Cristoforo Baggiolini

Dolcino e i Patareni

Notizie storiche

Edizione di riferimento:

Cristoforo Baggiolini, Dolcino e i Patareni, Notizie storiche, Novara, Tipografia di F. Artaria e Co, a spese dell’avv. Carlo Francioni, 1838

 

 

L’Editore intende di godere del beneficio concesso dalle RR. Lettere Patenti a 8 febbraio 1826, avendo adempito, a quanto esse prescrivono, e dichiara contraffatte tutte le copie di quest’opera che non siano qui dal medesimo sottoscritte.

       Or dì a Fra Dolcin dunque che s’armi,

Tu che forse vedrai il sole in breve,

S’egli non vuol qui tosto seguitarmi:

       Sì di vivanda, che stretta di neve

Non rechi la vittoria al Noarese,

Ch’altrimenti acquistar non saria lieve.

Dante, Inf. c. XXVIII

PREFAZIONE

Eccoti, lettor cortese, come dalle rovine d’una città antica un busto di non ignobile scalpello, dalle sue tenebre diseppellito tale di que’ personaggi a noi, quasi per far dispetto alla curiosità, soltanto accennato finora da poche, ma al solito d’alti sensi gravide parole dell’Alighieri. Ecco al vivo rappresentato un tratto dei più caratteristici dei secoli di mezzo su cui tanto si ricerca e si lavora e si scrive, e che pur sono tuttora nella massima parte, e forse nella più importante, sconosciuti.

Chi era Fra Dolcino, tutti si interrogano a vicenda, giunti al canto XXVIII dell’Inferno? Qual era costui, che solo bastò a fissar l’attenzione di Maometto, come niuno allora fosse degno della reminiscenza di sì celebre mutatore di sorti? Chi era costui, che fra tanti, i quali alzarono il grido di sè per buone od abbominevoli azioni, ma grandi e straordinarie, quasi figura dominante nel quadro vario e doloroso di que’ tempi guasti, sì fattamente si scevera dal volgo de’ novatori e de’ guerrieri suoi contemporanei? ed a cui per l’altezza dell’ingegno, pel militare accorgimento, e per la profondità maliziosa delle dottrine da lui prima professate, quindi ripudiate, in ultimo acremente combattute, solo per buona ventura mancò che Iddio abbreviasse il suo braccio su le popolazioni fedeli d’Europa, perchè operata fosse alcuna di quelle solenni catastrofi nella morale, nella civiltà e nella religione da non mai venire per secoli cancellate? Ed il brivido involontario che ci desta nell’animo la potente commemorazione che fa il Poeta soprano di tal uomo formidabile, così per le bocche di tutti, come arcanamente descritte, non è dissimile da quello che sente un viaggiatore che per una selva selvaggia (e tale è la storia ferrea del trecento) ode lontano fra molti sibili, ululi e fremiti un ruggito più fiero e gagliardo, che fra gli altri minori affatto si distingue, certamente di più poderosa belva e più spaventevole, ma di cui sia ne chiede invano alla sua scorta egualmente ignara, attonita e sbigottita.

Eccoti pertanto dentro a questo lume soluto il grato e lontan digiuno: ecco adempiuto il tuo antico desiderio. Nè già son io per preoccupare o corrompere il giudizio che farai di questo scritto. Libero ed imparziale affron tane la lettura, e fanne tuo pro’ qualora ti torni dilettosa, e mettilo di cheto nel novero di que’ tanti, che usciti alle stampe, e dopo breve vagito, lucem perosi, rientrano nella loro inesistenza innocenti, compianti e dimenticati.

Una cosa, se non è superba l’ammonizione, ancora ti soggiungo, ed è: ove tu sii fra i molti che, per una ineluttabile impazienza, balzano subito a piè pari dalla intitolazione alla metà, e talvolta al fine per veder presto come gli eroi di un libro si ammoglino, o si ammazzino, o facciano altro al termine della loro apparizione, corri subito con l’occhio, almeno per gentilezza, alla pagina 33 di questo racconto, e non badare addietro.

Se poi; o troppo paziente, vaghezza ti stringe di trovar particolarità preziose, finora o stravolte od inesatte, o niente affatto sapute, ti guarda dal passarle trascuratamente inosservate, perchè, o io grossamente la sbaglio, o meritano tuttaquanta la considerazione.

Ora, quando a te ne venga frutto e piacere (e ne confido ) sappine grado intero all’editore, che non adoprò poca fatica nè piccolo avvedimento ad ottenere dalla difficile condiscendente dell’autore che stralciasse dalle rimanenti sue storie Vercellesi manoscritte un brano tanto principale delle sue narrazioni. Vivi beato.

A. C. Francioni, Editore

DOLCINO E I PATARENI

Notizie storiche

Trasferita la miglior parte dell’imperio di Occidente dai degeneri discendenti di Carlomagno nella stirpe di Sassonia, l’Italia ricadeva nelle antiche ed in più lagrimevoli calamità. Ai mali che internamente la travagliavano si aggiunsero come per lo addietro le desolazioni straniere.

Nuovi barbari, e fra questi gli Ungari, tutto ponendo a ferro ed a fiamma riempierono le nostre province di pianto e le disertarono. Tre Berengarii oriondi, a creder loro, dai re Longobardi, rivendicando in quella generale perturbazione di cose l’avito retaggio, combattendo con diversa fortuna, finalmente alcun tempo vincitori, acquistarono per poco signoria e nome d’imperatori.

Battuti poscia in guerra dagli Ottoni, conservarono però fino ad un certo tempo, o per generosità del nemico, o per condizioni a noi ignote, il governo della Gallia cisalpina.

Le città circompadane costrette a seguire le leggi del più forte, si mantenevano tuttavia in quella precaria, torbida e minacciata indipendenza che poteva sussistere tra municipii di non vastissimo territorio, e tra monarchi inquieti e continuamente sulle armi, e che sempre stremi d’uomini e di danaro, ora accarezzavano, ed ora affliggevano spezialmente le città lombarde come più potenti e più doviziose. V’è qualche assai plausibile indizio per credere, che alcune di queste, come Vercelli e Novara circa l’undecimo secolo, si ordinassero a guisa di repubbliche, e che in proprio nome esercitassero sopra di sè ogni sorta di giurisdizione, nella stessa forma in cui si reggono, od almeno dianzi adoperavano, le città così dette libere ed imperiali di Allemagna. Accettavano a vero dire spontaneamente le leggi che loro venivano promulgate dai vicarii imperiali, e probabilmente qualche secolo prima obbedivano con maggior rigore a quelle die loro dettavano i vescovi, i quali già allora venuti in grande stato per la munificenza de’ Carlovingi, e per ripetuti diplomi di donazioni, finirono col divenir padroni assoluti delle città con tutto quanto il loro florido contado.

Nè forse meno ampia era già stata la ecclesiastica dominazione più anticamente ancora, e sotto gli stessi re longobardi. Perchè questi compresi da profondo sentimento di riverenza pei Santi più particolarmente venerati, si mostrarono sempre larghi e liberali di offerte verso le chiese di maggior riguardo. Tra gli altri, Luitprando re fece donazione a s. Eusebio magno della città di Biella con tutto il suo territorio. Nè perchè sia tuttora argomento di controversia presso gli scrittori sacri il martirio di questo sommo vescovo, si trova mai che sia stato in dubbio rivocata questa religiosa credenza; chè anzi non vi ha forse documento di alcun antico donatore, in cui non si attribuisca costantemente codesta gloriosa qualificazione al patriarca della Diocesi Vercellese.

E per toccare alcuno de’ fatti, di cui abbiamo più speciali notizie e più sincere, Carlo il Calvo figlio di Ludovico Pio nell’anno 882 alle preghiere di Luituardo vescovo di Vercelli e gran cancelliere dell’imperio, confermò alla chiesa di sant’Eusebio la donazione di Biella; concedette inoltre Romagnano, Rovasenda, Trecate, Formiana, Langosco, ed il Ponte Nottingo.

Ottone II imperatore confermò le suddette donazioni, e vi aggiunse il diritto su tutte le acque che scorrono nella Diocesi; il paese di Gattinara con le terre adiacenti, la città di Casale Sant’Evasio col suo contado, contenuto allora tra il Po e la Stura: Santià, inoltre, Asigliano, Troncano e tutta la Valle di Sesia: e le diede pure per compenso tutti i beni di Arduino figlio di Dudone, il quale fatto impeto nella Metropolitana avea trucidato ed arso ivi Pietro vescovo in allora. [1]

Lo stesso imperatore pose al fisco, e diede in appresso alla stessa chiesa di Vercelli i beni dei complici del suddetto Arduino: e fra questi il più segnalato era Gisleberto arcidiacono, il quale altero per discendere, siccome egli superbiva, dalla famiglia di sant’Eusebio, pieno di ricchezze, e perciò punto da una non bastantemente saziata ambizione, avea tradito il suo ministero, e lasciato il tempio in balìa alle rapine di Arduino, e divise le spoglie [2]. Lo stesso imperatore avea annullato le ree alienazioni operate da Ugone per arricchir nipoti, siccome quella del monastero di santo Stefano e Cavaglia e Lucedio : alienazioni dagli antichi diplomi notate dell’infame titolo di adulterio e di cambio diabolico.

Il medesimo Ottone, alle preghiere di papa Silvestro, rinnovò al vescovo Leone il dominio in intero della città di Vercelli con ogni pubblica podestà in perpetuo, e con tutta la provincia e tutte le pubbliche appartenenze.

Corrado imperatore alle preghiere di Gisla imperatrice, e del figliuolo Enrico re confermò ad Arderio vescovo tutti i sopra nominati privilegi e signorie su la città e territorio di Vercelli, di Sant’Agata e di Biella [3].

Al vedere tante volte ripetute queste donazioni, è lecito il sospettare che, non ben fermi nel loro dominio temporale, fossero sempre i vescovi, né tanto saldi i sudditi a tenere i loro spessi giuramenti; e che ad ogni nuova elezione dovessero ricorrere alla forza degl’imperatori per costringere l’indocilità di questi popoli a prestar loro obbedienza.

Forti erano le minacce e spesse volte inutili verso i contumaci. Perciò ad intercessione dell’imperatrice Agnese (leggesi in un antico diploma) moglie dell’imperatore Enrico, pei meriti del vescovo Gregorio, e per amore della santissima Trinità, per cui sant’Eusebio ha combattuto, si rinnovano alla sua chiesa le dianzi annoverate largizioni; soggiungendo benedizioni della medesima Santissima Trinità agli obbedienti e volonterosi, maledizioni poi, e minaccia di porre nel numero degli eretici e dei maledetti dalla stessa Trinità i ricalcitranti e trasgressor [4]. Tralasceremo per brevità tutte le altre testimonianze di specialissima affezione date alla chiesa di Vercelli sino al di quà del decimoquarto secolo, alcuna volta dai sommi Pontefici, spessissimo quasi da tutti gli imperatori. Ora questi largheggiando verso le Diocesi, venivano a gratificarsi de’ possenti oratori nelle loro pretensioni al trono d’Italia [5]: giacché rare erano le elezioni a cui validamente non avessero i vescovi contribuito: ed altro intendimento avevano ancora, ed era di far atto dispettoso ai papi che avrebbero potuto non veder bene tanta esaltazione in un loro inferiore di grado e di dignità, ma quasi sempre in que’ tempi a loro superiore in ricchezze e forse in estensione di non contrastato dominio: maligno accorgimento che mirava a corrompere ne’ figli il legame che gli univa alla spirituale paternità. Perciò l’essere stati Ghibellini la più parte de’ vescovi di queste parti non fu opinione o vaghezza, o caso; ma scelta, e gratitudine: onde rarissimi, e se non ne’ secoli a noi più vicini se ne videro assunti alla porpora od al triregno, benché tacitamente permettessero che le loro famiglie parteggiassero per Roma, onde conservarsi così, in caso di rovesci della fazione d’oltramonte, rifugio e sostegno [6]. Fisseremo intanto verso il secolo decimoterzo la rivendicazione delle popolazioni circompadane ne’ loro diritti antichi. Non è ben nota la cagione per cui improvvisamente i vescovi cessassero in quel punto dalla loro podestà assoluta su le città. O impossibile fosse il sostenersi privi degli ajuti immediati degl’imperatori, occupati continuamente in guerre disastrose, e deboli molte volte, e vinti; o bersagliati da pontefici offesi ed intraprendenti, da figli ribelli, e da nazioni tumultuanti; ossia che già si incominciasse da lunga mano la concordia de’ Comuni, che diede poco dopo origine alla famosa Lega Lombarda, e per conseguenza i vescovi arbitri anche del temporale, temessero possibile il pericolo di vedersi venir meno eziandio l’obbedienza spirituale, certo si è che, molto prima della pace di Gostanza, veggiamo che i vescovi si astenevano quasi definitivamente da ogni esercizio di temporale giurisdizione, ed in codeste città ricominciava un civile libero reggimento.

Laonde troviamo in quell’epoca creati consoli e decurioni amministrare sovranamente il loro comune; non cadute affatto in dissuetudine, ma divenute meno frequenti le largizioni imperiali alle metropolitane quanto alla potestà civile e criminale; e, scevre le città con tutto il loro vicino territorio da ogni altra soggezione, esercitare, come allora si diceva, il mero e misto impero senz’alcuna contraddizione.

Venivano adunque governate le città di questi dintorni a signoria di stato franco per mezzo di un determinato numero di decurioni, i quali, eleggevano consoli di triplice qualità, e questi presiedevano alla repubblica. Altri si chiamavano consoli della giustizia; altri consoli del comune; altri della società del santo Protettore. Appo questi consoli risiedeva la civile autorità su tutto quanto si apparteneva alla cosa pubblica; o si dovesse intraprendere una guerra, o comporre un’alleanza, od imporre pesi e tributi.

Vagava in tal maestrato di consoli incerto il numero, ora in più ed ora in meno ad ar bitrio della credenza e dei decurioni.

Si intimavano i comizii talvolta nel palazzo vescovile, ma il più spesso nella chiesa del Santo patrono, o nel broleto (brolo, o broleto orto, verziere) vicino a qualche chiesa della Vergine. A questi comizii non intervenivano che cento primarii personaggi di tutte le condizioni: uso che durò, non certo con quell’antica plenipotenza, sino al 1650.

Prima della pace di Costanza, cioè innanzi all’anno 1185 da cosiffatti consoli erano rette le città di questa parte d’Italia. Dopo codesto tempo invalse l’uso, nè saggio nè nazionale, di chiamare al governo della giustizia, il più importante uffizio in qualsiasi specie di reggimento, due podestà per tener il banco della ragione. Di questi l’uno dicevasi il podestà dei paratici ovvero popolani, l’altro della società degli ottimati.

Sino al 1300 si mantenne questa forma di governo, la quale cangiatasi di bel nuovo, ritornarono ad obbedire ad un solo podestà, che per se ritenendo le operazioni di pace, nominava un così detto capitano del popolo, nel cui arbitrio era posta la cura delle armi. Gli abusi in cui trascorrevano questi capitani del popolo, o maneggiando temerariamente la guerra, o manomettendo i cittadini con militari vessazioni fecero sì , che presso del solo podestà fu volontieri concentrato il potere della pubblica amministrazione. [7]

L’autorità di questo magistrato era circoscritta nel termine di mesi sei. Cinque erano i giudici che per assisterlo gli venivano costituiti. L’uno si chiamava vicario ossia assessore: un altro presiedeva alle cause dei maleficii: due amministravano le cause civili: il quinto le criminali ed i dazi della città.

Codesti magistrati erano elètti da pluralità di suffragi nei comizi: i quali comizi abbiam detto che allora erano composti de’ cento primi personaggi della città.

Allorquando si trattava di qualche grave avvenimento, si raddoppiava il numero degli elettori: quando le cose poi procedevano pacate, intervenivano soltanto i consoli dei paratici o popolani, e con essi i consoli delle vicinanze, o come or sarebbero i sindaci dei borghi del dintorno. Talvolta pure radunata l’assemblea di tutto il popolo, sì i piccioli che i grandi davano il loro suffragio alzando voci di lode o di disapprovazione. [8]

Con questo modo di governo le repubbliche di questi paesi lungamente fiorirono, difendendo sollecitamente la loro libertà, riferendosi in molte cose all’autorità, dei vescovi, riconoscendo la supremazia de’ pontefici e degli imperatori, e prestando loro obbedienza, ogni qual volta non trattavasi di toccare alle loro prerogative.

Ma grande ivi era sempre più di quella degl’imperatori e de’ pontefici l’autorità de’ vescovi; o fosse questo effetto della lunga consuetudine de’ popoli, od un resto di gratitudine verso di loro, da cui le città riconoscevano il fondamento della giurisdizione civile e criminale. Si rinnovava infatti come per uso, o festività tutti gli anni, l’investitura delle suddette giurisdizioni dal vescovo al popolo.

La forma ed il rito di questa investitura durò sino all’anno 1350, e tale ne era il modo: si congregava il parlamento come abbiam detto in una delle chiese principali, ed uno dei consoli, dopo il podestà, interrogava i credenziarii (quei che ora si dicono consiglieri) e tutto quanto il popolo: se volessero essere investiti per diritto feudale della giurisdizione civile e criminale, e giurare fedeltà? Il popolo acclamando ad alta voce, rispondeva fiat fiat. Il vescovo allora stringendo una lancia ed un confatone investiva la città del feudo, della giurisdizione civile e criminale, del pedaggio, delle isole, del mercato, de’ monti, del peschereccio, del dritto su le città suddite e loro corti, salva la relazione al vescovo; e da lui ritenuti i privilegi che spettano alla giurisdizione volontaria, come la nomina di tutori e curatori; prestando a lui quindi il giuramento di fedeltà si scioglieva l’adunanza [9].

Anche in pieno arbitrio di loro stessi, troviamo che codesti abitanti hanno sempre apparentemente riconosciuta in ogni tempo la supremazia della santa sede, e quella degl’imperatori. Imperocché non ricusavano i podestà i quali talvolta loro spediva l’imperatore, sia per tenere in esercizio, almeno per ombra, il proprio antico diritto, sia per farla da arbitro e da paciere, potendo, nelle frequenti controversie che nella nomina di codesti magistrati insorgevano di leggieri tra il popolo e gli ottimati. Così leggiamo che nell’ anno 1236 il marchese Manfredo Lancia, che si crede della illustre famiglia de’ Tornielli da Novara, venne in Lombardia vicario imperiale: quattro anni dopo fu fatto cittadino di Vercelli, immune per se e suoi discendenti da ogni pubblico peso, e regalato di una casa per abitarvi. E giunse appunto il suddetto marchese allorquando cominciarono ivi a suscitarsi sanguinose civili discordie tra i Tizzoni e gli Avogadri. Cacciati questi dalla città per sopravvento della rivale famiglia nell’anno 1235, ebbero ricorso al suddetto Manfredo Lancia, il quale uscito poc’anzi da Vercelli per recarsi a Brescia ad eseguire qualche comando imperiale, non potè più con facilità rientrarvi. Quindi consegue che in quell’epoca gli Avogadri, di cui molto si ragiona nelle guerricciuole intestine di que’ tempi, pendevano piuttosto per la parte Ghibellina; e non fu che dopo aver veduto i nemici Tizzoni in maggior grazia saliti presso gl’imperatori, che si diedero affatto alla fazione Guelfa, e stettero poi sempre fedeli propugnatori pei papi, mentre però i vescovi della loro stirpe erano ordinariamente Ghibellini.

Manfredo Lancia adunque, per narrar un avvenimento di particolar municipio, onde far cosa di grado agl’illustri rifuggiti, mentre in fatti trattava la propria utilità, tentò di nottetempo di assalire Vercelli con un corpo di truppe che avea sotto le sue bandiere, e coi seguaci della parte Avogadra. Ma svegliatasi la città all’improvviso assalto, e postasi nelle armi, respinse coraggiosamente gli insulti nemici, e ruppe ogni loro disegno. Grande fu il giubilo de’ vincitori, i quali nella pia loro persuasione credettero di avere avuto presente ed immediato il visibile patrocinio di s. Francesco, il culto del quale santo da pochi anni si era quivi stabilito, e nella notte precedente alla festa di questo patriarca era avvenuto il fatto d’armi. Fecero voto adunque, per rendimento di grazie, di offerire ciascun anno, alla chiesa di questo Santo e nel giorno festivo di lui, un cereo, una certa quantità di vino e di pan di frumento.

Racconciatesi a tregua alcuni mesi dopo le due nemiche famiglie, il marchese Lancia governò questa città come vicario imperiale sino al quarantacinque del medesimo secolo, ed a lui succedette nella medesima qualità di vicario imperiale il conte Egidio di Cortenova. Fama di valorosi soldati lasciavano entrambi, non senza taccia d’animo leggiero il primo, di violento il secondo [10].

Dopo una serie di altri podestà nominati dal proprio comune, i vercellesi e novaresi ebbero per vicario imperiale Filippo di Savoja principe di Acaja, la cui elezione cadde nell’anno 1311. Questa è la prima volta che l’augusto lignaggio de’ nostri dominatori si vale comparire con grado di autorità in questa parte d’Italia.

Non abbiamo prima d’ora parlato dell’orrendo atto di crudeltà di cui pochi esempi somministra la storia de’ malvagi; onde il Barbarossa disonorò le sue armi, cioè della distruzione di Milano che accadde nell’anno 1163 sul principio di marzo, perchè ne rifuggiva il pensiero.

Noi non ripeteremo per ciò la infanda narrazione di quel funesto avvenimento, già dalle penne di tanti scrittori consacrato all’infamia ed alla commiserazione de’ secoli. Solo rammentiamo con cordoglio che più degli stranieri medesimi si mostrarono accanite contro la infelice Milano quelle poche città Lorabarde le quali, o da’ loro rettori strascinate a far lega col barbaro Federico, o mosse da invidia verso la floridezza di quella capitale dell’Insubria, fecero l’estremo di ogni inumana fierezza verso i loro, direi così, consanguinei e concittadini; e Vercelli ed altre erano pur troppo in questo numero [11].

O che già cominciassero a parteggiare ferocemente per fazioni opposte i potenti che reggevano queste repubbliche, o per una cotale incostanza ed avventatezza nelle più gravi detarminazioni, non nuovi difetti nè infrequenti nelle città libere, certo si è che dopo avere sfogato un odio più che da nemico contro la misera Milano le città di Vercelli, Novara, e qualche altra, pentite del misfatto, atterrite dalla soverchiante potenza degli imperiali, o stizzite d’esser loro sfallite le aspettazioni di premio per gli aiuti prestati allo straniero, ne rialzarono le mura, e la restituirono alla primiera floridezza.

Ma se lunghi furono i patimenti e le morti de’ poveri Milanesi, più lunga ancora sarà la memoria non punto onorata del codardo soccorso recato contro un popolo leale, amico e confinante: e due errori, o meglio delitti, allor si commisero; contro la retta politica il primo, contro la carità fraterna il secondo, e questo più grave e più ignominioso [12].

Saccheggiata Tortona, distrutta Milano, perchè que’ popoli si erano accinti a frenare le continue vessazioni che loro venivano recate dai Germani (indisciplinata e lurida soldatesca allora) di tanta costernazione fu percossa tutta Lombardia, che le Città principali circompadane giurarono quella famosa lega di cui tanto favellano le storie facendo sacramento di difendersi da quell’imperatore siccome creduto violatore dei patti che univano la supremazia dei Sovrani di Svevia alle guarentigie delle Comunità Lombarde.

Disperato ogni accordo, rifiutata ogni condizione di pace dall’animo altero di Federico, e ristorate dagli alleati (come si toccò) le mura di Milano, ed operosamente fortificata, si venne tra questi e le truppe imperiali a battaglia nelle campagne di Como. Lungo e pertinace fu il combattimento; molto sangue si sparse da ambe le parti, ma finalmente furon volti in rotta gl’imperiali, dei quali gran numero rimase morto sul campo, e tra questi in maggior copia i Pavesi ed i Comaschi, i quali stavano tuttor nelle file Alemanne. Corse gran pericolo della persona lo stesso imperatore nella fazione combattuta. Trafittogli sotto il cavallo, gittata a terra fra i cadaveri, per morto lo gridò la fama a tale, che l’imperatrice vestì a bruno. Questa battaglia accadde nell’anno 1175.

È nota la composizione di pace nel 1183 che dalla città di Costanza ebbe nome: celebri presso i Giureconsulti seno le stipulazioni riguardanti le regalie, le consuetudini e le giurisdizioni vicendevoli che si fecero in quella pace, alla quale intervennero la città tutte non tanto di Lombardia, quanto di Romagna e delle due Marche.

Rinnovavasi quest’alleanza, e veniva confermata, tale era stato il fondamentale provvedimento, ad ogni periodo di vent’anni ogni città pronunziava il voto per la elezione di un rettore universale della alleanza. Giurarono le città sozie di ajutarsi scambievolmente, per difendere le concessioni ottenute nella pace di Costanza, e di mallevarsi le istituzioni e le autorità del rettore generale, e dei rettori d’ogni città particolare [13]. Il successore del Barbarossa Enrico, atterrito dalla potenza delle città alleate, o trattenuto da pratiche per avere la corona delle due Sicilie, a suggerimento del papa Celestino III, tenne in sulle prime fedelmente le giurate convenzioni. Grate le città Lombarde alla apparente lealtà dell’imperatore, gli offrirono per ajuto nella guerra che apparecchiava contro il regno di Napoli lautissime sovvenzioni nell’anno 1192, e fruivano in tanto della più florida tranquillità: gli profersero specialmente i Vercellesi 60 marche di buon argento, somma in quei tempi considerevole, e maggiori aiuti all’occorrenza con sincera affezione, e talmente cortesi mostraronsi verso Enrico fino a restituire per sua intercessione ai conti di Martinengo i luoghi e castella di Ulpino, di Sarneto, e di Calcio, che nel contado di Brescia sotto nome di deposito, ma di fatto acquistate coll’armi, custodivano con le loro guarnigioni. Nè men giusto allora e conoscente verso i Vercellesi diedesi Enrico a divedere; giacché pretendendo i Novaresi che i nobili di Gattinara, e l’insigne borgo di questo nome fosse sotto l’immediata giurisdizione de’ re de Romani, fu dagl’imperiali delegati stabilito (e questo non fu piccolo cenno di moderazione non che di equità) essere e dover rimanere per l’avvenire quel borgo, in un coi nobili di Gattinara, sotto la giurisdizione di Vercelli [14] .

Al morto Enrico succedette Federico II suo figlio, e nipote del Barbarossa: nemico questi e sprezzatore della pontificia dignità, come volesse dar principio a quelle lunghe contestazioni in cui si travagliò tutta la vita contro la santa Sede, si diede a favorire ed accarezzare le città Lombarde, onde trarne ajuti ed approvazioni.

Sperando che tutta gli sarebbe per succedere prosperamente, quando se le avesse fatte ligie e favorevoli, cominciò a conciliarsele, concedendo loro altre grazie e privilegi che poco gli costavano, e che senza pericolo non avrebbe potuto ricusare. Fra le prime Novara e Vercelli impetrarono agevolmente la conferma delle antiche loro franchigie nell’ anno 1220.

Ma ben diversi disegni covava l’astuto: col soccorso della Lombardia aveva in pensiero di abbattere o di abbassare almeno la podestà papale, quindi divenuto padrone d’Italia, ridurre anche le città dell’Insubria ad una assoluta obbedienza. Nè tardarono queste ad avvedersene. Imperocché sceso dalle Alpi Germaniche, e con impeto ostile prorompendo in Italia, violando sul bel principio ad alcune città, che si trovarono sul suo passaggio, le medesime prerogative di cui aveva giurata l’osservanza ai comuni alleati, i Vercellesi e Novaresi lo abbandonarono primieri coi Liguri Alessandrini al di quà dell’Appellino, e coi Milanesi Non si diede tosto mano alle armi però, ma in negoziazioni or minacciose or subdole ed or pacate si consumarono alcuni anni. Fulminato quindi dalle scomuniche, proseguendo i popoli ad alienarsi da luj, e ad aggiungersi al pontefice; ma invitato però ed aizzato da Ezelino, potente tiranno in Italia e capo della fazione Gibellina, ruppe ogni riguardo, troncò ogni accomodamento, e rivocando apertamente le concessioni dell’avo, e da se medesimo solennemente confermate, bandì rompimento e guerra alle città confederate, pose a ferro e a fuoco le campagne, prese d’assalto quelle che poteano opporgli debole resistenza, e tutta Italia empiè di sangue e di spavento.

