Andrea Cappellano

 

De Amore.

versione romana

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

Edizione di riferimento

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

17.

Come deve parlare uomo nobilissimo a donna nobile.

 

Come il piú gentile parli alla gentile donna.

1.   In quel modo ch’à detto il gentile o ’l più gentile a quella del popolo, sì può dicere il più gentile a la gentil donna, salvo che non dee lodare sua gente e che non dee sovrastare molto in lodarla. Anche può dire in questo modo: "Yo posso fare più grazie a Dio che niun che viva, perciò che m’a dato a vedere quello ch’io disiderava più che niun’altra cosa di vedere e questo dono credo che m’à fatto per la gran voglia ch’io n’avea e per lo molto priego ch’io gli faceva, perciò ch’un’ora intera di die né di notte non passava, ch’io non pregasse Dio che mmi desse grazia di vedervi da presso, viso a viso. Ma non era maraviglia s’ io n’avea sì gran voglia, né se ’l volere mi stringe a tanto, perciò che tutto ’l mondo non dice altro che del vostro senno e della vostra beltà e le gran corte quasi per tutto il mondo si pasceno come fosse cibo del vostro senno. E io conosco per certo ora che lingua d’uomo dire non potrebbe, né cuore pensare vostra beltà né vostro senno. E per ciò la gran voglia ch’avea di voi vedere e servire sì mi crescea e crescerà magiormente per inanzi, perché vegio, ed è vero, che servire a voi solo è vita a tutti e sanza ciò niun potrebbe far quello che a onor gli tornasse. Dunque, priego Dio del cielo che solo, per sua grazia, mi dea a fare quel che vi piaccia, perciò che niun male né aversità che m’avenisse, non mi [potrà] turbare. E io quanto bene farò, voglio che in tutto sia al vostro nome e al vostro onore, perciò che tutto sarà compiuto solo per voi".

 

2.   Responde la femmina: "Io son tenuta di farvi molte grazie, che sì mi lodate e che vi piace d’agrandirmi per vostro dire. E sapiate che la vostra venuta mi dà allegrezza e assai mi sodisfa di ciò che dite che v’è gran conforto che voi mi potete vedere. Anche mi rallegro se Dio mi dà tanta grazia che a voi e agli altri sia principio e cagione di ben fare. Ma sì vi voglio pregare d’una cosa ch’abbiate in voi, che non lodiate tanto la persona che poscia vi sia vergogna a lodarla. Anche di non lodare niuna, sì che al savere d’un’altra torni a menomanza, però che di quel che dite, che vita à colui che mi può servire, pare che facciate ingiuria a tutte l’altre donne, alle quali altresì come a mme, o forse più, il servigio che si fa loro a dispregiare. Ma certo li vostri servigi non sono da rifiutare per niuna donna, perciò, sì come pare a me, uomo siete di molto senno e di molta cortesia e di molta gentilezza, e per ciò fate bene che mettete in opera quello che risponda al vostro savere e a vostra nazione. Perché li più gentili debono avere più gentili costumi che gli altri: più si sozzano di fare una picciola cosa villana e di non far cortesia, ch’a non gentili di fare gran pecato. E molto m’alegro s’i’ sono a voi fonte e cagione di ben fare e in ciò che potrò di ben fare a voi in tutto darò forza".

 

