Linda Cavadini

La paura delle paure: la morte

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Nell’universo cristiano sulle tombe cristiane troviamo scritto:

“Gli occhi di Dio sono sopra i giusti e le sue orecchie sono tese alle loro preghiere”, e, come già detto, la religione cristiana è fondata sullo scandalo di un Dio che non solo si incarna, ma sceglie di morire come un uomo.

E’ una religione che comprende morte, la celebra e la innalza a punto focale del suo credo, nella dialettica morte/risurrezione. Non a caso nella tradizione romana i cimiteri sorgevano sempre al di fuori delle città: al margine delle strade, appena passata la porta della città, il viandante avrebbe attraversato due file di sepolture che cercavano di attirare la sua attenzione.

Per i latini la tomba era un segno, un ricordo del morto, un luogo dove la famiglia portava omaggi funebri, l’epitaffio era rivolto al passante con cui si voleva comunicare.

Spesso troviamo botta e risposta:

“Leggi passante che posto ho tenuto nel mondo…e ora che hai letto, buon viaggio” Sulla tomba è incisa la risposta del viandante: “salute anche a te!”.

Gli epitaffi di solito tacciono il dolore dei parenti, ma parlano del ruolo sociale del defunto, della sua osservanza ai doveri del prossimo, per esempio:

“Finchè mi è stato concesso di vivere, ho vissuto da avaro, e perciò vi consiglio di concedervi più piaceri di quanto abbia fatto io. Questa è la vita: si arriva a questo passo e non oltre. Amare, bere, andare ai bagni, ecco la vera vita: dopo non c’è più nulla. Diffidate dai medici, sono stati loro a uccidermi.”

Oppure il morto si lamenta dei suoi contemporanei: un patrono maledice il suo liberto, un padre fa sapere di avere diseredato una figlia indegna, una madre attribuisce la morte del figlio ad una strega.

 

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  Nell’epigrafe qui sopra, l'iscrizione funeraria (II secolo dell'Impero), in marmo violaceo proveniente dal Veneto, ricorda la bella Venusta, liberta di Lucio Cornelio e vedova di Publio Ebuzio figlio di Marco, della tribù Stellatina, fabbricante di chiodi e appartenente all'ordine degli Augustali. Il sepolcro comune è dedicato anche alla liberta Crescente e alla "delicatae" Murone, giovane schiavetta e probabile "trastullo" di Venusta.

La tomba, nel mondo romano, era un fatto privato: la stupefacente varietà delle iscrizioni sepolcrali e dell’arte funeraria testimonia una società che manca di una idea comune di aldilà, per i romani la morte non è sacra, fa parte della vita. L’atteggiamento cristiano è esattamente opposto, dal momento che la vita diventa parte della morte, o meglio è solo un viaggio verso l’aldilà. Si tratta di un cambiamento totale anche nella concezione temporale, circolare quello degli antichi, lineare quello cristiano: per il mondo cristiano la vita è il percorso da attraversare per giungere alla vera vita con Cristo.

Grandi cimiteri cristiani, amministrati dal clero esistono a Roma fin dal III secolo: essi sono arricchite da cunicoli e gallerie progettate in modo da offrire sepoltura ai poveri, testimoniando come essi diventino una ricchezza per la Chiesa.

Verso la fine del VI secolo il confine che da un’antichità immemorabile sorgeva fra la città dei vivi e quella dei morti, finì per essere infranto dall’ingresso delle reliquie e delle loro custodie entro le mura di molte città tardo antiche e dall’innalzarsi di tombe comuni intorno ad esse.

La morte diventa quindi una compagna quotidiane se è vero che risale al VII secolo la frase: in vita in morte sumus, cantata nell’antifona al termine di compieta di Quaresima;nel mezzo della vita siamo nella morte, ove la morte è la vita terrena, mentre la vita vera è quella nell’aldilà. Non a caso, nei testi mediolatini la parola mors (morte) e mori (morire) compaiono raramente. Morire è secondo il concetto cristiano uscire da questa vita per trapassare ad altra, uscire dal corpo, quindi il treine più usato è exitus, oppure obitus che mantiene l’idea del trasferimento (da ob-eo, termine usato per il tramonto di stelle e costellazioni); molto attestata anche la perifrasi ultimum spiritum efflauit, vicino al racconto della morte di Gesù in Matteo 27,50

I defunti, chiamati dormienti, possono essere sepolti all’interno delle mura cittadine3. In attesa di una nuova vita nel giorno del giudizio finale- la parusia-, prende corpo nei primi secoli dopo Cristo la pratica delle sepolture ad sanctos o martyribus sociatus, presso le tombe di santi e martiri, perché fosse più facile il cammino del defunto verso la rinascita: "In christianis mors non est mors, sed dormitio et somnus appellatur4" — e quindi — "Ideo dormientes appellari, quia certum eos resurrecturos5" — come afferma S. Girolamo nell’epistola XXIX.

