Andrea Cappellano

 

De Amore.

versione romana

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

Edizione di riferimento

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

18

Come uomo nobilissimo deve parlare a donna nobilissima

 

Come il più gentile parli a la più gentile.

1.    Se ’l più gentile domanda essere amato dalla più gentile, questo dee avere in sé: che in sue parole dee essere dolce e soave e guardarsi molto che ’n suo dire non possa esser ripreso a ragione. Perciò che lla più gentil femina si truova molto savia e ardisce a riprendere i fatti e detti del più gentile e molto si rallegra se cortesemente il può fare. E in questo fatto possono aver luogo molte cose che son dette da quinci indietro, le quali il buono lettore assai lievemente li puote trovare. E anche in questo modo può dire: "Credo ed è vero che buoni huomini per ciò son fatti in questa vita: per sodisfare a volere di voi e di tutte l’altre, e parmi per chiara ragione che gli uomini non possono essere neente e niun ben fare né avere, se no ’l fanno per amor di donna. Ma avegna che paia che vegno ogne bene da femina e Dio abbia dato loro gran privilegio e che si dica che siano fonte e cagione di tutto bene, sì fa mestiere ch’elle sian tale, in render cambio a coloro che fanno bene, che quel che fanno sia asemplo agli altri di ben fare. Perciò che se non dessono buono asemplo agli altri, sarebbe come la candela ch’arde sotto lo staio, la quale non rende niuno lume di fuori.

 

2.   Dunque apare che ciascheduno si dee sforzare di servire alle donne in tutte cose, acciò che possa avere la lor grazia. Ma elle molto debbono essere sollicite d’avere in memoria i buoni servigi e di renderne cambio a catuno secondo il servigio, perciò ch’ogni bene che ssi fa e che ssi dice, tutto gli uomini il sogliono apropiare al servigio delle femmine e compierlo per loro, acciò che nne ricevano merito da lloro, sanza il quale niuno in questa vita potrebbe avere onore o agrandire. E conosco molti, i quali ànno avuto i·loro volere dell’amore, e altri ch’ànno avuto solo speranza; e io, che nonn ò né ll’uno né ll’altro, sì mmi mantegno in vita solo del pensiero ch’ i’ ò di voi e sovra tutti gli altri n’ò grande allegrezza. Dunque, la vostra pietà guardi di darmi alcuno acrescimento al mio pensiero. E priego strettamente che non vi guardiate d’amore, perciò che quelle che no amano, vivono a llor medesimo e della lor vita niuno ne sente bene; ma quelli che non serve altrui, in questo secolo è come morto e nonn è da ricordare tra le genti, né meno ne più se non come fosse morto. Ma quelle ch’amano, sì danno a ssé medesme grandezza e servono ad altrui, onde a ragione son degne di molto onore ed ogn’uomo ne dice bene.

 

3.   Ma non vo’ che crediate che dica ciò che per mi’ dire vi si muova a far bene, perciò che so bene e son certo che per niuna cagione vi storeste da ben fare; ma per ciò l’ò detto e ricordato a voi: perché lle cose che ssi dicono assai, la verità si ferma meglio e tiensi a memor[i]a".

 

4.   Responde la donna: "Avegna che ’l vostro dire sia molto alto e profondo e sottile quanto all’amore, a cciò sì risponderò sì come io potrò il meglio. Dunque, sì risponderò a l’ultime parole ch’avete dette, secondo che mostra Tulio, ch’altri comanda meglio a memoria le cose ch’ode recentemente. Perciò che quello donde m’avete amonita ch’i’ faccia cosa che sia prode a me e altrui, mi piace molto e sammi assai buono, perché ’l mio volere n’era sanza niuno amonimento. E so bene che lle femine, sì come diceste, a tutti debbono essere cagione e principio di ben fare, cioè che con alegro volto e con cortesia riceviamo i servigi di catuno e catuno, secondo la qualità della persona, risponda come si conviene e amonisca di fare opere di cortesia, tuttavia è che ssi guardi di mal fare e che non possa esser ripreso d’essere troppo tenace. Ma dare amore è grieve offensione a Dio e seguitasi indi molti pericoli di morte. E anche gli amanti medesimi n’ànno molte pene e molti tormenti ognendie. Che bene è dunque in quel fatto, nel quale s’ofende Dio e ’l prossimo ed eglino, che sono autori dell’amore, per ciò ne portano gran pena ognendie? Avegna, dunque, ch’amore faccia uomo cortese e guardalo di fare villania, ma perché troppe sconcie cose che se ne seguitano e per le gran pene che nne potrebbe portare, sì è cosa d’aver gran paura e di schifarla per colui ch’è savio e spezialmente per li cavalieri è d’avere inn odio. Perciò che molto si debono penare di non fare offesa la quale Dio abbia per male, coloro i quali ognendie stanno a morire, spezialmente in battaglia. E dunque a voi si fa di non volere amare e di schifare le pene ch’ànno gli amanti, perciò che gli amanti anno molte pene e in assai modi non pur quando vegghiano, ma quando dormono: così dicono coloro che sono inamorati e che ll’ànno provato. Per ciò non vi potrei dire al postutto la natura dell’amore, se nno quanto per udita, se nno al forse, perch’ io non so che sia amare" .

 

5.   Responde l’uomo: "Voi dite quello che dicono coloro che pascieno gli amici suoi di parole e non anno in cuore di fare il servigio. Recevere altrui, quando ’l vede, con chiaro viso e darli buone parole e, quande lli è bisogno, non darli aiuto né conforto, anzi fare gran parole per essere tenuto cortese, nonn è altra cosa che quelli, il quale l’amico ch’à fidanza in lui inganna con dolce parole di lusinghe e che sé medesimo vuole vanagloriare. È dunque asimigliato allo rio prete, il quale si danna colla sua bocca, mostrando che sia buono e amonendo altrui di ben fare e mostrandoli quanto buon cambio n’avrà da Dio. E non mi può nuocere perché diciate che nell’amore s’offende Dio, perciò ch’ogn’uomo lo sa che servire a Dio è gran bene e suo tesauro. Ma chi a Dio vuole ben servire, tutto si dee dare a llui servire e, secondo il detto di san Paolo, in niuna cosa secolare si dee intromettere. Dunque, se volete servire a Dio, si conviene che llasciate le cose mondane e stare solo al suo servigio, per ché Dio non volle ch’altri tenesse il piede diritto in cielo e ’l manco in terra, perciò ch’altri non può servire a due signori. Onde, con ciò sia cosa ch’è certo che voi tenete l’un piede in terra, perché quelli che vengono a voi gli riceviate con allegro volto e volentieri, e volentieri insieme usiate parole di cortesia, e confortiate altrui di fare opere d’amore, credo che fosse il meglio di noi di no amare, che mentire a Dio in qualunque modo sia. Ma credo che nell’amore non s’offenda a Dio, perciò quello che si compie per la natura che ’l costringe, tosto e di lieve si può amendare. Anche non sarebbe bene a dire che fosse peccato quello dal quale ogne bene è cominciamento in questa vita, e sanza il quale non puote avere degnamente honore. E di ciò il prosimo non sente niuna ingiuria, cioè, non dee sentire, perciò quello ch’altri adomando d’altrui, cioè, dee adomandare, s’altri l’adomando lui, sì dé dare volentieri. Ma molti lo sprecano ad ingiuria, il quale non pare che sia ingiuria. Né non vi maravigliate s’io spuosi: ’adomando, cioè: dé adomandare’, perciò ch’è una parola de legie di Guagnelio, della quale pare che penda tutta la leggie e profeti insegnano sporre in quel medesimo modo, per che diciamo così: quello che non vuoli che tti sia fatto, cioè non dei volere, no ’l farai altrui. Dice[ste] anche ch’altri dovea schifare l’amore, perché se ne seguitano pene e gran pericoli. Ma quello siamo tenuti di volere più sollicitamente, lo quale non ci si dà per lo gran pericolo che nn’è e che sanza gran fatica non possiamo avere, perché dopo un gran male più è dolce il bene. Dunque, per niuna ragione vi potete difendere che l’amare non sia bene da volere, il quale siamo tenuti tutti di mettere nostra possa. Ma cui debiate amare, credo che no ’l sapiate ancora, perciò che colui vi dee parere d’amare, il quale in voi à tutto suo disiderio e tutto ciò che fa di bene il reca a vostro honore. Ma se lla fama per tema d’invidia non mi si togliesse, niun più degno di me sarebbe del vostro amore, perciò che per voi a tutti sono umile e fedele e a tutti sono largo delle mie cose e ogne bene che pensar si possa per niuno che viva, sì vi metto tutta mia forza di farlo. Imprenda dunque il vostro savere di rendere cambio a catuno che serve, perciò che non solo quello ch’è ben parlante, ma anche il muto è degno di ricevere merito del suo servigio".

