Andrea Cappellano

 

De Amore.

versione romana

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

Edizione di riferimento

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

15.

Come il gentil uomo deve parlare a gentil donna.

 

Come parli lo gentile huomo alla gentile donna.

1.   Dopo le parole, le quale d[é]i dire, in prima così cominci: "Tant’è la gentilezza e la cortesia ch’avete in voi, che tutto ciò che ’l mio cuore disidera mi credo poter dire a grande sicurtà dinanzi da voi. Però che se li amanti lecita cosa non fosse di dire i·lor volere, così l’amor perirebe in tutto, il quale di tutti beni è fonte e principio, e niuno saprebe servire a l’altro e non sarebbe conosciuta lor cortesia".

 

2.   Responde la femmina: "Tu sai ben dire, e molto mi piace d’udire".

 

3.   Responde l’uomo: "Avegna che rado m’apresenti dinanzi da voi, ma il mi’ cuore e l’anima non si ne parte, però che·molto e il continuo pensiero ch’ i’ ò di voi tutavia mi fa stare dinanzi da voi e quel tesauro, il qual è tutto mio intendimento, guardo sempre cogli occhi del cuore e sì mi dà pena e tômi tutto bene, però che ove altri à tutto suo desiderio, sempre teme che no ’l perda. Dunque, quanto vi sia fedele, quanto amore vi porti, in poche parole no ’l vi potrei dire. Però, sì come m’è aviso, se tutta la fede quanta n’è al mondo si potesse mettere inn uno, non sarebbe tanta quant’è la fede ch’ i’ ò a voi servire, e niuna cosa ò così ferma in cuore, come la voglia di vo’ servire; e teneami d’aver fatto gran vinta, s’ i’ potesse far cosa che vvi piacesse, o che voi l’aveste per bene. Dunque, quand’ io vi vegio, non potrei aver pena né travaglio, anzi, quand’io guardo l’aria verso le parti ove credo che siate, si mantiene la mia vita e mi dà molto sollazzo. Ma quando io non veggio voi corporalmente, né l’aere il quale sta sopra voi, d’ogni parte si lievano contra di me gli alimenti e dànomi tutte pene e non mi posso ralegrare di niun sollazzo, se non quanto m’aduce il sonno per falsa mostra. Ma avegna che talora il sonno m’inganni, ma neente meno li rendo grazie di sì gentile e dolce inganno. Però che cotal sonno mi dà via e modo di vivere e cessa me da morte, il quale m’è grande e spezialissimo servigio, però ch’a l’uomo morto medicina non vale. Ma mentre che non vi vedrò, avegna che viva in pene, piccol vento mi può dare aqua da guarire e rugiada di gran soavità. E per ciò credo ed ò piena fidanza che donna di sì gran savere e sì gentile, molto non sofferrà ch’io stea in tante pene, anzi mi torrà da esse".

 

4.   Responde la donna: "Certo il tuo senno risponde alla gentilezza e lle parole truovano buono albergo, ché sì bene e saviamente à’ detto tua ragione. Dunque, di quel che tti piace in mi’ asentia pensar di me e del buon volere ch’ài di me servire, sì tti faccio grazie come debbo, ed io altressì penserò di te e tuoi servigi receverò quando sarà tempo e luogo, però che se’ tale e di tanto senno, che non tornerebe onore a niuna di rifiutare il tuo servigio. Anche non voglio che sie contento pur di guarda’ l’aere, anzi vegni per nostra parola e spesse volte e guardimi viso a viso, però che voglio penarmi di darti anzi vita che morte o far ’micidio".

 

5.   Responde l’uomo: "Avegna che picciola piova la ’state potesse prolungare in vita la biada, ma lo pericolo del secco non potrebe schifare, se lla rugiada non fosse. Dunque, in questo modo mi potete prolungare vita ma non guardarmi di pericolo di morte, però che pegiore e più grave morte dà il male là ov’altri ricade, che ’l primaio; e più duro è a perdere quel ch’altri tiene per isperanza che lli sia data, che là ov’à solo il volere. Dunque, prima vorei morire al cominciamento, che dopo le molte pene. Diliberi, dunque, e sapia bene il vostro savere e che vvi torni più ad onore: overo di darmi speranza e guardarmi da morte e darmi via di tutto ben fare, overo di non darlami e di tormi via di ben fare e darmi morte".

 

6.   Parla la donna: "Quello ch’io ti posso dare, io ’l t’ò dato, cioè che per mia parola possa venire a mme vedere. Però, in quello ch’adomandi nonn à luogo né priego né servire, però che son ferma di non volere amare né di soferire le pene ch’ànno gli amanti. Ma le lor pene niuno le può sapere, se non le pruova, però che tante sono le pene e l’angoscie, che non si potrebbero dire, se non per maestro. Ma avegnia ch’io nonn abia talento d’amare, no lascierò che a tte e agli altri che faranno bene, ch’io non dea consiglio e atorio di ben fare".

 

7.   Parla l’uomo: "Non piacci a Dio, madonna, che voi stiate in questo errore, però che sole quelle donne ch’amano son degne di lode e la lor nominanza si spande in ogne parte. Però che bene niuno se può fare in questo mondo, se non viene da amore, no ’l veggio rogla. Dunque, tanta bellezza e tanto savere amare è di cercare la sua natura, però che, sia o quale, non si può ben savere se no ’l pruova. Dunque poi, dopo tanta pruova, se puote partire, se vuole".

