Andrea Cappellano

 

De Amore.

versione romana

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

Edizione di riferimento

Codice Barberiniano Latino 4086

 

LIBRO II

 

25.

Come si mantiene l’amore.

 

[In che modo l’amore aquistato si mantegna.]

Imperciò che pienamente di sopra è detto per noi come l’amor s’aquisti, si conviene che diciamo in che modo l’amore aquistato si mantegna. Dunque, chi vuole il loro amore mantenere inn istato, si dé molto guardare che ’l suo amore non manifesti a più che debbia, anzi lo dé tenere celato a tutti, perciò sì tosto come l’amore si sa per molti, incontanente menoma, sì come decresciere e ritornasi nello stato di prima, anzi che si cominciasse. Anche, l’amante si dé mostrare in tutte cose al suo amante savio, misurato e ben costumato e fare e dir sì e che ll’animo del suo amante non si muova contra di lui ad ira niuna. Anche la dé soccorrere nelle sue necessitade e atarla nelle sue brighe e obedire a le sue volontade che siano giuste. Ma se aviene che talora sappie la sua giusta volontade men che bene, tuttavia si dé essere aparecchiato di servirla, ma prima le dé revocare a cciò. Anche se meno s’[a]viene che faccia cosa che ssia sozza, onde l’animo del suo amante se ne turbi, incontanente confessa ch’abia mal fatto con vergogna, acciò che s’aumigli e rendale cagione che paia che sì s’omigli perché l’abia fatto. Anche, dunque, l’amante, quand’è tra lle persone, si la dé poco lodare, né no·lla dé avere molto in bocca; né molte volte ricordarla, anche rade volte andare per la sua contrada. Anche più s’ell’è con altrui, ed e’ vede la sua amanza con persone, no·lle dé fare niuno cenno, anzi si dee infignere di non conoscierla, aciò che niuna ria persona ne potesse aver via di dir male, perciò che gli amanti l’uno a l’altro non dé far cenno, se non sanno bene che non vi sia persona. Anche, l’amante dé avere in sé ta’ portamenti che piacciano al suo amante, e con misura di sua persona aconciarsi, perciò che tropo lisciare e tener mente sopra ne viene altrui gran fastidio ed ànlo altri meno a conto. Val anche a mantener l’amore essere molto largo l’amante, perciò che tutti li amanti debono avere quasi per niente tutte le cose del mondo, e sovenire a coloro ch’ànno necessitade. Perciò che i·nulla si truova l’amante più degno d’aver pregio che per essere largo, perciò che tutta la ricchezza s’abatte per l’avaritia, e in molte cose rie si comporta l’uomo per gli uomini, s’egli è largo. Ma se ll’ama[n]te è tale a cui si faccia di portare arme, sì ssi dé portare che della sua valentrìa si dica per tutti pienamente, perciò che gran menomanza torna d’altrui, s’egli è paventoso in battaglia. Dé anche l’amante essere servente alle donne in tutto quello che lli comandano e far loro onore. Molto dé essere anche verso altrui di tale aparenzia, ch’altri non si tema di lodarlo volentieri e di racordare le sue buone opere, e che niuno a ragione ne possa dire male. Anche ti do questo generalmente: che ciò che vuole e comanda l’ordine e la dotrina di cortesia, che quello non si debiano gittar dietro gli amanti, anzi debono mettere tutta lor forza in farla. Retiensi anche l’amore facciendo sollazzi della carne soavi e dilettevoli, tali e tanti che non rincrescano a l’amante. Ma ogne fatto e portamento di corpo che creda che piaccia al suo amante, sì ’l dé fare e dire saviamente e arditamente. Ma ’l cherico non dee andare a modo di laico né fare quelo ch’apertiene a laico, perciò che s’altri va vestito come non dee o fa quello che non risponda a suo ordine, malagevolemente potrebe piacere a su’ savio amante. Anche si dé penare d’usare sempre con buoni e di rifiutare la ria usanza, perciò che l’usanza delle rie e delle vili persone sempre il suo amante il dà più vile. E tutto ciò ch’aven detto che vale a mantenere amore, sapie ch’à luogo nella femina e nel maschio.

 

 

26.

Come l’amore s’accresce.

 

[Come l’amore si possa acresciere.]

Come l’amore si possa acresciere, in poche parole il ti diremo. E l’amore s’acrescie in prima se rado e con briga l’uno amante vede l’altro, perciò che quanta magior briga è in dare e in ricevere sollazzi, tant’è magior disiderio ed efetto d’amare. Anche crescie allora l’amore, se l’uno degli amanti si mostra irato a l’altro, perciò che incontanente teme l’un degli amanti che quella ira non basti sempre. E anche crescie l’amore, quando l’uno degli amanti è vero geloso, la qual gelosia è balia dell’amore. Anche più, se ll’amante nonn è vero geloso, anzi abia pur ria sospeccione, neente meno ne crescie l’amore, anzi più. Ma che cosa sia la vera gelosia e la ria sospeccione, nel trattato del più gentile e della gentile lo potrai trovare apertamente. Crescie ancora l’amore s’ell’è palesato e aviene che duri, perché ll’amore palesato non suol durare, anche viene meno. Anche se ll’amante sogna il suo amante, si ne nascie amore e, nato, si n’acrescie. Anche, se sai ch’alcuno si peni di frascorre il tuo amore, incontanente sì n’acrescie e cominciale a volere magiore bene. Anche ti dico più: che se ttu saprai per certo ch’altri abia tutto ciò che vuole della tu’ amanza, incontanente avrai magiore voglia d’usare co·llei, se non rimane per lo gran cuore e per lo gentile ch’abie in te. Anche suol cresciere l’amore se si muta e dêsi mutare ad altro luogo; anche il gastigare e lle parole che gli amanti ricevono dal padre e dalla madre, perciò che ’l gastigare delle parole e delle battiture, non solo l’amor compiuto fa cresciere, ma il non cominciato dà via di cominciare e di compiere. Val anche a cresciere l’amore lo molto pensiero del suo amante con disiderio di compierlo, e guardare con paura lo suo amante secretamente cogli ochi, e usar colla femina con gran voglia. Anche il fa cresciere quando a l’amante par che sia piano e soave e ch’abia in sé belle parole e dolce, e anche quando ode lodare i1 suo amante. Ma anche sono forse cose per le quali l’amor crescie, le quali per tuo ingegno medesimo le potrai sapere, e s’ài bene a memoria quel che tt’avemo detto. Perciò che qualunque altra cosa sia che paia pertenere a questo fatto, de quel ch’avemo detto, par che prenda e ch’abbiano cominciamento di questo ch’è detto.

 

 

27.

Come l’amore scema.

 

[In che modo l’amore menomi.]

Vegiamo dunque in che modo l’amore menomi. Menoma l’amore per la molta copia d’usare colla femmina e per lo molto vedere e per lo molto parlare l’uno con l’altro, anche il sozzo liscio e ’l sozzo portamento, e quando di sicuro viene povero. Perciò che l’amante, il qual à molta povertà, tanto pensa a quel ch’à a fare della famigliar cosa e come debia fare per inanzi, che non può sovrastare al fatto dell’amore né come il debbia nutricare, e di ciò tutti riprendono la sua vita e suoi costumi, e a ciascheduno è in odio e in dispetto, e no à niuno amico, perciò che quando altri è in prosperità si à molti amici, e quand’è tempo nuvolo si rimane solo. Onde, per tutte queste cose, si comincia a cambiare nell’abito e nella persona tutta, e lo riposo del sonno l’abandona e così a pena può intervenire che ’l suo amante no·ll’abia a vile. Anche menoma l’amore per la ria nominanza che si n’ode, e lo pregio che si porta d’avarezza e de’ mai costumi e della malizia che sia nell’amante, anche giacer con altra femmina, avegna che no·ll’ami. Anche menoma l’amore, s’ella conoscie che ’l suo amante sia matto e di niuna descretione, overo se vede che ’l suo amante voglia usar co·llei in altro modo che debbia, o di vedere la vergognia della femmina che non si ne rimanga. Perciò che ’l fedele amante prima ne dé portare grandissime pene, che usare in modo di vergogna con su’ amante, o avere allegrezza di ciò che non si vergogni, perciò che questi nonn è amante ma traditore de l’amore, che disidera di sodisfare pur al suo volere, non guardando a l’uttulitade del suo amante. Anche menoma l’amore, se lla femmina s’avede che ’l suo amante sia temoroso in battaglia, o s’ella sa che non sia soffritore o che sia superbio, perciò che niuna cosa par che si dica più a l’amante ch’essere vestito d’umilitade e gnudo di superbia. Anche molto menoma l’amore le matte e le villane parole che dice l’amante. E molti sono che si sforzano di dire isbranate parole inanzi al suo amante, i quali in veritade sono maravigliosamente ingannati, perciò che quelli è molto fuori del senno, che per mattezza crede piacere al suo amante. Menoma anche l’amore per bestemiare Dio e suoi santi, e far beffe de’ religiosi, e per non lasciare dare limosina a’ poveri. Anche menoma molto sanza modo essere infedele al suo amico, e se colla bocca a inganno dice una cosa e un’altra à in cuore. Anche discrescie l’amore, se l’amante si pena molto d’amare pecunia più che debbia, e molto tosto litigare per piccola cosa. Anche molte cose ti potremmo dire che pertengono a far menomare l’amore, le quali al postutto lasciamo a tte che per tuo ingegno potrai sapere, perciò che ttanto ti vedemo sovrastare al fatto dell’amore, lasciando ogn’altra cosa, e che tutto tuo proponimento è in ciò, che nulla ti potrebe essere ascoso ne l’arte dell’amore, perciò che niuna cos[a] è che ttu non posse sapere. Ma questo non volemo che non sappie bene, che quando l’amore comincia a menomare, che tosto non venga meno, se nuova cosa e’ no l’aiuta mantenere.