Atterrite, e nell’esistenza minacciate le città più forti, non si lasciarono cader d’animo tuttavia, ma raunate con mirabile celerità bande d’armati, copia di viveri ed attrezzi militari, e ristaurate le fortificazioni ne’ luoghi più esposti alle prime ostilità, si apparecchiarono ad opporre al fedifrago nemico la più gagliarda ed ostinata resistenza. Maravigliato a sì stupenda cospirazione di forze Federico, e vedendo che maggiore delle sue minacce sarebbe per essere l’ostinazione e la resistenza, inchinò l’animo di nuovo a pratiche di pace. Prono pur anche ad un accomodamento avendo trovato Gregorio IX sommo pontefice, la cui amicizia in un certo qual modo si aveva coltivato, innanzi a lui propone di recare le sue ragioni, e le querele che egli pretendeva di avere contro gli alleati.

Aver prese le armi, diceva, contro quelli con ogni diritto, perchè avendo egli intimato corte in Ravenna per ammassare sussidi pel suo passaggio in Terra Santa e per lasciare disposizioni stabili al governo dell’impero in tempo di sua lontananza, i comuni Lombardi avevano posto impedimenti a’ principi tedeschi che venivano alla sua volta, e con questo aver bastevolmente date a divedere le mali intenzioni che nutrivano contro di lui.

Asserivano di riscontro le città confederate, che i provvedimenti a cui si erano appigliate, erano stati loro naturalmente suggeriti dalla prudenza e dalla necessità, e più ancora dalla leggerezza e perfidia dell’accusatore; che le campagne tuttora fumanti, i borghi e villaggi eguagliati al suolo, le popolazioni o trucidate o disperse, e più di tutto i nobili deputati spediti sotto fede pubblica per trattare delle somme delle cose, a tradimento da lui o sostenuti in ceppi, od appiccati agli alberi lungo le strade ed ai merli delle mura, giustificavano le loro sospizioni [15].

Bramoso il pontefice di assopire queste discordie pronte a tralignare in una guerra di esterminio ed interminabile, e confidando di poter adescare finalmente l’imperatore al passaggio di oltre mare, comandò farsi sopra ogni controversia tra questi e la lega Lombarda un compromesso nelle mani di due cardinali legati. Stabilirono questi dover l’imperatore rimettere ogni ingiuria, por fine ad ogni lagnanza, ricevendola nella pienezza della sua grazia.

Promisero per altra parte i comuni di contribuire all’imperatore per la spedizione in Palestina, e per lo spazio di tre anni a proprio carico, cinquecento militi pronti a marciare dove loro avesse la Romana chiesa prescritto; e con queste condizioni fu sottoscritta la pace.

Ma non tardarono l’Italia ed il pontefice ad accorgersi, che ben diverso dalle parole scritte e giurate era l’avvedimento di Federico. All’oppressione del pontefice e della lega mirava soltanto; a coglier tempo, a metter fra quelli la discordia, e trarne aiuti onde disperderne le forze, e quindi ad indebolirli.

Sentirono il comune pericolo le popolazioni e lo affrontarono. Interrogati i Vercellesi dai rettori ed anziani loro, se piaceva di ratificare le condizioni stipulate nel compromesso de’ due cardinali col nemico imperatore, risposero Ambrogio Coccarella, e Giacobino Tizzoni oratori della città (sembianza di tribuni popolari) non volere altrimenti una pace sì fatta, se non a condizione che questa talentasse pure ai Milanesi, la cui avversione ad accettarla era stata poco prima stimolata dai suddetti Tizzoni e Coccarella. Anzi il popolo niegava di somministrare soldati per la Palestina, nè fare alcuna spesa per favorirne la spedizione [16]. Questo secondo fatto ci accenna ancora evidentemente che la famiglia Tizzoni non propendeva allora per la fazione Gibellina, come più sopra abbiam notato che gli Avogadri erano pur anche avversi alla fazione Guelfa, e che più tardi, piuttosto gare di superiorità nella patria, che affezione alcuna serbassero al pontefice od all’imperatore furono le vere cagioni degli odii acerbi che tennero divisi questi due potenti parentadi.

Frattanto l’imperatore molto di mala voglia entrato in mare per la guerra di Terra Santa, avea già afferrate le spiagge della Siria, ed i Cristiani colà quasi ridotti a perdute speranze, si rincoravano d’un miglior avvenire alla vista di Federico. Liberatesi queste terre dal pericolo sempre imminente di perdere la loro libertà, e sicure di goder pace finché un vasto tratto di mare le separava dal loro maggior nemico, si diedero con maggior pacatezza a riordinare la loro interna economia, ed a gettare i primi fondamenti de’ loro codici legali, e le regole della loro ammininistrazione. Quindi l’origine degli statuti municipali.

Tutti coloro non ignari affatto delle memorie storiche e delle vicende delle lettere e delle scienze, sanno che nel secolo XIII pochi, dispersi, ed infecondi erano i semi d’ogni gentil disciplina. I soli che qualche superficiale notizia avessero di coltura letteraria erano, più che il clero secolare, i seguaci degli ordini claustrali. Ad uno di questi, cioè ad un fra Enrico dell’ordine Minoritico ebbe ricorso la città di Vercelli per compilare gli statuti suoi. Non fervido come il Savonarola, ma tenero della sua perizia governativa al pari di Licurgo, codesto fra Enrico impose per compenso alla condiscendenza ed opera sua, che nulla si mutasse alle leggi che avrebbe dettate, sotto pena di scomunica e d’interdetto. Accettarono il patto i Vercellesi, e stettero saldi nel prometterne l’osservanza onde ottenere gl’implorati statuti, non prevedendo che potrebbe venire stagione in cui si dovesse aggiungere o togliere qualche cosa ad una imperfetta legislazione; e che le contingenze imperiose de’ tempi sono più potenti di qualunque antica individuale volontà. Diffatto accadde solo cinque anni dopo la promulgazione dei summenzionati statuti, cioè nel 1235, che l’esperienza avendo dimostrato ai Vercellesi quanto fossero gravi le immunità ecclesiastiche in questo territorio, credettero di aver diritto di cangiare molte cose a ciò spettanti, e così venner meno alla promessa fatta al loro serafico legislatore. Nè tardarono ad essere puniti. Richiamatosi fra Enrico, che ebbe di ciò contezza dal suo Eremo d’Assisi ove erasi ritirato, al tribunale severo ed inappellabile di Gregorio IX, questo pontefice vigilantissimo nel propugnare le ragioni della chiesa e de’ suoi ministri, quanto pronto ed inesorabile nel vendicarle, fulminò sul campo l’anatema contro la città di Vercelli [17].

Queste sono le seconde canoniche censure a cui soggiacque questa repubblica, le prime essendole state inflitte nel 1230, cioè nell’anno stesso in cui fra Enrico s’accingeva a scriverne le leggi. Non ben nota è la cagione di questa prima punizione, ove suppor non si voglia essere stati costretti i Vercellesi dal pontificio comando a commettere ad un regolare la formazione delle loro leggi municipali. Supposizione, che fatta ragione de’ tempi, non cozza per nulla co’ canoni della probabilità [18].

Che che ne sia, certo si è che, condannate a prima giunta e per essere ribenedetti, le mutazioni che nel loro codice primitivo fatte avevano i Vercellesi, e lasciato ammansar alquanto il primo impeto del Vaticano, ne fecero poco dopo stendere di cheto una seconda collezione da ben altro personaggio, da San Vincenzo Ferreri medesimo; ed è quello che in membranaceo prezioso tuttora sussiste in qualche archivio d’Italia; splendido monumento della pietà e saviezza di quel Santo celebrato.

Ma ricaddero ben presto in ben più serii terrori e Vercelli, e le altre città della confederazione, al tremendo annunzio dell’improvviso ritorno in Europa di Federico dalla male abbandonata Palestina. E pericolosa veramente del pari era la condizione dei comuni Lombardi, o durato fosse l’odio di questo imperatore contro la Santa Sede, o continuata l’amicizia sua, come si teneva universalmente per fermo, con Innocenzo IV successore dell’estinto Gregorio, soli 17 giorni avendo Celestino IV occupato la cattedra di S. Pietro. Nè la chiesa, nè l’imperio vedevano certamente volontieri l’accrescimento di forze e la minacciosa prosperità di tante città in amicizia strette. Or ben presto i creduli alla pace d’Italia ebbero a convincersi, che se Sinibaldo Fieschi era stato, prima della sua esaltazione al triregno, amica intrinseco di Federico, Innocenzo IV dovea essere di lui acerbissimo repressore. Voci inoneste, oltre le mille a tutti note, corsero per fino allora, che producessero tant’oltre il loro odio entrambi questi potentati, che dimenticando ogni generoso sentimento, giungessero anche a tentare a vicenda di togliersi la vita insidiosamente [19].

Radunatosi un concilio generale in Lione, Innocenzo citò a comparire fra termine perentorio Federico alla sua presenza, perchè si difendesse dalle accuse di parricidio meditato contro il papa, di violazione del giuramento per non avere proseguito la guerra sacra coltro il soldano, di scisma contro la chiesa, di molti altri delitti nefandi, e perfino (pravo pervertimento d’ingegni) di sortilegio, e di negromanzia. Ricusò l’autorità del pontefice l’offeso e forse colpevole imperatore; nè valendogli le giustificazioni che per due suoi oratori erano state fatte in quell’augusto parlamento, molto tepidamente e con universal maraviglia da Pier delle Vigne, con molto zelo e facondia dal suo collega di più oscuro nome, fu come ribeile e contumace notato di anatema, dichiarato scaduto dall’impero, e sciolti i suoi sudditi dal giuramento.

Cinque anni dopo morì questo principe sventurato in Palermo: alcuni pensano di veleno, altri per gravissima infermità naturale, ed altri soffocato dal figlio nato a lui, secondo alcuni, da un’Agnese Tornielli da Novara. In mezzo delle sue qualità violente ed assolute portava amore alle lettere ed alle scienze; e grata debb’essergli l’universale repubblica letteraria per avrr fatto recare dall’arabo nel latino idioma i libri delle scienze allora in Oriente conosciute, tra i quali gli astronomici di Tolomeo: e sovrattutto la lingua italiana in cui si dilettò di dettare alcune rime che si citano tutt’ora non senza lode: vanto rarissimo in un principe la cui vita non fu che travagli, guerre e viaggi: fondava l’accademia di Napoli e inoltre quella di Vienna, e favoriva gli uomini d’ingegno di qualunque condizione, nazione o stirpe in loro s’avvenisse; e Pier delle Vigne fu del numer’ uno [20].

Crebbero le confusioni in Europa dopo la costui morte pel lungo interregno che ne venne in appresso. Enrico Landgravio di Turingia, Guglielmo conte del Brabante, Riccardo potente signore nell’Inghilterra meridionale, ed Alfonso re di Castiglia detto il Savio, e che fu realmente in fatto d’astronomia, ma nulla verso i suoi sudditi e la propria famiglia; tutti questi aspirarono alla corona dell’imperio, e niuno potè conseguirla.

Ventitrè anni pertanto di turbamenti, di scandali e di sciagure furono la conseguenza dei dissapori tra i due primi signori della terra. Non sarà fuor di ragione il qui rammentare essersi nel 1244 introdotta per la prima volta in queste contrade la divozione del Rosario di Maria Ss.a promulgata da Innocenzo IV; come pure data facoltà sul principio del medesimo secolo ai frati Mendicanti, ed a quelli dell’ordine de’ Predicatori di accogliere le Confessioni sacramentali [21]. Nè alle anime tenere delle dolcezze celestiali graverà l’udire che anche in questo secolo le pareti de’ sacri templi risuonarono l’inno dello Stabat Mater, l’antifona della Salve Regina, e la sequenza del Veni Sancte Spiritus.

Del primo fanno autore il Beato Jacopone da Todi; dell’antifona, o s. Bernardo, od Aimero vescovo di Poggi, o Pietro da Compostella, od Ermanno monaco di s. Benedetto; della sequenza Innocenzo III pontefice.

La festa pure del corpo del Signore, la cui solennità era per l’addietro circoscritta, per ambito privilegio a poche diocesi fu verso il 1264 conceduta, e poi prescritta all’universa Chiesa.

Le città dell’Italia occidentale aprirono pure in quel torno volonterosamente le braccia alle religiose instituzioni de’ due Santi Domenico e Francesco, e porsero asilo e mantenimento ai seguaci di quegli ordini poc’anzi fondati [22].

Ma la pietà più illuminata di molti, e le più rigide cautele di alcuni non bastarono in questo secolo di tante discrepanze tra il trono e la chiesa, ad affrancarsi dal veleno di una nuova eresia poco prima nata oltremonti. Questa è l’eresia degli Albigesi antesignani de’ Patareni.

O fosse nata in Bulgaria, dove si avevano eletto un falso pontefice per nome Bartolomeo, e di là propagatasi in Ungheria, in Austria, in Italia ed in Francia, certo è, che in questo ultimo regno trovò più valido patrocinio che altrove, e più indomabili settatori. Sotto i regni di Filippo Augusto e di Lodovico ottavo crebbero questi novatori a dismisura.

Raimondo conte di Tolosa si fece capo di costoro, i quali alla dialettica, per giustificarsi, cominciavano già ad unir le armi e farsi temuti.

Sconfitto Raimondo, umiliatosi alla presenza di s. Lodovico IX, ed abiurata la pravità di sue opinioni nelle mani del cardinale di sant’Angelo legato della santa Sede, cadde oscura questa fazione, e non rimasero più di quella pianta contaminata che pochi germogli, i quali altrove ripullulando, conservarono tuttavia per lungo tempo una lunga ed orgogliosa vitalità.

Tengono per vero gli eruditi in sì fatti argomenti, che gli Albigesi, che pur anche Valdesi, e poveri di Lione si denominavano, abbiano rinnovato i delirii degli Ebioniti, dei Gnostici, e dei Manichei. Un tale Arimanno del luogo di Samtià vissuto qualche tempo per affari mercantili nella Francia meridionale, di ritorno in patria, s’attentò a spargervi gli errori che avea succhiati alle predicazioni Albigesi. Ma tosto scoperto ed accusato da un padre dell’ordine de’ Predicatori, che già avea esercitato la sua vigilanza ed il suo zelo contro i Valdesi a Tolosa, Arimanno, ebbe per suo meglio l’esigliarsene per sempre.

 Discepolo in questa scuola di errori, o attinto ne avesse il veleno in Germania ove era dimorato alcun tempo, od appresine per grido i semi, e, trovato acconcio terreno, abbiano in lui fruttificato, fu il troppo famoso Fra Dolcino, il quale nato in queste vicinanze ed in luogo sottoposto allora al Vescovado di Vercelli, e punito di morte sotto questa città, merita e pel genere di sua vita, e per le cure che costò ad estirparlo, di essere ricordato con qualche particolarità, Non già opera indarno ci confidiamo aver fatto col premettere alcune notizie su le cose pubbliche di queste province, giovevoli, anzi necessarie da noi reputate (od a partito c’inganniamo ) alla più pronta intelligenza della seguente narrazione.

Nè volgare personaggio fu certamente costui. Nacque nella seconda metà del secolo XIII da un Eremita detto Giulio de Tare in Prato, picciolo ed oscuro casolare tra Grignasco e Romagnano su la sinistra sponda della Sesia [23] : Alcuni lo supposero della chiara stirpe de’ Tornielli: tolgasi un simil vanto (o se vuolsi ignominia) a quell’illustre lignaggio per la considerazione, che appunto da un Tornielli giudice allora in Vercelli fu Dolcino condannato all’ultimo supplizio. Partitosi mendico dalla patria, professò in Trento la religione degli Umiliati: colà, o che l’animo suo tracotato e superbo vi intristisse alla vista de’ varii disordini che allora insozzavano qualche corporazione regolare, e de’ non pochi abusi da cui era travagliata la Chiesa stessa sotto il pontificato di Bonifazio VIII, o più veramente strascinato fosse da una mala ventura, molto non indugiò per la sua indole procace ed obbediente ad uscir del chiostro, e vivere una vita men libera che dissoluta.

Colta alle lusinghe sue una tal Margherita di Trank giovane di natali generosi, ed educata tra le mura del Convento di Santa Caterina di quella città, dove il laido uomo avea trovato via d’intromettersi siccome faccendiere, economo, o consiliatore, sì fe’ seguace la sventurata de’ dogmi e de’ costumi di lui [24]. Al grido di sì fatta seduzione, allo scandalo che se ne diffuse, fuggì la coppia malvagia dal Tirolo ove era imminente la loro carcerazione, e superate le alpi giulie, e tragittata una parte d’Italia si ripararono i due fuggiaschi primamente su quella catena di montagne che divide verso notte la Diocesi di Novara dalla Vercellese, e quindi fosse la prima tana dove al primo lor giugnere s’accovacciassero non è ben noto. Questa fuga avvenne sul finire del 1303.

Né solo con la turpe sua compagna venne fra Dolcino in queste contrade. Già più d’uno, e non d’infima nazione, era stato preso al laccio delle sue nuove Immaginazioni. Un Gherardo Segarello di Parma, figlio o nipote di un altro del medesimo nome, e seguace pur quegli di false dottrine, ed un Longino Cattaneo da Bergamo, amendue di gentile prosapia, si erano già fatti settatori di questo apostolato di corruttela e di menzogna, oltre un numero ognor crescente di mendichi, di ribaldi, e d’ingannati.

Cresciuto di forze e d’audacia, l’apostata stimò di non più aver mestieri di stare cotanto sulle volte, ma sì di aprirsi un arringo più vasto e più ardimentoso. Sceso dalle vette de’ monti nel piano di Gattinara, e trovato questo borgo, già insigne infin d’allora, mal difeso contro, alle scorrerie di chiunque venisse parteggiando, per essere stati poco prima cacciati in esiglio gli Arborii e gli Avogadri che ivi signoreggiavano, Dolcino entratovi di viva forza, e trovate larghe vettovaglie, ed animi studiosi di cose nuove, vi si affortificò [25].

Gagliardía di facondia, pazienza nel sopportar disagi, destrezza e disinvoltura per dottrinare i cuori, austerità di vita in apparenza irreprensibile, intrepidezza imperturbata, e pacatezza somma di spirito nei maggiori pericoli: in una parola, un ingegno atto a sovvertire popoli, e a mettere a soqquadro regni ed istituzioni, tali erano le qualità principali, che di Dolcino avrebbero formato un nuovo Maometto, se come in Arabia, non si fossero trovati in Italia governi vasti e poderosi, repubbliche forti se non ordinate, feudatari in armi, e vescovi doviziosi, e guerrieri.

Nè senza profondissimo avvedimento Dante così acuto investigatore de’ delitti, e sì esatto distributore di castigo, come conoscitor perfetto della natura de’ tempi, degli uomini, e delle opinioni pose in bocca di Maometto, quasi niuno allora al mondo fosse degno delle sue reminiscenze, quel celebre ricordo mandato a Fra Dolcino nel XXVIII del suo inferno: come a simiglianza d’indole tra i due sommi perversi avesse voluto il poeta sovrano accennare.

Darà luogo a meraviglia il riflettere come mai un claustrale perseguitato e fuggente, senza tesori, senza armi, senza parentado, in poco meno del periodo d’un anno abbia potuto levarsi in tanta fama, crearsi intorno tal corredo di armati, impadronirsi di non piccolo tratto di territorio, difendersi per tanto tempo non entro la cerchia di città munite, ma in aperta campagna, ma coi petti e col coraggio contro schiere numerose ed agguerrite, contro popoli congiurati ad esterminarlo, contro capitani se non esperti almen valorosi; e ciò che più monta, sia stato da tanto per mettere sopra pensiero gran parte di Lombardia, un angolo della Svizzera, quattro dei più potenti feudatari che allora fossero ne’ paesi circonvicini, rintuzzati gli sforzi per molto tempo della repubblica di Vercelli, del vescovo di Novara, e del Marchese di Monferrato. Ma cesserà lo stupore se noi ci recheremo colla memoria alla condizione politica di quei tempi.

Se in tutti i secoli fu sempre considerata per l’opera la più ardua de’ negoziatori diplomatici il comporre e mantenere lungamente concordia fra due o più potentati, nel XIII e XIV secolo, sovra tutto, ella era cosa affatto impossibile. Se il terrore d’un pericolo presente ed immediato facea talvolta cospirare due stati ad uno scopo di comune difesa, qualora poi l’operazione di guerra avesse durato, non dirò molti mesi, ma solamente poche settimane, rinascevano fra le svogliatezze ed il fastidio degli accampamenti i personali dissapori, le gelosie municipali, e più di ogni altro i rancori perenni ed indomiti fra le due podestà ecclesiastiche e secolari. La niuna antiveggenza nel provvedere viveri e stipendio a truppe raccogliticce e composte ordinariamente di pochi bifolchi abborrenti dal mestier delle armi, avviliti dal prepotente imperio dei loro Signori, rassegnati piuttosto a soffrire in pace la loro miseria, che ad espor la vita pei loro oppressori; la niuna fermezza nel tenere a freno i molti avventurieri licenziosi ed intolleranti di disciplina quanto avidi di saccheggio, e quindi pronti a dissiparsi al minimo ritardo della promessa convenuta mercede, o del bottino promesso su le città, ville, e genti inoffensive, si chiarirà il motivo dei vani e lunghi sforzi tentati contro Fra Dolcino, e della tenacità di questo a resistere ed a perseverare.

Esempio, fanatismo, ed unità pugnavano da una parte: discordia, spensieratezza, ed indifferenza stavano dall’altra. Dolcino comandava, ed era obbedito. Il Vescovo di Vercelli consigliava, ed uno de’ capitani delle genti alleate il cacciava villanamente dal campo [26]. Dolcino chiudeva in se gran parte delle doti che si richieggono in un valente capitano ed in un prode soldato: de’ duci che gli stavano a fronte mancavano molti delle qualità dell’una e dell’altra condizione. A ciò si aggiunga avere il Frate avvezzi i suoi settarii ad affrontar di buon animo tutti i disagi, tutte le privazioni, ed a riporre ogni speranza nel ferro: mentre gli alleati a perseguirlo, lucenti d’armi preziose benché tra famigli squallidi di cenci, spendevano pazzamente il loro tempo a sfidarsi per la superiorità nella caccia d’un cane, o d’un girifalco, od in giostre, in banchetti, od in oziose gualdane. Insomma, Fra Dolcino fu senza alcun dubbio il miglior capitano de’ suoi tempi nell’Italia occidentale, perchè il più degli avversarii che gli stavano a petto erano o mediocri, o inetti, ed egualmente malvagi.

La leva principale di cui si servì questo audace novatore per movere tanti animi, fu quella medesima adoperata dagli altri eresiarchi suoi antecessori, da Arnaldo da Brescia particolarmente, cioè di mordere gli abusi e la mollezza di buon numero fra i dignitari della chiesa, e di tuonare parole in parte vere contro gli enormi conquisti di beni temporali che andavano continuamente cumulando. Perciocché ella è cosa non affatto inutile di porre sott’occhio, che fino a tanto che la Sede Pontificia e le Diocesi e i Cenobi si tennero severamente nei limiti delle attribuzioni spirituali, la religione di Cristo incontrò bensì fin dal suo primo manifestarsi ostacoli e ribellioni, come da Cerinto, per cagion d’esempio, vivendo tuttora i Discepoli; ma queste si aggiravano ordinariamente su qualche investigazione temeraria, su qualche discussione sottile e metafisica di dogmi speculativi, o sulla utilità o danno di qualche canone di disciplina. Ma, allargatasi quindi la dottrina del vangelo e la circoscrizione delle diocesi per le pie liberalità, e per la fidanza di Costantino essendo stata per poco la medesima che quella delle provincie consolari e pretoriane, succedettero quasi di fatto i Vescovi alla supremazia secolare nelle provincie romane, e per conseguenza, senza averne speranza o pretese, si trovarono questi naturalmente investiti di quel potere, e di quelle attribuzioni temporali che prima avevano i consoli ed i pretori: e quando cominciava a poco a poco a venir meno il vigor delle leggi romane, specialmente nelle regioni lontane dalla capitale; e per inettezza di governatori, o per corruzione di magistrati, o per effetto di generali sinistre contingenze, tarda ed inesatta giustizia trovando i governati contro le violenze e le concussioni; mai frenata la soldatesca stazionaria, divenuta più rapace e più licenziosa per le umiliazioni e le battiture che già sentiva dai barbari (inevitabile risultamento, perchè le disfatte sofferte da truppe codarde le fanno divenire più sediziose e più contumaci) e soli risplendendo per virtù senno e santità di vita i predicatori delle genti, siccome allora si chiamavano i vescovi, si spiegherà agevolmente, come i popoli ricorressero più volentieri a questi per implorare difesa, e consolazione che ai Magistrati secolari, inabili per debolezza o per buon volere ad amministrare giustizia, a difendere, a consolare [27]. Chi consola ordinariamente anche consiglia. Il consigliatore assennato e virtuoso acquista senza volerlo una superiorità sul suo volontario cliente; quindi da consiglieri i vescovi divennero giudici, arbitri, od almeno potenti mediatori. Ora anche per gli animi forti è difficile cosa il sostenersi incontaminati, e su lo stesso grado di vigoria di virtù sì nella grandezza delle sventure, che in quella delle prosperità. I popoli per gratitudine prima, e qui non v’ è luogo certo a rimprovero, quindi per soverchio e forse disordinato zelo di carità, o per non curanza de’ beni del mondo, di cui era sempre imminente la perdita a parer loro per l’avvicinarsi della fine del mondo, moltiplicarono in donazioni verso le Chiese, le Diocesi ed i Monasteri.

Senza alcun dubbio i primitivi pastori, come anche spessissimo i loro successori, facevano ottimo uso delle loro ricchezze. Erezione di templi e di santuari, fondazione di monasteri e di luoghi ospitali, redenzione di schiavi (e qui giovi osservare, che il trarre le persone in servitù, e fissarne prezzo al riscatto non è già invenzione de’ saraceni, e de barbareschi, ma sì bene dei Normanni ed altri popoli settentrionali ) tali erano le sante e luminose operazioni che rendevano meno lagrimevole quella età di totale civile scadimento [28]. E ragion vuole, che altamente si affermi che la civiltà Europea, o per meglio dire, la umanità tutta quanta va debritrice alla coraggiosa resistenza degli antichi capi della Chiesa, se non rimase affatto annientata dalla scimitarra de’ barbari, o quel che tornava lo stesso, dall’idolatria, dalle leggi e dai costumi de’ loro selvaggi condottieri Ma i trionfi che con l’esempio delle loro virtù ne riportarono, affievolirono quindi alcun poco i vincitori. Cessate le tenzoni, l’ozio e la sicurezza cominciarono a produrre i loro inevitabili effetti, e le ricchezze corruppero i loro possessori. Fra le altre conseguenze meritevoli di dolorosa ricordanza, una delle principali fu il modo presso che allora universale di gittare le ricchezze de’ patrimoni sacri in grembo a parenti. Nè tanto fu cagione l’amore sviscerato verso i nipoti, quanto il bisogno che avevano di munirsi di un parentado potente per dovizie, e clientele, onde opporlo alle insidie ed alle violenze degli emuli e degl’invidiosi.

E qui convien correggere quello che da secoli si va schiamazzando contro i papi, quasi sieno essi stati i primi a dar l’esempio agli ecclesiastici inferiori d’impinguare a detrimento della Chiesa le cognazioni nel secolo. Non già; i vescovi si debbono i primi segnare per questo abuso, specialmente in Lombardia. I papi, anche volendo, non avrebbero ne’ primi tredici secoli potuto soddisfare a questa inclinazione. L’essere continuamente turbati nella loro sede dalle frequentissime occupazioni stabili di Roma che faceva il primo avesse armi e coraggio: le persecuzioni, l’invidia che sofferivano per la loro dignità e tante volte per la loro virtù; la vigilanza sospettosa con cui venivano riguardati da’ re barbari, dai re vicini, dàgl’ imperadori, dai duchi, dai senatori, dal popolo romano specialmente, che è forse il più curioso censore de’ suoi superiori fra quanti ve ne abbia al mondo: le famiglie patrizie ab antico insofferenti d’ogni giogo, e non bene ridotte all’obbedienza, che quasi sino a memoria de’ nostri avi: le diverse espulsioni di legittimi, i diversi intrusi che ne dilapidavano i tesori per far popolo e guerra, e sostenersi; insomma, l’evidenza de’ fatti ci convince, che già in queste parti i Torriani ed i Visconti, per ometter altri di minor conto, avevano lasciato vaste signorie ai loro parenti quando i papi non erano sempre sicuri di dormir quiete le loro notti in Vaticano. E ben di fatto era diversa la situazione de’ vescovi.