 

6.   Responde la donna: "Io non voglio la vanagloria del mondo, né sanza lo ’mperché i’ voglio di parole li miei amici pagare, ma sforzava voi di recare a servigi di miglior vita, non quasi vogliendo dannare l’opere dell’amore, ma mostrare che lle cose celestiale sono anzi da volere che lle mondane. Ma vo’ lasciare stare ora di dire delle cose divine, sì voglio che diciamo sovra l’amore. Molto m’allegrerei, s’ io vedesse che lle vostre opere vi desseno alcuno pregio, poscia che no ’l diceste, perciò chie si loda, sì nn’è tenuto più a vile. Anche, che aspetta la vostra gran larghezza che tant’à tardato di donare queste vestimenta, le quale io veggio così rase e ripezate? Non son dunque tutti li cavalieri ricchi e niuno povero?".

 

7.   Responde l’uomo: "Voi volete imporre rabbia al fattore del proverbio, perché nonn è licito detto al savio huomo di lodarsi inanzi compagnia di gente e in palese. Ma se alcuno à una donna per la quale confessi che tutto il bene ch’à fatto abbia fatto per lei, che ’l voglia dire in privato, questo nonn è vietato per niuna ragione. Sanza lo ’mperché non adiviene, perciò che tutti gli uomini nel fatto dell’amore s’adastiano ed è tra loro grande invidia, ch’a pena si truova ch’altri abbia sì caro amico o che l’ami tanto, che inanzi a una donna il volesse pregiare o racordare volentieri le sue buone opere. E quest’è quel generale vitio che sozza tutti gli uomini e ch’è cagione per la quale uomo si potesse lodare in privato contra il detto proverbio, perciò che se lla ragione al giudice non son dette dell’una parte, a ragione dà la sentenzia incontro. Per ciò queste vestimenta, rase come vedete, ò portate: per poter ben conosciere se ’l savio uomo potesse ricevere servigio da voi o, per le vestimenta overo per lo senno. E parmi a vedere per certo che vi piaccia più l’ornamento del vestire che quello del senno, la qual cosa abassa molto la vostra gentilezza, perciò che lle femmine di villa tutta sua speme ànno nelle vestimenta; ma lle gentili e le savie dispregiano l’ornamento delle vestimenta sanza quello del senno e solo rendon honore a l’uomo ch’à senno. Anche credo bene che mi basti s’i’ sono largo verso altrui, perciò che se alcuno fa grande spese nella sua persona, non servendo altrui, non acrescie neente in onore. Dunque, s’alcuno di quello che spende in sua persona non dovesse aver cambio buono, sapiamo assai de’ quali non è niuno ricordo, li quali sempre in questo mondo si ricorderebbono. Ma coloro spezialmente sono da pregiare, i quali la loro uttulitade lasciano misuratamente, acciò che l’altrui necessitade possano comportare e servire quand’è bisogno. Dunque, lasciate questa povertà di parole a le forese, com’è detto, e usate altre parole, acciò che ssi mostri vostra gentilezza e vostro senno non solo per mostra e portamento, ma anche per le parole. Ma lascio per voi di ridire li proverbi o ’l van parlare, perché suole spesso fare [...] quelli che ll’ode, e per ciò non si ne acrescie il savere; ma tuttavia vi priego che mi diate l’amore il quale v’ò domandato".

 

8.   Responde la donna: "Gran temp’è ch’ò udito dire a la gente che lli proverbi che paiono toccare la veritade, anzi muovono l’animo dell’uomo ad ira, che a ciance che si dicano da non aver piato e per ciò sì me ne pento di ciò ch’ i’ dissi, perché conosco che ve ne turbaste troppo. Onde darne a voi, lasciando li proverbi, così vi rispondo. Dico bene che in questa vita niuna cosa è più da lodare che amare saviamente, ch’a niuno può far pienamente quello onde possa avere onore, se non fa per forza d’amore. E per ciò fate bene se volete tale amore, per la qual sempre possiate acresciere in ben fare. Ma lo frutto del mio amore non potete avere, perché aliquanti dolori nascosi non mi lasciano amare. Ma s’io potesse pur amare, sì v’è un’altra cosa, per la qual non vi potrei amare: perché siete dato ad altrui servigi e ch’altri m’à domandato prima il mio amore e per ciò a ragione lo debbo dare anzi a llui".

 

9.   Responde l’uomo: "Qua’ siano i dolori ascosi ch’avete e che non vi lasciano amare, no ’l m’avete ancora ben mostrato. Perciò che lli sollazzi d’amore sono medicina di cacciare ogni dolore e ristora di tutta letizia, se non forse per la morte del vostro amante, per lo quale, secondo che comanda l’amore, ne dovete portare corotto due anni. Ma come pare a me, non credo che portiate trestizia per amante, perché non foste anche inamorata di niuno. Ma perché diciate ch’[i’] vo’ bene altrui e ch’altri v’amasse prima di me, non pare che possa nuocere a mia ragione, perch’è in vostro arbitrio di darlo anzi a colui che ne fosse più degno e se l’altro avesse avuta la speranza del vostro amore. Perciò che quelli nonn è da avere anzi l’amore, il quale prima l’adomanda e prima serve, che colui che ne sia più degno. Anche men che ben si dice ch’altri mi sia inanzi solo perché l’adomandi prima, ma solo colui, il quale, per servigi che fece, fu prima degno d’averne il frutto. Perciò che se lla domandagione d’alcuno savio fosse anzi admessa perché ’l più savio tardasse, sarebe cosa di mal asempro e grande iniquità se ne seguiterebbe. Perché nonn è da guardare quando altri lo domanda, se non fosse fatta già la promessione e compiuto. E questo è quello che saviamente è detto di sopra, che ciascheduna donna e anche poi ch’el’à data speranza e lo basciare e il lasciare abracciare, se non à dato più innanzi, sanza biasimo lo può negare al primo e darlo un altro. Dunque, avegna che l’adomandi di poscia, non mi dé nuocere, s’io ne sono più degno".

 

10.   Responde la donna: "Che è ciò che credete ch’io no amasse ancora altrui? Tenetemi così vile e di così poco valore ch’i’ non sia degna di potere essere amata e ch’i’ non ami altrui? A cciò mostrano le vostre parole che siano contrarie a leggie dell’amore e a ogne ragione. Perciò che basta a catuno, se mostra che sia degno d’essere amato, avegna che più degno di lui poscia l’adomandi, perché non dee nuocere a la bontà dell’uno la meglior bontà dell’altro. Onde, s’alcuno buono e che sia degno adimandi prima di voi essere amato, avegna che voi ne foste più degno, la colui petitione prima è da mettere, perché se ’n di me diceste altro, sì vi sforzereste di frodare il savere sanza ragione da’ suoi guiderdoni".

 

11.   Responde l’uomo: "Non piacci a Dio, madonna mia, che credere possa per alcun tempo che voi non siate ben degnissima d’essere amata; ma per ciò lo dissi: ch’a pena mi pare ch’alcuno sia degno del vostro amore, e se nn’è degno, a pena niun sì ardito nel mondo, che non dubitasse di dire sua ragione dinanzi da voi e domandarvi amore. Ma quel che diceste, che la magior bontà non dee nuocere alla minore, per ragione no ’l potete difendere, perciò che lla tostana domandagione d’alcuno savio, per ragione non dé nuocere a quella del migliore. Avegna dunque che catuna delle tre donne che mangiavano assai fosse degna d’aver lo pome, ma lo diritto giudice di [Pr]iamo, ciò fu Alexandro, le due, avegna che ne fossero degne, no lo di[è], e la più degna, ciò fu Venere, e ch’adomandò il pome prin da sezzo, volle ch’avesse il pome. Dunque, che sia più degno, prima lo dovete conosciere e mantenerli sua ragione".

 

12.   Responde la donna: "Se lla falsa volontà non v’ingannasse, nonn andreste cercando amore d’altra donna che della vostra moglie ch’è così bella".

