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Edizione di riferimento
Bestiari medievali, a cura di L. Morini, Einaudi, Torino 1966
Il Bestiario moralizzato è un testo costituito da 64 sonetti, ognuno dei quali descrive le proprietà di un animale e i significati morali cui le proprietà rimandano.
L'autore anonimo, che compose la raccolta sul finire del XIII secolo o forse nei primi anni del XIV, dimostra una buona conoscenza della poesia cortese duecentesca e soprattutto dell'opera di Chiaro Davanzati. Nella serie agli animali più comuni vengono associati animali fantastici che derivano dai repertori enciclopedici medioevali.
Si trova nel codice 477 della Nazionale di Roma (già Lucarelli 25) di dove, quand'era ancora nella biblioteca privata eugubina, lo pubblicarono G. Mazzantini e E. Monaci in AAL, serie IV, Rendiconti, vol. V (1889), 1° semestre [Contini].
Lo lion è de sì nobil natura,
de niuna altra fera à semelianza.
Ne le montangne di maiure altura
usatamente sì fa demoranza;
à de l[o] caciatore tal paura
ke per scanpare pilia sutilianza,
e tanto la sua andata cela e scura,
ke non pò[ne] vedere homo senblanza.
Per lo leone si dee entender Cristo,
per la montagna 'l cielo onde descese,
e per lo caciatore lo Nemico
lo qual fo de la Sua venuta tristo,
ké li tolse l'anime k'avea prese
e non podean scanpar per altro amico.
De lo leone, per nostro conforto,
una gram maravellia n'agio audita:
k'a la nativitade sua ven morto,
e tertio giorno sta come perita.
Ruge lo pate, en estante è resorto:
en quella boce par ke li dia vita.
Lo dolze Cristo fo en simil porto,
quando l'ucise la gente tradita
e nello tertio giorno suscitò,
secondo carne humana veramente,
ma non ke lo Suo spirito morisse;
e quello dolze pate lo clamò,
lo quale per salvar l'umana gente
l'avea mandato, a ciò ke non perisse.
De l'alifante grande maravelia
molte fiade udito agio contare,
k'a la potentia sua non resimilia
altra fera k'omo possa pensare.
El caciatore tanto s'asotilia,
ke con inganno sappelo piliare:
ké l'arbore li secha, ove s'apilia
usatamente per sé riposare,
e cusì cade, non se leva mai.
Ora ponete mente a·cciò k'io dico,
ke volio per exemplo demostrare:
l'omo è l'alifante ke potte asai,
l'albore è lo mondo, e lo Nimico
è quello ke cusì fà imganare.
Signore, porrai me dare dotrina,
k'a l'unicorno desti volentate
d'umiliare la sua gram ruina
ver', si è, belezze cun verginitate:
la quale tanto lo core li affina,
ke ve se adorne e la morte ne pate;
ma [la] sua carne puoi per medicina
se dà, ke vale ad onni infirmitate.
E cusì de lo tuo fillio facesti:
mamdastilo a la Vergine Maria,
e umilimente ein essa se encarnò.
Poi ke fo homo, a [la] morte lo desti,
e la sua carne a nostra malattia
fo medicina ke l'arisanò.
Est'una fera ke se kiama yenna,
ke mangia i morti de la sepultura:
non trova nullo ke li se defenna,
ké so' legati vaccie più scegura.
Ki de [lo] suo peccato non s'emenna
ennella fossa sta, legata e scura.
Per quella fera 'l Nemico s'entenna,
lo quale mangia l'anime e devora:
ben vorea lo Nemico volenteri
mangiar l'alme ke stono en penetenza;
ma da ke le trova sciolte e alumate,
ontosamente se retorna areri,
ké non à sopra lor nulla potenza,
kusì l'à Dio de Sua gratia fermate.
Est'una fera nominata serra,
àne ale conmo ucello e vive en mare,
a li navigatori fa tal guerra,
qual nave giongne fa periculare;
talora alassa tanto ke s'aterra,
vanne im profondo sì ke poi non pare.
Quella fera è lo Nemico k'aferra
quelli ke volio de l'alma pensare;
questo mondo è lo mar profondo e salso,
onde la gente passa con paura
da poi ke so' renduti a Deo servire;
[e] lo Nemico mesleale e falso
de gir[e]li tentando no·llascia ora,
volendo lo' da Dio fare partire.
Quando la volpe de fame è sopresa,
asotilliase tanto êlla sua mente,
ke pensa conmo possa avere spesa
a meno briga, più vivaciamente;
trova una terra vermellia e acesa,
tegnese, pare sangue veramente;
còlcase en ter[r]a per morta, distesa,
e l'ucelli ce scendo amantenente.