Ed è talmente forte la credenza nel dogma della resurrezione che nel latino tardo verrà spesso usato l’etimo dormitorium per indicare il luogo della sepoltura.

Nei luoghi in cui si trovano i resti del martire vengono costruite delle chiese sepolcrali (martyria, confessiones, memoriae) piccole cappelle ben presto sostituite dalle basiliche ad una o più navate, necessarie ad accogliere la folla sempre più crescente in pellegrinaggio presso le spoglie del martire.

Finalmente — scrive Le Goff6 — la città medievale sarà, in totale contrasto con la città antica, una città di vivi e di morti. I cadaveri non saranno più rigettati, in quanto impuri, all’esterno dello spazio urbano, ma — secondo l’esempio e per l’attrazione dei corpi dei martiri — verranno insediati nel territorio intra muros … L’inurbamento dei morti è un elemento capitale nella rivoluzione urbana — materiale e mentale — del Medioevo.

I cimiteri sono una parte della chiesa e quindi consacrati con la chiesa stessa: "il cimitero è equiparato alla Chiesa", come volle Innocenzo III nel 1215.

E Bonifacio VIII nel 1301 preciserà che: "profanata la chiesa sia ritenuto ugualmente profanato il cimitero annesso ad essa e venga scomunicato il trasgressore.”

La morte vista come sonno eterno fa meno paura, ciò che terrorizza è la punizione dei peccati, il martirio dell’anima, come attestato in questo racconto di Gregorio Magno: un curiale faceva da padrino di una ragazza, durante il sabato Santo, tornato a casa ubriaco dopo il rito le propone di fermarsi a dormire e la violenta. Il giorno dopo teme di entrare nella chiesa, ma dopo averlo fatto e essersi accorto che ogni volta che vi entrava non accadeva nulla, si convince che il suo peccato sia sfuggito a Dio o che l’avesse miracolosamente perdonato. Il settimo giorno muore però all’improvviso e, dopo che venne sepolto, tutti vedono, uscire dalla tomba una fiamma che brucia le ossa, distrugge il sepolcro e fa infossare tutta la terra del tumulo7. La punizione è giusta Dio onnipotente non si diletta dei tormenti dei miseri, ma è anche giusto e non smette di punire i cattivi.8

Tra il V e il XV secolo assistiamo al formarsi e combinarsi delle credenze tradizionali e dei rituali legati alla morte.

Verò è che, per tutto il Medioevo, ma ciò è tanto più vero nel basso medioevo, i morti sono al centro della vita, come il cimitero –e la Chiesa- sono al centro del villaggio

1 Euripide, Ippolito

2 Secondo la decima legge delle XII Tavole, fondamento del diritto funerario romano, le sepolture dovevano essere collocate fuori dalle mura delle città per preservare la sanctitas delle abitazioni: "Hominem mortum in Urbe ne sepelito neque urito" — Che nessun corpo sia sotterrato o bruciato all’interno della città.

Adriano, in ragione di tale legge, impose la pena di 40 scudi d’oro a coloro che avessero praticato una sepoltura in città. La stessa pena era estesa a coloro che avessero permesso o taciuto l’atto.

Il giureconsulto Paolo scriveva: "scriveva: "Corpus in Civitate inferre non licet, ne funestentur Sacra Civitatis" — Nessun cadavere sia posto in città, perché le cose sacre della città non vengano contaminate dalla morte.

Le dimore dei defunti erano tenute rigorosamente separate da quelle dei viventi e, ad eccezione di importanti dignitari — e più tardi degli imperatori — i romani venivano sepolti in tombe poste lungo i lati delle strade che conducevano alle porte cittadine (secondo la testimonianza di Cicerone "Est ad portas Agraganias magna frequentia Sepulchrorum").

"Sepulchra ideo secundum viam sunt, — scrive Varone — quo praetereuntes admoneant et se fuisse, et illos esse mortales …": la presenza dei sepolcri lungo le strade principali doveva dunque costituire una sorta di monito per il viaggiatore a ricordare la caducità delle cose terrene.

Bisogna però precisare che l tempo dei Merovingi, il cimitero sorgeva sempre lontano dal villaggio e dai luoghi di residenza.

