Andrea Cappellano

 

De Amore.

versione romana

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

Edizione di riferimento

Codice Barberiniano Latino 4086

 

 

 

11.

Se il plebeo deve parlare a plebea.

 

Come debbia parlare l’omo del popolo alla donna del popolo.

1.  Quando vai a parlare, in prima la dé’ salutare secondo usanza. Ma questo abi per regola e tutti li amanti, che dopo la salutagione non cominci a dire incontanente "i’ t’amo", perché cotal cominciare si fa a femina di poco affare. Anzi dèi tacere per spazio convenevole, sì che s’ella vuole parlare prima, che parli. Però, s’ella comincia, siane lieto, se ttue non sai ben dire tue parole, ché te mostra via di parlare, perciò che sono molti che quello ch’ànno bene pensato dinanzi da lloro perdono, sì che non sanno dire quello che deono. La matteza de’ quali è molto da riprendere, però che non s’aviene a niuno, se no è ben parlante e savio, andare a parlare co·loro. Ma se lla femina stesse troppo a parlare, comincia saviamente a dire e ad aventare da lunga cota’ parole da ridere, o a lodare suo paese o sua gente o lei, però che lle più delle femine amano d’essere lodate e credono che sia tutto vero ciò che si dice di loro, spezialmente quelle del popolo e le forese.

 

2.  Dopo quello, sì dirai così: "Quando Dio ti fece non avea altro a ffare: alla tua bellezza e al tuo savere no mi pare ch’abia alcuno difetto, e non ài in te cosa che non sia da lodare, se non che non dai lo tuo amore a chicchessia. Maravigliomi molto che se’ sì bella e sì savia femina e l’amore così longiamente lasci stare in pace. E beato quell’uomo che tu amasse, se cominciasse a volere amare! Però che se per mio merito io fosse degno di tanto onore, niuno crederrei che ssi potesse essere in pare".

 

3.  Responde la donna: "Le tue parole paiono che portino bugie, però ch’io non sono bella, e di’ ch’io sono quasi più bella ch’altra, e con ciò sia cosa ch’io non sia savia, sì di’ ch’io sia savia, però la femina che sia nata come sono io non se rechiede già senno, perciò che quella ch’è nata de vil gente non si dé accattare per savia".

 

4.  Responde l’uomo: "Usanza è di savi di non lodarse in alcuna cosa, e di ciò sono tenuti savi. Ma perciò ch’è loro costume di parlare sì saviamente, no à luogo i·lloro lo proverbio che dice: "Sozza cosa è a lodarsi se medesimo". E tu, volendo schifare quello, sì tti lasci lodare altrui, però che tanti sono che tti lodano, che sarebe impossibile a dire, volendo usare veritade. Anche più, ch’ò udito portarti pregio a coloro ch’ànno diritto di volere male a tte e a tua gente. Ma se ttu credi per mio dire che non si’ bella, di ciò dé’ conosciere ch’io te vo’ bene, però che tutte l’altre mi paiono neente apo tte, perciò che l’amore a questo in sé: che lla rustica fa parere bella. Anche dicesti ch’eri nata di vil gente: tanto maggioremente se’ da lodare e più gentile, con ciò sia cosa che solo il senno, e no altro, faccia altrui gentile e di buono essere. E i buoni costumi ch’ài, ti fanno gentile più ch’a nul’altra per natura, perciò che Dio da cominciamento ci fece tutti iguali, e saremmo ancora, se non fosse il senno e ’l bel portamento, che fece l’uno più gentile che l’altro".

 

5.   Responde la femmina: "S’i’ sono sì gentile, come tu die, e tu sie di popolo, brigati d’amare una tua pare, e io che sono gentile, amerò uno de’ gentili, però che i gentili e popoleschi, ch’abiano diversa natura, non si fanno insieme".

 

6.  Responde il plebeo: "Assai sarebe buona la tua risposta, se lli buoni costumi facessero gentili pur le femine, ma anche negli uomini si truova ciò, però forse a torto mi caccieresti da·tuo amore, con ciò sia cosa che lli miei costumi forse mi fanno gentile. Adunque sappi prima se sono in me, e se truovi ch’io gli abbia, non mi dei torre la speranza del mio amore, però che magioremente s’aviene a quella ch’è gentile per costumi amare una simile a sé, che un’altra che sia gentile e no abia senno.

 

7.   Anche più che se lli fosse di natura e per senno, però che questi l’àe da se medesimo e non da altrui e per sua bontade, ma quelli ch’è per antichitade e da suo ascendente quasi come si fosse lasciata. Dunque, magiormente la colui gentilezza più che lla costui è da laudare, perciò ch’io veggio che quello n’è più degno d’onore, ch’à aquistato sovra quello che lli fue lasciato assai terra per suo senno, che quelli ch’à mantenuto in istato che gli fu lasciato. Dunque, se truovi in me buoni costumi, sì tt’aumilia in verso di me, e almeno mi dà’ la speme di tuo amore acciò che viva, però che non curo di mia vita, s’io no·ll’avesse".

 

8.   Responde la plebea: "Avegna che ttu sie per lo senno da laudare, io che sono giovane, non voglio amare vecchi".

 

9.   Responde il plebeo: "La vechieza no è da biasimare, però che tutti dovemo a cciò venire, daché Dio vuole, a cui non si può contrastare. Dunque, che nne potti fare, daché ordinato era per lui, se non m’indugiò a nascere? Però nonn è mia colpa, s’ i’ sono di tanto tempo, anzi, se fossi savia, ciò mi dovrebe giovare e non nuocere, però che in cotanto tempo feci cose onde son da lodare, e cortesia e servigio feci a cui potti e anche altro tanto bene, che niuno in poco tempo lo porrebbe fare. E per ciò sono più degno di gran servigio che s’ io avesse poco tempo, però che in poco tempo poco bene si può fare. Ma quando più serve e servigi fae, d’essere servito è più degno, che colui che poco serve. Dunque manifesto si è, e ragione il vuole: chi più serve, abia magiori servigi appo Dio e appo i segnori terreni. Ma ciò dico non perch’ io sia vecchio, ma perché sia certa e no erri, che quelli che no à XVIII anni no è d’amare perché a pena è da credere che non sia vano in tutte cose. Né per canutezza non si conoscie bene la vecchiezza, perché ogne die vedemo lo ben giovane essere canuto e ’l molto vecchio no essere. Dunque, mei si conoscie al cuore ch’al pelo".