Ten li oki kiusi et la lengua tra' fore,
nom rende fiato enfien ke s'asegura
alcuno ucello, tanto ke lo prende.
Kusì el Nemico fa del peccatore,
ke li se mostra en ciascuna mesura
enfien ke l'alma sua perduta rende.
Quando lo ricio sente la stasgione
ke pò trovare de l'uva matura,
ennella vigna va conmo ladrone,
e audirete en ke guisa la fura.
Nella miliore vite se [re]pone,
tanto la bacte et mena oltra mesura,
ké le granella sci[à]cina e sconpone,
falli cadere nella terra dura,
poi se ne scende e vassene voltano,
e colle spine molte ne recollie,
e vassene con esse a la masgione.
Kusì [fa] lo Nemico a lo mundano:
poi ke c'è dentro, tanto ce s'avoglie
ke lo cunduce a la dannatione.
De lo castore audito aggio contare
una miraculosa maravellia: quando
lo caciator lo dee piliare,
nella sua mente tanto s'asotillia
ke sa la cosa per ke pò scanpare;
departela da sé, poi no lo piglia;
e questi so' li menbra da peccare,
ke occido l'alma ke non se ne svelia.
È lo Nemico questo caciatore,
[ke] cacia l'omo enveice de castorno
per prendar[e]lo stando nel peccato;
ma l'omo ke se pente de buon
core del male fare, e non ce fa retorno,
remanda lo Nemico sconsolato.
Homo, se voli de l'alma pensare,
ora [sì] poni mente la formica:
enel tenpo ke pote guadagnare,
aquista onde êl verno se notrica;
e per[ò] ke non pò tucto portare,
sì piglia uno granello de la spica;
a tanto ke·lli debia più durare,
devidelo, per mezo l'amandica.
[E] kusì dea far la creatura
en questo mondo, k'è[ne] una state
a respecto de l'altro k'è infenito:
de[a] partire la lectaratura
e trar[e]ne la somma utilitate,
onde la sposa torni a lo marito.
L'antalapo doi corna à [a] la testa
talienti, acuti e forti oltra mesura,
bee d'una aqua k'è dolce e onesta
de l'Eufraten, e·iloco se pascura.
Poi se ne va iocando a la foresta
ove la trova più '[n]tricata e scura,
inpiliace le corna, e sì s'arresta,
ogni omo li dà poi morte dura.
Per questa fera si dee entender l'omo,
per li due corna li dui testamenti,
e per lo busco 'l mondo tenebroso.
E lo Nemico poi, vedendo l'omo
è preso ne [l]i sui delectamenti,
l'alma ne mena a lo loco dolioso.
Questa è usanza de la capra selvaggia,
in cima de li monti conversare,
e de natura dicese c[he] agia
cognoscere ki liei vole pigliare.
Pare ke a similianza se retrag[gi]a
a Cristo, ke vede i facti e li afare,
onde ki de malfare se travaglia,
no lo porrà davante Lui celare,
da poi ke Cristo vede enteramente
le gogitationi de lo core.
Dunque, ki se repensa, savio éne
d'avere loco fra la bona gente,
ké de la bona usanza omo migliore
ène: a l'omo la fama sì fa bene.
Satiro, como dice la scritura,
ad omo e ad animalia resomiglia:
fore de suo paese poco dura,
e a gran[de] metidio se piglia.
A barba greca, frate, poni cura;
lla moralitade t'asutiglia,
k'ène a significare gran laidura
de lo vile omo ke 'l mal uso enpiglia.
Simiglia d'omo per creatione,
de bestia, ke vive malamente
in abominatione de peccato;
rado se piglia per confessione
del peccato o' sta sciordinatamente;
e per la barba a beccho è semeliato.
Conmo lo cervo trae lo serpente
d'entro la terra co lo vivo fiato
e sì lo mangia deletosamente,
volendo renovare lo suo stato;
perké 'l veneno no li sia nocente,
recorre a l'acqua et è deliberato.
Questa semelitudine abbi a mente,
amico, se vuoli essare salvato:
co l'odorato trae a te Cristo,
e mangiaLo con fede e con amore,
e Esso te farà renovellare;
veneno de sententia ond'e' tristo,
ko lacrime ke vengono dal core
lavandote, porrai securo stare.
Vocase una animalia panthera,
ke alenando tale odore rende,
ne lo paese no remane fera
ke non ce corra, quando se protende,
senza lo drago, ké no 'l soferrera
lo pretioso odore ke li offende:
ella se pasce per tale mainera.
