispicoso, che nella sua prefazione egli asseriva ritrovarsi in quell’opera, non sarà riguardato come estraneo di troppo dal nostro argomento il supplire a tale omissione, affermando questa non esistere nel testo del Bencivenni da lui pubblicato, ma essere a noi avvenuto di incontrarla in un Codice Riccardiano segnato di N. 1466, e che il Rigoli rammentava, ove alla pag. 129, che tratta del Dono d’Intendimento, dicendosi, e siccome gli occhi malati e cispicosi non possono bene riguardare la chiarità ec., aver possiamo un esempio d’intera corrispondenza a quello nel Vocabolario allegato.

IX°. Ultimo degli scritti di Bono Giamboni da noi indicati, e che è parimente nostra intenzione il pubblicare come inedito, si è il Giardino di Consolazione; libro, che per venustà e squisitezza di frasi, come per copia di ottime e purissime voci, vedesi altamente celebrato dai più dotti bibliografi, e dagli antichi Compilatori della III impressione del Vocabolario richiamato a buon dritto ad accrescerne di sua autorità la ricchezza; malgrado che assai parcamente della tanta messe, di cui abbonda, se ne facesse derrata. Pochi per verità sono i Codici da noi veduti, contenenti il presente Trattato, che a designarne il vero suo autore, il nome del Giamboni inscritto non abbiano in fronte: e fu da quella già avvertita rassomiglianza di materia, che offrono le prime linee della rubrica del libro Della Miseria dell uomo, che egli prese maggior celebrità sopra di questo, e che non di rado sotto il di lui titolo restarono entrambi compresi, sebbene la lettura dei loro prologhi bastasse, come avvertimmo, a dilucidarne l’errore. In tanta uniformità di documenti e di opinioni nel riconoscere il Giardino di Consolazione per scrittura certa di Messer Bono, fu solo il Manni, che nel riferito Avviso ai Lettori, ebbe a sospetto poter questi, come libro di spirituale argomento, meglio appartenere al di lui figliuolo Jacopo Giamboni, del quale, egli diceva, non sarebbe altrimenti oggi a noi pervenuto alcun libro, mentre siamo dal Villani avvertiti che questo Jacopo scriveva libri a prezzo, dittando da sè di sante e buone cose. Ma per quanto lo scrittore del citato Avviso così inclinasse a credere, avea però già detto, che dalla stretta rassomiglianza ch’egli andava ravvisando nella dettatura della Rettorica di Tullio con quella del Giardino di Consolazione, trovavasi necessitato a concludere che uno ed istesso doveasi ritenere esser l’autore di questi fra loro sì differenti Trattati. Provata per le addotte ragioni la certezza che la Rettorica di Tullio a Messer Bono indubitatamente appartiene, avremo altresì dimostrato col parere del Manni medesimo, che anco il Giardino di Consolazione è dettatura di Bono Giamboni, e non di Jacopo suo figliuolo, di cui, se il Brocchi nelle Vite dei Santi e Beati Fiorentini T. II, P. II, pag. 32 diceva, che per negligenza degli uomini di quei tempi, o per la perdita di scritture e memorie, accaduta forse per inondazioni e guerre, è restato incognito il luogo, ove in S. Croce fosse allora sepolto il suo corpo, potremo noi pure egualmente supporre, od anco affermare, che le istesse o altre simili umane vicende concorressero ad impedire che veruno dei suoi scritti, i titoli dei quali non ben sappiamo se anco al Villani restassero incogniti, fino a noi pervenisse.