 

10.   Parla lo fattore del libro: "Ma poni ch’uno sia molto giovane, forse così dirà la femina: «Tu non se’ di quell’etade che ttu sie savio per amare, onde se’ molto da blasmare a domandare quello di che non sie degno, però che molto dé’ essere savio e aver fatti prima assai beni, che domandi amore di savia donna. Ma che senno sia in te, o fama di tua bontade, non posso vedere né udire, per che sì arditamente adomandi sì gran cosa. E perciò che s’ io volessi amare, molti lo vorebbeno che sono di grand’essere e di molto senno, de’ quali potrei avere uno. Dunque, anzi che tu l’adomandi, fa quello per che ne sie degno»".

 

11.   Responde l’uomo: "S’io non credessi che ttu il dicessi per gabbi e per farmi vergognare, direi che in ciò che tu erassi molto. Ma io confesso che quelli ch’à ben fatto è più degno d’essere servito, ma questo è certo, che niuno bene né cortesia si fa se non viene dall’amore, però che ll’amore è fonte e cagione del buono scolaio. Dunque, cessato ciò, conviene che non sia buono, perciò qual bene è che si faccia se non per forza d’amore? Dunque, quello ch’io ti domando mi dei dare, acciò che da tte abia cagione di ben fare e d’essere ben costumato e non vano, però che magiore onore ti sarà se mi dai il tuo amore per grazia, overo speranza d’averlo, che per servigio che tti faccia in prima, perché allora il dovreste fare, ma ora il fa’ di sola grazia. Anche, no é più da lodare il maestro che lo rozzo disciepolo fa savio, che se ’l savio fa più savio? Dunque, io che sono nuovo e rozzo nell’amore, adomando che ttu m’amaestri della tua dottrina, però che grande onore ti sarà se ttu m’amaestri, perciò che se conviene a’ rozzi e non savi di servire a tale amore onde possano essere savi".

 

12.  Responde la donna: "O giovane, tu di’ contro ragione dell’amore, perché l’amore comanda: chi più serve è degno di magiore onore e di magior servigio. Ma pognamo che fosse vero quello che ttu die, nocerebbe a coloro ch’ànno fatto bene e gioverebbe a coloro che no·ll’ànno fatto. Di’ anche che vuoli essere amaestrato da me, questa fatica sì lla rifiuto, però che mme bisogna d’averlo savio, e non ch’io l’amaestri. Dunque, se vuoli aparare, va’ a Parigi e no alle femine, però che troppo è matto, quelli ch’è rozzo nell’amore, a volere amare femina che sia savia".

 

13.   A ciò responde lo plebeo: "Molto me maraviglio che sì sottilmente ti sforzi di riprendere mie parole, po’ che non intendi bene quello ch’io dissi, ch’ iera magiore tuo onore se per grazia mi dessi l’amore, che per servigio ch’io t’avesse fatto. Così lo dei intendere, perciò che se dui sono ch’abiano uno tempo, e l’uno abia fatto bene e l’altro non possendoli fare, questi non è d’amare, ma quelli che fece il bene. Ma ttu metti in quella regola il giovane, forse ch’a pena à potuto fare bene; dunque, in questo caso questi è anzi da volere amare, che colui ch’à servito, non ch’io dica che ne sia più degno, ma perché magior bene si seguita al mondo. Sì come si truova di Dio che si ralegra più quando uno peccatore si converte, che se LXXXXVIIII iusti megliorano, e questo è per lo bene che se ne seguita, così fa meglio la femina s’alcuno meno che buono faccia bono, che se ’l buono fa migliore, cioè com’è a Dio magior guadagno d’un peccatore convertito, che di LXXXXVIIII iusti megliorati, così è al mondo che se alcuno men che buono diventa buono, che se ’l savio diventi migliore. Ma quello ch’io dissi, che piutosto era d’amare quello che non fece niuno bene, che quelli cavea servito, ciò no è vero nel quarto dell’amore, ma àne III che sono inanzi a quello grado. Ma se ttu non puoi ciò bene intendere, io il ti farò intendere. Anticamente sono IIII gradi nell’amore: il primo in dare speranza, il secondo in basciare, il terzo d’abracciare, il quarto in darsi tutta la persona. Dunque, quello che dissi, se dui sono e l’uno fece molto bene e l’altro no, ch’abia poca etade, che questi che non fece alcuno bene in questo caso è anzi d’amare no nel quarto grado, cioè in darsi tutta la persona, ma nel primo, cioè in dare speranza. Però che se lla femina volesse amare incontinente in quarto grado, anzi de amare colui ch’à servito, che quelli che no à fatto alcuno bene, perciò che di colui sicura e di costui no, ed è mattezza lasciare la via vecchia per la nuova. Ma lle savie così tosto non si deono dare, che di dietro mettano lo freno, anzi andare a grado, però che prima deono dare intendimento, e s’ella vede che di ciò sia degno, non dubi d’andare al secondo, e così, a grado a grado, al quarto, se di ciò il truova degno in tutto. Se mi domandi perché in questo modo il giovane che non fece alcuno bene sia d’amare nel primo grado, e quelli ch’à servito nel quarto, sì ’l ti mostro apertamente, però che no è biasimo alla femina sanza niuna cagione insino al terzo grado partirse dell’amore, ma non si può partire sanza iusta cagione quando ella è nel quarto grado dell’amore, e questo è non solo perch’è confermato l’amore, ma perché à dato così gran cosa della sua persona. Però, che cosa non può dare magiore, che lla sua persona sopporre ad altrui? Certo niuna. Ma quello che dicesti, che volevi anzi amare un savio che llo rozzo per ischifare fatica, non mi pare buono detto, perciò che più dolce frutto pare ad altrui de l’albero ch’à piantato, che quello dell’altrui, e più caro à la cosa ove dura fatica grande, ch’à quella ove dura piccola, e sanza gran fatica non s’ànno le grande cose".

 

14.   Responde la plebea: "Se sanza grande fatica non s’ànno le gran cose, dunque, però che quello ch’adomandi si è una delle grandi, molto ti conviene a faticare, anzi che ttu l’abbie".

 

15.   Responde lo plebeo: "Molte grazie ti faccio di ciò, che sì saviamente m’ài promesso il tuo amore dopo la molta fatica. E non voglia Dio che né io né altri possa avere l’amore di sì savia, se prima no ’l merita, però che non se somiglia che sì savia femina dea il suo amore altrui così di lieve, e che de’ servigi che riceve, che no gli meriti".

 

16.   Responde la donna: "Non sarebe ragione che quelli che fa bene nonn ne receva merito".

 

 

12.

Come il plebeo deve parlare a gentil donna.

 

Come parli lo plebeo alla gentile donna.

