Anonimo

La battaglia di Mont′aperto

composto tra il 1335 e il 1338.

Edizione di riferimento

Il Propugnatore - Studii filologici, storici e bibliografici di vari soci Della Commissione pe′ testi di lingua Vol. VI.— Parte I.*  Bologna Presso Gaetano Romagnoli Libraio-Editore della R. Commissione pe′ testi di Lingua 1873  – Tipi Fava e Garagnani.

La battaglia di Montaperti, celebre episodio della lunga ed acre lotta combattuta con alternata fortuna tra Guelfi e Ghibellini, avveratosi poco oltre la metà del secolo XIV , vive tuttora nella memoria e nella tradizione popolare degli Italiani, specialmente di Toscana, e fu gradito argomento di descrizioni e di racconti in vario senso, secondo che dettava il sentimento della parte, a cui appartenevano gli scrittori; fu celebrata dal canto dei poeti, ed esercitò la feconda immaginazione dei romanzieri. Lasciando stare le narrazioni dei vecchi cronisti , chi non ricorda linfocato diverbio nella cerchia dei miscredenti fra il Divino Poeta e l′avversario Farinata degli Uberti [1] sulla tragica disfatta dei Guelfi ?

Rimasta fin qui inedita, pubblico ora come buon testo di lingua e documento storico una breve narrazione di quel grande e sanguinoso combattimento, glorioso ai vinti del pari che ai vincitori. Essa, monca di tutto quanto si riferisce alla causa, ai precedenti ed all′apparecchio di guerra, avendo il Codice, da cui è desunta, smarrito i primi fogli [2], esordisce exabrupto dallesposizione delle pretese della guelfa Firenze, fatta dagli ambasciatori suoi ai ventiquattro capi del reggimento di Siena, e narra poi la serie de′ fatti che seguirono quella « superba ambasciata », sino alla sommissione di Montalcino alla città vittoriosa, richiesta di accettare quegli sbigottiti cittadini come « uomini morti. »

L′autore anonimo è evidentemente Senese, poiché, oltre ad alcune forme grammaticali del suo dire, pone esageratamente in risalto la valentìa dei Ghibellini, e vitupera gli avversarii, pel che forse non è sempre degno di fede anche nelle circostanze di fatto da lai narrate. Il Codice cartaceo (ora appartenente all′Ambrosiana per gentile dono fattone dal Not. Sig. Dott. Carlo Casati di Milano) che reca questa narrazione, fu scritto, come copia tratta da altro esemplare, nel settembre dell′anno 1440, da Giacomo di Mariano di Checco di Marco. Non molta novità di lumi può esso offrire, concordando tale racconto sì nella sostanza dei fatti, che nello stile, con quelli lasciatici da altri ghibellini, specialmente il Ventura e lAldobrandini [3]; ma non è spregevole per molte minute particolarità, concernenti l′apparecchio e lazione stessa di quel fatto d′arme, celeberrimo a que′ tempi e dappoi per la causa, che diè luogo al conflitto, per lalta importanza delle città partite in diversa fazione, che vi presero parte [4], pel numero degli armati e pel lustro dei valenti Cavalieri de′ due eserciti. Essi sono partitamenle rammentali dagli storici, ed alcuni sono legati per vincolo di parte od avversarii dell′ Allighieri , e da lui introdotti nella sua visione, quali, a cagion d′esempio, il Farinata, il defezionato Bocca degli Abati, Gherardo Ciccia de′ Lamberti, Aldobrandino degli Aldobrandeschi da Santafiore , Jacopo de′ Pazzi gonfaloniere di Firenze, Prudenzano Salvani, Guido Novello capitano de′ fuorusciti fiorentini, Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, Guido Bonalti astrologo di esso Guido Novello. Questa narrazione parziale della guerra del 1260, che condusse al fatto di Montaperti, può quindi aggiungere una nuova pagina alla storia delle rivoluzioni italiane all′epoca dei Comuni, basata sui documenti e sulle cronache superstiti, in ispecie delle gare dei Guelfi e dei Ghibellini, storia tuttora desiderata.

L′ effimera pace imposta dall′avversa fortuna delle armi nel 1254 a Siena oppressa dai Fiorentini, ebbe di lì a poco a rompersi per la mancata osservanza, per parte dei vinti, delle condizioni allora pattuite, e per la cacciata della parte ghibellina da Firenze, città che senza posa e con ardore agognava alla sommissione ed alla signoria della rivale, cui tuttavia sapeva spalleggiata da re Manfredi di Sicilia, e soccorsa d′armi e d′armati. Le ostilità iniziatesi colla guerra di Maremma a Grosseto, Monteano e Montemassi, vieppiù  andaronsi insacerbendo fino al combattimento di s. Petronilla sotto Siena, vinto dai Guelfi il 18 marzo 1260, che conquistarono con altri trofei di guerra la bandiera stessa di re  Manfredi , cui vituperarono e strascinarono nel fango, senza tuttavia poter guadagnare la città. Le imprese di questa contro Montepulciano, Colle, Poggibonsi ed altre terre di avversa fazione, condotte vittoriosamente dopo quella infelice scaramuccia, aizzarono gagliardamente i Fiorentini, che sotto colore di accorrere in aiuto di Montalcino, ridotta presso ad un′inevitabile resa e minacciata di distruzione, aspiravano ad abbattere e ridurre ad assoluta impotenza il nemico , di cui non volevano a qualsiasi prezzo tollerare l'ingrandimento nè i trionfi. Apprestato quindi l′esercito, quanto più valido poterono, e fornitolo di quanto era necessario ad una grossa guerra, i Fiorentini entrarono nel senese da Valdipesa, ed occupato Monteselvoli in Valdibiena presso l′Arbia, ed il castello di Montaperti, mandarono alla vicina Siena i loro ambasciatori, onde esporre ai capi ed al consiglio generale le loro superbe ed arroganti pretese, sotto minaccia di devastazione e d′ogni crudeltà, quand′essi non le accettassero. Ma qui [5] lasciam la parola alla Cronaca, che riferisce ne′ suoi termini l′ambasceria, e quanto le tenne dietro.

Ab. Antonio Ceruti.

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« Noi vittoriosi fiorentini voliamo o così aviamo dilibarato, statuito e ordinato che questa città per tutto sia sfasciata, e che tutte le mura per terra sieno spianate, e similmente vogliamo mettare per ogni terzo della città una signoria; e vogliamo al presente fare uno forte e alto cassaro in Camporeggi, e fornirlo di gente e d′arme e di vettovaglia, e  guardarlo per lo nostro potente Comune di Firenze; e questo al presente vogliamo che sia senza niuno indugio, sicché rispondete e mettete ad eseguizione nostro volere, altrimenti  aspettate l'assedio del nostro potente Comune di Firenze , ricordandovi che se questo non farete, da poi per niente sarete uditi né ricevuti ad alcuna misericordia; e principalmente che le mura della città sieno per terra gittate, sicché lo nostro potente e vittorioso  esercito possi entrare e uscire a sua posta e a sua volontà, che non è intenzione di nostri cittadini per le porti entrare, ma per le mura sfasciate e abbattute. »

Segue la Storia e la Cronica, che avendo e vintiquattro governatori della città di Siena udito la superbia imbasciata delli iniqui Fiorentini, risposero che al capitano e a′ comessarii de′ Fiorentini sarà risposto per boce viva. Allora essi imbasciadori si partiro e tornaro adietro al campo de′Fiorentini, il quale campo il dì medesimo s′era partito dalla pieve Asciata, ed era andato a Monte aperto, e postosi in sullaqua della Malena; e ine tornaro l imbasciadori de′ Fiorentini, e dissero l′ambasciata, come per li ventiquattro governatori della città di Siena lo′ fu risposto, che lo′ rispondarebbono per boce viva.

Essendosi partiti limbasciadori, come è detto di sopra, cioè Fiorentini, quelli savi e discreti cittadini, e quali governavano la città di Siena, e siccome è detto, erano vintiquattro, essi di subito ragunaro il conseglio nella chiesa predetta di Santo Gristofano, e ine fue recitata e detta tutta lambasciata, che avevano auto da l′imbasciadori de′ Fiorentini. Avendo udito tutte queste cose nel predetto consiglio, di subito si levò suso missere Bandinello, il quale conseglio e disse, che li pareva che in alcuna cosa e Fiorentini fussero contenti, e fatto la loro volontà, acciò che tanta furia e sì grande fortuna si levasse via in questo modo, cioè che in certe luogora si, difacesse alcuno pezzo di muro della città, e questo è ′l mio parere. In questo medesimo dire s′ accordò missere Buonaguida Boccacci [6], e certi altri conseglieri codardi. Poi si levò suso il magnanimo e prudente cavaliere missere Provenzano Salvani, e consigliò e disse; « Magnifici signori, come voi sapete, noi ci siamo raccomandati allo eccelso prencipe e Santa Corona re Manfredi, e aviamo qui apresso di noi lo industrioso conte Giordano [7], il quale è qui nella nostra città mandato dalla Santa Corona a nostra defensione.

