Andrea Cappellano

 

De Amore.

versione romana

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

Edizione di riferimento

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

LIBRO  III

 

33.

Riprovazione di amore.

 

1.   O Gualtieri, amico molto da onorare, se sarai ben solicito di prendere quello ch’avemo scritto con grande studio, per la molta stantia della tua domandagione, niuno difetto, dunque, sarà in te nell’arte dell’amore. Perciò che, disiderando noi al postutto di sodisfare a’ tuoi prieghi per gran disiderio d’amore, in questo libro a tte abiamo mostrata utilissima e compiuta dottrina dell’amore. La qual cosa sappie che noi avemo fatta non per quello che noi crediamo che si convegna d’amare a tte o ad altro uomo, ma perché non possi riprendere l’uttulitade di colui che spende la sua fatica nell’amore. In tal guisa, dunque, leggi questo libro, non quasi che per ciò ne voglie prendere la vita degli amanti, ma acciò che ttu revochi lo tuo animo dell’amore, abiendo in te la sua dottrina e amaestrato delle femmine. Non prendendo dunque cotal vita, sì n’avra[i] merito eternale, e magior gloria n’avrai di ciò da Dio, perciò che più piace a dDio quelli ch’à possa di pecare e non pecca, che colui che non à possa. Ciascheduno savio, dunque, si è tenuto di cansare ogne vita d’amore, né giamai dé ubidire alcuno suo comandamento. E in prima per questa ragione, a la quale niuno è licito di venire a incontro: perciò che alcuno, faccia bene quanto vuole, non può piacere a Dio mentre che serve all’amore, perciò che Dio inodia e comandò che siano puniti, per la leggie vecchia e nuova, coloro che siano luxuriosi oltre lo matrimonio, o en qualunque altro modo siano luxuriosi. Qual bene, dunque, si può trovare nell’amore ove no è alcuna cosa che non sia contra il volere di Dio? Guai! Quanto dolore n’è, e quanta amaritude di cuore noi molesta, quando noi vedemo ogne die perdere lo regno di cielo agli uomini per li sozzi peccati della luxuria! O come quelli è misero e matto è più che bestia, il quale per li diletti carnali, che non bastano un momento, perde l’allegrezza del cielo e fa l’opera d’andare in perpetuale fuoco. E guarda dunque, Gualtieri, e pensa bene nel tuo animo, di quanto onore sia degno quelli che dispregia Dio e non serva le sue comandamenta per l’amore d’una feminella, e che si lega della servitude dello nemico. Perciò che se Dio avesse voluto ch’altri usasse la fornicatione, indarno avrebe comandato il matrimonio, con ciò sia cosa che per quel modo moltiplicasse più il popolo di Dio che per lo matrimonio. Dunque, assai à in sé mattezza catuno, sia chi vuole, chi perde la redità del cielo per così vil cosa terrena della luxuria, la quale eredità quello Idio celeste ricomperò col sangue prop[r]io a tutti li uomini. Anzi, sapiano che torna a gran vergogna della gioventude e ad ingiuria di Dio padre, se un’altra volta torna ne’ lacci del nimico quelli che seguita la carne e le volontadi del corpo, de’ qua’ lacci Dio padre insieme colo spandimento del sangue del suo figliuolo ci salvò.

 

2.   Anche contrasta agli amanti la seconda ragione, perciò che per l’amore si ladiscie lo prossimo villanamente, lo quale, secondo che Dio comanda, catuno dé amare secondo se medesimo. Anche più, sanza alcuno comandam[en]to, chi guarda a l’uttulità del mondo, catuno è tenuto d’amare il prossimo; anche, niuno potrebe stare sanza il servigio del prossimo molto poco tempo.

 

3.   Anche la terza ragione vieta d’amare, perciò che per l’amare si parte l’uno amico da l’altro, e si se ne seguita odio mortale tra gli uomini, anche se ne seguita omicidia e molti altri mali. Perciò che niuno non n’è ch’ami tanto altrui e sia sì suo amico, che se s’acorge ch’altri si peni d’amare sua moglie e sua figliuola o sua parente, che incontanente non si cambi l’amistà contra di lui e che no·lli voglia male. Ma quelli che per sodisfare a la carne abandona lo servigio dell’amico, solo a ssé medesimo vive, e per ciò sì come nemico dell’umana generazione è da schifare da tutta gente, e da fugirlo come fosse bestia velenosa. Qual cosa, dunque, è sì mestiere e sì utile a l’uomo, come aver buono amico? Imperciò che, e sì come ci n’amaestra Cicero, non pare che sia così utile a l’uomo né l’acqua né ’l fuoco, come l’allegrezza degli amici. Perché s’altri àe pure un buono amico, sì gli è più caro ch’ogne altro tesauro che possa avere; perciò che nulla è in questo mondo che vaglia tanto, che s’aguagli al buono amico. Ma molti sono che ssi chiamano amici, che ’l nome non si seguita loro, perciò che lla loro amistà si parte al tempo del bisogno. Ma llo diritto amico s’aferma nell’aversitade del suo amico, e tant’è più fedele, quante più sono l’aversitadi. Et in questo fatto à luogo lo proverbio antico: "Quando se’ in istato avrai molti amici, ma quando sarai in tempo nuvolo nonn avrai veruno". Quanto vaglia, dunque, lo buono amico e possa, lo savio Tulio lo mostra nel libro dell’amistà apertamente. Onde, saputa l’uttulitade e lla possa dell’amico, manifesto ti sarà quanto e quale sia da tenere fra gli uomini quegli che per sodisfare alla luxuria si gietta dietro.

 

4.   Anche la quarta ragione contradice all’amore, perché quando ogne altro peccato per sua natura abassa l’anima solamente, ma solo questo peccato sozza l’anima insieme coll’uomo, dunque, sovr’ogni altro peccato è da schifare. Onde a ragione dice la scrittura di Dio: "Niuno più grave peccato è che lla fornicatione".

 

5.   Anche per la quinta ragione l’amore si è da fuggire, perché quelli ch’ama si lega d’una forte servitude, perciò che teme ch’ogni cosa quasi non noccia al suo amore, e ’l suo animo si turba e ’l suo cuore li tempella per picciola sospeccione, perciò che l’amante per gelosia d’amore teme quando la vede parlare, andare, usare con persona strana che no ne sia usata, perché l’amore è cosa di molta paura. Anche non ardiscie di fare ne di pensare cosa veruna che pur un poco sia contra il volere del suo amante, perciò che sempre teme che lla volontà e la fede del suo amante non si muti verso lui, e questo pensiero no gli può torre né sonno né vegghiare. Perciò che quelli che sente bene lo coltello dell’amore, sempre sanza alcuno riposo si tribola del pensiero del suo amante, e per niuna ricchezza né per onore né dignitade si potrebbe chiamare apagato, come d’usare dirittamente il suo amore e suo senno. Perciò che se ancora l’amante guadagnassene tutto il mondo ed egli perdesse il suo amore od avesse alcun danno, no gli parebe avere neente, e non si crederebbe che povertà li potesse nuocere infino ch’egli stesse bene in concordia col suo amante. Ed ogne cosa teme l’amante di dire e di fare, onde, per qualunque ragione e cagione, li potesse muovere ad ira l’animo dell’amante. Chi dunque è sì matto e di poco senno, che se peni di fare quello che stringe l’uomo di sottoporre sé ad altrui segnoria con sì forte servitude, e che ssi metta in tutte cose ne l’altrui arbitrio. Or pognamo che l’amico non si n’ofenda, perciò forse che non ama cosa ch’apertenga al suo amico, ma pertanto non può servire né rendere cambio al suo amico, infino ch’egli è inamorato. Perciò che quelli ch’è fedito d’amore non pensa altro e non crede che sia altra sua uttulità, se non di piacere e di servire al suo amore, e quando è inamorato, mal serve o rende guiderdone del servigio dell’amico. Dunque, questi vive solo a ssé ed al suo amante, perciò che tutto lo servigio e l’amistà che dé mettere e tenere con altrui, tutto lo mette nell’amore d’una femmina, e imperciò a ragione ogne suo amico lo dee abandonare, ed ogne altro uomo rifiutare.

