a cura di Giuseppe Bonghi

 

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Andrea Cappellano

 

 

 

Dell'autore del De Amore, vissuto tra il 1150 e il 1220, attestato nei manoscritti col nome di Andrea, si hanno scarse notizie, ricavate quasi tutte da allusioni interne all'opera stessa, ma con sicurezza non si conosce nulla. Visse nella seconda metà del secolo XII (all'inizio del Duecento era ancora attivo), viaggiò molto per l'Europa entrando in contatto con ambienti signorili dell'Inghilterra normanna, della Francia sia del Nord che di quella trobadorica. Probabilmente fra il 1185 e il 1187 fu «cappellano» del re di Francia, o alla corte di Maria contessa di Champagne, una delle Dame che vengono nominate nell'opera (le altre sono Eleonora d'Aquitania nipote del primo dei trovatori, Guglielmo d'Aquitania e moglie del re di Francia Luigi VII, dal quale ripudiata nel 1152 per la sua vita scandalosa, e successivamente dal 1154 moglie del re inglese Enrico Plantageneto Ermengarda di Narbona e Isabella di Fiandra), ma la loro relazione non è definibile con sicurezza. Il personaggio Gualtieri, cui l'opera è indirizzata, è probabilmente immaginaria: potrebbe essere Gautier il giovane, ciambellano del re Filippo Augusto.

Il De amore fu scritta in latino, forse a Parigi, negli anni a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Si tratta del testo fondamentale dell'erotismo medievale. Movendo dall'Ars amandi di Ovidio, ma con l'apporto di altri autori antichi e medievali, Andrea mette a punto una vera e propria summa dell'amor cortese, riferimento imprescindibile per tutti i successivi poeti e prosatori romanzi che si cimentarono nella materia amorosa. Il De Amore (conosciuto anche col titolo di Gualtieri, dal nome del suo dedicatario) conosciuto sicuramente già nel 1238, ebbe una diffusione subito enorme e fu condannato pubblicamente dal vescovo di Parigi nel 1277, ma ebbe nonostante ciò una fortuna straordinaria in Europa fino a tutto il Trecento. 

Numerose furono le traduzioni in volgare in Italia già nel corso del Duecento; di esse ce  ne sono giunte cinque, quattro contenute in codici fiorentini e una comunemente intesa come "traduzione romana", perché tramandata unicamente dal ms. Barberiniano-Latino 4086 della Biblioteca Apostolica Vaticana, e che è a fondamento del testo qui riprodotto.

 

Leggiamo da Jolanda Insana

Indicato nei manoscritti come cappellano del Re di Francia, confuso con un Andrea più tardo, cappellano di Innocenzo IV e autore, per ironia della sorte, del trattatello De dissuasione uxoritatis, rintracciato in un Andrea cappellano di Maria di Champagne negli anni 1184-1186, identificato infine o scovato come ciambellano di Filippo Augusto, Andrea Cappellano di sicuro non ha nemmeno il titolo: cappellano o ciambellano? E potrebbe trattarsi di un tipico caso di corruzione, dal momento che l'abbreviazione 'capellan' di capellanuse ‘cabellan’; di cambellanus contiene una sola lettera differente e la confusione tra p e b è facilissima; se però Andrea è attestato come ciambellano del re a Parigi negli anni 1190-91, invece che di corruzione manoscritta del titolo potrebbe trattarsi di un avanzamento di grado: Andrea cappellano diventa ciambellano del re, o più semplicemente scrive il De amore quando è in carica come cappellano, o addirittura quando è cappellano di Maria di Champagne, della quale si spiegherebbe così la continua presenza da un capo all’altro del trattato.

Ciambellano del re di Francia è sicuramente Gualtieri, identificato con Gautier il giovane, nato intorno al 1163.

Gli studi più recenti, in base agli elementi interni ed esterni all’opera, tendono a postulare che Andrea, vissuto tra il 1150o e il 1220, non è parigino ma arriva a Parigi passando da Troyes alla corte del fratellastro di Maria di Champagne, e che la stesura del De amore, sicuramente diffuso prima del 1238, è posteriore al 1174.