Homo, a salute d'anima se 'ntende:
Cristo è la fera co lo dolze odore,
quelle ke corrono l'anime sante,
de le quali per vivo amar se pasce;
lo drago è lo Nemico traditore,
ke de Lui odorar non è possente,
e pena dolorosa le ne nasce.
Quando la tigra va ein alcuna parte,
lo cacciatore con gran maiestria
li filioli [li] fura e se departe,
e va giectando specchi per la via.
Ella tornando trova la mala arte,
mectese a gire, lo vetro splendia,
la sua figura ein es[s]o se conparte,
e pensa ke lo suo filiolo sia.
Noi semo quella fera, al mio parere,
e li filioli sono le vertuti
e lo Nemico è questo caciatore:
la cosa ke non è te fa vedere,
onde sono molti omini peruti
ke alentano de gire a lo Signore.
La fera k[e] à[ne] nome [lo] mosteto
àne uno corno imezo de la fronte,
lo quale è forte, de splendor repleto,
kon ke passa le lame e le gionte;
e non pò stare preso né secreto,
e non teme pas[s]are estremo ponte .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . [-eto]
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . [-onte]
Per priego, per dalmaggio, per paura
no lasciarai de dir la veritade.
Però [te] guarda, amico, ciò ke fai;
da ke non temi dir la diritura,
refrena si la mala volontade
ké non si' preso quando passarai.
Tanto fa l'orsa el parto divisato
k'a nulla creatura resimillia;
vedendolo cusì dissemegliato,
mantenente a la bocca lo ripiglia,
tanto lo mena enfin ke l'à formato.
Amico, ne l'exemplo t'asutiglia:
ki [nasce] con original peccato
di lunga è da la forma mille miglia;
la eclesia è la madre ke riface
lo suo filiolo co lo sacramento
de l[o] santo batismo virtuoso,
ove s'afina kome auro in fornace
e piglia forma e resimigliamento
de lo suo dolze padre pretioso.
E[st]'una fera di mala natura,
de male modo et di mal portamento:
davante non ofende a creatura,
de dietro fa lo grave offendimento.
Ki la seguesce dà mala ventura,
ké li giecta fugendo, a tradimento,
una a[c]qua de sì pessima calura,
ke lo consuma e arde in un momento.
La fera resemiglia lo Nemico:
ki lo seguesce va a danatione,
k'a tradimento l'anema l'intama [5].
[Lo] similiante fallo falso amico:
con bei senblanti e con dretactione
a l'omo toglie lo presgio e la fama.
Linceo è una fera molto fina,
e de belle virtudi e gratiosa,
e spetialemente de la urina
se crea et fasse petra pretiosa;
a fare uno figliolo se distina.
[Or] odi semeglianza deletosa
ke mostra la potentia divina
per la santa Scriptura copiosa:
linceo ène lo padre onipotente,
del quale venne lo Spirito sancto
per lo filiolo Cristo, en veritade,
lo quale è petra virtuosamente
ke lega e tene ciascheduno canto:
natura humana con divinitade.
Davante ke comenci la batalia
la donnola con l'inpio serpente,
ne lo veneno ke sì li travaglia,
retrova lo crespingno primamente;
poi lui non tene a conto una paglia,
anze l'asale e fallo regredente.
Amico, de la prima encomenciaglia
la passione de Cristo agi a mente:
se se' da lo serpente envenenato,
recorri a Cristo, ke sta êlla croce.
Pregal ke de l[o] Suo sangue te dia:
del veneno sirai deliberato;
sconfigi lo Nemico co la boce,
salutando la Vergine Maria.
La lanmia àne lo lacte venenoso,
sì ke latando lo filiolo ucide;
alcuno ce ne nasce vitioso
ke fuge e da la madre se divide.
E così fa lo mondo tenebroso:
ko li delecti sui l'alme conquide,
lo suo confecto tanto è doloroso,
kome veneno nell'alma s'aside.
Ki sirà lo filiolo sapiente,
ke fugga da la lanmia crudele,
kome lo mondo ke sì ne dilecta?
Ki fugirà li sui delectamente?
ké enfine è amaro più ke fele
e in desperatione l'alma giecta.
De la fera ke scinmia ène kiamata,
el bello exenplo potemo pigliare.
Doi filioli [sì] fane a la fiata:
l'uno ama tanto, più no 'i pò amare,
e l'altro oresce, ke per guisa nata
corale amore no [l]i po' mostrare.
Quando è poi da li omini caciata,
quello ke odia non pòne lasciare.
Amico, [co]tal'è la semilianza:
ami lo mondo e morendo lo lassi
e pòrtine l[e] opere ke fai.
Se mecti lo Signore in oblianza,
sirai pigliato nelli oscuri passi,
ove nullo socorso troverai.