 

6.   Anche la sexta ragione pare nemica dell’amore, perciò che dall’amore nascie mortal povertà ed entra nella sua pregione. Perché l’amore costringe l’uomo a dare quello ch’à e quello che nonn à d’una necessità da non potere schifare, la qual cosa non viene da essere largo ma distruggitore, secondo che si dice per li savi antichi, la quale, secondo che n’amaestra la sancta scrittura, si è mortal vitio, a la quale niuna è sì grande ricchezza che potesse sodisfare, e imperciò sanza vergogna conduce catuno a la carcere della povertà. E così si ne seguita che ll’uomo raguna robba in buono modo ed in reo, onde la povertà possa pasciere lo suo amore, e che in questo modo possa mantenere il suo onore in istato. Perciò che quelli che più suole avere ricchezze e diletti della carne e del mondo, ed egli poscia viene a povertade, tutto il mondo gli pare oscuro e nonn avrebe vergogna di fare ogne retade, acciò che potesse tornare in suo stato e menare la vita che solea; né non si potrebbe pensare in questo mondo sì grande retade, che l’amante dubitasse di fare, se per ciò potesse reddire in ricchezza, onde potesse mantenere il suo amore. Guardati, dunque, dell’amore, acciò che possi schifare quello che sse ne seguita. Guarda ancora che uomo è tenuto quelli, e con che faccia possa stare fra gli uomini, il quale si sa ch’abia rubato [per] strada, fatto furto e altre assai rie cose. Ed anche, qual cosa è quella che gli uomini abiano più in dispetto, che colui ch’à distrutto tutto il suo avere in amore di femmina?

 

7.    Et anche la settima ragione contrasta agli amanti, perciò ch’a tutti gli amanti in questo mondo l’amore dà pena da non potere comportare, ed assai magior pene fa soffrire alli morti ne l’altro mondo. E che maraviglioso e dolce bene dé sapere a tutti quello lo quale in questa vita promette pene sanza riposo agli uomini e dopo la morte pene perpetuale! E quella eredità è promessa a tutti li amanti, sì come mostra la santa scrittura, ch’è fatta nelle tenebre di sotto ove si è pianto e stridor di denti. Se vorai prendere dunque li miei consigli, Gualtieri, cotal bene lascierai pigliare ad altrui. Ma quale siano le pene ch’ànno gli amanti in questa vita, avegna che molto ne sia detto di sopra, ma non mi pare ch’altri ne possa bene essere amaestrato, se no·ll’à provato di fatto.

 

8.   Et anche si mostra per l’ottava ragione che l’amore è da fugire, perciò che l’onestà e l’astinentia della carne si sono computate tra lle vertudi; dunque, il lor contrario, cioè la luxuria e ’l diletto della carne, fa per bisogno che si computi tra vizii. A ragione, dunque, gli dé’ fuggire, perciò che niuna cosa è in questo mondo che gli uomini più disiderino che avere buono nome tra lla gente e che lla sua buona fama si spanda per tutto lo mondo. Ma niuno huomo puote avere la sua fama pura e buona, overo buono nome fra lla gente, se nonn è vestito delle vestimenta delle vertude, e niuno potrebbe tenere vestimenta di vertude, se quant’uno nero d’unghia avesse di reo vitio, perché la vertude e ’l vitio non possono stare insieme i·niuno albergo. Ancora più voglio andare inanzi, che sì nel vecchio come nel giovane, sì nel cherico come nel laico, sì nel pedone come nel cavaliere, sì nella femmina come nel maschio la castitade e l’onestade e la puritade del corpo si loda e la coruttione della carne si danna. Né per ciò alcuno potrebbe guadagnare l’amore di sì gran donna, che per quello la sua fama non venisse in difetto fra buoni e fra savi in tutte le parte del mondo a ragione. Perché, dunque, adomandi l’amore, se apo Iddio e apo i buoni se’ tenuto rio e bestemmiato? Certo non per altro, se non per poter perdere la buona fama di questo mondo con Dio insieme. Anche la femina, avegna ch’ella sia amata da uomo di schiatta di re, neente le torna a onore, anzi la femmina spetialmente fa gran pecato, e la sua fama di ciò ne muore, et da catuno savio è tenuta una sozza puttana, e ànnola in dispetto, avegna che ’l peccato della luxuria e de l’amore si comporti anzi negli uomini per lo loro ardire.

 

9.   Anche per la nona ragione si danna l’amore, perciò che quelli che guarda e cerca bene lo fatto, niuna radice di peccato è che non vegna dall’amore e non ne nasca, perché l’omicidio e l’adolteri[o] spesse volte se ne seguita. Anche ne nascie lo spergiuro, perciò che spessamente per la morte dell’amante e per ucciderlo se ne fanno molti saramenti, le quale per certo secondo la scrittura de’ santi padri non sono saramenta, ma spergiuri. Anche, che furto nasca dell’amore, apertamente si mostra nella settima ragione ch’è detta di sopra. Anche se ne seguita testimonianza falsa: nonn è maniera di bugire che gli amanti non bugiscano, quando la necessitade dell’amore gli stringe. Anche a tutti è assai palese cosa che ne nascie nimistà ed ira. Anche spetialmente ne nascie lo peccato dello ’ncesto; cioè che non si truova alcuno che sia sì savio nella santa scrittura, se ’l nemico lo polsa di pungetti d’amore, il quale sappia ritenere li freni della luxuria contra suo parente dal lato di padre o di madre, o contra femmine che siano al servigio di Dio, e questo vedemo avenire ogne dì per opera. Anche certamente se ne seguita di credere ad altro signore che Dio, e ciò ne mostra l’auttoritade, overo l’asemplo del savissimo Salamone, lo quale per amore di femmina non dubitò d’adorare l’idole e sacrificare loro come fosse una bestia. Ma se questo potté adivenire a llui, al quale Idio sovr’ogne altro uomo diede senno e fermezza, come ci ne potremo noi difendere, che non sapiamo neente a comparitione di lui, e quasi stiamo ad imprendere ogne dì? Perciò che là ove tu vedi lo verde legno diventare secco, molto più tosto ivi il secco consuma ed arde.

