Andrea Cappellano

De Amore.

versione romana

Codice Barberiniano Latino 4086

Edizione di riferimento

Codice Barberiniano Latino 4086

 

Dell’autore del De Amore, attestato nei manoscritti col nome di Andrea, cappellano del re di Francia, non si conosce con sicurezza nulla. Non è certo che il Gualtieri, a cui l’opera è dedicata, sia Gautier il giovane, ciambellano del re Filippo Augusto. Né è definibile con sicurezza la relazione esistente fra l’autore e Maria di Champagne, che pure ha tanta parte nel trattato. L’opera fu scritta in latino, forse a Parigi, negli anni a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Si tratta del testo fondamentale dell’erotismo medievale. Movendo dall’Ars amandi di Ovidio, ma con l’apporto di altri autori antichi e medievali, Andrea mette a punto una vera e propria summa dell’amor cortese, riferimento imprescindibile per tutti i successivi poeti e prosatori romanzi che si cimentarono nella materia amorosa. Il De Amore (conosciuto anche col titolo di Gualtieri, dal nome del suo dedicatario) fu condannato pubblicamente dal vescovo di Parigi nel 1277, ma ebbe nonostante ciò una fortuna straordinaria in Europa fino a tutto il Trecento. In Italia ne furono fatte almeno due traduzioni in volgare. Una di queste (la cosiddetta "traduzione romana", perché tramandata unicamente dal ms. Barberiniano-Latino 4086 della Biblioteca Apostolica Vaticana) è a fondamento del testo qui riprodotto.

Dedica.

Cominciasi il libro fatto per Andrea Cappellano,

lo quale si chiama lo Gualtieri.

LIBRO I

1.

O Gualtieri, amico a cui si fae tutto honore, la molta sovrestanza del tuo amore mi stringe tanto ch’io ti debia manifestare con mie parole e amaestrare con scritture di mia mano come l’amore si possa mantenere in istato, e come quelli che no è amaestrato possa partire da ssé le fedite d’amore le quale àe al cuore. E di’ che se’ nuovo cavalero nell’amore, e fedito di nuovo di sua saetta, e che non sai aconciamente direggiere li freni di quello cavallo, e non puoi a cciò trovare alcuno rimedio. La quale cosa come me gravi e quanto lo mio animo molesti lievemente no ’l ti potrei dire: imperciò so e conosco ch’è manifesta pruova che quelli ch’è sopposto a la servitude della luxuria, lo suo animo più studiosamente non può pensare altra cosa, se non che possa adoperare con fatti alcuna cosa, acciò che magiormente se possa legare delle catene dell’amore, e non si crede avere più cara cosa se non quella che piaccia a colui lo quale ama. [...] di sovrastare a queste cose, né ad alcuno savio se convegno d’usare di queste cacciagione, ma perciò che io ti porto molto amore, non posso contrastare alla tua domandagione e anche perciò che conosco apertamente che più savia via ti sarà dell’amore, amaestrato te dell’amore, alla tua domandagione i’ mi penerò di sodisfare al meglio che potrò.

2.

Che cos’è amore.

Che cosa sia l’amore.

È dunque prima da vedere che cosa sia l’amore, onde l’amore sia detto, che sia lo suo effetto, entr’a quali possa esere, come l’amor s’aquisti e se ritegna, acresca, menomi e finisca; e di conosciere l’amore cambiato, e quello che ll’uno degli amanti debia fare quando l’altro lo ’nganna.

3.

Amore è passione.

Per certo amore è pena.

Amore si è una passione naturale, la quale si muove per veduta o per grandissimo pensiero di persona ch’abia altra natura, per la quale cosa alcuno desidera d’averla sovre ogne altra cosa: ciò che ll’amore demanda per lo volere d’ambendui.

4.

La passione d’amore viene da natura.

Amore si è pena che viene da natura.