 

 

28.

Come conoscere quando l’amore scema

 

[Di poter conosciere l’amor cambiato.]

Agiugniamo, dunque, el trattato di poter conosciere l’amor cambiato, a quelli che son detti di sopra e disposti assai brievemente, i quali credemo che sia utile e mestiere a tutti gli amanti. Perciò che niuna cosa è magior mestiere agli amanti che di conosciere a certo chente sia il proponim[en]to del suo amante, perché se in questo caso per alcuno errore si truovano ingannati, non n’avrebono grand’onore, anzi legiermente ne potrebono portar gran danno. Dunque, in molti modi può conosciere l’amante la fede e ’l proponimento del suo amante. Dunque, se vedi l’amante trovare vane cagioni verso il suo amante e trovare falsi impedimenti, non aver mai buona speranza di quello amore lungiamente. Anche, se vedi che ’l tuo amante sanza giusta cagione abia paura più che non soglia di darti sollazzi, sappie che non è fermo amante nel tuo amore e che non à niun talento per fermo d’amarti. Anche, se si cela in alcuna cosa al messo che suol portare le parole tra tte e lei, sapie che non t’ama e non ti vuole amare. Anche, se tt’avedi ch’ella si guardi per lo messo di mezzo di venire là ove suole, e che non dica al fedele messo quel che suol dire, anzi si mostra verso lui come fosse una strana persona, sappie che non t’ama né mica. Anche, se ttu vedi ch’ella ti si mostri strana in darti sollazzi come solea, o che tuoi sollazzi le rincrescano, sapie che ’l tuo amore è venuto meno. Anche, s’ella ti riprenda più ch’ella soglia, o che tt’adomandi cosa che non ti soglia adoman[da]re, o dare indugio più che non soglia di darti sollazzi, sapie che poco tempo durerà il tuo amore. Anche, se conosci s’ella teco o con altrui ricordi spessamente l’isbrenati fatti d’alcuno, o che in qualunque modo a malitia domandi della vita o di costumi d’alcuna persona, sappie ch’ella pensa d’amare altr’uomo. Anche, se vedi ch’ella si lisci più che soglia, sapie ch’ella lo fa o per più piacerti o perch’ella voglia amare altrui. Ma quando la femmina divien palida inanzi al suo amante, sapie ch’ella è ferma nel suo amore. Anche, quelli che vuole conosciere a certo la fede e ’l proponimento del suo amante, con grande scalterim[en]to, e che paia che sia dadovero, si dé mostrare d’amare altra femmina e passare spesso per la contrada di colei cui si mostra d’amare, per la qual cosa, se lla sua amanza vede che sse ne turbi, sappia ch’ell’è ferma nel suo amore sanza niun dubbio. Perciò che quando l’un degli amanti à sospeccione che ’l suo amante no stea con altra femina o ch’altra femina l’ami, incontanente dà in suo cuore gran tribulatione e gran pena da non poter comportare, il dolor del quale ch’è dentro, tosto il mostra palese il su’ viso. Anche talora può l’uno amante verso l’altro mostrarsi indegnato, perciò che se ll’uno degli amanti si mostra irato verso l’altro, e dica la cagione che sia irato ver di lei, per certo conoscierà la sua fede, perciò che ’l vero amante sempre teme che quel maltalento non duri tuttavia. E per ciò si fa talora di mostrarsi indegnato a l’amante che si mostra indegnato, perché cotal movimento d’ira poco tempo dura, se fra lloro è veragie amore. Dunque, per cotale indegnatione non credere che si sottigli la sustantia o legame de l’amore, ma se v’è alcuna rugine, sì se ne to’ via. Anche, se l’un degli amanti s’ingegna di pur torre le cose del suo amante, se no ’l fa perché sia in gran necessitade, avegna che ss’infinga d’amare, ma neente meno è da cacciare dall’amore, perché si pena di non amare na d’aricchire dell’altrui cose. Forse ed anche assai altri modi sono, che possono valere a conosciere la fede ch’à l’uno amante inverso l’altro, i quali, per que’ ch’avemo detto, il continuo leggitore assai legiermente per suo ingegno gli potrà conosciere.

 

 

29.

Come l’amore finisce

 

[Come l’amore vegna a fine.]

Veduto, dunque, in poche parole come l’amore menomi, sì tti diremo come vegna a fine. E certo l’amore finisce se l’uno degli amanti rompa o vuole rompere la fede a l’altro, o se se truovi ch’erri nella fede cattolica. Ancor finiscie l’amore quande gli è ben palese e che ’l sanno li uomini comunalmente. Ma se l’uno degli amanti, ch’è pieno e calcato, a l’altro ch’è in gran povertà e che non à quasi che manicare, non soccorre nella sua necessitade, l’amore in questo caso ne suole molto menomare e indegnare e viene a mal fine. Anche finiscie l’amore se l’uno intende in niuno amore, perché niuno si può legare a l’amor di duoi. Anche viene a fine l’amore, se ll’amante a malitia non ami com’egli è amato, o se una cosa mostra e un’altra à in cuore, perciò che l’amante ingannatore da ogne femina dé essere cacciato e niun servigio ch’abia fatto gli dé giovare a cciò. Perché sia altri savio e scaltrito quanto vuole, s’elli sta come uccellatore nell’amore, che non sia degno, dé [e]ssere cacciato e privato da ogne onore e benificio dell’amore, perché l’amore vuole in sua corte dui che si congiungano d’una fede e d’un volere, altrimenti son degni d’esser privati da ogni beneficio dell’amore e di no essere conosciuti. Anche viene a fine se gli amanti fanno matrimonio insieme, sì come anche ci n’amaestra la dottrina d’aliquanti amanti. Anche, s’aviene per disaventura che l’uno degli amanti non possa fare l’opera della luxuria, l’amor poscia non può durare. Anche caccia l’amore quando l’uno degli amanti diventa matto, o che siano giunti insieme così di sicuro. Amico Gualtieri, tu ài ’nteso quel ch’è detto di sopra in somma e in poche parole, e volemo che per tuo ingegno truovi altri casi i quali pognan fine all’amore, perché non volemo che stei troppo in riposo, né tropo caricarti. Ma potresti tu dire se ll’amore che viene a fine potrebe ritornare in sullo stato di prima. E certe, se per poco senno di fatto viene a fine, sanza dubio può ritornare in suo stato. Ma se per peccato de l’amante, o naturalmente, viene a ffine, non racordiamo che mai tornasse in suo stato, ma nonn è cosa che non potesse essere, se non forse quando per natura vien meno. Ma se qualunque ora resus[c]ita questo cotale amore, non potemo credere che ssi fermi di pura fede tra lloro.

 

 

30.

Quando un amante è infedele.

 

[Se l’uno amante rompe fede all’altro.]