 4 Nella morte cristiana non c’è morte, ma si chiama dormire o sonno

Sono chiamati dormienti, perché è certo che essi risorgeranno

6 J. Le Goff, “L’immaginario urbano nell’Italia medievale (secoli V-XV)”, Storia d’Italia, Il paesaggio, Torino 1982, vol. 5, p. 9.

7 Dialogorum,IV,33,3 La funzione educativa e morale dell’episodio è evidente, l’uomo non è punito sulla terra, ma non sfugge alla punizione divina nell’aldilà, cosa che terrorizza più della pena capitale. In un altro racconto di Gregorio si cita la visione che ha un monaco in punto di morte, egli confessa ai suoi fratelli “Mentre voi credevate che io digiunassi insieme a voi, io mangiavo di nascosto. Ed ecco che ora vengo consegnato al drago perché mi divori: mi ha già levato mani e piedi con la sua coda, ha introdotto la sua testa nella mia bocca e mi estrae lo spirito per aspirarlo”

8 Ibidem IV,46

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Bonvesin da la Riva e la sua Milano

 

  Bonvesin da la Riva, il più antico poeta in volgare milanese, fu sicuramente un personaggio di spicco della Milano del Duecento.

Malgrado manchi la sicurezza nella datazione, sulla sua vita siamo relativamente ben informati; possiamo facilmente ricostruire i fatti che a lui si riferiscono attraverso alcuni documenti notarili (una decina circa), l’epitaffio, un tempo nel chiostro della chiesa di S. Francesco e distrutto nel 1698, ma riprodotto da trascrizioni settecentesche, e quanto egli stesso dice, o fa capire, nelle opere letterarie.

Nacque verosimilmente prima della metà del Duecento: nel secondo dei due testamenti che possediamo, datato 5 gennaio 1313, infatti, si definisce «sano di mente ma vecchio nel corpo e nello spirito», il che fa supporre che all’epoca avesse più di sessant’anni; nel De magnalibus Mediolani, poi, descrivendo la campagna condotta da Federico II contro Milano scrive a memoria d’uomo», includendo tra questi, forse, anche se stesso.

Con poco margine d’errore, la data di nascita sarebbe dunque da collocare fra il 1240 e il 1250. L’origine milanese è testimoniata dal cognome, de la Riva, che compare frequentemente nei documenti della città: non pare, però, che “de la Riva” sia da mettere in relazione con quella che ancora oggi si chiama Ripa di Porta Ticinese, a quel tempo situata fuori le mura e che sembra di troppo recente costruzione per essere già usata come distintiva nell’onomastica familiare.

 

  Egli spesso si definisce : appartenne infatti al terz’ordine degli Umiliati, congregazione che prevedeva la possibilità di affiliazione al terz’ordine pur conservando famiglia, case private e beni personali. < Nel primo verso del De quinquaginta curialitatibus ad mensam, dice di essere di Legnano («Fra Bonvesin dra Riva ke sta im borgọ de Legnian», v. 1), città in cui, probabilmente, insegnava e dove sovvenzionò la costruzione dell’ospedale, in linea con gli ideali pauperistici e gli impegni assistenziali propugnati dal suo ordine.

Fin dal 1290 i documenti lo definiscono «magister o doctor de grammatica» in Milano, dove doveva aver preso dimora prima di questa data, visto che il De Magnalibus, del 1288, richiese certamente una non breve preparazione in loco. A Milano contribuì alla costruzione dell’ospedale della Colombetta, vicino a S. Eustorgio, fornendo un prestito di duecento lire in cambio di un vitalizio annuo; stipulato questo contratto, acquistò, insieme alla moglie Bengedica, una casa in Porta Ticinese dove visse dal 1291 fino alla morte. Il 9 settembre 1296 si iscrisse ad un altro collegio di laici: l’ordine di S. Giovanni Gerosolimitano, a Porta Romana; e per tutta la vita intrattenne stretti rapporti con ordini religiosi, comunità ospedaliere e gruppi devoti.

Bonvesin fu, sopra tutto, un uomo di cultura, un intellettuale e maestro di scuola.

Nel De Magnalibus indicò, fra le tante prove della vitalità sociale di Milano, la validità dell’istruzione: a Milano, malgrado mancasse uno Studium universitario, all’epoca c’erano otto maestri di grammatica tra i quali sicuramente è compreso Bonvesin.