Trascorrevano bensì a furia i barbari per queste contrade, lasciandovi i solchi della tempesta; ma tosto passavan oltre, perchè Roma e Napoli e la rimanente Italia erano la meta della loro ambizione.

Nè così in alto seggio collocati destavano tanta invidia i vescovi, nè famiglie cospicue rivali si noveravano nelle loro Diocesi, se non quelle create da loro: e forse, insomma, maggiori virtù, maggior applicazione ai loro doveri, perchè meno vaganti, meritaron loro quella serie infinita di donazioni di cui abbiamo accennato, le quali quasi tutte, od almeno in buona parte, sino agli ultimi tempi stettero; mentre quelle fatte a Pietro troppe volte furono o malignamente messe in dubbio, od ostilmente contrastate, ed alcune, e delle molto ragguardevoli, irrevocabilmente loro di mano divelte. Inoltre, col vie più ingrossar dei tempi, e per necessità della quasi universale dissoluzione dell’impero e, diremo, della società, rovinando sempre in maggiori conturbazioni le cose, e per mettersi allo schermo da pestilenze, e da discorrimenti nemici, convenendoci cenobiti di afforzarsi ne’ loro monasteri, ai vescovi nelle loro cattedrali, ai Parrochi nelle loro canoniche, e per conseguenza, aver un numero di servi e di ligi sempre in armi e sulle guardie, la severità di costumi negli operai della Chiesa venne a provarne notabile alterazione. L’idiota, vedendo coperto col medesimo usbergo e cinto del medesimo pugnaletto il frate, l’abate, il vescovo, come il milite, lo scudiere ed il feudatario, prese forse motivo di temere vie più il ministro di Dio, benché cessasse alquanto di ugualmente venerarlo.

Ed innata essendo negli umani petti la brama di essere temuto, facilmente ne derivò che trascorrevano con la licenza del mestier dell’armi ad opere avventate, e dissonanti dalla mansuetudine del loro divino magistero.

Ad avvalorare questa verità ove l’uopo il chiedesse, noi diremo, che non pure i mitrati, e gli altri uomini di chiesa di più alto affare, ed in più alto grado costituiti, correvano volentieri alla guerra ; ma le stesse corporazioni religiose maneggiavano le armi, non tanto per difendersi quanto per assalire.

E per non dipartirci da fatti accaduti in queste Diocesi , di cui più particolarmente favelliamo, un luminoso esempio ne accadde nel 1252, due anni dopo la morte del secondo Federico.

Pendevano antiche contese per la signoria del Gario, vasto terreno selvoso ( così suona nella radice Teutonica) alla sinistra della Sesia tra i Tizzoni, ed i canonici Eusebiani. L’imperatore nel 1248 in Vercelli, volendo por fine alle contenzioni per beni, che degeneravano in risse cittadinesche, perchè tra Guelfi e Ghibellini, ne commise la cognizione e l’ arbitrio a Manfredo Lancia padre di quell’ Agnese de’ Tornielli da cui nacque quel Manfredo re di Puglia e di Sicilia, cui gli storici accusano di aver affrettata la morte al padre [29]. Intanto, siccome forse più limpide erano le ragioni a favor, de’ Tizzoni, e questi da lungo tempo erano in possesso del terreno contrastato, così lo avevano munito di un buon numero d’armati per mettersi allo schermo di ogni violenta sorpresa. Ma non giovarono le cautele. Impazienti i canonici per non veder pronunziarsi sentenza alcuna, e temendo vie più indugiasse per la sopravvenuta morte dell’imperatore, armarono di cheto i loro sudditi di Caresana, e di nottetempo tragittata la Sesia, ed investito il luogo di Gario, e parte uccisi, parte cacciatine i difensori, se ne impadronirono, nè più i Tizzoni poterono loro ritogliere preda sì doviziosa. Nè a tanto si contennero i canonici; ma consapevoli che i conti di Lumello, siccome Ghibellini, erano parziali dei Tizzoni loro nemici, assalirono il luogo di Langosco sede feudale di quelli, e lo incendiarono. Fu dietro a questa fazione, che per rimeritare gli uomini di Caresana che si erano condotti con molto valore e molta intrepidezza, loro furono tolti i carichi ( sordidi, notano le scritture) a cui dianzi come schiavi erano obbligati, e fatta podestà di divenire cittadini di Vercelli. Il duce di quest’ impresa fu l’arcidiacono medesimo che precedeva le truppe con un crocefisso alla sinistra ed una partigiana alla destra [30].

Quindi facile è il passaggio dal condurre armati per difesa od offesa contro un aggressore straniero , e mantener questi medesimi armati a freno, ed a terrore de’ propri sudditi e di altrui; e tanto più che maggior allettamento che per niuno avea per gli ecclesiastici l’esercizio della milizia, perchè era di grandissima lunga minor il pericolo che aveano ad incontrare. Profondamente radicata era negli spiriti la osservanza al grado sacerdotale. Nel furor delle mischie, tra lo scompiglio e la desolazione d’un luogo preso d’ assalto, il non laico, colto anche colla spada ancor brutta di sangue e guidante minaccioso le sue masnade, appena riconosciuto, poche volte veniva percosso o maltrattato. Nè rari furono gli esempi che questo rispetto e moderazione negli inimici non sia tornato a questi in capo con danno irreparabile, anche quando la ragione e la giustizia manifestamente combattevano per essi. Niun riscatto ossia taglia scontavano i cherici quando per rara ventura alle volte cadevano prigionieri. Chè anzi, stando anche in poter de’ contrari, erano tuttora circondati dal loro ossequio; e la mano che avessero alzato a benedirli, li facea sempre tremare benché vincitori, perchè poteva essere eccitamento a ribellioni. E tante volte eziandio, mutati d’animo i carcerieri, si trovava all’improvviso il sire d’un castello, ed in mezzo a’ suoi armati, cacciato di signoria od in fondo di carcere per ordine del suo medesimo prigioniero. Noto è il caso avvenuto ad Aimone vescovo di Vercelli.(**) Venuto a campo sotto Moncalvo contra Teodoro Marchese di Monferrato per antiche controversie di limiti tra i due territorii che vicinavano dalla parte del Po a fiume comune, dopo breve scaramuccia, abbandonato dalle sue schiere prese da subito terrore alla vista di una mano di Greci assoldati dal Paleologo, e che presentavano una tale novità nel sembiante, nell’armi, e ne’ vestimenti, cadde prigioniero e fu condotto disarmato e ferito al cospetto del suo odiato vincitore. Come infetti di scisma i Greci, poco riguardo si avrebbe aspettato l’illustre captivo: ma entrato nelle mura di Moncalvo, al taciturno accogliere che fece la popolazione il suo sovrano, all’attonitaggine di scandalo ed indegnazione dipinta in ogni viso, nel rimirare un sì potente vescovo contuso ed insanguinato, dovè avvedersi Aimone che non affatto disperata saria per essere la sua situazione. Diffatto trovandosi allora in Genova il Cardinale Tagliaferro vescovo di Palestina legato della Santa Sede in via per Aragona, ed informato di questo doloroso avvenimento, scrisse sul campo una lettera a Teodoro, supplichevole insieme e minacciosa, secondo lo stile curiale di Roma di que’ tempi, in cui dimandava altamente la pronta liberazione del vescovo di Vercelli; e chiudeva con le medesime parole con le quali Giacobbe lamentava a’ suoi figli la perdita del suo prediletto Giuseppe.

Teodoro, che non mancava affatto di spiriti acuti, ed ammaestrato alla scuola di Violante e di Andronico suoi genitori, tolto l’elmo, le gambiere, la corazza, e la spada ancor lorda di sangue, e le altre spoglie militari del vescovo, e fattone un fascio, lo mandò al legato Pontificio con queste parole ugualmente tratte dalla storia di Giacobbe: vide utrum tunica filii tui sit an non: mira, cioè, se codesti sono arnesi di sacerdote. Poco dopo però, per acchetare i suoi popoli già prorumpenti a sedizione, ebbe a caro di onorevolmente accomiatarlo: che più, gli restituì Verrua medesima, cagione del rompimento, la quale perchè fronteggiava oltre Po l’Astigiano, e già da parecchi anni innanzi si aveva procacciata fama di inespugnabile, perchè invano le aveva dato di cozzo il Barbarossa, qualche anno dopo fu per consiglio del cardinale Bertrando legato di Santa Sede accresciuta di nuove fortificazioni. Il vescovo Uberto pur egli degli Avogadri successore di Raineri, per toccar di passaggio una curiosa particolarità, abbisognando di denaro a quest’uopo, impose una decima a nome della Chiesa alla quale docilmente essendosi sottomessi tutti i sudditi della Diocesi, i soli canonici ricusarono di obbedire. Scomunicati per ciò, e la cattedrale stessa notata d’interdetto dall’abate di s. Stefano d’Ivrea collettore per ordine del legato, persistettero tuttavia nel loro niego avaro; e tanti furono i travagli che suscitarono quindi all’Uberto, che più da questi che dall’età oppresso il misero, come afferma il Modena, finì presto una vita irrequieta ed angosciosa [31].

Ampia materia pertanto, si presentava a Fra Dolcino di esercitare sovra il clero la sua terribile animavversione. I principii sui quali avea fondato la sua pretesa apostolica missione erano i medesimi posti in campo dagli eretici suoi antesignani, e specialmente dagli Albigesi, o poveri di Lione, di cui più sopra abbiamo favellato. Le ricchezze del clero, la potenza secolare della chiesa, la dissolutezza, ed il vivere affatto mondano di qualche parte dei cherici del suo tempo erano le tesi principali delle sue argomentazioni, ed i punti contro cui più gagliardamente insorgeva. Alla magnificenza degli abiti opponeva la semplicità del vestir suo e de’ suoi seguaci: ai superbi palagi una capanna, qualunque rozzo abituro, anche una caverna: ai banchetti lautamente imbanditi, pane inferigno, radici, ed ingrate, di vegetali : la sua rigida osservanza de’ digiuni, alla strana interpretazione che davano ai comandamenti della Chiesa intorno a queste pie astinenze i feudatari di ogni ordine, dispensando se da quell’obbligo religioso, e sostituendovi i loro servi villani, costringendoli in loro vece a digiunare, con ciò seriamente credendo di adempierlo per delegazione : ridicolo abuso invalso ancora a’ dì nostri fra gli ebrei, che cuopronsi dello specioso pretesto di porgere elemosine ai poveri, facendoli digiunare per altrui: insomma, siccome ei predicava alla superbia l’umiltà, al vivere riposato e morbido la penitenza, alla scioltezza del costume l’austerità e la verecondia, ai godimenti ed all’ozio, la vita operosa ed i patimenti; quindi le diverse denominazioni onde fu conosciuta la sua setta cioè di Agazari, troncata in appresso e divenuta Gazari, cioè privi abborrenti dalle ricchezze, e di Patareni, Patarini, o Patirini, il che valeva nel barbaro dialetto di allora, pazienti, sofferitori. Beginardi pure, Begardi o Begeardi, e Begium si appellavano, i quali da Beggha madre di Pipino d’ Heristal morta nel 692 pretendevano la loro istituzione [32]. Ed ecco un breve simbolo della loro credenza. In questa vita, dicevano, l’uomo può giungere a tal grado di perfezione, la quale acquistata, sarebbe compiutamente allo schermo d’ogni tentazione, e sicuro di non più peccar mai; ma sì pure non farebbe più alcun progresso nella grazia, perchè se un uomo vi si avanzasse sempre, diverrebbe forse più perfetto di Gesù Cristo. Quando si giunse a quel punto di perfezione, non si dee più nè pregare nè digiunare. Infatti, soggiungevano, gli appetiti dei sensi sono talmente soggiogati dallo spirito e dalla ragione, che si può cedere senza pericolo a tutti i desiderio. Di più: la libertà è là dove si trova lo spirito del Signore: ora lo spirito del Signore essendo con quelli che giungono a questa perfezione, essi debbono voler la libertà: quindi è che non sono sottomessi nè all’autorità degli uomini, nè ai comandamenti della chiesa. In questa vita si può ottenere, come pure nell’altra, la beatitudine finale.

Ogni intelligenza trova la sua felicità in se stessa: per veder Dio e finirne, l’anima non ha bisogno della luce di gloria. L’anima perfetta esclude la virtù: ella è dunque imperfezione lo esercitarsi alla pratica di quella: alla elevazione del corpo di Gesù Cristo l’uomo perfetto non dee rendere alcun segno di rispetto, perchè sarebbe anche imperfezione lo scendere dalla purità e dall’altezza della sua contemplazione per pensare alla passione, ed all’umanità di Gesù Cristo, ovvero alla Eucaristia. Il loro principal regolamento poi era di mendicare le cose necessarie«

Ora non intera fede prestar si debbe dagli uomini avveduti ai commentari appassionati lasciatici su quelle avventure, cioè, che Fra Dolcino posto avesse per sola base di sua dottrina il libertinaggio il più svergognato, il culto del vizio nella sua più schifosa deformità [33]; ma tale era il vezzo di quel secolo, che un delitto che tenesse soltanto del comune e dell’ordinario; un delitto che fosse semplicemente figlio della fralezza umana, della depravazione del cuore, o del delirio dell’immaginazione, non sembrava credibile, se non vi si aggiugnesse lo straordinario, il portentoso, l’enorme.

Così di una famosa confraternita di guerrieri ha tolto quasi affatto l’odiosità alla loro memoria, anzi sostituita in gran parte la commiserazione, l’averli accusati tra le altre strane scelleratezze, di calpestare ad animo deliberato, e per rito d’iniziazione, la croce [34]: (sapendosi massime qual era la giustizia dei loro accusatori! )

Portarla in petto per gloriosa distinzione, affrontare la schiavitù e la morte per difenderla e per propagarne l’adorazione, e quindi mettersela sotto i piedi per rabbia calcolata, o per infernale trastullo, sembra bene una manifesta contraddizione: ed ove ciò fosse stato, che apertamente si niega, essersi potuto trovare un solo al mondo fra tutti i cristiani d’allora che non avesse dato indietro di orrore e di spavento, anzicchè arrischiare a questo atto d’infame coraggio (cosa che nei tempi susseguenti non ardiremo di ugualmente assicurare), ed ove ciò fosse stato, ripeteremo, tutta l’atrocità del sacrilegio scomparirebbe agli occhi del saggio, lasciando in quel fatto la follia, la forsennatezza, la mentecattaggine.

Or ben più che tristo, sarebbe sconsigliato e fuor di senno colui, il quale s’immaginasse di farsi capo di una setta religiosa distruggendo i più ovvii e naturali dogmi di morale scolpiti nell’animo dell’uomo, e consacrati dalla sanzione della ragione e della divinità presso tutti i popoli dell’ universo.

Fra Dolcino era tristissimo sì, ma non dissennato. Quindi rilegar si debbono tra gli scandali favolosi le veneri nefande da lui e da’ suoi religionari praticate, il propinar nei banchetti il sangue de’ fanciulli, e le siffatte altre enormi nequizie, che fan fremere non men la natura che il buon senso d’ogni onest’uomo, che noi vergognando leggemmo, e che per venerazione alla pubblica morale ometteremo di ricordare.

Troppo mestamente e per troppi motivi la chiesa e l’umanità hanno di chè dolersi di questo tremendo personaggio, perchè non sia mestieri di ricorrere ai delirii di false immaginazioni, ed a calunniose credulità di spiriti leggieri, non mai giustificate da qualunque motivo legittimo d’indegnazione.

L’esser giunto, quest’uomo di perversità uguale all’altezza dell’ingegno a farsi tener dietro da migliaia di discepoli pronti ad incontrare ogni storpio di fortuna, ogni pericolo, ogni privazione, e per fino la morte accompagnata da squisitissimi martirii; giunto ad ispirare la tranquillità imperterrita nelle battaglie, la quale sola virtù dovrebbe sempre essere l’attributo dei propagatori della giustizia e della verità, ci convince bastevolmente quanto sconcio errore sarebbe abbandonarsi alle supposizioni di chi lo accusa, d’aver egli primo rinnegato ogni umano riguardo, ed offerto poscia per zimbello e lenocinio ai suoi settatori l’obblio di ogni pudore, di ogni fede reciproca, d’ogni naturale ribrezzo. Nè certo formidabile tanto sembrato sarebbe questo Dolcino a’ dignitari ecclesiastici di allora, se colle sole armi del vizio sfrontato gli avesse combattuti, se solamente fatto si fosse banderaio dei turpi adoratori di Babilonia, e di Gomorra. In un lato, dicasi con dolore, pur troppo vulnerabile in allora egli feriva i cherici; ed è per questo che il pericolo li tenne in tanta costernazione. Ove non altro ausiliario avuto avesse nel suo primo grido di guerra che il vizio tutto nudo, tutto inverecondo, di soverchio sarebbero state tante precauzioni, tanto apparecchio e tanta perseveranza nel tenere unite volontà sì discordi e pervicaci per atterrarlo; brevissima la sua resistenza, e di lievissimo momento il repentaglio che corse allora la Chiesa nell’Italia occidentale. Lo stesso ragionamento può servir anche a far ricredere in parte coloro i quali stimano essere andato Maometto affatto debitore della sua esaltazione, e dei portentosi progressi che fece, alle abominazioni del senso con cui i suoi arabi adescava [35]. La semplicità, l’austerità di vita, la povertà in morte di questo tremendo conquistatore è omai talmente resa manifesta dai biografi i più imparziali ed accreditati [36], che è forza ricorrere ad altri argomenti per ispiegare i rapidi cangiamenti che succedettero per cagion sua ne’ regni, nelle leggi, nella morale e ne’ costumi in tanta parte del nostro emisfero; e quanto convenga per non dar di cozzo nell’assurdo, cacciar in bando ogni plebea tradizione, quasi gli uomini da altre meno ignobili cupidigie non possano venir eccitati, che da quelle comuni colle belve, e come se la immaginazione più ancora che i sensi non potesse venire da un abile seduttore depravata.

Insignoritosi Dolcino del luogo di Gattinara, e fattolo canova e fondaco di vettovaglie, e nello stesso tempo sedia della guerra, o come si direbbe nella moderna stratagetica, suo quartier generale, e base delle sue operazioni militari, scorreva tempestando tutti i luoghi circonvicini, ponendo a taglia e a ruba i borghi e le castella in tutte le direzioni che mettono a Biella, a Novara, a Varallo ed a Vercelli. Cresciuto d’animo e di forze pel numero grande di paltonieri, di raminghi, e d’ogni fatta fuorusciti e galeoni che di dì in dì si ponevano sotto le sue bandiere dalle circostanti campagne, e particolarmente d’un buon nerbo di Gattinaresi, popolazione tenace e coraggiosa, ed in allora esacerbata e pronta ad ogni arrischiato partito, perocché da una parte minacciata e battuta da’ suoi feudatarii, dall’altra succhiata ed impoverita dalla curia vescovile di Vercelli, si trovò in breve circondato da cinque mila e più combattenti, e quindi in istato di raffrontarsi a qualsiasi governo di questa parte d’Italia.

Atterriti al sempre crescente pericolo i Vescovi di Vercelli, di Novara, il Signore di Biandrate, i Marchesi di Caluso e del Monferrato, ed un abate Signore in Isvizzera (così, senza più, accennato nelle memorie) s’avvidero non essere più tempo di restarsi a bada, anzi esser forza il metter tregua alle superbie patrizie ed alle loro eterne discordie, e scongiurare il nembo che sui loro occhi romoreggiava [37]. Strettisi pertanto a parlamento i suddetti ottimati, a cui si aggiunsero gli Inquisitori ed i Podestà di vari paesi, e per parte del comune di Biella un Oberto di Marchisio venuto ad offerire uomini e danaro; si trovò pur ivi presente, nè volontario, nè invocato oratore, Autemio rettore della chiesa di Serravalle luogo posto a piè di rupe in riva alla Sesia, sulla via che lungo il fiume riesce a Varallo. Là si convenne (preliminare in tutti gli accordi sempre allora ripetuto e sempre violato), che posti giù gli odii cittadini e nazionali, si mettesse in uno quanto di truppe, di tesoro e di vettovaglie fosse possibile a ciascheduna parte di radunare, e d’un sol impeto spegnere quell’incendio che cotanto già divampava. [38]

E spettacolo veramente sconcio e compassionevole presentava in quell’assemblea il rettore di Serravalle. Tronco il naso e le orecchie, alzando i sanguinosi moncherini che soli gli rimanevano, eccitava lagrimando l’ira, la pietà e la religione dei congregati a vendicarla In tale miserando stato di persona era stato ridotto lo sventurato parte per propria colpa, parte per l’atroce vendetta dell’eresiarca. Pochi giorni addietro erasi recato il Dolcino a Serravalle accompagnato da piccolo drapello de’ suoi per visitare quei contorni, se fossero luoghi da formarvi un campo, da piantarvi uno steccato, da farne in somma un asilo in caso di rovescio e di fuga. Lo accolse il rettore, gli ministrò a mensa, e l’onorò, per quanto lo spavento alla venuta di sì fiero ospite, e la strettezza di sua condizione il concedea; perchè non i curati erano i doviziosi in quel secolo [39].

L’eresiarca, dopo percorse quelle montagne, senza sospetto al mondo se ne sedeva all’umil desco; ed un bel colpo, ma arrischiato molto, aveva già meditato il suo albergatore. Trovavasi sotto Arona in que’ giorni Ricardo Tizzone esule da Vercelli con cinquanta uomini d’arme, ed un pugno di fanti, che potevano aggiugnere intorno a duecento soldati. Il rettore pensando che il dolore dell’esiglio, come offesa privata dovesse dar luogo al ben pubblico, spedì un suo messaggio ad avvertirlo, che viaggiasse forzatamente alla volta di Serravalle con sua masnada, perchè senza fallo, e con picciola fatica avrebbe ghermito a man salva il perturbatore, e così terminata in un attimo la guerra, e liberata la patria e le due Diocesi da un così molesto infestatore: sino a notte inoltrata produsse artifiziosamente il rettore la sua conversazione con Dolcino, nè fece risparmio di libagioni generose. Stanco Dolcino, e saldamente briachi i suoi satelliti, tutti si erano addormentati, quando, colto il suo destro il sacerdote, pianamente si era dileguato per andar all’incontro degli aspettati, e servir loro di guida e di consiglio. Ed ecco sul romper dell’alba svegliatosi prima d’altri l’apostata, e secondo la sua abitudine guardinga uscito a scoprire i dintorni se v’ erano agguati, minaccie o tradimenti, gli parve veder di lontano luccicar armi; le vide a poco a poco approssimarsi a Serravalle, e scendere in lunga fila dal pendio del monte che a sinistra le sta quasi a cavaliere. Certo della sorpresa, chiamò prontamente all’armi i suoi pochi. Si ristrinse a furia, e si sbarrò in un giardino cinto di folta siepe, ed attiguo alla canonica (broletti allora si nominavano) ed ivi si apparecchiò alla difesa. Steccò di zolle, ed afforzò con quanto le veniva alle mani, e che la fretta permetteva, il chiuso in cui si ritrovava, e con arnesi e con suppellettili della massarizia del prete. Spediva subito due de’ suoi più ligi ed animosi ad istruirne il Segarello, il quale dicemmo essere un suo braccio principale, acciocché da Gattinara ove egli comandava prontamente traesse a soccorrerlo. Giunse intanto il Tizzone preceduto dallo stesso Autemio che, letiziando fisso nella sua gioconda visione si lusingava nello sperato felice riuscimento del non nobile strattagemma. Investirono il giardino da tutte le parti con sassi e balestre, e d’ogni guisa armi e saettame.

Ma Dolcino aiutato dalla situazione del luogo, e dal natio coraggio, e più di tutto dall’ ira (gran sussidio di forza nelle fazioni pericolose), oppose intoppo insuperabile a’ suoi assalitori. Per alcune ore durò la fazione; molta fu la perdita de’ Dolciniani, maggiore di molto fu quella degli assalitori, perchè in campo aperto ed esposti alle offese dell’ assediato nemico. Quand’ecco verso il mezzogiorno giungere il Segarello con oste numerosa. Non aspettò l’urto de’ sopravvegnenti il già stanco e deluso Tizzone; ma chiamati a raccolta i suoi, rivarcata la Sesia, ripigliò il cammino de’ monti, seco strascinando il rettore, e sparve. Gran prezzo avrebbe pagato il gentiluomo per non aver giammai dato orecchio alle parole del curato. Formidabile tanto era il nome di Dolcino, e non lontano egli era l’illustre bandito di allearsi con lui: minore essendo la sua avversione all’eresia, dell’ odio che nutriva contra il vescovo di Novara e contra gli Avogadri. Stizzito pertanto e della ricevuta sconfitta, e del mal esito dell’intraprendimento; proclive essendo l’animo umano ad accusar sempre altrui per poca mano che abbia avuto in un qualche fallito proponimento, tutta egli rivolse la sua indegnazione contro il misero esortatore, e seco medesimo pensò di adoperarlo come un olocausto espiatorio onde placare, e gratificarsi il temuto ed offeso avversario. Fattolo pertanto mettere a’ ferri diligentemente, e consegnatolo a due de’ suoi ribaldi, scrisse ad un tempo una lettera a Fra Dolcino nella quale tutta versava la colpa dell’affronto sopra il prigioniere che gli inviava perchè ne facesse il piacer suo, accagionandolo come non già contra di lui egli lo avesse indotto a prender l’armi, al quale Fra Dolcino si protestava misero onesto servitore (frase usitata in quei tempi); ma bensì contro una turba di Svizzeri predatori, i quali avevano invaso e messa a spavento la Val di Sesia superiore, e contra i quali Autemio aveva da infingardo invocato il suo aiuto [40]. Ricevette Dolcino con più lieto animo e persuaso il prigioniero, che le scuse dell’ottimate. E tosto, comandato a’ suoi s’apparecchiassero all’opera, urlando ferocemente il testo del vangelo: qua mensura mensi fueritis remetietur vobis [41], perchè a molti significati erano allora torti i testi sacri dalle opposte passioni, ordinò che in un momento venisse barbaramente scemo d’ambe le mani, del naso e delle orecchie. Quindi rilasciato in libertà di girne ove gli piacesse, ma con le braccia mutile legate dietro le spalle, e con una larga scritta appiccatali al petto, in cui si leggevano le parole che così atrocemente aveva citate delle pagine ispirate, il tapino di Serravalle, tutto sanguinando il sentiero per dove passava, men vivo che morto si recò, come dianzi abbiam detto, al parlamento di Vercelli. Colà stabilirono, dopo gettate le prime basi a concordia, di fulminare contra il terribile rinegato le armi spirituali per tarpare alquanto lo zelo de’ popoli che andavano a gara per porsi sotto gli stendardi di lui. E quel che parrà non poco strano si è, che il povero rettore ben lontano dallo stringere a misericordia l’inquisitore, il vescovo di Vercelli e quel di Novara, fu egli il primo scomunicato per aver dato ricetto in sua casa (e chi avrebbe potuto vietarlo?) all’eresiarca.

Né gli valse addurre in sua giustificazione l’immensa disproporzione di forze e di coraggio per resistere ad un tanto nemico, non che per respingerlo e cacciarlo; la sua premura, benché; a voto caduta, per darlo nelle mani, degli alleati; finalmente le orribili mutilazioni onde fu afflitto pel sinistro riuscimento del suo disegno: tanto valse, fu egli il primo scomunicato [42].

Questo tratto d’insolente barbarie, e di supina improvvida stolidità; sovrattutto in un cominciamento di guerra in cui si dovevano allettare le genti con dolcezza, ed almeno con un’apparenza di equità, produsse quell’effetto che dovea essere inevitabile: ma l’ignoranza e lo spirito cieco di parte erano i due infortuni che travagliavano in quel secolo gl’intelletti di coloro che presiedevano alla somma delle cose.