 

8.   Parla la donna: "Molt’è lieve cosa di volere amore, ma molt’è grave a perseverare nelle pene che truova, e però si è molto impossibile a volerse partire, e duro. Perciò che quelli ch’ama veramente non può altro volere, o no volere, se non quello che ll’amore gli aparechia e che possa piacere a l’altr’amante. Dunque, nonn è da volere amare, po’ ché l’entrata di quel luogo è da spaventare, la qual è asomigliata alla corte del diavolo. E ben si somiglia a ragione a quella corte, perché sempre sta aperta la port’a chi vi vuole intrare, ma poscia non escie. Adunque, voglio anzi star contenta a poco e avere arbitrio d’andare là ov’i’ voglio, che avere assai e essere soposta ad altrui, però che quello assai è nulla. Dunque, a ragione ò in odio la corte de l’amore, per la qual cosa, frate, conviene adomandare altro amore".

 

9.   Responde l’uomo: "A niuno può essere più libero arbitrio di non potersi partire da quello che desidera con tutto suo cuore. [...] se quello che desidera non può volere altro, s’è cosa ch’aver possa. Ma in questo mondo nonn è cosa che piutosto si debia volere che ll’amore, però che da llui viene tutto bene e sanza lui niuno ben si faccia. Dunque, con ambendue le braccia è da volere, e però vi piaccia di no odiarlo".

 

10.   Responde la donna: "A cui che paia buono l’amore, e adomandilo, a me non par buono, anzi lo vo’ fuggire. Dunque indarno lavori, ché tutto il mondo no·mmi farebbe volere altro".

 

11.   Responde l’uomo: "Se volete andare per questa via, voi ne porterete gran pena, a la quale non si truova pare, la quale sarebe tropo grieve [a dire]".

 

12.   Responde la donna: "Priegoti, dunque, che mi dichi le pene le quali potrebono avenire, però, acciò che meno mi possano nuocere, s’i’ le so dinanzi, però che quelli ch’altri vede dinanzi, sogliono fare men male".

 

13. Responde l’uomo: "Neente meno potrete schifare queste fedite, sapiendole dinanzi così da la lo[n]ga, se prima voi non lasciate quello errore. Ma se vi piace, le pene potete udire, ma prima vi priego che mi degnate dire i·luogo che dovete avere nel palagio dell’amore. Però che ssi dice che nel miluogo del mondo è il palagio dell’amore, il quale à quattro faccie molto belle e in ciascheuna faccia si à una porta molto bella, e solo in quello palazzo abita l’Amore e gran compagn[i]e di donne. E la porta ch’è verso oriente, solo Dio d’amore la tiene per sé, l’altre tre sono asegnate a ccerti ordini di donne. E la porta delle donne ch’è verso meriggie sempre sta aperta e sempre le reggie stanno fuori nella via; e altresì la porta delle femine ch’è verso occidente, sempre l’uscia stanno aperte e sempre di fuori stanno le reggie, or qui or là. Ma quelle che stanno a la guardia della porta ch’è verso setantrione, sempre tengono l’uscia serrate e non si vegono niun’ora di fuor dalla porta. In cui compagnia di costoro volete essere?".

 

14.   Responde la donna: "Queste parole paiono a mme troppo oscure, se tu non le spiani altremente".

 

15.   Responde l’uomo: "Le porte che sempre stanno aperte e l’uscia sempre stanno nella via, son quelle donne che danno i·loro amore quand’alcuno il domanda, levando in prim’asagio se nn’è degno, o per servigi ch’abia fatti o per servire che ssia in lui; ma se nonn è degno, sì ’l caccia. Ma quelle che stanno a la guardia verso occidente, son quelle femmine che danno i.loro amore a tutti sanza timore e niuno ne rifiutano. E quelle che sono a la porta da setentrione, la qual sempre sta serrata, son quelle femine che tutti rifiutano igualmente e niuno vogliono amare. Quelle da meriggie sono quelle, le quali vogliono amare e non rifiutano coloro che nne son degni, e a ragione, perché grande onore anno da dio dell’amore, il quale abita in oriente, con ciò sia cosa che il loro albergo sia da merige. Ma quelle da occidente sono le puttane, ch’a pena amano altrui e non si truova che niuna buona persona l’ami, e a ragione, perciò che ’l fuoco dell’amore, il quale viene da oriente, non apresso loro, con ciò sia cosa ch’abitino da occidente. Ma quelle da setentrione son quelle femine, le quali non vogliono amare, avegna che da molti siano amate, e a ragione dio dell’amore no·lle riceve, perciò ch’elle stanno dal lato manco e sono maledette. Dunque, per quel ch’ò detto, sapete com’è fatto il palagio dell’amore".