In quanto poi a stabilire se il presente Trattato sia opera originale di Messer Bono, come sin qui si credette, possiamo affermare, che, non diversamente dal Libro Della Miseria dell’Uomo, al Giamboni non ne spetta che il solo pregio della elegante e purissima sua dettatura, essendone non che il pensiero, nota l’intera orditura, stata presa da altro libro precedentemente scritto in idioma latino. Di che potemmo venirne in chiaro mercè l’amicizia dimostrataci dal ch. Signor Abate Luigi Maria Rezzi Bibliotecario della Barberiniana, poichè consultato personalmente da noi in Roma se in detta Biblioteca si ritrovassero scritture di Messer Bono, mentre egli ci assicurava nulla ivi possedersi del richiesto Scrittore, ci fece però conoscere un Codice, che mostrava contenere materia analoga a quella di uno dei Trattati, che noi ricercavamo. Era questo un Codice in piccolo foglio, scritto sul cominciare del secolo decimoterzo, in antica pergamena, a due colonne, di carattere piccolo rotondo, con iniziali rosse ed azzurre a vicenda, contrassegnato di N. 1762, ed intitolato Viridarium Consolationis, d’incognito autore. Fattici ad esaminare questo Trattato rilevammo essere egli l’originale, da cui derivava il libro di Messer Bono detto Giardino di Consolazione, del quale, a miglioramento del testo, tentavamo nuovi Codici di consultare. E che tale ei si fosse lo annunziavano, non la sola divisione del libro in parti ed in capitoli nel numero e nell’ordine corrispondenti a quelli del Trattato del Giamboni, ma la materia altresì in ciascuno di essi discussa, che in tutti, eccettuati ben pochi, chiaro appariva essersi da Messer Bono ritratta dall’originale latino, del quale per le nuove fatte ricerche ne ritrovammo pure un Codice nella Riccardiana al N. 61, già appartenuto a Maffeo Gherardini, che fino dal 1489 erane venuto in possesso. Il perchè fummo costretti a concludere non potersi più riguardare questo componimento di Messer Bono qual scrittura di sua invenzione, ma doversi tenere per indubitato volgarizzamento dell’opera di sopra allegata, di cui restiamo tuttora in dubbio chi ne fosse l’autore, malgrado le più accurate indagini da noi fatte su i diversi fonti, dai quali è dato il raccogliere notizie di opere morali e dei loro scrittori. Che nuovo non fosse nel Giamboni l’uso di trasportare nel nativo idioma le opere latinamente scritte, o di prenderne da queste argomento ai suoi Trattati, ce ne assicurano le cose di sopra percorse; ma con qual fedeltà poi egli recasse nel volgare nostro questa operetta nella lingua del Lazio originalmente scritta, vogliamo che le poche testimonianze, che anderemo adducendo, bastino a comprovarlo: saranno esse le tre seguenti. Al Trattato del Codice Barberini, detto Viridarium Consolationis, si dà principio con questo Prologo: Quoniam ut Apostolus Petrus ait Spiritu Sancto afflati locuti sunt Sancti Dei homines, oportet nos eorum dicta imitati pariter et habere, si volumus quod dicimus esse firmum. Non enim quod dicimus vigorem haberet, nisi sacri Canonis et Sanctorum testimonio probaretur. Unde magno desiderio laboravi istud opusculum compilare ad laudem Dei et utilitatem omnium, et specialiter illorum, qui habent aliis proponere verbum Dei. Nam in isto opusculo invenitur in genere auctoritatum copiositas, quas ex libris Sanctorum et quorumdam Sapientum, quasi ex agricolarum hortis, collegi, ut in unum congestae locum, quasi redolentes flores, suavem reddant odorem. Vocatur autem Viridarium Consolationis istud opusculum, quia sicut in viridario flores et fructus inveniuntur diversimode, ita in hoc opusculo plora et diversa reperiuntur, quae devoti legentis animum miro modo demulcent. Ut autem compilata clarius elucescant, quinque partibus et octoginta tractatibus distinguuntur. Prima Pars, quae tractat de principalibus et capitalibus Vitiis, habet tractatus octo. Primum de Superbia. Come desse incominciamento il Giamboni al suo Giardino di Consolazione, vedrassi dal Prologo, che ad altra giustificazione anderemo riportando in appresso, Il Capitolo I della Parte IV, che parla della Umiltà, è così concepito nel Codice Barberini: Humilitas, ut dicit Tullius, est virtus, qua homo, verissima cogitazione sui, vilescit sibi ipsi. Bernardus: Humilitas laudibus non extollitur, non adulationibus decipitur, quia non tutum est thesaurum ibi recondere, unde cum volueris, non valebis resilire. Bernardus: Volumus esse humiles, sed sine despectu; pauperes, sed sine defectu; obedientes, sed sine contumellis; casti, sed sine