A me pare e così consiglio, che si mandi per lui con ogni onore e reverenzia, e che a lui si faccia noto e manifesto tutto quello, che l'imbasciadori de′ Fiorentini adimandano e vogliono da noi; e questo è in conclusione quello che a me pare. » Al parlare del savio cavaliere missere Provenzano [8], quasi tutti li conseglieri si levaro e presero alquanto ardire, che erano tutti fortemente sbigottiti per le parole udite dell′imbasciadori Fiorentini e per le loro minaccie; onde tutti s′accordaro a una boce e a uno animo con missere Provenzano, e mandossi per lui.

Missere Giordano, ricevuta che ebbe l'ambasciata da parte delli vintiquattro signori governatori, di subito fu mosso e venne, e menò con seco sedici conistabili di cinquanta per bandiera e col siniscalco, sicché furono in tutto diciotto tedeschi, e aveano con loro uno interpido [9], però che none intendevano nostro linguaggio; e come giunsero nel mezzo del consiglio, di subito con molta riverenzia e gentilezza tutti si cavaro li capucci di capo, e molto stettero onestamente e riverentemente dinanzi a tutti li consiglieri; poi mandaro innanzi lo loro interpido, per sapere quello che lo′ doveva essere comandato. Allora fue imposto da li signori vintiquattro a uno delli savii conseglieri, che esso dicesse a missere Giordano e a li suoi compagni tutta l′ambasciata che avevano mandato e Fiorentini; e quando per lo interpido fu detto a missere Giordano e a′ suoi compagni di tale imbasciata, molto furono contenti e allegri; e di subito si trassero da parte con li suoi conistabili e ′l siniscalco, e ine favellarono insieme in loro linguaggio, dicendo de′ modi che erano da tenere per avere onore; e vedendo tutti li conseglieri che erano ine araunati, che missere Giordano e, tutti i suoi compagni s′ erano tutti rallegrati, e facevano grande festa infra loro, avendo volontà e desiderio che essi fussero più volonterosi e più pronti a la defensione della città, di subito fecero dire a lo interpido loro, che a loro daranno moneta assai, cioè paga doppia e mese compito, come se fussero sconfitti e venti e Fiorentini da loro, e attrita la loro compagnia. Avendo dette e fatte queste proferte a la gente dell′arme, fu fatta la ragione per li consiglieri, cioè che montava paga doppia e mese compito; fune ditto che montava centodiciotto migliaja di fiorini; e questo fu il giovedì a dì quattro di settembre nel detto anno MCCLX.

Avendo, come è detto, e consiglieri fatta la proferta a la gente dell′arme della moneta, e da poi quanto montava questa spesa, viddero in tutto che tutti i denari non si trovavano. Allora vedendo e udendo questo uno dei presenti conseglieri, il quale si chiamava Salinbene de′ Salinbeni, ottimo e nobile cittadino, perfetto amatore della sua città e del suo  Comuno, levossi suso nel presente consiglio, e disse: « Signori miei, non vi date malinconia niuna, imperò che li denari che voi dimandate, sono apparecchiati al vostro comando. Io cortesemente e volontieri ve li prestarrò. » Da tutti li signori vintiquattro e dagli altri consiglieri fu sommamente lodato e ringraziato il predetto nobile uomo Salinbene de′ Salinbeni. Prestò adunque il predetto Salinbene centodiciotto migliaja di fiorini senza alcuno indugio al Comuno di Siena [10]. Ricevuta la detta moneta, fu fatta la paga a′ conestabili , e così i conestabili se n′andarono a le loro stanze, e mandare ognuno per li loro sottoposti, che erano in tutto ottocento tutti tedeschi, e dissero a loro che avevano presa la paga, e come li cittadini Sanesi aveano ordinato e voluto, che essi avessero paga doppia e mese compito; e però pigliate paghe doppie e mese compito, allora i tedeschi per grande allegrezza di subito presero uno ballo di quelli belli e nobili, e ballaro con grande gioia uno grande pezzo; e fatta questa allegrezza, con molti ottimi e buoni confetti, cioè marzapani, che altrui [11] che a Siena non si fanno più perfetti ne migliori, con tragica e morselletti e ottimi e perfetti vini, dopo questa grande allegrezza di subito si dettero a comperare quante cuoia erano in Siena, da fare scuola di scarpette, delle quali fecero armadure di cavagli, e similmente testiere da cavagli; e per tutti i luoghi di Siena stavano i banchi per cambiare fiorini e altre monete, e similmente orafi e dipentori; ogni gente attendeva a contentare questi soldati tedeschi, tanto erano valenti e avevano buone armi e buoni cavagli, e tutti piacevoli e da bene, sicché ogni uno si sforzava di fare cosa, che lo′ fusse a piacere, per lo grande servizio e buono aiuto, che aspettavano avere da loro.

Ora segue la Storia, che come voi avete udito, fu cercato per Siena per li denari per pagare i detti soldati e tedeschi; e di subito le novelle si sparsero per tutta la città, che non è cosa al mondo, che di subito tanto si sparga, quanto una mala novella; sicché udendo e cittadini la crudele adimandita, che avevano fatta limbasciadori Fiorentini, si mossero e vennero a la chiesa di Santo Gristofano, là dove era la risedenzia del reggimento, per udire e per sapere in che stato era la città di Siena; ed era tanta la gente, che era in su la piazza de′ Talomei, che a pena vi capiva.

Or vedendo la grande commozione di tutta la città, quelli a cui toccava tutto il peso della città, che avevano a governare e reggiare, cioè e vintiquattro , subito raccolsero il consiglio, e ine si propose di fare uno sindaco, che avesse piena alturità [12] e balia di dare e donare, vendere e impegnare la città di Siena, e tanto potesse quello sindaco solo, quanto poteva tutti e cittadini, e chi governava e reggeva Siena; e in questo consiglio fu chiamato sindaco uno uomo nobile cittadino, lo quale aveva nome Buonaguida Lucai [13], lo quale era uomo di perfetta e buona vita, savio e sentito e delle migliori condizioni, che in Siena si trovasse in quelli tempi. A lui fu data piena alturità e balìa, come avete di sopra udito.

Qui dice la Storia seguendo, che sentendo lo padre spirituale di tutta la città, cioè misser lo vescovo di Siena [14], lo quale era in quello tempo, lo predetto caso e la grande fortuna che occorreva, di subito fece sonare a chericato [15], e fece raunare tutte le relegioni e ′l chericato di Siena, cioè preti, monaci e frati e tutti e relegiosi nella chiesa del duomo di Siena; e essendo così tutti ragunati, misser lo vescovo fece uno bello e piccolo sermone a quelli cherici e relegiosi, e amaestrògli e confortogli, che dovessero pregare Iddio e la sua santissima madre Vergine Maria, e tutti e santi di vita eterna per lo popolo e città di Siena,  che Dio per li preghi d′essi santi groliosi gli piaccia di guardare e difendare di tanta ruina e vergogna e danno e grande pericolo, e come liberò la città di Ninive per lo digiuno e penitenzia loro, cosi piacesse a Dio di liberare Siena da tanta furia e superbia di questi malvagi uomini fiorentini; e così comandò che ogniuno si scalzasse e andasse divotamente a procissione per lo duomo, cantando ad alta boce salmi e inni e canti divoti e spirituali, invocando sempre la misericordia d′Iddio.