 

10.   Anche la decima ragione porta invidia all’amore, con ciò sia cosa che dell’amore si seguitino molti mali, non posso vedere ch’all’uomo ne vegna niuno bene, perciò che ’l diletto della carne, il quale si prende dall’amore con gran disiderio, non viene dal bene, anzi certo ch’è mortale pecato. Il quale diletto a pena nel matrimonio, dicendone altri sua colpa, si sostiene che non sia peccato, secondo il dire del profeta, il quale dice: "Ecco ch’i’ sono fatto di peccato, e in peccato m’ingenerò la mia madre". Dunque, per cotale argomento danniamo l’amore: l’amore non solamente fa perdere lo regno di cielo agli uomini, ma e l’onore di questo mondo fa perdere. Anche il cherico non si truova sì gentile né sì savio, s’egli è punto d’amore overo luxurioso, il quale legiermente possa avere li onori eclesiastici, anzi quello ch’avesse è degno di perdere e d’avere boce di rea fama degli uomini. Né ’l laico non potrebe avere tanta bontade né tanto savere, s’egli è luxurioso, il quale non ne perda lo buono nome ch’avea, e che non sia meno idonio ad avere oficio d’alcuno onore. Anche la femmina, sia gentile quanto vuole, o savia o bella, qualunqu’ora si sa ch’ella sia legata d’amore, che dagli uomini non ne sia tenuta più a vile e catuno savio la ricusa d’averla per moglie.

 

11.   L’undecima ragione si è contra l’amante: anche ogne amante si è pigro e nighittoso in tutte cose, salvo che in quelle ch’apertengono nell’uso dell’amore. Anche, l’amante non cura né di suo fatto né d’alcuno suo amico, né nonn è intento d’ascoltare: parligli l’uomo di qual fatto vuole, né s’alcuno lo pregasse, no·llo ’ntende ben pienamente, se non forse alcuno che lli raporti e dica novelle del suo amore. Perciò ch’allora, se parlasse con lui un mese intero, non ne perderebbe solo una paroluzza di tutta la favola. Con tanto disiderio intende e ascolta quel ch’altri dice del suo amante, anche non vorrebe mai altro udire né non si afaticherebbe d’udire il suo animo. Anche sappiamo per certo che Dio della castitade e dell’astinentia è capo e principio, e che ’l diavolo dell’amore e della luxuria sapiamo bene autore, secondo che mostra la Scrittura. Et imperciò per cagione d’Iddio sien tenuti d’oservare la castitade tuttavia, e cacciare la luxuria de la carne, perciò che quello che ssi fa per opera del diavolo non potrebe dare agli uomini alcuna cosa di salute né d’onore a l’uomo. Sappiate dunque che quell’è cieco degli occhi del cuore della mente, il quale abandona di servire a Dio e serve al diavolo. E perciò promette il diavolo a suo[i] cavalieri le dolcie cose e le soave, e poscia dà loro lo contradio e l’amare, perciò che dal cominciamento del mondo e’ fu bugiardo e non ebe in sé veritade niuna. Il quale anche suole dare a coloro che ’l servono misero guiderdone, perciò che chi più li serve, magior pene à da llui e magior tormento, e per contrario chi magiore offese gli fa, sì vedrà che ’l diavolo gli sarà più soietto. Et ancora lo diavolo si è asomigliato al ladro, il quale promette a colui che ll’acompagnia per la via di darli certa cosa, e daché gli l’à data, si ’l mena ne’ luoghi del guato, e daché ’l v’à menato, sì ’l vi lascia e parte poscia la preda e la roba ch’ànno tolta a costui. Et in cotal modo fa lo diavolo a suoi cavalieri e a coloro che tengono la sua via, che dà lloro inanzi le dolci cose e le soave e quasi gli rende sicuri di non dar loro tribulatione e di dar loro lunga vita, ma poscia, dach’ànno avuto lo pregio d’acompagnarlo per la via, cioè per lo pecato, ed àgli ben legati con la pecunia, menagli a’ luoghi del guato, cioè alla morte, ove sono gli aguati de’ demoni, e lasciali in quelli aguati; poscia parte la preda e la roba con li altri domoni, perciò che daché gli à menati per suo ingegno ed inganno a’ luoghi de’ demoni e in lor signoria, con esso loro insieme li tormenta delle pene che debbono ricevere. Ma Dio non fa così, che per lo dolce bene e per lo soave [...] perciò ch’egli è verità e vita, e così, dunque, ne dà più che non promette. Ma qualunque si vuole mettere alla sua compagnia con piena fede, non avrà dubbio d’aguato d’alcuno nimico, ma sicuramente sarà menato a luogo che disidera e in perpetuale gloria. A ragione, dunque, catuno ssi è tenuto di schifare l’amore e l’opera della luxuria e d’abracciare la castitade del corpo.

 

12.   La duodecima ragione sì contrasta a l’amore, perciò che ll’amore fa cominciare mortali guerre e che non ànno mai fine, e rompere pace perpetuale. Anche cittade grande e belle, rocche ben fornite, castella molto forte fa disfare, e molte gran ricchezze, oltre larghezza di colui cui sono, mena a grande inopia, e molti comperano quel peccato che no li ànno comesso né suoi parenti in alcuna guisa.

 

13.   Anche la terzadecima ragione vieta l’amore, perciò che fa partire malamente moglie da marito, cioè dando morte l’uno a l’altro in qualche modo. Anche gli fa sceverare, i quali, secondo le comandamenta di Dio, non si possono partire, il qual disse: "Niuno parta coloro che Dio ragunò insieme". Anzi abiamo già veduti assai degli amanti per opera ch’ànno pensato, per forza d’amore, d’uccidere le lor moglie e che ll’ànno morte di crudel morte, la qual cosa è palese a tutti ch’è mortal peccato, imperciò che in questo mondo niuna cosa è che ll’uomo tanto debbia amare come la moglie sua, la quale gli è congiunta legittimamente. Perciò che Dio giudicò la moglie col marito una carne e, lasciate tutte cose, comandò che stesse colla moglie l’uomo, e per ciò disse: "Per questa cagione lascierà l’uomo lo padre e la madre e congiugnerassi alla sua moglie, e ambendui saranno una carne". Anche più, che lla luxuria sì se parte del peccato facendola colla moglie, e lo fuoco della luxuria sanza dannare l’anima sì partiamo. Ancora, della moglie abiamo figliuoli legittimi, i quali ci danno e a la morte e alla vita degne allegrezze, e in loro di noi, Dio vi puote conosciere il suo frutto. Ma avegna che talora della fornicatione ne nascano figliuoli, né per ciò il padre non n’à alcuna allegrezza, quando e’ della redità del padre sono cacciati. Anche più, che cotali figliuoli che sono nati di fornicatione, sono chiamati avolteroni del padre, secondo la Scrittura; neanche a Dio cotal natione piace, sì come apertamente n’amaestra la Scrittura santa, la quale dice: "Quellino che nascono d’avolterio sono abominaboli apo Idio". Con ciò sia cosa, dunque, che ll’amore nasca ogne mortal pecato e niuno bene ch’altri sappia ne nasca, ma dà pene a tutti gli uomini sanza novero, perché, giovane matto, adomandi d’amare e d’essere privato della gratia di Dio e del regno del cielo? Aprendi dunque, amico carissimo, di conservare la castitade del corpo e di vincere per vertude d’animo li desiderii della carne e lo tuo corpo, puro e casto, renderlo a dDio. Pognamo che ttu abi in te tanto fuoco di luxuria, che tti paia troppo grieve cosa a comportare, se ttu voli stare contento a miei consigli, sì tti sarà molto lieve la castità e l’astinentia della carne, e sanza gran fatica potrai cacciare li desiderii della carne. Giamai, dunque, non ti stropicciare ne’ luoghi de’ diletti della carne; ancora, ti sia a mente di schifare sempre i luoghi, lo tempo, la persona che tti potesse ismuovere o dar cagione di menarti a luxuria. Per ciò, secondo che ssi dice per un savio, tu medesimo per certo potrai rifrenare lo tuo furore, se ttu fuggi i·luogo ove non ti sarà dato bere. Se vuoli schifare la luxuria, schifa i luoghi e ’l tempo, e lo luogo e ’l tempo si pascie la luxuria: ella ti seguita se ttu la seguiti, ella fuggie se ttu la fuggi, ella ti dà luogo se ttu lle dà’ luogo. Ma pognamo che ’l fuoco della carne ti stringa a l’opera della luxuria, vegentoti la femmina, perché non ti potresti tenere d’andare a que’ luoghi, incontanente te ne dei ristringere e partire da quel luogo. Ma se da te pur briga, guardati al postutto di sodisfarli e di lasciarli vincere a la volontà. Perciò che se nella battaglia della luxuria poche volte ti troverai fermo e vincitore, poscia molte poche volte, over niuna, t’assalirà, perché lla luxuria si è cotal cosa, che se noi la seguitiamo ella ci vince, e se noi la fugiamo, vinciamo lei. Dunque, se quel ch’è detto cogli orecchi del cuore vorrai intendere, lieve cosa ti sarà di contrastare all’opera della luxuria. Guardi Dio, dunque, ch’uomo che sia vestito di cotanta gentilezza, che si possa sozzare di sozzezza di luxuria, o per fornicatione sozzarsi d’usare colla femmina, ed avere macchia della sua brutta luxuria. Perciò che in questo mondo non si truova alcuna cosa di magior fastidio o di magior bruttura, come della femina ch’è molto rimenata.