 

13.   Responde l’uomo: "Confesso bene ch’i’ò bella moglie e ch’i’ l’amo troppo, secondo che ssi richiede a marito. Imperché so che tra marito e sua moglie non può essere amore, e sì come disse e fermò la sentenzia della contessa di Campagna, e che in questa vita non si può far bene niuno, se nonn à principio e fine dall’amore, non sanza ragione son costretto d’amare altra femina che mia moglie. Ma il defecto come debie rispondere in questo articolo, sì ’l troverai scritto molto bene nel parlare del più gentile alla gentile".

 

14.   Responde la donna: "Anche che ll’amore sia cosa molto utile e da volere per giovani e per coloro li quali dilettano la gloria del mondo, a me e che sono quasi d’etade compiuta, non mi pare util cosa, anzi da spregiare; anche più, se tutte altre cose mi comandassero d’amare, ma lo vedovatico e la tristitia ch’ò di mio marito ch’è morto, ogne sollazzo a ragione mi toglie".

 

15.   Responde l’uomo: "Assai ne l’abito di vostra persona vi mostrate giovene, se ’l vostro cuore non fosse vecchio, onde apare per certo che in vostro cuore sia gioventude, perciò che l’abito assai mostra di fuori quel ch’avete dentro. Né llo dolore del vostro marito ch’è morto a ragione mi può nuocere, perché vi conforto di quello ch’iera data continua letitia e manterralla, perciò che l’amore è quello che toglie dolore e in suo luoco dà molta allegrezza e gran sollazzi. Dunque, l’amore è cosa da volere da tutti e d’amare, il quale toglie ogne trestitia altrui e dà stato d’allegrezza. Onde, secondo ch’adomanda la legge, passato il tempo di piangere il marito, si puote di licentia porre giù ogne dolore ed amare, perciò che portare dolore più che ’l tempo che lla lege comandi, sì è contra la leggie e contrastare al volere di Dio e pensare contra i suoi fatti mattamente. Anche tenere corrotto più che ssi debia, nulla pare che giovi al morto, e la vostra persona ne porta gran danno".

 

16.   Responde la donna: "Con molto ardire pare che diciate contra la leggie, quando dite ch’altri fa male s’alcuno fa più oltre che lla leggie comanda e ordina per misericordia per la fragilità ch’è nelle persone, con ciò sia cosa che llo Vangelio lo dica a colui ch’alberga l’uomo fedito: "Te’ questi dinari, e se più vi spenderai, io gli ti renderò". Onde, se lla leggie m’ordinò poco tempo a far corrotto, volendo provedere a la mia fragilità, ed io alcuna cosa il faccia piue per adempiere meglio la legie, son degna d’avere maggiore merito e cambio".

 

17.   Responde l’uomo: "Non per provedere alla fragilità delle femmine la leggie, quanto tempo dovesse stare, fu trovata, ma per provedere a l’utulità degli uomini, cioè acciò che ’l sangue di due uomini non si potesse turbare o mescolarsi insieme. Per ciò sì tosto come il sangue non si può turbare, secondo che comanda l’apostolo, morto il marito, si può maritare a un altro. Molto magiormente, dunque, passato quel tempo, voi potete amare".

 

18.   Responde la donna: "Avegna che ll’amore ogni persona lo debbia volere, ma la vergine no ’l può volere, perché sapete bene che lla vergine per piccolo biasimo e boce sì perde l’onore di questa vita e la buona fama. Anche più che non sono di tale etade ch’io potesse comportare l’amore comune come si dee, perciò che ssi dice che anzi che siano XVIII non si può mantenere l’amore. Onde non pare che io possa bene amare".

 

19.   Responde l’uomo: "S’alcuna vorrà amare saviamente, infine porrà pentere a ragione e anche non avrà disinore, perciò che se lla femmina amerà un savio huomo e scaltrito, lo suo amore starà celato e non si potrà spiare per niuno e disinore niuno non vi potrà avere. Ma quello che dite dell’etade, può aver luogo nel maschio, perciò che l’uomo anzi li XVIII anni a pena può essere fermo amante. Ma lla femmina sì, perché ll’aiuta la natura, perché lla femmina da XII anni inanzi si è ferma nell’amore e puote amare. Ma perché avegna naturalmente più tosto nella femmina che nell’uomo, sì ’l potete ben vedere.

 

20.   Perciò che lla femmina, incontinente che passa li XII anni, sì compie la sua fermezza e nonn é vana nelle cose e più tosto, perché ’l dà la natura, può compier amore che ’l maschio. E questo adiviene perciò che segnoreggia la f[r]igidità nelle femine e nell’uomo, per natura, la calidezza. Ma colla frigidità della femmina è alcuna cosa di calidità e la cosa ch’è fredda, più tosto si scalda di poco caldo ch’abia, che se al caldo si giunga caldo. La quale cosa vi mostro per asemplo: perciò che se in vasello d’argento, o d’altro metallo, alcuna cosa si metta che sia calda, di magior calore e più tosto si scalda che ’l vasello del legno, nel quale si mettesse cosa molto caldissima. Anche, più tosto le femmine di vechiezza si guastano che maschi, ch’ànno fortezza in compier lor volontà. E per ciò nonn è meraviglia se lle femmine sono più tosto ferme, perché vediamo tutte le cose di questo mondo, le quali ànno vita e spirito, che quanto più tosto per natura viene a compimento, tanto più tosto viene a fine per quella natura medesima, e, per contrario, quanto più pena a venire, più basta".

 

21.   Responde la donna: "A questo che mi dite per ragione di fisica, sì lascio a voi così impendente, ch’io non vi rispondo in alcuna cosa, perciò ch’altri non domanda medicina, se nno quando à male. Dunque, fa mistiere ch’io la taccia, se voi mi consigliate per vostro conforto ch’io ami saviamente: com’io lo debia fare, no·mmi ne avete dato pieno consiglio. Perché niuno truovi sì grande infignitore nell’amore, o amare sì ad inganno, che lla sua fede non paie a tutti aprovata, ed un uomo novitio quando viene che ssia innamorato e che non si peni di coprire a tutti le sue tecce. Pognamo dunque per fermo che l’amante s’infinga e con su’ arte voglia ingannare l’amore, ma nel tempo che lla volontà lo stringe, in tutto in suo’ portamenti mostra che leale amante sia e con bugie si sforza d’ingannare la femmina che gli crede. Per ciò, il cui savere si potrebbe guardare da tanta imagine di veritade e conosciere le frode coperte? A pena il senno di Salamone si ne potrebbe guardare, o dottrina di Cato dirlo dinanzi. Avegna che talora si truovi femmina che si guarda di queste frode, la qual sia di picciol tempo convenevole e ch’abia già sentito altra volta l’amore; ma in questo caso non m’aiuta l’etade e non provai anche l’amore".

 

22.   Responde l’uomo: "Meravigliose parole dite molto. Che dunque falsità può essere nell’ariento che si frega al paragone o che ssi purghi nel fuoco? Come, dunque, per lo fuoco e al paragone si truova la verità dell’oro e de l’argento, e così la fede e la verità d’ogne huomo si mostrerà per molta pruova. Perciò che nonn è alcuna donna od ancella di sì poco senno in questo mondo, se quello nome che ssi fa, a la qual non sia legier cosa di conosciere la fede dell’amante, o s’è vero quello che dice, s’ella lo pruova saviamente. Son molte, solo perché sono di gentilissimo sangue o maritate a gentilissimi huomini, credono essere donne e donzelle, a le quale non si fa loro quel nome di donna o di donzella, perché solo il senno e li buon costumi fa lor degne di quel nome. Onde a ragione la gioventude spesse volte si truova non savia e ingannata, la fantilità della quale apropia a sé quello che apartiene a senno e scaltrim[en]to. Dunque, la femmina non dee darsi al volere di colui che lla domanda, ma prima li dé fare molte promesse e indugiare quel che promette convenevole termine e conosca di che fede sia; talora si dé mostrare cambiata al postutto da quel che promette e di non volere farne nulla. Perciò che niuno si è sì scaltrito e sì ingegnoso, se per lungo tempo pena aver lo frutto dell’amore e che spesse volte sia inganato di promesse, il quale talora nonn afini di ciò o che palese non si mostri la sua malvagia. Onde, s’ella vede che per ciò se ne rimagna, o che le porti rea nominanza indosso, o ch’abia fidanza d’averla per danari, dêsi dare che non sia leale amante. Ma se conoscie che perseveri lungamente, non dé molto tardare la promessa, acciò che non abbia lavorato indarno. Ma aver in sé arte di fisica e ogne altra scienzia, per ciò non menoma suo senno, anzi e’ si ne monta in magior pregio e sempre inde n’acrescie il suo senno. E palese v’amaestra l’amore d’amare il savio e di schifare il non savio".