I consanguinei ed attinenti di Autemio che numerosi aveva amici e parentado, gli abitanti di Serravalle, di Grignasco, di Borgosesia e di Varallo, i valligiani tutti insomma di quelle patti, meno imbizzariti alla crudeltà usata da Dolcino sulla persona del rettore, che alla stravagante punizione inflitta dalla congrega vercellese, si addensarono volonterosamente intorno all’affascinatore, ed accrebbero per conseguenza la sua opinione, le sue forze e la sua audacia. Con animo pertanto antiveggente ed operoso, che era in lui dote primitiva, prevalendosi accortamente della imprudenza degli avversarii e del favore nuovamente acquistato, si diede ad ampliare le sue difese. E pensando che il luogo di Gattinara posto in perfetta pianura, e copiosa di abitanti, male avrebbe potuto reggere ad un esercito numeroso e ad un lungo assedio, adocchiò una balza ripida e bitorzolata a due tratti di fionda vicino posta quasi a perpendicolo sulla destra sponda della Sesia, e che la tradizione popolare assevera essere stato ne’ tempi longobardici un religioso asilo della regina Teodolinda [43]. Sugli avanzi pertanto di quell’incondito sfasciume di ruderi egli alzò mura massicce in forma di pentagono, fiancheggiate da una torre, che gli dovesse essere ad un tempo vedetta e cittadella. Con fatica incredibile aperse quindi una strada sotterranea che da Gattinara metteva sino alle falde del ciglione. Lo sbocco di questa via era munito di un’altra piccola opera a corona tutta a buchi e feritoie: il sentiero scosceso che di là guidava in sulla vetta era a destra ed a sinistra irto d’immense stipe di ciottoli e di macigni sostenute da canapi e da catene di ferro per rovesciarle all’occasione in capo agli audaci cui talento movesse di assalirlo in quel suo arduo nascondiglio. Entro quel castello ben provveduto anch’esso de’ medesimi proiettili, e di altre armi da lancio e da balestra, avea trasportato viveri in copia ed altre cose sue, e ne stava alla guardia un drapello d’uomini che egli aveva conosciuti di più spirito e di più vita, ed un branco di femine, e tutti sotto il comando della sua Margherita. Vero egli è che questa donna non si appagava di starsene rinchiusa tra quelle mura, vaga di venire a parte nei pericoli del sua consorte, vestita d’abiti virili si trovava per lo più tra le file de’ soldati, e non era il minor esempio di coraggio che illustrava, se così è lecito il dire, quelle armi scomunicate [44]. Tutto il tempo che sopravanzava a Dolcino dalle guerriere operazioni lo adoperava in correre il paese, in aringare i popoli, in confortare i dubitosi, in infiammare i timidi, in assistere i feriti, or apostolo, or medicante, sempre desto, sempre minaccioso.

I potenti adunati in Vercelli volendo coglier tempo per apparecchiarsi alla guerra, e seguire intanto le antiche consuetudini di tentar prima le vie di lusinga e di simulata conciliazione in contingenze consimili, spedirono a Fra Dolcino una deputazione composta di due cherici, il cui nome tacciono le carte, e di un Arderico Arborio per raumiliarne con blande parole l’alterigia, e per ammonirlo volesse rientrare nel grembo della chiesa, ridonare la quiete alle provincie scompigliate, offerendogli in guiderdone la cittadinanza di Vercelli, una valida mediazione verso il pontefice per proscioglierlo dai voti monastici, ed un onorevole stipendio se, come condottiero, scegliesse porsi co’ suoi uomini d’arme al servizio della repubblica loro [45]. Raccolse Dolcino gli oratori, udì le parole che gli porgevano per parte della loro patria e degli alleati; ma giunto a ciò che s’apparteneva alla resiliazione de voti: Questo mio pugnale, ei disse con amaro sorriso brancicandone l’elsa con una mano, e questa scure, cozzandola con l’altra nudamente sul terreno, hanno già prevenute le vostre caritatevoli, intenzioni, nè ebbi bisogno della intercessione d’anima al mondo. Quindi allargatosi in contumeliose recriminazioni, che ci asterremo dal registrare, sulla vituperosa vita di quei che volevano farsi suoi giudici e suoi patrocinatori [46]: ad una sol donna io circoscrissi il mio natural desiderio, conchiuse egli scoppiante d’ira e di dolore, e ne son tenuto mal religioso, rapitore ed apostata; mentre molti tra voi, di cui non giova pronunziare il nome, ebbero mestieri che a frenarne le infami libidini si fulminassero decreti, non dal Vaticano soltanto, ma dai principi secolari, dallo stesso imperatore, tanto egli era il puzzo delle loro immani lascivie. Non le sorelle, non le madri vivono incontaminate sotto un medesimo tetto dalle impure mani di voi che qui venite a farla da Gioni e da Natanni; e tacque a tanto. Alludeva con queste acri parole il Dolcino ad un grave monitorio di Federico II, che diede luogo in appresso ad un’enciclica in cui si vietava sotto canoniche punizioni ai chierici di tener in casa le persone consanguinee nel grado dianzi rammentato [47]. Troncò ogni accordo il contumace. Troppe cose egli pretendeva, delle quali la minima era impossibile ad ottenersi da un clero ricco ed ambizioso, ed era la rinunzia ad ogni possedimento temporale; e nulla gli oratori degli alleati avevano in pensiero di concedergli, perchè niun altro intendimento si avevano proposto che di tenerlo a bada, ed allestirsi; onde non assurdamente si era apposto il rinegato, traendo alla peggior sentenza, cioè alla vera, i loro ragionamenti.

Tornati vani sì fatti esperimenti dai vescovi e dagli altri maggiorenti di aggirare l’astuto ed intrattabile loro nemico, lui mallevadore alla presenza di Dio gridarono in loro epistole ed editti pastorali delle calamità che sarebbero per affliggere queste province, esortando ogni fedele a prender l’armi, ad accorrere prontamente in difesa della religione minacciata, a snidare dal covile del pian di Cordova (così chiamavasi quel tratto di regione sopra Gattinara reso steccato e baluardo da Fra Dolcino, e n’è ignota la derivazione) quei lupi rapaci, così si esprimevano, quei diavoli d’inferno, quegli stregoni scomunicati.

Intimavansi intanto in Vercelli forze poderose, e solo si aspettava che giunte fossero ad un numero discreto, e che venissero un cotal poco addottrinati a combattere in ordine, e ad obbedire ai segni, ai suoni, ed alla voce di un capitano per dar principio alla guerra. Ma per quanto si affannassero gli alleati, a poco più di due mila soldati sotto diversissime bandiere, e più diversa volontà ancora si poterono accozzar sulle anni. Or fattosi più incalzante il pericolo, furono divise intanto in due colonne codeste schiere di fedeli. La prima, valicata la Sesia sotto Vercelli, e costeggiandone la sponda sinistra, dopo tre giorni di cammino (strade quasi da per tutto impraticabili essendo allora in questi contorni), e dopo aver tragittato con incredibile fatica un vasto stagno che occupava quel tratto di terreno, che a’ nostri tempi lussureggia di messi così rigogliose, dal luogo di Borgo ovvero Bolgaro sino a Ghemme, giunse ad accamparsi assottigliata, dirotta e fiacca per le fatiche, e molto e più che dimezzata su quelle alture che da Romagnano tendono a Grignasco, e di là si congiungono più oltre alla catena delle nostre alpi. L’altra, presa a sinistra la via di Albano, Arboro e Grecce, si fermò ad un miglio da Gattinara entro un santuario, che ne’ secoli susseguenti ingrandito ed abbellito dalle largizioni del cardinale Mer- curino Gattinara, ora ricaduto nell’oscurità, è tuttavia venerato sotto il nome di Nostra Donna di Rado, nelle antiche carte scritto de Rade [48].

La prima punta era comandata da un Filippone de’ Langoschi conte di Lumello. La seconda da un Salomone Coccarella; quegli guidava le truppe Novaresi, del marchese di Monferrato, e del conte di Masino, ed un’accozzaglia di Svizzeri: questi le sole Vercellesi. Ne’ tempi in cui, a vero dire, non esisteva scienza militare, non avvedimento premeditato, non segretezza di disposizioni e d’apparecchi, ma solo col numero, con un assalto subitaneo, con qualche fortunata circostanza si tentava di superare il nemico, e mille erano le accidentali contingenze da cui dipendeva la sorte di una spedizione militare. Fra Dolcino sempre desto, sempre guardingo, e sempre espedito e presto in su la guerra, non poteva esser colto all’improvviso.

Informato già da due mesi innanzi della chiamata di fanti e cavalli che si faceva contro di lui , ebbe tutto il tempo di porsi sulle avvertenze. Alla raunata che stava sulle alture di Romagnano oppose il Segarello: a quella accampata al Santuario della Vergine oppose quel Longino Cattaneo altro suo fido e forte aiutatore, uguale in coraggio al Segarello e pari in goder l’affezione del Frate, i quali due perciò venivano da lui soprannominati l’uno Pietro e l’altro Paolo con irreligiosa sacrilega allusione. Egli, il Dolcino, era presente da per tutto. Or a nuoto, ora in su leggiero palischermo passava la Sesia con una mano di pochi animosi, e spiava, inquietava ed insultava continuamente il Langosco per fargli levar il campo, e poche volte si riduceva in Gattinara senza trar seco o prigionieri fatti a forza, o proseliti ingannati dai suoi emissari, o da’ malvagi pungelli delle sue faconde seduzioni.

Il disegno suo era di stancheggiare la parte avversa, di tenerla a bada, e non commettere le sue sorti ad una giornata campale, conscio che l’impazienza naturale in truppe collettizie e discordi, ed il difetto di viveri, o tal altro qualunque avvenimento avrebbe obbligato allo sfratto gli assediatori: nè gli falliva il savio accorgimento. Bersagliati continuamente dall’infaticabile Dolcino, e partitosi all’improvviso il Langosco per andare alla riscossa di un castello del suo feudo stato preso e dato alle fiamme dai Beccaria pavesi [49], con cui da lungo tempo avea stabile inimicizia, i cattolici che stavano a Campo sotto Romagnano, senza capo e senza guida, si diedero a scarmigliarsi per le campagne a far saccomano sui villani de’ contorni, i quali alzatisi in armi, di leggieri li ruppero e dispersero, sì che li fecero ritornar pochi ed avviliti alle loro case.

L’ala sinistra dell’esercito alleato (se così potea chiamarsi), la quale stava al Santuario di Rado, rimasta scema dell’aiuto de’ compagni, ed impoverita, diremo così, vie più per l’arrivo di due nuovi condottieri, un Guidelasco Noca, ed un Vidon Bicchieri, che si aggiunsero di niun nerbo e di niuna abilità a quelli che la comandavano in prima, cominciando a svogliarsi ed a rimettersi di coraggio, assalita impensatamente sulla mezza notte del 28 marzo dal Cattaneo, fu in poche ore tutta sgominata, e la maggior parte cadde prigioniera.

Questo fine rapido e vergognoso ebbe la prima regolare spedizione contra Fra Dolcino. Per tre mesi, cioè dall’aprile al luglio 1304, stette quindi in Gattinara inviolato e tranquillo, e cresceva in forze quanto più veniva meno quel primo bollore nella parte avversaria, manchevole allora di concordia, e povera d’uomini, di vettovaglie, e di senno.

E veramente rare furono le età in cui l’augusta nostra religione venisse vituperata da’ tanti scandali, percossa da tante calamità, come quella del secol guasto di cui favelliamo [50]. Non obbedienza al supremo Pastore nello Stato Ecclesiastico, ed in Roma medesima per la indocilità de’ patrizj [51], Non ne’ vescovi, i quali molti parteggiavano per l’impero: non disciplina, non insegnamenti regolari delle scienze sacre: non costumi ne’ ricchi; pratiche superstiziose e non religione nel volgo: non bontà insomma che fregiasse in generale quell’epoca sconsolata.

A questo si aggiungano i mali della fortuna che erano allora al colmo. Terremoti orrendi scuotevano tutta la Siria, molte Isole dell’arcipelago, un lungo lembo dell’Affrica settentrionale, e buona parte d’Europa.

Poco stante il Soldano di Babilonia s’insignoriva di Tripoli, di Tiro, di Berito e di Sidone: rovesciava dalle fondamenta Tolemaide, or detta S. Giovanni d’Acri, e così ebbe cancellata affatto la dominazione dei cristiani nella Siria. La Palestina, quasi dall’eterna maledizione condannata ad essere infelice, invasa da una tribù di Tartari usciti dalle sponde meridionali del Mar Caspio, i quali dicevansi avere abbracciata la religione di Cristo, manomessa, poi subito abbandonata da questi nuovi fedeli, ricadeva sotto il giogo de’ Saraceni [52]. Ed appunto nel terzo anno del secolo di cui facciamo ragionamento, un Ottmano, ossia Ottomano, governatore della Cilicia, creato Soldano dopo la morte di Aladino suo signore, diede il primo nome e potenza alla gente ottomana, che meglio sotto il nome di Turchi crebbe poscia a tanta funesta celebrità, a detrimento della civiltà e della religione. Moltiplicavansi le esortazioni de’ Pontefici e de’ Vescovi a tutta cristianità perchè accorresse in aiuto della fede pericolante nella Siria, e già quasi estinta nella chiesa affricana.

Moltiplicavano i concilii ecumenici ed i sinodi diocesani contra i novatori. Ed allora appunto, cioè nel 1311, furono condannati tra gli altri eretici anche i settatori di Dolcino [53]; prova che dopo la sconfitta del loro capo, che andremo via via narrando, non al tutto abbattuta rimanesse la sua cattedra di pestilenza. Questo ecumenico fu intimato in Vienna di Francia da Clemente V nel 1307, ma celebrato nel 1311.

Nel numero dei fulminati dalle censure ecclesiastiche troviamo pure in quel torno i templari, la cui storia oscura e dolorosa sì variamente viene raccontata. In mezzo a tante inquietudini pertanto da cui era travagliata la chiesa, fra le tante spedizioni di uomini che perivano in cammino, o da morbi per propria indisciplina, o trucidati dagli abitanti nel loro passaggio messi alla disperazione dai ladronecci e dagl’incendii dei crociati, od oppressi alla spicciolata dalla perfidia degl’imperatori costantinopolitani; pel dileguo di pecunia che tutta andava a seppellirsi nelle arene della Palestina [54], mal potevano i vescovi ed i veri zelatori venir a capo di comporre forze bastevoli per esterminare un pugnello d’uomini ristretto nell’angusta cerchia del contado di Gattinara: e questo ci chiarisce bastevolmente siccome Fra Dolcino abbia sì lungo tempo potuto sostenersi a fronte di tutta la cristianità dell’Italia occidentale. Ma non gran pezza stette dimenticata la causa del Signore.

Una di quelle contingenze che sembrano appartenere al caso od alla fortuna, ma che fanno veramente parte delle provvide disposizioni del Cielo, fece sì che s’ingagliardirono gli animi, si confortarono le menti, e le cose per alcun tempo in meglio trasmutaronsi. Nella universale tepidezza, e per vero dire indifferenza e terrore, mentre già Dolcino padrone di gran tratto di paese giungeva co’ suoi cavalieri a scorazzare e menar guasti e scorribande per fino sotto le mura di Vercelli, d’onde più nessuno impunemente osava uscirne, quasi chiuso in assedio, spedito dal Generale de’ domenicani, che era appunto un Barnaba da Vercelli, giunse in Italia accompagnato da fama chiarissima Nicolao Triveto inglese dalla Francia meridionale, dove aveva lasciato contro gli Albigesi nome non meno d’uom santo, che d’uomo inesorabile [55]

Munito di eloquenza fervida ed appassionata, ricco di narrazioni lamentose ed eccitanti a vendetta, ed investito della piena potenza ecclesiastica, passando per Casale dove si avea proposto di racconciare a pace quel marchese con la repubblica Alessandrina, la quale nè dalle blandizie sue illudere, nè dalle sue armi si lasciava intimorire, udì con doloroso dispetto le meraviglie dei Patareni. Diede una volta a Vercelli, radunò gli ottimati di questa città, e solennemente imbandita la mensa eucaristica, impose a tutti la tregua di Dio, cioè ordinò in nome del Signore sospensione d’odii e di gare finché avessero annientato il nemico degli uomini, che così Dolcino veniva pure denominato.

Ripigliato animo gli alleati, e datisi innanzi tratto a svecchiar l’esercito di coloro che o per ferite, o per morbi od istanchezza erano inabili a tener il campo, e rinfrescatolo di gioventù robusta, de’ sette mila che giunsero a comporre diedero il comando a Raineri marchese di Monferrato, il quale con stimabile celerità e con assai saviezza cominciò tosto a porsi in via verso il borgo di Gattinara, confidandosi di più facili allori che quelli che sperava contro la potenza Alessandrina.

Colpito a sì inaspettata deliberazione Dolcino, nè calcolando tra le cose possibili le cose affatto straordinarie (così potevano allora chiamarsi), tosto si avvide, che per poco perseverasse l’unione dell’armi sozie, gli sarebbe stato malagevole resistere in un luogo posto in aperta pianura, e pieno di pugnace e volonterosa bensì, ma indocile popolazione. Visto imminente il pericolo, ei si consigliò tosto altro non esser riparo per lui che i luoghi erti, le montagne selvagge e presso che inaccessibili, ed a questo avvedimento si appigliò per causare il primo urto della mutata fortuna.

E grand’animo in lui si richiedeva per abbandonare le pianure fertili di ogni bene, ed inselvarsi nelle solitudini delle alpi; ma tale era la cieca fiducia che in lui locato aveano i suoi settatori, che avendo uno di questi, il più ribaldo sicuramente, gettato un motto su la moltiplicazione de’ pani, prodigio già operato dal Redentore [56], tosto in tutti generalmente entrò (maravigliosa attonitagine d’intelletti!) la persuasione, che d’altrettanto sarebbe all’uopo capace il loro condottiero, e tosto senza il minimo mormorarne alacremente lo seguitarono. Nè ad alcuno cada in pensiero che la coltivazione alle falde de’ monti e sui vasti dorsi di quelli fosse allora come oggidì fiorente di verdi pascoli, di alberi giganti, di liete vegetazioni, di villaggi agiati e popolosi e che offerissero speranza di sostentamento. Le frane e le scoscenditure cagionate dai nevazzi, e dai torrenti che solcano tuttora in mille guise i campicelli degli alpigiani, allora più che mai nè riparate, nè trattenute dall’agricoltore, raro in que’ tempi, non sicuro della sua proprietà e quindi non operoso, presentavano l’aspetto della natura indomita, deserta, ed inselvatichita.

Ma null’altro schermo rimanendo al novatore, pensò di trattenere l’esercito assalitore sotto le mura di Gattinara, finché si apparecchiasse con suo picciol rischio un rifugio tra i ciglioni dell’alpi, e colà affrontando i disastri e le privazioni le più infallibili, o stancare il nemico o soggiacere. Sgomberò per tanto da quel suo castello, che noi poco addietro abbiam detto aversi fabbricato ad un breve tratto di cammino da Gattinara, la maggior parte delle donne, non la Margherita, col meglio di loro masserizia, nè vi rimasero con lei che un duecento determinati a resistere finché loro bastasse lena, ed a quindi rimanervi sepolti in caso disperato sotto le ruine: sgomberò innanzi a tutto da Gattinara medesimo vecchi, donne e fanciulli, tutte quelle persone insomma che nel disumano ed assurdo soldatesco linguaggio di tutti i tempi veggono sotto il nome di bocche inutili qualificate. Tutte queste persone prive di vesti di tetto e di alimenti ripararono nel campo del marchese di Monferrato, e quindi ne accrebbero l’imbarazzo e la penuria.

Provveduto di barchereccio copioso, gittava Dolcino libero dalla parte di Romagnano un ponte sulla Sesia, perchè sicuro li fosse ed immediato il valico alla volta di Grignasco od oltre. Stabilita così, come or si direbbe la sua linea di comunicazione militare, e spalleggiato, studiosamente dagli abitanti di questi luoghi e di tutta la valle di Stura superiore, per arra delle sue future intenzioni, e, per ispirare terrore e svezzare da ogni volontà i zelanti emissarii dell’inglese Triveto di colà recarsi a convertire quei valligiani, come realmente vi erano già pervenuti, due de’ più caldi esortatori un Matteo ed un Lodolfo diede alle forche.

Udite queste sanguinarie esecuzioni da’ Vercellesi, e facondamente descritte dal missionario inglese al popolo radunato sulla piazza in faccia al castello, tale lo stimolo fu che aggiunse agli animi, tanta la indegnazione da lui concitata nell’universale, che d’una spontaneità concorde, quasi ad un dato segno, alzossi dalla turba il tremendo grido a morte i Patareni! nè bisognò più avanti. Gettate a terra le porte dove stavano rinchiusi ventidue eretici, tra’ quali quattro donne e due fanciulli, irruppero dentro a furore i più feroci, e con quelle armi che loro si pararono prima alle mani, con mazze scuri e tronconi si gettarono sopra a quei miseri inermi, già languidi per fame e per battiture, e con mille strazi e mille generi di morte tutti ad uno li trucidarono. Un Pietro degli Avogadri [57] che solo fra tanti avea senno ed umanità, inorridito a tal vista, persuaso delle inutilità di queste opere selvagge, e pensoso sulle funeste conseguenze che potevano tener dietro a tanto esecrabile maleficio, perchè volle con le parole e col petto contenere quegl’impeti disordinati, sgridato acremente prima dal fervido Domenicano, colto quindi da un ciottolo nella tempia scagliato da mano di cui che si fosse, cadde pur egli morto, ed appena i congiunti poterono strapparne il cadavere intero dalle mani della moltitudine efferata.

Si sparga una lagrima su questo venerando esempio di coraggio sventurato, e di violata umanità; ma l’animo ad un tempo si conforti, considerando che almeno qualche scintilla di gentilezza in taluno esisteva ancora, mentre ad ogni tristizia generalmente da tutti si trascorreva nelle fazioni religiose, nè pareva a colui esser uomo, che versò un nemico, in fatto di contraria credenza, d’ogni natural sentimento non si dispogliasse, col nome di zelo adonestando le più immani nefandezze: chè altramente le storie de’ secoli di mezzo fra i libri più vietati dalle pubbliche podestà dovrebbero venire condannate, affinchè i costumi e l’animo de’ leggitori non venissero da tante enormità, da tanti scandali, da tante laidezze contaminati.

Nè fallì la savia antiveggenza dell’Avogadro sulla tremenda rappresaglia che all’udire simil fatto avrebbe il Dolcino adoperata. Stavano ancora tra i ferri del fiero apostata meglio che cinquanta tra vercellesi ed altri, dal Cattaneo fatti prigionieri sotto la Madonna di Rado, nella fazione dianzi combattuta, e che abbiamo poco sopra accennata.

Riarso da tutte brame di vendetta il Novatore, e rituonando quel suo orrendo qua mensura mensi eritis remetietur vobis, la qual citazione abbiamo già veduto avere da lui avuta contra il rettore di Serravalle una ugualmente sanguinaria applicazione, fattili trarre dalla carcere ove da mesi stavano sostenuti, e che soli non avendo seguito il codardo esempio dei loro compagni aveano niegato di porsi agli stipendi dello scomunicato, tutti ordinò che venissero crudelmente appiccati. Fatto pertanto inalberare pali in cerchio intorno alla piazza, e ad ognuno di quelli legare per la strozza un prigioniero (fiera cosa a vedere!), cominciando egli stesso a farla da sgherro e da manigoldo, rimase spettatore co’ suoi seguaci fra gli atterriti Gattinaresi della lunga agonìa di quelle vittime sventurate; nè si ritrasse egli finché non ne udì di tutti l’ultimo anelito [58].

Tal sia di ogni ismaelita! terminò egli l’atroce sua cerimonia: così chiamava i difensori della chiesa, sé vantando ristoratore del vero Israele.

A tali sacrileghe allusioni, a tali sfregi della parola di Dio trascorrevasi generalmente in que’ tempi d’odii implacabili, d’indomita superbia, di passioni avvelenate, e di villana invincibile ignoranza; ed i più sacri documenti de’ libri santi venivano per insulto messi in campo dalle opposte fazioni, per giustificare qualunque siasi più inumano tratto di barbarie, qualsiasi scellerato dispregio d’ogni diritto più venerando della natura.

Al leggere gli annali di tutti i tempi, al riandare le tradizioni d’ogni paese, al veder sempre, ed infallibilmente inutili e perniciose le violenze, le morti, ed i contrapassi in guerra contro la gente o prigioniera, od imbelle, od inoffensiva, parrebbe che come cose strane e contrarie non meno alla politica che al buon senso, e più di tutto alla carità, non ci dovrebbero più o mai recare spavento e compassione, se non leggendole nelle storie dei secoli della favola, o della imbecillità inferocita. Ma il fatto altramente sta. Vedemmo in alcuna parte d’Europa, ed in tempi che pur sono quelli della civiltà, se mai ve n’ ebbe al mondo, sgozzarsi a vicenda i prigionieri per un punto molto problematico, almeno per gl’idioti, di ragione delle genti, e forse incerti essi stessi a qual idolo giurassero fede gli sgozzati, e gli sgozzatori [59]. Nobile ministero per certo esercita colui che serve al diritto ed alla religione. Ma il contaminarlo con gratuite stragi, il farsi vile esecutore delle altrui passioni, il confondere con animo deliberato la nobile missione di sacerdote della giustizia e del cielo con quella di sicario e di gladiatore, è delitto, è codardia.

Compiuti questi orribili sagrifici di umane vittime da entrambe le parti, e così da cattolici bruttata col sangue la santità della causa loro, si allestivano questi nuovamente ad assalire Dolcino in guerra più giusta, e più ordinata; e copiosi allora di numerosa soldatesca, portavano pensiero di snidarlo dalle sue forti posizioni, e di trarlo a battaglia in aperta campagna. Ma sanamente intendeva l’apostata il pericolo della sua condizione, e la ineguaglianza delle sue forze.

Fatta per tanto ragione delle altrui, e ravvisate le sue inferiori, pensò di supplire al numero di quelle, ed all’autorità degli avversarii con l’arte, e con la prontezza. All’avvicinarsi pertanto delle bande cattoliche sotto Gattinara, egli con tutti quelli che atti all’armi vollero essere partecipi della sua buona o rea fortuna, per mezzo del ponte che pronto avea sulla Sesia già si era recato a Grignasco. Molto avvedutamente però, padrone com’egli era di tutte le alture che coronano la sinistra sponda della Sesia, avea introdotto un buon nervo d’uomini de’ meglio agguerriti e di migliore persona entro un convento di Francescani, che a diritta di Romagnano sorgeva, e tuttora esiste, munito di mura e dalla natura sopra d’un poggetto quasi posto a fil di sinopia su la strada, a tergo irto di fitte boscaglie, ed a fianchi aspro di rupi e di scosceso sentiero.

L’antiguardo cattolico con piè sospeso e sospettoso entrato senza nissun ostacolo in Gattinara, e temendo di agguato ( antiveggenza insolita ed allora appunto inutile ) si tenne per alcun poco sulle armi per meglio chiarirsi se v’era luogo a sorpresa od a tradimento. Pendevano ancora ai tronchi i putridi teschi ed i cadaveri sformati dei loro commilitoni stati come abbiam visto dal feroce Dolcino martoriati.

Questo lurido spettacolo congiunto alla poca disciplina, anzi alla niuna obbedienza che avevano i soldati di quei tempi ai comandi dei loro capi, fece sì, che sbrancatisi di unanime consentimento, e dispersisi per le contrade, e per le case, tutto misero a ferro, a fuoco, ed a saccheggio, quasi le mura e la roba de’ Gattinaresi stati fossero i carnefici de’ loro estinti commilitoni [60]. Ma consimili tutti, o per meglio dire ugualissimi essendo i casi in quel secolo, di nulla perdonare né alle persone, né alle cose quando si entrava a mano armata in un paese abbonito, e di vera o supposta diversa opinione (e questa era), noi non contristammo il lettore col racconto degli atti barbari che seguirono nell’infelice Gattinara.

Sazii e stanchi di stragi, di preda e di vendetta, chiamati finalmente a raccolta si diedero ad inseguire i dolciniani.

Procedevano disordinati i cattolici, e dimentichi della cautela poc’anzi usata vanamente, e che ora sarebbe stata opportuna, e di quelle più ovvie che sono oggidì e furono sempre imperiosamente prescritte nei primi elementi dell’arte della guerra, cioè di perlustrare ogni macchia, ogni burrone, ogni letto di torrente, ogni edifizio all’intorno allorquando si entra in regioni poc’anzi dai nemici occupate; tanto più che convenendo loro nello entrare in quella strettura affilarsi di molto, non potendo ire in ordinanza, nè in modo di distendersi ed attestarsi onde rispondere all’inimico se a’ fianchi fosse venuto ad assalirlo, imminente e già inevitabile era il pericolo a cui si avvicinavano. I mille settecento alleati che componevano la punta, o come or si direbbe, la testa dell’esercito alleato, disordinati e baldanzosi entravano in quelle angustie che da Romagnano tendono a Grignasco, e che quindi da colli assai ispidi e dirupati, quindi dalla Sesia che allora quasi ne batteva le falde, lasciavano appena il passaggio a due che di fronte camminassero.