 

14.   Ma lasciamo stare ora queste cose, acciò che i·niuno modo possiamo biasimare Dio, e perciò ch’a ciascheduno savio è manifesta cosa. Solo la nostra intentione, dunque, è ora di storti al postutto dall’amore ed amonirti del savere della carne; la qual cosa, se, per la potentia di Dio, per lo nostro volere potremo compiere, sappie che niuna cosa in questa vita ci potrebbe essere più a grado, ché per la castitade del corpo e l’astinenzia della carne si è cosa la quale, apo Dio e appo gli uomini, a tutti bisogna d’averla e di conservarla con tutta sua possa, perciò che se no·ll’à in sé, niuno bene può essere compiutamente perfetto nell’uomo. E s’alcuno si truova ch’abia in sé quella, molte virtù per lei si cuoprono ne l’uomo, e diversi peccati si comportano. Perciò che se l’uomo si truova casto e largo, lievemente non potrebe essere fedito di vitio alcuno od avere rio nome della gente. Savio dunque sarai, se tt’afatichi con tutta tua possa di prendere tutto quello ch’adorna l’uomo in tutte cose che in lui si truovano, e fa porre i piedi in su molti peccati degli uomini per la potentia di lei. Né non ti maravigliare ch’i’ dissi ?casto’ e poscia v’agiunsi ’largo’, perciò che sanza larghezza ogne vertude che ne l’uomo sia, giace morta e sanza frutto di lode, secondo l’auctorità di sancto Iacopo apostolo che dice ch’ogne fede sanza opera è morta, e così ogne vertude sanza larghezza è tenuta nulla.

 

15.   Anche la quarta decima ragione pare riprendere gli amanti, perciò che corpi degli uomini menomano della loro possa per l’amore e per la luxuria, e sono meno forti gli uomini nella battaglia. Menoma la lor forza per tre cagioni assai convenevoli: perciò che per quella opera della luxuria, sì come dice la fisica, la potentia de corpi si menoma molto, ma ed anche per l’amore lo corpo si nutrica di minor cibo e di men bere, e perciò a ragione dé essere di minore potentia. Anche l’amore toglie lo sonno e ogne altro riposo, ma per perdere il sonno, sì sse ne seguita di non poter ben patire lo cibo e indeboliscie molto il corpo; e ciò potemo conosciere per la difinizione del nome del sonno secondo li fisichi. È dunque il sonno, sì come dice Giannino, riposo delle vertudi degli animali con acresciemento delle cose naturali. Dunque, perdere lo sonno non è altra cosa se nno lassezza delle vertudi degli animali con menomanza delle cose naturali.

 

16.   Anche per la quarta decima ragione si può ben dire che lli corpi ne sono più deboli, perciò che Dio menoma tutti li suoi doni nell’uomo, anche che nn’abrevia la vita dell’uomo. Con ciò sia cosa, dunque, che a l’uomo sia grande e spetiale dono la potentia del corpo, non fai bene se vuoli prendere cotali cose per le quali questo spetial dono in te possa aver difetto o disottigliare per qualunque ragione o cagione. Ma non solo questo ch’aven detto di sopra si ne seguita per l’amare, ma è la ’nfertà del corpo, perciò che per la mala digestione si turbano gli omori dentro, e di ciò ne nascono le febri e molte infertadi. Anche, perdere sonno, spesse volte fa perdere la memoria e uscir di senno, onde l’uomo diviene matto e furioso. Ed anche lo molto pensare dì e notte, lo qual fanno tutti gli amanti, si aduce difetto di celabro e anche molte infertadi. E anche mi racorda ch’io trovai già in aliquanti detti di fisica che l’opera della luxuria gli omini non veghiano più tosto, e per ciò sì tti vo’ pregare che tu tti peni d’amare Dio.

 

17.   Anche per la quinta decima ragione ti dico che non debbie amare, perciò che ’l senno per l’amare perde il suo oficio nel savio. Perché, sia savio l’uomo quanto vuole, se si conmuove a l’opera della luxuria, non vi si sa misurare per lo suo senno, né ritenere li freni della luxuria, e costrignere lo mortale uso. Anche veggiamo che savi v’amattiscono più dell’amore e sodisfanno più fortemente alla carne, che coloro ch’ànno poco senno. Ed anche magiormente il savio uomo, daché pecca nell’amore, non sa diregere lo freno della luxuria, come colui ch’è di poco senno. Chi dunque fu di magiore savere che Salamone, il quale sanza misura peccò i lluxuria, e che non dubitò, per amore di femina, d’adorare l’idole? E anche: chi fu di magiore e di più chiaro senno che Davì profeta, il qual ebbe cotante moglie e amiche, e sì amò in mal modo la moglie d’Uria, e sì comise avolterio co llei, e ’l suo marito Oria, come fosse un falso micidiale, uccise? Quale dunque sarà quelli che di ciò si sappia ristrignere, se negli uomini di cotanto senno, per amore di femina, il senno non conoscie il suo oficio, né ’l savere di coloro che sono al dì d’ancoi non polte mantenere il suo oficio in istato?