 

23.   [Responde la donna]: "Quello onde altri à gran voglia d’averlo che vegna a compimento, inn ogne modo si sforza di farlo volere e di fare a colui che gli crede. Ma quelli nonn è diritto amico che guarda che si faccia pur la sua uttulitade, non curando di quella dell’amico suo, non dee voler credere a quel cotale amico. Amare, dunque, a le maritate è licita cosa, e alle vergine par che sia cosa d’averne paura e da disinore, perciò che quando la femmina si marita, se ’l marito, credendo che sia vergine, la truova corotta, sempre la ’nodia ed àlla in dispetto, per la qual cosa spesse si parte l’uno da l’altro e non si raunano mai insieme e così sanza modo le crescie adosso la ria fama ed ogne persona l’à in dispetto".

 

24.   [Responde l’uomo]: "Grandissimo errore pare che seguiti de la vostra dottrina, quando dannate l’amore nelle vergini, perciò che molte vergini ch’aveano ogne bontade, si truova scritto ch’amaro, sì come fu Ampelice, Isotta, Blanciflore, Fenice e molte altre vergini. Perché se lla vergine per forza d’amare non si peni di farsi portar pregio, non sarà degna d’aver marito di valore, né venire a niuna gran cosa pienamente. Né per ciò sarà inn odio al buon marito, perché il buon marito penserà sempre che non potrebe per alcun tempo aver trovata moglie di sì gran valore, s’ella non fosse insegnata d’amore e che non avesse amato. Ma s’ella è data a cattivo marito, meglio le viene che ’l marito le voglia male che bene, né per ciò la savia femmina lungamente suo pregio ne perde, anzi si scuoprono le retadi del cattivo marito. Ma i’ ò volere di manifestare a voi una cosa ch’i’ ò in cuore, la qual cosa [so] che molti no·lla sanno; ma non credo che voi no ’l sapiate: amore tal è puro e tal è mescolato. Ma il puro amore è quello, il quale con tutto desiderio d’amore giunge i cuori insieme di duoi amanti. Ma questo amore viene da desiderio de l’amante e del cuore e va infino al basciare e l’abracciare e toccare le vergognose membra de l’amante a gnudo e alla fine non usare insieme, perché nonn è licita cosa di far quello a coloro ch’amano puro. E quest’è quello amore, il quale catuno ch’è proponimento d’amore dé volere con tutta sua forza. Perciò che questo amore sanza modo crescie tuttavia, e non si fa che niuno anche se ne potesse saziare; e quanto catuno ne prende più, tanto più ne vorebbe avere. E questo amore è di tanta vertude, che da llui viene principio di tutto savere e niuna ingiuria n’à il proximo e piccola offesa si ne fa a Dio. Certo, di cotale amore, né vergine né corrotta, né vedova né maritata ne può sentire alcun danno o al suo pregio averne menomanza. Io questo amor voglio, questo seguito e questo sempre adoro, e non fino d’adomandare a voi che ’l mi diate. Ma quell’è detto amore mescolato, il quale dà efetto a ogne desiderio della carne e alla fine si compie per luxuria. Che amor questo sia, assai di lieve il potete vedere per quel ch’è detto di sopra. Questo amore tosto vien meno e poco tempo dura, e spesso se ne pente altri d’averlo fatto; il proximo ne diserve e anche Idio di sopra e molti gran pericoli si ne seguitano. Ma questo non dico perch’ io il danni, ma per mostrare qual sia prima da volere, perciò che ll’amore mescolato è vero amore e da llodare ed è detto principio a tutti d’ogne bene, avegna ch’abia in sé gran pericoli. Dunque, altressì è aprovato l’uno amore come l’altro, ma l’usata del puro amore mi piace più. E per ciò, lasciata ogne vanità di paura, sì vi si dice di prender l’uno".

 

25.   [Responde la donna]: "Voi dite parole le quali non fuoro anche dette né udite né che si potessero a pena credere per niuno. Perciò che mmi meraviglio se in niuno si potesse trovare tanta astinenza di carne, che esendo nell’opere e commosso nel diletto dell’amore, che sse ne possa ritenere e contrastare al movimento del corpo, perché da tutti è tenuta grande maraviglia s’alcuno fosse messo nel fuoco e no ardesse. Ma s’alcuno avesse questa fede nel puro amore come dite, e fosse di quella astinenza della carne, lo costui proponimento lodo bene e confermo e giudico ch’è degno d’ogne onore, non donando per ciò i·nulla l’amor mescolato, per lo qual si dereggie quasi tutto il mondo. Avegna, dunque, che l’uno amore e l’altro sia provato, voi a niuno vi dovete apoggiare, perché ’l cherico dee solamente sovrastare a l’oficio di Dio e schifare tutti li carnali disiderii. Anche si dee guardare da tutte dilettazioni di questo mondo e ’l su’ corpo guardare da ogne macola verso Idio, al quale Dio diede privileggio di tanta dignitade e di tanto onore, sì come di consegrare colle sue mani la sua carne e ’l suo sangue e di poter perdonare le pecata degli uomini. Ma pognamo che vedeste ch’io fosse in volere d’operare li diletti della carne, sì mmi dovreste, per l’oficio che v’è comesso da Dio, revocare da quel proponimento ed errore e ch’io mantenesse castitade e dar di voi asempro che apertamente potesse coregere l’altrui peccato. Perciò, secondo che ’l Vangelio comanda, quelli che porta la trave nell’occhio prima la se ne dee trarre, che si sforzi di trarre la pagl[i]uga de l’occhio del suo fratello. Perciò c’ogn’uomo ne farebe beffe, s’un che fosse legato altressì come il su’ compagno, dicesse di volerlo sciogliere. Dunque, le femine tropo farebono grande offesa a dDio di contaminare coloro i quali à posti a suo’ servigi e vollero che fossero puri e casti in tutti suo’ servigi".

 

26.   [Responde l’uomo]: "Avegna ch’io sia cherico, ma io sono uomo nato di pecato e pronto di sodisfare naturalmente al desiderio della carne, come tutti gli altri uomini. Anche che Dio volesse che lli cherici fossero in suo luogo ed avessero carico di tutti li suoi fatti e d’anunziare la sua parola, ma in ciò non volle che fossero di migliore condizione che gli altri, di non poter peccare e di nonn avere lo compugnimento della carne. Onde non credo che Dio volesse che fossero di magiore astinenzia de la carne e di portare doppia soma. Dunque, perché il cherico più ch’un altro laico è tenuto di mantenere castitade del suo corpo? E non credere che pur al cherico sia vietato il diletto della carne, con ciò sia cosa che a ciascheduno altro cristiano sia comandato da Dio di guardare il suo corpo da ogne inmondizia e di schifare al postutto i diletti della carne. Dunque, altresì bene i·laico come il cherico potreste cacciare, perciò che non solo a’ cherici è dato podestà d’amunire e di revocare il proximo da li suoi errori, ma anche a ciascheduno cristiano è imposta questa necessità, sì come ci amaestra lo Vangelio, il qual dice: "Se peccherà in te lo tuo fratello, gastigalo selo tra tte e lui", e non disse: "Se peccherà nel cherico lo su’ fratello", ma generalmente disse, vogliendo dare general comandamento altressì a l’uno come a l’altro. Dunque, ben farà ’l cherico e bene lo laico se se ne tiene da ogne secolar diletto e se in buone opere confermi il cuor del proximo. Ma confesso, e no ’l posso negare, che lo cherico è tenuto in certe cose, come di mostrare la via della veritade nella divina casa, overo là ove sia il popolo e di confortare il suo popolo, in su’ dire, nella vera fede e cattolica, la qual cosa, se per neghienza no ’l fanno, non potranno cessare le pene eternali, se non forse amendino il pecato con frutto di penitenzia. Ma se in opera e in detto fa bene il suo oficio, della comesione che gli è fatta, per certo ne sarà prosciolto, perciò che di tutti gli altri peccati che fa, il cherico da Dio non sie più punito ch’un altro laico, con ciò sia cosa che tutti naturalm[en]te si muovano a cciò per lo movimento della carne, sì come tutti li altri mortali. E questo dice il Vangelio: vegiendo dunque Idio li suoi cherici, secondo la ’nfertà de l’umana natura, cadere in isvariati peccati, sì disse nel Vangelio: "Sovra la sedia di Moisé sedranno li scribi e farisei, ogne cosa che diranno a voi che faciate, uditele e fatele, ma secondo le loro opere non fate", quasi come dicesse: "Credete alle parole de’ cherici come a messi di Dio, ma perché son disposti a desiderii della carne come tutti li altri uomini, non guardate alle loro opere, se non fanno quello che debbono". Dunque, mi basta, che quando sono a l’altare, d’anunziare la parola di Dio al mio popolo. Onde, s’adomando d’essere amato da alcuna donna, perch’ io sia cherico no mi può cacciare, anzi proverò a voi che per necessitade d’uomo, che piutosto il cherico che laico è anzi d’amare, perciò che ’l cherico in tutte cose si truova più savio e sca[l]trito che laico, e con magior misura ordina sé e lle sue cose e con misurato modo suol disporre ogne cosa e perché ’l cherico à scienzia di tutte [cose], ché ll’à per iscrittura. Onde, migliore amore è da giudicare il suo che quel de·laico, perciò che in questo mondo a niun fa sì gran bisogno ch’all’amante d’essere savio in ogne cosa. Onde, se in altro modo mi trovate degno del vostro amore, per questa cagione no·mmi potete cacciare perch’ io sia cherico".