Immobile e taciturno nella sua insidia del monastero Francescano stava Ambrogio Salomone co’ suoi duecento, e teneva d’occhio gli alleati e la loro marcia incomposta. Appena li vide tanto inoltrati da non poter più in alcun modo far spalle della fronte, e ritirarsi in ordine, scese giù come tempesta dal suo dirupo, e messosi alla coda di coloro, prima coi gridi ed urli (tale era allora l’uso degli assalitori come tuttora tra i barbari) cominciò ad empierli di spavento, poi giuntili ed avventatosi ora sopra con armi corte, gettati gli archi e le balestre, in breve così compiuto macello ne fece, che tutta quella via di due miglia di lunghezza fu sparsa di cadaveri e di malvivi. Buon numero di alleati gettatisi all’impazzata giù nella Sesia che allora appunto per trista combinazione ingrossava, miseramente perì nelle acque; i primi incalzati dagli estremi cozzarono in fra Dolcino medesimo che di piè fermo aspettandoli sull’entrar di Grignasco con niuna fatica li prese tutti senza perderne il più picciol bagaglione. Un resto fermatosi in Prato, misero luoghicciuolo o adunata di casolari su quella via, e patria di Dolcino, con l’avida impazienza di ardere l’umile stamberga dove aveva veduto la prima luce il loro nemico, e di metterne a morte tutto il parentado, rimasero sorpresi e morti.

Sicché in poco d’ora tutto quel numeroso antiguardo, prima di venire a giusta battaglia fu per imperizia e temerità del Raineri annichilato, il quale per prodigio salvatosi a nuoto, e gravemente ferito abbandonò il campo, accusando e maledicendo i colleghi, i soldati e la fortuna della sofferta sconfitta, che pur tutta attribuir si doveva al suo corto antivedere [61].

Cominciata con tanto disastroso preludio la seconda spedizione contro l’eresiarca, non però caddero gli animi agli alleati per questa battitura, nè migliorarono per la vittoria le condizioni degli avversarii. Perciocché brandendo una croce il Domenicano Triveto, partito da Vercelli il giorno dopo, seguiva l’esercito col giovine Simon da Colobbiano che allora appena testé uscito di pupillo, e forse di poco più di diciassette anni faceva i primi stipendi militari, e che rincorando i fuggitivi, tenendo serrati i meno volonterosi tutti animava con la voce e con l’ esempio [62].

Giungeva in Gattinara il sacerdote, e riaperta la chiesa, e quivi celebrato il santo Sacrifizio, tennesi ragionamento sul modo di stringere fra Dolcino, od almeno di spingerlo tanto oltre nelle gole de’ monti sì che di disagio perisse, o a patti si arrendesse. Assettata l’ordinanza fu conchiuso che si dividesse l’esercito in tre punte; che il Colobbiano con due mila di là pigliasse a manca la strada che a Roasio conduce, ed a Messerano; ivi giunto volgesse a diritta, ed aspettando la cooperazione degli altri corpi ausiliarii tanto colà s’indugiasse, finché fossero giunti sulla linea, e quindi adoperassero le mani. Un secondo corpo ricalcasse la strada diritta verso Grignasco, quella stessa con esito malaugurato battuta dall’antiguardo. Un terzo facendo grande aggirata doveva per Novara incamminarsi a Biandrate, e prima di giungere ad Arona, torcesse a sinistra, ed acquistasse tanto di cammino per investire di fianco le bastionate dei dolciniani, e questa era la più malagevole e la più perigliosa ad eseguirsi fra le marce degli alleati.

Fatale intanto, anzi cagione della sfallita impresa per l’eresiarca cominciò ad essere la disobbedienza o la trascuraggine del Salomone nello stare agli ordini precisi di Dolcino. Questi gli aveva assolutamente ingiunto, che compiuta l’opera della distruzione dell’antiguardo de’ nemici come abbiam detto, tosto riascendesse alla sua erta situazione del Monastero vicino a Romagnano, e seguisse quella divozione non mai da alcun suo seguace trasgredita, di difendersi sino alla morte. Ma egli o per leggerezza, o per impeto, tant’oltre trascorse nell’inseguimento dei fuggitivi, che volendo tornar indietro ad occupare il suo primo baloardo, trovossene escluso e ferocemente ribattuto, avendovi colà già il Colobbiano posto una forte mano de’ suoi.

Le tre colonne delle truppe alleate adunque viaggiando tra sè paralellamente e con migliore ordinanza di quello che mai avrebbesi aspettato in quei tempi in cui l’arte della guerra non avea teorie di sorta alcuna, Dolcino sempre più incalzato, e mal atto con le sue forze a resistere allora all’esercito nemico, benché il suo sommasse ancora, malgrado le perdite cagionate dal recente rovescio, e da frequenti diserzioni a meglio di tre mille combattenti, abbandonò via via tutti i paesi della valle di Sesia inferiore, e si acconciò a tenersi fermo in Varallo, ivi aspettando di prender consiglio dagli avvenimenti. Gli si addensavano di dì in dì intorno le angustie, perchè il fervido Domenicano scorrendo per tutti quei borghi, colla sua facondia infiammata accendeva gli animi, e spingeva tutti i capaci all’armi ad inseguire l’eresiarca: nè poteva non avvedersi il fiero Monaco che poco per natura forte era Varallo per ivi porsi allo schermo e sostenervi un assedio.

Desiderava egli perciò di sgomberare anche di là, di pigliare sempre più del monte, e poggiare alto sulle rupi, e più desiderosi erano ancora gli abitatori di codesto borgo di liberarsi da un ospite così incomodo, e stizzito pei presenti, e pel tristo presagio di futuri danni e più gravi.

Convennero adunque di offerirgli la somma di duecento fiorini d’oro ragguardevolissima a quei tempi. Dolcino accettò la condizione e proseguì più oltre [63]. Trovò che Campertogno, luogo al di sopra di Varallo circa miglia dodici della Diocesi di Novara, sarebbe stata situazione opportuna a trattenere per lungo tempo gli assalitori; e qui pensò di far punto e testa, e piantarvi gli alloggiamenti. Scelto avea deliberatamente quel paese, prima perchè opponeva, per l’asprezza delle vicinanze, difficoltà gravissime a chi avesse avuto in pensiero di accostarvisi da amico; delle quasi insuperabili ne presentava a chi vi avesse trovato il più leggiero ostacolo dalla parte di chi ne era il padrone, per le forre, e spezzature e scoscendimenti che vieppiù malagevoli rendono quelle già naturalmente quasi impraticabili angustie. Dimorava inoltre colà, e ne era il più potente popolano un tale Milano Sola, uomo ricchissimo secondo quella stagione, pronto di mano, audace d’animo, e pieno già di mal talento contro qualche ottimate della parte alleata, maltalento che era tralignato in angoscia giunta al colmo per una nuova acerbissima ingiuria. Il rancore di questo feroce ausiliario degli eretici, benché da giusta fonte proceduto, era smisurato, irragionevole, cieco. L’unico suo figliuolo stato era nel numero di quelle vittime che nel castello di Vercelli furono a furia di popolo trucidate. E giuramento immane, nefando avea pronunziato l’orbo padre, di trarne memorabile vendetta. Nell’accostarsi alla mensa eucaristica il giorno in cui i dolciniani entrarono in Campertogno, l’implacabile vegliardo, mentre il sacerdote gli ministrava il pane degli angeli, ei gl’interruppe inopinatamente tra la moltitudine attonita ed inorridita l’ineffabile magistero; e trattenendo, ed alzando sopra il capo con mano sacrilega l’ostia sacra: uditemi tutti, sclamò dolorosamente piangendo, voi che qui assistete al divino Sacrifizio! Giuro alla presenza di Dio vivo e vero, giuro di strappar le viscere dal petto agli uccisori del mio Giuffredi, con questa mano medesima che ora tocca il corpo ed il sangue di Cristo in sagramento. Proferita questa orribile bestemmia, e scelleratamente invocato l’Altissimo a testimonio e vindice del truce suo dolore, il sacerdote lo comunicò! Così fattamente o in poco diversa guisa era allora intesa la santità e la mansuetudine dell’augusta nostra Religione.

Giungevano frattanto alla meta prefissa, ed al tempo determinato le truppe vercellesi sotto Campertogno. Benché turbatosi grandemente, pur rimaneva tuttavia fidanza al Dolcino, perduto per temerità il Monastero di Romagnano, che i pochi rimasti in quel forte vicino a Gattinara sulla destra sponda della Sesia uscissero alle spalle dell’esercito nemico, gl’interrompessero le vettovaglie ed i soccorsi, tribolassero ed infestassero in qualche modo, e per quanto era in poter loro le operazioni de’ nemici. Quando da pochi scampati all’eccidio gli vien riferito che già quel suo luogo fortificato era caduto in potere di Manfredo da Saluzzo egregio soldato di allora, che con un felice intraprendimento di notte tempo, e scendendo da luoghi quasi inaccessibili che v’erano sopracapo, se n’era impadronito; uscitane illesa, e tra la confusione ed il bujo inosservata la Margherita, a cui più che ad altra preda avea dirizzate le sue mire per una tal vaghezza di curiosità e di gloria il nobile guerriero. Partito si era poco prima dalle sue terre questo illustre giovane con tutt’altra intenzione che di giovare a’ vercellesi; chè anzi era venuto per combatterli, già aveva loro occupato a prima giunta Trino con qualche altro paese di più oscuro nome contro le forze riunite de’ vercellesi e milanesi capitanate da Matteo Visconti [64].

Vantava egli diritti non che sovra la città occupata, ma su tutto il Monferrato dopo la morte del marchese Gioanni, ultimo degli Alerami, di cui era per via di femmina unico, e legittimo erede. Ma più quanto prode il cavaliero, essendosi frapposti per tentar un accordo Guido Tornano, e Filippone Langosco, in loro arbitrio pose le ragioni sue; questi rappresentandogli quanto sconcio recherebbe alla santa guerra la nuova esacerbazione, e quanto danno alla causa del cielo, rinunziò volonteroso al fatto conquisto; giunse le sue armi con quelle degli alleati, e per primo saggio che ne diede fu l’importantissima impresa da noi raccontata, e da lui eseguita con coraggio pari alla prontezza ed alla felicità.

Un altro colpo di uguale trista importanza avea il giorno prima contristato l’eresiarca, e questo fu una grave ferita che toccò il Segarello per un sasso scagliatogli in un’anca da una fionda nemica che lo rese per molta pezza inabile ad ogni movimento. Ma per sinistri che gli si accumulassero d’intorno, non rimetteva già egli il novatore della sua rigida attività.

Allontanato il Segarello, e per empierne il difetto, sostituito a lui l’Ambrogio Salomone, lo stesso che tanto efficace opera avea prestato nello scompigliare l’antiguardo cattolico sotto Romagnano, e con tanto mal consiglio avea poco dopo perduto quel fermissimo baloardo di cui abbiamo ragionato, gli affidò un terzo delle truppe capaci di battaglia. Al Cattaneo diede cura di scendere dirittamente per la via di Varallo contro la parte avversaria, e per se, come era uso , niuna ritenne parte del picciol suo esercito, ma dappertutto scorreva, per tutto era presente, ed espedito a far la scorta, a riconoscere i luoghi, ad inviar spianatori, a rompere i sentieri. Animati sempre al coraggio del fanatismo dalle parole dell’eresiarca si diruppero tutte tre le fazioni contemporaneamente ad un segno dato con le armi solite, cioè con daghe, scuri, coltella e pugnaletti, sprezzando gli usati riguardi, e solo anelando d’afferrarsi a corpo a corpo coi loro avversarii, ai quali si proponevano di ricusar quartiere, e dai quali lo disperavano. Indietreggiarono al primo impeto i tre corpi di battaglia cattolici.

Per cinque e più miglia quello che fu urtato dal Dolcino si ritirò in modo sì precipitoso che pareva sconfitta; e quantunque a tre cotanti fossero contra i dolciniani, tuttavia se egual fortuna od egual perizia avessero avuto il Cattaneo ed il Salomone, vinta sarebbe stata la battaglia, ed una terza volta prodigata la fazione degli alleati. Ma da un colpo di balestra percosso in una coscia il Cattaneo, e spezzatogli il femore, restò semivivo sul campo, nè campò la libertà e la vita, se non in grazia di non essere stato riconosciuto tra i cadaveri: le schiere da lui guidate, prese da costernazione ristettero dal loro impeto, e poco dopo dai nemici riavuti dal loro spavento furono ribattute e sbaragliate. La schiera destra benché pochi passi di terreno avesse acquistato sui cattolici, troppo valido intoppo incontrando in Simone da Colobbiano soldato imperterrito, che vieppiù animato dalla presenza del domenicano Triveto e della croce che teneva in mano inalberata, spezzò presto le furie de’ dolciniani, e ne fece scempio. E se non fosse che imbrunitosi improvvisamente il cielo versò in un momento a dirotta grandissima copia di neve, sicché più nissuno degli accaniti combattenti si poteva distinguere in viso, e piene in un momento se ne viddero tutte quelle valli, né più uomo poteva mutar passo, certo in quel giorno diffinita si sarebbe la quistione; Campertogno sarebbe stato occupato dagli alleati, e Fra Dolcino chiuso fuori dal suo unico ricetto avrebbe incontrata l’ultima ventura [65]. La neve adunque da bufera de’ venti alpini in faccia agli assalitori sospinta, ed a grandissima altezza ammonticchiata, l’acqua e la gragnuola scrosciando a turbine, e le tenebre cadenti ruppero la foga delle ire, e portarono sosta al versare del sangue. Prontamente avvertito l’eresiarca della ruina a cui erano soggiaciute le due ali del suo esercito, si sostenne dal perseguire quelli che già gli avevano date le spalle. Ritornato celeremente in Campertogno, e preoccupando che i vincitori usassero della prospera occasione che mal seppero adoperare, raunati e rincorati i fuggitivi, chiuse le porte in petto ai vincitori, passò infaticabile quanto tempo egli ebbe, nell’ ordinare le poste, nel munirsi alla meglio di argini, di fosse, di tagliate d’alberi, e nel provvedere ad ogni possibile avvenimento.

Nè perchè intanto gli venissero meno intorno le braccia aiutatrici, e sempre più perigliante se gli affacciasse la sua condizione, sbigottiva, o scemava egli punto del suo superbo contegno, od affievoliva la sua indomita natura.

Passato il più incalzante pericolo, fisso nella sua perversa illusione con cui i suoi seguaci affascinava, e da cui primo egli forse era affascinato, cioè di essere solo costantemente severo servatore delle leggi del vero e della equità, sino all’estremo volle il pertinace dar a divedere, che non vana speculazione erano in lui la giustizia ed il vangelo.

Stabilitasi quindi una tregua, più dalla forza della stagione che dalla volontà d’ambe le parti persuasa, e libero essendo tra i nemici il vicendevole parlamentarsi, giungevano a Fra Dolcino uomini due varallesi spediti dal loro comune a compiere il rimanente della somma convenuta dianzi per lo sgombro del loro paese. Sdebitatisi del loro incarico i deputati, e con la clepsidra su d’un povero tavoliere innanzi agli occhi intimata loro la partenza fra due ore da Campertogno, per non so quale motivo indugiatisi alquanto i due da Varallo via facendo, e soprappresi dalle sue guardie in quello spazio di tempo, e l’uno di essi malconcio nella persona, l’altro ucciso ed entrambi svaligiati e messi nudi secondo l’uso militare di que’ tempi. Dolcino avvertito di questo malefizio, nè valendo in difesa de’ suoi ribaldi la già trascorsa dilazione, ed il diritto di consueta rappresaglia, fatte restituire al superstite le sue vestimenti comandò che legati gli operatori del misfatto fossero al Colobbiano consegnati, perchè a talento ne usasse e ne togliesse piena soddisfazione, non vedendo, asseverava, che il rigore di un termine prefisso la vincesse su la sua generosità [66].

Poneva frattanto a guadagno il tempo della tregua l’instancabile eresiarca. Colle lusinghe, colle fanatiche esortazioni e con la violenza costrinse gli uomini di Campertogno ad innalzare più dense palificate, a scavar trincee più profonde, ad ammassare sassi e macigni, a far nuove alzate d’alberi, ad ingagliardirsi a tutta possa contro la stretta del lungo assedio che gli sovrastava: ed innanzi tratto, (cosa di mirabile stranezza in tante angoscie) si diede a mutar rito e liturgia, e sottomettere tutti gli abitanti ai delirii sacrileghi dei Patareni. E la pertinacia di quest’uomo nel perfidiare nella sua risoluzione ad onta di così sinistri preludii per lui, avrebbe forse avuto l’esito che se ne prometteva, se quella stata fosse guerra secondo l’ordinaria consuetudine del secolo. Non sapea darsi a credere come così lungamente stessero unite le armi sozie perchè da ventisette giorni, cosa più inaudita che rara, persistessero concordi. Ma quello che più spaventava, e da cui funesto pronosticava dover essere il suo apostolato, era il difetto di vettovaglie. Alla parsimonia succedette la penuria: poco dopo, la più assoluta privazione d’ogni alimento. Consumato tutto ciò che la natura indicò all’uomo essere di risarcimento alla sua vitale economia, diedero d’ appiglio i dolciniani agli animali più immondi, all’esche più nauseabonde.

Ricusato il cambio di prigionieri che egli teneva in sua balia, contra un bue, una capra od un agnello per ogni capo di persona, rintuzzò aspramente tale de’ suoi settatori che gli suggeriva aversi a pascere la carne di questi ismaeliti. Reiterata la dimanda, e di nuovo ribattuta da Teseo Arborio provveditore allora dell’annona del campo cattolico, e da un Luca Tornielli novarese, ordinò che fossero messi a morte per non vederli ad illanguidire, così soggiungeva il maligno nel suo ipocrita linguaggio; ma prima di recare in atto questo suo sanguinario comando, tutti prosciolse dalle censure che contra essi avea fulminato siccome satelliti del sinedrio ismaelitico, tali li denominava! Mirisi incredibile deliramento, presunzione inaudita! non toglievasi a minima coscienza il sovvertimento di qualsiasi più santa gerarchia: niun ribrezzo dettavagli il porli a morte, ma sì bene il vederli morire scomunicati da lui!

Ma già nel vicendevole tentarsi ed osservarsi trascorsa era pur anco la stagione atta alle battaglie, e dopo breve estate, più precoce del solito e rigidissima volgendo d’improvviso la stagione benché si fosse appena sul principiar dell’autunno, la gran copia delle nevi reso avendo di nuovo impraticabile ogni sentiero ed ogni militare operazione, da entrambe le parti quasi per tacita convenzione si acconciarono nuovamente ai riposi d’inverno, e soprasedettero dalle offese. Ad infestare e rompere ogni soccorso che dai partitanti di Dolcino poteva venire introdotto in Camper- togno, lasciarono gli alleati un corpo di truppe volanti composto di cento uomini e non più. Tanto bastava perchè non temessero di essere sloggiati dagli eretici quantunque vicini, ma dimezzati peraltro dall’ostacolo insuperabile delle nevi, le quali nè a fante o cavallo alcuno, nè orme stabili promettevano, nè davan passaggio. Ma non riposava già egli perciò l’eresiarca. Atterriti dalle censure ecclesiastiche e dalle gravi parole del Domenicano tutti quei valligiani del dintorno si erano affatto verso di lui intepiditi. Altra fidanza ei non avea che nei due mila suoi primi seguaci, e nell’aiuto di Milano Sola, che in tutto il tempo dell’assedio e della battaglia gli avea prestato buon opera di mano e di consiglio.

Ma pure ha finalmente limite l’umana gagliardia; ed è noto che gli uomini anche dotati di più che ordinaria fermezza d’animo, quando abbracciano una causa da essi creduta ingiusta, o benché giusta in se stessa ( il che non era nel caso ) pure dall’universale disapprovata, si affievoliscono e si prostrano.

Cominciò a perdere insensibilmente quella sua fortezza e tenacità, e prima pel cumulo delle sciagure, e per l’avvenire che gli si parava innanzi minaccioso ed irreparabile, e più di tutto per la continua sollecitudine e sospetto in cui l’avea gettato la promessa di cento anni d’indulgenza promulgata dal domenicano a chi avrebbe consegnato vivo o morto l’eresiarca in balìa dell’Inquisizione. In nessun luogo trovava egli più sicurezza o quiete. Non in una medesima casa, non presso il suo fedele Milano Sola, non finalmente di pien meriggio in Campertogno medesimo si vedeva allo schermo di un tradimento. Dopo un inutile tentativo di giugnere all’improvviso quel corpo di alleati che lo teneva stretto con larga ossidione, perduti tra le nevi sprofondati e pei torrenti ancor molti de’ suoi, pensò di abbandonar Cam- pertogno, e con fatiche incredibili apertosi un sentiero a forza di mazzapicchi più su ancora verso i ciglioni de’ monti, si fermò sulla Valnera erto dirupo a foggia di bitorzolo, un buon tratto di cammino da Campertogno. Ma fra i pochi e miseri montanari che colà intorno abitavano non ebber più appiglio alcuno le sue triste gherminelle.

Alzatisi a romore perchè già avvertiti della scomunica che pesava sul capo al ribaldo, lo molestavano continuamente, lo ributtavano, lo perseguitavano.

Si tolse dalla Valnera e piantò le sue tende sulla Parete Calva, altro scheggion di monte più erto, più scabro ancora e più selvaggio posto nel territorio di Bassa, e con istenti tali che ben si vedeva che il solo coraggio della disperazione poteva farli superare. Abbandonato dal Salomone che da miglior coscienza rimorso, ravveduto e pentito del suo cieco fanatismo si era volto alla sana parte, e quanto gagliardo ajuto aveva dato all’eresiarca, cotanto e più ne dava allora agli alleati; i soli ajutatori e consiglieri che avesse Dolcino erano, si può dire, gravi ancora per le ferite essendo Cattaneo, e Segarello, il Sola e la sua Margherita. Quasi ridotto in fondo d’ogni sventura sembra il Dolcino. Ma una lacuna ci si presenta nelle pagine di que’ fasti, la quale dà luogo a qualche meraviglia [67]. Perchè poco dopo la fuga, e direm la sconfitta di costui, ed il suo continuo ritirarsi, finalmente il non aver più altra dimora che un pezzo di rupe inabitabile, troviamo poco dopo esser egli sceso improvvisamente dal suo covile, aver battuto un numeroso corpo di armati guidati dal podestà di Varallo, uomo di sangue nobile, come troviamo registrato, suddito della Diocesi di Novara, e della discendenza altri de’ Brusati di Novara, altri credono dei signori Pescatori [68], avere ucciso questo magistrato medesimo, quindi presa e saccheggiata Varallo, ed averne trasportato un considerabile bottino di vesti d’armenti e di cereali: arsa più della metà di questo borgo, violate ed arse tutte le chiese ne' villaggi che si contano da Varallo alla Parete Calva, trattone numero grande di prigionieri ed avutone per riscatto somme considerabili.

Quelli cui gradir potrebbe una più accurata notizia di quest’uomo si lagneranno della inesattezza o smarrimento di scritti spettanti ad un tratto di storia mutila, oscura, ed intralciata. Ma quasi tutte le memorie di quei tempi peccando di questo difetto, e per tutte correndo le medesime lacune, le medesime confusioni, e ribelli spesso mostrandosi ad una giudiziosa interpretazione le poche carte che restano, noi proseguiremo oltre presentando quelle nozioni, le quali ci venne fatto di raccogliere.

Nel 1305, cioè un anno dopo gli avvenimenti che abbiamo descritto, si legge, che tutta la valle di Sesia era di nuovo costernata dalla presenza dei dolciniani, ed afflitta con ogni guisa d’incendii, di ruine e di stragi. Esiste un istromento segnato nella terra di Scopa li 24 agosto, giorno del martire s. Bartolomeo, di una lodevole cospirazione di tutti gli abitanti di questa valle, rogato notajo Fontana, in cui giurarono sui Santi Evangeli e sulla Bolla di Clemente V di spargere usque ad ultimam guttam sanguinis per esterminare l’infame setta di quegli eretici [69]. Ella è malagevole l’induzione riflettendo come in mezzo a tanta popolazione congiurata a suo danno egli abbia potuto per due anni continui resistere e vivere in mezzo a montagne infeconde, e non aver altro per campar la vita sua e de’ seguaci che le prede ch’egli menava dai sottoposti casolari. Se qualche lume si può trarne tra tanta oscurità di fatti, noi potremo ragionevolmente supporre che non le braccia e gli animi mancavano ai valsesiani per isnidare quel tremendo loro nemico dalla sanguinosa sua spelonca, ma perchè mancavano di concordia, di guida e di consiglio.

Più non si trova far parola del Triveto, il quale era l’anima, e l’eccitatore sovrano di quella specie di crociata. Nel 1304 vediamo ritornato a Parigi, quindi ad Oxford, dove in premio del suo zelo dimostrato contro gli eretici fu acclamato dottore in Teologia, e nominato priore del suo monastero. Uomo dottissimo, per dirlo di passaggio, secondo quei tempi era questo religioso. Grandissima era la sua scienza quasi in tutte le discipline, più grande ancora, anzi trascendente era il suo zelo nel punire chi meno saggiamente intendeva ne’ dogmi e nelle opinioni religiose.

A questo contrattempo si aggiunga la morte di uno de’ più insigni fra i condottieri della parte vercellese stato ucciso a tradimento da tale oltraggiato dianzi nell’onore della figliuola: nè altro caglia saperne. Il marchese di Monferrato, più sollecito degli affari suoi che di eresie, di dolciniani o di altro, spendeva inutilmente il suo tempo ed il suo ingegno astuto ed avaro nel conciliarsi la repubblica d’Asti (cadutoli l’animo e la volontà di tramare indarno contro quella di Alessandria), nel fomentarne vieppiù le discordie cittadinesche, nel pretendere di farsene, se non arbitro assoluto, almeno potente, inevitabile conciliatore. Il vescovo di Vercelli costretto a fuggir dalla sua Diocesi per le fazioni intestine, che già da lungo tempo covando i loro rancori erano ivi funestamente scoppiate, ed egli, accusato di parzialità verso l’una di queste, era stato dall’altra momentaneamente vincitrice cavato di seggio [70] .

Pochissimo tempo stettero i Tizzoni senza alcun contrasto padroni di Vercelli, dopo espulsi da loro il Vescovo e gli Avogadri suoi sostenitori. Ma tenutosi i comizi vennero eletti Giacomo e Pietro Avogadro da Guaregna consoli del comune, e Tommaso Avogadro da Casanova capitano del popolo.

Così balzata fuori la fazione avversaria a sua volta, richiamarono tosto il vescovo Rainero loro consanguineo, e si diedero con molto studio a ripristinare la guerra contro l’eresiarca. Questi, non tenendosi più sicuro su’ gioghi di Parete Calva, andava aggirandosi continuamente di roccia in roccia, di vetta in vetta senza disegno o sede stabile, finché si fermò sul Monte Rubello nel territorio di Trivero, feudo allora dei Conti di Bulgaro.

Di là scendevano i suoi nelle sottoposte valli a far guasto e condur bottino e quindi a rinselvarsi, sicché quelle misere valli erano continuamente in sospetto ed in costernazione. Gli uomini di Trivero posti così alle strette da quel molesto vicino, e lungi ancora essendo gli ajuti de’ vercellesi, vollero far prova se uniti a quei di Mosso fossero da tanto per affrontarsi con lui. Ma tristo e disorrevole tornò il loro esperimento; e ciò che più ne accrebbe l’ignominia fu (cosa incredibile ma fuor d’ogni contestazione) che in numero di ben duecento furono da sole trenta donne seguaci dell’eresiarca rotti e sconfitti [71]. Ora non si sa bene se l’imminente pericolo di venir distrutto in cui poco addietro abbiamo veduto essersi trovato Dolcino, o la nuova prosperità, che per lui pareva ricominciasse, cangiato avesse affatto l’indole, o per vero dire in peggio, convertita l’indole perversa sua primitiva.