Una fera, manticora kiamata,
pare d'omo et de bestia concepta,
però ka a ciascheduno è semegliata,
e carne humana desia e afecta.
Àne una boce bella e consonata,
nella quale, ki l'ode, se delecta;
a lo Nemico pare semeliata,
ke, variando, nell'alma decepta.
Semiglia ad omo, per demostramento,
ké, volendo la gente a sé trare,
fasse parere angelo de luce;
a bestia, ké in reo delectamento
fa ki li crede tanto delectare,
k'a la dannatione lo conduce.
La bestia ke vocata è [e]ale,
dui belli corna nella testa porta:
coll'uno fere, conbacte e asale,
l'altro replecha, ké non pigli storta.
Coll'uno corno, homo spiritale,
sì te amonessce, predica e conforta,
facte vedere lo bene e lo male
perké te guardi ben da la via torta;
e coll'altro te dà exenplo ke duri
devotamente ê·lloco solitaro
e areduca a Deo in oratione.
Se d'esti belli exenpli non migliori,
poco te porrai tenere caro;
modo sirà de desperatione.
Lo lupo è ne lo pecto eismesurato,
enello pecto e nella boccatura:
però a lo Nemico è asemeliato,
de modo, de volere e de natura,
ké forza e rape, tanto è scelerato,
subitamente l'anime devora;
non se reteine, tanto è svergognato,
de tentare l[a] umana natura;
forza del pecto: el mortale asalto
ke dà de [la] luxuria, tentanno;
forza de bocca: la golositate
kon ke fa fare a li omini tal salto,
tardo si ne restora poi lo danno:
però folle è ki tene sua amistate.
Desponese lo cane a lo morire
per la defesa de lo suo signore:
einanze ke lo voglia delinquire,
se ne mecte a patire oni dolore.
Sì fece Cristo per l'alme guarire,
sostenne morte, onta et disginore:
e quando li porrai tanto servire,
ke se mertisse si corale amore?
Se tu muori per Lui, frate, non basta:
lo ké le persone non so' d'ugualianza,
de gentileza e de nobilitade.
Se ben[e] voli fare, ora t'adasta
a kèderLi merzé e pietanza,
ké te perdoni per la Sua bontade.
Homo superbo, vegote repleto
d'angustia, [de] pena e de dolore;
e îlla vita tua non sirai lieto,
se non relassi lo superbo errore.
Vedi l'agnello sì com'è discreto
di rendar lo tributo a lo pastore,
e conmo patioso e mansueto
ke de la morte sua non fa romore,
Cristo prese d'aignello semelianza,
tucta la vita sua fo fructuosa
e de la morte non feice gridera.
Se tu credi per tua sorcoitanza
essare santo, pensi una cosa
ke tieni la contraria mainera.
A la fiada contrafà la voce
lo lupo de la manma del capritto.
Diceli: Filio, lo core mio coce
averte lasciato cusì destrecto.
Guarda per l'uscio e vedelo feroce,
e li sui oki morte li promecto.
Cusì, en guisa d'angelo de luce,
se mostra lo Nemico maledecto
a quelli ke se danno ad oratione.
Aspectano la manma ke revenga:
la gratia de Deo k'è manna e mele,
la qual s'aquista per confessione
per pura caritade ke 'l cor tenga,
con ke se vence l'angelo crudele.
Quantunque bello sia lo porcellecto,
sì vole seguitar la sua natura;
non ama de giacere ê·lloco necto,
delectalo lo fango e la laidura.
Così lo peccatore è[ne] decepto,
en cui luxoriosa flanma dura,
ke pare bello nell'altrui cospecto,
dentro à l'anima tenebrosa e scura.
E come porrà gir senza dotanza
quello ke de peccato è deformato,
e lasciato àne la imagin de Deo?
L'anima k'era de gran delicanza,
e facta n'è serva de lo peccato,
partita da lo creatore seo?
La pontecha da li omini se cacia
per docta de la pietra e de la frasca,
e l'omo volenteri sì l'amaza
per dubito non rodali la tasca.
Lo giovene ke piglia mala usanza
no·lli remane êllo dosso rasca;
quando se crede avere più baldanza,
nelli periculosi lacci casca.
Omo k'è[ne] tenuto de ria fama,
la bona gente guardase da lui,
e non vole con esso conversare.
E la Raisgione senpre grida e kiama:
Farasse la vengianza de colui
ke pure offende e non vole amendare?
Lo ragnio per la sua sagacitade
tende li lacci sotili e asai:
se va la mosca per quelle contrade,
se ci se pone, no'nde scappa mai.
Ello poi esce, con gran nequitade
dàlli la morte, lo sangue se trai.