 

27.   [Responde la donna]: "Molto sono maravigliose le parole vostre, per le quali dite che ’l cherico non sia più da punire, de’ peccati del mondo, che laico, con ciò sia cosa che lla santa Scrittura dica che quanto l’uomo à magior dignitade e magiore ordine, cotanto fa magior caduta peccando. Ma pognamo che non sia magiore il peccato del cherico che laico, un’altra cosa v’è per che lle femine non possono amare li cherici: perché l’amore di sua natura richiede piacevole e bello ornamento e che l’uomo secondo che porta il tempo vada bene aconcio e che sia ardito contra i nemici e allegro molto in battaglia, e sempre stare in arme. Ma ’l cherico va vestito a guisa di femmina e col capo raso villanamente e non può donare ad altrui, se non vuol comettere furto, e anche sta sempre in riposo e pensa pur di mangiare e di ben bere. E per ciò, se ’l cherico à tanto ardire di richiedere l’amore di savia donna, infino nella prima, quando la richiede, saviamente lo ne dé riprendere e darli comiato villano e brutto, che non solo elli se ne rimagna di domandare queste cotal cose per la vergogna, ma perché per ciò gli altri n’abiano paura di domandare simigliante cosa. Perciò che molto si rimangono di far male o pecato più per la vergogna del mondo, che per le pene che debbian ricevere a l’altro mondo".

 

28.   [Responde l’uomo]: "Ben è vero che quanto altri à magior dignitade, tant’è magior la caduta in peccare, non quanto a Dio ma quanto a le rie boci del popolo, perché magiormente il popolo si muove a dir male d’un molto piccolo peccato che faccia un uomo di Dio e di menarlosi per bocca e di riprendere la sua vita, che se mille di popolo facessero grandissimi pecati. Ma perché ciò adivegna, io no ’l vi dirò ora di presente. Ma perché li cherici vadano vestiti a guisa di femmine non mi nuoce, perché fu comandamento de’ santi padri infin del cominciamento, che lli cherici in abito e in andatura si paresseno dagli altri. Onde, se per ragione a sì piccioli comandamenti di santi padri facesse contra ciò o che fosse neghittoso in non servargli, non dovreste credere ch’io per ciò vi facesse megliori e magior servigi, anzi mi potreste a ragione dire: "Apostata va’ via, e falsatore del tuo ordine". Ma quello che diceste, ch’io dovea essere largo, viene da grande errore, con ciò sia cosa che ssi predichi per lo dottore della veritade a tutti gli uomini larghezza e che al postutto nonn abiano in sé avaritia, non so con qual fronte possiate dire che lli cherici non possano esser larghi, se non forse volete intendere di quelli cherici, i quali anno rinu[n]tiato al mondo e a tutte l’oltre cose mondane. Anche né loro non potrebe nuocere, chi guardasse bene a la veritade. Ma che noi usiamo battaglie, Dio il vieta perché le nostre mani fossero pure e nette da spargere sangue, per la qual cosa non potessimo essere cacciati dal servigio di Dio, perciò che quelli che sparge sangue non può essere al servigio di Dio. Onde, perché ’l santissimo re David fece micidio, non potté edificare el tempio di Dio, con ciò sia cosa che Idio medesimo li disse: "Non farai il mio tempio perch’ài sparto sangue". Per ciò, se questo non mi nocesse, di niuna cosa ò magior desiderio in questo mondo, che di mostrare mia prodezza e di fare e andare a battaglia. Ma quello che diceste, ch’io servìa volentieri al corpo, per ragione non mi può nuocere, perché non si truova né cherico né laico, maschio né femmina, piccolo né grande, che volentieri non serva al fatto del corpo. Ma se questo fa più che non debia, dinanzi da Dio e tutti gli uomini del mondo, altressì li cherici come i laici fanno gran peccato e cosa da molto riprendere. Né per lo molto riposo ch’abiano i cherici è da credere che mangino e beano troppo, ché se per lo riposo ch’altri abia si credesse ciò sovra tutti che vivano, ch’ànno ragione, le femmine son quelle che ll’ànno, contro le quali è da presumere che mangino troppo. Anche magiormente contro le femmine che contro li cherici o gli altri uomini è da presumere, in questo caso, chi guarda bene alla veritade, perciò ch’è scritto che prima la femmina che ’l maschio sodisfece al corpo e contro il comandamento di Dio e per la gola lo ruppe. Anche più, che l’uomo mai non avrebbe mangiato, se, per le molte lusinghe che lla femmina li fece, non fosse, onde ne fu, ingannato".

 

29.   [Responde la donna]: "Se per lo mio dire l’animo vostro si turbò, sol me ne dovete riprendere e rimbrocciare e non ispregiare tutte l’oltre per una offesa; perciò che quello che lla femmina fece per la gola, sì ’l fece per lo ’nganno del domonio, non perch’ella volesse refrenare l’apetito del ventre, perch’era neente, ma come matta, credendo a le parole del domonio e per savere che cosa fosse il male, perché Dio l’avea vietato".

 

30.   [Responde l’uomo]: "Perché, dunque, fu prima tentata nel porne la femmina che ’l maschio, con ciò sia cosa che magior vettoria v’avrebe inde avuto lo domonio, se nno perché ’l domonio vidde che lla femmina, piutosto che ’l maschio, apetiva il cibo?".

 

31.   [Responde la donna]: "Questo per ciò divenne, perché lle femmine credono più tosto ogne cosa che maschi, perché sono semplici e di niuna possa, per ciò credono a ogne parola. Onde, vedendo il domonio che ’l maschio non credea così tosto, perché più è scaltrito in tutte cose, volle cominciare in prima a tentare la femina, tentando che non lavorasse invano, perciò che s’egli avesse tentato prima l’uomo e non ne fosse venuto a capo di ciò, l’asemplo dell’uomo avrebe confermato l’animo della femmina".

 

32.   [Responde l’uomo]: "Sopra questo articolo tosto ci verebe meno il disputare e per ciò, lasciando stare queste cose, domando che rispondiate alla principale proposta che v’adomandai, perché quelo che m’avete aposto, a ragione non mostra che mmi noccia".

 

33.   [Responde la donna]: "Avegna forse che vostri servigi vi faccian degno di cotale amore, un’altra cosa è perch’i’ non vi posso amare: perciò ch’è un altro altresì gentile e savio come voi e non à minore volere di servire di voi, il quale per li servigi m’adomanda il mio amore e no ’l vuol dire colla bocca, il quale anche per molte ragioni è inanzi a voi nell’amore. Perciò che quelli lascia tutta la sua speranza nella mia fede e non mi fa importunità di domandare, ma crede venire a suo intendimento solo per mia grazia, più mi pare che sia degno d’avere quello che da me desidera, che colui che con suoi detti mi rende certa di quel che vuole e tutto sua speranza pone in sue parole, cioè che più si confida in sapere ben dire e favellare coperto, che della puritade del mio volere. E più è tenuto il giudice di dire la ragione di colui che nonn à legato avogato niuno, inanzi la lascia in suo arbitrio, che di colui che sa ben piatire e che n’è amaestrato per molti avogadi, quando va inanzi a lui a piatire".