3.   Responde l’uomo: "Per certo conosco ora ch’è vero ciò che si dice di voi per lo mondo, perciò ke per vostra risposta per fermo si conosce quanto senno è in voi e quanto buono amaestramento. Dunque, perché m’amoneste che i·lodare e il biasimare altrui dovesse avere misura, si conosce il molto senno ch’avete in voi. Ma Dio mi guardi ch’ i’ stea in sì aperto inganno, ch’ i’ taccia quello che tutti li uomini lodano, con ciò sia cosa che in niun modo quanto apo savi la fama di niuno si ladisca, s’alcuno si truovi che per suo dire ditraga a la fama, o buono uomo o rio che sia, anzi per ciò si n’acrescie suo pregio. Tutto ciò, dunque, che volete dire o fare a me, sì ’l potete ben fare sanza niuna riprensione che vegno da mme. Ma in questo fatto è molto da guardarvi, perché se farete bene ogn’uomo il loderà, e se male, avegna ch’io non vi ne riprenda, perciò che non si fa a savio uomo, ma sì mi guarderò di lodarvi. E anche li ma’ parlanti, i quali in mal dire non ànno regola, anzi, quando possono dire male d’altrui, è il lor mangiare e il lor bere, non si rimaranno che non ne dicano male, perch’è loro usanza. Ma quel ch’io dissi, che servire a voi era solo ad altrui vita, non mi credo che sia ingiuria a l’altre donne, perciò che s’io facesse dispiacere a l’altre, a voi non potrei fare a piacere, e servendo a l’altre, sì ve ne credo fare a piacere, spezialmente ove io il facesse per vostro amore. Anche la dolce e la piana vostra dottrina mi conforta ch’io dovesse far quello che mia natura e a mia nazione si convenisse, la quale io recevo con molta larghezza ed essere aparechiato d’ubbidirvi. Perciò che non si fa a niuno, sia gentile quanto vuole, di torresi di far bene con sue opere, come voi medesima assai bene avete detto. E così, dunque, altressì si fa al vostro savere, che è a la natura di vostro sangue, da la quale voi siete nata, per certo si fa d’adoperare quello che le responda. Ma alla vostra gentilezza niuna cosa più si conviene che di metere in opera quello e fare ciò che il proponimento di ben fare sempre possa crescere di bene in meglio. E so bene che se alcuno vivente per la pura fede e per la molta voglia ch’ò in voi servire, fosse degno per suoi meriti d’avere vostra grazia e vostro disolvere, io ne sarei degno Sovra tutti d’avere gran servigi da voi. Dunque, voi ò detta in mia donna intra tutte l’altre per potenzia di Dio, a’ servigi del quale sempre voglio essere e a lode del quale tutti beni che farò vo’ rendere. Ma priego con tutto mio cuore la vostra grandezza che mi degnate di tenere per vostro uomo, sì come io son tutto dato a voi servire, e che lle mie opere truovino cambio dinanzi da voi di ciò che disidero".

 

4.   Responde la donna: "Nyuna cosa è in questo mondo ch’ i tanto desideri di far quello che mi tornasse a onore. E che in Dio padre ò piena fidanza che, insino a tanto che mi manterrà il senno che m’à dato, non farò quello ch’altri mi ne possa riprendere. E di contrastare a ma’ parlanti mi pare troppo impossevole e di gran fatica, perciò ch’assai mi parebbe più agevole che ’l fiume che corre in giù, per quel medesimo corso di ritornarlo piutosto a la fonte laonde nascie, che tenere le bocche de’ ma’ parlanti. E per ciò credo che sia anzi il lor volere arbitrio, che sovrastare al lor mendamento, perché Dio non vuol che s’amendino. Dunque, i buoni i·lor dire debono spregiare e loro usanza, perciò che se ’l buono facesse bene quanto vuole, sempre i·lor dire i rei lo fanno che sia male. E per ciò, basti ad ogni buono uomo a sua difensione la buona coscentia ed essere difesi per li buoni. E confesso bene che servendo a l’altre donne, sì m’è servigio; ma che ogni ben che si faccia sia a mia cagione, pare che non si convegna e ch’abbia in sé grande ingiuria, perché son molte forse d’a[l]tretal senno o di magiore e che son degne di magiore onore. E la mia gentilezza credo in tal modo governare, che voi e gli altri che faranno bene per me, sempre possiate acresciere e stare in quel volere di ben fare. Ma dite che voi siete tutto al mio servigio, e che siete più degno ch’altri d’aver merito da me per lo grande desiderio ch’avete in me servire e perché dite che m’avete per vostra donna; ma non piaccia a Dio ch’a’ vostri servigi né agli altrui io stea di non rendere cambio, con sapiendolo io. Ma quello che pregate, ch’io vi tenga per mio uomo, sicome mi siete più degno dato tutto in me servire, e ch’ i’ ve ne dea il guiderdone che desiderate, no ’l vegio com’ io il possa fare. Perciò che cotale spezialità forse potrebe nuocere altrui, a la qual forse altressì o più ch’a voi mi piace di servire. Anche il dono che domandate, qual sia no ’l so bene, se prima per voi non ne sono certa".

