Andrea Cappellano

 

De Amore.

versione romana

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

Edizione di riferimento

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

19.

L’amore dei chierici

 

[Dell’amore de’ cherici.]

Perciò, dunque, ch’avemo trattato di sopra di tre generazione d’uomini, cioè di plebei, di gentili, di gentilissimi, e tra ’l principio di quel trattato del grado de’ gentilissimi, cioè de’ cherici, abiamo fatta menzione, brievemente trattiamo del loro amore e veghiamo onde viene la nobiltà del quarto grado agli uomini. Lo cherico, dunque, è apellato gentilissimo per lo privileggio del sagro ordine, la qual gentilezza si truova che venne da Dio e per sua volontà fue data loro, provando ciò e’ medesimo, el qual disse: "Chi tocca voi, sì tocca me" e "chi voi tocca, sì tocca la luce del mio occhio". Ma quante per questa gentilezza il cherico non può amare, perciò che, guardando questa gentilezza, lo cherico non si dee imbrigare nell’amore, ma dé lasciare tutto il diletto della carne e da ogne sozzura del corpo dé essere puro verso Idio, però ch’è suo cavaliere. Dunque, a cherico il sangue non dà gentilezza, né lle segnorie secolare no ’l gliel possono torre, ma solo da Dio ch’è data per sua gratia e confermata per suo volere, e solo per lo volere di Dio perde il suo privilegio, per lo suo peccato solamente. Onde per certo si conoscie quant’apartiene alla gentilezza ch’à per suo ordine, che ’l cherico non può amare. E per ciò assai parebe sconcia cosa, se, secondo la dignità del suo grado e la gentilezza de l’ordine, del suo amore trattassemo. Dunque, guardisi lo cherico dell’amore in ogne modo, acciò che non abia magagna niuna il suo corpo, altremente sappia che perderebbe a ragione la gentilezza ch’à da Dio e la sua. Ma perché a pena è alcuno sì buono che viva sanza peccato, e la vita de’ cherici naturalmente sia disposta alla tentazione del corpo per lo molto riposo e per la grande abbondanza de’ cibi ch’ànno sovr’ogn’altra persona, s’alcuno cherico vuole amare secondo l’ordine di suo sangue e di suo grado, sì come mostra la dottrina ch’è detta de’ gradi degli uomini, così usi sue parole e cominci ad amare.

 

 

20.

L’amore delle monache

 

[Dell’amore delle monache.]

Tu che vuoli imprendere, potresti domandare che diremo dell’amore delle monache. Diremo che ’loro amore è da fuggire come pestilenzia dell’anima, perché Dio di ciò n’à grandissima ira + e da ragione piuvica s’inarma fortemente ed en altri portar morte +, e anche la buona fama ch’altr’à della gente si muore per la ria che crescie. Anche sì comanda l’amore che nnoi non amiamo quella femmina, colla quale non possiamo fare matrimonio. Ma se alcuno amerà la monaca, sì dispregia sé medesimo e se anche e altrui, e la sua vita sì dé essere dispregiata da tutti per ragione, ed è da schifare come bestia che non à in sé ragione. Perciò che non è dubbio che questi abbia in sé fede, il quale, per diletti che passano inn uno momento, non teme di peccare onde potrebbe portar pena di morte, e che non si vergogna di fare scandalo a Dio ed agli uomini. Dunque, al postutto danniamo l’amore delle monache lor sollazzi. Ma questo non diciamo quasi che la monaca non possa amare, ma perché se ne seguita l’una morte e l’altra, e per ciò non vogliamo che ttu sapie le parole per le quali la potresti trarre ad amare. Perciò ch’un tempo, quand’io ebbi agio di parlare con una monaca, sì fece sì ch’ella s’aprende al mio volere, perciò che sapea bene la dottrina dell’amore, la quale insegna d’amare; ed io, quasi come cieco de la mente e che no·mmi ricordava di nulla ch’io dovesse fare, perciò che niuno amante [vede] quel che ssi conviene e che non si conviene, anche perché l’amore non vede bene, cioè perch’è cieco d’ogne lume, incontanente fu’ preso della sua gran bellezza e del suo dolce parlare. Anche pensando alla mattezza la qual mi menava, sì mi destai con gran fatica dal detto sonno della morte. Avegna che fosse tenuto molto savio nell’arte dell’amore e ch’i’ sapea dare medicina a l’amore, a pena mi seppi guardare de’ suoi lacciuoli e partire sanza macula della carne. Guardati dunque, Gualtieri, da parlare cole monache o di stare co·lloro in luogo ove non sia persona, perciò che s’ella vedrà luogo d’usar que’ giuochi, non si ne indugerà in domane di dare quello che desiderasse e d’aparechiare sollazzi di fuoco, e tu a pena mai ti potrai guardare di fare la maladetta opera della luxuria e commetteresti peccati maladetti. Però che quando la lor pianezza constrinse me di vacillare, ch’era scaltrito d’ogne ingegno e che sapea tutta la dottrina dell’amore, come tu che se’ giovane e non savio, ti potrai guardare da loro? Dunque, o amico, sempre ti guarda da cotale amore.