 

34.   [Responde l’uomo]: "In questo caso l’opinione vostra mi pare molto da riprendere. Qual, dunque, savio dirà mai che ’l muto sia più degno d’adomandare e d’avere quello che disidera, lo quale si sforza di mostrarlo con cenni corporali, che colui che si pena di parlare con savia parola e con aconcia? Perciò che si dice in proverbio di popolo: "Non portare muto in niuna nave". Anche, adomando quel che vuoli e spesse volte l’adomanda, questo permette ogne ragione, anche Idio n’amaestra, il qual dice: "Adomandate e seravi dato, picchiate e seravi aperto". Perché l’usanza del mondo è tale, che a pena potemo avere onde siamo degni o che desideriamo d’avere, non che per tacere, ma anche per adomandare spesse volte. Anche vi mostro per magiori asempri ch’i’ son più degno d’avere quel ch’adomando, che colui che no·ll’adomanda; perciò ch’io ne son degno non solo per li miei servigi, ma anche perché molto l’ò domandato. Perché, sia chi vuole, la cosa ch’adomanda una volta, sì la dé avere, perch’è comperata molto cara. Adunque, più dovete essere favorabele a la mia domandagione che lla sua, perché di quel ch’adomando son degno per doppia ragione ed egli per una. Anche non si vide mai femmina, com’ io credo, che cotal cosa proferì di grazia a coloro che no·ll’adomandano, per l’usata vergogna delle femine ch’è contradia a ciò".

 

35.   Responde la donna: "Li nocchieri per ciò schifano di portare lo muto nella nave, perché quando sono in tempestade, quel che per gli compagni fosse detto a llui di fare no·ll’ode, né non può dire agli altri l’uttulitade della nave. Anche il muto non dé perdere la sua fatica, avegna che non possa dire il fatto suo. Anche non può nuocere l’asemplo del detto Vangelio, perciò che quel s’intende che non fini d’adomandare e di picchiare alla porta quante ad avere lo regno di Dio, al quale respondono le sue buone opere e la buona fede. Ma se voi volete restringere quel che porta la parola e solverla così semplicemente, per viva ragione vi conviene dire che niuno muto vada in paradiso, con ciò sia cosa che quello ch’adomandano col cuore non possano mostrare con voce, per lo difetto ch’ànno da natura di non poter parlare. Ma ciò che dite, che dovete domandare quel che volete perché ne sare[s]te degno per doppia ragione, non si difende per giusta ragione, perciò che allora è vero, quando altri adomanda cosa che sia disposta a merceria dell’uomo. Ma guardi Dio ch’alcuno possa comperare l’amore per prezzo, perché l’amore è cosa di grazia e che sol viene dalla nobiltà del cuore e da pura libertà della mente e per ciò si dee dare a tutti solo per grazia, non per prezzo niuno, avegna che sia licita cosa agli amanti di dare e di torre gioie l’uno a l’altro. Ma se solo per ciò usassero l’amore, da indi innanzi non è diritto amore ma è falsato. Anche per la vostra domandagione, la mia libertà non dee perdere il suo dono, la qual cosa sarebbe se lla vostra domandagione vi ne facesse degno, perciò che la grazia perde il suo oficio là ov’altri adomanda quello onde n’è degno. Ma ove dite che lla cosa domandata che per fermo è comperata, ver è quanto a colui che ll’adomanda, ma non quanto a chi lla tiene, perché se dovesse essere lor dato solo per la domandagione, le ricchezze di molti tosto verrebono a fine e ne rimarrebero in molta povertà e in grande inopia. Dunque, bellamente lo fattore del proverbio volle dare dui intendimenti: perché catuno la cosa che vuole, od àlla per molti danari che spenda, o per molta gran fatica; e così questo cotale si suole schernire per la gente: "Questo uomo àe comperata molto cara quella cosa, ma non gli si fa per niuna guisa". Né anche quello che dite, ch’è vergogna alla donna s’ella di grazia profera il suo amore a colui che no·llo adomanda, no·mmi nuoce, però che non si truova che ssia vietato in niuno modo di dare di grazia il suo amore. Dunque può la femina, s’alcuno la ’nvita d’amare, invitarlo al suo amore con belle e con cortesi parole, s’ella s’avede che l’uomo non sia ardito di domandarlo per qua[l]che cagione. E in questo fatto la figliuola del buono re Carlo il magno ne dà uno buono asempro, la quale adomandò spressamente il su’ amore da Milione d’Anghiante, ma elli, perch’iera legato dell’amore de l’altra figliuola di quel medesimo re Carlo, sì lla rifiutò al postutto d’amare, non volendo a sua scientia cadere nel peccato de lo ’ncesto. Dunque, per niuna ragione mi si toglie ch’io non possa amare colui ch’ò detto, che no ’l m’adomando".

 

36.   Responde l’uomo: "Molto m’alegrerei, se in questo caso la vostra openione fosse aprovata da ogne femmina, perché sarebe più lieve fatica agli uomini ad amare, e di meglior condizione quel che desiderano. Ma pur in questo non vi posso consentire, che quelli che tace il su’ afare sia degno di magiore honore che quelli che ’l dice con savie e belle parole; ma né di ciò la vostra libertà ne perde il suo dono, ché quello ch’io dissi della ragione della compera e del debito dell’amore, no ’l dissi quasi perch’io ne credesse essere degno e perché ’l volesse per prezzo, ma perché forte pensava che foste graziosa a darlo a me che ’l v’adomandava, che a colui che stava fermo in non domandarlo".

 

37.   Responde la donna: "Troppo mi parete importuno, che pur volete ch’io vi dea ora il mio amore. Pognamo, dunque, che voi ne foste dignissimo d’averlo per vostri servigi, non dovete adomandare ch’io il vi desse così tosto, perché non si dice alla femmina d’alcun valore, di consentire troppo tosto al volere dell’amante; perciò che la tropo larghezza e la tostana sì viene in dispetto a l’amante e ’l disiderato amore sì l’à vile e se ’l pena molto ad avere, lo non ben leale amore si divien puro e sanza niuna rugine; dunque, in molti modi dé provare la femmina prima il savere dell’amante e conosciere per certo la sua fede, anzi che li dea speranza del suo amore".

 

38.   Responde l’uomo: "A lo ’nfermo, lo qual pare che vegno al giuoco da sezzo, non si dee dar cibo da dieta né medicina di ragione, ma tutto quello che ll’apetito suo disidera, avegna che regolarmente sia contrario a la ’nfertà sua, e questo suol fare lo buon medico per sodisfare a llui. Le pene, dunque, e continui dolori, i quali per vostro amore mi fanno languire a morte sanza tinore, mi constringono sanza tinore a domandarvi aiuto a questa morte che no·mmi dà posa. Né non vi potete difendere per quella ragione ch’avete detta, per la qual diceste che si disdicea alle femmine molto di dare il loro amore altrui così tosto, perché cotali risposte dovete lasciare alle foresi, le qual sempre anno in bocca di dire ch’a una fedito non cade l’albero. Ma lla savia e la discreta donna, a quel ch’altri l’adomando dé dare spazio convenevole, perché se men che bene o male a l’amante si dà indugio e l’amore lo stringa bene, non si potrà tener l’amante che spesso non passi per la sua via e che non [..] molto volentieri. Onde adiviene spesso perché quel cotal fatto [...], che son messi in boce malamente e talora quello ch’a pena è cominciato, si dice che sia compiuto e ’l buon proponimento si rompe. Dé dunque la femmina, il cui amor si domanda, con senno prolungare il tempo a l’amante, se à volontà d’amarlo".