maceratione carnis. Augustinus: Viri humiles, si quandoque, ut fieri solet, injustas increpationes audeant, amplius, Christo inspiciente, se humiliant, et minus se audire, quam mercantar, proclamant. Si consulti la pag. 194 del testo da noi pubblicato, e potrà riconoscersi con qual corrispondenza trattasse il Giamboni questa istessa materia. Col Capitolo De laude supernae aetatis et proemio aeterno, chiudeva così l’Anonimo il suo Trattato, secondo il Codice Barberini: Omnis humana eloquentia in laude supernae aetatis et proemio aeterno deficit in loquendo, omnisque intellectus in cogitando tabescit. Gregorius: Quae autem lingua dicere potest, vel quis intellectus capere sufficit illa supernae aetatis quanta sunt gaudio, Angelorum choris interesse, cum beatissima Spiritibus et gloriae Conditoris assistere, praesentemque Dei vultum cernere, nullo metu mortis affici, incorruptionis perpetuae munere laetari. Bemardus: Erit in coelesti patria jucunditas sine dolore, suavitas sine timore, requies sine labore, vita sine morte, saturitas sine fame et siti, forttiudo sine debilitate, rectitudo sine perversitate, pulchritudo sine deformitate, ad quam nos perducat Jesus Christus Dei Filius, qui cum Patre et Spiritu Sancto vivit et regnat per omnia saecula saeculorum. Amen. Ogni lingua umana ed ogni intendimento vien meno nel laudare vita eterna ec.; con queste ed altre parole d’intera rassomiglianza al testo latino, che si leggono alla pag. 226, dava compimento il Giamboni al Trattato, di cui ragioniamo. Vedutasi poi rammentare dai bibliografi un’operetta di Anonimo, col titolo Jardin de vertueuse consolation, pubblicata in un volume in quarto, di carattere gotico, e senza data, insorgeva in noi il sospetto che il Viridarium Consolationis potesse questa comprendere, ond’è che tentammo ogni mezzo di venirne in possesso, per verificare se qualche analogia fra questi componimenti esistesse, e quindi stabilire chi dei due l’originale, od il volgarizzamento si fosse: ma la rarità del Libro accennato, e la stampa già intrapresa dei presenti Trattati, di venire a capo di sì fatta indagine, fino ad ora ogni speranza ci tolse.

Nè vuoisi tacere potersi da altri recare in dubbio, che il volgarizzamento del Giardino di Consolazione di Bono Giamboni, non sia quegli che intendiamo di pubblicare, ma essere bensì l’altro, che si legge in alcuni Codici, e segnatamente nel Riccardiano di N. 1426 che porta il titolo Verziere di Consolazione. A determinare però con certezza, che questi non è da tenersi per opera dal Giamboni dettata, ci fu di guida il confronto di esso da noi fatto sopra i diversi Codici, dei quali ci valemmo per la presente edizione, e che in appresso verranno descritti, essendoci per tal mezzo convinti, che null’ altro riteneva egli di comune con quello se non che il titolo, e la partizione dell’opera, essendovi stata la materia così a dismisura d’insulse ed ingrate amplificazioni accresciuta, da renderne facile ad ognuno l’arguire non ravvisarsi nella dettatura del Verziere quella vaghezza e semplice purità: di stile, che nei suoi scritti fu dal Giamboni costantemente tenuta. Dato così per altrui licenza diverso aspetto a questo Trattato, non sarà maraviglia, se nessuna delle tredici voci fino dalla III impressione del Vocabolario riferite sull’autorità del Giardino di Consolazione di Messer Bono trovasi convalidata con esempi del Verziere, che a quelli con fedeltà corrispondano; lo che non avviene di certo se le stesse voci coi loro particolari esempi avere si vogliano dai Codici del Giardino di Consolazione da noi consultati, nei quali tranne cavalleria, che siccome avvertimmo fu riconosciuto appartenere al libro Della Miseria dell’Uomo, ed eccettuato pure qualche cambiamento, o inversione nella legatura delle parole, la corrispondenza al Vocabolario sussiste pienissima. Tali considerazioni sono, a parer nostro, bastevoli per formare retto giudizio, che il Verziere di Consolazione non è il testo del Giamboni dai bibliografi rammentato, e che gli antichi Compilatori del tesoro di nostra lingua allegavano ora con l’abbreviata indicazione Giard. Cons., ed ora con l’altra Giard. Consol. giacchè quelle Tratt. Consol. e Tratt. Consol. R. vedemmo aver talvolta servito non a rappresentare il presente libro, ma quello bensì Della Miseria dell’Uomo: alle quali indicazioni è da sperare, che l’unica più propria abbreviatura Giamb. Giard. Consol. verrà in seguito nel Vocabolario sostituita. Ed a far prova della soverchia amplificazione usata nel recare