 

 

21.

L’amore comprato.

 

[Se per pecunia o per altro prezzo l’amore si possa aquistare.]

Or vegiamo se per pecunia o per altro prezzo l’amore si possa aquistare. Dunque il veragio amore nascie del puro amore del cuore e si concede per pura gratia e per pura libertà, perciò che ’l pretiosissimo dono dell’amore per niuno estimo di prezzo si potrebe estimare, non comprare per oro né per argento. Ma se abbi una femina e di tanta avaritia che per prezzo si dea ad amare, questa niuno la dé tenere che ll’ami, ma ingannatrice dell’amore, e dêsi tenere simigliante alle mondane. Anche più son queste da dispregiare, che quelle che stanno piuvicamente a cciò, perciò che quelle fanno l’arte loro e niuno ingannano, con ciò sia cosa che ciascheduno sappia il loro affare. Ma queste fanno languire gli uomini per loro amore, quando si mostrano caste donne e cortese in tutte cose, e sotto spetie di falso amore s’allegrano di spogliare coloro che ll’amano di tutte ricchezze. Dunque, quelli che sono ingannati di falsa speranza e di falsa mostra, e che tolto il loro avere à cotale ingegno e ingannare, sì sapevano di dar più che non possono, e sa loro più dolce quel che danno, che quel che rimane loro. E elle ànno i·lloro ogne modo di torre sapere, e tanto quanto elle vegono ch’abia da poter dare, si mostrano d’amarlo, e tuttavia atingono e rodono infino al vivo. Ma poscia che sanno che nonn à più nulla e che non possono più atignere, sì llo inodia ed àllo in dispetto più ch’altra cosa, e rifiutano come fosse una pecchia da non far frutto, e incontanente si mostrano quel ch’elle erano. Quelli che si sforza di cotale amore dee essere asimigliato a’ cani che sono sanza vergogna, e no gli dé fare altrui niuna prospera. Dunque, ogn’uomo dé sapere, quando l’amore domanda prezzo, che quello non si dee chiamare amore, ma sozzo scorpione e avaro fuoco di luxuria, la quale niuno la potrebe satiare, e che non si chiamerà pagato di niuno avere. Ciascheduno de’ maschi, dunque, con grande scaltrimento si dé guardare e sapere schifare le lor frode e i·loro inganno. Perciò che lla femmina ch’ama sempre innodia e guardasi d’adomandar prezzo, e penasi d’acresciere il suo avere, acciò che sempre ne possa acresciere sua fama in far cortesia, e niun altra cosa domanda da llui che lle dea, che soave sollazzi della carne, e che lla sua fama acresca sovra tutti gli altri. Perciò ch’ella ne crede acresciere il suo avere quand’ella sa che ’l suo amante dea altrui per suo amore e per aquistar pregio. Anche più s’ella sia in grandissima necessitade, se ll’ama di buon cuore, sì le pare molto dura cosa di torre al suo amante. Ma l’amante non dé patire ch’ella stea sanza la cosa che lle bisogna, se per niun modo egli ’l può fare, perciò che gran vergogna e all’amante, s’egli è ricco, se lascia aver necessitade d’alcuna cosa al suo amante. Né non torna vergogna niuna alla femmina s’ella riceve i1 servigio del suo amante e che ’l può fare quande n’è tempo che lli bisogna. Basti dunque alla femmina ch’è ricca, quel che si dà altrui per suo amore, secondo che dee, per lo suo amante. Dunque, se conosci che lla femmina sotto spetie d’amore adomandi prezzo, sìati a mente di no amarla e guardati da llei come da serpente velenoso che colla lingua lecca e colla coda invelena. Ma se ttu ài ’n te tanta luxuria che tti bisogni aver femmine per prezzo, meglio t’è ch’abi a fare colle mondane che vendono il loro corpo per prezzo, che dare tutto il tuo, secondo che si dà alle mondane, a coloro che sotto spetie di guadagno d’amore si chiamano donne, perché di cotal mercato, quelli meglio à comperato che meno vi spende. Perciò che men si compera la cosa ch’è posta a vedere, che se ’l comperatore priega ch’altri gliel venda. E va che ci dolemo che vedemo vendere il gentile nome delle donne per opera di mondana! Armi[n]si, dunque, le gentilissime donne e facciano vendetta di sì gran pecato, quando veggono le lor ragioni sorprendere a coloro che non son degne, acciò