Se vuoli rechiedere d’amore la gentile donna, se lla truovi semplice, né più né meno puoi dire a llei come a quella di popolo, salvo che puoi sovrastare a le lodi di sua gentilezza. Ma s’ella è savia e acorta, guarda di poco sovrastare a sue lodi, perché se ttu sovrastai a lodarla più che si convegna, si crede che non sappi dir ben tue parole, o che lla voglie ingannare, o che lla tenghi matta. Dunque, dopo lo cominciamento, così dei dire: "Se potessi costrignere lo mio volere, assai cose tacerei, le quali io dirò, però che llo mio cuore tanto mi stringe d’andare oltre che mia natura porti, e adomandare quello ond’io non sono degno. Ma se l’amore mi fa dire cosa che non debia o non sappia, priego voi che me degnate intendere e perdonare, però che son certo che ll’amore costringe d’amare altressì l’uno come l’altro, non faciendo differenzia se bello o sozzo, o onde sia nato, o se maschio o no, o se sia più gentile dell’altro, ma solo se puote amare, perciò che ll’amore seguita la natura. Dunque l’amante non de altremente guardare, se non come fa l’amore; però, sì come l’amore s’aprende in ciascheduno, così gli amanti non debono guardare altro, se non che sia fedito d’amore. Dunque, per questa ragione posso amare quella che m’è in volere, se in me no è difetto di buoni costumi. Ma se mi volete intendere umilmente, solo ciò domanderò che per ragione non mi potrete vietare. Ma se lle mie parole vi movessero a rispondere agramente, sì me farà troppo grave male e nuovo dolore, perciò che per li tempi passati la saetta de·vostro amore m’à fedito, e che tutta mia forza v’ò missa per celarla, non perch’io creda essere reo cavaliere a cciò, ma perch’ io ridottava la vostra grandezza. E lo vostro viso mi turba sì lo mio ingegno, che non mi ricordo di ciò che dire vi dovea. Degnamente, dunque, celava il mio dolore, ma quanto più il celava, tanto più crescieva. E tanto il mio dolore tenni ascoso infino che non mi vinse per sua potenzia, sì me costrinse a domandare gran cosa e medicina al mio dolore. Voi siete quella che mi fate dolere, che me potete sanare, e voi tenete i·mano la mia vita insieme colla morte. Però che se me date quello ch’ò domandato, mi rendete vita e molti sollazzi, e se no, la vita mi sarà pena e dolore, la quale cosa è più grave che di subito morire, perciò ch’è meglio a morire di subito, che vivere in tante pene. Ma tutto ciò che ’l mio animo volea dire no ’l vi scuopro, ma solo Idio sa quello che muto vuole".

 

2.   Responde la donna: "Grande meraviglia mi do, che a volere cotale cosa fare, come il cielo e lla terra si sostegno e ’l mondo non pericola. Ma s’ io non lasciasse per mio onore, io ti darei a divedere che ttu avessi mal detto. Ma però che sarebe mio disinore d’usare villane parole, sì me ne soffero a tanto e responderò alle tue parole.

 

3.   Chi se’ tu dunque, che mi domandi questo servigio, ben lo veggio e onde tu se’ nato. Ma ove si truova magiore ardire di volere disporre ciò ch’anticamente fu ordinato per li savi, se quello amore che tutta la settimana intende al guadagno delle merce, la domenica adomandi d’amare e d’usurpare? Però no indarno e sanza cagione alla prima fu ordinato ciò, ma perché ciascheduno istea in suo stato e contento a quello che lli si fae, e non sia ardito di volere l’altrui cose, che per natura non sono sue. Dunque, perché tti sforzi come malizioso di volere rompere ciò che per li antichi s’ordinò, e li comandamenti dell’amore, e di stenderti più che non se’ lungo? Ma pognamo ch’io fossi sì fuor del senno ch’ i’ t’asentisse, non saresti di tanto cuore. Però che ll’ucciello laniero per suo ardire non può prendere fagiano né pernice; dunque, a’ falconi e agli astori di natura si fa cotal preda, e nonn a’ nibbi. Per ciò mi pare ch’abi poco senno quando tu domandi il mio amore, né non ti puo’ difendere a ragione di quel che dicesti, che ll’amore non fa forza chi altri sia, ma solo se può portare l’arme dell’amore e possa amare, e che gli amanti altresì non deono fare forza, se non s’è fedito d’amore quelli che domanda d’essere amato. Ma io ti confesso bene che l’amore costrigne ogni uomo ad amare, ma l’altro che seguita, che non sia da dar forza se non s’ama collui ch’adomanda essere amato, non però, ché non è vero; perché, fosse vero, non avrebbe luogo la parola che dice che l’amore non fa iguaglianza, la qual cosa è più vero; per ciò, dunque, il tuo dire non à luogo, ma ’l misi. Ma se ttu volessi dire ciò ch’asai linguagi si sforzano che l’amore non de essere chiamato giudice perché non fae diritto, ma neente meno dé essere chiamato giusto giudice, però che ll’amore non fa torto sanza giusta cagione. Per ciò quando l’amore vidde che per natura l’uno potea amar l’altro, troppo sozzo asempro li parea di porre i suoi padiglioni dirimpetto a cciò che faccia amare colei il cui amore si domanda. E se questo fosse, micidio, e un lavoratore di terra e quelli che va per lo pane vorebe amare una reina. Ma questo non potrebe essere né divenire, perciò l’amore à dato a tutti questo arbitr[i]o, che quelli ch’è amato possa amare, se vuole, colui che l’ama, o no. Ma pognamo che fosse vera la regola tua, cioè che sempre quelli ch’ama fosse amato, al natural corso d’un’altra regola sarebe contraria, però che ogni uomo amerebe più volentieri una gran donna, che lla minore di sé o pare; e la femina, altressì, un magiore uomo di lei o su’ pare, più volentieri ch’un piccolo, secondo la natura di quella regola. Dunque vedi che ’nvano à’ lavorato e perderesti tua fatica".