1.   Se l’uno rompa la fede a la sua amanza, e fallo perché s’intende inn altra femina, sì è degno del primaio amore e ch’ella la rompa lui, però che lo spirito del primaio amore è venuto meno in lui. Perciò che per niuna ragione si pruova che s’altri à continuo molto pensiero d’una femmina, che sarebe impossevole che non l’amasse al postutto. Anche comanda l’amore generalmente che niuno si può legare veramente all’amor di due. Dunque, se cotale amante ritorna a la primaia e domanda da llei quel che suole avere, sì no ’l dé ricevere, anzi lo dé cacciare più che se fosse uno strano, perciò che tutti i servigi suoi no ’l possono atare di ciò, se lla femmina no ’l si volesse far per grazia. Ma vegiamo se lla femmina sia da llodare, se rende il suo amore a questo cotale. E questo voglio che sapiano tutte le donne, che molto torna in gran dispregio a quella femmina che giamai riceve quello amante, il quale espermentò nuovo amore, perché quelli è indegno d’ogni misericordia, che non si ricordò di tanto onore com’avea ricevuto, e che fece contra ciò, e non ebbe vergogna di pensare di nuovo amore. Che dunque potrebe avere l’uomo cosa che più sodisfacesse, che quello che disidera dalla femmina? Ma pognamo, sì come spesse volte suole advenire, che lla femmina sia sicura d’avere molte pene anzi che compia suo volere dell’amore del detto ingannatore, perché rado diviene che l’amante, da ch’à lasciato l’amore, vi torni giamai, perch’a pena risu[s]cita mai l’amore ch’è morto. Ma non mi posso tenere che non dea il mio consiglio a questa femmina. Dunque, questa cotal femmina, a volere trarre a ssé questo cotale amante, sì se peni di celare a llui al postutto il suo volere e ’l suo proponimento e quand’è co·llui si mostri che ’l suo animo non ne sia turbato in nulla, anzi s’infuga che ciò che fa tutto le sia a piacere. E se vede che vada per la contrada sua, non vada a vederlo a·luogo che suole, anzi li si celi in tutto. Ma s’ella vede che in questo modo no·lle vaglia nulla, saviamente se racordi com’ella amò già un altro huomo e sollazzi e diletti ch’ella trasse e fece gi[à] co·llui, e com’elli si diliettava in ciò, e dica: "De! Che fallo è questo che faccio, quand’io mi do altrui? Certo, ben vorei volentieri tornare nello stato ch’era co·llui". Onde, e se quel cotale amante, per questo cotal detto, non torna, male sarebe s’ella si peni di dimenticare il suo amore e di non ricordarlo in nulla. Dunque, se per questo ch’è detto di sopra la femmina vede che lle sue fedite non abiano medicina da megliorare, meglio e più saviamente è s’ella se ne rimane d’essere solicita del amore, che venire in tante pene, e non giovarle niente. Dunque, molto si debono guardare le femine di legarsi a cotali amanti, perché di cotale amore non ànno né riposo né allegrezza niuna, anzi n’ànno molte pene e molti dolori. Dunque, domanda il suo amore, anzi ch’ella il dea, dé mettere tutta sua forza e possa di sapere e conosciere la fede e costumi ch’à in sé l’amante, e che non lasci nulla a sapere, perciò che, daché la cosa è fatta men che bene, nonn è buono il consiglio da sezzo o pentirsene. Guardisi, dunque, la femmina degl’inganni di cotale amante, perciò che molti il fanno non per amare, ma per satiare la lor luxuria o per potersi vantare ch’abbia avuta cotal femmina. I quali anche, anzi ch’abiano avuto della femmina quel che vuole, pare che ll’adomandino e dicano con tal fede che non è partito, ma daché l’ànno avuto si mostrano molti strani al suo amante e scuopronsi di quel ch’aveano in cuore, e la misera e la semplice e la troppo credente femmina in cotal modo si truova ingannata per ingegno di cotal amante. Che dé essere dunque, se l’uomo rompa la fé a la femmina non per nuovo amore, ma per volontà di partirsi da llei, o s’è in si lontano luogo che non si ne può ricordare, overo se per sedotta di puttana o d’altra persona, nel tempo ch’era riscaldato di luxuria? A rragione, dunque, per questo contra ’l fallo non dé perdere il suo amore, se non forse o con ass[a]i o spesse volte farà questo cotal fallo, per lo quale altri potesse dire che ’l facesse per troppa luxuria che fosse in lui. Ma s’egli à alcuna femmina a sua domandagione, o per sua opera ami alcuna femmina, a ragione dé perdere il suo privato amore, il quale per certo si presume che ll’abia fatto per nuovo amore, spetialmente dove si pena d’aver femmina gentile o altremente degna d’avere honore. Ma domanderai tu forse che dé fare la femmina, quando il suo amante domanda licentia d’amare altra femmina. Certo fermamente siamo tenuto di dire ch’ella non dé dare licentia al postutto al suo amante d’amare altra femmina, anzi lo dé vietare con piena bocca che non ami altra femmina. Ma pognamo ch’ella li dea questa licentia, altresì è degno di perdere il primaio amore come segli non n’avesse domandata parola. Avegna che palese faccia male questa femmina che dà cotal parola, neente meno non si può scusare la malitia di questo amante né ricoprirsi. Ma se ll’amante si pena di menare ad efecto questa licentia, ma il su’ volere non viene a capo, non può per ciò la femmina [negare] il suo amore, con ciò sia cosa ch’ella fallasse altresì, e che a ragione si può compensare l’un male con l’altro. Ancora, toglian via questo errore: se lla femmina rompe la fede al suo amante, che ne debbia essere. E la sententia d’aliquanti antichi sì volle dire che tutto quello si dovesse servare nella femmina che rompe la fede, com’è detto nell’uomo che rompe la fede. Quella sententia nonn è da tenere, avegna che sia vecchia, perché cci aducerebbe in grande errore. Non voglia Dio che colei sia da perdonare, che non si vergognò di compagnarsi a la luxuria di due persone. Avegna che questo si comporti ne’ maschi per usanza e per lo privileggio della natura, per lo quale tutte cose in questo mondo, e spetialmente quelle che si disdicono, si concedono piutosto a ffare a’ maschi; ma nelle femmine per la vergogna del vergognoso membro, in tanto si disdice di fare, che, da poi ch’ell’è usata con molti, è detto quasi che sia un sozzo ruffianaggio, e da tutti si giudica che sia da cacciare come femmina che non sia da niuno onore. Onde, se lla femina torna al suo primo amante, assai gli è gran vergogna se giamai usa co·llei, perciò che può conosciere a certo che ll’amore non è stabile in lei. Perché, dunque, pone il suo cuore in lei. Ma puoi dire: perché intanto languisce per lo suo amore, ché non la può dimenticare né torne la sua mente di costui; dunque, il maestro che ’l può guarire gli dea medicina. Ma non abia allegrezza Andrea di quel che ’l maestro disidera in questo mondo d’avere, sanza il quale per lungo tempo il corpo non può avere quel che gli piaccia, se dà il suo consiglio a così malaventuroso uomo, e se non abandona le sue fedite come se fossero d’uomo morto, anziché l’amaest[r]i di medicina d’amore. Quegli, dunque, che intanto è più misero che gli altri, che si lascia vincere all’amore di cota’ femmine, al postutto nonn è degno d’avere niuno consiglio, ed è peggio d’uomo morto. Ma che sarà, se lla femmina basci huomo strano o abracci, non dandoli altro? E costei volemo a ragione riprendere, e diciamo per certo che troppo fa sozza cosa, s’ella bascia o abraccia uomo strano, con ciò sia cosa che si creda sempre qualche inviamento d’amore e segno di volersi intendere in altrui. Ma se lla femina, o l’amante, possa con licentia amare, no ’l ti volemo dire in questo libricciuolo; per ciò, dunque, se bene o men che bene questo si faccia con licentia, da poi ch’ell’è fedito di nuovo amore, per niuna forza è tenuto di servire quello volere com’uomo sottoposto ad altrui volere. Ma sì so ch’un’ora, quand’io ne domandai consiglio, che mi fu detto che ’l vero amante mai non può pensare di niuno amore, se prima per certa o per giusta cagione no è certo che ’l suo amore sia finito. Il qual detto, perché ll’ho provato, conosco ch’è vero; perché ed io fui tocco di troppo grande amore, avegna ched io no ’l prendesse ne sperai d’aver frutto, perciò ch’io sofersi pene per sì alto amore, che per niuno modo l’oserei dire, né in modo ch’altri me ne pregasse; e così, per inanzi son costretto di portarne pena. Ma avegna che i’ sia soccorso in tanto ardire ed in pene da non aver riposo, non posso per ciò pensare di nuovo amore o di stormine inn altro modo. Ma se ttu se’ bene intento di sapere che cosa sia l’amore, non sanza lo ’mperché puoi domandare s’altri può con una femmina usare il puro amore, e con un’altra il comune. E per fortissima ragione ti mostriamo che niuno può amare due femmine in questo modo. Avegna che ’l puro amore e ’l comunale paiano diversi amori, ma chi ben guarda alla veritade, il puro amore, quanto a la sua sostanza, una medesima cosa col comunale si giudica, e per quello medesimo desiderio del cuore va col comunale, perciò ch’una medesima è la sostanzia di catuno amore, ma diverso modo e rispetto d’amare, sì come potrai vedere apertamente in questo asemplo. S’alcuna à volontà prima di bere vino puro, e poscia pur acqua sola o vino inacquato, avegna ch’a costui sia variato i·rispetto del suo bere, mala sostanzia del suo apetito è una medesima e non due. E così è se dui amanti ànno usato gran tempo lo puro amore, e poscia piaccia loro usare lo comunale, in costoro è solo una sostantia d’amore, avegna che ’l modo e la forma e l’aspetto sia variato d’amare.

 

2.    Ma domanderai forse, Gualtieri, se lla femina dé perdere il suo amore quando per forza usò con altro huomo. Diciamo dunque ch’a niuno è da riputare per ragione quello ch’à fatto per forza, e quest’è vero se poscia non vi consenti per sua voglia.

 

3.    Ma domanda se lla femmina fa contra il comandamento dell’amore, quando conforta una donna d’amare altra persona che ’l suo amante giusto. E per necessitade di ragione conviene dire ch’a niuno è licito di confortare la femina ch’ama altrui degnamente, ch’ami sé od altrui.