Se prima colorava con ispeciosi argomenti, con perfide citazioni, con opere apparentemente virtuose il suo empio apostolato, lo vediamo trarsi poco dopo quella mentita larva di mansuetudine e di giustizia, e mostrarsi, qual era di fatto, fiera assetata di vendetta, di rapine e di sangue. Prescrisse come capitano, e predicava come inviato del cielo, doversi con ogni guisa di morte e di tormenti perseguire i ligi alla chiesa Romana; mozzar le lingue a que’ che avessero trovato a ridire su gli ammaestramenti suoi; trucidare o con la forza o con le insidie chiunque fatto gli avesse resistenza; ardere e incenerire le case, gli arredi sacri, gli altari, i tempj di coloro che egli chiamava ismaeliti: che lo stato di vita religioso ch’egli inculcava era lo stato di santità e di perfezione, unico, secondo il dogma del Vangelo, perchè i suoi nemici si facevano persecutori, ed egli pativa le persecuzioni, essi gaudenti, esso sofferitore.

Esser lecito ai religiosi, ai monaci, ai prelati abbandonar l’attual loro condizione, anzi farsi loro irrefragabile precetto, perchè traviati dal sentiero segnato loro dal Redentore; ai quali oltre la minaccia d’infierire contra essi negli averi e nella persona, se mai Dio, come scelleratamente egli invocava, favorisse alla giustizia della sua causa, annunziava la pena della scomunica con tutta la gravità de’ gastighi ed ignominie temporali che le vengon dietro. Precursore del libertinaggio dei susseguenti eretici Inglesi ed Alemanni nell’arbitraria interpretazione delle sante scritture, cominciò ad arrogarsi al pari del Pontefice Massimo ed anche di qualunque concilio Ecumenico il diritto d’intenderle, di spiegarle, di comentarle [72] .

E siccome smania particolare di tutti quanti i fanatici novatori fu quella di farla anche da veggenti, venne fuori pur egli co’ vaticini profetando, che Federigo d’Aragona appunto nell’anno 1305 nel giorno della Epifania o al più tardi nel prossimo marzo sarebbe entrato trionfante in Roma; che per mezzo dei Romani dovea essere incoronato imperatore e re; che in Italia avrebbe regnato per tre anni e mezzo, nel quale spazio di tempo avrebbe messo a morte il papa, i cardinali e tutti gli ecclesiastici possidenti; che dietro questo intervallo di meritato castigo in cui pieno si faceva il detto del Redentore che non era venuto a metter la pace quaggiù, ma sì la spada, esso fra Dolcino regnerebbe, e che allora saria per rimettere tutta la chiesa ad un nuovo Testamento, ad un nuovo modo di vita religioso e civile. Che un altro pontefice verria eletto da lui, il quale salito in tutta la perfezione e la santità che aveva l’Apostolo a Pietro, tanta grazia riceverebbe dallo Spirito Sinto, quanta ne ebbero mai gli Apostoli di Gesù Cristo nel solenne giorno della Pentecoste.

Ed in vero già da un secolo innanzi, ed allora più che mai correva voce dalla credulità de’ popoli stata con certezza e spavento accolta, esser omai imminente la fine del mondo. Egli adunque vaticinava che nel suddetto spazio di anni tre e mezzo del suo regno si sarebbe trovato a fronte dell’Antecristo; che con lui pugnerebbe e con le parole e con le armi. Ma perchè fossero compiuti i vaticinii delle scritture, l’Anticristo dovea per un dato tempo essere padrone del mondo; egli, Dolcino, cedendo alla necessità, saria dagli Angeli trasportato nel paradiso terrestre; che di là uscito con Enoc ed Elia ritornerebbe a battaglia contra l’Anticristo, da cui rimarrà ucciso, ma che disceso poi a fianco di Gesù Cristo nell’ultimo giorno del gran giudizio, a lui dovea essere assegnato il carico di giudicare tutti i chierici, i monaci, i vescovi ed i pontefici da s. Pietro sino al dì finale, i quali certo non doveano aspettarsi indulgenza o mansuetudine.

Uscito in sì fatti farnetici, e cotanto discordi divenuto da quel senno suo primitivo qualunque si fosse, era facil cosa il prevedere che i suoi deliranti trasogni scemassero di giorno in giorno quella fede ne’ suoi seguaci che fino allora avea resistito a tanti urti, a tante traversie.

Cadde in avarizia, turpezza prima da lui o ignorata o dissimulata; più crescevano i pericoli, e dove più bisogno egli avea di operosità e di forza, egli logorava il suo tempo in richiedere vane dimostrazioni di riverenza, in inutili prove superstiziose, in istravaganti millanterie di operar portenti, in minacciose profezie, che presto estirpata si vedrebbe la potenza de’ suoi avversarii.

I due Avogadri frattanto si apparecchiavano con ardenza all’opera da loro incominciata, di venire a capo dell’esterminio di codesto ostinato e fino allora indomabile nemico. Due possenti motivi concorrevano in essi a far sì che ogni indugio troncassero, e desser mano all’impresa. Il primo era la gloria che avrebbero acquistato nel riuscire soli in cosa invano per anni già tentata in compagnia d’altre famiglie vercellesi ascosamente loro rivali. Il secondo, che paventosi sempre sugli avvolgimenti e sulle mene degli espulsi Tizzoni, breve tempo loro rimaneva, di starsi lontani da Vercelli, entro le cui mura potevano ad ogni momento o per insidia o per violenza introdursi i loro nemici, e patir quindi la medesima pena d’esiglio con cui aveano bersagliato altrui. Mossero pertanto verso la valle che sottogiace a Monte Rubello con quattromila ben armati uomini. Superarono con molto ingegno e molta costanza tutti gli ostacoli che i dolciniani loro frapposero in cammino, gli scacciarono dai vari villaggi che stavano ancora in loro balìa, ed aggiunsero animo e speranza a quegli abitatori. Camminava pure alla testa dell’ esercito fedele in uno con Tommaso Avogadro di Casanova, e Giacomo da Guaregna, e gli altri capi delle schiere alleate, lo stesso vescovo Rainero accompagnato da numeroso seguito di ecclesiastici, e splendido di tutta la maestà delle vesti sacerdotali. Alla vista del venerando corteo, all’udirne le sante parole, alla lettura di nuove indulgenze dai pontefici promesse a chi avrebbe cooperato con la persona o con le sostanze a quella pietosa guerra, gli si affollavano intorno da ogni parte i valligiani recando armi vettovaglie, e mettendosi tra le file, e fin le donne offerendo arredi preziosi, ori, monili, fermagli, ed ogni maniera ornamenti quanto di prezioso insomma possedevano. Ingrossatasi così l’oste cattolica, e permettendo il numero di occupare maggiore spazio di paese, e d’impadronirsi di maggiori punti per vie più pizzicare e stringere i nemici, ridussero a tale finalmente l’eresiarca che gli fu forza di concentrarsi senza niun’altra comunicazione nella sola vetta del Monte Rubello. Venendo così vie meno allo scomunicato la possibilità di resistere a forza aperta, pensò se con l’accorgimento e con l’assottigliar l’ingegno egli potesse trovar via di prolungare le resistenze, e per conseguenza vender a più caro prezzo la propria vita e quella dei suoi malgiunti seguaci, persuaso che più nulla era del conservarla. Avea egli per una caverna che vaneggiava dal lato occidentale di quella rupe fatto una buca che scendeva a sghembo sino alla valle per la quale si prometteva la fuga, qualora sempre più gli si mostrassero avversi gli avvenimenti.

Radunò quindi sulla piatta forma del monte tutti i suoi seguaci, tra i quali egli ben sapeva essere di tali, che non per altro si erano aggiunti al suo fianco che per espiarne le mosse, e che mantenevano segrete corrispondenze col campo nemico. Intimato silenzio, espose loro con una apparente effusione d’animo la trista condizione in cui egli si trovava, l’accrescimento delle forze nemiche, la diminuzione delle sue, e perciò la necessità di dar luogo alle imperiose circostanze de’ tempi: doversi rinunziare per allora ad ogni sforzo inutile e pernicioso, e per quell’ignoto sentiero scavato nel sasso serbarsi a tempi più fortunati, a più tarda ma più sicura vendetta [73]. Messosi egli il primo frattanto sullo scendere della notte per quella oscura tana, e seguito da’ suoi, tosto s’accorse egli l’astuto che alcuni su cui principalmente erano fisse le sue sospizioni già si erano pianamente dileguati, ed avviati al campo degli avversari. Fermossi allora col più profondo silenzio, e con le più possibili cautele tornato indietro, ed occupate di nuovo chetamente tutte le spelonche, appiattati i più arditi dietro i sassi sporgenti ed i cespuglii, messine non pochi in bugigattoli fatti nella neve, con le armi in tutto punto e parati a venir alle mani, stette aspettando con somma pazienza e senza che alito s’udisse l’esito del suo stratagemma; nè gli falliva il pensiero. Lieti i capitani dell’esercito fedele all’annunzio testé recato dai disertori, confidandosi che affatto caduto d’ogni speranza fosse Dolcino, e che disciolta finalmente fosse la sua turpe congrega, presero spensieratamente l’erta della rupe, ed entrarono nel campo dianzi tenuto dai dolciniani. Quand’ecco, mentre alla scioperata si stavano i soldati cattolici a rimugginare ogni luogo ogni ripostiglio, alzarsi improvvisamente gli eretici dalle insidie, e con grida spaventose, e con le armi affilate farsi addosso a quegli inconsiderati. Percossi questi dal subitaneo strepito, feriti e di fronte e da tergo, atterriti dallo scompiglio e dalle tenebre, gettate le armi si diedero a fuggire a dirotta giù per quelle forre senza più dar ascolto ad ordine od a preghiera de’ loro comandanti. Non poca strage menarono i dolciniani in quella notte funesta; e se meno impazienti fossero stati ad uscire dall’agguato, se maggior numero ne avessero lasciato entrare, forse di tale sconfitta avrebbero percossa la parte cattolica, che di molto avrebbe superata la già sofferta da loro sotto Gattinara.

Soprastettero a mezza via i sopravvegnenti, e raccogliendo i fuggitivi si ritirarono nella loro posizione, ma non sì che non avessero avuto a deplorare cento uccisi e più dei loro, tra i quali Giacomo da Guaregna da tutti compianto, perchè leale d’animo, quanto prode in battaglia, e diciassette prigionieri [74].

Rincoratosi alquanto nell’animo efferato il Dolcino, e quindi infellonito, agitando pensieri vieppiù bramosi di sangue e di vendetta, propose nuovamente una tessera di cambio pei prigionieri al vescovo Rainero.

Per non so quale intempestiva alterezza, o per tale sdegno della sofferta rotta, negò pur fieramente il vescovo di accondiscendere a trattato alcuno con gli scomunicati. Non aspettò Dolcino tampoco il ritorno de’ suoi oratori, ma avvedutosi ad un segno convenuto che ricusate erano state le sue proposizioni, dal balzo d’onde egli stava osservando ordinò tosto che si spiccassero le teste dal busto a tutti gli sventurati che teneva in catene [75].

Vista compassionevole! rotolavano già da quelle balze e da quei burroni ad uno ad uno i teschi sanguinosi de’ miseri prigionieri, e venivano a battere a piè dell’esercito alleato: né questo orrido spettacolo bastò a muovere i capitani a ricambiare la vita de’ loro soldati con altrettante bestie da macello! Inorridivano i circostanti: dalla compassione salirono ad immenso sdegno: un fremito di rabbia corse per gli animi di tutti, ed appena i duci poterono frenarne l’ardore sì che aspettassero che l’altro sole uscisse per rincominciare l’assalto« Ma la notte appunto condusse il vescovo, i condottieri, e l’esercito a più savie considerazioni. La malaugurata prova del giorno addietro avea loro dato a divedere che non più con uomini aveano a far la guerra, ma bensì con volpi scaltre* con lupi arrabbiati, come benissimo gli aveva il vescovo Rainero denominati nella sua lettera Pastorale che dal campo intanto dettava.

Conscio del proprio merito Dolcino, e certa che per lui non era più luogo a speranza d’indulgenza o di perdono, avea fisso nella sua mente disperata di far costare ben caro prezzo la sua morte a’ suoi nemici.

Or gli atti di gratuita crudeltà da lui poco anzi esercitati, il repentino tragitto ch’egli aveva fatto da una apparenza di mansuetudine e di giustizia all’atrocità più sanguinaria, alle iniquità più inaudite, la cupezza impenetrabile con cui velava i suoi militari avvedimenti, tutto dimostrava quanto giuste erano le cautele di aversi contro un siffatto nemico, e quanto guardinghi dovevano camminare i fedeli per assalirlo ad aperta fronte. Una considerazione qui naturalmente si rappresenta ed è, che è impossibile l’allontanarsi per quanto si voglia picciolo tratto dal vero senso e dalla sincera interpretazione dei dogmi del Vangelo senza balzare alla parte diametralmente contraria: che non si dà via di mezzo tra la più severa obbedienza agli ammaestramenti divini, e l’aperta ribellione da quelli; e che sono più pervicaci e pericolosi nemici coloro i quali malamente leggono ed imperfettamente applicano quelle massime di eterna morale nel santo codice contenute, che coloro i quali ne ignorano affatto, o ne impugnano apertamente la divina provenienza.

Giungeva frattanto nel campo de’ fedeli Napoleone di Sant’Adriano diacono cardinale canonico della chiesa di Parigi, legato d’Umbria, e di terra Sabina [76].

Mosso si era questo personaggio d’ordine del Sommo Pontefice, dietro le istanze del vescovo di Vercelli, affinchè con la sua presenza svegliasse l’ardore de’ popoli, ed avvalorasse la santità della spedizione contro la setta Dolciniana. Radunato un consiglio nel campo, ed alle falde dello stesso Monte Rubello, a cui intervennero, oltre i finora nominati, altri illustri uomini della città di Biella e de’ borghi circonvicini, siccome un conte di Masino, un Taddeo da Biandrate, un Serra da Casale per parte del Marchese di Monferrato, ed un Gilberto o Giseberto priore di s. Gaudenzio di Novara, il legato Pontificio; letta prima la bolla di Clemente V appositamente dirizzata contra il monaco apostata Dolcino e la Margherita da Trento, e dal medesimo Legato controsegnata, approvò V intenzione del Rainero e dei due Avogadri di cingere di lento ma severo assedio quell’ultimo ricetto degli eretici. Imminente essendo di nuovo la rigida stagione, nè potendo i fedeli serenare per lungo tempo ed in deserta campagna fra i dirupi ed i ghiacci, alzarono copertoi e steccati a guisa di tettoie quanti erano i punti in cui si voleva tener saldo per vietare ogni uscita ed impedire ogni improvviso attacco de’ dolciniani, e per troncar loro ogni introduzione di vettovaglia.

Animati i soldati alle benedizioni, ed alle reiterate indulgenze dispensate dal Legato Romano, si misero all’impresa con quell’ardore che la speranza d’un vicino riuscimento, la presenza di personaggi autorevoli, ed il conseguimento di premi celesti sogliono destare per l’ordinario in animi nuovi e di agevole persuasione. In brevissimo tempo adunque e ad occhio veggente innalzarono un forte in un petron di scoglio che guardava a rimpetto al Monte Rubello dalla parte orientale, e bellamente lo munirono di sode palificate ed alzate di terra e di sassi con una cerchia di fosso acconciamente profondo, e con trincee di pini, di faggi e di frassini l’un su l’altro accatastati, sì che sicuro schermo contro le sorprese degli assediati, non pessimo ricovero agli assediani promettevano. Mille duecento soldati vi collocarono gli Avogadri fior tutti di guerrieri, ed ai quali principalmente fu servata la gloria della santa gesta. Due macchine da guerra inoltre con molto sudore e stento vi fecero condurre, ed erano della specie di quelle che mangani si denominavano.

A proprie spese del vescovo e dei due fratelli fu questo militare edilizio innalzato. Un altro di uguale vastità e saldezza fu fabbricato a spese del comune di Vercelli sopra la strada medesima che conduce al così detto sentiero di Sella dello Stavello, soli passaggi amendue questi per cui i dolciniani sperar potevano soccorso o fuga [77]. Due altri sentieri, ma solo praticabili dagli stambecchi e dalle camozze in tempo estivo, rimanevano ancora a fortificarsi. Ma tale era l’impossibilità che nel verno potessero essere della più piccola utilità agli assediati, che si contentarono i fedeli di farli custodire da guardie mutabili e volanti più per forma che per qualcun altro plausibile motivo. I sacri riti, l’esposizione del Ss.mo Sacramento, tutti quegli stimoli in somma ed esempi che la sola santa nostra Religione sa così a proposito adoperare, si succedevano senza alcun interrompimento. Grave d’anni e curvo nella veneranda persona il vescovo Rainero assiduamente assisteva o ministrava le auguste ceremonie della Chiesa, presiedeva alle fatiche dei soldati, e con la potente sua locuzione o con le liberali largizioni infervorava vieppiù lo zelo già bastantemente caldo de’ suoi combattenti.

Ne’ due mesi d’assedio sofferti dal Dolcino non passava giorno che segnato non fosse da sanguinose scaramuccie. In una di queste molta strage patirono le due fazioni, e cinque signori di Crevacore, di cui la storia non registrò i nomi, ma che qualifica di stirpe onorata e di valor grande, suggellarono colla morte il loro zelo per la causa di Cristo. Raccontano le croniche di que’ tempi un grido popolare invalso in quelle valli, e la tradizione volgare ne fa tuttora commemorazione, cioè che tanta fu la strage in quell’affronto, che dalla Sella di Stavello ebbe nome, e tanti i cadaveri gettati nel sottoposto rio chiamato il Riccio, che l’acqua di esso fosse divenuta quindi appresso e tuttora sia di color vermiglio, benché non diverso colore abbia da quello di ogni altro torrente [78]. Ma tale non di meno era, non ha molti anni, la credenza popolare di que’ contorni, che mal giunto sarebbe stato, e solamente sul cadere del secolo scorso, colui il quale alla presenza di taluni di que’ montanari sostenesse essere il colore di quel rigagnolo non diverso da quello al senso visivo di chiunque appresentato.

Non abbandonarono il campo il vescovo Raineri, i Consoli, i Deputati ed il Capitano del comune di Vercelli, ma presero i loro alloggiamenti parte in Mosso ed in Trivero, parte in Crevacore luoghi circostanti con fermo intendimento d’ivi passar a disagio il vicino inverno, nè di mai dipartirsi di colà finché adempiuto non avessero l’antico desiderio di distruggere i dolciniani.

Fastidiosa cosa sarebbe il tener dietro ad altri meno famosi fatti d’ armi seguiti tra gli assediati ed i due corpi di osservazione, diremo così, dell’esercito alleato. Stragi vicendevoli di pochi in ogni incontro, prigionieri scannati dai dolciniani, e pur troppo anche dai Vercellesi, saccheggi ed incendi di capanne ed abituri, toilette di viveri e di bestiami, ecco la vicenda continua e dolorosa, che assiduamente si succedeva nel corso di questa guerricciuola.

Ora, benché già grande possa essere la pietà e la indegnazione verso i feroci fatti di un’epoca generalmente segnata da infrazioni di fede, da codardi tradimenti e da rappresaglie inumane, vizii da cui non erano immuni non meno i grandi che i piccoli ed oscuri scellerati di quel tempo, chè tutti lavavano a gara nel sangue le loro braccia già insanguinate, noi siamo a malcuore costretti di aumentarla narrando, siccome in tanta rabbia di guerra si infierì un’altra volta contro le persone di tali, il cui sesso, indole ed età comandano in ogni tempo e presso le più selvagge nazioni compassione, rispetto ed assistenza.

Cadevano nelle mani degli eretici due monaci venuti nel campo di Raineri a sopravvedere, a combattere, ad arringare. Tristissimo governo subito ne fecero i Patareni, rinnovando sulle loro persone lo scempio già sofferto dallo sventurato rettore di Serravalle, cioè troncando loro e naso e labbra ed orecchie e mani. Caddero nelle mani degli alleati cinque spose dei dolciniani, delle quali una grave già da più mesi di maturo parto, e tale una nefandezza inaudita tosto commisero, che altra non sarà mai che rammentino raccapricciando gli scrittori tutti di qualunque secolo svergognato. L’ orrenda citazione del sacro testo già con tanto sacrilegio applicata più volte dal Dolcino, rimbombò pure nel campo cattolico, ed alla vergognosa! vendetta tosto si accingevano di far patire a quelle tristi sì ma imbelli femmine lo strazio medesimo, anzi vie maggiore, fatto già subire ai sacerdoti. Sospese tutte capovòlte ad un laccio, vista oscena ed orrenda, tra il martirio della lenta carnificina la mal arrivata incinta dato avendo alla luce un fanciulletto, e morente al patibolo con voce flebile implorando battesimo alla sua creatura, fu duramente inesaudita la materna preghiera, dato ruvidamente su la mano ad una misericordiosa raccoglitrice che accorreva con una guastadetta d’acqua per acconciarsi al pietoso ufficio, è così vietato al bambino il sacramento; perchè con tal mezzo un figlio de’ loro nemici, schiamazzavano i soldati, non fosse salvo nell’eterna salute, ma co’ suoi empi padri ne andasse alla morte perpetua!!!... [79]

Ed è pur degno di dolorosa commemorazione che ne’ cinque mesi che durò questo assedio e questa guerra picciola sì ma continua ed accanita, benché dalla parte degli eretici stesse sempre rizzata in luogo cospicuo ed in segno di venerazione la croce, e dalla parte cattolica sempre esposto Cristo in sacramento, e andassero in volta divote immagini, specialmente quella della B.ma Vergine, e di s. Eusebio, simboli tutti ed eccitamenti a sensi di umanità, di misericordia, ed a concordia fraterna, e che da entrambe le parti s’inculcasse assiduamente nelle preghiere il gran precetto che solo ci distingue dai barbari, cioè della dilezione dei nemici, non si legge essersi mai più fatta parola di transazione pacifica, di discreto accomodamento, di porre un termine insomma allo spargimento del sangue, alle barbare mutilazioni, alle vendette ignobili e dispietate.

In Dolcino certamente non sarà luogo a maraviglia: banditor malvagio e guasto di ancor più guaste e malvage dottrine, uscito da gran tempo d’ogni speranza di ottenere perdono, qualunque atto di nequizie per quanto nella sua pertinacia imperversasse nulla finalmente doveva da lui venire, inaspettato.

Un Legato Pontificio per scienze sacre, e per diplomatici maneggi chiaro, un Vescovo per lunga esperienza e da lunga serie di sventure esercitato, e per canizie e per vetustà di propaggine reverendo stavano nel campo de’ fedeli; ma picciolo ed inutile ostacolo avrebbero opposto alla ferocia de’ tempi e degl’intelletti. Appare quindi appresso dalle inesatte ed interrotte notizie di quell’epoca, che bastevoli altramente non fossero a trattenere le eruzioni dei rinchiusi i due baloardi stati innalzati dagli alleati sul cominciar dell’ assedio di Monte Rubello, perchè si trova che malgrado la vigilanza loro qualche soccorso, o a viva forza o di soppiatto, veniva recato ai Patareni.

Quattro altre picciole bastionate furono erette dal Vescovo e dagli Avogadri, l’una su d’un ciglione nei confini di Bioglio chiamato la Roella oltre Pettinengo; i tre ultimi e nel territorio di Mortigliengo e sui monti che stanno a cavaliere di Curino.

Ed alle commendevoli intenzioni dei guidatori dell’esercito cattolico corrisposero una volta gli avvenimenti, perchè un sol volere finalmente fu di tutti i capi dell’alleanza. Crebbe, anzi ascese al colmo la penuria di ogni commestibile nel forte degl’infedeli; consumato ogni genere di vitto, rose le radici e le cortecce de’ più duri cespugli, dei più ingrati vegetali, de’ più schifosi animali, tanto amara era la loro condizione divenuta, che poco più era il morire del così fattamente alimentarsi, e già visibilmente si appressava il giorno del gran castigo all’eresiarca. Gli abitanti del comune di Mosso e del comune di Trivero in particolare fecero un voto a Dio ed alla Vergine Madre di celebrar solenne festa ne’ giorni del giovedì e venerdì santo in memoria della passione del Redentore, prima in rendimento di grazie d’essere rimasi illesi ed incontaminati dai perversi ammaestramenti predicati dai Patareni, e d’essersi serbati fedeli alla vera dottrina di Cristo; quindi perchè loro adempiesse il lungo desiderio d’aver pronta vittoria contro quegli scomunicati.

Aggiungono le cronache, che palpabile ed improvviso ne fu l’esaudimento; chè appena terminate le sacre funzioni disparvero dalle stalle degli assediati undici buoi, e quarantanove tra capre, pecore ed agnelli, i quali tenevano in serbo per l’ultimo, loro sostentamento; che si dileguò in un fumo viscido e puzzolente il vino che in cinque vegge di vasta capacità tenevano ancora nelle loro vòlte; e che quasi da paralisia percossi i più robusti tra gli eretici, e come indozzati non fossero più da quel punto capaci d’alzar una daga, di maneggiare una scure, di tendere una balestra, ma ineguali ad ogni atto, ad ogni movimento se ne stessero tutti con le braccia immobili e penzoloni [80]. Il vero si è che questa loro inerzia era reale: la lunga fame loro avea veramente troncato ogni nerbo, domata ogni forza e ridotti all’immobilità.

I Vescovi, gli Avogadri ed i Tornielli volendo porre a profitto la rianimata fiducia dei loro soldati, e la ragionevole probabilità che niuna o poca resistenza avrebbero ancor ritrovato, nè che più a lieto fine fallirebbe la loro aspettazione, dato fiato alle trombe, mossero il 23 marzo 1307 all’ultimo assalto. Ma le forze, non affatto l’ostinatezza e la disperazione avevano abbandonati i dolciniani. Durissimi furono gli scontri, molti morti e feriti d’ambe le parti si noverarono, ed incredibilmente lunga fu la battaglia, perchè durò quasi dall’ alba sino a notte fitta.

Seduti combattevano gli eretici ed accosciati in sulle calcagna perchè non valevoli a sostenerli; ed in questo assetto non rimettevano della rabbia finché non venivano schiacciati nel luogo da essi occupato.

Entrarono finalmente i fedeli: e se mai nei petti de’ guerrieri d’allora avessero potuto albergare sensi d’umanità e di compassione verso uomini di diversa credenza religiosa, certo il miserevole quadro che si chiarì al loro sguardo era tale da trar le lagrime. Di mille e novecento e più che tra morti e vivi colà si rinvennero, appena cento avevano ancora avuto tanto vigore per prender parte in quell’ultimo conflitto, e quasi tutti erano periti.

Tra i caduti era distinto pel lurido spettacolo che presentava, quel Milano Sola, del cui atroce giuramento di vendetta abbiamo accennato [81]. Diviso da una larga ferita il petto, morto giaceva il canuto implacabile, avvinghiato con le braccia e con le unghie al morto suo uccisore, la cui mascella aveva caninamente addentata e rosa. Altri, già era buon tempo passato, spenti, colle pestilenziali esalazioni indicavano in una vasta spelonca le biche de’ loro cadaveri infraciditi.

Alcuni più misero modo ancora tenevano; vinti nel duolo, quasi più nulla curassero di ciò che loro intorno avveniva, stavano per torpida agonia cogli occhi sbarrati, fissi, e come intronati in una ineccitabile taciturnità. Piena strage si fece di quei moribondi: tutti furono messi al taglio delle spade, e feriti e donne e fanciulli, tutti [82]. Dolcino, il Segarello, e il Cattaneo in un angolo tra due macigni formato, minacciosi e squallidi di sangue e di ferite resistevano ancora, e mettevano ancor terrore in un grosso di nemici che li circondava.

Nè per nulla fu pur l’opera di Margherita in quel disperato supremo abbattimento. Stramazzò frattanto a terra il Cattaneo per un colpo di lancia nel ventre, e vuoto di forze e di sangue e già prima d’allora tutto per piaghe della persona perduto, Dolcino cadeva pure vinto e svenuto. E già alla gola gli tenevan volte i soldati le punte, quando Rainero sopraggiunse, ed in un con Margherita lo fece caricar di ferri, ed esanime strascinare nel suo campo di Trivero. Scampò dall’eccidio generale, e ne è ignoto il modo, Gherardo Segarello, complice ed aiutator principale dello eresiarca.