di latino in volgare questo interessantissimo scritto, trascurando ogni altro esempio, basti il dire che il solo Capo III dell’Ira, si vede nel Codice Riccardiano più che di due terzi accresciuto. Se poi la lezione del testo, che ci proponemmo di pubblicare, sia più originale e di maggior semplicità e purezza di quella ritenuta nel Verziere di Consolazione, dal confronto dei primi periodi dei loro prologhi, resterà dimostrato. Leggesi secondo il nostro testo alla pag. 161: Dice Messer Santo Pietro apostolo, che i santi uomini di Dio, inspirati dallo Spirito Santo, hanno parlato; e però è bisogno a noi li loro detti seguitare e avergli, se noi vogliamo che quello noi diciamo sia fermo. Non diciamo che alcuno detto abbia vigore, o autoritade, se non si prova con testimonio della Santa Scrittura, e dei detti de’ Santi Padri. Onde io con grande disiderio m’affaticai ec. Abbiamo nel Verziere di Consolazione: Imperciocchè come l’Apostolo Pietro dice: Parlato hanno gli uomini santi di Dio a’ fatti dello Spirito Santo, bisogna a noi i loro fatti seguitare, e parimenti se noi volemo quello che noi dicemo non hae vigore, se non si provasse per testimonianza de’ Santi. Onde con grande desiderio affaticati di compilare questo libretto a laude di Dio, e utilità di tutti, e spezialmente di coloro, li quali hanno a proporre la parola di Dio. Imperciocchè questo Libretto si ritrova copia d’autoritadi, le quali de’ libri de Santi e d’alcuno Savio, quasi degli orti di quelli che lavorano gli ho colti; acciocchè neuno luogo congruamente, quasi fiore adolente e memorevole, e frutto soave rendono odore. Chiamasi questo Libretto uno Verziere di Consolazione; imperciocchè, come nel Verziere, ovvero Giardino, i fiori e frutti di diverse maniere si trovano, i quali e delli quali del divoto leggitore danno maraviglioso modo e dolcissimo ec.

Posto in chiaro, per quanto da noi si poteva, che i componimenti di sopra indicati, qualunque sia l’indole loro, riguardar tutti si debbono come produzioni incontrastabili della dotta e purgatissiina penna di Bono Giamboni; e dichiarato altresì che di questi è nostro proponimento di pubblicare non tanto i soli due tuttora inediti, quello cioè Della Miseria dell’Uomo, ed il Giardino di Consolazione, ma di riprodurre inoltre l’Introduzione alle Virtù, restituendola a più emendata e corretta lezione, ragion vuole che si discenda ora a dar notizia dei Codici a tale scopo adoprati; e di quelli più particolarmente poi sopra i quali la presente edizione venne eseguita.

La ristampa dell’Introduzione alle Virtù ebbesi a scorta il pregevolissimo Codice Marucelliano, già riferito e designato di N. 165: è questi un Codice membranaceo, in quarto, scritto a due colonne nel secolo XIV. Quanto superi egli in merito il Codice Naniano, che servì di guida alla Fiorentina edizione, lo attesteranno i non pochi periodi per intiero nuovamente suppliti, non meno che la maggior purezza di voci e di frasi, che spesso col di lui mezzo al testo si accrebbero; per il che questo aureo Trattato è venuto a riassumere egli pure quel terso, grato ed originale andamento di stile, che sempre più agli altri elegantissimi scritti di Messer Bono lo rende vicino. Ma siccome una troppo scrupolosa fedeltà al Codice, non scevro talvolta di scorrezioni, per difetto d’amanuense, avrebbe potuto alterare la vera significazione di alcune voci, o sivvero introdurre qualche frase di sentimento meno proprio od espressivo, fu allora che ci attenemmo all’autorità del MS, Riccardiano 1668, che andando interamente concorde col nostro, era preferibile per lezione agli altri, che quella Biblioteca ritiene. Riguardo poi ai due Trattati inediti, giova in prima avvertire, essere oramai conosciuto che, nel moltiplicarsi le copie delle antiche scritture, non sempre avvenne che da chi dava mano a quest’opera tal fedeltà si tenesse da resultarne che quelle un’intera corrispondenza all’originale serbassero; e che anzi, se ognuno a proprio talento di tratto in tratto non le trasformava in modo da farsele proprie, è certo però ch’egli andava rivestendole di voci e modi creduti di miglior significato e più scelti, ma che in realtà poi delle scritture prese a trascrivere debilitandone i concetti, ne avveniva che queste ogni aspetto di originale perdessero. Da sì fatta licenza, nata da presunzione di sapere, non ne andarono esenti neppure i due Trattati, dei quali parliamo: e giacchè la spirituale materia in quelli descritta, più facile e largo ne offriva il campo all’arbitrio, così nei