 

4.   Anche potresti ora domandare se lla femmina, ch’ami uno che non ne sia degno per erro, possa per ragione amare un altro e lasciare il primaio. E certo, avegna k’ella per errore amasse tale che non ne fosse degno, sì si dé penare in ogne modo di farlo savio, quel cotale amante, e ben costumato e torregli tutti li rei.

 

5.   Ma s’ella vede che no lle vaglia il suo amunire, sì ’l può lasciare, avegna che con paura di ragione.

 

6.   Ma potres[ti] tu domandarmi, se l’uno degli amanti si parta dall’altro sotto spetie di volere amare nuovo amante, se rompe la fede al suo amante. E in niuno modo potemo dire che non sia licito a catuno di partirsi dalle dilettanze di questo mondo, che per nostro amaestram[en]to facesseno troppo contra le comandamenta di Dio, e nonn è bene a credere ch’altri non degie anzi servire a Dio ch’alle dilettanze del mondo. Ma pognamo che poscia si giunga a nuovo amore: diciamo che per consiglio delle donne, e ’l primo amante l’adomanda loro, dé essere revocato al primo amore.

 

7.   Ma potres[ti] tu dire: "questo ch’è detto contrasta alla regola dell’amore, la qual dice che l’amor nonn è da dire a molti". A ciò sì tti rispondiamo, e diciamo che ll’amore non si dé manifestare a più ch’altre tre persone, cioè ch’è licito a l’amante d’avere un suo compagno a cui dica le sue credenze, come si porta colla sua amanza, e che s’avenisse che fosse alcun disturbio nel suo amore, a cui se ne dolesse, e simigliantemente a la femina. E sanza questi dui, al messo che porti le parole da l’uno a l’altro, per comunal volontà. Dunque, i detti segretarii, per comunale volontà degli amanti, debbono ire alle donne nel caso ch’è detto di sopra e dire il fatto come gli sta e la lite, non scoprendo il nome degli amanti.

 

8.   Anche quinci si potrebe domandare per ragione, con ciò sia cosa che ll’amore si notrichi solo per dare isperanza e per dare il secondo e ’l terzo grado ne l’amore, se lla femmina, quando l’à dato non voglia andar più innanzi e rompasi da quello, se per ciò pare ch’abia rotta la fede. E s’è femmina, crediamo che ’l debbia tenere quello amante, perciò che s’ella dà o speranza del suo amore o secondo e ’l terzo grado dell’amore, s’ella di ciò il suo amante non truova indegno, sì fa grande offesa s’ella pena molto a dare quel che l’amante à desiderato. Perché non si conviene alla savia sanza giusta cagione di dare indugio a qualunque cosa promette. Ma s’ella per certo non à volontà d’amarlo, no gli dea speranza né altra cosa che si chiede nell’amore prima di dare, perché troppo gran fall’è della femmina di non adimpiere quello onde fa patto. Perciò che sozzissima cosa è giudicata nella femmina, se non cura di fare aspettare quel ch’à promesso, perché cota’ cose la malitia delle puttane suol pensare, le quale son disposte alla falsitade in tutto lor fatto e detto, e quello ch’ànno in cuore di fare si ’l tengono dentro.

 

9.   Ma una cosa spetialmente sappie delle puttane: qualunque ora adiviene ch’à niuno, non può rompere la fede al su’ miserissimo amante; e questo sapiamo che, ’ sentì la contessa di Campagna in su’ dire, la qual cosa per ciò crediamo ch’abbia detta per mostrare la cattivitade di colui che si puose ad amare puttane, e per punire il suo fatto. Perciò che quelli che si giugne a sì laido amore, quando ne sente pena, nonn è degno d’avere niuno atorio dell’amore, anzi le dé comportare in pace quella che fa la sua arte, con ciò sia cosa che al suo scentre s’agiunse a lei sapiendo ch’era puttana. Ma questo ch’avem detto delle puttane, apertiene non pur a quelle che stanno in bordello, ma a tutte coloro che in qualunque modo si danno altrui per prezzo.

 

10.   E adomandi anche, Gualtieri, se dui amanti lungo tempo in concordia usaro il puro amore, poscia l’altro adomandi d’usare lo comune, s’è licito di rifiutare a l’altro amante ciò. In questo fatto ti volemo bene amaestrare che, avegna che per tutti gli uomini anzi è da volere lo puro che ’l mischiato, overo lo comune amore, ma per ciò non può contrastare a la volontà del suo amante, se non forse infino dalla prima fecer patto insieme di mai non usare l’amore comune, se non fosse volere dell’uno e dell’altro. Ma avegna che là ove fu questo patto non possa l’amante andar più inanzi, se per piena concordiano, ma non fa bene la femina se ricusa di fare la volontà del suo amante, s’ella vede che pur perseveri in ciò, perché gli amanti son tenuti in catuno amore d’ubidire l’uno a l’altro in tutte lor volontade.

 

 

31.

Questioni d’amore

 

[Diverse questioni d’amore.]

Diciamo dunque di diverse quistioni d’amore.

1.   I. Con ciò sia cosa [...] mi possa storre dalle vostre comandamenta". Quando questo fu promesso, incontanente gli comandò la donna che giamai non si imbrigasse del suo amore né fosse ardito di lodarla con niuno. Avegna che questo fosse molto grave a l’amante, sì ’l comportò umilmente. Ma istando il detto amante con altri suoi compagni un die, dinanzi a una compagnia d’aliquante donne, sì udì a questi suoi compagni dire molte villane parole di questa sua donna, e che lla biasimavano contra ragione fortemente. Il quale, quand’ebbe molto veduto che costoro ne diceano tanto male e che non si finavano di riprenderla, e che assai prima avea comportato, daché non poté più, sì ssi mosse contra di loro fortemente ad ira ed a riprendere loro di quel che diceano e a difendere la sua donna. Quando questo sepe la sua donna, disse ch’avea perduto il suo amore, perch’iera stato a difese di sue lode. Questo piato la contessa di Campagna così difinì: e disse che questa donna fu troppo crudele nel comandam[en]to, quando non si vergogna d’astrignere di sì empia sententia colui al quale avea data speranza d’amore che ssi mise nelle sue braccia, con ciò sia cosa che ssi legasse di tal promesse, le quale niuna gentil donna la dé vitiare sanza giusta cagione. Né per ciò fece niun fallo l’amante, se riprese con giusta ragione coloro che diceano male della sua donna. Onde, sanza ragione pare che questa donna facesse il comandam[en]to che non si dovesse imbrigare giammai nel suo amore, con ciò sia cosa che questi si legasse di questa promessa per poter più agevolmente aver lo suo amore.

 

2.   II. Anche: un altro, abiendo al su’ servigio troppo buona donna, adomandò licentia da llei di potere amare altra femmina. Il quale, daché gli fu data, si partì e stette assai più che non era usato di domandare i sollazzi della prima donna. Ma dopo un mese passato, sì tornò a llei questo amante, e disse che poscia non avea avuto sollazzo d’alcuna donna, né non volea, anzi l’avea fatto per provare la sua fede se fosse ferma. Ma lla donna dice ch’à perduto il suo amore, imperciò che basta a perdere l’amore, quand’alcuno il domanda, cotal licentia, e siali data. Ma a questa donna par contrastare la sententia della reina Alinoria, la quale ne fu domandata in questo caso, e così rispuose: "Noi cognosciamo per certo che viene dalla natura dell’amore, che, per falsa infi[n]ta dell’amante, se può mostrare d’amare nuova femmina spesse volte per poter me’ conosciere la fede e lla fermezza della sua amanza. Dunque, quella ofende la natura dell’amore che per ciò si tarda di tornare al suo amante, o che no ’l vogli amare, s’ella non sa bene prima che gli abia rotta fede".

 

3.   III. La questione si è cotale: cui debbia anzi amare la donna di quegli amanti i quali sono iguali, altressì l’uno come l’altro, di gentilezza, di tempo e di senno e d’ogne altra cosa, salvo che l’uno era ricco e l’altro povero. E in questo caso così disse la contessa di Campagna: che nonn è bene a dire che la sconcia ricchezza sia anzi da volere, che l’adorna povertà. Anzi, la gentil ricchezza è da rifiutare e da volere la povertà, avegna ch’ella sia men che buona, se lla femmina il cui amor si domanda è ricca, perciò che magiore onore torna alla femmina ch’è ricca, d’amare il povero, che ’l molto ricco. Niun più magior carico dé essere a catuno buono huomo, che se ’l savio stea in povertà od abia altra necessità. Dunque, a ragione magiore onore torna alla femmina ricca d’amare prima il povero che ’l ricco, al quale possa sovenire della sua ricchezza, perciò che null’è che paia tornar tanto d’onore a l’uno amante e a l’altro, che di comportare come puote la necessità l’uno dell’altro. Ma se lla femmina è povera, è meglio d’amare il ricco, perché se l’uno e l’altro fosse povero, poco per certo durerebbe il loro amore, perciò che lla povertà fa vergogna a tutti i savi uomini e tie[n]gli in diverse pene di pensiero e sanza patto to’ loro il senno, e per ciò si caccia l’amore.