 

16.   Responde la donna: "Confesso bene ch’ i’ sono di quelle della porta da setantrione, ma non maladetta".

 

17.   Responde l’uomo: "Odi, dunque, le pene eternali che dé’ avere. Con ciò fosse cosa ch’ i’ cavalcasse per la selva de·re di Francia, un die ch’era grandissimo [caldo], esendo me gonfaloniere d’un mi’ segnore gentil, messer Ruberto, con lui insieme e con altra gran cavalleria sì capitammo in uno molto bel luogo e deletevole. E quello luogo era erboso e chiuso intorno d’alberi di selva, nel quale quando noi discendemmo, sì lasciammo andare li cavalli a pasciere e noi, sazi un poco del sonno, sì cci levammo e andamoci sollazando un poco e poscia cominciamo a sellare i cavalli in gran fretta. Ma perché ’l mio era dilungato dagli altri dalla pastura, sì penai tanto a riaverlo, ch’io rimasi solo in quel prato e tutti li altri si partirono. Ed io, ritornandoci dietro per le prata, sì falli’ la via, e così cominciai a porre mente per la via qual fosse essa, e vidi molto da la lunga una grandissima cavalleria e una aconcia cavalcare per le prata. Ma quand’ io credetti che ’l mio signore fosse tra lloro, sì mmi maravigliai molto e sforzavami di venire a quella cavalleria il più tosto che potea. E guardando tra lloro per lo mio segnore, no ’l vidi, perché non vi era, e quando io vi fu’ più presso, guardando com’era bella ed adorna, sì vidi un uomo dinanzi a tutti, che cavalcava sovra un cavallo di molto grande affare e molto ben fatto, e in capo avea una corona d’oro. E dopo lui, in prima venìa una grande compagnia di donne molto belle, delle quali ciascheduna avea sotto uno palafreno bello e ben ambiante ed era vestita di preziose vestimenta e divisate e amantata di drappi indorati e acompagnata da dui cavalieri, un da l’un lato e l’altro da l’altro, e uno cavaliere andava a pie’ che l’adestrava; e cotale era la prima compagnia delle donne e così andava aconcia. Poi, dopo costoro, venia una bella e una grande compagnia di cavalieri, i quali difendeano loro da ogni lesione e calca di coloro che veniano di dietro. Nel secondo luogo venia gran moltitudine di femmine, al servigio delle quali varie generazioni di cavalieri e di pedoni erano; ma ttanto era la calca e la moltitudine di coloro che voleano servire, che quelle non poteano ricevere il servigio né coloro servire bonamente, e così l’abondanza del servire tornava loro in povertà e in dolore e per gran sollazzo si l’[av]rebbono, s’elle sole si potessero servire. Poi, nel terzo luogo, venia una vile e despettevole compagnia di femmine; ma per ciò erano molte belle, ma erano vestite di sozzissimi drappi e per contrario, perché, quand’iera così forte ’state, si andavano vestite di vestimenta di volpe. Anche cavalcavano cavalli sozzi troppo e sconci, e isconciamente, cioè cavalli ch’erano molto magrissimi e con grave trotto, né non aveano né sella né freno e anche zoppicavano. Al costoro servigio nonn era persona e anche era tanto il polverio di cavalieri e di pedoni c’andavano inanzi, ch’a pena poteva vedere sé medesimo, perciò che gli occhi e la bocca avean pieni di polvere. Ed io guardando bene tutte queste cose, e pensando che fosse, una molto bella donna, la qual venia dietro di tutte in s’un uno cavallo molto magro e sozzo e zoppo di tre piedi, sì mi chiamò per nome ch’io andasse a llei. E quand’ io fu’ ita a llei, vegiendo ch’ iera sì bella e ch’avea sotto sì sozzo cavallo, incontinente le profersi il mio. Ma quand’ella l’ebbe rifiutato, sì mi cominciò così a dire: "Tu domandi il tuo signore, qui no ’l potresti trovare, perciò che se’ molto dilungato dalla sua via". Ed io rispuosi: "Se vi piace, priegovi che m’insegnate la via". Ed ella mi rispuose: "Se prima non venissi là ove noi andiamo, no lo ti potre’ insegnare". A la qual risposi: "Priegovi dunque, se vi piace, di dire che cavalleria è questa e perché vo’ cavalchiate così sozzo cavallo e portate cotali vestimenta". Ed ela mi rispose: "Questa cavalleria che ttu vedi, si è di morti". Quand’io l’udi’, oltremodo ebbi paura e cambiàmi tutto e l’ossa mi cominciaro tutte a smuovere. Ed io così volentieri mi volea partire, ma ella m’incominciò incontanente a confortare e promisemi ch’io non avrei niun male. E disemi ch’ i’ era più sicuro e meglio stava ivi, che s’ io fosse a casa mia o di mio padre. Quand’ io udi’ questo, sì cominciai a tornare tutto i·mme e sì le m’apressai più, e comincia’ a domandarla per ordine d’ogne cosa. Ed ella m’incominciò a dire per ordine in questo modo: "Il cavaliere che va a tutti dinanzi co·la corona d’oro in capo, si è dio d’amore, il quale un di’ d’ogne settimana sì cavalca come tu vedi e a ciascheduno rende guiderdone del bene e del male che fece nella misera vita. E le donne che tu vedi, che vanno dopo lui così anconcie e con tanto onore, son quelle beate e gloriose che in lor vita saviamente diedero i·loro amore a’ cavalieri e che diedero aiuto e forza agli amanti e che risposero sì come si convenìa a coloro che diceano d’amare a inganno, per la qual cosa ne ricevono ora cambio e molti guiderdoni. Ma quelle che vanno dopo loro e sono aflitte di cotanti servidori, son quelle che, in lor vita, che senza timore si diedero a tutti igualmente. E per ciò cotal cambio ànno in questa corte, che per la troppa larghezza di sé e perché non fecer forza chi fosse senza misura, ricevono servigio delle persone senza novero e cotal servi[gi]o sì nuoce loro e torna a gran povertà. Ma quelle che vanno di dietro sì sconciamente disposte e malvestite e che nno ànno niuno aiutorio e ch’ànno tutta pena, sì come puoi vedere, tra lle quali i’ sono, son quelle più misere di tutte, che in lor vita a tutti chiusero la porta dell’amore e non diedero via di ben fare ad alcuno per loro e non render[o] cambio a coloro che ’l fecero, ma tutti igualmente li cacciavan via non ricordandosi di loro, anzi gl’ inodiavano, i quali voleano essere de’ cavalieri di dio dell’amore, per lo quale si reggie tutto ’l mondo e senza lui niun bene si può fare. Anche avemo altre tante pene, le quale niuno potrebe sapere, se non per pruova, e che a me di dire e a tte d’intendere sarebe tropo impossibile. Dunque si guardino quelle che sono in vita, che non ci accompagnino in queste pene, perché dopo la morte non varebe loro il pentere".