 

18.   Anche per la sexta decima ragione danniamo gli amanti, perciò che malagevolemente ti porterà la femmina cotale amore come tu lei. Perché giamai non fu femina ch’amasse l’uomo, né non si lega d’altretale amore come l’uomo ver di lei, perché lla femmina si pena d’aricchire nell’amore, non di dare sollazzi a grado a l’uomo. Né quest’è da maravigliare, con ciò sia cosa che sciò venga da natura, imperciò che tutte le femmine son legate d’avaritia di lor general natura, e sono intente alla pecunia e a’ guadagni, e che il loro orecchie non è solicito e intento ad altro. Ed i’ ò cercato gran parte del mondo e domandato in somma pruova, alcuno non potti trovare né vedere, che mini dicesse che trovasse ancora femmina che quello ch’altri le proffera, che incontanente no ’l tolga, e s’ella non toglie il dono ch’altri le proffera e s’ella lo toglie, e poscia per usanza non adonora, che incontanente non dea indugio a l’amore ch’à cominciato. E anche se ttu dessi alla femmina tutto ciò ch’avessi, ed ella s’acorga che ttu non vadi a llei come suoli, o ch’ella sappia che ttu sie in povertade, sì dirà che non ti conosca e che non avesse anche a ffare teco, e in tutte cose t’avrà a schifo ed a noia. Ed anche non si potrebbe trovare femmina che tanto amore porti o che sia sì ferma, se un altro viene e proferale qualunque dono sia, che tenga fede al suo amante. Tant’è dunque il fuoco dell’avaritia ch’è in loro, che rompe tutte le porte della lor castitade, e vegiendo ch’abiano gran doni. Perciò che se ttu avrai larga mano a comperare, niuna femmina ti lascierà partire da ssé sanza mercato di quello ch’adomandi. E se ttu non fai loro gran promesse, non andare a lloro a domandare alcuna cosa, perché se ttu fossi uno re e tu non porterai teco neente, potrai avere da lloro nulla, anzi ti caccieranno con disinore, perciò che lle femmine sono tutte fuie per l’avaritia, e ciascheduna si à suo ripostiglio. Né non si truova femmina che sia sì grande di gentilezza o di dignitade o di ricchezza, che lla proferta dell’argento no·lle tolga l’onore e che, se l’uomo fosse vile o misero quanto vuoli, che non la facesse reversare, se avesse larga la mano a cciò, e questo perciò che niuna femina si truova ricca, come all’ebro non pare avere asai bevuti. Perciò che se lla terra insieme con l’acqua si facesse tutt’oro, che potesse ricredere l’avaritia della femmina. Ancora, ogne femmina non solamente è avara, ma anche si è astiosa e maldicola d’altrui, mangia volentieri, vana, parla volentieri, inobediente e fa pur le cose che lle son vietate, ed è soperbia, vanagloriosa, bugiarda, ebriosa, molto sfacciate, e non tiene credenza, tropo luxuriosa, pronta a fare ogne male, e niuno uomo ama con dritto cuore. E dunque ogne femmina avara, perciò che in questo mondo non si potrebbe così gran male pensare, ch’ella non facesse per pecunia. Et anche a colui ch’abbia necessitade non gli darebbe alcuna cosa della sua ricchezza, perciò che più legieremente potresti spiccare coll’unghia del diamante, che non può partire, che per ingegno d’uomo avederti di sua larghezza. E sì come lo Picurio non crede che sia altro che potere e impiere il suo ventre, così la femmina non crede che sia altro bene che di fare avere e di tenerlo. Perciò che non si truova femmina che sia sì semplice o sì matta, che delle sue cose non sia molto tegnente e che non sia ingegnosa a torre l’altrui. Anzi più, ch’una femmina semp[l]ice più è savia e scalterita in savere vendere una gallina, ch’un savissimo giudice inn una vendita d’un gran castello. E anche niuna femmina si truova che ssi congiunga con tanto amore all’uomo, ch’ella non si peni con tutto suo ingegno d’attingere tutta la sua sostanza, u’ questa regola si truova vera sanza alcuno fallo. Ancora, si truova ogne femina generalmente astiosa, perciò che lla femmina sempre nella bellezza dell’altra arde d’invidia, e perdene ogne allegrezza. Anche più che, s’ella ode molto lodare le bellezze della sua figliuola, a pena può essere che lla fiamma della ’nvidia non l’arda dentro. E la molta inopia e la disordinata povertà dell’altre femmine e delle sue vicine, sì lle pare grandissima ricchezza, onde sì credemo che ’l proverbio antico sanza alcuna eccetione per le femmine fosse detto, il quale disse: "Sempre negli altrui campi è miglior biada, e la pecora del suo vicino à magiore uvero". Ma ed a pena potrebbe incontrare che l’una femina lodasse l’altra di suo savere o di sua bellezza, ma se aviene ch’ella la lodi l’altra inn una cosa, incontanente la biasima inn un’altra. E per ciò a ragione sì seguita che lla femmina sia maldicola, perciò che solo dalla ’nvidia e dall’odio viene lo mal dire d’altrui. Né giamai vuole partire da ssé la femmina questo vitio, anzi lo tiene molto caro. Neanche di lieve si può trovare femmina che lla sua lingua perdoni giammai, o che ssi rimanga di dire mal d’altrui. E di ciò crede ogne femmina la sua fama acresciere in tutto e le sue lode, s’ella sovrasta di portare rea nominanza a l’altre, la qual cosa mostra che nelle femmine sia molta poca discretione certamente. Perciò ch’a tutti gli uomini del mondo è manifesto, e quasi fermato da tutti per regola generale, che quelli sozza solo la sua fama, che dice male d’altrui e a lui vergogna. Né per ciò le femmine si rimangono di mal dire, di portare ria nominanza a’ buoni, e per ciò crediamo fermamente che sia da dire che niuna femmina per certo abia in sé senno. Perché tutte quelle cose che savi sogliono avere i·lloro, le femmine non ànno neente, perciò ch’ogne cosa mattamente credono, e sovrastanno a lodar lor medesime e tutti li altri contrari del senno sì fanno, la qual cosa sarebbe a noi grieve per ordine a dire. Anche ogne femmina si à in sé vitio di rapina, perciò c’ogne femina non solamente agli altri, ma al suo marito che lle porti molto amore, sì si sforza per ogne modo di toglierli tutti i suoi beni, e daché gli fà tolti, di non farne bene a niuno. Perciò che tanta è l’avaritia che segnoreggia nella femmina, ch’ella non si crede fare contra la legie divina ed umana, s’ella aricchiscie di torre l’altrui, anzi di non darne altrui; sì crede la femmina che sia gran virtude che tutto quello ch’à di buono modo o di reo, di guardano con grande studio, e che ciò sia da llodare per gli uomini come un buono fatto, e da questa regola non si ne eccetta niuna reina.