Che l’amore sia passione, lieve cosa è da vedere: imperciò che anzi che ll’amore tocchi ambendue le parti, niuna è magiore angoscia, perciò che l’amante sempre teme che l’amore suo non vegna a compimento e che non lavori invano. Anche teme lo romore della gente, anche teme ogn’altra cosa che nuocere li potesse per alcuno modo, perciò che lle cose che non sono compiute, per poca cosa vegnono meno. Que’ che teme lo povero amante, che lla femina no·ll’abia per ciò in dispregio, e se sozzo, che per ciò non l’abia in dispregio, overo che no·lasci per un altro più bello di sé; se ricco, dubbia che forse sua scarsità ch’abia avuta no·lli noccia. E vuoli ch’io ti dica il vero, niun è che potesse dire la speziale paura ch’à l’amante. È dunque quello amore, il qual è pur da l’una parte passione, il quale si può chiamare l’amore speziale. Ma poscia che l’amore se compie per ambendue le parti, si anno magiore paura, perciò che ciascheduno teme che quello ch’ànno acattato per lor fatica, che per un altro non sia lasciato. La quale cosa serebbe più grave che s’elli avesse avuta speranza ed ella no·lli avesse portato niuno frutto, perciò ch’è magiore dolore perdere le cose ch’egli àe, che quelle in cui àe avuta speranza. Anche teme che non faccia dispiacere al suo amore; anche sono tante le sue paure, che tropo sarebe grave cosa a dire.

5.

Perché viene da natura.

 Qui si mostra come la pena vegna da natura.

Ma che quella passione sia da natura, apertamente lo ti mostro, perciò che quella angoscia per niuno fatto non viene, se noi vogliamo bene guardare la veritade, ma solo per lo pensiero dell’animo, per quello che vede, nascie quella passione. Imperciò che quando altri veda alcuno che possa amare e che piaccia a llui, incontinente la comincia a volere un poco bene in suo cuore, poscia, quanto più ne pensa, più se aprende nel suo amore infino che vegno a più pieno pensiero, perché poscia comincia a pensare le sue fattezze e a distinguere le sue membre e a imaginare li suoi portamenti, e di cercare le secrete cose di suoi secreti membri, e di farne di ciascuno membro al suo volere. Ma poi ch’à avuto questo pieno pensiero, l’amore non sa retenere li suoi freni, ma tosto viene a fatto, imperciò comincia a domandare aiuto e trovare misso fra lloro, e comincia a demandare tempo e luogo convenevole di parlare, e la piccola ora li pare uno anno, perciò che l’animo desideroso tosto non gli sodisfa, e monte cose gli avegnono in questo modo. E dunque quella passione da natura per veduta o pensiero. Non ogne pensiero basta all’amore, ma quelo ch’è sanza misura, perciò che misurato pensiero non riede a la mente, però di quello non può nasciere amore.

6.

Il fine del desiderio dell’amante.

A che fine vegna tutta la voglia dell’amante.

Questo spezialmente si è da notare, che l’amore non può essere se non tra maschio e femina. Perciò che tra dui maschi e tra due femmine l’amor nonn à luogo, perché non sono aconcie di sodisfare l’uno a l’altro secondo che l’amore comanda naturalmente, perciò che quello che natura non vuole, l’amore se vergogna di farlo. Altro pensiero né altro desiderio no àe l’amante, se non d’avere la persona la quale ama, anche desidera di compiere co·llei tutti li comandamenti dell’amore. Dunque, a l’amante ogn’altra cosa li pare niente apo l’amore, perciò che quelli ch’è diritto vorrebe anzi perdere tutte ricchezze e ogne altra cosa sanza la quale homo non potrebe vivere, che l’amore ch’elli à o che spera d’avere. Adunque, che cosa vorebe l’uomo avere in questa vita, per la quale volesse stare a tanti rischi, sì come fanno li amanti per lor volere ogne die? Noi vegiamo dispregiare loro la morte, non temono minaccie, guastare il loro avere e divenire poveri. Ma il savio amante no struga il suo come fanno assai, ma de pore modo a la prima a le sue spese, perciò che quelli che diventa povero si comincia a cambiare lo viso e a pensare molto e no si può raregrare, e per ciò diviene melanconico, così si cambia da l’amante suo e mostratisi strano. In cotale guisa si viene meno l’amore, il quale sempre crescie o menoma. Dunque è manofesta cosa: quando diviene povero, sì viene meno l’amore, perciò che povertà nonn à onde il notrichi. Questo non ti dico io, Gualtieri amico, perché tu seguiti l’avarizia, la quale ciascheduno sappia che niuna cosa non può stare con l’amore, ma dicolti perciò che ttu non sia distrugitore del tuo, ma debbi essere largo con ambendue le mani. Sappie anche che l’amante tutto ciò che vuole non può avere da l’altro, se non è suo volere.

7.

Origine della parola "amore".

Onde se derivi in questa parola Amore.