 

5.   Responde l’uomo: "Quel ch’ i’ dissi di ma’ parlanti, no ’l dissi perch’ io vi volesse dar carico di costrignere i ma’ parlanti, ma perché ne’ vostri fatti che faceste per inanzi, vi mostraste tale che rei montassero in magiore invidia e che di loro mal dire foste difesa per li buoni, come per voi s’è detto saviamente: per ciò basta a catuno se da’ buoni à buono nome. Ma ciò che diceste, ch’era ingiuria a l’altre [s]e tutto il bene ch’io faccio dico che sia pur a vostre lode, niuna ingiuria e offesa par che contegna. Avegna che ogne bene che altri fa, d’ogne femina si debbia lodare, ma lo buono uomo tutto il bene che fa alle lode d’una donna lo dee apropriare e a ciascheduna delle savie donne, avegna ch’ogne bene le debia piacere, ma sì può lo bene d’uno apropiarlo a sé e recarlo che sia fatto pur a suo onore. Dunque, a niuno è ingiuria, se tutto ciò ch’io fo di bene dico e reco al vostro servigio co’ [o]nore, e voi tenga per mia spezial donna. Basti, dunque, a l’altre, se son servite per tutti li altri. Perciò che uttulitade non pare che torni a lloro e voi, se v’afaticate, con ciò sia cosa che lla mia volontà sia congiu[n]ta in tutto a’ vostri servigi, a la quale non si può comandare, sì come mostra la dottrina del savio Donato: perciò che la volontade dell’uomo è sì libera che forza di niuno, da quel che à pensato per fermo di fare, no ’l potrebe distorre. Dunque, l’altre donne a nulla ragione il mi possono adomandare, se non domandassero ch’io le servisse per vostro amore e non per altro servigio ch’io sia lor tenuto di fare; ma tanto a voi son tenuto di fare cosa che vi torni ad onore e di guardarvi da disinore in tutte cose. Ma da voi questo mi pare che m’abiate a ffare, sì come in vostro dire voleste acertare, che i servigi che si facessero per voi, molto non stareste di rendere guiderdone. Anche diceste che se vedeste ad essere spetial donna, che sarebbe ingiuria agli altri, a’ quali forse altresì o magior, vostro volere era di servire. Ma se voi avete volere di servire alcuno altrettale come ad me o magio, sì priego ch’apo voi non mi vaglia né ragione né altra cosa. Anche diceste che ’l guiderdone ch’io v’adomandava no·llo intendevate bene, a la qual cosa è tutta mia intenzione. Ma sì voglio fervine certa che v’adomando tal dono, per la quale ne perda pena da non poter patire, e che ciascheduno a cui fosse dato serebbe tutta ricchezza, e ch’a voi sarebbe assai leggier di dare, se ’l vostro volere non fosse contrario a ciò. Dunque, il vostro amore è quello ch’adomanda per medicina di mia vita, e quello ch’io vo’ caciando".

 

6.   Responde la donna: "Molto sareste fuori della diritta via dell’amore e della buona usanza degli amanti, che sì tosto adomandate amore. Perché il savio e lo scalterito amante, quando parla prima volta a una donna, la qual non sia prima suta sua conta e non conosca, non dee la prima volta domandare dono d’amore, ma in vera pruova si dee prima scontare a llei e in tutto suo dire mostrarlise piano e soave, e poscia si dee penare di far sì che gli amanti in sua asentia ne dicano bene e lodino quel che fa, e poscia securamente adomandi amore. Ma e voi questo ordine avete passato, la qual cosa penso ch’abiate fatta perché credeste ch’io fosse molto corrente a darvi quel ch’adomandate, o perché non siete savio nell’arte d’amore. Onde a ragione il vostro amore è d’aver sospetto".

 

7.   Responde l’uomo: "S’è vero che non servasse l’ordine d’amore, pare che ciò mi concedeste, perché potavate ben savere il mio volere per le parole che dicea coperte e oscure, e voi, mostrandovi di non intendere le parole, adomandaste ch’io il vi desse a intendere. Ed io, non guardandomi da voi e credendo che voi non foste corente a darmivi, sì mmi mossi a domandarvi amore e dimostrarvi il mio volere, daché ll’adomandaste. Avegna che ll’ordine che dite si debbia servare, per giusta cagione si può rompere, perché se llo molto volere mi stringe e sia fedito dentro d’amore, la necessità giusta mi difende da cciò, perciò che lla molta necessità nonn à leggie. Ma s’ io sono poco savio nell’amore, a ragione mi conviene adomandare amore di gran senno e di valore, acciò ch’io diventi savio nell’amore. Perché se ’l non savio ami la non savia, non potrebe cotale amore cresciere né mantenersi lungo tempo. Perciò che la nave che in tempestade nel mare è sogiogata da l’onde dell’acqua, avegna ch’ell’abbia buon vento, s’ella nonn è ben governata e atata entra quel buon vento, picciolino vento l’afonda e va sotto. Dunque, a l’una e all’altra ragione ch’asegnaste sì ò ben risposto, e niuno mio detto possono contrariare".