 

4.   A ciò così risponde lo plebeo: "In ciò si mostra vostro senno, che sì bene e sì piano m’avete risposto, però che fate ritratto là onde voi siete. E non si può meglio conosciere la savia e la gentil donna, ch’avere in sé dolci parole, e niuna cosa è più contraria a cciò, che l’aspre e le villane parole. Ma quello che dite, che sapete chi sono e onde, molto mi maraviglio, perciò che veggio che molto in ciò errate e che vogliate tenere la via di coloro che nno amano quelli che sono savi e non gentili, e amano i belli e gentili e non savi. La qual cosa come sia sconcia assai è grave da dire, però che certa ragione lo vi mostra, di non potere negare che [per] buon costumi e per senno e cortesia fu, da la prima, gentilezza. Dunque, se li uomini son gentili solo per buon costumi, to’ via questo errore ch’è in te, e solo ciò ti faccia amare. Ma quello che mi dicesti delle merci e non proverando, se voi’ intendeste bene, per niuna ragione no mi dee nuocere, perciò che guadagnando delle mie merce senza disinore, sì servo a quello che debbo, però che vo’ fare cosa che ssi dica a mia natura, e di ciò toglio via il biasimo delle genti, però ch’è lloro usanza de dire ch’altri de far quello che porta sua natura e su’ arte. Ma perch’io il guadagno che faccio malamente non raguno per lo tempo che dé venire, ma sì spendo come debbo, quand’è tempo e luogo, in ciò si conoscie mi’ senno e mia gentilezza. Anche, s’io non guadagnasse con lealtà e con onore, la scura povertà mi terebbe, imperciò non potrei adoperare la gentilezza, e così sarei gentile in detto e no in fatto, la quale gentilezza e cortesia altri non può credere che ssia. Anzi, se ’l povero usa parole di cortesia o di larghezza, l’uomo ne fa beffe dicendo: "Questi vuole essere largo e no à neente". Ma s’è ricco, sì può servire secondo che porta sua natura e sua possa, però che non viene da senno di dare il suo ad altrui sì tosto come li escie la parola di bocca. Ma se ttu m’oponi: "Perché se’ solicito al guadagno, daché tti puoi stare?", però quanto più son ricco, meglio posso donare. Anche quello che dicesti, che ciascheduno dé stare contento a quello che lli si fa e no amare più alto, no ’l posso negare. Ma s’ i’ son ben costumato, credo veramente essere de’ gentili e aver gentilezza, e così il senno mi fa stare infra ll’ordine de’ gentili, e per ciò non mi dovete riprendere s’i’ v’amo, perché me’ se mostra la gentilezza per lo senno che per natura. Diceste anche, se voi mi credeste a ffare quel ch’ i’ volessi, che ’l mi’ cuore non potrebe comportare sì gran cosa. Ma molto è matto quelli che piglia l’arme che no·lle può portare, e niun comperi tal cavallo che per sua forza no ’l possa direggiere, perché gli uomini ne fanno beffe. Confesso bene che troppo è gran cosa quello ch’io v’adomando, ma se credete che non sia suficente a cciò, priego voi che quel mi diate per grazia che senza biasimo della gente mi potete dare; e se voi credete ch’io non ne sia degno, e fatene beffe e voi e chi voi volete! Ma i’ ò gran fidanza che il franco cuore mi fa domandare così gran cosa com’ i’ domando, se lla vostra grazia mi fa cciò, sì l’avrò molto caro. Ma quel che voi diceste del nibbio e dell’ucciello laniero, a ragione non mi nuoce, perciò che l’ardire solo è que’ che [fa] buono il falcone e gli astori e li sparvieri. E talora sì vedemo il falcone laniero pigliare i gran fagiani e le pernice per sua possa, però che spesso aviene che piccolo cane prende gran porco e, per contrario, molti gentili falconi vedemo avere paura delle passere e essere cacciati dall’ucciello laniero. Dunque, se ’l nibbio e l’ucciello laniero si truova prode ed ardito oltre sua natura, è degno d’avere pertica d’astore e di falcone e d’essere portato per li cavalieri. Dunque, s’ i’ sono migliore che mie’ parenti, no·mmi si fa d’essere chiamato nibio, anzi mi si fa il nome del falcone. Né non dispregiate qualunque ch’abia senno, con ciò sia cosa che de’ pruni nascono le rose, e che ll’oro che si truova in un vil vasetto non perde però sua bontà. Ma quello che dissi, che niuno dovea porre mente ad altro, se non se fosse fedito d’amore quelli che domandava d’essere amato, per le tue parole stesse so che no·llo intendi bene, però che lla generalità delle parole no ’l ti danno a intendere. Perciò quel ch’io dissi, che l’amante non dovea distinguere, e così lo ’ntendi: che non dé dare altra forza quelli ch’è amato, se quelli che ll’ama è gentile o no, ma solo s’è savio o molto costumato. Dunque, bene à luogo la parola che l’amore talor non fa iguaglianza, ma, avegna che talor non faccia iguaglianza, nonn è per ciò da riprendere. Dunque, basta se ll’amore dà a l’uno degli amanti del su’ odore e faccialo cominciare, e a l’altro arbitrio d’amare colui ch’è fedito d’amore, se fa quello che piaccia a l’amore, e se no ’l fa, dé avere lo contrario. Però, dunque, l’amore à dato l’arbitrio che quel ch’è amato ami, se vuole, e non ami, se non vuole, però ch’è più degno d’onore quelli che ’l fa per grazia, che quelli che ’l dé fare. E questo si è a similitudine di Dio, che mostra la via del bene e del male a l’uomo e àlli dato arbitrio di fare quel che vuole, promettendo, se fa bene, che n’avrà buon cambio e, se fa male, d’averne pena eternale. Però de la femina ben savere se quelli che l’ama è degno del suo amore e, se vede che nne sia degno, sì ’l dee amare, s’ella no è legata d’altrui. Dunque, se no è tenuta ad altrui, per niuna ragione si può difendere che no·ll’ami".

 

5.   Così risponde la femmina al detto del plebeo: "Con tante parole t’ingegni di dofendere il tuo errore, che troppo mi sarebe grave rispondere a tutte, ma sì tti risponderò ad aliquante. Tu dicesti che solo il senno era degno d’amare e che fae l’uomo gentile, dunque indarno per antico fue trovato la gentilezza con così aperta ragione, com’ella fu, se quelli dovea essere gentile ch’avesse senno e buon costumi. E mestieri che no’ diciamo che llavorassero invano coloro che lla trovaro la gentilezza, la qual cosa come sia gran bugia, no è mestiere di farne pruova. E per ciò dico per fermo che non dee adomandare più che lli si dica, ma secondo ch’egli è dee adomandare sua pare o quasi, e così lo stato di ciascheduno si manterrà e riceverà servigio secondo la sua fatica. Ma perché non si convegna della tua arte di guadagnare, ciò non riprendo, ma perché ttu vuoli amare gentil femina, la qual cosa è molto sconcia e piena di gran dolore. Ma perché tu spenda largamente e bene, ciò sì tti fa degno d’amore di tua pare. Avegna anche che ’l falcone talora intra falconi sia cacciato da l’ucciello laniero, neente meno è detto falcone e l’ucciello laniero, laniero. E così tuo senno non ti lascia stare infra tuo ordine, ma sì ti facesse buon plebeio e degno d’amore di buona plebeia. Però si è manifesto: poiché non sia legata d’altrui amore, tu non ne se’ degno, sì come cosa che sia altrui".

 

6.   Risponde lo plebeo: "Avegna ch’io non voglia contrastare alle vostre parole, non vegio per niuna ragione che, se ’l plebeio è per senno meglio che ’l gentile, perché non sia degno d’amore più che ’l gentile, con ciò sia cosa che no’ siamo nati tutti d’Adam".