 

4.   IV. Ecco ch’erano dui in tutto e per tutti iguali, i quali insieme igualmente al postutto cominciaro a servire, e quali anche catuno a un’otta adomandano essere amati: chi di costoro, dunque, è più degno d’essere amato, adomando. Anche quella contessa medesima ci n’amaestra che in cotal caso, chi prima domandò sia misso. Ma se pare ch’adomandassero a un’ora, a ragione si comette ne l’arbitrio della femmina d’amare colui al quale le trae più il cuore.

 

5.   V. Anche fu domandate quella medesima contessa di cotal quistione: un cavaliere amava sor misura una sì sa[via] donna e aveane tutto ciò che volea di lei, ma ella nonn amava così lui. Lo cavaliere se ne vuol partire, e la donna lo vuole ritenere pur in quello amore. In questo fatto, così rispuose la contessa: "Asai è ria la ’ntentione di quella donna che vuole essere amata e non vuole amare. Perciò che quelli è matto che quello domanda altrui con reverentia, rifiuta al postutto di darlo altrui".

 

6.   VI. Anche apare un cotal dubbio: un giovane che non avea in sé niun senno, e uno cavaliere da quattordici anni in su con molto senno, sì domandano l’amore d’una donna. Dice il giovane che dee essere prima amato, perché se lla donna l’ama, sì nne potrà divenire savio, e grandissimo onore serà alla donna, se per lo su’ senno è divenuto savio. E questo la reina Alinoria così risponde: "Avegna che ’l non savio giovane, se fosse amato per la savia donna, potesse divenire savio, ma men che bene fa la donna, se prende ad amare il non savio prima, spetialmente quando un savio e ben costumato adomanda il suo amore. Perciò che potrebbe essere che il non savio, avegna che lli fosse insegnato, non diventerebbe savio forse per lo suo duro cuore, perciò che quello ch’altri semina tuttavia non rende frutto".

 

7.   VII. Questa altra quistione fu commessa in quella reina medesima: un uomo si congiunse a l’amore d’una sua cugina con non sua saputa. Poscia, daché ’l sa, si vuole partire da llei. La femmina, perch’è legata del suo amore, non lascia, dicendo che quello nonn è peccato quasi, perché nella prima si congiunsero sanza lor colpa. Al qual fatto la reina così rispuose: "Assai quella femmina par dire contra ragione e buona usanza, che sotto qualunque spezie d’erro vuole ritenere cotale amore. Perciò che sempre sian tenuti d’avere inn odio cotale amore che ssi danna, al quale la leggie impone gravissime pene".

 

8.   VIII. Anche: una donna, overo una pulcella, si avea dato il suo amore a uno il quale n’era assai ben degno, e da poi ch’ella fu maritata assai onorevilemente, sì llo rifiuta d’amare e no gli dà sollazzi che suole. La cui ’niquità riprende madonna Mingarda di Narbona in questo modo: che la femina, avegna che poscia si mariti, a ragione non dé lasciare il suo amante, s’ella non si pone in cuore di non amare giamai più né lui né altra persona.

 

9.   IX. Perciò ch’uno domandò da quella medesima donna che ’l dovesse far certo ove fosse maggiore amore, o tra gli amanti o tra marito e moglie, così rispose, considerando il detto del filosofo. E disse che ll’amore tra marito e moglie e ’l vero amore ch’è tra gli amanti, sono al postutto diversi e per diversi movimenti ànno lor cominciamento, e per ciò lo detto del filosofo to’ via questa domandagione, quale amore sia magiore o minore, e pone se siano diversi amori. Cessa, dunque, di dire magiore o minore, quando la parola àe dui intendimenti, e quelli intendimenti son contrari a quella parola comunale. Altresì come non si dé dire che ’l nome che se deriva da l’altro che non si deriva, o che ’l nome che si deriva che ssi deriva.

 

10.   X. Anche, que’ medesimo domandò da quella medesima donna in questo modo: una donna si ebbe un suo marito dal qual si partio, ora si pe[na] di trarlo a·suo amore: che nne dé essere? Al quale la detta donna ri[s]pose che s’a[l]cuno in qualunque modo sian partiti, infra cotali è sozzo e vergognoso amore.

 

11.   XI. Uno ch’è buono e savio adomanda l’amor d’una donna, poscia viene un altro più savio di lui e adomanda altressì l’amore di questa donna. Quale, dunque, è anzi da amare? Questa quistione così difinì madonna Mingarda di Nerbona: e disse ch’iera in arbitrio della donna lo cui priego debbia anzi udire, o del buono o del migliore, o darsi il suo amore.

 

12.   XII. Anche si è una cotale quistione: uno iera congiunto nell’amore d’una donna assai convenevole, ora adomanda l’amore d’un’altra, quasi come non avesse anche amore d’altra donna. Il quale interamente come domandava ebbe da costei, e daché l’ebbe avuto, si vuole tornare a la primaia e lasciare costei: che vendetta, dunque, ne dé essere? In questo fatto la contessa di Fiandra diede cotal sententia: che questi, che tanta frode à comessa, è degno d’essere privato dell’amore d’ambendue, e giammai non dee essere amato da niuna savia donna. Con ciò sia cosa che lla sua volontà non abia fermezza, la quale si è nimica per certo dell’amore, sì come mostra la dottrina d’Andrea cappellano apertamente. Et che questa donna no ’l si dé tenere a vergogna niuna, perché ciascheduna che vuole avere onore in questo [mondo], si è tenuta d’amare, e perché nonn è lieve cosa a niuno di sapere la ’ntentione e la fede e quello che l’uomo à in cuore, et ché molti savi già sono ingannati per le dolci parole ch’altri dice e per le doppie. Anche questa primaia amatrice non si può a ragione lamentare di questa altra donna, e s’egli non vuole tornare al suo amore, e se vuole stare pur nell’amore di questa altra donna, perch’ella si difende la sua ragione, e vole ch’altri sia prima ingannata di lei.

 

13.   XIII. Anche fu domandata d’una cotal quistione: uno cavaliere era, il quale nonn avea bontà niuna ch’uomo dovesse avere, e per ciò non era degno che alcuna savia donna l’amasse; sì fu importuno in domandare l’amore d’una donna, ch’ella li diede intendimento del suo amore. La qual donna col suo amonire e colla sua dottrina sì l’afermò in buoni costumi, dandoli anche lo basciare e l’abracciare, ché divenne troppo ben savio e ch’iera degno d’avere ogne onore. E daché fu confermato in ogne buon costume ed ebbe meno tutti i rei, un’altra donna sì fece sì ch’ella gli diede il suo amore e ch’egli ubidì lei in tutte sue volontadi e che si dimenticò dell’onore ch’avea ricevuto dalla primaia donna. La qual contessa di Fiandra, in questo fatto, così rispuose: che da tutti iera da lodare se lla prima donna può rivocare da l’amore d’ogni altra femmina lo suo amante, al quale avea tolto ogne reo vitio e confermato d’ogne buon costume e d’ogne senno. Anche più, che pare ch’ella v’abbia in lui ragione e omaggio, con ciò sia cosa che quando fosse fuor d’ogne buon costume, per suo senno e per sua fatica lo fece savio e ben costumato.

 

14.   XIV. Anche: stando un uomo lungo tempo ad oste nelle parte d’oltre mare, una sua donna, perché non sperava che lla sua tornata fosse di presente e che quasi ogn’uomo credea il somigliante, sì volea amare un altr’uomo. Intendendo questo, un compagno di costui ch’era oltre mare e che sapea tutte le sue credenze, si venne a questa donna e contradissela che no·ll’amasse perché no gli dovea rompere la fede. E quella, perché non volea consentire al suo detto, sì ssi difendea in questo modo: "Già vegio che lla femmina puote amare daché sono passati i due anni dopo la morte del suo amante, dunque, io che sono stata cotanto sanza lui e che nonn ò avuta letera né messo, con possendolo e’ fare, magiormente posso amare. E tu di’ che ’l no ’l posso fare? Certo sì posso". Dopo la molta contentione che fu tra costoro di questo fatto, sì la comisero nella contessa di Campagna, ch’ella ne dovesse dire e sententiare quello che nne dovesse essere. La qual sententiò, e disse che questa donna non facea ragione di volere lasciare il suo amante perché fosse stato lungo temporale, se prima non fosse certa che no·ll’amasse o ch’egli l’avesse rotta la fede, spetialmente quando sta [lontano] perché non può fare altro, o per aquistare pregio. Perciò che niuna maggiore allegrezza dé avere la femmina nel suo animo, se non d’udire lodare il suo amante quando è in lontana parte, o che onorevolmente sappia che stea con buona e gran compagnia, là ove sia così gran gente. Anche perché si dica ch’egli non abia mandata lettera né messo, per ciò nonn è da riprendere, anzi ne dee essere tenuto più savio, perché a niuno è licito di manifestare il suo amore. Pognamo ch’avesse mandata lettera e ’l messo non avesse saputo ch’ella dicea, e forse per la retà del messo o perché fosse per aventura morto per via, sì potrebe essere palesato l’amore legieremente.