Così fa lo Nemico en veritade
a li omini ke non se pento mai.
Per adinpir la lor desideranza
non guardano peccato né merce[d]e,
potendo avere lor delectamento,
né reità né alcuna mesleanza.
Però fa ben ki einanze se proveide
la fine de l[o] suo cominciamento.
Vera[ce]mente facto è lo grifone
de bestia e d'ucello semiliante:
l'arieri parte sì come leone,
davante senbla l'aquilia volante;
fortissimo, secondo la fazone,
vist'à sotile, leggieri e alante,
enganna l'omo vivo a tradisg[i]one,
aucidelo e devora enmanestante.
Per lo grifone entendo lo Nemico,
per l'omo vivo ki sta en penetenza,
k'esso lo 'nganna e mangialo e devora.
Sotile vede, k'elli è molto antico,
forte e alante per crudele essentia
non perdonerà maio a creatura.
L'aquila lo gentile modo tene
per volere saper la diritura
se li filioli seguitano bene
lo propio viagio e la natura.
Poneli al sole, ove ficto vene,
e va mirando lor[o] guardatura;
en ki melio ci guarda pone spene,
li altri abandona e non ce tene cura,
ke no' i te' legictimi, ma bastardi.
Ora te pensa, peccatore macto,
ke t'apertene d'esta semelianza:
se vivamente a lo Signore guardi
si è ke no li agi rocto fede e pacto,
onde li si' caduto en desdegnantia.
De ke t'alegri, anima taupinella,
ke ài offeso a l'alta signoria?
Vedi l'axenplo de la tortorella,
quando à perduta la sua conpania:
non se pon maio en verde ramitella,
né d'acqua c[h]iara maio non bevaria;
sta dementica, conmo vedovella,
de lodore e de la orlosia.
Se ella fa questo per lo suo conpangno,
tu, alma taupinella, ke dèi fare
de lo tuo creatore, k'ài perduto,
de lo quale non puoi trovare cagno?
Maio non dèi del piengnere finare,
cognoscendo el mal ke t'è avenuto.
Quando lo corvo li filioli vede
venire colla bianca vestidura,
da loro parte spene, amore e fede,
e non prende de lo reggerli cura.
Dio li governa per la sua mercede
di manna, k'è[ne] dolce oltra messura;
comenzano anerire, ed elli crede
ke·lli siano filioli per natura.
Alor se pente de la nigligentia
e forzase de fare a lor gran bene
per ristaurare lo tenpo passato.
Se l'omo per verace penitentia
se veste de vertude, Deo lo tene
per Suo filiolo e fallo essar beato.
De la perdice potemo pigliare
molto delicato amaiestramento;
alcuna è ke non pò filioli fare,
a la vicina gioca a tradimento:
furali l'ova, ponese a covare
finké·lle so' venuti a nascimento;
valli gridando, guasi a demostrare
k'avessaro da liei comenciamento.
Vedete genteleza de natura,
ké, se canta la manma naturale,
lasciano la nutrice e vano a liei!
Sì dea fare l'umana creatura:
tornare a l'alto re celestiale,
e sé partire da li amici rei.
Arbori sono pretiosi e belli
ke la loro merige è da laudare.
Nello paese sono falco[n]celli,
ke le colonbe amano de piliare,
quelle ke no·lli so' lontan e ovelli
sì che possano a l'albore tornare:
non posso niente i falsi falconcelli
so la merige nulla ofensa fare.
Lo pretioso arbore è la Croce,
li falconcelli li spirti malengni,
e le colonbe so' li omini santi
per li quali, cor[r]endo, mecto voce;
vedendo loro li potenti segni,
gire lo' apresso poi non sono osanti.
Calandro è uno ucel bianco e chiarito
e conosce l'altrui infirmitade:
ke se l'omo dea essare guarito,
aguardalo de bona voluntade,
a·ssé recolie la doglia e l'anvito
e a lo 'nfermo rende sanitade;
ki de quel mal dea essare perito,
no·lli te' mente, tal n'à niquitade.
[E] Cristo fo lo calandro per noi,
ke venne en questo mondo solamente
a guarire la gente ke peria.
Fo liberato ki fede ebbe ê·lLui,
ke in viso lo guardò dirictamente;
ciò non convenne a la gente iudia.
L'ucello k'à[ne] nome pellicano,
li sui filioli aleva dolcemente,
poi ke so' grandi tal guerra li fano,
k'a morte lo conduco spessamente;
tanto è l'ira e l'anguscia ke·lli dano,
ke tranmendue l'ucide emantenente,
e così terzo giorno morti stano,
finché lo pate de pietanza sente;
ke poi se fere nello destro lato,
e de lo sangue 're-dà a sentire:
così de morte li torna a vita.