diversi Codici, che li contengono, vediamo spesso le loro originali e gentili maniere di dire altamente alterate, le voci di più puro e vero significato del tutto soppresse, per ceder luogo ad altre più ricercate, o di meno giusto valore; ed in fine i periodi, non che d’inopportune od inconcludenti riflessioni a soprabbondanza accresciuti, ma di dottrine e massime morali oltre misura impinguati; per cui, più che eleganza di stile, o novità di pensiero, leggerezza di costruzione, e mostruoso accozzamento d’idee, di ravvisare in essi vien dato. Il perchè credemmo opportuno di tutti confrontare i Manoscritti delle nostre Biblioteche, che racchiudevano i due riferiti Trattati, col Codice da noi posseduto, che indicava di essere alquanto corretto, onde restar meglio assicurati, quale di essi alla presente edizione servir dovesse di norma. Ora perchè il libro Della Miseria dell’Uomo venisse in luce alla più vera lezione ridotto, diremo che tacendo del Palatino e di molti altri, riconoscemmo di un qualche pregio i tre Codici Magliabechiani, che si trovano al N. 16 e 17 del Palchetto II, ed al N. 85 del Palchetto VII, dei quali però quello di N. 17, e scritto nel 1446 sarà sempre da reputarsi il migliore. Nè di troppo differente da questo, rilevammo essere il Codice Laurenziano del Pluteo LXXXIX, N. 97, che il Bandini alla p. 332 del Vol. V del suo Catalogo con somma accuratezza illustrava. Di singolar pregio ritrovammo altresì i due Codici cartacei, in piccolo foglio del secolo XV, cortesemente comunicatici dall’egregio Signor Marchese Cav. Giuseppe Pucci possessore di essi, che animato dal desiderio di favorire gli studi, che la lingua nostra riguardano, ha voluto che dall’Accademia della Crusca, alla quale appartiene come Socio Corrispondente, abbiasi libero l’uso della copiosa collezione di Codici Italiani, che con ottimo discernimento ha saputo raccorre. Da uno dei nominati due Codici, ed in special modo da quello appartenuto a Luca di Francesco Del Sera, e che Prete Piero di Giovanni detto Guastafeste trascriveva dal 1468 al 1470, fu per avventura che potemmo con maggiore autenticità avvalorare l’esistenza del Capitolo, che parla de’ Quindici Segni che andranno innanzi al Giudicio, che mancando affatto in tutti i Manoscritti del Trattato Della Miseria dell’Uomo, che a nostra cognizione pervennero, ed unicamente leggendosi nel Codice da noi posseduto, dubbi restavamo se destinar si dovea a far continuazione del testo, o se nelle Note meglio conveniva il riportarlo, reputando troppo debole appoggio al primo divisamente la semplice autorità di un Codice di privato nostro possesso. Ottimo in fine tra i diversi Codici, che, relativi al presente Trattato, nella Riccardiana si conservano sotto i N. 1317, 1375, 1619 e 1642, e di conseguenza superiore a tutti i già rammentati, restammo convinti esser quello cartaceo, in quarto, designato di N. 1776, una volta appartenuto a Niccolò Bargiacchi, scritto sul declinare del secolo XIV, e che Anton Maria Salvini andava di propria mano in margine or qua or là postillando. Ed in quanto al Giardino di Consolazione, sebbene pregevoli si ritrovassero i due Codici Riccardiani 1769 e 2618, pur non ostante di più originale ed emendata lezione, ci assicurammo esser quello posseduto dalla Magliabechiana al Palchetto II, N. 17. È questi un Codice cartaceo, in quarto, scritto verso la metà del secolo XV, che una volta appartenne alla Strozziana, ora designato di N. 114; ed è quello stesso che di sopra vedemmo essere uno dei migliori, che il trattato Della Miseria dell’Uomo comprendano. Agli indicati due Codici adunque, cioè al Riccardiano di N. 1775, per quello spetta la pubblicazione del libro Della Miseria dell’Uomo, ed al Magliabechiano di N. 17 del Palchetto II, riguardo a quella del Giardino di Consolazione, per quanto entrambi di età posteriori di poco al Codice nostro, fa che interamente ci rapportammo ovunque in essi dubbia, o meno originale venivamo a riconoscerne la lezione. E tanto di migliore animo all’autorità degli allegati due ottimi Codici deliberammo in ogni dubbiezza attenerci, in quanto che oltre alla perfetta uniformità che questi col nostro ritenevano, ed al più retto uso di voci e di frasi, che talvolta in loro incontravamo, l’altro pregio per noi assai più interessante riunivano, che in pubbliche e cospicue Biblioteche esistendo, potevano in ogni tempo attestare, che nella pubblicazione di questi singolarissimi testi, non licenza od arbitrio, ma piena fedeltà ai Codici fu sempre adoprata.