 

8.   Responde la donna: "Avegna che per tutte cose siete d’amare, ma la molta ampia e grande via sì nuoce a potere avere agio di dare sollazzo l’uno a l’altro, perciò che gli amanti che sono presso a le pene che nascono dell’amore possono dar medicina e atar l’uno a l’altro e ’l loro amore nutricare; ma quelli da lunga non può atare l’un l’altro, ma ciascheduno le conviene comportare e medicarsi elli medesimo. E per ciò non pare che sia da compiere il nostro amore, perché la regola d’amore mostra quando l’amante vede spesso l’altro fa cresciere l’amore, anche, a contrario, vegio che menova l’amore di coloro da lunga e per ciò ciascuno si peni d’avere amore che lli sia apresso".

 

9.   Responde l’uomo: "Voi dite quello ch’è contra ogne ragione, perciò ch’ogn’uomo sa che s’altri la cosa che disidera l’à legiermente, sì l’à a vile e in dispregio, a la qual, prima, tutto suo volere avea; e, a contrario, ogne bene che si pena a dare, sì llo riceviamo co·magior voglia e co·magior studio la serviamo. Dunque, la rada usanza ch’ànno gli amanti insieme e la malagevole, sì fa legare gli amanti di più ardente amore e più pensano a cciò; perciò che lla fermezza si compie ne l’onda del suo turbamento e ’l perseverare si conosce per certo nell’aversità. Perciò che più dolce riposo pare a l’uomo molto faticato, che a quello ch’è stato tuttavia in riposo e magior prode par che faccia l’ombra del rezzo a quel ch’à gran caldo, che a colui ch’è stato a l’aere temperato. Nonn è dunque regola d’amore quella che diceste, perciò ch’è falsa e non veritiera, che quando li amanti si vedeno rade volte faccia menomare l’amore. Onde, perch’io stea in luogo lontano, a ragione no·mmi potete cacciare dal vostro amore, anzi piutosto mi dovete amare ch’uno che fosse più presso, perché l’amore si cela piutosto fra lontani, che fra coloro che sono vicini".

 

10.   Responde la donna: "Per celare l’amore non credo che sia da volere amare o sia da longa o da presso, perché s’è savio e scaltrito l’amante, o lontano o da presso che ssia, in tanto il suo volere e ’l suo fatto atempra, che niuno se potrà acorgere delle secrete cose del suo amore; ma s’elli nonn è savio, o da presso o da longa che sia, non potrà celare il suo amore. Dunque, no à luogo la vostra ragione, per questo che dico. Anche un’altra cosa non piccola mi contradice d’amare, perch’ò marito di molta gentilezza e cortesia e senno, il quale sarebbe tropo gran male a farli fallo, perch’ io so che m’ama di molto grande amore e io son tenuta d’amare lui. Dunque, se m’ama così, per ragione non posso amare altrui".

 