Lo pellicano fo Cristo beato,
ke per noi se lasciò en croce morire,
cotanta è caritade ê·lLui conpita.
Lo lanpo è uno ucello divisato,
non ne conversa nullo a suo paese,
però de recordare m'è[ne] en grato,
ke la natura sua è molto cortese.
Quando nesciuno n'è tanto envekiato
ke non pò guadagnare le sue spese,
da li parenti si è bene aitato,
ke se refresca e reven de palese;
la mala piuma li vano pelanno,
ed altri so' ke l'amanta coll'ale,
e tai ke lli procac[c]iano la vita,
e retornase conmo lo primo anno.
E l'uno amico al'altro sia cotale,
se vol ke caritade sia conpita.
Ales è ucello di mala natura,
non maggia se non carne enterlasata,
sì como li s'avene per ventura
en canto di marina e defusata.
Carognia e carne morta sì devora:
quella è la vita che fa per usata;
non sa notare e no'nde prende cura,
[e] fuggie l'acqua kiara e delicata.
Così fa l'omo, misero, dolente,
ke se delecta a fare li peccati
ke sono abominabili appo Deo.
Non vole usare co la bona gente,
ma colli peccatori disperati,
ke so' desposti a fare onniunque reo.
La noctola, de sì vile natura,
né bestia non pare né ucello,
e va volando per l'aire oscura,
e [i]schifa lo giorno kiaro e bello.
Così fa l'omo ke 'n pec[c]ato dura:
non se lascia veder lo taupinello
a quelli ke de l'alma tengo cura,
cotanto è verso Dio malvasgio e fello,
e così per la nocte è iudicato,
ke ne va in imferno a mal pattire,
ove è la scuritade senza luce,
e da le grave pene è tormentato,
perciò ke Cristo non volse vedere
k'em paradiso l'anime conduce.
De le serene odito aggio contare
ke canta oltra messura dolcemente,
sì ke la gente ke va sopra mare,
odendole, s'adormo amantenente;
ed elle vanno poi, quando a lor pare,
tucti li ocido e nullo se ne sente.
Potemo la serena semegliare
a questo mondo misero dolente,
ke canta a voglia de li peccatori
lo sì dolzemente ke·lli fa dormire,
poi li ocide e mandali ad onferno,
ove so' canti pieni de dolori.
Per Dio merzé, no·lli voliate audire,
ce ve torran la vita senpiterno.
S'alcuno bono exenplo, uver dot[tr]ina,
ne devesse pietoso core dare,
sì ne daria vedendo la gallina,
a che se mecte per filioli fare;
ciascuna penna sì rasenbla spina,
[co]tanto se restrenge o' va covare;
à voce roica, vista moricina,
e gram solecitudine a guardare.
A Cristo tale exenplo se convene,
ch'a la passione se canbio[ne]
in vista per l'amore k'ebbe en noi.
A gran raisg[i]one Li volemo bene,
ké per guarire noi morte duròne:
cotale amore non trovò in altrui.
Come la vanagloria ne offenne
potemone vedere la certeza,
ke lo paone finemente entenne
quando lo lodi de la gran beleza:
che fa la rota kolle belle penne,
colli oki guarda cun gran morbideza;
s'a remirare li piedi se renne,
tucta la gioia li torna en tristeza.
Se l'omo à facto lo mal fondamento,
quanto sopra esso edifica o mura
quasi a niente lo se pò tenere.
Chi male fonda, mura en perdimento.
Donque dea pensar la creatura
ciò ke comencia ke fine pò avere.
L'aucello camelon ne guida e mena
per buono exenplo a l'eternale vita,
che li scordano l'ova ne l'arena,
tanto remira la stella c[h]iarita.
Mondanamente vivere è gran pena,
ch'ell'è solecitudine infenita.
Se voli avere l'anima serena,
tieni lo mondo per nave perita;
ein esso non sperare, ke ti falla,
lo remira êlla stella splendiente,
e omni altra ter[r]ena cosa lassa.
Vedi a ke gran pena enn-alto salla
l'omo k'è[ne] gravato fortemente;
perciò l'amor ter[r]eno fuggi e cassa.
La luppica bellissima è di fore,
con belle penne sì fa portamento;
de sterco è nata, ein esso vive e more,
de quello cibo piglia nutrimento.
Tale natura è delo peccatore
che sé non menda de l'ofendimento:
adornase di drappi de colore,
dentro è fetidissimo e puzolento;
perdese la beleza per la morte,
lassa l'avere e lassa le persone
co le quali mortalemente à ofeso.
Le belle penne da dosso i so' tolte
con ke volava a sua confusione
se nella fine en male facto è preiso.