 

39.   Responde la donna: "La gran pena e la grieve angoscia che dite che avete, con umiltà la dovete comportare, per la quale adomandate così gran cosa; perch’altri non può sapere che sia il bene, se prima non pruova il male. Ma quel che dite, che lla femmina dee dare termini con misura a colui che ll’adomanda, ver è quando la femmina à talento di lui amare; ma s’ella nonn à voglia niuna, sì dee con belle parole e con aconcie e cortesi partirlo da sé e ’l suo amico non turbare in niuna cosa o darli promessa d’indugio. Dunque, con ciò sia cosa che sia di fermo proponimento di voi non amare, non vi dé essere molesto s’i’ vi ricuso con falsa promessa di termine. Ma perché il vostro animo ciò non si recasse a ingiuria, non vi dicea la cagione per ch’ i’ non v’amava, cioè perch’i’ sono tenuta ad altrui e legata di catene da non disciogliere".

 

40.   Responde l’uomo: "Molto mi sarebe dolce l’angoscia di qualunque pena, s’i’ vedesse via d’alcun bene. Ma credo fermamente che voi diciate per fuga quel che dite, che siete legata d’altrui e per chiudermi via di non parlare a voi e l’amor sì vi mostra via ch’altri non dee a suo scentre impedire l’amore ch’è congiunto a ragione. Ma perché di ciò non vegio alcuna presunzione, sì ne sono mal credente a ragione e per ciò non faccio contro l’amore. Ma se per certo sapesse che voi amaste altrui e credesse anche che non ne fosse degno e io vi potesse con mie parole torre dal colui amore, non crederei offendere l’amore, ma fare le sue comandamenta; perciò che quel comandamento, del quale noi siamo in disputare, favela di quelle che saviamente son date ad amare e questo pruova la parola ’saviamente’, la qual è nel comandamento. Ma men che bene ama [a]lor la femmina, quando il senno del suo amante non risponde al suo, overo se fra lloro nonn è iguale amore. Ma se io sapesse che voi degnamente amaste, avegna che ’l comandamento lo vieti, ch’io non vi possa domandare amore, neente meno credo che mmi fosse licito d’adomandarlo, acciò che per vostra concessione mi sia licito d’avere buon volere per voi e che gli miei servigi, recandoli a voi, gli lodiate, e se men che bene in alcuna cosa deviasse, in privato mi dobiate amunire. Dunque, se d’alcuno amore siete legata, la qual cosa non posso credere, acorto cerchi lo vostro savere se cotale amore vi si fa".

 

41.   Responde la donna: "Fede che ciò sia vero non vi poso fare, se nnon per mio dire, perch’alcuno non dé dire le secrete cose del suo amore a molti, secondo che lla dotrina dell’amor comanda. Onde credo per fermo che fosse gran villania in questo caso di dire che non fosse da dar fede alle mie parole o d’altra donna, perché ciò viene solo da vostro arbitrio. Ma li fatti che farete da llodare, prometto di lodarli volentieri, ma l’oficio d’amaestrarvi no ’l prendo, perché quel servigio si dé fare solo agli amanti. Ma se lla femmina sia data a idonio amore, non è lieve cosa da conosciere, né molto par che ssi dica di sovrastare a questa inquisitione, daché l’amore è compiuto per ambe le parte, acciò che tra lle dette cose non sia manifesta disguaglianza, e che ll’amonire della femmina in ciò non possa sentire alcun prode. Dio, dunque, sì vi dea quello che sodisfaccia al vostro volere e che da ciò alcun di pregio non senta danno. Ma perché conosco, in quel ch’avete parlato meco, che voi siete molto aprovato nella dottrina dell’amore, sovra un fatto d’amore voglio vostro consiglio. Una donna di pregio per suo ingegno si vuole partire da sé l’uno de’ dui ch’adomandavano il suo amore, in questo modo: partendo in sé li sollazzi dell’amore e dicendo che l’uno avesse qual parte e’ volesse, o dalla cintola in giù, e l’altro da inde in sù. Ciascheduno di quelli sanza niuno indugio prese la sua parte e ciascheduno dicea ch’avea tolta la migliore e ciascheduno dicea ch’era più degno in ricevere l’amore perch’avea la miglior parte. Ma lla detta donna, non vogliendo gittare lo suo arbitrio sanza consiglio, per volontade della parte, adomanda ch’io difinisca per mia sentenzia qual di costoro sia, in quel ch’adomandano, da giudicare più degno. Adomando voi qual vi pare più da lodare ne la sua parte".

 

42.   [Responde l’uomo]: "Con ciò sia cosa ch’io adomandi da voi lo vostro amore e voi mi diate cagione di no amare, non dé essere villania s’i’ mi peni in ogne modo di torre da dosso la briga che nonn è mia e di partire da me la mia propria con parole. Anche se voi m’amendaste de miei rei costumi, non pare che sia difetto alla ragione di niuno amante. Dunque, fate quel che dovete, perciò che non mi posso partire dal proponimento di voi amare. Di ciò domandate ch’io vi dea il mio consiglio, sovra ’l quale non si conviene che alcuno savio dubiti. Chi dunque dubita che quelli che abesse la più nobile parte non sia anzi da amare che quelli ch’adomandò la parte di sotto? Perché quanto apartiene a’ sollazzi della parte di sotto, non à diferenza da’ bruti animali a noi, ma in questo caso per natura simiglianti a lloro. Dunque, lo prenditore della parte di sotto come cane si cacci da l’amore e sia emesso quelli che prese la parte di sopra. Ma ’l diletto della parte di sopra non sazia l’uomo, ma ’l diletto della parte di sotto tosto sazia que’ che l’usa e quando l’à usato si ne pente".

 

43.   [Responde la donna]: "Molto pare ch’eriate in questo caso e che siate fuor della via della veritade. Faccia l’uomo sollazzi qua’ vuole, sempre anno lor cominciamento da quello ch’è nascoso dalla parte di sotto e inde anno tutto lor principio, perciò che se lla femmina, sia bella e piacevole quanto vuole, s’ella si truova innutile a l’opera della luxuria, niuno vorebe prendere li suoi sollazzi, ma tutti la caccierebbono. E ’l diletto della parte di sopra per certo non sarebe nulla, se non s’usasse e desse per amore della parte di sotto. E se voi volete cont[r]astare che non sia vero, per forza di ragione vi conviene confessare che duoi maschi se possano dare sollazzi d’amore, la qual cosa sarebe assai male grande a ricordare e pecato a fare. Anche se l’uomo è friggido, overo altremente non possendo fare opera di luxuria, non disidera d’avere alcun diletto carnale, perciò ch’à in sé defetto di non potere fare per certo quello che regna nella parte di sotto. Tolta, dunque, la cagione di compiere l’amore, a ragione cessa il suo effetto. Né non contrasta come dite, perché la nostra natura sia comune con quella delle bestie, perciò ch’è da giudicare quello che ssia naturale e principale in tutte cose, nel quale alcuna cosa s’acorda a le cose della natura e truovasi congiunto per natura di sé e perché l’à d’altrui. Anche nostra sententia non si toglie, perché diciate che gli uomini non si sazieno di sollazzi della parte di sopra e di quelli della parte di sotto tosto divengano schifi. Perciò che quel cibo da tutti si giudica reo, il quale, poi ch’è preso, toglie l’apetito del mangiare, ma truovase che il corpo caccia fuori virtude di nudrimento e direggie molto male l’ume che son dentro; e per contrario quel cibo dé altri volere, il quale, poi ch’è preso, riempie lo corpo, repieno lo satia e dach’è consumato, anche li dà voglia di mangiare. Anche a niuno dé venire in dubbio che sempre le parte di sotto sono aprovate più degne che quelle di sopra, perciò che questo vedemo adivenire ne’ edifici secolari, perciò che diciamo e chiamamo le parte delle fondamenta più degna. Anche quel medesimo adiviene in quelle cose ch’ànno la lor vita della terra, ché secondo le parti di sotto si giudicano li uomini. Anche dico più: che ciò che fanno gli amanti è solo la loro intenzione, acciò che possano usare lo sollazzo della parte di sotto, perché vi si compie tutto l’effetto dell’amore, a la quale si muovono tutti gli amanti principalmente, e sanza ciò non si giudica ch’abiano nulla, se non aliquante ciance d’amore. Dunque, que’ che prese la parte di sotto più è degno nel suo amore per la sua presa, quasi com’egli avesse presa ad usare la più degna parte, che colui che vuole adomandare le ciance della parte di sopra".