11.   Responde l’uomo: "Confesso ed è vero, che vostro marito è così come dite e da farli onore sovra ogn’altro che viva, il quale fu degno d’avere voi al suo volere. Ma molto mi maraviglio, che l’amore ch’è tra moglie e marito e sonne tenuti, volete dire che quel cotale sia amore, con ciò sia cosa che per certo tra moglie e marito l’amore non possa avere luogo, avegna ch’ami l’uno l’altro e troppo, ma per ciò quello non può essere detto amore, perché veramente non si può comprendere sotto la regola d’amore. Che altra cosa è l’amore, se non la tropa gran voglia d’usare e d’avere sollazzo col suo amore furtivamente? Ma domandovi come tra marito e moglie potrebbe essere furto di ciò, con ciò sia cosa che ssi dica che ll’uno possiede l’altro e sia tenuto di fare senza contradetto tutto ciò che vuole l’uno dall’altro. E anche perciò che lla leggie dello ’mperadore ’l dice, che niuno nella sua cosa può comettere furto né usarla come furtiva. E non vi paia bugia di quel ch’io vi dico, che non si può chiamare amare quel tra moglie e marito, avegna che s’amino di grande amore, sì come ne l’amistà. Avegna perché tra ’l padre e figliuolo in tutte cose sia grande amore, per ciò fra lloro nonn è vera amistade, perciò, secondo che dice Ceciro, solo il parentado del sangue gli fa così amare. Dunque, altretal diferenza è tra l’amore ch’è tra ’l marito e moglie e l’amore degli amanti, chente tra l’amore del padre e del figliuolo e la buona amistà di due huomini, perciò come quivi no è amore, così qui no è amistade. Adunque vedete per certo ch’ amore no è detto tra marito e moglie. Anche per un’altra ragione non si può dire amore, perciò che lla gelosia è da dispregiare tra moglie e marito e d’avere in odio come tempesta, senza la quale altri non può essere diritto amante, anzi la dee tenere per sua madre e balia. Onde sapete per certo tra marito e moglie k’amore nonn à luogo. Dunque, perché a ciascheduna savia donna si bisogni d’amare, senza ingiuria di vostro marito potete udire colui che v’adomanda vostro amore e dalglile".

 

12.   Responde la donna: "Voi vi sforzate di difendere quello che per antico da tutti è molto da biasimare e d’avere in odio. Dunque, a ragione chi lla potrebbe lodare o difendere in sua parola, perché la gelosia no è altra cosa che ria sospeccione della femmina? Dunque, guardi Dio che alcuno savio non sia preso d’alcuna gelosia, perciò ch’è inimica a tutti i savi e a tutti i buoni odiosa. Anche, sotto spezie di spianare che cosa sia l’amore, dite che marito e moglie non possono dar sollazzo di furto d’amore, il quale senza paura l’uno co·ll’altro possono compiere lor voglia. Ma s’a diritto intendete e spianate, per ciò neente meno tra marito e moglie è detto amore. Perciò che quello che dice la regola, ch’amore dé essere di furto, se voi non mi volete ingannare, sì s’entende generalmente dell’amore, non dicendo di quale amore. E per niuna ragione par che mostri che marito e moglie non possano dare e usare tra loro sollazzo di furto, e non può nuocere perch’abbiarlo libertà d’usare l’amore fra loro senza alcuna paura. E per ciò quello amore è da tutti da prendere, il quale l’uomo può usare e mantenere senza alcuna paura. Dunque, cotale amore voglio prendere e usare, il quale sia in luogo di marito e d’amante, perciò, qualunque cosa dica la regola, non pare che sia altro l’amore se nno lo gran disiderio che ssi compie di carnal diletto, il qual niuna cosa contradice che non si debbia usare tra marito e moglie".

 