che così reissimo asempro non si spanda molto per lo mondo. Guarda, dunque, che non t’inganni la coperta vista che vedi della femina e lo principio della femmina che sse spergiura, le parole delle quali nella prima son più dolci che m[i]ele, perciò che lle parole di dietro saranno più amare che fiele. Per ciò, quando vedi la femina che racordi le buone opere d’alcuno perch’abia fatti molti servigi al suo amante, e che lodi molto li drapi e le gioie d’altra femmina, e dire ch’abbia [a] pegno le sue cose, e dire ch’abbia meno qualche gioia con parole aventaticcie, sì tti conviene molto guardare, perché questa disidera d’attignere pecunia e non amare. Avegna ch’altra cosa in questo caso non ti potesse far fede, ma lla dottrina dell’amore mostra l’amore e avarizia insieme non possono in uno albergo stare. Dunque, se ll’amore nascie solo da gratia, non sarà amore, ma fallace infignim[en]to e maledetto d’amore, se non si dà di grazia ad altrui. Avegna, dunque, che rado si truovi l’amor grazioso, perché l’avaro fuoco ne sozza molte, sì tti penerai d’amare tal femmina la cui fede, per grande necessità che ll’avegna né perché lla sospenda alcuna ria ventura, ver di te si cambi. Ma se tu amerai femmina che sia malvagia e ch’adomandi prezzo, ella giamai non t’amerà, anzi t’ingannerà in modo di vo[l]pe, perciò ch’ella ti pagherà di vento in modo d’amore per poter torre il tuo, mostrandoti via come tu le possi dare. E anche la cosa che ttu avrai più cara, sì tti parrà poco a dare, per lo gran carico del fallace amore. E in questo modo cadrai in povertà per ingegno di femmina e in dispetto ad ogne persona, perciò che niuna cosa ànno tanto in dispetto gl’uomini, quanto di guastare il loro avere per fatto di corpo e per luxuria. Dunque, per quel che tt’ò detto, puo’ conoscier per certo qual sia l’amor che si dà per prezzo, in qualunque modo si dea. Onde, sì tti do questo comandamento: qualunque ora tu vedi, per alcuna presuntione, che lla femina intenda a voler prezzo, incontanente sì lla lascia e non t’inviluppare in nulla co·llei. Avegna che ttu volessi sodisfare a le sue parole e conosciere a pieno la sua fede, sì tti troveresti ingannato nel pensiero, perciò che non potresti conosciere la sua fede e ’l suo volere in niuno modo, se non quando fosse piena la mignatta del sangue e ti lascierà mezzo vivo e atinto del sangue dell’avere. Dunque, amico, a pena alcun savio potrebbe conosciere che pensi il pensiero dello ’ngannatore, perciò che con tante arti sa dar colore alle sue frode e ingegne, ch’a pena mai se potesse conosciere per ingegno di fedele amante, perciò ch’è magiore lo ’nganno della femmina avara, che non fu quello del nimico che ingannò il nostro primo parente Adam. Onde, in ogne modo ti conviene guardare che ttu non sie sorpreso da l’inganni di cotal femmina, perché cotal femmina non vuole amare, ma torre il tuo. Ma se noi a lor mendagione volessemo intendere e mentovare i lor fatti e lor detti, prima passerebbe bene il tempo della nostra vita, che venisse meno a noi la molta materia dello scrivere. Ma questo non diciamo per dare menovanza a la vita delle gentilissime a cui si fa onore, ma per riprendere la vita di coloro, le quali non si vergognano con lor sozze opere di vituperare l’aredo delle donne di pregio e di sozzare sotto spetie d’amore. Guardi Dio che giamai noi possiamo e vogliamo dir cosa che porti menovanza alle gentili donne, o per questo libricciuolo sentano alcuno danno, perciò che per loro tutto ’l mondo è disposto in ben fare e a’ ricchi crescie il loro avere e provedese pienamente a coloro che son bisognosi, e gli avari tornano a la via di veritade e conoscano la via di larghezza. Anche, la donna ch’à in sé pregio e cortesia, ci dà via di fare via d’ogne bene che si fa in questo mondo. O Gualtieri, se questo ch’avemo detto con gran brevità spesso leggierai, di legiere non sarai ingannato per arte di malvagie femine.

 

 

22.

Il concedersi facilmente.

 

[Il concedersi facilmente.]