Amore è detto da ’amo’ verbo, il quale significa pigliare o essere preso, però che quelli ch’ama si è preso di catene d’amore e altrui vuole prendere col suo amo. Come il pescadore che con sua esca e con suo amo s’ingegna di prendere i pesci, e così è quelli ch’è preso d’amore: con sue arti si pena di trarre a ssé altrui, e mette tutta sua possa di ffare di dui cuori uno, o, fatti, di mantenere in uno volere.

8.

Effetto d’amore.

Dell’effetto dell’amore.

Questo è l’efetto dell’amore, che quelli ch’è diritto amante non può essere avaro, e quelli ch’è aspro e no adorno e quelli ch’è di vil gente, sì ’l fa ben costumato; e superbi fa umili e l’amoroso molti servigi fae con umilitade ad altrui. Molto è gran cosa l’amore, che fa l’uomo così vertudioso e ben costumato. Anche ne l’amar è una cosa molto da laudare, che fa l’amante quasi casto, perciò che quelli ch’è inamorato a pena potrebe pensarse a un’altra, e a pena può sofferire lo suo animo di guatare un’altra. E questo voglio che tti sia a mente, Gualtieri amico, che se l’amore fosse sì iguale, che li suoi nochieri dopo la molta tempesta menase a buon porto, io sempre starei legato di sue catene. Ma perché non fa iguaglianza, sì ò sospetto in lui e rifiuto piatire sotto lui, perciò che spesse volte lascia i suoi nocchieri in tempestate. Ma perché ciò adivegna, forse altrove il ti mostrerò.

9.

Chi può amare.

Qua’ persone siano aconcie a potere amare.

1  Or è da vedere chi possa amare. E sappi che quelli ch’à suo senno e può compiere sua volontà, puote amare, se l’etade o la ciechezza e essere troppo luxurioso non li è impedimento. L’etade impedimentiscie l’uomo dopo LX anni, la femina dopo L; avegna che l’uomo possa fare il fatto, non puote amare, però che llo naturale caldo viene meno e la frigidità li abonda, che fa l’uomo pieno di molti dolori e di molte infertadi, e in questo mondo non li pare altro sollazzo se nno lo manicare e ’l bere. Anche la femina anzi XII anni, e il maschio anzi XIV, non può amare; anche per fermo lo ti dico, c’anzi XVIII anni il maschio non puote essere diritto amante, perciò che poca cosa infino allora il fa vergognare, la qual cosa nuoce ad aquistare l’amore e l’aquistato spegne. Ma questa è migliore ragione: che no è in lui stabilitade, ma è vano in ogni cosa, né non potrebbe pensare le secrete cose dell’amore. Perché la femina possa più tosto amare che l’uomo, forse altrove lo te dirò.

2  Lo cieco non pó amare, perciò che non può vedere ciò onde abia grande pensiero, però non può amare, sì come detto è. Ma questo è vero in volere amare, ma s’inanzi che fosse cieco l’avesse aquistato, puotelo ritenere. Essere troppo luxurioso fa impedimento a l’amore, però che quelli ch’è di troppo volere non si può legare d’amore, anzi, quante ne vede, tutte le vuole, poscia ch’elli s’intenda in alcuna, overo ch’elli l’abbia avuta, e ’l servigio che n’à avuto lo dimentica e no·lli ne sa grado. L’amore di questo cotale è come di cane, ma noi gl’aguagliamo a l’asino, però che se muove per natura de le be[stie], ma non per quella natura che sceveri gli uomini dalle bestie. De cotali amanti altrove se ne dirà.

10.

Come s’acquista amore.

In che modo s’aquisti l’amore.