 

44.   [Responde l’uomo]: "Per certo serebe fuori della buona via quelli, se quello che dite volesse dire con buon cuore. Avegna ch’ogne amante principalmente si muova per aver li sollazzi della parte di sotto, e ivi sia l’eternal cagione dell’amore, ma sozza troppo e disconcia pare l’opera del corpo e di gran vergogna alla femmina d’usare i sollazi di sotto senza que’ di sopra. Anche pare che non si possa fare d’usare li diletti della parte di sotto sanza que’ di sopra, se non se ne seguita tropa sconcia dispositione e vergognosa di corpi. Ma sollazzi della parte di sopra che si fanno per ambe le parti, meglio si ricevono e più cortesemente salva la vergogna, avegna che non usino la parte di sotto. Anche l’ordine della ragione dell’amore questo adomanda: ch’altri abia prima i sollazzi di sopra per la sovrastanza del domandare, e poscia que’ di sotto a grado a grado, perciò che solo le femmine le quali vogliono guadagnare del loro corpo, e quelle che stanno a lor collo, danno solo i sollazzi della parte di sotto e non vogliono dare quelli della parte di sopra. Dunque, il predetto ordine è da seguire quasi per natura, aciò che non ci tocchi il proverbio antico: "Guarda di non mettere al cavallo lo freno dalla coda". Ma quello che m’oponeste del cibo, non à in sé ragione, perché il cibo si prende acciò che ’l corpo si sazi, ma quelli sollazzi si fanno acciò che sempre cresca il diletto della carne e si conservi il volere dell’amore. Anche voleste dire che fosse più degna cosa la parte di sotto generalmente che quella di sopra, ma niuno savio dubita che lle cose di sopra non siano più degne che quelle di sotto, perciò che ’l cielo della terra, il paradiso del ninferno, gli angioli degli uomini è più degna cosa. Anche la parte di sopra dell’uomo, cioè il capo, è giudicata più degna, perciò che quante al volto si dice che l’uomo è formato a l’emagine di Dio, e quivi si giudica che ll’uomo sia sopellito ove il capo si truova. Anche, qua[n]do l’uomo è senza il capo, non si conoscie cui fosse il corpo, e chi guarda al capo, sì conoscie chi fu lo mozzicato per fermo. Ma quello che diceste delli ’difici del mondo, più si lodo per la bellezza della parte di sopra che li fondamenti e gli albori si lodano per menare frutto e sono bene ordinati nelle ramora, e anche li sollazzi della parte di sotto son degni d’aver lor guiderdone degli uomini secondo che debono. Tolta via, dunque, in questo caso la vostra sentenzia, anzi [è] da elegiere nell’amore quel che prese nella parte di sopra".

 

45.   [Responde la donna]: "Avegna che lla vostra openione paia che contrasti a molte ragione, ma perché pare ch’abbia in sé molta giustitia e che sia da confermare per dritta ragione, in questo caso si è d’aprovare e da lodare, perché pare che seguita la verità. Ma ed ancora mi bisogna sovra un altro fatto il vostro buon consiglio: una donna si avea un su’ amante, il quale andò nell’oste del re, e stando ivi si cominciò a dire pienamente ch’era morto; intendendo ciò la donna, e saputane la veritade e fatto il corrotto come dovea e tutto ciò che si richiede a l’amante ch’è morto, sì si congiunse con un altro amante. E passato molto piccolo tempo, si tornò poscia il primo amante e adomandò quel ch’era usato dalla donna, ma il secondo amante non lascia, perciò che dice che ’l suo amore è compiuto e abilanciato d’ambe le parte e a ragione né l’uno né l’altro degli amanti ne dé perdere il suo amore. Pognamo che ’l primaio fosse presente e la donna per forza d’amore desse il suo amore ad un altro, avegna che ciò fosse ingiuria al primaio, la donna si avrebe in ciò qualche iscusa, cioè ch’ella il fece perch’ella non potté far altro, perciò che niuno può andare altrove, se non ove ’l trae lo spirito dell’amore e la volontà il costringe d’amare, onde a ragione e questo secondo amante dé stare in sua fermezza".

 

46.   [Responde l’uomo]: "Lo solvimento di questa quistione pende più ne l’albitrio e nel voler della donna, che in quel che dica la regola dell’amore o in su’ spezial comandamento. Ma credo che quella donna onde ragioniamo ora, farebe meglio s’ella se renda in tutto al primaio amante, se in qualunque legame d’amore si muova contra di lui. Ma s’ella nonn à niun buon volere dell’amore contra di lui, overo niente, sì dico ancora che si dé sforzare di volere quello, il quale à usato in prima con gran voglia e confermato il cuore. Anche di molto savere si è di distorre il su’ animo da quello in cui à consentito per erro. Né a ragione il secondo amante questo si dé recare ad ingiuria, perché di sua ragione neente si menoma se quel ch’à tenuto dell’altrui per erro di fatto, saputane la veritade, il lasci. Ma s’ella vede che lla sua volontà non v’esenta per niuna cagione, o che lo primo amante sia disperato di non potere ritornare in sullo istato ch’era in prima dell’amore, si può retenere al secondo amante, s’ella non fa perch’amor la stringa a cciò, e sozza cosa è frodare le comandamenta dell’amore. Non mi nuoce la regola per la qual diceste che niuno dovea perder il suo amore senza colpa, perciò che ’l primo amante l’alega per sé, il quale sanza sua colpa si truova privato dell’amore. Dunque, a la detta regola so che per savi dell’arte dell’amore vi s’agiunse: là ove dice "sanza colpa", s’intende "overo sanza giusta cagione". Dunque a ragione non può stare quel che diceste, che lla donna può lasciare l’amore dell’uno ed amare un altro, se ll’amore la stringa a cciò; anzi, s’alcuno le domanda il suo amore, cortesemente lo dé partire da ssé; ma s’elli pur persevera in domandarlo, alla fine [dé] dire ch’ella sia tenuta ad altrui, né non dé porre il suo cuore alle sue parole, né ricordarle, né imaginare i suoi portamenti, né averne molto pensiero, ché per ciò si potesse storre dal suo amore e da suo pensiero. Perciò che se l’amor ne la femina non à suo cominciamento per lo molto pensare e continuo d’altrui e per tenere a memoria le fattezze d’alcuno, mai non avrà cura d’avere niuno amore".

 

47.   [Responde la donna]: "Vostra risposta mi piace in ambendue le quistioni, perché pare portare tutta giustizia ma, aciò che si tolga via ogne sospeccione di tanto stare in parlare, sì mi piace ch’abia fine lo nostro tencionare".

 

48.   [Responde l’uomo]: "Pjaceme molto quel che dite, daché sodisfa a voi, ma sì vi priego che voi sì rispondiate a un mio dubio [e] mi siate benigna: cioè s’alcuno amante vada a una donna non ad intenzione d’amarla, né per lasciarle il suo amore, se per ciò debia essere privato de l’amore di sua donna. Ma pare che qualunque cosa faccia l’uno degli amanti, se per quello fatto non si menova l’effetto dell’amore, ch’ella lo debbia comportare umilmente, ma gastigarlo di ciò con rampogne".

 

49.   [Responde la donna]: "Né io altressì in questo caso vi sarò avara di rispondere. Ma sì mmi meraviglio come voi vi dubiate, perché la regola d’amore palese ci amaestra che l’uno amante dé servare kastità a l’altro. Onde, per ragione in questo caso l’amante dé essere privato dal suo amore, perché fa contra la regola dell’amore, chi la ’ntende come dee e credo che assai basti, se questo si truovi vietato nella regola dell’amore. E non vego che non sia licito di perdonare a’ falli del su’ amante, se vuole".

 

50.   [Responde l’uomo]: "Molto mi pare dura la vostra interpretagione, ma temo di contrastare a ta[n]ta grandezza. Ma ancora dubito d’una cotal cosa: s’un amante dé perdere lo suo amore, pognamo che vada a una donna non ad intenzione d’amare, e se ’l suo volere non sia venuto a compimento, pare che per così poco fallo non debia sostenere sì gran danno, con ciò sia cosa che ’l suo amante non abia sentita alcuna ingiuria".

 

51.   [Responde la donna]: "Anche questi è degno d’essere condannato della sententia ch’ò detta di sopra, se non forse egli si chiami pentuto di quel fallo e se ’l suo amante s’aumigli verso lui perché ’l vede così tornato alla sua fede. Perciò che non pare che quelli servi castitade al suo amante, secondo che vuole amore, lo svergognato proponimento del quale scuopre la pura mente".

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2006