 

7.   Risponde la gentile donna al plebeo: "Meglio se fa a la mensa di re cope d’oro, che in quella del povero o del villano, e più se conviene di cavalcare un cavallo magro e trottante, ch’un asino molto grasso e soave e bene andante. Dunque, di ciò sì tti rimani ché non ti si apartiene".

 

8.   Responde lo plebeo: "Avegna che ttu da tte mi cacci, mentre ch’io viverò non mi partirò del vostro amore, però che s’ io mai del mio pensiero non debbia avere niuno frutto, non rimarrà che lla mia speranza non mi dea gioia e sollazzo in tutta mia vita e, forse, che per aventura Dio ti moverà a pietade del mio dolore".

 

9.   Responde la gentile donna: "Dio al tuo servigio te ne renda degno merito".

 

10.   Responde lo plebeo: "Solo questa parola mi dà buona speranza, e io priego Iddio che sempre vi debia ricordare di me e le mie parole in voi truovino buon porto".

 

 

13.

Come il plebeo deve parlare a donna gentilissima.

 

In che modo parli il plebeo alla gentilissima donna.

1.   Se quelli del popolo vuole amare una gentilissima donna, acciò che ne sia degno, è bisogno che sia molto savio e pieno di buon costumi e ch’abbia molta buona fama dalla gente. Però che gran disinore e gran vergognia è alla gentil donna amare più basso di sé e non suo pare o magiore, se il senno con tropo magior peso non ristori la gentileza. Però che non pare verisimile, apo i savi, che sia tanta bontà nel picolo uomo che passi, di senno e di valore, magior di sé e ’l gentile + acciò che sia più degno d’essere amato e no il gentile + E questo mostra il detto de’ laici, che tal cosa se mostra di fuori che no è dentro e tal sì è men che di paruto. Dunque, l’uomo del popolo di molto senno de passare il gentile o ’l più gentile, acciò che dalla gentilissima donna sia più degno d’essere amato. Perché, quantunque il plebeio si truovi buono, pare troppa sozza cosa e, spezialmente intra lla minuta gente, che sia tropo gran caduta e sciesa se lla contessa o marchesa, o una lor pare o magiore, ami uno di popolo, però ch’a la prima si è da dar fede ch’ella il faccia per troppa luxuria ch’abbia in sé, la quale in tutto, sì come ti mostrerò, è da dispregiare, se la molta buona fama del plebeio none togliesse quel biasimo. Dunque, perché non dé amare la gentilissima donna il plebeo, se in ogne cosa lo truova savio e valente? Rispondo ch’anzi dé amare il gentile o ’l più, se se truova altresì savio o più, ma se nonn è così savio, dé amare anzi il plebeio, ma i·molti modi in prima lo dee esaminare, anzi che sia degno d’avere suo intendimento, però che quello che viene oltre natura, d’alcuno picciolo vento li nuoce e poco dura. E perciò che talor nascie d’ucello laniero, secondo che ssi dice, che per suo ardire piglia la perdice; ma questo, perch’è oltre sua natura, lo suo ardire non basta più d’uno anno, compitandolo dal dì che nascie. Dunque, dopo la molta pruova, se ’l truova degno nell’amore, la più gentile lo può amare e possono usare le parole tra lloro, secondo ch’è detto di sopra tra ’l plebeio e la gentil donna.

 

2.   Può anche in questo modo il plebeio usare di parlare: "Di sovrastare alle lode di vostra persona non si conviene, però che gran parte del mondo sono manifeste, anche lodare altrui dinanzi, pare che ’l faccia per lusinghe. È dunque ora il mio proponimento, per lo quale io son venuto, di proferere a voi li miei servigi e di pregare quanto posso che lli ricieviate, e priego Idio per sua grazia che mi de[a] a ffare quello che sia vostro volere. Però ch’ i’ son di questa volontà di servire non ch’a voi, ma ad ogn’altra persona per voi con buon cuore; però ch’ i’ ò ferma speranza che della mia fatica non abia da voi buon frutto. Ma se lla mia speranza fosse sanza frutto, dopo la molta pena e ancostia mi converebe morire, se lla speranza forse no m’atasse, avegna che vana, però che lla speranza sola, avegna che possa ingannare, è quella che mantiene l’uomo".

 

3.   Parla la donna: "Mio proponimento no è di rifiutare né tuo’ servigi né gli altrui, né ch’io nonn ne renda cambio del servigio chi ’l mi farà, però che tropo fa vergognare colui che profera il servigio e dà a vedere che sia tropo avaro. Dunque, quelli che serve volentieri altrui, non senza ragione riceve il servigio. Ma se ttu se’ inviato in altro luogo e pare adomandare quello di che non saresti degno, però che sì come mostri di tue [parole], pari adomandare il mio amore. E io non voglio amare, spezialmente uomo che mi fosse disinore, avegna che altrimente tu sie assai buono. Ma di’ che sola la speranza ch’ i’ ti desse, ti scamperebbe da morte; ma io a cciò così ti rispondo: dico che sol per quello che di’, chiuso inganno e non veritade, sì mostri che cciò sia in te, che una cosa ài in cuore e un’altra di’ cola lingua. Dunque, a diritto se’ da cacciare dall’amore, però che quelli ch’è vano e bugiardo non dé entrare dentro da la porta dell’amore, anzi, se per aventura vi fosse intrato, sì come indegno se ne dé cacciare. Anche mi mostri via di lusinghe, acciò ch’io faccia quello che mi fosse biasimo, la quale è tropo disconcia, però che niuno è maggior disinore alla gentil donna, di non servare quello che promette e di dare indugio a cciò e d’ingannare la gente, perciò che questo si fa a coloro che ssi portano a guisa di puttane e che per pecunia rivendono l’amore, e ’l su’ pregio, fatto spezie di guadagno, lo sozzano. Dunque, il tuo consiglio nonn è buono, daché tanti pericoli si ne seguitano".