 

19.   Anche, la femmina sì mangia volentieri, perciò ch’a niuna cosa si vergognerebbe, s’ella fosse sicura d’avere dilicato mangiare, né non potrebe avere tanta abondanza di cibo, se lla voglia del mangiare le tocca, ch’ella si creda poter satiare, o ch’ella voglia compagno alla tavola, e sempre vorrebe mangiare in luoghi remoti e molti ascosi, e molto volentieri suole mangiare non ad ora. Avegna ch’altremente per natura la femmina sia molto avara e molto scarsa, ma tutto ciò ch’avesse, in cotali leccardie consuma molto volentieri, né non fu veduta per alcun tempo alcuna femmina, s’ella fosse tentata di mangiare, ch’ella non si n’arendesse. E tutto questo ch’aven detto potemo conosciere nella prima femina, ciò fu Eva, la quale, avegna che dalla mano di Dio fosse plasmata sanza fatto d’uomo, neente meno temette di mangiare lo cibo vietato, per la ghiottornìa del ventre sì fu degna d’essere cacciata del paradiso. Dunque, se quella femmina, la quale sanza pecato da mano di Dio fu fatta, non seppe costringere il vitio della gola, che sarà dell’altre le quale lor madre le ’ngenerò con peccato e tuttavia stanno in pecato? Sia difinito, dunque, il cibo per generale regola, la qual cosa neente meno, cioè il vitio della gola, troverai nella femmina, se starai a vedere lei mangiare inn una gran mensa.

 

20.   Anche generalmente la femmina si truova vana, perciò che niuna si truova ch’abbia promesso d’essere sì ferma inn alcuna cosa, la quale per poche lusinghe d’alcuno in poco tempo di ciò non si muti. Perciò che lla femmina è si come cera menata, la quale sempr’è aparechiata di ricevere nuova forma, e che ssi muta per segno ch’altri vi ponga suso. Neanche alcuna ti potrebbe sicurare per promessa, la cui volontade e proponimento non si muti in picciolo momento da quel ch’era promesso. Né ll’animo d’alcuna femmina sta per una ora in istato, onde a ragione Marciano sì dice: "Conforti di rompere le demorezze de’ vani e di coloro che non ànno stabilitade". Dunque, giamai non sperare d’avere allegrezza della promessa della femmina, sia qual vuole, se ttu no·ll’ài prima apo te quella cosa. E imperciò non si conviene servare quella leggie civile nella promessa della femmina, ma sempre verai aparechiato col sacco quando ti promette, perciò che quel proverbio antico tocca alle femmine sanza alcun fallo, cioè: "To’ via l’indugi, ché sempre nuoce di dare indugio al fatto".

 

21.   E anche tutte le femmine ciò che dicono, sì dicono doppio, perciò che sempre ànno una cosa in cuore e un’altra in parlare. Perciò che niuno uomo potrebe essere in tanta dimestichezza colla femmina, o essere amato sì da llei, che potesse sapere le sue credenze o conosciere quello ch’ella dice. Perciò che lla femmina non si confida in amico niuno e crede che ciascheduno la ’nganni, e per ciò ella sempre sta in ingannare, e di tutto ciò ch’ella parla, una tiene in cuore e un’altra dice. Dunque non t’atenere mai alla promessa della femmina, anche più s’ella ’l ti giurasse, perciò che lla femmina none à fede niuna. Anche le tue credenze tienle a te e no·lle manifestare giamai alla femmina, aciò che llo ’ngannatore stea a piè dello ’ngannato e che lli togli via delle sue frode. Perciò che Sansone, sì come sa tutta gente, della sua fortezza, perciò che non seppe celare le sue credenze a la femmina, sì si truova scritto che fu preso da suo’ nimici per lo ’nganno delle parole delle femmine, e daché l’ebero preso, sì ll’acecaro della vertude del corpo e degli occhi. Anche d’altre femme assai sapiamo che lor mariti e lor amanti, perciò che non sepono tenere le lor credenze celate dalle femine, fuor traditi da lloro in mal modo per parole.

 

22.   Anche di ciascheduna femmina vitio di non essere obediente e di fare lo contrario, perciò che in questo mondo niuna femmina vive che sia sì savia o sì acorta, s’altri le vieta cosa niuna, ch’ella non faccia lo contrario e che non si peni di farlo, cioè: "Andiamo ove ci è vietato e volemo le cose che non potemo avere". Anche si truova che fu un savissimo uomo, il quale avea una sua moglie che lla ’nodiava for misura, e che non vogliendola uccidere con sua mano, e sapiendo che lla femmina facea volentieri lo contrario, sì tolse uno molto bel vasello e sì vi mise entro vino molto buono e odoroso mescolato insieme con veleno, e disse alla moglie: "Dolcissima moglie, guarda che ttu non toccassi questo vasello, né anche non bere i·niuno modo, perciò ch’ellè cosa di veleno e contraria alla vita dell’uomo". Ma lla moglie, non curando quel che ’l marito l’avea detto, non essendo egli molto dilungato, sì asagiò di quello ch’iera nel vasello e così morì incontanente di quel veleno. Ma perché diciamo noi questo, ché noi sapiamo magiore asemplo? Non fu dunque Eva la prima femmina, la quale fu fatta dalla mano di Dio magagnata di vitio di non ubidire. Certo sì, ed anche ne perdé la gloria da non poter morire, e per la sua cagione tutti quelli che non sono nati, si convengono morire. Se vuo’ dunque che lla femmina faccia cosa alcuna, comandile il contrario e farallo.

 

23 Anche, la femina vitio di superbia à in sé, perciò che quando la femmina è bene accesa di superbia nonn è cosa sì ria né sì crudele, ch’ella non facesse con sua mano, e non dicesse con la sua lingua legieremente. E s’alcuno, quand’ell’è adirata, la volesse fare stare in pace, indarno si n’afatica, perciò che s’altri la legasse le mani e piedi e battessela duramente, di qualunque batitura fosse, no·lla potrebe ritrarre di quello reo proponimento, né adumiliare la sua superbia. Ed anche per un’assai picciola parola o cagione, anzi talora per niente, l’ira di catuna femmina s’acende e crescie for misura, e non mi ricorda per niuno tempo ch’alcuno potesse vedere femina alcuna, la quale si sappia ristrignere dall’ira. E da queste regole alcuna femina si truova vietata.

 

24.   Anche ogne femmina par ch’abia in dispetto l’altre, la qual cosa si è certo che viene da superbia, perciò che niuno può avere a dispetto l’altro, se non fosse vitio di superbia. Anche ciascheduna femmina, altressì la giovane come la vechia e quella ch’è di compiuta etade, si mette tutta sua possa di lisciarsi, la qual cosa mostra che vegna da superbia apertam[en]te solo il detto del savio il quale disse: "Lo liscio ch’è in tutto, viene dalla superbia della forma della femmina". Onde manifestamente sì vedi che lle femmine non possono avere pienamente in loro buon costumi, perciò che lla superbia, congiunta con buoni costumi, sì gli sozza.

 

25.   Anche fortemente catuna femmina è vanagloriosa, perciò che in questo mondo non si potrebbe trovare femmina veruna che sovr’ogn’altra cosa non si diletti d’essere lodata e che non creda ogne parola che ssi dice di sé o pertenga a sue lode. La qual cosa si potrebe dire che fosse in Eva, la prima femmina, quand’ella mangiò del cibo vietato, acciò ch’ella potesse possedere la scientia del bene e del male. Ed anche non si truova femmina che sia nata di sì vil gente, che non dica ch’abia troppi buoni parenti e grandi, e che non siano nate di gran sangue, e ch’ella non sia gran vantatrice. E queste sono quelle che lla vanagloria adomandano sì come le sue cose proprie.