Dal 1303 al 1305 occupò la carica di Decano dell’Ospedale Nuovo (possediamo l’atto che ne certifica l’incarico, datato 28 aprile 1303): i decani erano liberi cittadini, che si assumevano il compito gravoso di vigilare sul trattamento dei poveri e delle rendite, e di concorrere all’amministrazione dei pii istituti di carità; la carica, da sempre assegnata ai cittadini laici, al tempo di Bonvesin, era saldamente in mano agli Umiliati.

Il 18 ottobre 1304 redasse il primo testamento: rimasto vedovo, risposatosi con Floramonte, lasciò i propri averi ai poveri di Milano, i libri, il corredo scolastico e persino «tutti i libri si scuola che possiedo» alla Colombetta, in cambio di un vitalizio per la moglie nel caso gli fosse sopravvissuta senza risposarsi.

Scarse le notizie per gli anni che intercorrono fra il primo ed il secondo testamento, datato 5 gennaio 1313: di nuovo vedovo, ribadisce il lascito ai poveri e alla Colombetta, ma non fa menzione di testi o corredo scolastico; e ciò fa presagire che dovesse essersi ritirato dall’insegnamento. 

Un documento emanato da Matteo Maria Visconti nel 1315 cita Bonvesin come defunto. Fu sepolto nel chiostro della chiesa di S. Francesco, come richiesto nel testamento del 1305. Su questo cenotafio, circa cent’anni dopo la morte, venne apposta un’epigrafe celebrativa:

«Qui giace/ fra Bonvesin da la Riva/ dell’ordine terziario degli Umiliati/ che costruì l'ospedale di Legnano/ che compose molte opere in volgare/ che per primo fece suonare le campane col suono dell’Ave Maria. Si dica un’Ave Maria per la sua anima. Dicatur Ave Maria pro anima eius» [

Bonvesin è scrittore bilingue che dimostra una certa dimestichezza nell’impiego sia del volgare che del latino. Tre sono i componimenti in latino che possediamo: il già citato De magnalibus Mediolani, la Vita scolastica e il De controversia mensium.

Il De magnalibus Mediolani, scritto nel 1288, come ci dice l’autore stesso, in prosa, contiene una vera e propria esaltazione della città attraverso l’enumerazione dei suoi meriti e della sue caratteristiche. Alla tradizionale esaltazione retorica della città si affiancava una più concreta dimostrazione argomentativa, basata su un elenco di dati materiali ricavati dall’osservazione e dall’indagine sul campo. Per dimostrare ciò che in precedenza si sosteneva in base all’autorità degli antichi, si invocava ora il conforto di elementi verificabili tratti dalla realtà quotidiana, fatti di cui lo stesso Bonvesin è testimone. La descrizione della città è avvalorata da dati reali (il numero delle chiese, delle scuole, dei pozzi, la grandezza della città, etc.) che presuppongono un ampio lavoro di raccolta dati da parte di Bonvesin; non mancano tuttavia rilevazioni meno oggettive (come la descrizione fisica degli abitanti) e dal chiaro gusto medioevale (la spiegazione dell’etimologia di Milano); sono inoltre inseriti abbondantemente anche accenni a fatti legati alla storia della città.

Nell’ottica, molto moderna, di Bovesin due sono i difetti di Milano: la mancanza di un porto e la mancanza di concordia fra i cittadini. Ma il difetto è, in realtà uno solo: i cittadini che finiscono per esaurire nella nelle rivalità tutte le energie che potrebbero usare per migliorare la città.

Nel De Magnalibus egli mostra tutta la consapevolezza di aver vissuto una stagione unica e irripetibile («è come un mondo a sé separato dall’altro») e rivendica la superiorità di Milano su ogni altra città («non è degna di essere chiamata seconda Roma, ma sarebbe in fondo doveroso che la corte papale e le prerogative che le sono connesse venissero trasferite qui da Roma)».

Di diversa natura la Vita scolastica, testimone del legame con la scuola, forse l’opera più famosa di Bonvesin, che venne letta fino alla metà del Cinquecento: è un poema di carattere precettistico, rivolto agli allievi, in cui si descrivono «le cinque chiavi che aprono le porte della sapienza»: timor domini, honor magistri, assiduitas legendi, frequens interrogatio, memoria retinenda.

La componente religiosa nella forma della critica verso gli eretici, attività propria degli ordini ortodossi e quindi degli umiliati è presente in tutta l’opera di Bonvesin e diventa preponderante in alcuni contrasti, come la Disputatio musce cum formica, in cui appare vigorosa, accanto ad indicazioni di retto comportamento, la critica agli eretici. I temi trattati, comuni agli altri débats (contrasti), riguardano: la necessità del lavoro contro il perder tempo; la ricerca del perdono da parte del peccatore; la critica verso i cattivi costumi e l’eresia . A questo proposito dice infatti la formica:

 

 

«Per l’ordio sì s’intende     lo vitio de resia

Ke te lọ cor indurao     in fang e in tenebria.