 

4.   Responde l’uomo a cciò: "Io confesso bene che vorrei essere amato, perché più dolce no è vita, in questo mondo, di vivere in amore. Ma, secondo che mostrate, per certo non mi volete amare perch’ i’ sono di popolo, avegna che sia di molto senno. Onde, così rispondo; però che fu volere di Dio, la mia generazione non potté stare contenta a suoi confini. Avegna che Dio mi desse certi confini e termini, non mi volle chiudere le porte delli gentili ordini, a cciò non contradiasse i rei costumi, onde voi mi volete dare certi termini e ch’io no·lli passi oltre, secondo che fu ordinato per li antichi. Ma cciò è vero in coloro de quel ordine ch’ànno non ne sono degni, o che stanno contenti a su’ ordine, che non son degni di magior ordine. E questo dico per esemplo, secondo che se leggie nella teolica che lla leggie nonn è fatta per lo buono, ma per colui che vuole peccare. Dunque, quel che fu ordinato per gli antichi, non nuoce a me ch’ i’ non possa esser detto di gentili o amare gentil donna, e questo si è vero, se in me non fosse difetto di senno. Anche ciò ch’io dissi, che se me dessi speranza, avegna che vana, che mi mantenea vita, no ’l dissi perciò ch’io volesse detrarre alcuna cosa a vostro onore, o ch’io abbia niuna rea speranza in voi, ma acciò ch’io vi mostrasse quanto amore io vi portava, e come mi sarebe caro se mi deste vostro pieno amore, aciò che per lo grandissimo amore voi più tosto vi moveste".

 

5.   Parla la femina: "Avegna che per lo senno sia gentile lo plebeio, per ciò non può divenire valvassore o procero, se lo ’mperadore no ’l facesse, il quale al savio e valente può dare gentilezza. Anche la speranza della contessa t’inganna troppo, quando tu non ti vergognasti inanzi di dire tanta falsità, però che di’ che se’ come cavaliere, ed ài in te molte cose che tti togliono ciò, però che cavalieri per natura ànno sottil gambe e diritte e picciolo piede e tutto fatto, e lo stato risponde l’uno a l’altro quasi fatto per mano di maestro, ed io vegio che tu ài grosse gambe e torte e corte, e ampi i piedi, e che tutto lo stato non risponde sì come dovrebbe".

 

6.  Responde l’uomo: "S’alcuno di bassa mano lo ’mperadore fa gentile per senno o per franchezza che ssia in lui, perché non sia degno d’amar gentil donna, no ’l vegio, con ciò sia cosa che solo il senno sia degno di gentilezza e sola la gentilezza sia degna di gentil amore, per ragione solo il senno si è degno di corona di gentile amore. Ma quello che m’oponeste, ch’avea grosse gambe e corte e ampi piedi, non viene molto da ragione. Però che si dice che nelle parti d’Italia che uno, ch’avea molto sottil gambe e tutte altre bellezze e era nato di conte, il quale era stato di consiglieri dello ’mperadore, anche era troppo ricco, ma non avea niuno senno ed era fuori di tutti buoni costumi e pieno di tutti li rii. E, per contrario, un re era in Ungheria, ch’avea gambe grosse e torte, piedi iguali ed ampi e non aveva in sé nulla bellezza, ma perch’era di troppo gran senno, sì fu fatto re e quasi per tutto ’l mondo si dice di su’ senno. Dunque, non dovete guardare a’ miei piedi e a le gambe, ma s’ i’ ò senno e buon costumi, però nonn è da guardare quant’altri si è bello in ricevere servigio, ma la sua bontà e ’l su’ senno. Dunque non riprendete la persona, ma ’l senno, però che biasimando la persona, dispregiate Dio".

 

7.   Responde la femmina: "Tu si pare ch’abie ragione, ma qua’ fatti ti portino pregio e qual senno ti faccia degno di ciò ch’adomandi, no lo ’ntesi anche da niuno. Però che quelli ch’adomanda l’amore, spezialmente di donna che sia così gentile, di molta gran nominanza dé essere e molto cortese, ma di te tutta buona nominanza si tace. Dunque, fa’ prima quel che di’, acciò di quel ch’adomandi sie degno e che non ne sie ripreso".

 

8.   Responde l’uomo: "Molta cortesia è nelle vostre parole, per le quali mi dite ch’io faccia quello onde io sia lodato. E però che veggio che siete savia nell’arte dell’amore, sì adomando la vostra dottrina, aciò che per vostra grazia m’ insegnate quel che faccia degno l’uomo nell’amore, però che quando il saprò, non mi potrò difendere perch’ io errassi e, se facesse fallo, scusarmi. Però dunque che tutta cortesia procede dall’amore, e dà cominciamento e fine a tutto bene, e finora i’ sia stato nuovo nell’amore, no é da dare maraviglia s’ i’ era strano dall’amore e s’io adomando lo suo amaestramento, però che quello ch’altri distorrà di savere, sì è molto importuno di domandare e di saverlo volentieri".

 

9.   Responde la femmina: "Tu vuoli mettere il carro dinanzi a buoi, ch’adimandi prima essere amato, e tu medesimo ti di’ incontro, ch’adomandi la desciplina de l’amore, sì come non sapessi niente. Ma però che pare troppo sozzo asemplo o che vegno di grande avarizia, se savi non vogliono insegnare [...]. E se diligentemente ritieni le parole mie, così avrai quello ch’ adomandi.

 

10.   Dunque, quelli che vuole essere amato non dé essere né mica avaro, ma molto largo e fare larghezza a tutti coloro ch’ànno bisogno, spezialmente a’ gentili ed a’ savi e dove vede che ssia da dare no ’l dé fare molto chiedere, però che lla cosa ch[i]esta che ssi dà, è molto cara comperata. Ma se non ti puoi difendere da colui che tti chiede la cosa che gli è bisogno, avegna che non ne sia degno, anzi che lla ritegni, dàlla sì allegramente che gli paia bene avere da amico e che tte ne sappia grado e abialo per bene. Anche, se fai bene a’ poveri di Dio e dai lor mangiare, è gran cortesia e gran larghezza; e se ài segnore, portali quella reverenza che déi. E Dio né suoi santi i·niuno modo bestemiare, e déi essere umile e servir volentieri a tutti. E non biasimare alcuno, però che ma’ parlanti non capiono nella porta de’ cortesi. Li rei non déi lodare, ma gastigarli tra te e sé, se puoi, e se non si gastigano, sì non usar co·lloro, acciò che ttu ne prenda e che non sia tenuto lor compagno. E non far beffe di niuno, spezialmente delle misere persone. Non déi essere litigioso e pronto a cominciare briga, ma per comportare al mei che puoi e pacificare quelli ch’àno briga insieme. Ridere poco inanzi alle femine, ché, secondo il detto di Salamone, il tropo riso mostra che sia mattezza, e tutti i matti e i poco savi le savie donne sogliono partire da ssé e bellamente farne beffe, però che in mantenere amore si richiede gran senno e grande scalterimento. Déi usare con grandi e nelle gran corte. Moderatamente déi usare il giuoco de’ dadi. Volentieri ricordare e dire i gran fatti degli antichi. Visto déi essere in battaglia e ardito contro li nimici, savio scalterito, ingegnoso. Non déi amare insieme più ch’una femina, e per lo suo amore servire volentieri a tutte l’altre ed essere subgetto. Moderatamente adornare, e mostrarti savio e umile a tutti e abi buono ragionare, avegna ch’aliquanti matti credono piacere alle femine se usino parole di mattezza e villane e con suoi portamenti si mostrano a le genti sbadati. Anche, non usare bugie, ma guardati di tropo parlare e di tropo tacere. Anche, non déi essere gran vantatore e far gran promesse, però che se quel cotale fa indugio a cciò, poca fede vi darà poscia altre a su’ dire. O se alcuno ti serve, ricevilo con alegro volto e no·llo rifiutare, se non forse quel che lla dava credeva che fosse mestieri e non ti era, però allora così la puoi rifiutare: "Questa cosa no·mmi fa ora mistiere, io l’ò per ricevuta, lasciolavi, che quando a mme piacerà, voi la mi serbiate". E villane parole nonn usare, e guardati di fare gran peccato, spezialmente in palese. Nonn i[m]promettere a inganno quello che non atendi, però che di promesse ogn’uomo puote essere ricco. S’alcuno inganna l’altro di falsa promessa, overo li sia poco cortese, no ’l dé per ciò ingannare con sue parole, anzi gli dé far bene e profererse di servirlo: in questo modo torre a ssé il biasimo e darlo a llui. A tutti dé dare volentieri albergo. Contro i chierici di Dio e monaci, overo contra le religiose, overo contra ogn’altra persona non déi dire ingiuriose e villane o schernevole parole, ma rendere a lloro quello onore che si conviene con tutta tua forza, per amor di colui a cui servono. E spesso visitare la chiesa e udire volentieri l’oficio e le parole di Dio, avegna ch’aliquanti matti credano piacere alle femmine, se in tutto dispregiano le chiese. Usar déi la veritade in tutte tue parole, non déi essere invidioso. Ma se ttu ai bene inteso quello che t’ò detto in somma, e mettilo in opera, sì sarai degno d’essere amato".