L'uciello struzo, sì come aggio udito,
perd'i filioli e so' messi en presgione
ein una ampolla k'è facta de vitro,
senza nulla roctura e lesione,
e ciercai, trovai, vassene in Egipto;
porta uno verme e del suo sangue pone
nello vasello: en estante è partito,
e a i filioli dà liberaisgione.
Deo è lo struzo, i filioli la gente;
Cristo è lo verme, ke per lo Suo sangue
l'onferno e el paradiso ne fo aperto;
for de presgione seimo certamente,
onde el Nemico de dolor ne langue:
laude e onore a Deo ke l'à soferto.
L'api, audito aggio, vivono a signore
e servano la bona costumanza:
tale collie la manna de lo flore,
e tale la repone a loro usanza;
alcuno ke nonn·è guadagnatore,
lo gectano de loro congreganza.
Or[a] pensa, taupino peccatore,
konmo te trovi d'esta semeglianza:
lo flore è Cristo, vedi ke n'ài colto:
e se'n coliesti, come l'ài guardato.
Ove è lo capitale ke te trovi?
Se' visso endarno, k'ài l'altrui tolto,
e nell'onferno ne serai mandato,
se oni offensa da te non removi.
La mosca è creatura despreza[ta],
e uno delicato modo tene:
ke va ciercando lo giorno a giornata
per aver cosa ke·lli piacia bene;
non se ne parte, poi ke l'à trovata;
s'en la ne cacci, più vacio revene.
O creatura a Cristo semeliata,
similimente fare te convene:
se' desprezza[ta] per non obedire:
retrova Cristo per la penetenza,
e cone amaritudine del core.
Poi l'ài trovato, non te ne partire,
ké vedi ke per viva soferenza
homo de la batallia è vencitore.
L'arzillo è volatilia più fera
ke de sua qualitade l'omo saccia.
Fatigano li bo[v]i fine a sera,
esse la sento, no·lli te' legac[c]ia.
À lo Nemico simile mainera,
ke de lo core vivo sangue caccia
a ki à facta penitenza intera;
se non fuge li sui crudeli braccia,
à le ponture sue sì eismesurate
no·lle sostene alcuna armadura,
né altra cosa ca l[o] mondo sia,
se non sola la santa caritate,
ke fa da Deo a l'omo tal iontura,
entrare non ce pòne cosa ria.
Lo gufo per la sua deformitate
non vole nello giorno conparere;
la nocte va ciercando le contrate,
mangia li ucelli ke trova dormire.
De la significanza, bello frate,
de' ne lo core tuo far sentire:
la parola k'à[ne] profunditate
de intendimento non se de' orrire.
Li gufi so' i nimici deformati:
vano de nocte, k'ei so' en tenebria,
e mangiano li ucelli dormitori:
ciò so' li peccatori desviati,
ke van dormendo la nocte e la dia
nelle vane rikeze e nelli onori.
Lo parpalione corre la rivera,
là ove vede lo claro splendore,
e tanto va girando la lumera,
che lo consuma lo foco e l'ardore.
Pare ke tenga simile mainera
la creatura a l'omo peccatore:
colla beleza de l'ornata cera
lo lega a terribile encendore.
Ki vede creatura delicata
dea considerare ki la fece,
e deali rendar laude d'onni bene.
Cusì la vita sua serà beata;
e in altra guisa piglia mala vice,
che perde possa e merita le pene.
Veggio l'aloda de terra salire
faciendo dolce canto deletoso,
e veggiola cantando rengioire
quanto più sente l'aire glorioso;
e quando vole a terra revenire,
fa uno canto più suavitoso.
[Co]tale semelianza vole dire
che la vita de l'omo poderoso
en terra nasce, salie en segnoria,
e, quanto vole sia lo salimento,
pur lo convene a terra revenire.
Se l'alma torna da cui venne en pria,
bene à menato suo delectamento:
êllo ben fare lauda lo fenire.
Lo nibbio iovanetto, molto bello,
bene è enpenato, vola pure asai;
lo primo anno pigliase l'ucello,
da quella einanze non ce vola mai;
di serpe morta, u qualke sor[i]cello,
se passce, ké miserea lo trai.
Or vedi, peccatore taupinello,
come ben semelianti cose fai:
nella primera 'tade fosti puro,
adorno de bellissime virtuti
per ben podere nell'aire volare;
ora se' facto tanto vile e oscuro,
s'él[l]a confessione non t'aiuti,
enn∙altra guisa non porrai canpare.
Vedi lo rusignolo picciolino:
de quanti ucielli cantano è el fiore,
e da la sera fieni a lo maitino
no·llascia di sbernare a lo verdore.