 

26.   Anche ciascheduna femmina si truova bugiarda, perciò che femina niuna non si truova ch’ella non pensi d’ubidire, e ch’ella non si vergogni di dirle. Perciò che e’ per molta picciola cosa mente, fa [a]cendere mille saramenta, anzi più che tutte le lor bugie s’ingegnano di difendere con loro arte, e con coperte falsitadi usano di levare a l’altre adosso ria boce.

 

27.   Neanche l’uomo potrebe avere sì manifeste pruove contra lle femmine, ch’ella confessasse il suo male, s’altri non ll’agiugnesse in quello male.

 

28.   Anche ogne femmina è ebra, cioè che bee molto volentieri, perciò che nonn è niuna femmina che cento volte il die in caritade si vergogni di bere il buono vino colle sue comare. Né niuna avrà tanto bevuto, che s’altri le profera bere ch’ella rifiuti; ma ’l vino cercone e l’aceto, si ’l tiene per suo nimico, e bere l’acqua sì lle suole molto nuocere. Ma s’ella truova uno vino che non sia inaquato, vorebe perdere anzi molto del suo avere, ch’ella non ne bevesse quanto il suo corpo vuole, onde nonn è femmina veruna che spesse volte non n’inebrei. Anche ogne femmina parla molto volentieri, perciò che niun’è che sapia ristrignere la sua lingua da mal dire, e che tutto die non gridasse come cane quando latra, per uno uovo che perdesse, e che tutta la vicinanza non mettesse in ressa. Anzi più, quand’ella sta con l’altre, non vorebbe ch’alcun dicesse parola veruna se non è pur ella, e che non si ricrederrebbe giamai di parlare la sua lingua o lo suo spirito, e che tutto die durerebbe a parlare. Anche spesse volte vedemo che molte femmine, che per lo molto disiderio ch’ànno di parlare, stando sole, si muovono a parlare e parlano con espressa boce. E anche la femmina arditamente contrasta con parole a tutti, e vuole vincere tutte le sue prove, e giamai non si lascierebbe vincere di parole.

 

29.   Anche niuna femmina sa ritenere alcuna credenza, perciò che quant’apri le dice che sia più credenza e celato, cotanto più si pena volentieri di dirlo a tutti. Né non potti trovare infino al dì d’ancoi alcuna femmina che quello che lle fosse posto in credenza il tenesse celato, avegna che quella fosse grandissima credenza, overo che per ciò alcuno ne ricevesse morte. Perciò che quando alcuno le pone veruna cosa in credenza, per certo par ch’arda tutta dentro insino che no·ll’à manifestata a tutti, avegna che mal se ne seguiti. Né questo vitio si può torre della femmina quasi secondo la regola ch’è detta di sopra, cioè: comanda loro le cose contrarie, perciò che ciascheduna femmina si diletta molto in dire nuove cose. Dunque, guardati di non manifestare loro tua credenza da ogne femmina.

 

30.   Anche ogne femmina di questo mondo è luxuriosa, perciò che catuna femina, sia grande o gentile quanto vuole, se llasci ch’alcuno sia potente nell’opera della luxuria, non rifiuta di giacere con lui, avegna che sia molto vile e misero. Né nonn è alcuno che sia sì potente nell’opera della luxuria, il quale anche potesse ricredere la luxuria di qualunque femmina sia.

 

31.   Anche niuna femmina porta tanta fede allo suo amico od ami tanto suo marito, la qual nonn istesse con un altro amante, spetialmente s’aduce seco pecunia, overo per certo la luxuria della femmina con la molta avaritia si danna. E niuna femmina in questo mondo vive, che sia sì ferma o che sia legata sì di qualunque amore, se viene un altro amante e prieghila saviamente e spessamente di volere avere a ffare co·llei, che dopo lo molto priego spetialmente voglia dargli comiato o che no·lli si dea in tutto al suo volere. E certo questa regola non si truova fallace in niuna femmina. [...] è quella cotale, la qual è posta in gran ricchezze o ch’abia onorevole amico, o ch’abbia buono marito, che voglia sodisfare alla volontade d’un altro. Ma per ciò questo vitio è in ogne femmina, perché in loro è molta luxuria.

 

32.   E anche la femmina è pronta a fare ogne male, perciò che sia grande il male a suo senno in questo mondo, ch’ella non facesse sanza ragione e per lieve cagione, e l’animo della femmina si muove a fare ogne male legierem[en]te per picciole lusinghe d’alcuno.

 

33.   Anche non è femmina niuna in questo mondo, nonn imperadrice né reina, la qual non disponga tutta la sua vita in fare malìe, e che non creda in tutto sua mente mentre ch’essa vive agl’indovini, e che ogne die non commetta molti mali per arte di nigromantia. Anzi più, ch’ella non fa niuna opera, che quand’ella la comincia non sapia s’è buono die o buona ora a cominciare. Anche non si mena moglie né non si fa mistiere di morti, ne non si semina, né non si muta casa, né non si comincia niuna altra cosa di nuovo, che prima non ne faccia fare augurio e che non s’apruovi prima per fattìa di femmina. Per la qual cosa il savissimo Salamone, cognosciendo tutte le malitie e le retà della femmina, sì parlò in genere di lor vitii e delle loro retadi, e disse: "Femmina niuna buona". Perché dunque, Gualtieri, ài sì gran voglia d’amare quello ch’è rio?

 

34.   Certo la femmina non ama con buono cuore l’uomo, perciò che niun è che servi fede a marito o ad amico, e che lla sua fede non si muti per uno altro uomo. Perciò che lla femmina non sa rifiutare oro né ariento overo alcuno altro dono, né non sa disdire quando alcuno le domanda sollazzi di suo corpo. Ma con ciò sia cosa che ttu sappie che lla femmina non può fare più a spiacere, né tanto agravare l’animo del suo amante, come quando ella si dà ad un altro, guarda quant’ella ama l’uomo con buon cuore, la quale per l’avaritia dell’oro e dell’ariento si congiugne a luxuria ad un altro strano o ad un forestiere. Né nonn à cura di turbare così l’animo del suo amante e di romperli la fede. Ma niuna femmina si potté anche sì legare d’amore del suo amante, s’ella nonn è proveduta da llui d’alcuno dono, che non si mostri più salvatica in dargli sollazzi, e che tosto non si parta da llui. A niuno savio, dunque, pare che ssi convegna d’obrigarsi ad amore di femmina, perch’ella non ama sì altrui come altri lei, ed è provato come le femmina si danna per così buone e per cotante ragioni, come avemo detto di sopra.