 

11.   Parla l’uomo: "A voi son tenuto di rendere tutte grazie, che sì bene e saviamente m’avete mostrato e fatto conosciere tutti gli articoli dell’amore. Ma però, neente meno non cesso d’adomandare che mi degnate di dare speranza, la qual v’adimando in cotal modo, s’i’ faccio ciò che m’avete insegnato, però che la speranza d’avere amore mi sarà principio di tutto ben fare. Né non mi può nuocere quello che diceste, ch’io mettea il carro inanzi a’ buoi, con ciò sia cosa che ll’amore sia principio di tutti beni che si fanno, per ragione, sì come radice di tutti beni è d’adomandare".

 

12.   Responde la femmina: "Sconcia cosa e villana serebe di dare speranza a patti, ma overo la dé dare puramente, o negarla sanza timore, perché se lla femmina la dà sanza temore, sì se può pentere o dare indugio. Dunque, ti pena di fare tutto bene, acciò che lla nostra dotrina si mostri che ti sia giovato".

 

13.  Parla l’uomo: "A ragione mi fece Dio così gentile, che sì saviamente per guiderdone rispondete, e ’n me più avete dato che non sapea adomandare, ed io priego Idio che sempre acresca la mia voglia in voi servire, e voi metta in cuore e in mente di rendere cambio a’ miei servigi".

 

 

14.

Come il gentil uomo deve parlare a plebea.

 

Come parli lo gentil huomo a la plebea.

1.   In prima la saluti secondo sua usanza, poscia, se vuole, sanza sua parola le seggia a llato, però che lli si fa per la gentilezza. E questo abbi per regola, Gualtieri: qualunque ora l’uomo è più gentile che lla femina, sanza licenzia le si può porre a llato, se vuole. Ma se fosse sua pare, puote, s’ella gli dà la parola, sederse a llato, altrementi no. Ma se fosse minore della femina, non adomandi parola, se non di sedere più basso di lei, e s’ella gli dà parola di sedere, ma con temenza dé fare suo volere. E poscia così déi cominciare: "Certo io son messo che vegno dalla corte dell’amore, il quale mi manda a voi, che gli solviate questa quistione: cioè il cui senno sia più da llodare, overo quello della gentil donna per natura, o quello di colei che nonn è gentile".

 

2.   Parla la donna: "A me non si fa di difinire cotal quistione, perché mi tocca, e niuno può giudicare nel suo fatto; ma però che non posso rifiutare quel che m’è comesso da mio magiore, sì la solverò secondo ch’a me parrà che sia da solvere. Ma sopra le tue parole in prima alcuna cosa voglio examinare, acciò ch’io non potesse errare di dare buona sentenzia. E ’n prima pare che ’l senno della gentile sia più da lodare, però che lle cose che procedono dalla natura dell’uomo magiormente è da volere e da lodare, che quelle che vengono dal maestro e altronde. Però ch’io vegio nelle femine che, ’l colore ch’àno per natura è più da llodare che quello che si pongono, e meglio favella l’uomo che non fa la gazza, e più bel colore di scarlatto si dà nella lana d’Inghilterra, che in quella di Campagna o d’Italia. E così, forse più si dice il senno alla gentile, ch’a quella di popolo".

 

3.   Responde l’uomo: "Maravigliomi, se àai quello in cuore che di’ colla lingua, però che quello che di’ non si mostra bene per gli asempli ch’a’ dati, con ciò sia cosa che quelli uomini d’Inghilterra sapiano meglio fare l’arte e per natura sia megliore lana. E però se mostra e bene, per quel ch’a’ detto, che senno di quella di popolo sia da natura. Dunque, i vostri asempli non ànno luogo, per la qual cosa per ragione credo che sia più da llodare il senno di quella di popolo che della gentile, però che più caro è da tenere il fagiano ch’è preso per lo sparviere che per l’astore, e di magiore servigio è degno que’ che serve più che fosse tenuto, che quelli che fa ciò ond’è tenuto. Anche più è da llodare il maestro che delli sconci legni fa nave che ssi possa navicare, che quegli che degli aconci fa meglior nave. Anche nonn è più da lodare quelli che fa l’arte bene per suo ingegno, che quelli che ll’à da maestro? certo sì, se vuoli dire il vero. Dunque per ragione, in questo caso, la gentile dee avere la sentenzia incontro".

 

4.   Risponde la donna: "Molto mi do maraviglia di quel che ttu di’, che sì palese contro a te medesimo t’ài detto. Però quando tu che se’ gentile ti peni di piatire incontra o di dettare alle ragioni della gentilezza; ma perché difendi a ragione il tuo detto, sì torno a questa sentenzia: che più è da lodare il senno della plebea che della gentile, però che de la cosa ch’è poco è più tenuta cara".