 

15.   XV. Anche una cotal quistione: uno avea una su’ amanza, il quale per sua franchezza combatendo perdé l’occhio, overo un altro membro in quella battaglia. Quella sua donna sì ’l vuole privare dal suo amore e no gli vuole dare i sollazzi come solea, quasi come ne fosse indegno per ciò, o perché l’abbia in dispetto. In questo fatto una donna di Nerbona rispose a questa donna riprendendola in questo modo: che lla femmina non dovea giammai avere onore, la quale volesse privare il suo amante del suo amore per ventura di battaglia fosse magagnato in alcun modo, la qual cosa adiviene solo a coloro che sono prodi e arditi in battaglia, con ciò sia cosa che solo l’ardire sia quello che lle femmine spetialmente faccia amare e mantenere in amore. Dunque, questo amante non dé essere privato del suo amore a ragione perch’abia meno alcuno membro in battaglia, a la qual cosa non si può contrastare, perché ’l porta l’aventura del combattere.

 

16.   XVI. Anche un’altra cotal quistione: un cavaliere, esendo inamorato d’una donna, a cagione perché non sapea ben dire sue parole, si trovò un uomo, per volontade della donna e della sua, il quale dovesse portare e dire le parole dell’uno a l’altro, e per poter meglio e sanza carico manifestare le lor credenze, e che il loro amore più lungiamente stesse celato. Il quale secretario sensale, daché fu così fermo per ambendue, sì procacciò per sé d’aver la donna, e non per lo cavaliere, in tale modo che lla donna asentì il suo volere ed ebe di lei tutto ciò che volle. Ma lo cavaliere, daché seppe come quelli l’avea ingannato, si n’andò a la contessa di Campagna dicendole tutto il fallo che gli era incontrato dalla sua donna per lo secretario, e abominandolo molto. E anche domandò da llei ke per sua sententia e dell’altre donne fosse giudicato quello che nne dovesse essere. Onde, la detta contessa chiamò LX donne e con loro consentimento sententiò, in questo fatto, che questo amante ingannatore, il quale per su’ arte e a malitia à avuta questa donna, la qual non si vergognò d’asentire a sì ria cosa, che lla debia tenere per inanzi, se gli piace, ed ella altresì lui. E che l’uno e l’altro in perpetuo non sia ardito di domandare amore d’alcuna altra persona, e che giamai non siano arditi d’aparire né egli tra compagnia di cavalieri, né quella tra donne. Perciò ch’egli fece contra la fede dell’ordine de’ cavalieri ed ella contra l’ordine delle donne, quando asentì così villanamente a l’amore del secretario.

 

17.   XVII. Anche: un cavaliere, essendo preso fortemente dell’amore d’una donna, la quale avea già dato in tutto il suo amore a un altro, si procacciò sì ch’elli ebbe intendimento di questa donna d’avere il suo amore in questo modo: che se per alcun tempo avenisse ch’ella si partisse dal suo amante, che allora a quello cavaliere sanza dubbio in tutto li darebbe il suo amore. Passato molto poco tempo, la detta donna si maritò al su’ amante ch’è detto, ma ’l cavaliere, il quale avea ricevuto la ’mpromessa dalla donna, sì adomanda lei che lli dea il suo amore. Ma lla donna li contradice al postutto, dicendo che non s’è partita da l’amore per ciò del suo amante. In questo fatto, così risponde la reina: "Non siamo arditi di contrastare alla sententia della contessa di Campagna, la quale sent[entiò] fermamente che amore non può essere tra marito e moglie. Imperciò sì sententiamo che lla detta femina dea l’amore che promise".

 

18.   XVIII. Un cavaliere molto villanamente le secrete cose dell’amore sì manifestò, il fallo del quale tutti gli amanti non finano di domandare che nne sia vendetta fatta, acciò che ’l rio asempro e malvagio, per innanzi non abia luogo negli altri, se non n’è fatta vendetta. Onde, raunata la corte delle donne in Gunascania, per asentimento di tutta la corte fue così ordinato e ferm[at]o per leggie, che da quinci innanzi questi non abia speranza alcuna d’amore, e che non sia ardito d’aparire in corte di donne né di cavalieri, anzi sia tenuto in dispetto da tutti. Ma se alcuna donna fosse ardita di rompere la legie di queste donne in questo modo, dando a quello cotal cavaliere il suo amore, debbia portare simigliante pena; e catuna savia donna da inde inanzi la tenga per nemica.

 

19.   XIX. Anche una cota’ quistione: un cavaliere adomandando l’amore d’una donna, e quella dicendo che non volea amare, questo cavaliere le mandò alequante gioie assai convenevole, e ella le ricevette allegramente e volentieri; ma per ciò poscia no ’l volle amare, anzi lo rifiuta d’amare al postutto. Lo cavaliere si lamenta di lei in questo modo: dicendo che ricevette le sue gioie, pare che lli desse intendimento del suo amore; lo quale sanza cagione li vuole torre. A queste cose così rispuose la reina: "O la donna rifiuti le gioie ch’ebbe per ispeme d’amore, overo lo guiderdoni del suo amore, overo stea contenta d’essere della compagnia delle puttane".

 

20.   XX. Anche fu domandata la reina qual debbia anzi amare la donna: o lo giovane o quello ch’è amezzato. La quale reina molto sottilmente rispuose, e disse che ll’amore di colui anz[i] è da volere, il qual è savio e sca[l]trito ed à buoni costumi, e non si dé guardare chi ssia giovane o amezzato. Ma chi guarda alla natura bene, li giovani più volentieri usano con quelle che sono adiate, che con coloro che siano del suo tempo; e quelli che sono amezati, più volentieri usano colle giovani, che colle lor pare e di lor tempo. E la donna, overo giovane overo adiata che sia, più volentieri usano con li giovani che con color che siano di tempo. Ma perché adiviene, è cosa ch’apertiene più a fisica che a me.

 

21.   XXI. Anche fu domandata dalla contessa di Campagna qua’ cose possa torre l’uno amante da l’altro. A la qual domandagione, così rispuose la contessa: che l’amante puote dall’altro ricevere ornamento da capo, trecci o ghirlanda d’oro o d’argento, fibiagli da petto, specchio, cintola, borsa; cordella da llato, pettine, bossolo, guanti, anello, spetie, cose da liscio, cose da riporre l’altre cose, insegna per cagione di ricordarsine, e in somma si tti dico che ogne cosa picciola si può dare e torre ch’apertenga a liscio di corpo o che sia bella a vedere, overo cosa che si dà per ricordanza l’uno amante dall’altro; e quest’è vero, se quello che ssi dà non si riceve per avaritia. Ma di questo voglio ogne amante amaestrare: che se alcuno amante riceve da l’altro anello per cagione d’amore; quello anello dé portare nella mano manca e nel dito mignolo, e la gemma dell’anello dal lato della palma della mano: per ciò adiviene, perché lla mano manca si guarda da tocare, più che lla diritta, ogne brutta cosa; e nel dito mignolo è la vita e la morte de l’uomo e della femmina più che negli altri, et anche perché ciascheduno amante si è tenuto lo suo amor celato. Anche, se l’uno amante manda lettera a l’altro perché si racordi di lui, non dé scrivere nella lettera il suo nome né del suo amante. Anche, se per alcuna cosa vanno alle donne gli amanti, che sia data sententia tra loro, non debono dire loro i nomi loro, ma dire: "Cotale quistione iera tra dui amanti". Anche non debono suggiellare la lettera che manda l’uno a l’altro di lor sugiello, se non forse quando ànno lor sugelli privati, i quali non sa altra persona se no eglino e lor secretari. E così, in questo modo si terà sempre celato i·loro amore.

 

 

32

Le regole d’amore

 

[Delle regole d’amore.]

1.   Diciamo oramai delle regole d’amore. Gualtieri, ti mostrerò in poche parole, sì come si dice ch’è vero della bocca medesima de·re d’Amore, e che lle mandò scritte a tutti gli amanti.

 

2.   Con ciò sia cosa ch’uno cavaliere cavalcasse, solo, per la selva reale a cagione di vedere lo re Arturo, e quando fu al mezzo della selva, sì ss’incontrò in una giovane di maravigliosa bellezza, e ch’iera in sun uno adorno cavallo, e con troppa bella legatura di capelli, la qual salutò lui ed egli rende’ molto tosto suo saluto a llei. E la giovane molto cortesemente parlò a llui, e disse: "Quello per che ttu se’ mosso non ne potrai venire a capo, se non per nostra bontade". Quando questo udie lo Brettone, sì lla cominciò molto a pregare ch’ella li dicesse per qual cagione fiera mosso, e così crederete poscia quello ch’ella direbbe. "Quando tu domandavi l’amore d’una donna di Brettagna, ella ti disse che giamai non potresti avere lo suo amore, se ttu prima no·lle recassi lo sparviere, il quale si dice ch’è nella corte deve Artù in sun una stanga d’oro, e conquistassilo per battaglia". Le quale tutte cose, confessò ch’erano vere lo Brettone. "Dunque - disse la giovane - lo sparviere che vai caendo non potresti avere, se prima non vinci per battaglia nella corte del re Artù che tu ami più bella donna che niuno di loro il quale sia nella corte. E nel palagio non potresti intrare, se ttu non mostrassi alle guardie del palagio lo guanto dello sparviere. Ma ad avere lo guanto nonn è lieve cosa ad avere, se ttu prima in battaglia non vinci due cavalieri molto forti".