Essendo, come avete udito, misser lo vescovo con tutte le religioni e cherici a procissione, cantando divotamente letanie e divote orazioni, Iddio glorioso e sempre benedetto per li preghi della sua santissima madre sempre Vergine Maria, e de′ gloriosi santi martori avvocati di questa città, e per li preghi de′ buoni relegiosi e cherici, che pregavano per questa città e per lo suo popolo, mosso a pietade di subito spiroe nella mente a quello sindaco, cioè Buonaguida, e esso Buonaguida si levò suso e disse assai forte, sicché fu udito per tutti quelli cittadini, che erano di fuore in su la piazza di Santo Cristofano, siccome voi sapete: « Signori miei Sanesi e cari miei concittadini, noi ci siamo raccomandati a la Santa Corona re Manfredi; ora a me pare, che noi ci diamo in verità in avere e in persona la città e ′l contado a la reina di vita eterna, cioè a la nostra madre Vergine Maria; e per fare questo dono piacciavi a tutti farmi compagnia »; e dette che ebbe queste parole, così subito questo Buonaguida si spogliò in camicia e scalzossi senza niente in capo, e presa la sua correggia, e′ missela a la gola a ricorsoio, e intrò innanzi a tutti e cittadini, e così comincia sua via verso il duomo, e dietro a lui venne tutto quello popolo che era ine; e chiunche trovavano per via, andavano con loro, e tutti quanti scalzi e senza mantello, e niuno aveva niente in capo, e chi era per via, s′ andavano scalzando, e sempre andavano dicendo: « Vergine Maria, aitateci al nostro grande bisogno, e liberateci da le mani di questi lioni e di questi superbissimi uomini, che ci vogliono. divorare»; e tutti andavano dicendo: « Madonna Santissima del cielo reina, noi miseri peccatori v′addomandiamo misericordia »; e giugnendo al duomo, come udito avete, misser lo Vescovo andava per lo duomo a procissione, ed era a l′altare maggiore dinanzi a la nostra donna graziosa Vergine Maria, e cominciaro a cantare il Te Deum laudamus ad alta boce; e in questo quello popolo, ch′è detto andava, che udito avete, come giunsero a la porta del duomo, così incominciaro a gridare ad alta boce : « Misericordia, misericordia », con molte lagrime. A quelle grida così dolorose e così piatose, misser lo vescovo si volse a tutto il chericato, e venne incontro a Buonaguida; e come furono insieme, così ogni uomo s′inginocchiò, e Buonaguida quasi in terra disteso, misser lo vescovo lo rizzò e diegli la pace, e così tutti quelli cittadini s′andavano luno a l′altro baciando in bocca, e questo fu a piei del coro del duomo; e pigliandosi così per mano misser lo Vescovo e Buonaguida, vennero dinanzi a l′altare della nostra madre Vergine Maria, e ine s′ inginocchiaro con grandi pianti e amare lagrime. E questo venerabile cittadino Buonaguida stava tutto disteso in terra, e così tutto il popolo con grandi pianti e molti singhiozzi, e stettero così per ispazio d′una quarta ora; e poi si levò suso Buonaguida in pie dinanzi a la nostra madre sempre Vergine Maria, e disse molte savie e discrete parole, infra le quali disse così: « Vergine gloriosa reina del cielo, madre de′ peccatori, io misero peccatore ti do e dono e concedo questa città e ′l contado di Siena, e voi prego, madre dolcissima, che vi piaccia d′accettarla, bene che la nostra grande fragielità e nostri peccati sieno molti, e non mirate a li nostri errori; supplico a la vostra riverenzia, che la guardiate e difendete e liberate da le mani di quelli perfidi cani Fiorentini, e da chi la volesse apressare o metterla in supplicio in ruina; « e dette queste parole, misser lo vescovo salse in sul pergolo [16], e disse un bellissimo sermone, amaestrando il popolo di buoni asempri, e pregandolo e′ comandò, che tutti si dovesseno abbracciare e perdonare le ′ngiurie l′uno a l′altro, e confessarsi e comunicarsi, e che tutti sieno amici insieme, e che ogni uno raccomandi questa città a le buone persone, e dovessero andare con misser lo vescovo tutti religiosi e cherici a procissione; à la quale procissione innanzi a ogni cosa andava quello crocifisso, che ene scolpito in duomo, e poi seguiva tutti e religiosi, e poi andava la croce del duomo, e da poi andavano molti cherici, e da poi andava uno stendardo tutto rosso, poi era misser lo vescovo, ed era scalzo, e a lato a lui era Buonaguida in camicia con la correggia a la gola, e poi seguiva tutti i calonaci del duomo tutti scalzi senza niente in capo, e andavano cantando salmi e inni molto divotamente; e poi seguivano tutte le donne scalze e parte scapegliate, sempre raccomandandosi a Dio e a la sua santissima madre Vergine Maria, e dicendo Pater nostri e Ave Marie e altre sante orazioni; e così andavano a procissione per la città insino a Santo Gristofano e in sul campo; e ritornaro al duomo, e cominciaronsi a fare le paci l′uno coll′altro, e colui che aveva ricevuta maggiore ingiuria, andava cercando il suo nemico per fare pace e perdonare e baciarsi insieme luno con l′ altro, e in poca d′otta furon fatte le paci. E così seguendo e attendendo a le confessioni e a le paci, partendosi lo detto Buonaguida con assai piccola compagnia, ritornò a Santo Gristofano insieme con quelli vintiquattro.

Come si partì da Dio, pigliaro buona diliberazione; ed era questo lo giovedì a dì tre di settembre, ed era quasi in tutto già notte. La gente, come avete udito, non attendeva se non a confessarsi, e a fare pace l′uno coll′altro, e quello che aveva ricevuto maggiore ingiuria, andava cercando lo suo nemico per baciarlo in bocca e per perdonarli, e in questo quasi si consumò la notte; e venendo l′ora del mattino, quelli vintiquattro che reggevano e governavano Siena, sì mandarono tre banditori, in ogni terzo il suo, gridando: « Valenti cittadini, state suso, e pigliate le vostre buone armadure, e ciascuno col nome della nostra madre dolcissima Vergine Maria seguisca lo suo gonfaloniere, sempre raccomandandosi a Dio e a la sua santa madre. » A pena che lo banditore avesse detto, che tutti e cittadini furono in punto per modo volonterosi, che ′l padre non aspettava il figliuolo, e luno fratello l′altro, e così andarono verso la porta a Santo Vieno [17], e ine vennero tutti e tre e gonfolonieri: lo primo fu quello di San Martino, e fu per riverenza del santo, e perchè gli è di verso la porta; lo sicondo fu quello di Città con grandissima moltitudine di gente e bene in punto; lo terzo fu quello confaloniere di Camulia reale, che rappresentava il mantello della nostra madre Vergine Maria , cioè ch′era tutto bianco, candido, netto e puro. Drieto a esso gonfaloniere veniva assai moltitudine di gente non tutti cittadini, ma tutti e soldati a piè e a cavallo, e con queste brigate erano molti preti e frati, chi con armi e chi senza armi, per aitare e confortare le buone genti; e tutti andavano di buono volere, e tutti d′uno animo e d′un cuore e d′ una intenzione e bene disposti contra a quelli cani fiorentini, che con tanto ardire adimandavano tante cose inique e fuore d′ogni ragione. Ma Dio giusto e benigno e misericordioso Signore ne li pagò come meritavano.

Seguita la Storia, racconta e dice, che essendo tutto il popolo di Siena escito fuore contra a quelli cani Fiorentini e loro seguaci, e quali erano venuti per disfare la città e ′l contado di Siena, quelli uomini antichi e le donne erano rimasti in Siena con molti pianti e con grandissima paura, insieme con misser lo vescovo e con molti divoti cherici e religiosi; cominciaro il venerdì mattina per tempo una solenne procissione con tutte le sante reliquie che erano in duomo, e tutte le chiese di Siena andavano visitando, e sempre li chierici andavano cantando salmi e letanie e orazioni; e le donne tutte scalze con assai vili vestimenta in dosso andavano a la detta procissione, pregando sempre Iddio, che ci rimandasse a chi il padre e a chi il figliuolo e a chi il fratello, a chi il marito; e tutte con grandi pianti e lagrime andavano a essa procissione, sempre chiamando la groliosa reina del cielo, dolcissima Vergine Maria.

E così andaro tutto lo venerdì a procissione, e quando fu fatto la sera, che tutto quello dì aveano digiunato, tornò la procissione a duomo, e tutti s′inginocchiaro, e così stettero tanto, che furon dette tutte le letanie con molte orazioni, le quali disse misser lo vescovo; e dette l′orazioni, fece la confessione, dopo la quale furono dette molte orazioni e preghi a reverenzia della nostra madre Vergine Maria, sempre raccomandando a la sua divinità questa città, e pregandola che desse vigore e consiglio e forza e ardire al popolo suo, acciò che tanta iniquità s′abbattesse, e tanta superbia si spegnesse, e che essi Fiorentini non avessero né forza né ardire né valore contra del popolo suo; e fatto questo, parte se n′andarono a le loro case, e parte ne rimasero solo per orare; e tutta quella notte stettero in orazioni, raccomandandosi a Dio e a la sua madre Vergine Maria.

Siccome voi avete udito, essendo uscito fuore tutto il popolo, lo conte Giordano con tutta sua compagnia teneva la gente da la via che vane a Vignano; in fino a la porta a Santo Vieno era tutta la strada piena di gente d′arme e di lumi, luminiere e doppieri, e ine si diliberò d′aspettare tanto che si facesse dì.

Mentre che aspettavano, missere Giordano e ′l siniscalco [18] ordinaro come volevano che andassero; l′ ordine fu dato in questo modo: prima innanzi andone lo terzo di San Martino accompagnato con trecento cavalieri tedeschi, li quali erano tutti bene a cavallo e bene armati, belli uomini e valenti delle loro persone [19]; loro capitano era missere Giordano; esso li guidava, come a la sua prodenzia pareva.