Che se poi d’alcuna licenza potremo essere talvolta ripresi, ciò non avverrà per certo che nella sola parte riguardante l’ortografia, quale volemmo esser quella, che alla ragione od al miglior uso comune è conforme: quindi l’interpunzione, che spesso nei Codici ritrovammo inesatta, fu da noi regolata in modo che sempre al sentimento cedesse; per il che non pochi periodi vennero quella natural giacitura a riprendere, che lo stile del Giamboni cotanto distingue. E là dove incertezze od oscurità si presentarono, senza una servile fedeltà ai Codici di sopra descritti, a quelli ci attenemmo fra gli altri da noi consultati, da cui maggior chiarezza o purità di lezione ci sembrò resultarne: di che intera ragione ne renderanno le Note, ove nulla lasceremo trascurato di quanto alla più chiara illustrazione del testo appartenga. A render poi più palese la dovizia dei gentili modi e delle nuove e peregrine voci, delle quali i presenti Trattati sono in gran copia ripieni; e perchè potessero questi più opportunamente corrispondere allo scopo, che nel pubblicarli ci proponemmo, di renderli cioè utili alla nuova impressione del Vocabolario, che l’universalità dei dotti sta con desiderio attendendo, volemmo che questi accompagnati venissero da un Indice, che nel racchiudere le voci e le frasi, che i passati Compilatori sull’autorità dei riferiti Trattati allegarono, di quelle altresì facesse mostra, che per la loro novità, purezza, o diverso significato, è di necessità che nella desiderata ristampa si adottino; e di semplice asterisco ne denotammo le prime.

Ed avvenga che fino da quando venimmo in possesso del Codice contenente i due sopra descritti Trattati inediti, destinavamo questi a starsi riunito ad altro nostro Codice di assai più singolar pregio, come l’unico che di un antico smarrito Testo l’intera preziosa materia in sè riteneva; quindi nel rendere il primo di essi di pubblico diritto colla stampa, fu nostra intenzione che anco l’altro in ciò gli si facesse compagno. Di forte impulso a secondare pa tal divisamento rendevasi poi il riflettere, esser questi il mezzo il più efficace per rimuovere ogni timore, che uno scritto in fatto di lingua così prezioso e raro tornasse di nuovo a far temere di sua perdita, che i dotti tennero indubitatamente per ferma, fino al momento che noi con un Discorso accademico detto nel Marzo 1827, e che comparve dipoi nel III.° Volume degli Atti dell’Accademia della Crusca, potemmo dare sicura certezza di averlo richiamato in luce col ritrovamento di un Codice, che tutta l’apparenza mostrava per doversi riguardare quello stesso, che i Compilatori del Vocabolario allegarono, e che a Monsignor Piero Dini, detto il Pasciuto, sapevamo che un tempo appartenne. Il rarissimo aureo Trattato adunque, che abbiamo tutta la fiducia di credere che riuscirà grato agli studiosi di nostra favella il vedere riunito agli elegantissimi scritti di Bono Giamboni, si è la Scala dei Claustrali, fin qui erroneamente conosciuta sotto il titolo Scala di S. Agostino, ovvero del Paradiso: operetta, che se per analogia ed affinità di materia non è da quelle di Messer Bono discorde, altrettanto per purità e squisitezza di stile non resta loro di niente inferiore; della quale a meglio dimostrarne ogni suo particolare riprodurremo lo stesso Discorso Accademico da noi detto nell’Adunanza del Marzo 1827, che, compendiato ove occorra, in luogo di Avvertimemto verrà ad essa premesso.

Alle tenui cure, che di buon animo adoprammo, perchè le patrie ricchezze del gentile nostro linguaggio sempre più si diffondano, voglia fortuna che l’assenso dei dotti non si mostri contrario, maggiore allora e più vivo si farà in noi l’ardimento nel dare in luce le altre sorgenti di toscana purgata favella, intorno alle quali ci andiamo tutto giorno a proprio studio occupando, e di cui la letteraria repubblica a pieno dritto desiderosa ne reclama il possesso.

Indice Biblioteca Progetto Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 01 dicembre 2008