 

18.   A la qual cosa così rispuosi: "A quel ch’io veggio e conosco, chi fa piacere all’amore a cento doppi n’è meritato, e chi l’ofende non può campare che non ne sia punito, ma sì come m’è aviso, yo son degno, per lo mio peccato, di ricevere pena a mmille doppi. Dunque, chi ofende cotal segnore non può stare sicuro, ma chi lli serve, sì, perciò che sì altamente è meritato, e chi ll’ofende è punito di sì dure pene. Priegovi dunque, quant’ io posso, madonna mia, che mi diate licenzia di partire, aciò che possa dire quel ch’ò veduto alle donne".

 

19.   Ma ella mi rispose in questo modo: "Non puoi aver licenza da me, se prima non vedi le nostre magior pene e più dure e come quelle altre ànno magiore allegrezza e magior secolo".

 

20.   Dunque, così ragionando, quando fummo molto iti, sì capitammo in uno molto dilettevole luogo ov’era bellissimi prati e me’ disposti che unque vedesse alcuno vivente, perciò che quello luogo era chiuso d’albori d’ogni frutto e d’ogne odore, de’ quali catuno menava frutto secondo ch’era. Anche sì era tondo come fosse fatto a sexta e partito in tre parti. E la prima parte era dentro nel miluogo, chiusa intorno da la parte di mezzo e la terza parte era per sé di fuori, intorno a la mezana e alla prima. Nella prima parte, dunque, e quel dentro nel miluogo, era uno albero maravigliosamente alto e menava assai d’ogne generazione di frutto, i rami del quale si stendeano insino alle confini de·luogo e ch’era dentro, e dalle barbe di quello alboro si usciva una fonte meravigliosa d’acqua molto chiarissima, la quale era molto dolce e soave a bere e nella quale si vedea d’ogne maniera pescie. A llato di quella fonte, in un sedio, il quale era d’oro e di pietre preziose, sedea la reina dell’amore ed era coronata d’una bellissima corona e vestita di preziose vestimenta, con una verga d’oro in mano; e dal lato diritto era un’altra sedia molto preziosa e bella, nella qual niuno sedeva. E questa prima parte ch’ iera dentro si chiamava la Delettanza, però che vi si trovava ogne dilettosa cosa e dolce. E in questa parte dentro erano molti letti, i quali erano tropo bene adorni e coperti d’ogne parte di paili di seta e di porpore ornati. Ma della detta fonte molti rivizzuoli d’ogne parte si uscivano, i quali si rigavano il luogo della Delettanza e ciascheduno di’ letti si avea il fiumicciuolo. Ma la seconda parte si chiamava Umidità ed era così disposta, che rivicciuoli, l[i] quali bagnavano la Dilettanza come doveano, in questa seconda parte spandeano sì forte l’acqua, ch’ a pena si vedea l’erba di sovra l’acqua, come suole nella primavera aparire ne’ prati che sono acquazzosi, quando piove. E questa acqua, da poi ch’era in questa parte, divenìa sì fredda, ch’a pena potea sofferire uomo a toccarlo; e di sopra venia sì lo sole, che non potea l’uomo patire, perciò che non v’era niuno albero. E quest’acqua non si stendea più oltre. La terza parte e l’ultima si chiamava Secheza, e a ragione, perché nonn era fiore umida, anzi e era molto arida, e lo sole vi si fedìa sì forte, che nonn è fuoco che sì ardesse come facea e la crosta di quella terra era calda come spazzo di fornace. E in questo luogo avea fasci legati di spine sanza novero per ogne parte, e in ciascheduno di que’ fasci per lo miluogo avea un legno che parea d’ogni parte del fascio ben due braccia e d’ogne capo di quel legno stava un uomo molto forte, il quale tenea in mano l’uno de’ capi di quel legno. E tra lla Secchezza e l’Umidezza era una via molto bella, la quale andava alla Diletanza, nella quale niuno sentìa alcuna ingiuria. Ma quando fummo a questi luoghi, lo re d’Amore in prima intrò in questa via e ricevuto fu dalla reina a braccia aperte ed ella medesima lo puose a sedere nella sedia sua, e tenea i·mano una verga di cristallo. E dopo lui, sì andò tutta la compagnia delle donne del primo ordine ed i cavalieri e a ciascheduna delle donne fu aparechiato uno molto bel sedio di letto, ma cavalieri prendeano sedio a lor arbitrio. Ma quanta buona ventura e groria questi aveano, lingua umana non ’l potrebe dire, perché tutto i·luogo della Dilettanza era disposto a volere di costoro. E giullari d’ogni maniera giu[o]cavano e saltavano dinanzi a costoro e sonavano istrumenti d’ogni generazione tropo bene. E dopo costoro, per quella medesima via, sì andò tutto l’altro ordine delle femmine e la compagnia degli uomini che voleano servire e andaro insino al cerchio Delettanza, ma perché non poteno andare più oltre, sì fu bisogno ch’andassero nell’Umidità e quel sollazzo che poteano prendere si prendeano, perciò che quel luogo era loro asignato per lo dio d’Amore. Quanto stridore e pianto era, tropo sarebe grave a dire, e la gloria che vedeano avere a quele della Dilettanza, era loro acrescimento di pena. E dopo costoro, per quella via medesima, entra l’ultima compagnia delle donne, le quali non volero dare l’amore a’ cavalieri, e vennero insino al cerchio de l’Umidità; ma perché non potero ire oltre, sì fu mestiere ch’andassero nel luogo della Secchezza, perciò che quel luogo fu loro aprestato infin dal principio. E ivi fu aparechiato a ciascheduna sedia di spine e per gl’uomini ch’erano sopr’a ciò, com’è detto, erano dimenate acciò che più pugnessero: a pied’ iscalzo istavano in sulla terra, la quale era calda come fuoco. E tanto dolore e tanta pena v’avea, cha pena potrei credere che tanta ne fosse in inferno. Ma quando tutto ciò ebi veduto, adomandai parola di partirmi ed ella mi disse: "Non ti posso dar parola, ma lascia qui lo tuo cavallo e va’ tosto per quella via onde andò lo re e da llui, sì come da signore, adomanda licenzia e quel che ti comanda, sì lo serverai bene, e non t’esca di mente di pregarlo per me". E sì come disse, per la detta via, sì andai a llui e dissi: "Re potente e glorioso, rendo a tte tutte grazie, perché òi degnato ch’ i’ sapia bene le tue gran cose e le secrete del tuo regno. Dunque, a la tua grandezza non cesso di pregare che degni di comandare al tuo servo quel che tti piace e che veramente mi mostrate qua’ sono i principali comandamenti dell’amore e dé liberare santa dimora di quelle pene, per mio priego, quella femmina per cui sono a tanta grazia e più, misericordia di lasciarla stare in questo luogo con queste donne ove ànno tanto d’onore com’io veggio; ma poscia mi darete comiato, se vi piace". Ma elli così mi rispuose: "Le nostre gran cose ti son concedute di vedere, acciò che la nostra gloria tu lla dichi a coloro [c]he no·lla sanno e perché quel ch’ài veduto sia salute a molte dame. Dunque, sì comandiamo strettamente e diciamo che dove troverrai donna di pregio che sia fuori di nostra via recusando amore, questa visione ti pena di dire per ordine e di revocarla dell’errore, acciò ch’ella possa schifare le grave pene e aver la nostra gloria. E sappie che sono XIII i principali comandamenti de l’amore:

 

21.   I              Fugire come tempesta l’avarizia ed eser largo.

II             Schifare al postutto di dire bugia.

III           Non dir mal d’altrui.

IV           Non mettere in boce gli amanti.

V            Non manifestare il tuo amore a più d’uno.

VI           ervare castitade al tuo amante.

VII          Non turbare con tua saputa l’amore altrui ch’è compiuto.

VIII         Non volere amar femina che sia tua parente.

IX           Ubidire in tutto li comandamenti delle donne.

X             Sempre ti pena di volere amare.

XI           Sie cortese e gentile in tutte cose.

XII          Non ti storre di fare sollazzi d’amore secondo che vuole lo tuo amante.

XIII         E non ti vergognare di dare e di ricevere sollazzi d’amore.

 

22.   Sono altri minuti, i quali ti serebono grieve a udire, i quali troverai scritti apo Gualtieri.

 

23.   La femmina per la qual pregasti, non può essere che stea in questo luogo, perciò che lle sue opere le contradiano di stare in sì pretioso luogo. Ma per tua grazia le concediamo ch’abia cavallo grasso e soave cun sella e freno, e che no abia ministri a’ fasci delle spine e per nostra licenzia abbia sotto i piedi una pietra fredda. E torrai questa verga di cristallo e partiti con nostra gratia e nel primaio fiume che truovi sì lla gitta". Ma quand’ io fu’ tornato a la donna la qual m’avea menato, sì lla trovai sedere in sul fascio delle spine sanza ministri e che tenea i piedi sovra a una fredda pietra e assai poca pena avea, la qual mi fece molte grazie e disse: "Amico, va’ colla gratia di Dio, però che de’ facti de sua corte non puo’ più vedere. Ma sapie che lla lor gloria è due cotanti che non vedesti, e la nostra pena magior, la qual non poté vedere anche niuno che viva".