Dopo questo, vegiamo se lla tostana concessione della cosa che ss’adomanda possa pertenere all’amore. Ma prima vegiamo che sia la tostana concessione della cosa che s’adomanda. Allora è detto che si fae quando la femmina, perché la gran volontà della carne la strigne, sé dà medesima di ligiere a que’ che ll’adomanda, questo medesimo di lieve dandolo a un altro che ll’adomandi, non remagnendo i·llei, compiuto il fatto, niuna cosa d’amore, e che ’l no ’l fa per prezzo. Certo, a’ legami di cotal femmina non ti legare, perciò che per niuno ingegno potresti acattare l’amore di cotal femmina, perciò che non si possono legare d’alcuno amore per la molta abondanza della luxuria, ma domandano esser [fatte] satie da molti. Indarno, dunque, adomandi il loro amore, se ttu non ti senti in quell’opera sì potente che ttu possa satiare la sua luxuria, per la qual cosa a te sarebe più legiere diseccare tutte l’acque di mare; onde a ragione credemo che tti debie cessare dal loro amore. Avegna, dunque, pienamente abie da llei tutto il tuo volere quando l’adomandi, ma solo per la sua cagione e anche di molti, sì v’avreste gran pena e gran dolore da non poter comportare. Perciò che quando volesse trarre sollazzi co·llei solo a solo, sekondo ch’è usanza, ed e’ ti ricordi di quello che fa con altrui e che tu ài a cciò compagno, quanto dolore tu n’avrai, no ’l potresti sapere, se no ’l provassi. Dunque, per quel che tt’avemo detto, sì dé’ essere per certo che ove femmina si dà così di lieve, che ivi non può essere amore, ma desidera molto d’usare con uno e con un altro per sodisfare alla sua luxuria. Ma lo diritto amore tanto rauna duoi cuori in un volere, che non possono pensare d’avere altrui sollazzo, anzi l’ànno inn odio come una ria cosa e pensano pur come si possano servire insieme. E una cos[a] è la tostana concessione della cosa che ssi domanda nella femmina, com’è nell’uomo per la troppa luxur[i]a ch’è i·llui, la qual luxuria caccia l’amor della sua corte. Dunque, quelli ch’è di tanta volontade che non si possa legare d’amore d’una, ma quante ne vede tutte le vuole, non [è amadore] ma avoltero dell’amore e ingannatore ed è peggio d’un cane che non à vergogna, anzi, quel cotale dé essere chiamato asino, il qual è di tanta volontade che non si può legare a l’amore d’una femmina. Dunque, apertamente vedi che non dei esser di tanta volontade e non dei porre il tuo cuore alla femmina che si dà altrui leggiermente.

 

 

23.

L’amore dei contadini.

 

[Dell’amore de’ lavoratori della terra.]

Ma perché non creda quel ch’avem detto dell’amore de’ plebei, ch’apertenga a quello de·lavoratore della terra, in poche parole del loro amore sì tti diciamo. Dician dunque ch’a pena si può dire che lavoratori della terra possano amare, ma naturalmente si muovano a l’opera della luxuria, quando la pazzia della natura lo mostra, sì come fa il mulo e ’l cavallo. Basti, dunque, a lloro la continua fatica del lavorare e continui sollazzi del bomero e della marra sanza riposo alcuno. Ma se avegna che siano punti talora, avegna che rado, del pungetto dell’amore più che porti lor natura, non si conviene di dare loro dottrina nell’amore, acciò che non steano le terre in difetto di menar frutto, ché sogliono fruttificare per lor fatica, quando intendesseno a’ fatti ch’apertengono altrui naturalmente. Ma forse l’amor ti trae a dare alle femmine de’ lavoratori della terra; sìate a mente di lodarle molto, o, se ttu vedi il luogo da cciò, + non prenti + di prendere quel che desideri e come per forza, perciò ch’a pena le potresti tanto aumiliare, che di piano ti si dessero, o che que’ sollazzi ti lasciasse avere in pace, se non vi fosse un poco di forza a farle star contente. Ma questo diciamo non perché tti diamo conforto d’amare le femmine forese, ma per mostrare in poche parole che via debie tenere se per disaventura tu l’amassi.

 

 

24.

L’amore delle puttane.

 

[Dell’amore delle puttane.]

Potrebe altri domandare dell’amore delle puttane che dé essere. Diciamo al postutto che non sono da amare, perciò che usare co·lloro tropp’è puzolente cosa, e sempre quasi si comette co·lloro sozzo peccato, e rado si suole dare ad altrui la puttana, se prima non à danari dal suo lato. Anche più, pognamo ch’ami altrui, quel cotale amore ànno gl’uomini molto in dispetto, perciò che l’usanza ch’altri fa colle puttane ogne savio uomo la danna e perdesene la buona fama dell’uomo. E non ci cale di dare dottrina per acquistare loro amore, perché in qualunque modo elle si danno agli uomini, sì ssi danno sanza priego niuno; dunque, a cciò non dé’ domandare doctrina.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2006