Per alcuni mesi ancora dopo esterminata la sua fazione si mantenne per quelle valli con qualche strupo di esuli e di raminghi. Smarrita poi ogni speranza di ripristinarsi, si ritirò finalmente sul tener degli Svizzeri e nel comune di Belleutro per le aperte sue cicatrici miseramente finì una vita trista e travagliata [83]. Fu distrutto con le fiamme e col ferro quel ripostiglio, quella tana de’ dolciniani. Cantato un solenne rendimento di grazie dal campo cattolico per la conversione ( così veniva espresso allora ) dei nemici di Dio, i due prigionieri seguiti da buona guardia prima furono obbligati di far teatro della loro miseria in tutti i luoghi della strada che da Monte Rubello guida a Vercelli.

Là giunti, fra immensa moltitudine di gente accorsa alla fama dell’imprigionamento dell’eresiarca, e per vaghezza di veder una volta da vicino e disarmato e vinto colui che già da sì gran tempo avevano riguardato con tanto enorme sgomento, fecero i captivi la loro entrata, e tradotti nel forte, e cacciati nel fondo d’un carcere. Volarono tosto i corrieri per molte parti d’Italia, e specialmente al sommo pontefice Clemente V, arrecatori del lieto ragguaglio, implorando dall’oracolo del Vaticano avviso e norma per procedere alla sentenza. La risposta non si fece indugiare se non il tempo indispensabile per percorrere l’intervallo di via che separa Roma da Vercelli, e fu, che dove principalmente i malvagi avevano commesso le colpe, e sul contado di cui fossero stati sconfitti, colà pure ne scontassero il fio. Fece il pontefice pur destramente intendere al vescovo Rainero, che sarebbe stato atto non meno di saviezza che di suo gradimento il toglierli agli esecutori dell’inquisizione, e consegnarli al braccio secolare; non sembiante di vendetta avendo allora il castigo, perchè particolarmente dagli eretici fosse stata la Chiesa oltraggiata; ma sì d’ordinaria giustizia, di legalità naturale, siccome contra perturbatori di popoli, e di governi.

Congregossi adunque in Vercelli in una delle sale del Monastero di s. Andrea un gran consiglio, con intervenimento di quanto avea in Vercelli e ne’ contorni di prelati e di monaci costituiti in gradi religiosi, di nobili, di cittadini distinti e di dottori (aggiungono le memorie, se pure ve n’erano in que’ tempi), e dopo prolissa narrazione di delitti gravi ed innumerevoli di cui gli eretici venivano incolpati, abbonendo la Chiesa, come pronunziavano Rainero e gl’inquisitori, dall’essere ministra di violenza, e dal dar di piglio nel sangue, furono dati in balìa del giudice secolare che era allora Guglielmo Tornielli, dal quale, con quelle formole e con quella precisione di procedimento compatibile colla imperfezione della giurisprudenza di quelle età, furono sottomessi alla questione [84]. Lungo ed atroce fu il martirio a cui soggiacquero Dolcino e Margherita. Ostinata e tranquilla fu la taciturnità della donna: ostinata minacciosa e superba la resistenza di Dolcino. Fra gli strazi che gli disgiungevano le membra, fra gli aculei e le tenaglie che gli laceravano le carni lentamente a brano, non alzò egli un grido di dolore, non mise un anelito sospiroso. E cosa non affatto indegna di memoria si è che il supplizio di questo eresiarca accadde nello stesso giorno ed anno in cui per ordine di Filippo il Bello furono arrestati improvvisamente i Cavalieri Templari. E cosa ugualmente singolare è pure, che l’imprecazione con cui il gran Mastro di quell’ordine chiamava al tribunale di Dio in un dato termine il re di Francia ed il papa a render conto della loro ingiustizia, siccome egli affermava, non fu che la ripetizione del medesimo scongiuro fatto quattro anni prima da Dolcino sulle arene della Sesia contra al vescovo Rainero, agli inquisitori, ed al giudice Guglielmo Tornielli citati anche da lui entro un anno a comparire innanzi a Dio.

Dall’inespugnabile pertinacia di quest’uomo, non ravvedimento non abbiura non penitenza potendo trarre i giudici; salda ugualmente standosi su le lamine roventi Margherita, furono benché inconfessi, ma per colpabilità manifesta entrambi condannati ad essere arsi vivi, Dolcino in Vercelli, Margherita da Trento in Biella [85] .

Ed importanza solenne si diede a questa esecuzione. Suonavano a coruccio le campane di tutte le chiese della città, tra le quali più distinta e più lùgubre squillava quella detta dell’Orenga, bronzo mostruosamente vasto del Comune, solito a chiamar i cittadini a parlamento, a dar indizio di qualche temuto pericolo, segno di far popolo, di mettersi in armi, d’entrar in battaglia [86]. Coi carnefici al fianco, tra una turba sterminata di circostanti, preceduti da’ vescovi e dal capitolo, dagli inquisitori e dai vari membri del santo uffizio, dal capitano del popolo alla testa di tutti gli uomini d’arme, furono condotti sull’aréna che giace sul confluente de’ fiumi Sesia e Cervo. Rinnovata loro l’intimazione, ma indarno, di rinnegare la empia dottrina, ad accrescere il rimorso, il dolore e la confusione dell’eresiarca, fu prima legata ad un palo Margherita, e senza alcuna interruzione di nuovo tormentata sotto i suoi occhi per tutto il tempo che durò il supplizio di lui. Consumato questi a lento fuoco, ne furono le ceneri gettate nel Cervo. Margherita, e n’è oscuro il perchè, fu condotta a Biella, ed ivi d’ugual morte terminò la vita sua angosciosa.

Nè senza avere eccitato nel volgo molto sentimento di commiserazione periva questa donna; prima perchè di avvenentissime forme e florida di tutte le grazie della giovinezza, sicché da tutti la bella Margherita veniva denominata; quindi perchè più traviata, fanatica ed illusa, che colpevole e seduttrice. Nè si riscosse la pubblica approvazione, anzi poco mancò che pessimamente ne incogliesse ad un tale di alto affare, ma d’animo altrettanto basso e meschino, che con motti schernendola e rampognandola, mentre spirava la percosse da codardo nella guancia! [87] Ed in que’ tempi ferini, in quelle menti procellose, codesta indegnazione di volgo fu favilla di cortesia non che di umanità. Cotal fine ebbe un’eresia, la quale, se da meno forte e perseverante animavversione fosse stata perseguita e soffocata, egli è verisimile che avrebbe potuto gravissimamente compromettere la condizione religiosa e politica in queste parti, perchè nulla mancava, il ripetiamo; a Dolcino per costituirlo uno dei capi di setta più formidabili che mai abbiano turbato le coscienze de’ semplici, e travolta la, quiete degli stati; tutta la foga egli avendo nella facondia, tutta la malizia nella interpretazione delle scritture, per cui si distinsero i più celebri eresiarchi; ed inoltre tutte le doti di non assurdo politico, di valoroso soldato, di perito condottiero. E non senz’alto avvedimento, giova il ridirlo, Dante, sovrano conoscitore delle qualità de’ suoi tempi e dell’indole de’ famosi per doti o ree o commendevoli, ispirò a Maometto le parole cotanto celebri nella sua divina commedia dirizzate al nostro Novatore. Passeremo sotto silenzio i favolosi racconti e le strane tradizioni con cui tuttora i Valligiani di Mosso, di Trivero e de’ luoghi circonvicini fanno di questi fatti befana alle femminette ed a’ fanciulli, come di scotimenti periodici, di rumori sotterranei nella spelonca già da Dolcino abitata, di grandini tutti gli anni che nel giorno del suo imprigionamento flagellano quei dirupi; di spettri, di onagri, e di fantasime che in certi tempi determinati vanno colà su nabissando. Se queste cose non servono a storica utilità, giovano a persuaderci qual profonda impressione abbia lasciato colà la dimora di codesto terribile personaggio.

Memori gli abitanti di Trivero, di Mosso, di Cogiola, di Flecchia, di Mortigliengo, di Cossato e di Crevacore de’ voti fatti anche a s. Bernardo in tempo delle loro afflizioni, sciolsero la divozione, ed alzarono un delubro in venerazione di questo Santo sulla sommità medesima del Monte Rubello, il quale venne chiamato in appresso Monte di s. Bernardo [88], da non confondersi dagl’imperiti di storie e di geografia col famoso monte di simil nome, superato al principio del corrente secolo, con fortuna pari all’audacia, da Bonaparte.

Per nulla omettere in una narrazione, la quale ci confidiamo riunire in sè quanto di sparso e d’informe contenevano le incomposte cronache di un secolo oscuro, benché colmo di avvenimenti, soggiungeremo, che la chiesetta a s. Bernardo dedicata sul Monte Rubello di figura quadrilunga innalzata dai fedeli di quelle regioni, e ciò che parrà improbabile, in sole, accertasi, cinquanta ore di tempo, godè sino a memoria de’ contemporanei di molto concorso, di ferventissima adorazione. Già ad esortazione delle podestà ecclesiastiche, o per impulso spontaneo, si era sempre santificato fino ab antico come giorno festivo anche il giorno di s. Bernardo. Ma sul cadere di non so qual secolo, essendo alquanto diminuita l’adorazione dei fedeli in quel Santuario, o per pio artifizio, o per qualsivoglia altro più lodevole suggerimento, venne la devozione de fedeli ravvivata. Osserva il compilatore da cui abbiam tratto qualcuno de’ fatti raccontati, che non più con lo zelo antico celebrandosi quella festa, ma bensì appagandosi i villani d’assistere soltanto alla Messa, e poi tutto il rimanente della giornata di dar mano a’ telai, alle marre ed agli aratri, in punizione dell’inosservanza e della mentita fede si vide per più volte in quel tal giorno un brutto animale in guisa di caprone andar vagando per Trivero particolarmente, entrare a man salva nelle case, spezzare con le corna i lanifici ed i telai dei tessitori, sgominare e mettere a soqquadro, gli attrezzi villereschi, e far altri scherzi di simil fatta, con mettere gran paura alle genti, le quali così ammonite si astennero in appresso dalle opere servili; cosa, saviamente soggiunse il compilatore, che io non tengo per certissima [89].

Così, in modo avventuroso ridotta a fine un’impresa, la quale avea mirabilmente giovato sì ad unire le discordi volontà delle autorità di queste provincie, ma per poco mancato avvea di metterne in bilico resistenza, pieno d’anni, ed anche, se non di gloria tutta sua, almeno di contento e di soddisfazione, alcun tempo dopo moriva il vescovo Raineri Avogadro di Valdengo, prima canonico, poi cantore, tesoriere, allora titolo di dignità, ordinator principale della crociata contro i Patareni [90]. Preposito, ossia Prevosto in s. Eusebio sino dall’ottantotto del secolo antecedente al fatto descritto, quindi arcidiacono, non menò per destrezza e versatilità ne’ maneggi mondani, che per una molta perizia nelle scienze teologiche, per un zelo grande, e dicasi immoderato nel difendere le immunità, veniva eletto nel giugno del 1302 vescovo a voce de’ canonici. Voller essi rimunerare in lui il merito di avere conchiusa in Piacenza con varii comuni di Lombardia un’alleanza contro Matteo Visconti [91], e far succedere un Guelfo al morto Aimone, Ghibellino quanto quell’Ubaldini, che empiamente diceva, che se ampia era, ei l’aveva perduta per la fazione imperiale: perchè tutta la sua vita favorito aveva l’oppressore straniero della sua patria, ed aiutato a desolare, a disperare la diocesi a lui affidata.

Nè andò a tutto sangue del Pontefice sulle prime l’esaltazione del Raineri, qualificata nel bollore dell’ire come temeraria, illegale, anzi scismatica; ma si venne ad accomodamento col concedere al Pontefice, che tale con lettera privata ai canonici la rimproverasse, e loro per multa la somma di cinque fiorini d’oro ricredesse, ma che subito per pubblica bolla con la suprema sua sanzione per santa avesse a convalidarla [92].

Accusato di soverchio amore verso i parenti, per arricchire i quali aveva stralciati non pochi fondi e benefizii dalla mensa vescovile, leggesi però nel concilio diocesano della chiesa vercellese celebrato nel luglio 1749 dal vescovo Gio. Pietro Solaro sotto il Pontificato di Benedetto XIV, che nel 1550, cioè 240 anni all’incirca dopo i fatti poc’anzi raccontati, il cadavere del Raineri fosse trovato incorrotto: e questo sia suggello che tolga in parte l’acerbezza di ogni oltraggiosa vociferazione.

Appendice

Cenni  biografici

intorno a Simon da Colobiano

( ***)

Simon da Colobiano era fratello di Uberto vescovo di Vercelli eletto nel 1311, ed entrambi della famiglia Avogadro. Dall’antecessore Rainero III, ugualmente Avogadro e suo zio, fu Simone nominato capitano del Comune nel 1303 onde opporlo alla fazione de’ Tizzoni, la quale aveva preso grande accrescimento per essere stata favorita nel lungo vescovado di Aimone di Chalant, che governò la cattedra di s. Eusebio dal 1273 al 1303, e che era appassionatissimo Ghibellino. L’epoca della nascita di Simone è incerta; ma siccome vien detto giovanissimo al tempo della spedizione contro Fra Dolcino, che cominciò nel 1304, così, si può supporre nato nell’85 del secolo precedente.

Inferocivano più che mai allora in Vercelli le parti Guelfe ed Imperiali, che non erano altro che un’appendice, per così dire, delle fazioni Torriane, e Viscontee, le quali laceravano Milano, state al di qua del Ticino traspiantate, perchè era gran tempo i Vercellesi accettavano i loro capitani da Milano, siccome i Milanesi spesso accettavano i loro capitani da Vercelli.

Cacciati i Tizzoni dal Colobiano (maggio 1303), si recavano a Milano coi loro aderenti, e coi Ghibellini Novaresi e Comaschi, per rimettervi Matteo Visconti poco dianzi espulso dai Torriani, e già avevano cominciato a gridare Viva Matteo quando colà inaspettato sovraggiunse Simone con soldati Vercellesi e forestieri; e ribattuti e compressi i Tizzoni, sostenne la parte Torriana, fugò Alberto Scetto Ghibellino e capitano del Comune di Milano, e vi sostituì Guido della Torre. Qui si vede che il Colobiano, già potentissimo in Vercelli, ebbe per un poco la supremazia in Milano medesima. Fu validamente aiutato in questa spedizione da Filippone Langosco conte di Lumello (v. la nota 64), il quale, oltre i suoi sudditi, condusse seco pure un nerbo d’uomini datili da Guglielmo di Monferrato, che aveva sposato nel 1296 una figlia di Amedeo di Savoia. Probabilmente i soldati Monferrini, ed una compagnia di Savoiardi, la quale Amedeo aveva data al genero per aiutarlo nell’assedio di Trino sul principio dell’anno di cui parliamo, sono que’ forestieri che abbiamo detto avere il Colobiano condotto a Milano contro i Tizzoni ed i Visconti. Nel 1304-05-06, si nominava conte il Colobiano nelle diverse fazioni che ebbero luogo contro l’eresiarca Fra Dolcino, e l’esterminio di questo si dovette specialmente al valore di Simone, ed a quello del marchese Manfredo di Saluzzo, ed ecco come. Nel 1302 questo cavaliere pretendendo il Monferrato, come erede del morto marchese Giovanni ultimo degli Alerami, investe Trino che apparteneva ai Vercellesi, e l’occupò. Corse Simone alla riscossa, e già erano per venire a battaglia i due prodi, quando essendosi frapposti Filippone Langosco e Guido della Torre dianzi nominati, e rappresentando al Saluzzo quanto sconcio arrecherebbe alla santa guerra contra Dolcino la contesa che egli aveva suscitata contra Vercelli, il pio quanto forte guerriero non solo desistette dall’impresa, ma restituito Trino, giunse le sue armi con quelle del Colobiano, e di concerto le adoprò contro l’eresiarca, fino a che non l’ebbero distrutto. Nel 1311 Enrico VII di Lucemburgo, presa in Milano la corona di ferro, scacciati i Torriani, e rimessi in seggio i Visconti, spedì in Vercelli il conte Gualtiero d’Amberg, affinchè ivi togliesse ai Guelfi il comando, e richiamasse i Ghibellini. Disuguale di forze il Colobiano dovette cedere al tempo. Spogliato del grado di capitano del popolo, e spinto in esiglio, ebbe per successore Sirando Tizzone. Lo storico Signa qui commette un errore, affermando che Enrico abbia dato il governo di Vercelli a Girolamo della Torre, il quale era Guelfo ed amico del Colobiano. Nel 1312 Uberto vescovo di Vercelli, sdegnato dell’ingiuria fatta dall’imperatore a suo fratello Simone Colobiano, cominciò le sue pratiche con Roberto re di Napoli: lo chiese di aiuto per affrancar la città dal giogo de’ Ghibellini. In questa lega o cospirazione entrò pure Filippone Langosco, che eguale ingiuria aveva patito, fuggitivo pur egli da Pavia di cui era capitano. Il vescovo Uberto, per cattivarsi meglio il popolo di Vercelli, ed eccitarlo a ribellarsi, investì la città di tutta la giurisdizione civile e criminale, riservandosi solamente le appellazioni, la cognizione de’ duelli, il diritto di far la guerra, le restituzioni in integrum, ed i contratti di vedove, e di minori. Questa investitura già quarantaquattro anni prima operata da altro vescovo, e poi in dissuetudine, fu fatta nella persona di Andrea della Rovere podestà, ed alla presenza della Credenza, e dei Canonici, tra quali Giacomo di s. Giorgio Arciprete, Pagliano di Casanova prevosto, Giorgio di Guaregna cantore, servo di Dio Alciati Giovanni d’Albano, Delfino Vassallo ed Antonio Della Villata consoli della giustizia, i quali per mandato del Comune prestarono giuramento. Nel 1313, scoppiata la sollevazione in Vercelli, ed aiutata dal re Roberto, Riccardo Tizzone ed i Ghibellini furono alla lor volta scacciati, e Simone ristorato coi suoi nel comando e negli averi. Udito questo fatto, Enrico Imperatore, che trovavasi allora in Pisa, tenne tribunale li 14 di luglio, ed alla presenza di Amedeo conte di Savoia, d’Enrico conte di Fiandra, e di altri maggiorenti, condannò le città di Vercelli e di Pavia di ribellione. Ordinò che fossero distrutte dalle fondamenta, ne dava il territorio al primo occupante, condannava a morte e concedeva l’impunità a chi avrebbe ammazzato gli infrascrtti: Enrico di Quinto Ardicino e Guglielmo fratelli di Vittignè, Filippo ed Arduino fratelli di Guavegna, Simone e Guglielmo da Balzola, Guglielmo di Valdengo, Giacomo di Curione (o Cerrione, che non è ben chiaro), Francesco Emanuele, Giacomo Uberto Biamini di Arborio, Uberto Lanfranco di Pettinate, Giacomo di Carisio, Mattia Montanaro, Pietro da Robbio, e Pietro Bendino Alciati. Questo decreto fu l’ ultimo che promulgò Enrico di Lucemburgo, perchè pochi giorni dopo morì a Buonconvento, come è noto. Nel giorno 13 dell’ anzidetto mese aveva investiti i Tizzoni del feudo di Crescentino.

Nel 1314 guerreggiossi tutto l’anno dai Guelfi contra Matteo Visconti, che voleva introdurre i Tizzoni in Vercelli. Gli alleati Guelfi erano i Pavesi, i Vercellesi, gli Alessandrini, gli Astigiani, il Langosco ed Ugone del Balzo luogotenenti del re Roberto (cioè condottiere di truppe spedite da quel Sovrano in soccorso de’ Guelfi.) Nel 1322 Lodovico il Bavaro, eletto imperatore, mandò aiuti ai Ghibellini. Furono rotti in una gran battaglia i Guelfi alleati. Uberto vescovo di Vercelli, Simon Colobiano suo fratello, e Filippone Langosco caddero prigioni in mano di Matteo Visconti, e condotti a Milano. Quindi precipitarono forse per l’accennato sinistro le cose Vercellesi. I Casalaschi si ritirarono dalla lega, il conte di Massino si sottrasse dalla giurisdizione di Vercelli a cui aveva giurata sudditanza, anzi le tolse il castello di Maglione.

Quattro anni stettero prigioni in Milano Uberto vescovo e Simone Colobiano. Scamparono nel 1327 per un inganno che fece Uberto ai carcerieri, e furono entrambi ricevuti con acclamazione dal popolo di Vercelli che era stanco de’ Tizzoni. Questi si esigliarono volontariamente. Uberto concepì il disegno di comporre le discordie intestine di Vercelli perchè temeva le discesa in Italia dell’imperatore. Simone Colobiano esortava il suo amico Guido della Torre perchè andassero uditi, ad incontrarlo a Torino dove gli aveva invitati a trattare un accordo con i Ghibellini.

Le condizioni offerte specialmente a Simone erano lusinghiere. Matteo Visconti capo dei Ghibellini Milanesi assicurò il grado di capitano perpetuo del popolo per lui e suoi successori, purché desistesse dall’aiutare Guido della Torre, e non s’intromettesse più nelle cose di Milano. Ma rifiutò il Colobiano, non sì per l’ amicizia che lo stringeva a Guido, quanto perchè non si fidava nè di Matteo nè dell’imperatore, i quali poco prima colle medesime blandizie avendo tratto a Torino Riccardino figlio di Filippone Langosco fidato al principe di Acaja, era stato ritenuto prigione. Andarono tuttavia a Torino il Colobiano e Guido, ma con numerosa scorta di cavalli per loro sicurezza. Colà, alla presenza dell’ imperatore, Matteo avendo fatto pace co’ suoi nemici, il solo Simone ricusò, nè volle riconciliarsi nè con lui nè coi Tizzoni, negando di riconoscere la superiorità dell’imperatore su Vercelli, allegando essere questa città di giurisdizione ecclesiastica, e feudo di santa Chiesa.

Questo avvenimento tratto dai diplomi di casa Avogadro di Cerrione, benché registrato nel 1320, si deve recare nel 1313, ed al tempo di Enrico di Lucemburgo. In questo stesso anno Galeazzo e Marco Visconti assediarono Vercelli con 2000 cavalli, e 12000 fanti. Uberto vescovo scrisse al papa per essere soccorso, e finì la sua lettera con queste parole: pro Deo et per Deum venite et succurrite. Tardando gli aiuti, e dopo di aver sostenuto un assedio di otto mesi, fu espugnata Vercelli. Peggio dei Turchi operarono i Ghibellini, dicono le memorie, in questa occasione: tanta fu la strage. Per vendetta si distinsero Riccardo Tizzone, e Suino Sinamonte. Tra i prigioni cadde una seconda volta Simone Colobiano, e condotto a Milano.

Nel 1322 il tristo governo di Galeazzo figlio e successore di Matteo destò a tumulto i Milanesi, i quali, spalleggiati da Raimondo di Cardone, si ribellarono, e si vendicarono per poco tempo in libertà. Fu liberato Simone, il quale o pei patimenti sostenuti nella prigionia, o per veleno lento somministratoli, poco dopo esser giunto a Vercelli terminò una vita gloriosa e travagliata. Fu sepolto nella Chiesa di s. Marco, ed il suo corpo fu trovato nel 1575. Era stato nicchiato nel muro a guisa degli Egiziani di alto affare, ritto in piedi ed armato di tutto punto. Il suo stocco fu presentato ad Emanuele Filiberto.

La gioventù, così lessi in un autore, lo manifestava animoso, la nobiltà giudizioso, la consanguinità generoso; le sue forze furono tremende, il nome spaventevole, l’ardire intrepido. Indefesso per la Chiesa, caro ai pastori della Chiesa, ammirabile ai nemici della Chiesa. Co’ Pavesi ed altri popoli della Lombardia si unì in favor de’ Torriani, contrappeso il potere dei Visconti, confuse l’alterigia de’ Monferrini. Il suo nome divenne così famoso, che non solo in Italia, ma nella Francia e nella Germania fu piuttosto ammirato che sentito - sapevasi che da’ lioni non nascono conigli - con la spada in mano sembrava Marte ecc. ecc. e via via, prosegue il buon secentista colla medesima castità e temperanza di stile.

Note

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[1] Biscioni Cod. I.

[2] Ibid. Cod. II.

[3] Ibid. Cod. I.

[4] De don. Cod. I.

[5] Benin. Riv. It.

[6] Mod. hist. Vercel.

[7] Bis. Cod. I.

[8] MSS. Arb.

[9] Ibid.

[10] Bis. Cod. I.

[11] Sism. Rep. It.

[12] Mur. Ant. It.

[13] MSS. Gatt.

[14] Bis. Cod. II.

[15] Brang. Vit. Fred.

[16] Mod. hist. Vercel.

[17] Bis. Cod. II. 

[18] Mod. hist. Vercel.

[19] Den.- Sism. - Sig. 

[20] Pert. Dif. di Dante.

[21] Dur.-Bisc. Cod. I.

[22] ibid.

[23] MSS. Vercel; n.I.

[24] Ibid.

[25] Con. Verc.

[26] Mod. hist. Vercel.

[27] Dur.-Den.-Sig.

[28] Gibb. Hist. Rom.

[29] MSS. Vercel. n.° II.

[30] Ibid.

** vedi la breve biografia in appendice.

[31] Mod. hist. Vercel.

[32] Dict. Con. - Doveva essere pur molto l’accorgimento de’ poveri di Lione, e loro correligionarii e settatori i Dolciniani nel tener occulti vizi e corruttela, perchè l’apparenza di pietà in paragone di tutti gli altri eretici viene da gravissimi storici in essi testificata. Leggiamo nel libro di Rainero Sacco inquisitore, conservato da Giovanni Gretzer nella Biblioteca de’ Padri, che le ragioni che quasi rendevano ardua la loro conversione erano: che la loro setta fosse la più antica, la più estesa, e che aveva maggior mostra di pietà: Inter omnes sectas, dice quel Padre, quae adhuc sunt vel fuerunt, nulla fuit perniciosior Ecclesia quam Leonistarum (così si chiamavano ), idque tribus de causis prima est, quia diuturnior omnium, aliqui enim dicunt quod duravit a tempore Sylvestri, aliqui a tempore Apostolorum; secunda, quia generalior, fere enim nulla est terra, in qua haec secta accepta non sit: tertia, quia cum omnes alias sectae immunitate blasphemiarum in Deum audientibus horrorem inducant, haec magnam habet speciem pietatis, eo quod coram hominibus juste vivant, et bene omnia de Deo credant, et omnes articulos qui in symbolo continentur observant: solummodo Romanam Ecclesiam blasphemant et Clerum. Che traessero il loro nome sotto cui furono più conosciuti non da Valdo, ma piuttosto dalla parola Teutonica Wald, foresta, perchè perseguitati si appiattavano nelle boscaglie, si conghiettura da un antico MSS. che si conserva in Cambrige, e che ascende al 1100, cioè settant’anni prima che si udisse il nome di Pietro Valdo, nel quale codice si leggono i seguenti versi in dialetto Provenzale:

Que non vollia maudire, ni jura ni mentire

Ni avoutrar, ni aucire, ni penre de l’autrui,

Ni venjar se de li sio ennemie,

Illi dison quel es Vaudès, e degne de murir.

Col volgere de’ secoli però sembra che la credenza de’ Catari o Patareni, o Valdesi, o Albigesi, o Pauliciani o Dolciniani che vogliano denominarsi, siasi grandemente alterata. Se dietro la testimonianza addotta dall’Inquisitore Rainero Sacco, i primitivi in nulla dissentivano dalla religione, ed osservavano tutti gli articoli nel simbolo contenuti, tranne il loro dir male della Chiesa Romana e del Clero, li vediamo, nell’erompere della Riformazione in Germania, far causa comune con tutti gli eretici del secolo XVI.

I Valdesi del Piemonte, senza alcun dubbio discendenti da’ Dolciniani, spedirono nel 1530 un Giorgio Morel del Delfinato loro predicatore, ed un Pietro Latomio Borgognone per conferire con Bertoldo Haller a Berna, con Oecolampadio a Basilea, e con Bucero e Capitone a Strasburgo. Quali fossero i loro sentimenti e la loro formola di fede apparirà da quanto codesti inviati dichiararono ad Oecolampadio. « Credimus, affermavano, etiam sacramenta sacrae rei tantummodo esse signa, aut invisibilis gratiae visibilem formam, bonumque esse hujusmodi signis et forma numquam non, si fieri possit, fideles uti; hos tamen citra hujusmodi signa et formam posse fieri salvos tenentes » Scult. Tornati nelle loro valli i deputati, congregarono un Sinodo nelle valli d’Angrogna, dove convennero tutti i loro confratelli sparsi nelle estremità d’Italia, e nella Puglia e Calabria spezialmente.

[33] Mod. hist. Vercel.