13. Responde l’uomo: "Se voi sape[s]te bene la dottrina dell’amore e per niuno tempo ne foste tocca, sì direste per certo che veragie amore non potrebe essere senza gelosia, perché, come dite pienamente, che gelosia che se lodo da ogne savio intra gli amanti, è, tra marito e moglie, dispregiata per tutto ’l mondo; perché avegna, intesa la regola della gelosia, sì ne sarete certa. È dunque la gelosia veragie pena dell’animo, per la quale sanza modo temiamo che lla sustanzia dell’amore non menomi per non potere sodisfare al volere dell’amante, e temere che ll’amore non sia iguale e avere sospecione dell’amante sanza reo pensiero. Onde per certo apare che lla gelosia tre parte à in sé. Perciò che ’l vero geloso sempre teme che suoi servigi non siano soficenti a mantenere il suo amore e ch’altresì non sia amato com’egli ama e pensa quanto dolore avrebbe se perdesse il suo amante, avegna che non possa credere ch’avenisse. Ma questo ultimo detto non potrebe aver luogo tra marito e moglie. Assai è aperta cosa che ’l marito non può aver sospetto da moglie se nno in male parte. Per ciò, quando il marito è ben geloso, incontanente non sono quel ch’erano per la ria sospecione ch’à di lei, ed ànne gran pena, perché l’acqua che sia ben chiara corre per luogo [arenoso], sì diventa torbida e perde la chiarezza ch’à per natura, sì come adiviene della limosina che per sua natura ne riceve merito da Dio, ma se ll’epocrita o ’l vanaglorioso la dà al povero, sì non n’à merito da Dio e così perde la cosa col guadagno. Dunque, assai è ben provato che lla gelosia nonn à luogo tra marito e moglie e per ciò si seguita ch’amore non puote essere tra moglie e marito, perché queste due cose seguita l’una l’altra igualmente. Ma tra li amanti la gelosia d’amor dé essere: le tre parti della detta gelosia, ch’è detta di sopra, è mestiere ch’abbia in sé l’amante; dunque, la gelosia tra gli amanti non si danna. E molti sono ingannati, i quali dicono che lla gelosia à in sé ria sospecione, sì come aliquanti bisognosi spesse volte credono che llo stagno sia argento. Onde assai sono che non sapiendo onde nasca la gelosia e che sia a dire, assai volte sì v’errano fortemente e sono ingannati. Perché e tra coloro che non sono marito e moglie sì v’è la non diritta gelosia, i quali non sono amanti, ma chiamansi amico e amica. Ma quello che voleste dire ed afermare, che cotale amore è da volere e no altro, il quale si può fare senza peccato, non pare che possa stare, perciò che ’l sollazzo che ssi fa tra ’l marito e lla moglie se non per aver figliuoli e per sodisfare l’uno a l’altro, in altro modo non può essere senza peccato, anzi ne sono puniti più duramente se usino la cosa ch’è santa come non debono, che se lla cosa ch’è usata, s’usi malamente. Perciò che più grave avolterio si truova nella moglie, che inn un’altra, perché lo veragio amadore, sì come dice l’apostolo, nella sua moglie si giudica avolterio. Ma lo vostro spianamento che faceste dell’amore, da niuno pare che s’apruovi, perciò ch’avemo da magiori autori che no è da spianare altram[en]te le parole, se non come sono scritte. Onde a tutti si è certo che ’l vostro spianare non à in sé ragione, perciò che pare che sia contra la sententia della regola. Ma neanche lo spianare che faceste dell’amore non può stare per ragione, perciò che si intenderebbe in quel detto per fermo il cieco e tutti li altri, i quali non possono amare, sì come mostra la dotrina d’Andrea capellano del papa. Con ciò sia cosa che per buona ragione alle mie ragioni non possiate cont[r]astare e se mi fate languire per lo vostro amore, niuno uomo vi ’l tornerà a onore e anche s’ io ne venisse alla morte".

 

14.   Responde la donna: "Non pare ch’abiate mostrata ragione niuna, la qual possa torre via la mia sentenzia, overo che consenta al vostro volere. Ma perché pare che d’ogne parte sia proposta ragione e acciò ch’io nonn abia via di contendere con voi, si lla cometto i·mano di qualunque savio uomo e savia femina voi volete, sovra questi due capitoli, cioè; se ll’amore à luogo tra marito e moglie e se fia gelosia sia da domandare infra gli amanti a ragione. E questa quistione no·mmi pare che potesse aver fine e essere difinita per noi bene".

 

15.   Responde l’uomo: "In questo fatto non voglio altra persona se non voi, se volete ben porre mente alle parole ch’avete dette".

 

16.   Responde la donna: "Questo non s’udìo anche, ch’altrui nel suo fatto fosse giudice, e per ciò non voglio difinirla io, anzi lascio ad altrui sentenzia".

 

17.   Responde l’uomo: "Abiate licenzia di cometterla in cui volete, ma in donna solamente".

 

18.   Responde la donna: "Se vi piace, a me pare di dare questo honore alla contessa di Campagna in questo fatto".

 

19.   Responde l’uomo: "Ed io prometto sempre di servare e d’avere per fermo tutto ciò ch’ella dirà, perciò che niuno può aver sospetto di suo senno e che non dea buona sentenzia. Onde mandiamo una lettera da nostra parte, la qual dica come ci compromettiamo in lei e sopra che fatto".

 

 

17a

Lettera a Maria di Champagne

 

Lettera a la contessa di Campagna.