Aliquanti dicono che in cinque modi s’aquista l’amore, cioè per bellezza, per belli costumi e per savere bene parlare e per ricchezza e se la femina si dà tosto a l’uomo. Ma mia sentenzia è di tre primi modi che l’amore s’aquisti, e non per li due ultimi, sì come t’è mostrato en su’ luogo. La bellezza con poca fatica aquista l’amore, spezialmente della semplice, però che lla non savia non crede che sia altro bisogno se nno essere bello e ben fatto e andare bene aconcio. L’amore di questi cotali no·lodo ’e no ’l biasimo, perciò che ll’amore ch’è tra semplici e poco savi non può durare lungo tempo, e non sanno come l’amore s’acresca, però che l’amore ch’è palese non cela la vergogna dell’amante, anzi la dà rea nominanza e falane pentere spesse volte. E dura quello amore rade volte, ma se deviene forse che duri, non possono avere lor sollazzo come soleano, perciò ch’ella si guarda più per lo detto della gente e non si lascia così favellare lievemente e fa più soliciti i regimenti suoi, anche ne nascie nimistade. Infra questi cotali l’amore non può cresciere come dee, anzi n’ànno magiore pena, però ch’andiamo ove ci è vietato e volemo le cose negate. Lo savio dee aquistare tale amore che sia savio e ben costumato, non quello che si porti e lisci come femina, però che non s’aviene a uomo lisciarsi come femina o porese mente sopra. E ’l buono Ovidio, reprendendo, disse che cotali giovani adorni come femina si partissero da noi, perch’a l’uomo si conviene d’aconciarsi poco. Ma se vedi la femina che sia molto lisciata, no l’amare, se ttu no·lla vedi prima un altro die quando no è festa, però che quella cotale non suole essere bene costumata. Come t’ò detto nell’uomo, così ti dico nella femina, che solo non guardi a la bellezza, ma a’ buoni costumi. Guardati dunque, Gualtieri, che femina vana non t’enganni, però che tant’è la sua malizia e ’l suo ingegno, che legieremente non ti potresti partire dal suo amore, da poi che fossi usato co·llei. Li buoni costumi aquistan l’amore. Dunque il savio e la savia no lasci perché ’l suo amore sia sezzo, s’elli à buon costumi, però che quelli ch’è savio e cortese lievemente non falla nell’amore e, per offesa che facesse, non partirà da ssé il suo amante e sempre lo potrà mantenere celato legiermente. Il savio, se eleggie savia amanza, con sua dotrina la fa più savia, e la poco savia la fa savia, però amerai d’avere savio amore. Similemente, la femina non guardi a bellezza né ad adornezza né onde sia nato, però ch’a neuno piace l’uomo che nno àe senno. Dunque, il senno è quello che fa l’uomo gentile e bello, però ch’a la prima, quando noi fummo tutti d’un uomo, né bellezza né bene adornarsi né ricchezza non ci fe’ gentili, ma solo li buoni costumi. E molti, che prima fuoro gentili, son devenuti de vil gente per lo non senno, e per contrario, de vil gente, gentili. Dunque, solo il senno è degno di corona d’amore. Il savere parlare sì fa muovere ad amare + ma no amare +, prò che llo ben parlare e composto sì muove altri all’amore, ed è tenuto savio. La qual cosa come se faccia, in poche parole lo te mostrerrò.

 

2. A cciò in prima ti dò questa dotrina, che delle femmine altre sono di popolo, altre gentile, altre più gentili. Quella ch’è di popolo tu lo ti sai, la gentile è quella ch’è nata di valvassore o di barone, overo quelle che sono lor moglie, però ch’ànno la gentileza per lo marito; la più gentile è da barone in sù. Similemente diciamo de’ maschi, se non che non muta suo stato s’àe per moglie gentile femina o non gentile, ma ne’ maschi si à un grado più che nelle femine, cioè gentilissimo sì come il chierico.

11.

Se il plebeo deve parlare a plebea.

Come debbia parlare l’omo del popolo alla donna del popolo.

1.  Quando vai a parlare, in prima la dé’ salutare secondo usanza. Ma questo abi per regola e tutti li amanti, che dopo la salutagione non cominci a dire incontanente "i’ t’amo", perché cotal cominciare si fa a femina di poco affare. Anzi dèi tacere per spazio convenevole, sì che s’ella vuole parlare prima, che parli. Però, s’ella comincia, siane lieto, se ttue non sai ben dire tue parole, ché te mostra via di parlare, perciò che sono molti che quello ch’ànno bene pensato dinanzi da lloro perdono, sì che non sanno dire quello che deono. La matteza de’ quali è molto da riprendere, però che non s’aviene a niuno, se no è ben parlante e savio, andare a parlare co·loro. Ma se lla femina stesse troppo a parlare, comincia saviamente a dire e ad aventare da lunga cota’ parole da ridere, o a lodare suo paese o sua gente o lei, però che lle più delle femine amano d’essere lodate e credono che sia tutto vero ciò che si dice di loro, spezialmente quelle del popolo e le forese.

 

2.  Dopo quello, sì dirai così: "Quando Dio ti fece non avea altro a ffare: alla tua bellezza e al tuo savere no mi pare ch’abia alcuno difetto, e non ài in te cosa che non sia da lodare, se non che non dai lo tuo amore a chicchessia. Maravigliomi molto che se’ sì bella e sì savia femina e l’amore così longiamente lasci stare in pace. E beato quell’uomo che tu amasse, se cominciasse a volere amare! Però che se per mio merito io fosse degno di tanto onore, niuno crederrei che ssi potesse essere in pare".