[34] Lucr. hist. Franc.

[35] Gibb. hist. Rom.

[36] Dub. v. de Mah.

[37] Dip. Verc.

[38] MSS. Avog.

[39] Mod. hist. Verc.

[40] Dipl. Verc. passim.

[41] Mod. hist. Vercel.

[42] Dipl. Vial.

[43] Mod. hist. Vercel.

[44] Ibid.

[45] Bisc. Cod. II.

[46] Mod. hist. Vercel.

[47] Boll. Rom.

[48] MSS. Avog.

[49] Bisc. Cod. I.

[50] Benvenuto da Imola: proh dolor! in hoc tempore infelicitas mea me deduxit ut viderem hodie miseram Italiam plenam barbaris et socialibus omnium nationum. Hic enim sunt Anglici, Alemanici furiosi Hungari immundi, qui omnes currunt in perniciem Italiae, non tam viribus quam fraudibus, et proditionbus Provinciae vastando, et urbes nobilissimas spoliando. Le città ed i Principi non se ne esentavano che a forza d’oro. Si aggiunga il mal esempio cagionato in Francia ed in Fiandra da’ villani detti Brabunzones (Brabunçons) dove avevano vendicato su' loro feudatarii i mali e le ingiurie sofferte,  per cui anche di qua de’ monti tutto si riempì di rapine, di violenze e di confusione.

Un’eclissi avvenuta nel 1305 nell’ultimo di gennaio servì non poco ad accrescere in Lombardia la comune trepidazione, et quia nesciebant quid facere propter timorem coeli, così leggesi, quasi omnes civitates elegerunt quatuor consules expectantes mortem et judicium. - Che cosa quatuor Consules potessero fare contro il giudizio e la morte non è chiaro. - Quindi una grandissima fame, fames valida et pestis monstruosa di cui ecco qualche memoria in un antico instromento segnato de Balcheriis, forse de Bicheriis. « Notum sit omnibus praesentibus et futuris, quod anno 1505 fuit fames valida in regionibus Alemaniae, Olandae, Flandriae, Pannoniae, Angliae, Francia, Italica, et praesertim Longobardiae, talis quo similis non est a saeculo audita, quia granum quod caperet ordinaria mensura vendebatur XV grossis turonensibus, et pinta boni vini ad mensuram nostram in nostris locis vendebatur tribus grossis turonensibus; et tantum duravit dicta fames, quod aliquo praetio frumentoni et avena et vinum non inveniebatur, et haec acciderunt ex abundantia pluviarum, quia in diebus illis pluvia de coelo non cessavit, ex quibus pauperes inumerabiles obierunt fame, et inveniebantur in viis et plateis mortui sicut canes. Post haec epidemia seu mortalitas supervenit tam divitibus quam aegenis, et qua tertia pars virorum et mulierum supradictarum regionum obierunt, et maxime potentes et fortes qui non timebant mortem nec Deum nec Papam; et tot moriebantur quod quasi non inveniebatur terra ad sepeliendum, et hoc verum est quia multi habitantes in aliis locis veniebant huc et apportabant pestem; et omnes dicebant: ecce finis mundi.

Fu in qaesti tempi calamitosi che morì un Guglielmo di Massino, qui ab omnibus dicebatur sapiens, ed a ragione, perchè dal brano di testamento che qui giova recare, si conoscerà, per lo stile, per le citazioni, allusioni ed erudizione biblica e classica, essere stato uomo molto notabile, ed a paragone de’ suoi contemporanei sì laici che ecclesiastici, e sovratutto per feudatario affetto degno di osservazione. Ecco:

PRAECEPTA

data filiis meis pro meo testamento.

Ego Guglielmus de Maxino, cum essem, annorum sexaginta, ignorans finem meum, nolens intestatus decedere, domi natos meos infrascripta mandata, dum viverem, functus mentis et corporis sanitate eisdem praecepi in cunctis diebus suis ut semper in haec eorum corda sint fixa. Primum ut dominum Deum timeant et praeceptis ejus obediant, et ultra illum, alium timere non debeant, qui potest et corpus et animam perdere in gehennam, sicut scriptum est in Luca. Matri eorum honorem conferant, et cunctis diebus servant ei: memores sint quantum passa est in utero propter eos, et multa mala in eos nutriendo: scriptum est enim in Exodo: honora patrem tuum et matrem tuam. Obediant et fideles sint civitati propter Maglionem ( castello di cui erano stati investiti dal Comune di Vercelli ) et cunctis viribus resistant omnibus pugnantibus contra ipsam, eo quod scriptum est in Catone: pugna pro patria. Officia capitanei civitatis pro posse suo vitare debeant, quia multos mendicare vidi hoc officium sectantes, ac etiam mihi nocuit prout scio. 3.° A medico juvene caveant, et eorum violentas medicinas sumere ne praesumant. 4.° Si eorum itinera erunt per loca longinqua non vitent etiam sociari ad mensam villicorum: sed pauci sint eorum sermones: qui se umiliat exaltabitur. 5.° Si tribulati fuerint in personis et bonis, patientes sint ad omnia, quia per multas tribulationes oportet nos intrare in regnum Dei. 6.° Ex divinis scripturis novis et antiquis studeant, et fabulas scriptas, et romantias provincialium vitare debeant, quos semper odio habui; sed potius in Catonis studio se exerceant dicentis: discere ne cesses, quia vera sapientia crescit. 7.° Eorum antiquos amicos et patres ne dimittant, sed semper sint fideles. Justi, et misericordes sint et eleemosinarii: de re perdita non doleant, de recuperabili doleant » Certo che troncando sul migliore questo curioso, documento obbedisco piuttosto al dovere della brevità che mi ho prescritta, che alla voglia di non far cosa grata a chi non ha a schifo la semplicità, e quello che è ancor più raro a trovarsi in quel secolo tenebroso e fiero, sentimenti che sarebbero di gloria alle età più colte, e questi in uomini cresciuti fra l’armi, fra gli odii, fra le vendette, ed in questa parte d’Italia dove forse più che altrove erano i potenti meno avvezzi, non che a predicar queste sante massime, ma ad ascoltarle. Ed in tempi in cui (di questa parte d’Italia favelliamo) multi monasteria violabant, occidebant, et nolebant pacificati nisi ex burla; et Petrus de Brusatiis interfecit illum de Torniellis, dicens: ego volo te occidere, et ille de Barbavariis conculcavit pedibus Joannem de Brutiis in media platea, et omnes potentes facti erant Carnifices amicorum. Et Bogus de Titionibus perforavit gladio Jacobum Vialardum qui remansit mortuus in Ecclesia s. Mariae: et filius Francelli de Arboreis interfecit Niculinum de Alciati, et incidit duos digitos de manibus mortui, et eos transtulit in domum suam ad facere videndos amicis suis. E molti di questi uccisi ed uccisori appartenevano pertanto alle medesime fazioni, e se non erano fratelli di sangue lo erano di patria! Ex Cod. Malef. Com. Fere.

[51] Ber. Brev.

[52] Murat. Ant. It.

[53] Flucry Hist. Eccl.

[54] Ibid

[55] MSS. Vial.—Viene quasi in tutte le storie scritto, che le punizioni legali contro coloro che men sanamente intendevano in fatto di fede, siano state primamente messe in vigore dal Pontefice Innocenzo III. Ma ottocento anni addietro delle ugualmente severe erano e contemplate e fulminate dalle leggi di Teodosio. L’ottavo giorno delle calende di marzo dell’anno 407 Onorio aveva fatto una legge indirizzata al Senatore Prefetto del Pretorio (l. 4, cod. Theod. de Heret.) indicate le pene contro i Manichei ed i Priscillianisti, di confisca di tutti i beni, incapacità di donazione attiva e passiva, di ricerche dopo la morte, di punizione contro chi celasse le loro assemblee. Nel medesimo anno 407 il giorno 15 di novembre (1. 19, cod. Theod. de Pag.) uscì una legge diretta a Curzio Prefetto del Pretorio d’Italia, che conferma le precedenti contro i Pagani, ordinando che si togliessero le rendite de’ tempj, che si abbattessero gli Idoli, e gli altari. - Tutte queste leggi, ed altre che ommettiamo furono promulgate in ringraziamento al Dio degli eserciti per avere ai Romani data vittoria su Radagaiso Pagano.

Ora Innocenzo Papa aveva ricordato agli imperatori, siccome successori, come dicevano, degli antichi Romani, il dover loro di risvegliare le prescritte norme già da’ primi Sovrani cristiani esercitate per mantener puro ed illeso il candore della dottrina evangelica. - Ma certo, qualunque sia stata la severità delle encicliche del Vaticano in que’ tempi, cedevano di gran lunga a quella ne’ monitorii imperiali manifestata in questo genere contro gli eterodossi Quelle che ci rimangono del Barbarossa, di suo figlio e del secondo Federico, bastano a scaltrire i più impersuasivi; mentre non vi si vede ombra di quella caldezza di zelo che, se non giustifica sempre, spiega almeno le acerbe animaversioni, trovandosi invece, in quelle degli Svevi, dettate da puri accorgimenti politici e da codarda condiscendenza, una freddezza che dispera, una voluttà di sangue e di rapina che costerna. Non saremo di tanto arditi per entrare nella questione già mille volte e fino a sazietà reiterata, se le guerre contro gli infedeli e per causa di religione siano tornate a scandalo od a edificazione, ad utile o a detrimento. Diceva solo, che ad imitazione de’ Gentili, e de’ Romani specialmente, che nella imminenza di una guerra pericolosa, o per iscongiurare una pubblica calamità, per terrore insomma, sacrificavano o due Greci o due Galli, o due di qualch’altra nazione; i laici pure ne’ secoli cristiani infierivano maggiormente contro gli eretici, quando male volgevano per loro gli affari temporali, quando una cospirazione di stati nemici, o la ribellione de’ sudditi li poneva sopra pensiero, ed il loro trono a repentaglio.

I Pontefici al contrario avanzavano in vigilanza contro gli errori religiosi quando anzi crescevano in potere, consolidavano la loro sede, ampliavano la loro supremazia. Il coraggio adunque negli uni ne fu la cagione, la codardia negli altri: perchè i primi, anche nelle contingenze nelle quali meno prosperi si mostravano gli avvenimenti, quando per fughe o per guerre erano in forse dello stato e della vita, nulla rimettevano del loro tenace coraggio, della loro indomita fierezza: come si vide Bonifacio VIII, captivo e percosso rimproverare con fermezza imperturbata a Sciarra Colonna il suo tradimento, al Nogareto l’infamia ereticale de’ suoi antenati: i secondi, cessato il timore, accarezzavano que’ medesimi eterodossi i quali pochi giorni prima avrebbero dannati all’esiglio, alla confiscazione, al rogo. In una parola: negli uni era convincimento, negli altri indifferenza barbara, politica versatile ed invereconda. E qui piace raffrontare due personaggi di diversa ma di somma celebrità, i quali metteranno in più chiaro lume la ragionevolezza della nostra affermazione. Vediamo un Simone di Monfort, la cui memoria da alcuni biografi viene a cielo commendata, da alcuni altri dannata alla universale esecrazione, comandare, senza che un viscere gli palpitasse nel petto, la morte e la mutilazione di quanti prigionieri gli si arrendevano per patto, dicendo, che egli era un mancar di fede il serbar fede a coloro, che non avevano fede. Appoggiato a questo bisbetico bisticcio a migliaia faceva precipitar nelle fiamme e uomini e donne e fanciulli Albigesi. Ma qual era la sua persuasione in fatto di credenza religiosa? Dobbiam credere che non l’avesse meno contaminata di coloro ch’egli perseguitava ed uccideva, mentre dal Legato Pontificio dello stesso Innocenzo III fu pubblicamente scomunicato! Raffrontiamo a questo un altro di ben diversa fama e persuasione.

Passando S. Domenico senza niuna precauzione al mondo a traverso il paese degli Albigesi, i quali non ignorava quanta avessero esacerbazione e desiderio di vendetta verso il suo ordine particolarmente, all’improvviso cadde in mezzo di costoro. Non hai paura di morire? gli dissero: ma sai che sei nelle nostre mani? « L’Atleta del Signore, » così scrisse il B. Giordano suo compagno che ne lasciò la vita, infiammato d’ardore pel martirio, rispose: « Se la vostra intenzione è di farmi morire, io vi pregherei di una grazia, e questa è di non terminare troppo presto il supplizio, di non uccidermi ad un tratto, ma poco a poco, ed un tormento dopo l’altro; di mutilare successivamente le mie membra, e pormele innanzi agli occhi, e di lasciare allora che il mio corpo così mutilato si ravvolga entro il proprio sangue sino all’istante in cui stimiate di uccidermi ». Negli uni adunque, concludiamo, era coraggio e convinzione; negli altri codardia, barbara indifferenza, e ragione di stato versatile ed invereconda.

[56] MSS. Fior.

[57] MSS. Avog.

[58] Mod. hist. Vercel.

[59] Guerres d’Espagne,  1808, 1809, 1810, 1811.

[60] MSS. Fior.

[61] Bisc. Cod. II.

[62] MSS. Vial.

[63] MSS. Avog.

[64] Mpd. hist. Vercel. - Molta fiducia avevano posta gli alleati su Filippone Langosco, perchè quattro anni prima ai fatti descritti ne avevano sperimentato, specialmente i Vercellesi, il coraggio e lealtà. Trovandosi questi sotto Galeazzo Visconti loro capitano, furono talmente accorati dalla mala signoria, incredibilmente avaro, violento e libidinoso, che, fatta una tacita e molto ben guidata cospirazione, determinarono di levarsi dalla cervice un giogo che loro era ornai divenuto incomportabile. Chiamarono in loro soccorso Guglielmo di Monferrato, tenuto allora pel migliore uom d’armi di queste vicinanze. Il marchese, come genero del marchese di Savoia divenuto nel 1296, trasse con sè gli aiuti dello suocero: ma più di tutto loro furono efficaci quelli di Filippone, mercè i quali giunsero a scacciare il milanese, ed a rivendicarsi in libertà. Vero è, che non fu di lunga durata questo loro trionfo. Discioltasi la lega, siccome presto e sempre succedeva allora, l’espulso in aprile ritornò il 5 agosto dell’anno medesimo più insolente e più tristo di prima; fece scontare a prezzo di lagrime. e di sangue la breve letizia che i Vercellesi menarono di lui; nè più badando ai nemici che a’complici, i quali lo aiutarono a rientrare in Vercelli (ed è inutile il citare il nome di questi ultimi) fu di sanguinoso documento a chi tradisce i suoi per farli servi a’ nemici. ’

Il borgo di Lumello era stato ottenuto dal padre di Filippone in feudo dall’Imperator Federico nel 1164 in premio de’ servigi prestati contro la Lega Lombarda: donazione che, quantunque sottoscritta in S. Salvatore, luogo cospicuo posto tra Casale ed Alessandria, in tempo di una breve gita che colà aveva fatta il Barbarossa, pure da Beccaria veniva contrastata come ingiusta, surretizia ed illegale.

Di questo illustre personaggio trovasi ne’ Codici del Biscione (**),tom. I. pag. 138, e tom. IV. pag. 115, una promessa fatta nel castello di Pontestura da Manfredo, marchese di Saluzzo, governatore del Marchesato, e della terra del Monferrato e della eredità del defunto marchese Giovanni, col consenso degli Ambasciatori e sapienti del luogo di Trino, e ad instanza del comune di Pavia verso il comune di Vercelli, di stare all’arbitrio e sentenza da proferirsi dal signor Filippone di Langosco Conte Palatino, e da Guidone della Torre, arbitri eletti sopra le controversie vertenti tra detto marchese, ed il comune ed uomini di Vercelli, in dipendenza del luogo, distretto e giurisdizione di Trino, e sue pertinenze. Rogato Oltrana, De Olcheria e De-Bazzoli.

Altra nel tom. I. pag. 141, e tom. IV. pag. 117, fatta nel Castello di Moncalvo dal marchese suddetto a nome del Marchesato e successori nel Monferrato, col consenso de’ vassalli e castellani di detto Marchesato, ad effetto di accettare l’arbitramento suddetto in dipendenza della promessa suddetta. Rogato Giacobino De-Bora e De-Bazzoli.

Quindi nel tom. I, pag. 145 tom. II, pag. 119. Promessa fatta dal comune di Vercelli di stare all’arbitramento di detto personaggio. Rogato Giacomo De-Azario, Filippo De-Pulinco, Bertolino e Bartolomeo De-Bazzoli.

Ne’ medesimi Codici, tom. IV, pag. 114, Precetto fatto da Marco Lombardo, Console di giustizia di Pavia, al Notajo Opizzo De-Olcheria, di autenticare le particole del testamento di Giovanni marchese di Monferrato, rogato De-Ricobono, pel quale ha raccomandato tutte le sue terre e marchesato alla custodia o governo del comune di Pavia; del marchese di Saluzzo e del conte Filippone De-Langosco, conte di Lumello, ad effetto quello governino sino alla venuta degli eredi.

In ultimo tom. 1a pag. 108. Ribello presentato dal comune di Vercelli agli arbitri suddetti, per cui fa iattanza li venga restituito il possesso del Borgo e territorio di Trino, di cui era stato spogliato ingiustamente dal marchese Giovanni di Monferrato.

Né qui finirono le controversie su Trino, perchè quel luogo fu ancora per un secolo soggetto di lunghe contestazioni.

 (**) Così detti da Lodovico il Moro (soprannominato per la sua corta fede, e pel suo cupo accorgimento politico il Biscione), che li fece compilare nel tempo del suo dominio in Vercelli. Vasta e preziosissima raccolta de’ più antichi ed autentici documenti de’ secoli di mezzo, ed unica in Italia: copiosissima miniera di fatti, ignota al Sigonio ed al Muratori, e tuttora inesplorata, da cui raccogliemmo tutte le più importanti notizie della nostra narrazione, certi che più valide testimonianze, e più nuove non ci potevano venire suggerite.

[65] MSS. Fior.

[66] Mod. hist. Vercel.

[67] Mod. hist. Vercel.

[68] Dipl. Verc. n.° III.

[69] Hist. Bug.

[70] Bisc. Cod. III.

[71] Mod. hist. Vercel.

[72] MSS. Vial.

[73] MSS. Arb.

[74] Ibid.

[75] Dipl. Ver. n.° IV.

[76] Bisc. Cod. II.

[77] MSS. Avog.

[78] MSS. Gatt.

[79] Mod. hist. Vercel.

[80] MSS. Fior.

[81] MSS. Vial.

[82] Ibid.

[83] MSS. Avog.

[84] Mod. hist. Vercel.

[85] Ibid.

[86] Bisc. Cod. I.

[87] MSS. Quar.

[88] Rechiamo le medesime parole, e senza mutarvi sillaba, da noi trovate in una memoria sul voto che sciolsero gli abitanti de’ paesi indicati nel corso della narrazione, per essere stati liberati da’ dolciniani, e come quella pia deliberazione sia col tempo caduta in dissuetudine.

« La quantità di grano, cui si era obbligato a contribuire favorevolmente il popolo di Trivero per far tanto pane, e distribuirlo per carità, come si è sempre fatto ( finché durò ), consisteva in una mezza emina di segla, o nel valore di lire una di Piemonte, che pagava chi non aveva il grano. Ed affinchè un tal voto avesse permanenza perpetua, come s’intendeva detto popolo, ed affinchè la negligenza, e poca cura dei particolari nel pagare annualmente tal quota, non rendesse inrito il voto, fu rimesso l’affare in mano alla comunità di Trivero e Portola, quali ciascuna, ogni anno, eleggevano una persona col nome di confrario, o come diressimo noi priore, qual confrario aveva l’ispezione di fare, che detta carità venisse eseguita. Tale elezione si faceva subito la settimana dopo passata la detta festa di S. Bernardo.

Eletto il confrario, portavansi alla casa dell’eletto quattro persone di comunità, il confrario scaduto, ed il segretario della medesima, ed andavano a portarli l’emina, ossia la misura della mezza emina, e pregare quel particolare a voler accettar tal impiego, che li veniva addossato dalla comunità; e ben di rado si trovava chi negasse d’accettarlo, avendo per altro la comunità riguardo nel far l’elezione di nominare una persona comoda, e benestante.

E siccome la comunità di Portola non è così ampia, e numerosa di famiglie come quella di Trivero, così ella aveva vari cantoni, e borgate nella comunità di Trivero, sulle quali aveva diritto di esigere l’emina di segala per fare detto pane, acciò la cosa fosse distribuita con eguaglianza,

Eletto il confrario, e dal medesimo accettato tal impiego, era suo dovere nel mese di agosto, e susseguenti sino ad aver terminata la colletta, prendersi insieme tre o quattro altre persone con vari sacchi, e colla nota dei particolari alla mano, che le veniva rimessa dalla comunità, andar di casa in casa raccogliendo tal quota di grano, ed indi farla trasportare in luogo sicuro insino al tempo di macinarlo e cuocerlo, e se alcuno era renitente nel pagare tal quota, dopo averla addimandata più volte, detto confrario, unitamente alla comunità e segretario, senza precedenza d’alcun atto giuridico, erano in diritto d’andare ad esecutore quel particolare che era moroso.

Arrivato il mese di maggio, il confrario chiama i Mugnai, e loro dà tanti sacchi di grano a macinare senza prender motura, locchè serve a pacare la loro quota, e se avviene averne di più dell’importare per la quota loro, macinano non dimeno a gratis, e per carità: il resto, la condotta dal mulino a casa e da casa al mulino resta a spese del confrario, ma per lo più ciò si faceva per carità, e senza paga dalle persone della borgata in cui era il confrario, come pure la condotta e provvista nei beni comuni del bosco necessario per cuocere il pane si faceva da’ lavoranti per la sola vittuaria somministratali del confrario. Verso la fine di detto mese, circa tre settimane avanti la festa di S. Bernardo, si cominciava e proseguiva a far cuocere il pane, così che tre giorni avanti la festa tutto era cotto, e preparato.

Cotto, e preparato detto pane, tre o quattro giorni avanti della festa, chiamavasi il paroco a benedir quel pane, e per suo incomodo aveva due pani. Fatta tal benedizione, era dovere del confrario farlo condurre sulla cima del monte di S. Bernardo, per la cui condotta era in diritto di comandare a chiunque de’ particolari, che avesse avuto bestie da soma nel distretto ciascuno di sua comunità, e precettati sotto pena pecuniaria a far un viaggio per ciascuna bestia carica del detto pane, facendo condurre il rimanente a sue spese. Come pure era a carico del confrario cercar gente a far la guardia giorno e notte, e custodire il detto pane in detta chiesa di S. Bernardo.

Condotto il pane al detto monte la sera avanti la festa, oppure la mattina per tempo, mentre andavano le processioni, assistenti le persone delle due comunità, e dei segretari, bilanciavasi dai due confrari, o  da’ loro commessi tutto il pane dell’una e dell’altra parte, e si compartiva in maniera, che vi fosse l’eguaglianza ad amendue le parti. Era pure obbligo dei confrari cercare, e precettare centocinquanta o duecento uomini caduno, quali erano obbligati, come dicevasi volgarmente, andar far il cane, cioè armarsi di lungo e grosso bastone, portarsi alla mattina di S. Bernardo per tempo al detto monte, e in distanza di quaranta o cinquanta trabucchi dalla sommità del monte cingere tutto all’intorno la montagna, e riparare che niuno entrasse, od uscisse defrodando i distributori del pane col prenderlo più volte; epperciò tutti dovevano passare per le due bocche ove erano le persone di comunità e li confrari, alle quali sole si faceva la distribuzione; e chi aveva ricevuto il pane entrava dentro al circolo, e non li era permesso di uscire, sin a tanto che,  entrate tutte le processioni e le altre genti che venivano, non vi era più persona da entrare: davano in allora la libertà di uscire dal circolo a tutta la gente. Lo che seguiva circa due ore dopo la levata del sole, essendo in quell’ora tutto terminato, così che si può dire, che alle ore dodici d’Italia tutte le genti di Trivero e Portola, che erano i più vicini dal detto monte, si trovavano già quasi  tutte a sua casa.

Ma le due comunità, li segretari, li confrari con le guardie di cinta dovevano ancora fermarsi, ed aspettare sin a tanto che fosse arrivata la processione di Cossato, quale per esser molto lontana non poteva arrivare al detto monte di S. Bernardo se non molto tardi, e due ore circa dopo messi in libertà li altri popoli, qual processione di Cossato passava per la bocca di Trivero, onde restava chiusa quella verso Portola per non essere sul passaggio a quei di Cossato.

La comunità di Cossato era obbligata andare, o mandare alcuni deputati alla bocca di passaggio per riconoscere se le genti che entravano nella sua processione erano di Cossato o no, acciò nessuno tornasse a prendere la seconda volta il pane. Terminata la Messa da quel signor sacerdote di Cossato, che doveva celebrare, ciascuno restava in libertà, e così era terminata, la distribuzione del pane. Notisi, che alla processione di Cossato erano obbligati ad intervenire tre signori sacerdoti, cioè il sig. Parroco, od uno da lui commesso, e due altri Cappellani.

Data la libertà al popolo di Cossato, le guardie che cingevano la montagna andavano a ricevere li suoi due pani ciascuno alla bocca di sua Comunità, indi partivano per andarsene alle loro case.

Ma le due Comunità di Trivero e Portola coi segretari e confrari si fermavano ancora qualche tempo. Tornavano a bilanciare il pane, e si divideva in egual parte e porzione; di poi ogni confrario faceva ricondurre a casa il pane avanzato, quali ne’ due giorni appresso, dopo pagate le spese, si ripartiva, o a numero di pagnotte o a peso, a quei medesimi particolari, che avevano pagata la quota della mezza emina di segla, ciascun confrario sul suo distretto, e così terminava il tutto. I due Parroci di Trivero e Portola erano in diritto d’esigere otto pani, due per il diritto della benedizione del pane, e sei per il diritto di andare in processione. Occorrendo che questi due Parroci mandassero alla processione un altro sacerdote, davansi loro quattro pani senza che li signori Parroci fossero pregiudicati; agli altri sacerdoti delle due Comunità predette, o che andassero o no alla processione, erano dati due pani: agli altri signori Parroci che andavano alla processione davano quattro pani. Per far il predetto pane, acciò tutti li pani restassero d’ugual peso e grandezza, si servivano d’una certa coppa di legno che si conserva a bella posta insieme alla misura dell’emina, e tutto passava per quella coppa; così che li pani restavano al peso di oncie diciassette in diciotto circa.

Tal carità dal suo principio ebbe sussistenza e durò sino all’anno 1782 nel quale fu abolita nella seguente maniera. Già da molto tempo in avanti eranvi grandi impegni per abolire quest’uso di pagar l’emina. Stanchi li particolari, specialmente quei della Parrocchia di Bigliana, i quali come quei della Parrocchia di Trivero doveano pagare l’emina per s. Bernardo, ed un’altra al Parroco, instarono appo il Parroco a procurare di stabilire in altra maniera la dote parrocchiale per l’aumento di quel grano, e così sgravare li particolari. Riuscì al Parroco di Bigliana estrarre dal Santuario della B. V. detta della Brughera, esistente in detta Parrocchia e sui confini di Mosso, una certa somma in beni che corrispondesse anche abbondantemente allo sgravamento dei particolari. In appresso pensò a sgravarli per s. Bernardo, e dopo più e più anni di tentativo, finalmente nell’anno 1782, tre o quattro giorni avanti la festa di s. Bernardo arrivò, per parte dell’illustrissimo sig. Intendente Rubatti Intendente della città e provincia di Biella, ordine espresso alle due Comunità di Trivero e Portola, ed alli signori confrari in Trivero. Geometra fu Michele Zignone detto Gioan Piccolo, ed in Portola a Pietro Bozalia detto per soprannome La Pel, di dover tralasciare e non far più condurre detto pane al detto monte di s. Bernardo sotto pena di cattura, prigionia e pena pecuniaria in caso contrario; indi ordine espresso a detti confrarii di pagarsi sulla massa o con pane o con farina o con grano per le spese sofferte nella raccolta del grano e fattura del pane, e poi distribuire il resto in proporzione ed eguaglianza a tutti li particolari delle due Comunità, o che avessero pagata o no la sua quota, lo che fu eseguito. Con proibizione a dette due Comunità di non più eleggere per questo fatto alcun confrario, e di non più aggravar li particolari con tale imposizione. » MSS. Gatt.

[89] MSS. Fior.

[90] Cus. hist. Ves. V.

[91] Bisc. Cod. II.

[92] Ibid.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011