1.   A la grande e a la savia M. Contessa di Campagna, G. gentil donna e N. conte, salute e molte allegrezze. Come l’antica usanza mostra apertamente e l’ordine degli antichi vuole, che quando s’adomandi giustizia ove per certo il senno à trovato albergo e piutosto è d’adomandare la verità della ragione della piena fonte, ch’adomandare cercando aiuto della tenuità de’ piccioli rivicciuoli. Perciò che lla gran povertà delle cose a pena potrà dare altrui copia per alcun tempo e, fame, abondanza. Per ciò sarà impossevole che ’l segnore ch’è di gran povertà faccia ricco il suo vassallo.

 

2 Dunque, un die, quando noi sedavamo sotto un’ombra d’un pino di grand’altura e molto ampio e diciavamo sovra l’amore e studiavamo di trovare le sue comandamenta, con suave e con dura battaglia di contenzione, fortemente sì cominciammo a cadere in dubbio di due cose e molto ci afaticammo sovra: cioè se tra moglie e marito l’amore possa avere luogo e se tra gli amanti molta gelosia sia da laudare. Con ciò sia cosa che noi disputassemo molto sovra quelli dubbi, e ciascheduno di noi si difendesse a ragione, niun di noi volle consentire al voler dell’altro, overo a suo’ detti. Domandiamo dunque sovra ciò il vostro arbitrio e mandianvi scritte le nostre ragioni come noi disputavamo, acciò che da voi, sottilmente saputa la veritade, la nostra lite si possa a ragione sentenziare e difinire. Perciò per certo e per manifesta veritade sapiamo che ’ n voi è gran senno e che niuno volete ingannare di sua ragione, la qual cosa noi crediamo per certo. A la vostra grandezza adomandiamo ragione e con piena voglia desideriamo che sovra questo fatto voi siate sollicita, pregandovine caramente per queste lettere e togliendo via ogne dimoranza, Dio vi dea a dare giusto arbitrio.

 

 

17b

Risposta di Maria di Champagne

 

La risponsione di quella lettera:

1.   A la savia e alla gentil donna G. e al gentilissimo uomo N. conte, M. contessa di Campagna, salute.

 

2.   Perciò che non domandate indegna cosa ma da lodare da tutti di sua natura, e a niuno ch’adomandi degna cosa non si fa a noi di negare il nostro atore, spetialmente que’ ch’errano nell’amore e adomandano che noi revochiamo il loro errore, sì come per vostra lettera ci mandaste, dicendo apertamente che sanza niuna dimoranza ci apiacesse di dire sovra ciò il nostro volere. Anche intendemmo per vostra lettera che cadeste in cotal dubbio: overo s’amore potesse essere tra moglie e marito o se tra li amanti si pruovi la gelosia. In ambendue dubbi ciascheduno di voi stette fermo a quel che dicea ed era contrario a l’altro, e volavate ch’io dicesse per mia sentenzia chi avesse ragione di voi. E per ciò, letto quel che diceste diligentemente e traendone la veritade, in cotal modo voglio difinire questa lite. Diciamo dunque, e per fermo fermiamo che ll’amore non può essere tra moglie e marito, perciò che gli amanti l’uno a l’altro fa per grazia tutto ciò che sa, ma no perché ne sia tenuto per ragione.

 

3.   Ma marito e moglie son tenuti d’ubidire l’uno a l’altro e da cciò non si possono partire. Anche, che onore crescie a la moglie se usi in modo d’amante col suo marito, con ciò sia cosa che niuno ne possa per ciò acresciere in senno e neente più par ch’abia senno quello ch’a ragione aveano in prima? Anche e per un’altra ragione dician questo, perciò che ll’amor comanda che niuna, pognamo che ssia moglie di re, può montare in pregio d’amore, s’ella non ama altro uomo che ’l marito. Anche per un’altra regola sì se mostra che niuno non può servire a due signori e per ciò, dunque, tra marito e moglie a ragione non può essere [amore]. Anche un’altra ragione contrasta al marito e moglie, perciò che lla diritta gelosia non si può trovare tra loro, sanza la quale non può essere lo diritto amore, sì come la regola dice: chi nonn è geloso non può amare. Dunque, questa nostra sentenzia con gran descrezione data e fermata per consiglio di molte altre donne, sanza niuno dubbio l’abbiate per ferma.

 

4 Data sotto gli anni domini mille cento settantaquattro, il die di magio, duodecima indizione.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2006