La siconda schiera era il gonfalone di città e tutto quello terzo, e a loro compagnia erano dugento cavalieri tedeschi bene a cavallo, giovani e valenti e bene armati; loro capitano e loro guida era missere Arrigo d′Astimbergo, maestro delle battaglie; e con questa gente era lo stendardo della Santa Corona re Manfredi, ed era uno  reale stendardo, e come era, così seguiva la sua brigata altera.

La terza schiera era lo gonfalone del terzo di Camollia, lo quale era uno gonfalone bianco grandissimo più che altro stendardo o gonfalone che ine fusse, e questa era la terza schiera e ultima; e capitano era lo franco cavaliere missere Gualtieri, con trecento cavalieri tedeschi, che parevano trecento draghi o fortissimi lioni scatenati, li quali cavalli per la maggiore parte erano coperti d′armadure. Or pensate come li loro animi erano arditi, quando erano armati e cavagli, che bene pareva a vedere uno monte d′armadura che andasse, e così seguiva l′altre schiere, non molto di lunga l′una da l′altra.

Avendo così ordinate le brigate, come udito avete, incominciò apparire il dì, ed era venardì quello benedetto dì, e così si cominciorono avviare con l′ordine che udito avete, e vanno verso il Bozone [20] sempre schierati e acconci; lo siniscalco sempre andava provedendo a le brigate e a tutte le cose che erano di nicissità, e così andava sempre invocando lo nome di Dio e della sua santissima madre benedetta Vergine Maria, e a lei sempre raccomandandosi, che lo desse forza e valore contra a quelli maladetti Fiorentini; e sempre lo capitano generale di tutta la gente del Comuno di Siena, cioè lo famoso e potente misser lo conte Aldobrandino, gli andava confortando; e così su per lo detto Buzone andaro in tino a piei … [21] e di San Giorgio, e andò da Monteselvoli, e scese in una valle che si chiama la val di Biene, e ine si posaro e bene coperti sempre stavano attenti, aspettando le grida dell′ assaltamento del campo de′ Fiorentini. Lo capitano generale misser lo conte Aldobrandino e ′l conte Giordano fecero comandamento, che non vi si sonasse nè tromba nè niuno stormento; e comandò che quando fussero a ferire tutti insieme, ogniuno mettesse le maggiori grida che potessero; e così ammaestrati col nome di Dio e di San Giorgio cavalcaro tutti verso i nemici con grande ardire e con grande sentimento e con grande ordine, e tutti di buona voglia.

In prima va misser lo conte Giordano con secento cavalieri tedeschi e con secento fanti a piei, e poi seguiva lo conte Aldobrandino da Santa Fiore con tutto il popolo e con dugento cavalieri, e quando sono giuso a piei del poggio a Hilopoli, fecesi innanzi quello franco guerriere maestro Arrigo d′Astimbergo, e disse: « Signori miei, con ciò sia cosa ch′io sia d′Astimbergo, e tutti quelli di casa nostra aviamo dallo ′mperio brevileggio, che in ogni battaglia che noi ci ritroviamo, dobiamo essare e primi feridori, e pertanto voglio avere l′onore di casa mia, e di ciò vi prego che siate contenti »; e così li fu conceduto, come di ragione si doveva fare.

Vedendo missere Gualtieri, che lo suo zio era innanzi per essare lo primo feridore, come a lui toccava per brevileggio, che avevano tutti quelli d′Astinbergo, esso missere Gualtieri si trasse innanzi, e gittossi in terra del suo potente destriere, e inginocchiossi in terra e disse : « Maestro Arrigo, voi sapete che io so figliuolo della vostra sorella carnale, e  pertanto io vi prego e vi chieggio una grazia, e se non me la promettete, mai di qui non mi  levarò; e pertanto vi prego non me la neghiate. » Quine erano molti baroni e conestabili, e tutti pregava maestro Arrigo che lil compiacesse. Allora maestro Arrigo per li preghi e per amore del suo nipote disse: « Missere Gualtieri, piacciavi di montare a cavallo sul vostro destriere, e io vi prometto di fare in tutto di tuo volere »; e così gli fu detto da tutti gli altri, ch′erano d′intorno: « Misser Gualtieri, montate in sul vostro destrieri »; ed egli così fece. Essendo adunque missere Gualtieri a cavallo, disse così: « Maestro Arrigo, come voi sapete, chi grazia riceve, se de′ essere grazioso. Voi e vostri di casa vostra per grande prodezza anticamente in fatti d′ arme avete brivileggi d′essare sempre i primi feridori; e pertanto io prego la vostra prodezza, che mi diate e doniate oggi la vostra prodezza e ′l vostro onore colla vostra grazia, ch′io sia il primo feridore. » Allora tutti quelli che erano ine, dissero a maestro Arrigo: « Per Dio, fategli questa grazia » ; e ′l maestro Arrigo allora li fece la grazia chiesta, e a cavallo l′ abbracciò e baciollo in bocca; e subito missere Gualtieri inchinò la sua testa infino in su le crina del cavallo, e poi si fece porgiare il suo elmo, e feceselo allacciare in testa. Allora disse maestro Arrigo: « Andarai alquanto innanzi, e farai con grande ardire, e noi ti saremo sempre a le spalle, e saremti buono sostegno, e fa valorosamente, e di niente dubitare; e così cavalca, che Dio e missere San Giorgio sia in nostro aiuto. »

Allora missere Gualtieri richiese lo suo destriere delli speroni per farsi innanzi. Lo suo destriere era armato tutto d′ un′armadura di ferro, e di sopra una vesta di zendado vermiglio, tutta raccamata a draghi di seta con raggi d′oro fino, e veramente quello cavallo pareva uno drago che volesse divorare chi innanzi se li parasse, ed era lo più valoroso cavallo e ′l più forte, che a quelli dì si trovasse, e quello che più denari valeva; e missere Gualtieri era giovane e valente e bene armato e bellissimo della persona il più che fusse in fra quelli tedeschi; lui andava innanzi, e Maestro Arrigo seguiva con tutta la loro compagnia, ed era lo sabato a mattina non molto alto il sole, che era di molto poco levato; e così s′avviano e vanno inverso i nemici e inverso il campo de′ Fiorentini, e così andando vanno di verso l′Arbia per quella via, che va verso Monteselvoli, e giunsero a l′Arbia, e passarla per salire in sul poggio, e così fa la gente de′ Fiorentini. Ognuno cerca di pigliare lo vantaggio del terreno … [22] uno poggio, che si chiama il poggio di Rilopoli, lo quale poggio viene contra a la gente de′ Fiorentini, e a piè questo poggio tutte le brigate si fermaro, e ine si strinsero insieme. Il conte Giordano col conte Aldobrandino, e lo maestro missere Arrigo e missere Gualtieri con quelli altri conestabili e gonfalonieri ine presero per partito di pigliare lo poggio per lo modo che udirete. Prima andoe tutta la gente a cavallo (erano in tutto mille cavalieri, cioè ottocento tedeschi e dugento fra Sanesi e altri amici de′ Sanesi), e questi andaro in sul poggio con grande ordine e con grande sentimento; appresso seguitava lo gonfalon vermiglio, nel quale era dipento Santo Martino a cavallo; dietro a questo gonfalone andoe per magiore parte del popolo di Siena, e in su quello poggio fecero un bello assembramento e drapello; e tutte queste cose si vedevano per tutte le genti de′ Fiorentini. Allora disse lo capitano de′ Fiorentini [23], e dimandò: « Che gente è quella?» A lui fu risposto: « Quello è ′1 capitano a cavallo di mille cavalieri, che à mandato lo re Manfredi a Siena per aiuto e defensione della città di Siena, e sono tutti giovani e bene armati le loro persone e loro cavagli e bene a cavallo, e tutti uomini prodi in fatti d′arme e molto valenti » (e di loro prodezza molto ne fu detto al capitano de′ Fiorentini); « e quello a piei è lo minore terzo di Siena, e chiamasi il terzo di Santo Martino. » Allora rispose il capitano de′ Fiorentini e disse: « Tu dici che quello è il minore, e sono più che le formiche; se quello è ′l minore, quanti sono gli altri? E′ non ci capiranno, se ci verranno tutti.»

E fatto che ebbeno il loro drappello col gonfalone di San Martino per magiore parte, e′ scesero del poggio, e fecensi incontra al gonfalone di città, lo quale gonfalone è tutto vermiglio con una croce bianca per tutto lo mezzo; e così veniva su per lo poggio da quella pendice, che mostrava verso la gente de′Fiorentini; e così saliro su per lo poggio insino a uno poco di piano, che è in su quello poggio; e ine fecero uno bello assembramento e drapello.

E così per magiore parte scendevano giù del poggio, facendosi incontra al terzo gonfalone, lo quale era uno gonfalone tutto bianco grandissimo più che altro gonfalone o stendardo, che ine fusse infra tutte quelle brigate; e dietro veniva tutto lo terzo di Camollia colla magiore parte del popolo di Siena, con ciò sia cosa che quelli tutti erano discesi, e poi salivano su per lo poggio da la parte che mostrava verso la gente de′ Fiorentini, come udito avete.