 

3.   "Vego bene che di questa impresa non posso venire a capo, se voi no·mmi date il vostro atoro, e per ciò mi voglio soppore a voi, priegandovi umilem[en]te quanto posso che voi mi diate in questo fatto il vostro atoro, e che di vostro asentimento mi conciediate che per amore di vostra segnoria possa dire secretam[en]te che sia amato da più bella donna".

 

4.   "Se di tanto ardire fosse il tuo cuore, che quello ch’aven detto non tema di cercare, quello che domandi potresti avere da nnoi".

 

5.   "Se mi concedete quello ch’io vi domando, tutto ciò che disidero verrà a buon fine".

 

6.   "Tutto ciò ch’adomandi, sì tti largisco per fermo". E così anche gli porse bascio d’amore, e lo cavallo sovra il quale ella fiera, sì llo diede a llui, e disse: "Questo cavallo sì tti menerà là ove tu disideri d’andare. Ma te conviene andare sanza niuna paura e contrastare arditamente a coloro che combatteranno teco. Ma questo sie a tte bene a mente, che quando avrai avuta la vittoria de’ due che difendono il guanto, [...] ma ttu medesimo lo torrai dalla colonna dell’oro ove pende, perch’altremente non potresti vincere la battaglia che farai nel palagio, né compiere quello che disideri".

 

7.   Ma quand’ella ebbe compiuto di dire, lo Brettone sì ssi mise le sue armi, e dach’ebbe preso commiato, sì cominciò a cavalcare per la selva. E andando elli per molti salvatichi e aspri luoghi, sì trovò il fiume il qual iera di maravigliosa altezza ed ampiezza, e per la grande altezza delle ripe, niuno potea scendere al fiume. Ma molto andò elli lungo le ripe del fiume, sì trovò uno ponte il quale era così fatto, che ’l ponte era d’oro e le càpita tenea fitte in ambendue le ripe; e ’l mezzo del ponte stava nell’acqua, e spesse volte menandosi parea che fosse afondato per l’onda che dava il fiume. Ma da quello capo onde il Brettone dovea passare, si stava un cavaliere armato in sun uno cavallo ch’iera molto fiero a vedere, lo quale il Brettone salutò assai cortesemente. Ma egli dispregiò di rendere il saluto, ma sì disse: "O Brettone armato, che vai tu qui caendo di così lontana parte?".

 

8.   "Io sì vo caendo di passare il fiume per lo ponte".

 

9.   "Anzi cerchi la morte, la quale niuno forestiero à potuto schifare. Ma se tu tti vuoli tornare a dietro e lasciare tutte l’armi, sì perdonerò per misericordia a la tua gioventude, la quale t’à condotto così disavedutamente in istrani paesi e ne l’altrui regione".

 

10.   "S’io lasciasse l’arme, non ti tornerebbe ad onore la tua vittoria, e se ll’armato caccia il disarmato; ma se a me armato potrai contrastare al passo del ponte, allora la tua vettoria sarà con onore. Perciò che se ttu non mi dai lo passo di queto, io i1 mi farò dare per forza della spada".

 

11.  Quando il guardiano del ponte udì questo, si cominciò a battere i denti e ad avere troppo grande ira, e disse: "Male te solo ci mandò Brettagna, perciò che così solo t’ucciderò a ghiado, né giamai alla tua donna dirai novelle di questo paese. Guai a tte, misero Brettone, che non temesti d’andare a·luogo della tua morte, per movimento e per conforto di femmina!". E spronando il cavallo contra il Brettone, sì gli venne sopra colla lancia e fedillo crudelmente sovra lo scudo, lo quale non sostenne il colpo, che llo ferro non passasse per lo lato fra lla carne, spezzando in doppio l’asbergo, sì che ’l sangue cominciò a uscire fortemente della piaga. Ma quando lo Brettone sentì il duolo, si drizzò verso lo cavaliere del ponte la punta della lancia e combattendo fortemente sì ’l passò da l’altro lato e abattello in terra del cavallo villanamente. Al quale vogliendo tagliare il capo, si chiese mercé umilemente, e quegli li perdonò. Ma da l’altra parte del fiume si stava un uomo grandissimo, il quale, quando vide che ’l cavaliere era vinto dal Brettone e ch’egli era già salito nel ponte per passare, con tanta fortezza cominciò a menare lo ponte dell’oro, che spesse volte il ponte sotto l’acqua non si potea vedere. Ma ’l Brettone, confidandosi molto della bontà del cavallo, non lascia per ciò che non i passasse oltre francamente. Il quale, dopo il molto attuffamento nell’acqua, solo per forza del cavallo si venne a l’altro capo del ponte, e prese colui che menava il ponte e gittollo nell’acqua ove affogò, e la fedita che avea si lenzò e fascia al meglio che poté.

 

12.   Dopo questi fatti, cominciò ad andare per molto be’ prati, e dopo le diece miglia, si trovò un dilettoso prato ove era odore di tutti fiori. E in questo prato iera un palagio a maraviglia ben fatto, e avea in sé ogne bellezza, ma da niuna parte del palagio poté vedere la porta o alcuna persona dentro. Ancora in questi prati medesimi si trovò mense d’argento, e ivi suso d’ogni ’mbandigione di mangiare e di bere, e coperta di bianchissime tovaglie. Ancora in questo prato medesimo iera conca d’argento purissima, nella quale iera anona e acqua assai da cavallo. E lasciato ire lo cavallo a pasciere, andò intorno al palagio, ma quando vide che per niuno ingegno potea vedere l’entrata del palagio e che non v’avea persona, vegnendoli la voglia del mangiare, andò a la mensa e ’l cibo che vi trovò, con gran voglia comincio a mangiare. E incontanente, poco avendo preso del cibo, la porta del palagio fue aperta, la quale nella sua apertura fece tal suono che ivi apresso parea che fosse tuono, e incontanente uscì per quella porta un uomo di grandezza di gigante, ch’ave[a] in mano una mazza di metallo di molto gran peso, la qual mazza menava come fosse una pagliuga. Il quale disse al cavaliere che mangiava: "Chi se’ ttu, uomo di tanto ardire, che non temesti di venire a questi luoghi reali, e che sì arditamente nella mensa del re, e sanza vergogna, la vivanda de’ cavalieri prendi?".

 

13.   "La mensa reale dé essere disposta a tutti igualmente, né bere né mangiare dé essere disdetto; e anche io posso ben prendere di cavalieri, perciò ch’io sono cavaliere e nonn ò altra arte, e solo quello che cavalleria domanda vo’ io caendo per questi prati. Per doppia ragione, dunque, villania fa’ di vietarmi la mensa reale".

 

14.   "Avegna che questa sia mensa di re, per ciò non è licito a niuno di mangiare a questa tavola, se non quelli che sono a la guardia di questo palagio, i quali anche nonn lasciano passare veruno, se prima non combatte col guardiano del palagio e vincalo, e s’alcuno perdesse la battaglia, non può campare che non sia morto. Dunque, lievati dalla tavola e brìgati di tornare a casa, o combattendo di passare oltre e di dire la cagione per che se’ venuto sanza mentire".

 

15.   "Io cerco per avere lo guanto dello sparviere e per ciò son venuto, e daché l’avrò avuto, sì voglio andare oltre e conquistare lo sparviere per battaglia nella corte del re Artù. Dov’è, dunque, il guardiano del palagio che per battaglia mi dé contradiare lo passaggio ad andare oltre?".

 

16.   "O matto Brettone, quanta pazzia ti mena! Perciò che, se fossi morto, prima potresti rivivere diece volte che avere quello che vai caendo. Ed io per certo sono quello guardiano del palagio che tti farò venire fallato il tuo pensiero e della tua gioventude portare vedovatico Brettagna. Perciò ch’io sono di tanta fortezza che a pena dugento cavalieri migliori di Brettagna mi potrebbono contrastare".

 

17.   "Avegna che ttu dichi che sie così forte, neente meno disidero di combattere teco, acciò che possi conosciere che cavalieri mena Brettagna, avegna che non sia dicevole di combattere cavaliere con pedone".

 

18.   "Veggo che lla tua disaventura t’à menato a la morte in questo luogo, ove già più che mille la mia mano diritta n’à morti. Et avegna ch’io non sia di schiatta di cavaliere, neente meno disidero di combattere teco a cavallo, perché se perdi per forza di pedone, a ragione sarai vinto per qualc’ardire di cavaliere".

 

19.   "Guardimi Dio che giamai combatta con pedone a cavallo, perché a pedone si dice di combattere con pedone".