 

24.   Poscia montai in sul mi’ cavallo e in un batter d’ochio fu’ menato lungo il fiume cocente e, ivi lasciando la verga del cristallo, sano e salvo tornai a casa mia. Dunque guarda, madonna, quant’è la pena di coloro che non vogliono amare e quanto tormento, e quanto onore e gloria anno coloro ch’amano, acciò che depogniate l’errore e abiate gloria e schifiate le pene, perciò che sarebe troppo disperato male e sconcia cosa se sì savia e sì bella donna portasse tante pene e pericoli. Dunque, quante a la vostra persona, sono scansato da dio dell’Amore; ma voi sì ve penarete di servare le sue comandamenta, sì che posiate intrare ne la sua groria".

 

25 Responde la donna: "S’è vero com’ài detto, glorioso è da servirlo e pericoloso da storsi da’ suoi comandamenti. Dunque, o vero o nno che sia quel ch’a’ detto, molto mi spavento delle pene ch’ò udite e per ciò non voglio stare da volere amare, anzi desidero d’amare e di trovare albergo nella porta di meriggio. Dunque mi conviene conservare l’usanza delle donne di quella porta, acciò che niun cacci e niun riceva. Dunque è mestier ch’i’ sappia chi n’è degno e colui amerò, saputa e isaminata prima la veritade".

 

26.   Responde l’uomo: "I’ ò fatte grazie al potente re dell’Amore, ch’à degnato di revocare vostro proponimento d’errore. Ma quel che dite di voler deliberare chi ne sia degno, mi pare cosa tropo amara e parola tropo acerba, però che se del mi’ senno se’ certa, no a luogo di voler terminare a pensare. Ma perché ogne ben che si fa non può essere saputo da tutti, può essere che non sapete i miei fatti e per ciò forse, secondo la vostra coscienzia, à’ ragione a volere pensare. Ma io mi fido tanto delle mie opere e del peso della vostra gentilezza, ch’avegna quel ch’adomando si prolunghi, non credo che lungo tempo i miei servigi steano sanza guiderdone. Voglia Dio, dunque, che lla mia speranza vegno ad efetto e sì come a me sarà sempre pensiero di voi, dopo la mia partenza, così piaccia a la potenzia divina altresì vi facia ricordare di me".

 

 

16.

Come deve parlare l’uomo nobilissimo a plebea.

 

In questo modo dé parlare l’uomo più gentile a la donna che sia di popolo.

1.   Se ’l più gentile vuol parlare alla plebeia, in quel modo può dire secondo ch’è detto da gentile a llei. E anche può dire in questo modo: "Molt’ò desiderato di vedere questo die e dire a voi pienamente tutto il mio cuore e la mia intenzione e quanto pensiero di voi ò tuttavia; ma per lo tempo che m’è suto contrario, mi son tanto indugiato a voi parlare. Sapiate, dunque, che tutto mio pensiero ò messo in voi e in questo mondo non potrei aver più cara cosa che ’l tesoro di vostra persona, perciò che s’io no·ll’ò, neente mi pare avere e tutto l’avere delle cose mi pare povertà. Solo il vostro amore mi può dare corona di re e, in povertà di tutte cose, mi può dare ricchezza d’ogni bene. E mantenermi vita solo la speranza del vostro amore, la qual, se no·ll’avesse, mi darà morte. Dunque, a’ suoi servigi mi degnate tenere la vostra gratia e non rifiuti l’amor di conte, però che di tanto amore ne dee essere degno solo conte o più alto di conte. A Dio non piaccia che tanta bellezza e savere ami huomo di popolo. Pensi, dunque, il vostro senno a la fede e divozione del conte e di meritare i suoi servigi".

 

2.   Responde la donna: "Certo quella plebea ben sarebe beata, la qual fosse degna d’amor di conte; ma pensate che onore sarebbe a conte o a marchese d’amare femina di popolo, e che astore dé essere tenuto quello che lascia la perdice e fagiani e grui e piglia le passere e lli pulcine. Rallegromi s’ i’ son degna d’amor di conte e temo perché sì alto uomo si muove ad amare sì picciola femmina. Perciò che pare che vegno da povertà di cuore, perché sol quelli di gran cuore son degni di sapere che sia amore e d’aver amor di donna. Dunque, s’io vi desse il mio amore e in voi si trovasse defetto, perché no mi si richiede per mia natura, lo vostro amore per inanzi non potrebe durare. Per ciò è ’l meglio che dalla prima mi ratenga, ché poscia il pentere non vale".

 

3.   Responde l’uomo: "Quivi dé altri amare ov’è distretto. Quell’amore è dunque da volere, ch’ebbe in principio in qualunque ordine di persone per piacere o per diletto, non solo perché sia gentile. Dunque, le comandamenta dell’amore non tolgo via, anzi le servo, s’ i’ amo persona minor di me. Perciò che l’amore comanda che s’altri ama, non si ne dé storre da quel volere, né guardare a ordini nell’amore, il qual non fa forza chi altri sia, ché d’ogne nazione vuole mettere nel suo palagio. Dunque, la plebeia nella corte dell’amore si è eguale ordine col conte e colla contessa. Perciò che in voi è tutto mio volere, sanza riprensione vi posso amare, né per ciò adomandare picciola cosa, ma grande, perché siete degna d’onore di grande amore e al vostro amore mi stringe il volere. Dunque, il vostro senno mi dé tenere di gran cuore e no·mmi dovete cacciare, se in me non fosse difetto di senno e di ben fare, ma perché non è, sì debbo essere vincitore in questo piato. Anche più bella è a vedere pigliare la ’ngegnosa lodola a lo sparviere, che lla pigra quaglia che vola diritto".