Lo capitano de′ Fiorentini e comessarii erano insieme e favellavano, dicendo come avevano udito e veduto, « e sono tanti e con tanto ordine, e con tanto ardire sono usciti fuore a campo contra di noi. » Fue risposto: « A me pare che sieno più di noi assai gente e meglio in punto; e anco sapiamo che ′l popolo di Siena è ′l più ardito e ′l più franco popolo di Toscana e di Lombardia. »

Allora disse lo capitano de′ Fiorentini: « Io credo che noi arémo male fatto; » e poi dimandò come si chiamava quella acqua, dove erano alloggiati; fu risposto: « Questa acqua si chiama la Malena. » Subito disse lo capitano: « Noi siamo male capitati, e pertanto a me pare che noi mutiamo campo il più tosto che noi potiamo; per oggi no, ma domattina per tempo acconciamo le nostre some e le persone, e andiamo via. Voi dicevate che Siena non aveva persona e niuna gente: essi anno fatto tre rassembramenti, che due tanti sono più gente che non siamo noi, senza la moltitudine de′ cavalieri, che sono in loro compagnia. Quanto a me pare che essi sieno più che le formiche, e pertanto stiamo a buona guardia, e domattina per tempo andianci via, ma per oggi è tardi. » Era infra nona e vesparo, e così fu delibarato per li Fiorentini.

Avendo li Sanesi fatta la mostra, come avete udito, essi s′alloggiaro in su quello poggio per lo meglio potero con grandi fuochi. Lo capitano e lo siniscalco e gonfalonieri avevano dato ordine e modo [24] per li preghi de′ buoni religiosi e de′ buoni uomini e donne, che sempre stavano in orazione, e pregavano Iddio per loro; e così si posarono tutta la notte insino a mattino.

Come avete udito, l′ordine fu dato dal capitano e dal siniscalco del Comuno di Siena, che continuamente quella notte fusse assaltato lo campo de′ Fiorentini, e così fu fatto; e tutta la notte del venerdì quello campo de′

Fiorentini andò ad arme, e per li grandi assaltamenti, che a loro erano fatti, e per la grande paura che avevano.

Come giunse il mattino, come si incominciaro a fare le some e a stendare e padiglioni per andarsene via, questo tutto per lo campo de′ Sanesi si vedeva, perciò che erano per la maggior parte de′ Sanesi veduti e sentiti fare la salmaria, e dicevano e Sanesi e gridavano: « E′ se ne vanno e si fugono. Lassaremgli andare via, lassaremgli fuggire a questo modo? » Allora lo capitano e lo siniscalco del Comune di Siena subito fece dare certi svegli per fare risentire tutta la brigata, e così fu fatto; e a tutti fece comandare che si mettessero in punto, e così di subito fu fatto, e come la gente fu tutta armata, così diè modo a conciare le schiere, e come volevano, andassero; e così fecero di nuovo capitani e feridori, e chi doveva andare innanzi, e chi doveva seguire. E fatto questo, diè modo che tutti si confortassero con quelle buone vivande arrostite, e con quelli perfetti vini avevano nel campo. Ora segue le schiere ordinate.

La prima schiera furono dugento cavalieri tedeschi e dugento pedoni; lo capitano loro era misser lo conte da Rasi [25], siniscalco de′ Sanesi.

La siconda schiera fu misser lo conte Giordano con secento cavalieri tedeschi, e secento fanti a piei bene in punto; e in questa schiera era lo stendardo della Santa Corona, re Manfredi.

La terza schiera era lo franco capitano generale misser lo conte Aldobrandino con dugento cavalieri e tutto il popolo di Siena, e aveva uno stindardo tutto bianco, cioè quello del terzo di Camollia [26]…  che tutti e buoni vini che erano in Siena andassero al campo, e così tutte le perfette cose che v′erano da mangiare, ogni carne e altre cose, che niuna v′andasse se non arrostita, però che la carne e altre cose arroste fanno fare l′uomo forte, e accendono la sete. Essi erano forniti di buoni vini, e stavano francamente per più ragioni: prima la Vergine Maria era con loro, e poi erano tutti uniti e tutti disposti di morire per la defensione della loro città e della libertà di Siena; e così stando, sempre si raccomandavano a Dio e alla gloriosa Vergine Maria. Lo capitano de′ Senesi e lo siniscalco e lo conte Giordano e missere Arrigo e missere Gualtieri si strinsero insieme, e fecero uno consiglio, che modi ânno a tenere; e ine pigliaro per partito di fare la mattina seguente in questo modo, che la notte seguente sia molte volte assaltato il campo de′ Fiorentini, e in diverse parti sì e per siffatto modo, che in quella notte lo campo de′ Fiorentini non ahi niuna posa; e così ordinaro chi incominciasse assaltare lo campo de′ Fiorentini, e dopo questo dero il modo della battaglia per la mattina, con ciò sia cosa che sentivano che la gente de′ Fiorentini erano tutti sbigottiti, e per paura si volevano andare via. E così fu fatto a sentire per tutto lo campo de′ Sanesi, acciò che la gente de′ Sanesi pigliassero forza e ardire contra de′ loro nemici; e così avendo dilibarato, lo campo de′ Sanesi sempre cresceva di gente e di vettovaglia, e così stavano in festa e in allegrezza, e così alloggiaro quello di. E come venne la sera, la gente de′ Sanesi facendo grandissimi fuochi, chi dormiva e chi si posava, e quelli che vegghiavano del campo de′ Sanesi e del campo de′ Fiorentini della maggiore parte fu veduto uno mantello bianchissimo sopra lo campo e sopra la gente del Comune di Siena. Alquanti dicevano che era fumo de′ grandi fuochi, che faceva la gente del Comune di Siena, ma per la maggiore parte si diceva ch′egli era il mantello della nostra madre benedetta Vergine Maria, la quale gli guardava e difendeva [27]; e sotto lo stindardo andava lo franco conte Aldobrandino. Innanzi andavano cento cavalieri; loro capitano era lo maestro Arrigo d′Astinbergo; dopo lo gonfalone bianco seguiva il conte con tutto il popolo di Siena; poi seguiva missere Gualtieri con cento cavalieri tutti bene in punto, e ciascuno prodo e gagliardo.

Come voi avete udito, essendo ordinate tutte le schiere, e messo ogni cosa molto bene in punto, misser lo conte capitano generale fece fare uno grande cerchio di tutta quella franca gente, e ine fece uno parlamento in questa forma: « Prima noi invochiamo la nostra madre gloriosa sempre Vergine Maria, che con esso noi sia in aiuto, e lei preghiamo che  invochi per tutti noi il suo dolcissimo e sempre benedetto figliuolo, che ci dia forza e vigore contra a questi malvagi Fiorentini; » e poi si volse verso il popolo di Siena, e disse: o Signori Sanesi, io vi ricordo che oggi è quello dì, che noi aremo una grande e solenne vittoria e grande onore, e però pigliate ardire e franchezza, e tutti fate buone spalle, e state francamente al fatto del combattare. Lassate fare a noi con questi franchi e arditi tedeschi,   e noi pigliaremo ogni vantaggio, e pertanto seguitareteci francamente; a niuna  altra cosa attendarete, se none a combattere e a fare carne di quella malvagia gente de′ Fiorentini, e tutti gli mettete al taglio delle spade, e attendete sempre a uccidare li loro cavalli a pena della vita, che non si pigli niuno prigione, infino che non â lo nostro bando. » E più disse il conte: « Io v′arricordo, Sanesi, che voi combattete per difensione della vostra città; ora pensate quello che arebbeno fatto a voi. Essi dissero per li loro ambasciadori, che se voi non gittaste le vostre mura per terra subitamente, non vi vorrebbono poi a misericordia. Non è adunque peccato di fare quello ad altrui, che ′l compagno vole fare a voi: ora state franchi; » e qui disse molte parole lo conte ad accendare li loro animi e le loro menti in asprezza contro de′ loro nemici. Dopo questo parlò lo conte Giordano in tedesco, e disse inverso de′ suoi tedeschi, franchi e arditi cavalieri: « Oggi è quello dì, che noi franchiamo tutto lo nostro onore e della Santa Corona misser lo re Manfredi, perciò ch′io so veramente, che oggi noi sconfiggiaremo tutta questa gente. Io comando a tutti voi, che niuno resti mai di combattare e d′ uccidare nostri nemici; anco vi comando, che niuno scenda mai da cavallo per alcuno guadagno che vedesse, a pena della vita, e tutti sempre    state stretti insieme. Anco vi comando a pena della vita, che se fusse alcuno di voi, che indietro si voltasse, chi più presso gli è, sì l′uccida. »