 

20.   E prendendo l’arme, arditamente venne con la spada in mano a fedire lo guardiano sovra lo scudo. Ma poco male vi fece, ma che lo guardiano del palagio fue adirato, abiendo a schifo la picciola persona del Brettone, fedìo sopra lo scudo del Brettone colla mazza del metallo sì crudelmente, che a pena se ne tenne pezzo insieme per lo gran colpo, e ’l Brettone uscì quasi di sé per la paura. Ma lo guardiano, pensando uccidere a l’altro colpo lo Brettone, sì levò ad alto la mazza, ma anzi che llo potesse compiere, molto tosto e con iscalterito ingegno il Brettone fedìo colla spada lo guardiano in sul braccio, e mandò in terra la mano con tutta la mazza. E vogliendo uccidere sanza fallo, il guardiano sì gli chiamò mercede e disse: "Se’ ttu pur solo villano cavaliere ne la dolce Brettagna, che mi vuoli uccidere daché son vinto? Se ttu mi vuoli perdonare, io t’insegnerò avere quello che disideri per picciola fatica, e sanza me al postutto non ne veresti a capo".

 

21.   "Io ti perdono la vita, se ttu ma[n]tieni e puoi quello che mi prometti".

 

22.   "Se ttu mi vuoli aspettare un poco, io ti darò lo guanto dello sparviere".

 

23.   "A, ladro inganna[to]re della gente, or conosco per certo che ttu mi vuoli ingannare! Ma se vuoli ch’io ti perdoni la vita, mostrami solo ov’è lo luogo ov’è riposto il guanto".

 

24.    Allora lo guardiano sì ’l menò ne’ secreti luoghi del palagio, ov’iera una molto bellissima colonna d’oro, la quale sostenea tutto lo ’dificio del palazzo, dentro nella quale pendea altressì lo guanto che domandava. Lo quale daché ll’ebbe spiccato arditamente e messo nella mano manca, per ogne parte del palagio, non vegiendovi persona, gran grida e pianto cominciò a sonare in questo modo: "Guai, guai, che oltre nostro grado il vincitore [nimiko se ne va] [c]olla preda!".

 

25.    E quando fu fuor del palagio, montò in su lo cavallo suo e cominciò ad andare, e capitò a·luogo della dilettanza, ov’erano molti altri belli prati, ne’ quali era un palazzo d’oro troppo ben composto, il qual era per lungo secento cubiti e ampio ducento, e lo tetto e tutto lo lato di fuori era d’argento, ma tutto quello dentro fiera d’oro e di pietre pretiose lavorato, + nel quale ancòra recetri e diversi +. Ma nel più bello luogo del palagio sedea lo re Artù finn uno sedio d’oro, e lungo lui, d’ambendue le parti, sedeano le più belle donne, il numero delle quali non potti sapere; ancora, stavano dinanzi da llui cavalieri assai e molto belli a vedere. Ma nell’entrata del palagio si era la stanga dell’oro molto bella e ben fatta, e ivi suso lo sparviere che volea, e ivi giaceano due bracchi dello sparviere. Ma anzi che potesse venire al detto palagio, sì v’avea un petturale di muro molto ben fornito dinanzi al palagio per sua guardia, e sì v’erano dodici cavalieri alla guardia molto fortissimi, li quali non lasciavano passare persona oltre, se non mostrasse lo guanto dello sparviere, o se non vi passasse per forza d’arme. I quali, quando lo Brettone gli vide, sì mostrò loro il guanto, i quali dicono, daché gli ebono data la via: "Questa via nonn è buona per te, anzi è molto ria". Ma ’l Brettone, quando fu giunto al palazzo, sì salutò lo re Artù, il quale fu domandato per li cavalieri de-re perch’egli fosse venuto, ed elli rispose: "Per cagione di portarne lo sparviere". Al quale, uno de’ cavalieri della corte disse: "Per neuno modo non ne puoi portare lo sparviere".

 

26.   "Perciò ch’io sono amato per più bella donna che niuno cavaliere che sia in questa corte".

 

27.   "Prima, dunque, ti conviene difendere per battaglia quello che di’, anzi che ne possi portar lo sparviere".

 

28.   "Volentieri!". E daké ’l Brettone s’ebbe aconcio lo scudo a collo, ambendue armati dentr’al palagio si diedero campo; e dando delli sproni a’ cavalli e iscontrarsi molto duram[en]te, sì che lli scudi e le lancie si spezzaro adosso, e poi misero mano alle spade, e combattere sì che smagliaro molto li usberghi. Ma dopo la molta durata della battaglia, lo cavaliere, sentendosi fedito dal Brettone per suo grande ingegno di due colpi l’uno dopo l’altro nel capo, cominciò sì a perdere lo vedere, ch’egli non sapea ove si fosse. Della qual cosa avegiendosene il Brettone, sì gli fece uno asalto contra di lui molto tosto e arditamente, e abattello a terra del cavallo, arenduto. Et poi tolse lo sparviere co’ cani insieme, e guardando, egli sì vide una carta scritta apiccata con una catenella d’oro a quella stanga medesima, della quale domandò che carta fosse, sì gli fu così risposto: "Anche questa carta te ne conviene portare e mostrare agli amanti, nella quale sono scritte le regole d’amore, le quale anche lo re d’amore medesimo dà fatta copia a tutti gli amanti, se ttu vuogli portare lo sparviere in pace". Anche, dach’ebe tolta questa carta e presa licentia cortesemente del partire, sì fu tornato in molto poco tempo sanza contrasto d’alcuno alla donna della sella, la quale si trovò in quello luogo medesimo della selva dove l’avea trovata quand’egli andò. Et della si fece molto grande allegrezza di lui e della sua vettoria, e acomiatò da sé il Brettone, e disse: "A Dio t’acomando, perciò che lla dolce Brettagna t’adomandi. Ma di questo priego: che non ti paia grieve lo partire, perciò che qualunque ora ti piacesse di tornare a questo luogo, sempre mi troverai presente".

 

29.   Vegiamo dunque le regole che sono scritte nella carta, che lle regole sono queste:

 

I. Nonn è giusta scuda d’amare per cagione di matrimonio.

II. Chi nonn è geloso, non può amare.

III. Niuno si può legare all’amore di due.

IV. Certo si è che l’amore sempre o menoma o crescie.

V. No gli par buono quello che ll’uno amante prende da l’altro oltre sua volontà.

VI. Lo maschio non può amare se non da diciotto anni in su.

VII. Usanza d’amare si è sempre di non albergare nelle cose d’avaritia.

VIII. Non si conviene amare coloro colle quali li fosse vergogna di fare matrimonio.

IX. Lo diritto amante non disidera sollazzi d’altro amante con buon cuore, se non del suo amante.

X. Due anni l’uno amante, se l’altro si muore, ne dé portare vedovatico.

XI. Niuno dé perdere lo suo amore sanza sua colpa.

XII. Niuno può amare se non quello ov’è il suo cuore.

XIII. L’amore, dach’è palesato, rade volte suole durare.

XIV. Se l’uno amante si dà a l’altro agevolemente, si l’à più a vile, e se con fatica, sì liene vuole meglio.

XV. Usanza è ch’ogna amante, quando l’altro il guarda, d’impalidire.

XVI. Quando l’uno amante vede l’altro, di sicuro sì gli batte il cuore.

XVII. Lo nuovo amore caccia il vecchio.

XVIII. Solo lo senno è quello che fa degno catuno d’essere amato.

XIX. Se ll’amore menoma, tosto viene meno e rado si raccatta.

XX. L’amante sempre teme.

XXI. Della vera gelosia sempre crescie l’effetto dell’amore.

XXII. Se l’amante à sospeccione dell’altro, sempre n’è più geloso e portali maggiore amore.

XXIII. Chi à pensiero del suo amore meno dorme e mangia meno, per le qua’ cose l’usare dell’amare viene a fine quando giace col suo amante.

XXIV. Lo veragie amante non crede che sia cosa niuna sì beata, se non di poter pensare quello che piaccia al suo amante.

XXV. L’amante lievemente non può distorre a l’altro nulla.

XXVI. L’amante non si può satiare de sollazzi dell’altro.

XXVII. Picciola presuntione sì stringe l’amante d’avere dell’altro rea sospeccione.

XXVIII. Non suole amare ch[i] è molto luxurioso.

XXIX. Il diritto amante sempre sanza riposo l’imagina il suo amante.

XXX. Nonn è vietata d’amare dui uomini una femina, e due femmine un uomo.

 

30.   Queste regole lo detto Brettone recò seco, e da parte del re dell’Amore a quella donna, per cui amore avea sofferte tante pene, apresentò con quello sparviere. La quale, da poi che conobbe la fe’ di quel cavaliere e ’l suo senno e la sua valentia, le sue pene meritò del suo amore. Et ragunata gran corte di cavalieri e di donne, le dette regole d’amore sì palesò loro e comandò a tutti li amanti che ll’aservassero secondo lo comandamento del re e sotto quelle pene che dette sono. Lo quale tutta la gente della corte sì lle tolse e promise d’osservarle sotto quella pena in perpetuo. E tutti que’ che fuoro a quella corte, le dette regole ne portarono scritte e sì lle palesarono a tutti gli amanti per ogne parte del mondo.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2006