 

35.  Anche per la settima decima ragione dé altri inodiare l’amore, perciò che porta seco spessamente peso non iguale, e fa talora amare tal femmina che per niuno ingegno d’uomo la potrebe avere, perch’ella non sente in sé altrettale amore, con ciò sia cosa che ll’amore no·lla punga. Nonn è dunque di stare [al volere] di colui, lo quale ti costrigne d’adomandare con gran disiderio quello ch’e’ medesimo al postutto il ti fa vietare. Ma se ll’amore volesse essere iguale, costringerebbe gli amanti solo ad amare quello che incontanente, o daché nne fosse degno per servigio, ne serebbono amati d’altrettale amore, ma certo, daché no ’l fae, la sua malitia è da schifare. No è dunque d’amare la compagnia di colui che tti mena a la battaglia e, daché cominciata, va dal lato de’ nimici e amaestra loro come si difendano. Non dunque, amico mio caro, ti conviene spendere li tuoi dì nell’amore, al quale avemo riprovato di sopra per così aperte ragioni. Perciò che sì tti fa perdere la gratia di Dio e perdere ogne buono amico, e anche per ciò non aquistarne puoi onore alcuno in questo mondo, e tôti altressì la buona nominanza, e per la sua rapina divora tutte le tue ricchezze, e da llui, com’è detto, si muove ogne male. Perché, matto, vuoli amare? O che bene dall’amore potreste avere, che di tanti mali potesse ristorare? Anche quello che spetialmente speri d’avere l’amore, cioè ch’altri ami sì te come tu lui, sì com’è detto di sopra, in niuno modo ne veresti ad effetto, perché i·niuna femmina rende simile amore. Dunque, se ciò che nell’amore ti porrai a studio di cercare diligentemente, sì conoscierai apertamente che ciascheduno si è tenuto con tutta sua possa di schifare l’amore per ragione da non potere causare.

 

36.   Isaminata dunque questa nostra dottrina sottilmente e con fede, la quale ti mandiamo scritta per ordine composta in questo libro, sì t’amaestra di due cose. Perciò che nella prima parte di questo libro, volendo sodisfare alla tua semplice e fanciullesca domandagione, e perché non ci potessi di ciò riprendere, ti mandiamo per ordine pienamente l’arte degli amanti, sì come il tuo gran priego adomandò, la quale, se secondo la sua dottrina vorrami usare e sì come lo studio di questo libro ti mostrerà, tutti li disideri del corpo avrai pienam[en]te, ma sarai fuori della gratia di Dio e della compagnia e dell’amistà de’ buoni uomini per giusta ragione, e la tua fama se n’abasserà molto, né lievemente potrai avere onore in questo mondo. Ma nell’ultima parte di questo libro, volendo anzi provedere a la tua uttulitade, sì n’agiugnemmo per la nostra propria voglia il trattato da riprovare l’amore, e pienamente per ordine lo ti mandiamo scritto, aciò che per aventura s’opiri bene in questa vita, avegna che per niuno modo l’adomandassi. Lo qual nostro trattato, se diligentemente vorrai cercare e porre a cciò bene la tua mente, e la sua dottrina mettere in opera, conoscierai per aperta ragione che niuno dee ispendere male i suoi dì nell’amore, e di ciò Dio nostro signore serà sempre teco in tutti tuoi fatti, e in questo mondo t’andrà ogne cosa a diritto, e tutti i tuoi onori e li giusti desideri ti veranno ad effetto e ne l’altro mondo n’avrai gloria e vita eternale.

 

37.   Prendi dunque, Gualtieri, la dottrina della tua salute che tt’avemo apropiata, e lascia le vanitadi di questo mondo al postutto, aciò, quando verrà lo sposo a ffare le sue magior nozze e lo romore si leverà la notte, che sia aparechiato a·llui con lampane ben fornite, e che possi entrare co·llui insieme alle nozze celestiale, né che non ti convegna nel tempo del bisogno andare caendo quello che tt’è mistiere quando non ti giovasse, e che non truovi le porte serrate quando andrai alla casa dello sposo, e che non possi udire in quel tempo la vergognosa boce.

 

38.   Penati dunque, Gualtieri, d’avere sempre teco le lampane aparecchiate, cioè d’avere le vestimenta della caritade e le buone opere. Stèati anche a mente di veghiare tuttavia, acciò che ’l subitano avenimento dello sposo non ti truovi morto in peccato. Anche ti guarda, Gualtieri, d’osservare le comandamenta dell’amore e sì tte n’afatica in vera pruova, ché quando verrà lo sposo, sì tti truovi vegghiare, né che fidandoti nella tua gioventude, il diletto di questo mondo ti faccia giacere nel sonno del peccato, e che non ti rendi sicuro del tardo advenimento dello sposo, perciò, si come n’amaestra la parola medesima di quello sposo, non sapiamo né ’l die né ll’ora.

 

Qui finiscie il libro dell’Amore, il quale si chiama lo Gualtieri, fatto da Andrea Cappellano.

Dio gratia amen.

 

 

INDICE

 

Dedica.

 

Cominciasi il libro fatto per Andrea Cappellano,

lo quale si chiama lo Gualtieri.

1.

2. Che cos’è amore. Che cosa sia l’amore.

3. Amore è passione. Per certo amore è pena.

4. La passione d’amore viene da natura. Amore si è pena che viene da natura.

5. Perché viene da natura. Qui si mostra come la pena vegna da natura.

6. Il fine del desiderio dell’amante. A che fine vegna tutta la voglia dell’amante.

7. Origine della parola "amore". Onde se derivi in questa parola Amore.

8. Effetto d’amore. Dell’effetto dell’amore.

9. Chi può amare. Qua’ persone siano aconcie a potere amare.

10. Come s’acquista amore. In che modo s’aquisti l’amore.

11. Se il plebeo deve parlare a plebea. Come debbia parlare l’omo del popolo alla donna del popolo.

12. Come il plebeo deve parlare a gentil donna. Come parli lo plebeo alla gentile donna.

13. Come il plebeo deve parlare a donna gentilissima. In che modo parli il plebeo alla gentilissima donna.

14. Come il gentil uomo deve parlare a plebea. Come parli lo gentil huomo a la plebea.

15. Come il gentil uomo deve parlare a gentil donna. Come parli lo gentile huomo alla gentile donna.

16. Come deve parlare l’uomo nobilissimo a plebea. In questo modo dé parlare l’uomo più gentile a la donna che sia di popolo.

17. Come deve parlare uomo nobilissimo a donna nobile. Come il piú gentile parli alla gentile donna.

17a Lettera a Maria di Champagne Lettera a la contessa di Campagna.

17b Risposta di Maria di Champagne La risponsione di quella lettera.

18 Come uomo nobilissimo deve parlare a donna nobilissima Come il più gentile parli a la più gentile.

19.L’amore dei chierici [Dell’amore de’ cherici.]

20. L’amore delle monache [Dell’amore delle monache.]

21. L’amore comprato. [Se per pecunia o per altro prezzo l’amore si possa aquistare.]

22. Il concedersi facilmente. [Il concedersi facilmente.]

23. L’amore dei contadini. [Dell’amore de’ lavoratori della terra.]

24. L’amore delle puttane. [Dell’amore delle puttane.]

 

LIBRO II

25. Come si mantiene l’amore. [In che modo l’amore aquistato si mantegna.]

26. Come l’amore s’accresce. [Come l’amore si possa acresciere.]

27. Come l’amore scema. [In che modo l’amore menomi.]

28. Come conoscere quando l’amore scema. [Di poter conosciere l’amor cambiato.]

29. Come l’amore finisce. [Come l’amore vegna a fine.]

30. Quando un amante è infedele. [Se l’uno amante rompe fede all’altro.]

31. Questioni d’amore. [Diverse questioni d’amore.]

32 Le regole d’amore. [Delle regole d’amore.]

 

LIBRO  III

 

33. Riprovazione di amore.

 

 

Indice Biblioteca Progetto Duecento

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2006