Dopo questo s′arrecò da parte misser lo conte da Rasi, cioè lo siniscalco, e′l conte Giordano e′l conte Aldobrandino cogli gonfalonieri de′ Sanesi, e disse lo conte da Rasi: «  Signori, se a voi pare, io andarò dopo quello monte, e ine mi riporrò occultamente, e, quando io sentirò le grida del vostro valoroso assaltamento, e io ferirò di dietro ovvero di fianco, e per ventura non ne scamparà testa. » E così fu dilibarato. Allora disse lo capitano: « Egli è presso a dì; diamo modo che le brigate si confortino, e poi col nome di Dio e della sua santissima madre Vergine Maria e di missere san Giorgio cavalchiamo, e incominciamo la nostra grande vettoria »; e così di subito fu arrecato di molti buoni confetti e diverse carni arroste e in grande abondanza, e di perfetti e buoni vini abondantemente; e mentre che queste cose s′apparecchiavano, acciò che la gente bene si svegliasse, così incominciaro una redda [28]. Misser lo conte da Rasi cantò una canzone in tedesco; diceva la risposta in nostra lingua: o Tosto vedaremo ciò che si ritruova »; e così diè due volte, cantando questa canzone. Ora pensate che tutti erano bene in punto, che none avevano senno a mettare il piè nella staffa; e come ebbero date due volte, ballando in questa allegrezza , venne tutta la roba che udito avete, e ognuno si dè in sul mangiare e bere, e tutte le vivande erano d′accendare la sete.

E come furono in sul finire del mangiare, lo conte da Rasi chiamò li suoi dugento cavalieri e dugento pedoni, e cavalcò col nome di Dio, e così cavalca missere Gualtieri    innanzi quasi una mezza arcata. Appresso cavalca maestro Arrigo, e ′l conte Aldobrandino e ilconte Giordano e missere Niccolò da Bigozzi [29] escono del piano, che è a piei Monte Selvoli, e incominciano a salire in sul poggio; e così fa la gente de′ Fiorentini, che ognuno saglie del suo lato per pigliare vantaggio del terreno. Ognuno si sforza d′avere quello poggio, ch′ è appresso Monte Selvoli [30]. Vero è che in su quello poggio v′è alquanto di piano, e ine lo franco cavaliere missere Gualtieri, il quale era innanzi per mezza arcata, come vidde li nemici, di subito abbassò la visiera del suo elmo, e allacciolla forte dinanzi, e fassi il segno della santa croce; poi prese la lancia colla mano dritta, e richiede forte lo suo cavallo delli speroni, e con grandi grida se ne va inverso e' nemici. Lo primo che giunse si fu lo capitano de′ Lucchesi, aveva nome missere Niccolò Garzoni, e a esso missere Niccolò li giunse la lancia di missere Gualtieri, e passogli tutte l′armadure, e cade in terra morto; e così lo lassò e passò via colla spada in mano, e tanti quanti ne giugneva, li lassava quasi che morti, e molti n′ammazzò.  A lato a lui giunse maestro Arrigo d′Astinbergo; le cose che faceva, non è da potere narrare. Similemente lo franco conte Aldobrandino da santa Fiore bene pareva uno leone scatenato a vederlo a le mani con quelli Fiorentini. Veramente poco lo valeva santo Zanobi, che se ne faceva magiore macello, che non fanno li beccari delle bestie lo venardì santo. Lo nobile omo e potente misser lo conte Giordano veramente pareva un Ettorre, che non fece sì gran tagliata de′ Greci, come faceva lo conte Giordano di quella gente de′ Fiorentini. Lo primo colpo che de lo conte Giordano, diè al capitano degli Aretini, e disteselo del cavallo morto. Poi come esso faceva e quanti n′uccideva, sarebbe cosa mirabile a narrare. Lo prodo e ardito uomo missere Niccolò da Bigozzi speronò lo suo destriere verso de′ nemici, e scontrossi con uno de′ nemici, lo quale missere Niccolò lo ferì colla sua lancia, e ferillo molto sconciamente; e quello così ferito diè al destriere di missere Niccolò e sì l′ uccise; e subito il detto missere Niccolò fue rimesso a cavallo da′ compagni; ma egli ne fece grande vendetta d′uomini e di cavagli, che in quello dì n′ uccise più di cento colle sue mani.

Essendo la battaglia incominciata, come udito avete, e le grida grandi che facevano le genti de′ Sanesi, uscì fuore dall′agguato lo valoroso e franco cavaliere missere lo conte da Rasi con tutta la sua gente, ed esso va innanzi per mezza arcata, e viene a ferire per costato, e fu tanta la possanza del suo destriere valoroso, che lo traportò nel mezzo del campo de′ Fiorentini; e ine s′abballò col capitano generale de′ Fiorentini, e abbattello del destriere morto in terra; e come fu abbattuto lo capitano de′ Fiorentini, di subito furon volte le loro bandiere e gittate per terra; e come quelli valorosi e valenti tedeschi facevano, e quanti essi n′uccidevano, non è possibile a dire, tant′era la moltitudine degli uomini morti e de′ cavagli morti e lo molto sangue per terra, che a pena si poteva passare e andare l′ uno all′ altro.

Aviamo detto de′ forestieri e di loro grande prodezza; ora vederemo de′ cittadini e di loro grande prodezza. Aveva in Siena a quello tempo dugento cavagli, chiamavasi la cavallaria, e in su quelli cavalli erano dugento uomini de′ nobili di Siena; a volere dire delle loro prodezze, sarebbe uno longo parlare. Ma pensa tu che leggi, che essi facevano per loro defensione e della loro città e de′ loro parenti, sicché ognuno di loro valeva per cento, e ognuno faceva con fede e con effetto del valoroso e franco popolo di Siena; come essi si sfamavano di quella gente maladetta de′ Fiorentini, pensate, e mentre che eglino gli uccidevano, dicevano: « Ora mandiamo a terra le mura di Siena; or venite e pigliate Siena, e fate lo cassaro in Gamporeggi». E mentre gli tagliavano come rape o zucche, come avete udito, quelli uomini antichi e donne, ch′erano rimasti in Siena in compagnia del nostro padre misser lo vescovo, avevano tutti vegghiato per tutta la notte nella chiesa del duomo. E come fu fatto dì, così cominciarono a andare cercando le chiese di Siena; e di subito come fu levato il sole, uno tamburino era salito in su la torre de′ Mariscotti [31], per lo quale luogo si poteva vedere tutta la nostra gente, e similmente la gente del campo de′ Fiorentini; e questo tamburino, imperò che molta gente era ragunata a piei della detta torre, ciò che egli vedeva di fuore della città, con grande boce diceva: « E nostri sono mossi e vanno verso li nemici »; poi diceva: «Ora si muovono i nemici e vengono verso de′ nostri »; e come vedeva, così diceva. Per la quale cosa molti e per la magiore parte delle persone che erano a piei della torre, tutti inginocchiati pregavano Iddio e la nostra madre Vergine Maria , che desse a′ nostri forza e vigore contra a quelli cani maladetti Fiorentini nostri nemici; poi quello d′in su la torre diceva: « E nostri anno passato l′Arbia, e salgono dallo lato del poggio; e nemici salgono dall′altro lato; gridate misericordia; ora sono a le mani co′ nemici, ora sono a le mani; la battaglia è grande da ogniuna delle parti; pregate Iddio che dia forza e aiuto al popolo di Siena ». Quelli nomini e quelle donne che stavano a piè della torre, stavano colle mani giunte, levate verso il cielo con grande pianto e devozione a pregare Iddio e la nostra madre dolcissima Vergine Maria, che concedesse vettoria al popolo di Siena [32]; e quello tamburino d′ in su la torre ciò che vedeva , diceva forte.

La battaglia era grandissima e magiore uccisione. Ora pensate che quello che veniva a le mani di quello valoroso popolo di Siena, era tutto forato senza alcuna misericordia. La battaglia bastò da la mattina a   mezza terza insino a vésparo, e in sul vésparo si misero quelli svergognati cani Fiorentini e li loro bestiali seguaci in fuga.