 

5.   Risponde l’uomo: ’’Io dico e confesso che lla tua sentenzia è giusta e buona, e per ciò è mistieri ch’ i’ confessi che anzi è d’amare la plebeia che sia m[o]lto savia, che lla gentile che sia di troppo gran senno. Però dunque, per lo molto senno ch’è in te, sì se’ degna d’essere exaltata, non sanza ragione per te sola m’ ò posto in cuore di far tutto bene. E però priego Idio tuttavia che tti dea volere sempre di gradire li miei servigi, acciò che in ben fare io possa acresciere e venire a quello ch’io disidero".

 

6.  Risponde la donna: "Non ti si dice molto d’amare e di volere amare femmina di cotal essere com’ i’ sono, e non fai ritratto di gentile, quando per tuoi meriti non se’ amato da gentil donna; e chi nel suo fatto non si porta bene, non è da credere che ne l’altrui faccia bene. Dunque, adomanda amor di tuo ordine e lascia stare l’altrui, che per cotal presuntione abia cagione di caciarti".

 

7.   Responde l’uomo: "Me pare che non ti ricordi bene de l’arte de l’amore, quando t’ infigni di [non] sapere quello che siano tutti. Però che quelli che non vede bene e li barbieri sanno che né lla gentilezza né lla molta bellezza fa amare l’uomo, ma solo l’amore è quello che constrigne l’uomo ad amare e spesse volte sanza modo costrigne a amare le femine strane, cioè che non dà forza se bella o gentile o no, apo l’amante. Però l’amore molto spesso la vile e la sozza a l’amante fa parere bella e gentile sovra tutte l’altre. Per ciò sempre la femina ch’altri ama col cuore e gli piace troppo, avegna ch’ella sia sozza e di vil gente, anche più, ché tutte l’altre gli paiono niente apo lei. Dunque, non ti maravigliare s’ io t’amo con tutto mio cuore, avegna che non sie gentile, ma piena di tutto senno e pregio, perché non adomando tal cosa quasi perché sia rifiutato dalla gentile, ma perché amor mi stringe così, e perché il tu’ senno e la tua gentilezza mi piacque sovra tutte l’altre. Per le qua’ ragioni assai dé’ essere ben certa che no·mmi déi cacciar dal tuo amore, se llo senno risponde alla mia natura".

 

8.   Responde la donna: "Avegna che quel ch’ò detto sia vero, ma sì tti posso rifiutare bene per altra via, la qual si mostra per le tue parole, però che sì come mostra la sentenzia ch’ i’ ò data e tu confermasti bene, ch’è più da lodare il senno della plebeia che della gentile, per le qua’ parole sì dicesti in’ somma ch’altri dé piutosto amare la savia del popolo che lla gentil di molto senno. Però, dunque, non debbo piutosto amare un di popolo che sia savio, che llo gentile che sia di molto senno? Adomando che mmi rispondi".

9.   Responde l’uomo: "Avegna che semplicemente dicesse che piutosto dovea amare quella cotal plebeia che lla gentile e la savia, ma non déi per ciò intendere che ll’amor della gentile non sia da volere e da lodare, anzi piutosto è d’amar la gentile che la plebeia, s’ell’è di magior senno. Dunque, a cotale intenzione il dissi, che se lla plebeia fosse più savia che lla gentile, piutosto è d’amare la plebeia; ma s’elle fossero d’un savere, altressì è da elegiere l’una come l’altra, secondo l’openione d’Alinoria reina d’Angla. Ma io dico, in questo caso, che la plebeia è anzi da amare che lla gentile. Ma se ttu intendesti questa parola ’anzi’, se nno com’io t’ò spianato, grande asordità e grande iniquità v’adiverebbe, però che lla gentilezza farebe tropo grave danno alla gente e non bene niuno, se lla savia plebeia dovesse anzi amare il plebeio che fosse savio, che ’l gentile che fosse più savio. Dunque, se truovi plebeio che sia più savio di me, e tu gli dai il tuo amore, sì me ne rimarrò a tanto, con ciò sia cosa che ttu il possi fare per ragione. Dunque, sapi in prima bene chi più sia savio e colui amerai".

 

10.   Responde la donna: "Nelle tue parole pari che torni a dietro come gambero, però che ora nieghi quello che per fermo avei detto. Ma non si confà bene a senno d’uomo a parola di femina, quantunque sia savia, di venire contra qualunque sua sentenzia così svergognatamente e di negare così tosto quello ch’avea confermato. Ma perché licita cosa è partirse dall’errore e d’amendare quello che non stesse bene, se lla tua semplice e men che non savia parola studi d’ame[n]dare, sì ne sarai più da llodare e spezialmente da’ savi. Dunque, quel che dicesti, ch’i’ dovesse diliberare chi fosse piutosto da amare, molto mi piace, perciò che quella porta d’amor guardo, la qual non rifiuta niuno che v’entri que’ che vi vuole intrare, ma sol colui vi lascia intrare, il qual si truova che sia savio. Dunque, quand’io avrò diliberato chi nne sia più degno, colui amerò".

 

11.   Responde l’uomo: "Se qui la serpe no stesse tra l’anguille, e non ti valesse diliberare per iscaltrimento, soave mi sarebbe e graziosa cotal diliberazione. Ma perché sempre temo che vegno per indugiare, non m’asicuro bene d’asentirvi. Però ch’a me molto travaglia o dà me via da morte, se anzi ch’io mi parta non mi dai speranza d’aver lo tuo amore, però che dare indugio mostra via d’amore che ssi muore, e piccolo termine fa mutare quel che sarebe. Dunque, se mi lasci partire sanza speranza, al postutto mi dai morte, a la qual poscia non mi potrai dare medicina e così sarai chiamata omicida".

 

12.   Responde la donna: "I’ nunn ò voglia di far ’micidio, ma consiglio per n[i]una ragione no mi si può negare, però, secondo il detto del savio, ciò che ssi fa per consiglio si è buono e non si ne pente".

 

13.   Responde l’uomo: "Io non ti posso negare consiglio, ma sempre priego Idio che tti dea ad amare colui che déi".

 

14.   Responde la donna: "S’yo volesse amare, sopre’ per fermo che tutta mia forza matterei ad amare lo migliore".

 

15.   Responde l’uomo: "Nyun dubiti che ttu non possi amare colui che tu vuoli; ma ttutavia non cesserò di servire a tte e a ciascheduno per tuo amore".

 

16.   Responde la donna: "Se le parole che di’ mettessi in opera, non potrebe rimanere di lieve che da me o d’altrui non fossi meritato".

 

17.   Responde l’uomo: "Dyo il voglia che sia così come tu di’ e avegna che ’l corpo si parta da tte, il mio cuore rimane a la tua pregione".

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2006