Maestro riconosciuto nell’ars scribendi et disputandi, Andrea Cappellano, nel De amore, insieme alla varietà delle fonti e delle situazioni adotta varie forme letterarie che vanno, di pari passo con il grande artificio retorico del sofisma, dall’epistola al dialogo, dalla precettistica alla casistica, fino al romanzo cavalleresco in quel vero e proprio romanzo breve, fantastico e arioso, del cavaliere bretone che, superando molteplici prove, arriva alla corte di re Artù, conquista il falcone e diffonde le leggi d’amore tra tutti gli amanti del mondo; o fino al viaggio iniziatico e gnoseologico dello scudiero che dalla selva sconfina magicamente nel regno dei morti e passando per i tre cerchi di Delizia Umidità e Siccità scopre l’inferno d’amore in cui regna stridore e pianto (difficile stabilire quale influenza o suggestione venga da qui alla Commedia di Dante, mentre mi pare che proprio qui si possa rintracciare il nucleo originario della novella « Nastagio degli Onesti » di Boccaccio). Non mancano parecchie contraddizioni, reali più che apparenti, in perfetta sintonia con i tempi e le forze sociali in campo, perché il De amore è espressione e insieme negazione della sua epoca. Da un lato è fortissima l’opposizione tra vecchio e nuovo, tra privilegi e meriti, tra valori feudali e virtù morali, dall’altro Andrea non è un rivoluzionario e l’amore è privilegio o appannaggio della nobiltà. E anche se Andrea dà una definizione nuova di nobiltà, legata non tanto alla nascita quanto alla gentilezza che da sola « è degna della corona d’amore », resta il fatto che « al contadino » dice « basta il lavoro quotidiano e il continuo piacere del vomere e della zappa, e non conviene insegnargli la dottrina d’amore per non rendere infruttiferi tutti i poderi che generalmente producono frutti grazie al suo lavoro ».

Piuttosto sconvolgente invece appare la terza parte, De reprobatione amoris, che in nome dello Sposo Celeste si pone addirittura come puntigliosa ritrattazione di quell’amore prima presentato così libero e potente da non temere né morte né minacce, nonché delle significative aperture sul piano del costume e della pratica erotica; qui, a mio avviso, ci troviamo di fronte a una particolare forma di autocensura, e cioè a uno stratagemma di legittimazione con cui diventava possibile introdurre la carica innovativa, disinnescandola però mediante la modalità del dire e negare, del velare e svelare, che fondamentalmente serve a proteggere il nuovo sapere e a farlo circolare, pur se tra destinatari prevalentemente privilegiati, senza incorrere in condanne d’eresia. Tanto è vero che il De amore non sarà condannato se non nel 1277, quando ormai era ampiamente diffuso e conosciuto in tutta Europa. E se da una parte Andrea ribadisce che « nessun bene, nessuna cortesia si fa al mondo se non viene dalla fonte d’amore », e che perciò « di ogni bene l’amore sarà principio e causa », dall’altra sostiene che non bisogna assolutamente seguire i comandamenti d’amore; e anzi, elencando in un crescendo apocalittico ben diciassette ragioni di condanna dell’amore, conclude che tutti i mali, dall’omicidio alle guerre, dall’odio all’insonnia, derivano dall’amore, secondo la classica contrapposizione tra bene e male, tra Dio, « fonte e principio di castità », e il diavolo, « autore d’amore e di lussuria ».

In tanta requisitoria l’oggetto di deflagrazione è rappresentato dalla donna, nella quale « nessuno potrà trovare l’amore reciproco che cerca », perché « ogni donna non solo è naturalmente avida ma è anche invidiosa e maldicente, rapace, dedita al piacere della pancia, incostante, chiacchierona, disobbediente e renitente ai divieti, superba e vanagloriosa, bugiarda, ubriacona, berlingatora, incapace di segreti, troppo lussuriosa, pronta a ogni male e incapace di amare con sentimento di cuore ». Tutti questi vizi, incorollati logicamente l’uno nell’altro, secondo il principio di causa ed effetto, sono svolti sotto la cappa gigante del sofisma, del tipo: « Tutte le donne generalmente sono invidiose perché sempre la donna si consuma di gelosia per la bellezza di un’altra... Tutte le donne sono contagiate dal vizio di rapacità, perché ogni donna s’ingegna di rubare... Generalmente la donna è anche incostante, perché nessuna donna è così irremovibile... Tutte le donne sono macchiate dal vizio della disobbedienza perché non c’è al mondo donna... », con illustrazioni e apologhi degni dell’oratoria persuasiva dei grandi predicatori del Due e del Trecento; e questi ho tenuto soprattutto presenti (oltre ai poeti, ai trattatisti e novellieri della nostra più antica tradizione) per restituire in italiano la ridondanza il colore e la cadenza del latino di Andrea Cappellano.

 

 

Bibliografia

Andrea Cappellano, De Amore con traduzione di Jolanda Insana e uno scritto di D'Arco Silvio Avalle, SE editrice, Milano 1996

 

 

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Ultimo aggiornamento: 04 ottobre 2007