Quelli che erano rimasti vivi, che erano molti pochi, essendo la grande moltitudine, pensate se ne furono morti; tutte le strade e poggi e ogni rigo d′acqua pareva uno grosso fiume di sangue. Allora cresceva la Malena di sangue de′ Fiorentini [33], che cotanti n′erano morti e di loro amicizia. Come si missero in rotta e in fuga, così quello valoroso popolo di Siena, ch′erano già stanchi, vedendo perdare li loro nemici, tutti si rinfrancaro, e corrono adosso a li loro nemici , e come essi n′ ammazzavano, Iddio vel dica [34]. Ine non valeva a dire: « Io m′arrendo »; tutti a tondo andavano al taglio delle spade. Fuvi uno che aveva nome Gieppo, che con una scure ammazzò de′ nemici più di vinti [35], e questo Gieppo era uno, che andava spezzando le legna per Siena a prezzo; ora pensate come facevano quelli prodi cavalieri. Lo macello degli uomini e de′ cavalli non si potrebbe dire quanto egli era; e quello che era in sulla torre in Siena, vedeva tutto, e come vedeva, così diceva: « Ora sono i nostri in piazza, ora sono abbattute le bandiere de′ Fiorentini, e tutti i Fiorentini sono in rotta; ora i nostri sono vencitori, e Fiorentini sono rotti e fugono e sono sconfitti, e vanno fugendo per quelle coste; e quello valoroso popolo di Siena sempre li va seguitando ammazzandoli, come s′ammazzano le bestie ».

Allora quelli pochi de′ Lucchesi e degli Aretini ch′erano rimasti, vedendo la grande uccisione che di loro si faceva, subito s′arrecarono da parte e fugono verso Monte Aperto, e ine furono tutti presi senza colpo di spada, e s′arrendero a mani salve. Vedendo lo capitano misser lo conte Aldodrandino da Santa Fiore e ′l conte Giordano e gli altri cavalieri lo grande macello d′ uomini e di cavagli, che ine si faceva, subito commossi a piatade e a compassione, acciò che tutti non morissono, mandaro uno bando che chi s′arrende, fusse preso per prigione, e chi non s′arrendesse, fusse morto senza niuna misericordia; e appena che la tromba avesse bandito tre volte, beato era colui che trovava chi ′l volesse per prigione. Allora tutti quelli Lucchesi strappa zucche e Aretini e da Orvieto gittaro loro armadure per terra, e chi era a cavallo, subito smontava a terra, e tutti  se ne vanno al capitano de′ Sanesi, e a lui s′arrendono; e ′l capitano tutti gli riceveva per prigioni. Lo siniscalco, cioè lo conte da Rasi, e missere Giordano ebbeno quelle brigate da Prato e da Pistoia, ma pochi erano rimasti. Maestro Arrigo d′Astinbergo e missere Gualtieri ebbero per prigioni quelli pochi ch′erano rimasti da San Gimigniano e da San Miniato; ognuno attendeva a legargli assai meglio che sanno e possono.

A volere raccontare l′animo grande del magnifico popolo di Siena e di quelli prigioni, come e quanti essi ne legavano, non si potrebbe narrare né dire; ma pensate come  facevano gli uomini, quando tanto facea una femina di sì poco affare, cioè una treccola [36], che era in quel tempo, che aveva nome Usiglia. Costei abitava nel terzo di Camollia nella contrada di Santa Maria delle grazie, e per ventura era andata al campo de′ Sanesi con vivande e buone cose da confortare le brigate. Essa Usiglia essendo nel campo, e vedendo che chi non era legato per prigione, era morto senza niuna misericordia ovvero compassione, come fanno le donne, che di loro natura sono compassionevoli e misericordiose, corse là di subito, là dove s′ammazzava tanta gente, e cominciò a dire: «Arrendetevi per miei prigioni, e non sarete morti »; e quanti essa ne potè legare con una sua fascia ovvero benda , tanti ne scampò in su quello punto da la morte, i quali furono in numaro trentasei; tutti gli aveva legati a questa sua fascia ovvero benda, e tutti l′andavano dietro per lo campo come pulcini, che vanno dietro a la chioccia, per paura di non essare morti; e così li menò poi dentro in Siena, come udirete. E prigioni, e quali legò questa Usiglia, come avete udito, si trovò poi che tutti erano del corpo della città di Fiorenza: sicché pensate quello che dovevano fare gli uomini dell′arme e li forti fanti a piei; di certo erano più li prigioni, che non erano li combattitori, computato quando ne venivano presi. Furono li prigioni che vennero in Siena, sedici milia, e li morti intra la battaglia e per lo campo sei milia; pensate se ne furono morti, che per la puzza degli uomini e de′ cavagli morti s′abbandonò tutta quella contrada, e stette molto tempo che non vi s′abitò, se non per fiere e bestie selvagge.

La gente del magnifico e vittorioso Comuno di Siena avendo auta così fatta vettoria, lo sabato non tornaro in Siena, ma po′ la domenica a mattina in su la mezza terza tornaro ed entraro in Siena con grandissima allegrezza. Innanzi a tutti andava uno dell′imbasciadori de′ Fiorentini, il quale ′fu l′uno delli due imbasciadori [37], che venne a fare la dimandita che le mura di Siena fussero gittate per terra, ed era a cavallo in su uno asino, e strascinava la bandiera ovvero standardo del Comuno di Firenze, ed esso imbasciadore aveva voltato il volto verso la bandiera, e la coda dell′asino aveva per briglia, e dietro a costui veniva la salmaria della vettovaglia, che furono centinaia di muli e d′asini e di somieri.

Appresso veniva molti trombetti, naccarini [38] e piffari e altri stormenti con molta allegrezza e gioia. Dopo questo seguiva lo standardo reale della santa e vittoriosa Corona re Manfredi; poi seguiva lo inlustrissimo conte Giordano e ′l conte da Rasi con quattrocento cavalieri tedeschi, tutti armati, e ognuno con grillande [39] d′ulivo in capo. Poi seguiva lo vittorioso e trionfale stendardo ovvero gonfalone del terzo di Camollia, il quale è tutto bianco, e poi seguiva tutti e prigioni, e ciò che s′era guadagnato e preso, cioè padiglioni, tende e trabacche del campo de′ Fiorentini.

Poi seguiva la onorata e virile Usiglia treccola con trentasei prigioni, e quali tutti aveva legati a una sua benda ovvero fascia; dopo questo veniva lo magnanimo e vittorioso  amico cordiale e fedelissimo del Comuno, misser lo conte Aldobrandino da Santafiore, capitano generale sopra tutta la gente dell′arme a piei e a cavallo; dopo lui seguiva missere  lo maestro Arrigo e missere Gualtieri e missere Niccolò da Bigozzi, speziale amico carissimo del Comuno di Siena, con grande trionfo e gloria a grande vergogna e vituperio e confusione di quelli cani Fiorentini.

Ed entrati che furono nella città di Siena, come è detto di sopra, tutta questa vettoriosa processione e onorata da Dio e da le genti, se n′andarono a la chiesa magiore di Siena, cioè  al duomo, a ringraziare l′onnipotente e giusto e misericordioso e benigno Iddio, il quale ritribuisce a ciascuno sicondo l′ópare sue, e quella benedetta e divina reina del Cielo, dolcissima Vergine Maria, la quale non abbandona chiunche ricorre divotamente a lei per la sua misericordia; e poi ognuno si ritornò a le sue stanze, e ognuno guardava li suo′  prigioni.

Sentendo quelli da Montalcino la grande rotta e la grande sconfitta, che avevano auti e Fiorentini, di subito si partiro tutti da Montalcino, uomini e donne, grandi e piccolini, preti e frati, tutti scalzi senza niente in capo, e tutte le donne scapegliate; tutti colla correggia a la gola vennero a Siena, e quali preti avevano le croci in mano, e andavano per tutta Siena, gridando: « Misiricordia », e dicendo: «Per l′amor di Dio accettateci e pigliateci per uomini morti »; e così andando per la città, lo′ fu fatto comandamento e detto che andassero al campo, là dove sono stati li valorosi Sanesi, e ine state tanto che a voi sia fatto misiricordia; e così fecero e ine aspettaro.

La sopra detta sconfitta de′ Fiorentini e vettoria de′ Sanesi fu in sabato a dì vi di settembre mcclx.

E furono abbracciati e Montalcinesi e messi a contado per lo magnifico Comuno di Siena a di xvii di settembre MCCLX, a lalde e gloria del nostro Signore Gesù Cristo, e della sua gloriosa madre Vergine Maria.

Amen.

 

Copiato questo libro per me Jacomo di Mariano di Checco di Marco, cominciato a dì XX di settembre, e finito a di XXX di settembre MCCCCXLV.

Note

[1] Inf., C. X, V. 46 e  segg.

[2] Nel Codice, mancandovi alcune altre pagine, il Racconto soffre alcune interruzioni, le quali tuttavia non si riferiscono ai fatti principali di quella guerra.

[3] Porri, Miscellanea Senese.

[4] Lucca, città guelfa e rifugio de′ guelfi di fuori, Arezzo, Prato, Pistoia, S. Geminiano, Sanminiato, Bologna, Volterra, Colle di Valdelsa erano con Firenze; Orvieto e Perugia anch′esse le mandarono milizie; Cortona, Pisa, e i fuorusciti ghibellini delle altre città di Toscana fecero causa con Siena.