Gram lo credente  e lọ gacaro    ke ten per quella via:

Plu po’ essẹ gram l’eretico      ka peccaor ke sia» (vv. 261-264).

La dimensione didattica e popolare e l’uso del doppio canale latino e volgare sono ben testimoniati dai Disticha Catonis, testo volgarizzato da Bonvesin: si noti come il nostro autore volgarizzi il testo, amplificando il distico latino (viene tradotto con quattro versi) e riproducendolo con termini più quotidiani (ad esempio la femina diventa la femina maluezata) e comprensibile.

Per ciò che concerne la tematica della visione Bonvesin è autore del Libro delle tre scritture, una visione oltramondana, in cui descrive l’Inferno (scriptura nigra) e il Paradiso (scriptura dorada): questo testo non prevede il Purgatorio, che d’altro canto aveva avuto da poco investitura ontologica dal concilio e venne descritto per la prima volta da Dante ,insolita è, al suo posto, nella mediana scriptura rubra è inserita la storia della passione.

Le tre parti nascono da una concezione unitaria, soprattutto le due estreme (la nera e la dorata) che hanno molti elementi strutturali in comune. Si tratta di una visione oltramondana, in cui Bonvesin descrive l’Inferno e il Paradiso: le fonti sono sicuramente il De Contemptu Mundi di Innocenzo III e La Gerusalemme Celeste">La Gerusalemme Celeste di Giacomino di Verona, ma nuova è la struttura di ciascuna parte e l’idea della loro riunione; insolita è, inoltre, la decisione di escludere il Purgatorio e di sostituirlo con la Storia della passione (di cui si narra appunto nella mediana “scrittura rossa”).

 http://www.mondimedievali.net/ Bonvesin dimostra abilità narrativa nel Volgare delle elemosine in cui, raccontando quattro miracoli e tre parabole, rievoca aneddoti dal Vecchio e Nuovo Testamento, e da scritti apocrifi e agiografici, atti a dimostrare come il fare elemosine sia necessario per ottenere la salvezza.

Nelle Lodi della Vergine Maria è l’elemento mariano a essere preponderante. Si tratta di cinque eventi miracolosi ( il castellano, il pirata, Maria Egiziaca, il monaco liberato dai demoni, e Frate Ave Maria) che appartengono alla tradizione dei miracoli della Vergine e esemplificano il costante aiuto dato dalla Vergine al peccatore contrito. Ancora un miracolo costituisce il finale delle Rationes quare Virgo tenetur diligere peccatores, opera attraverso la quale Bonvesin, la quale Bonvesin illustra le cause dell’amore che la madre di Cristo prova per il « pecator del mondo »

Il Vulgare de passione sancti Iob e la Vita beati Alexii sono due volgarizzamenti: dal biblico libro di Giobbe il primo e dalla famosa leggenda medievale il secondo.

Nel De die iudicii, Bonvesin dimostra una certa originalità: il tema è quello comune del giudizio di Cristo dopo la fine del mondo, ma viene sviluppato con elementi nuovi.

«Iļļi godheran sempruncha     in l’eternal verdurat;

In paradisọ mirabel,  in quella gran dolzura

O mai non è invidia   ni doia ni tristizia

Besoniọ ni anc insidia   ni guerra ni pagura

Ma gh’è verax delizia,   careza, pax divitia, 

Amor e grand letizia    e franchità segua».

A rendere questo testo mosso e vibrante concorre anche l’inserimento del contrasto tra padre e figlio, entrambi appartenenti alla schiera dei dannati: dopo la condanna di Cristo, quando ormai sono trascinati dai demoni, il figlio accusa il padre di essere causa della sua dannazione avendogli dato un cattivo esempio. Legato al medesimo tema escatologico, al quale il nostro sembra molto sensibile, è anche il breve componimento del De quindecim miraculis que debent apparere ante diem iudicii; nel quale Bonvesin ci informa degli sconvolgimenti naturali che riguarderanno la terra prima della fine del mondo.

Bonvesin dunque si configura come uno degli esempi più emblematici di questi intellettuali del Duecento alle prese con una la nuova sfida della catechesi teologica e soprattutto morale, di un popolo sempre più suggestionato dai laici.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011