 

4 Responde la donna: "Pognamo che asentisse al vostro volere per quel ch’è detto e che tutto ciò che ssi richiede nell’amore fosse in noi, sì me ne stolgo per una ragione: perciò che se questo sapesse il popolo, sì mmi porterebbe ria fama, dicendo ch’io fosse stesa più ch’io non fosse lunga. Anche, uomo di grande affare non suol portare leale amore a piccola femmina, ma se l’ama, tosto si ne sazia e per lieve cosa l’abandona, la qual cosa è contra l’amore, nella qual corte non si dà forza chi sieno gli amanti, ma ciascheduno si è iguale l’uno come l’altro, avegna che l’uno sia gentile e di magiore affare. Dunque, per giusta ragione mi difendo da voi, acciò che non possa impedire il vostro proponimento la mia nazione".

 

5.   Responde l’uomo: "Molto mi maraviglio del vostro savere, ché sanza ragione vi volete difendere. Ma che amore sarebbe quello che per testimonio di popolo si compiesse e che popolo si menasse per boca? Non comanda l’amore ch’altri non manifesti l’amore a più d’uno? Anche, donna che sia di pregio o di senno non dee amare a questa intenzione, che per ciò torni a dietro quel che comincia per l’usate vene boce del popolo e per coloro che portano invidia altrui, acciò che non vegna ad efecto i·lor volere. Perciò che sapete bene che sempre volere e intenzione di rei è d’impedire i buoni e disturbare gli amanti. Dunque, non date fede a’ ma’ parlanti e dispregiate il loro reo dire, acciò che non possano nuocere a’ buoni; perciò che magior servigio non si potrebbe fare a’ rei, che se fanno, che il lor dire viene ad effetto. Ma della mia fede e lealtà, né io né altri non vi ne potrebe fare piena fede, perciò che solo Idio è testimonio e sa il cuore dell’uomo, ed elli solo conoscie l’uomo. Dunque, la savia femmina per detti o per fatti dé conosciere lo su’ pensiero. Dunque, se i miei detti o fatti mi fanno indegno del vostro amore o vi danno giusta sospeccione, sì vi priego che niuna misericordia abiate di me. E se vo’ dite ch’io ne sia degno, priegovi a gran fidanza che per vostro arbitrio non mi facciate ingiuria, perciò quando altri della sua fede non può fare piena pruova, per quella ragione ogne femmina potrebe cacciare ogne amante. Dunque, guardi il tuo gran savere e pensi prima bene che si convegna rispondere a quel ch’ò detto, perciò che sì come voi avete detto e bene, quantunque l’uno degli amanti sia più gentile de l’altro, dach’è cominciato l’amore, ad egual passi deono andare per la corte dell’amore".

 

6.   Responde la donna: "Avegna che llo rio di rei non debia nuocere a’ buoni, per ciò non si seguita che sempre l’àncora di buoni si debia fiaccare. Perch’è in arbitrio d’ogne femmina che s’altri l’ama, ch’ella il possa rifiutare, se lle piace, né per ciò fa ingiuria, sì come pare che diceste. Che dunque ingiuria è, s’altri non dà la cosa che gli è domandata?".

 

7.   Responde l’uomo: "Ben confesso ch’è in arbitrio delle femine di dare il suo amore, se vuole, a chi ’l domanda; e se no ’l dà, non fa niuna ingiuria, ma sanza [dubbio] allor fa ingiuria, se per li rei parlanti il buono amante nonn è meritato, e che per vana sospecione non viene a quel che desidera. Per ciò la femina, quando altri adomanda il suo amore, o dé liele promettere o negare al postutto, o se à sospetto di suo senno, dica: "Fa’ prima bene, che n’adomandi guiderdone". Perciò che sospetìe di rei nonn è da recusare il fedele amante, perché assai è gran male, s’alcun porti l’altrui pecata".

 

8.   Responde la donna: "Daché vi piace ch’io risponda anzi al certo che al forse, sì ’l farò come dite: io vi rifiuto d’amare!".

 

9.   Responde l’uomo: "Né leggie d’amore né usanza d’amanti mi stringiti ch’i’ vi dica il mio volere, perciò ch’a me di dire e a voi di domandare si confà, s’io voglio amare alcuno".

 

10.   L’uomo: "Dunque, in questo fatto no mi ci vale altro consiglio, se non di conoscere e disputare con voi pienamente se voi mi dovete dare il vostro amore, o no, a ragione (Priegovi che me facciate certo se vi ponete in cuore d’amare altrui), se voi no l’avete dato ad altrui. Pruovo, dunque, ch’a ragione non mi potete privare dal vostro amore, però che l’amare, o de buono o de rio che sia, nonn è da dire, perciò che tutti il sanno ed è certo, e la dottrina dell’amore lo mostra, che femina né maschio non è buono né cortese, in questa vita, né alcun bene può fare, se non viene dall’amore. Onde per fermo vi dico che ll’amore è buono e da volere. Dunque, il maschio e la femina, se vuole essere tenuto buono e d’onore in questo mondo, bisogna ch’ami. Ma daché ne siete tenuta, o amerete i rei o buoni: i rei no, perché amore il comanda. Dunque, seguita che amiate pur li buoni, per la qual cosa, s’i’ son savio, a torto mi rifiutate".