[5]  Nellultima pagina del Codice trovansi scritti dall′istessa mano alcuni avvertimenti di Teofrasto ad un suo amico, che ne lo avea richiesto, cui qui trascrivo: « Teofrasto sommo filosafo, essendo adomandato da uno suo amico se egli il consegliare, se egli dovesse pigliare moglie o no, rispose così: « Se la donna che ti viene a le mani, è bella, buona, giovana e bene acostumata di sapere bene fare ciò che al suo stato si confà o s′appartiene, e sia di buona e onesta vita, e nata di schiatta, che a te e l tuo parentado si confaccia, e con ipicsto ti rechi a casa di dote quello che a te conviene e che ti abbisogna, e tu ti scnta sono e savio o vertudioso e ricco, e abbi in te pazienzia, puossi fare.

Ma perchè rade volte s′accordano tutte queste cose insieme, ed è quasi impossibile accordare tante cose, nolla tórre, imperò ch′ ell′è impedimento di studio e d′ogni bene adoperare. Ancora a le donne si richiede molle cose, che a ciascheduno secondo suo stato e′ non sono lecite ad avere, perchè quanto è maggiore la donna, maggiori ornamenti e spese si richiede; e però nolla torre.

La femina è insaziabile, vuole ricchi vestimenti e oro e perle, gemme, gioielli, ornamenti nuovi, che non sieno mai veduti a persona, e ciascuna vuole essere quella, che avanzi tulle l′altre, e questo è impossibile; e vuole fanti, ancelle a suo modo, e non a tuo, e se questo tu non fai, di dì e di notte ara′ guai; e però nolla tórre.

E non considerando tuo potere, ti dirà sempre: Cotale, tale e altre tale, che non sono buone nè belle, sono adornate di tali e tale cose, e io gattiva non posso apparire tra donne, poniamo che ′l biasimo è pure tuo ; e questa battaglia non finirà , se tu non fai bene ciò che ella vorrà, e poi che l′arai finita, comincerà da capo con nuovi desideri!; e però nolla tórre.

Ancora se tu nolle piacerai , ella t′ara a dispregio, e pensarassi d′altri che le piaccia più; e se arai alcuno difetto, sarai da lei male servito, e

se le vedrai fare alcuno sembiante buono o tristo altrui, giammai non vivarai sicuro per gelosia, e sempre vivarai accidioso e malinconoso e tristo, né li piaciarà altrui usanza e a altrui la tua; e però nolla torre. »

[6] Nel 1258 questo Buonaguida con Buonatacca di Tacca Sansedoni, e Prudenzano Salvani furono ambasciatori di Siena mandati a re Manfredi, onde sollecitarlo a fornire armati in ajuto della guerra imminente con Firenze.

[7] Capitano dei tedeschi ausiliarii, vicario generale del re, e capo delle forze ghibelline di Toscana. – Industrioso per illustre non è voce registrata.

[8] Capo del Governo in Sicilia. Pochi anni dopo il fatto di Montaperti – 1269 – fu vinto e ucciso in una battaglia contro i Fiorentini. Di lui così favella l′Allighieri nel Purgat., C. XI:

Quegli è, riprese, Provenzan Salvani;

Ed è qui perchè fu presuntuoso

A recar Siena tutta alle sue mani.

Ito è così, e va senza riposo,

Poi che morì; cotal moneta rende

A soddisfar chi è di là tropp′oso.

[9] Interpido per interprete; interpito è voce usata nelle Vite dei SS. Padri, 1, 82: « Era stato interpito d′Antonio ».

[10] Il Ventura aggiugne che qnesta somma fu recata in piazza S. Cristolimo « in sur una carretta tutta coverta di scarlatto e ammajata dolivo ».

[11] Altrui per altrove non è registrato nel Vocabolario. Tragica è anch′essa voce mancante, e morselletto vien definito in senso diverso da quello che è qui inteso, cioè come bocconcello di materia medicinale.

[12] Alturità è idiotismo in luogo di autorità.

[13] Questo sindaco del Comune di Siena anche il Ventura lo dice « uomo di perfetta e buona vita, delle migliori condizioni, che in quelli tempi si trovasse in Siena ».

[14] Era allora vescovo di Siena il domenicano fr. Tommaso Balzelli, senese, dell′illustre famglia degli Scotti. L′Ughelli lo confonde con fr. Tommaso Frasconi, romano, domenicano anch′egli, che nel 13 dicembre 1253 era stato eletto alla sede episcopale di quella città, mentre era vescovo di Cefalù in Sicilia, ove sembra che continuasse a rimanere, non conoscendosi alcun atto di giurisdizione pastorale da lui esercitato nella sede senese; perciò nel 1254 gli fu sostituito il Balzelli. Ebbe parte morale ma efficace, nella guerra di Montaperto, ad eccitamento e sostegno dell′ardore de′ cittadini, della quale conservasi questa memoria contemporanea in un mss. dell′Archivio dell′Opera del Duomo di Siena: « Anno

1260, die quarta Settembris, afflitti sunt Fiorentini, Pistorienses, Lucenses, Pratenses, Aretini et Volalerrani cum toto eoruin exfortio atque aliquae plures cum militibus Urbevetanis inter Turrim de monte Silvole et Castrum de Monte Aperto, ubi de parte Florentinorum ultra decem millia ceciderunt, et fuerunt plusquam quindecim millia capti, fugatis ultra quatuor millia, relictis tentoriis, vexillis, armis omnibus et omni bellico apparata quod pro Carroccio ferebant. » Tenne quel vescovado circa 14 anni e fu sepolto nella cattedrale.

 

[15] Sonare a chericato val quanto radunar col suono della campana il clero; è una frase nuova ai dizionarii.

[16] Dal lat. pergula, ch′era il terrazzo della casa presso i romani significò poi il pergamo.

[17] Detta anche S. Vito; ora è Porta Pispini.

[18] Era il Conte d′Arras, per le milizie di re Manfredi.

[19] Il Sig. Cesare Paoli afferma, che il primo terzo era condotto da Giovanni Guastolloni, quello di città da Giacomo del Tondo, l′altro di Gamullia da Bartolomeo Renaldini (Batt. di Montaperti , pag. 46).

[20] Fiume a quattro miglia da Siena, che scorre da levante a ponente, e va verso l′Arbia.

[21] Qui furono ommesse dal copista alcune parole; sembra anzi mancare nn foglio.

[22] Anche a questo punto l′amanuense ommise alcune parole, se pure non v′ha una lacuna d′un altro foglio, come sembra.

[23] Alcuni scrittori senesi dissero ch′e′ fosse Uberto Ghibellini, taciuto dal Villani e dal Malavolti. L′Ammirato attribuisce tale onorifica carica a Jacopo Ranzoni.

[24] Anche a questo luogo manca un foglio.

[25] Il conte d′Arias.

[26] Qui evvi una lacuna, avendo l′amanuense ommesso alcune linee. Indi è da intendersi che furono diramati ordini per l′ apprestamento delle vettovaglie. Il Ventura aggiunge a questa terza schiera dugento nobili senesi, capitanati da messer Nicolò da Bigozzo siniscalco del Comune. Il conte Aldobrandino stava con questa schiera.

[27] Anche qui v′ ha luogo a sospettare che nel ms. manchi un foglio.

[28] redda: Il Dizionario ha solo ridda.

[29] Siniscalco pel Comune di Siena.

[30] Poco lungi dall′Arabia e dal castello di Montaperti, in Valdibiena.

[31] Chiamavasi Cerreto Ceccolini, secondo l′Acquarone, Dante in Siena, pag, 21. Ai Marescotti succedettero i Saracini.

[32] Tanto inferociva la rabbia di parte in quegli animi, che chiamavano Dio e i Santi a parte delle loro passioni, e a consumare lo sbandeggiamento e lo sterminio de′ proprii fratelli. Narrasi che anche in Firenze ne′ Guelfi a tanta empietà giugnesse quello scellerato furore partigiano, che davanti all′altare del Dio del perdono s′osasse proferire popolarmente la preghiera: Ut domum Vbertam eradicare et disperdere digneris. Gli Uberti erano sempre esclusi in tutte le remissioni o grazie, che si facevano ai Ghibellini.

[33]     Lo strazio e ′1 frrandc scempio,

        Che lece l′Arbia colorata in rosso,

        Tale orazion fa far nel nostro tempio.

                                         Inf., C. X, V. 85.

[34] Uno scrittore contemporaneo, Tolomeo da Lucca, racconta che « in Tuscia ultra tempora Salvatoris non fuit maior clades » (Annal. in Rer. ital.  Script., Tom. XI, p. 1283).

[35] Intendi venti, sincope del lat. viginti.

[36] treccola: venditrice ambulante di alimenti. (ndr.)

[37] L′altro era morto nel combattimento.

[38] naccarini: piccoli tamburi. (ndr)

[39] grillande: ghirlande (ndr)

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Ultimo aggiornamento: 09 agosto 2012