O peccatore misero mischino,
debbi laudare lo tuo Creatore;
noiate de levare a matutino
e, conmo debbi, Lui rendare l'ore,
a rengratiar lo Cristo k'è tua luce.
Non te voli levare de lo lecto
a repensare la sua morte amara;
[e] per te fo levato nella Croce!
Signore, la mia alma te conmecto,
k'a lo morire non me vale para.
Ben de lontano sente l'avoltore
se novella carognia facta ène,
ke·lli ne porta lo vento l'odore:
ello si leva, in quella parte tene.
Così a l'alma de lo peccatore
d'entro l'onferno lo Nemico vene,
se di nullo peccato fa sentore
ke per quella casgione ci abbia spene.
Elli odora lo male pensamento,
lo rio deserio e mala volentate,
lo falso parlamento e l'operare.
De gire nello luogo non è lento
ove so' le persone sciordinate:
però convene la gente guardare.
Lo pesscio ke se nomina balena,
a la fada sopra l'acqua pare
en semelianza d'isola ter[r]ena,
là o' va quelli ke [so'] sopra mare.
Pigliano posa et ragolgliono alena,
[a]conciano le cose da mangiare;
sentendo lo calore êlla rena,
tucta la gente fa pericolare.
Cotale semelianza à lo Nemico,
ke [re]copre la sua malvasgitate
nello cospecto delli peccatori.
Se a le fiade qualke bene dico,
no·lli sostene, tal n'à niquitate,
somergeli e conduceli ai dolori.
La salamandra tanto è venenosa
ke·lli poma de li albori invenena
là ove sale, sì è nequitosa
e de mortalissimi omori plena.
Sua conversione è dubitosa:
ov'à demora, dà tormenti e pena.
La dura salamandra vitiosa
è lo Nemico ke a morir ne mena
la creatura dove pò salire:
lke·lli envenena viso e odorare,
audito, gusto e tacto ensiememente.
Ki non s'aiuta a lo primo sentire,
esso perescie, e fa pericolare
ki li te' conpania lontanamente.
Tale natura la vipera porta,
ke l'omo einudo non vole vedere:
vedendolo vestuto, se conforta,
asalelo e conbattelo a podere.
Quella anima se dea contare morta,
la quale lo Nemico pó tenere
en guisa di non essare resorta,
vedendoce la sua ensegnia aparere.
Per la vipera entendo lo Nemico,
per l'omo einudo Cristo crucifixo,
da lo quale fo vincto e iudicato.
Nolo voliate avere per amico:
ki mellio se credesse d'aver d'esso,
ne sirea più destructo et desolato.
Odo ke lo dragone non mordesce:
sotrae dolzemente e va lechando,
e per quello lecare omo perescie,
k'a poco a poco lo va envenenando.
Così ki co la lengua proferesce
belle parole e va male ordinando,
dà lo veneno a ki lo soferesce,
ke li falesce ciò ke va sperando.
Non morde lo Nemico enprimamente:
lecca e losinga per trare a lui
la deletosa gente secolare.
Ki più li se farà benevolente,
maiuremente consuma e destrui,
po' non è dato a fare altro ke male.
Audito aggio ke l'aspido serpente
à de natura cognosscere tanto,
ke bene de lontano vede e sente
lo savio ke 'l costrenge per encanto:
anbe l'urec[h]ie chiude amantenente,
a ciò ke nome de niuno santo
per forza no lo faccia obediente
oltra quello ke piaciali alquanto.
Tenuto avesse quella semelianza,
lo Nemico, la carne e l[o] mondo
non àberano tanto predicato
che n'avesse però facta falanza
a servare lo core puro et mondo:
cusì per male udire e' sciordinato.
Audito aggio ke 'l tiro è guardiano
de l'albore onde lo balsamo vene;
alcuno savio lo '[n]canta sì piano,
ke l'adormisce de gran guisa bene.
Poi k'è 'dormito, i collitori vano
a prendere la cosa ov'àno spene.
Similimente lo rio cristiano
non guarda l'alma sua co' si convene,
anzi s'adorme, [sì] cormo lo tiro,
per encanto de spiriti malengni,
e perdese lo balsamo ke guarda.
Se per mi' bene tale exenplo [miro],
quelli ke sono d'onni pena degni
..nom me porrò adormire, onde el cor m'arda.
Note
_______________________
[1] pesce serra
[2] antilope
[3] unicorno o liocorno
[4] bonaso, bue selvatico
[5] che colpisce e guasta, fa imputridire
[6] animale favoloso; biscia
[7] ibis
[8] struzzo
[9] upupa
[10] assillo
[11] farfalla
[12] serpente velenoso
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