 

11.   Responde la donna: "Confesso che buono è l’amore, e solo a’ buoni è da dare; ma l’arbitrio che l’amore dà agli amanti mi volete torre, perciò ch’è licito di negare l’amore a colui che ll’adomanda. Dunque, ed io per questa ragione vi poso rifiutare e darlo altrui".

 

12.   Responde l’uomo: "L’arbitrio d’amare cui volete, non vi si può torre, ma dé essere buono, acciò ch’amiate quel che dovete. Non per ciò l’amore diede a voi arbitrio, solo che l’usaste a mala parte, ma perché servendo a llui n’aveste magior merito, abiendo licenzia di far bene e male; onde, se tenete altra via, non n’abiate credenza di farli picciola offensione. E non vi potete difendere perché diciate: "Io il darò a un altro che ’l m’adomanderà", perciò ch’è male a non darlo al primo che ll’adomanda degnamente, e men che bene a darlo a quel di poscia, perché l’amor non vuole che alcuno de’ suoi cavalieri senta prode dell’altrui danno. Così vi priego io che non vi piaccia di darlo a un altro quel che per ragione è d’altrui".

 

13.   Responde la femmina: "Quel che dite, assai à in sé ragione, se ’l cuore asentisse al mio volere. La mia volontà sarebbe di fare quel che dite, ma ’l cuore dice al postutto di no e sconfortami di fare in tutto, ond’ i’ ò voglia. Dunque, se ’l cuore mi contradice d’amare, priegovi che mmi diciate a ccui m’ategna: o al cuore od alla voglia".

 

14.   Risponde l’uomo: "Questo no·mmi ricordo ch’i’ udisse anche, che ’l cuore volesse uno e ’l volere un altro. Ma s’è come dite, quello è anzi da volere ch’à in sé veritade e giustizia".

 

15.   Risponde la femmina: "Quel che dite non può essere, perciò che ’l servigio che si dé fare nonn è da meritare né tenere per servigio. Dunque, perché servirei a l’amore, se da llui non dovesse aver merito? Anche: contra il voler del cuore, che amor sarebbe? Perciò che solo quello è da meritare per l’amore, il quale nella prima il cuore e il volere adomando; quel che prima il mi’ cuore non vuole, come posso amare, no ’l vegio. Diceste anche che a diritto non potea dare il mio amore altrui, s’alcuno il m’à prima domandato. Ma la bestia ch’è fedita per lo primo cacciatore, nonn è di colui che prima la prende? Certo sì. Dunque, l’amante di poscia è piutosto da meritare de l’amore che ’l primaio".

 

16.   Responde l’uomo: "Avegna che ’l servigio ch’altri é tenuto da fare al re non ne sia da meritare, ma ofensione a lui non dovemo fare, perciò che l’ofende solo se non fa il servigio che dee, molto più se l’ofende. Ma l’amor s’ofende, s’a niun de’ suoi cavalieri non si dà l’onore ond’è degno. Dunque, se prima domandai il vostro amore, avegna che non mi vogliate, non vi si fa di darlo a un altro però così tosto, perché forse cosa apare in un’ora, che non si crede. Perciò in picciol tempo lo re d’Amore vi potrebe far muovere a pietade e che avrei il disperato frutto di vostro amore, il quale, se l’aveste dato ad alcuno, no ’l potrei avere. Né non mi può nuocere quel che diceste del cacciatore, perciò che quella è speziale usanza assai rea. Ma la generale usanza vuole che s’alcuno lieva la bestia del suo luogo e seguitala cacciando, avegna ch’un altro la prenda, neente meno è di colui che lla lieva. Dunque, non mi potete torre il vostro amore a ragione, se ’n prima l’adomando".

 

17.   Responde la donna: "Cosa villana e fuor di buon costumi è assai, se ’l bene ch’altri non può avere, di volerlo torre al postutto a un altro che ll’adomandi. Dunque, daché ’l mio amor non potete avere perché ’l mi’ cuore non vuole, non dovete torre via ad un altro; quando l’amor no·mm’à voluto infiamare di voi amare, ma d’un altro, per ciò sì posso amare sanza riprensione. Ma perché i·nulla mi possiate riprendere, per vostra grazia io nonn amerò niuno e vedrò se lla pecatrice vergine ingraviderà, o l’umile gallina parturirà drago!".

 

18.   Responde l’uomo: "Avegna le parole che dite paiano molto lieve a intendere, ma cercando la verità del fatto, son parole di filosofo. Ma per ciò che scusa avrà il peccatore, se Dio non gli dà della sua grazia? Certo niuna, anzi avrà pene eternale. Dunque, se volete fugire l’ire di dio dell’Amore e aver la sua grazia, fa mistiere ch’amiate, acciò che siate degna di sua gloria".

 

19.   Responde la donna: "Facci altri quanto ben può e vuole, non gli vale quanto a averne cambio buono, se no ’l fa con buon cuore. Dunque, per questa ragione, non mi vale ad averne merito da dio dell’Amore, avegna che in detto e in fatto mi penasse d’amare, se non mi vien dal cuore e non persevero. Dunque, daché l’amor non m’invita ch’io ami, da me no avrete alcuna speranza".

 

20.   Responde l’uomo: "Sempre pregherò Idio in ginochione che voi faccia amare quel che dovete e che si convegna a la vostra grandezza".

 

 

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2006