3.  Responde la donna: "Le tue parole paiono che portino bugie, però ch’io non sono bella, e di’ ch’io sono quasi più bella ch’altra, e con ciò sia cosa ch’io non sia savia, sì di’ ch’io sia savia, però la femina che sia nata come sono io non se rechiede già senno, perciò che quella ch’è nata de vil gente non si dé accattare per savia".

4.  Responde l’uomo: "Usanza è di savi di non lodarse in alcuna cosa, e di ciò sono tenuti savi. Ma perciò ch’è loro costume di parlare sì saviamente, no à luogo i·lloro lo proverbio che dice: "Sozza cosa è a lodarsi se medesimo". E tu, volendo schifare quello, sì tti lasci lodare altrui, però che tanti sono che tti lodano, che sarebe impossibile a dire, volendo usare veritade. Anche più, ch’ò udito portarti pregio a coloro ch’ànno diritto di volere male a tte e a tua gente. Ma se ttu credi per mio dire che non si’ bella, di ciò dé’ conosciere ch’io te vo’ bene, però che tutte l’altre mi paiono neente apo tte, perciò che l’amore a questo in sé: che lla rustica fa parere bella. Anche dicesti ch’eri nata di vil gente: tanto maggioremente se’ da lodare e più gentile, con ciò sia cosa che solo il senno, e no altro, faccia altrui gentile e di buono essere. E i buoni costumi ch’ài, ti fanno gentile più ch’a nul’altra per natura, perciò che Dio da cominciamento ci fece tutti iguali, e saremmo ancora, se non fosse il senno e ’l bel portamento, che fece l’uno più gentile che l’altro".5.   Responde la femmina: "S’i’ sono sì gentile, come tu die, e tu sie di popolo, brigati d’amare una tua pare, e io che sono gentile, amerò uno de’ gentili, però che i gentili e popoleschi, ch’abiano diversa natura, non si fanno insieme".

6.  Responde il plebeo: "Assai sarebe buona la tua risposta, se lli buoni costumi facessero gentili pur le femine, ma anche negli uomini si truova ciò, però forse a torto mi caccieresti da·tuo amore, con ciò sia cosa che lli miei costumi forse mi fanno gentile. Adunque sappi prima se sono in me, e se truovi ch’io gli abbia, non mi dei torre la speranza del mio amore, però che magioremente s’aviene a quella ch’è gentile per costumi amare una simile a sé, che un’altra che sia gentile e no abia senno.

7.   Anche più che se lli fosse di natura e per senno, però che questi l’àe da se medesimo e non da altrui e per sua bontade, ma quelli ch’è per antichitade e da suo ascendente quasi come si fosse lasciata. Dunque, magiormente la colui gentilezza più che lla costui è da laudare, perciò ch’io veggio che quello n’è più degno d’onore, ch’à aquistato sovra quello che lli fue lasciato assai terra per suo senno, che quelli ch’à mantenuto in istato che gli fu lasciato. Dunque, se truovi in me buoni costumi, sì tt’aumilia in verso di me, e almeno mi dà’ la speme di tuo amore acciò che viva, però che non curo di mia vita, s’io no·ll’avesse".

8.   Responde la plebea: "Avegna che ttu sie per lo senno da laudare, io che sono giovane, non voglio amare vecchi".

9.   Responde il plebeo: "La vechieza no è da biasimare, però che tutti dovemo a cciò venire, daché Dio vuole, a cui non si può contrastare. Dunque, che nne potti fare, daché ordinato era per lui, se non m’indugiò a nascere? Però nonn è mia colpa, s’ i’ sono di tanto tempo, anzi, se fossi savia, ciò mi dovrebe giovare e non nuocere, però che in cotanto tempo feci cose onde son da lodare, e cortesia e servigio feci a cui potti e anche altro tanto bene, che niuno in poco tempo lo porrebbe fare. E per ciò sono più degno di gran servigio che s’ io avesse poco tempo, però che in poco tempo poco bene si può fare. Ma quando più serve e servigi fae, d’essere servito è più degno, che colui che poco serve. Dunque manifesto si è, e ragione il vuole: chi più serve, abia magiori servigi appo Dio e appo i segnori terreni. Ma ciò dico non perch’ io sia vecchio, ma perché sia certa e no erri, che quelli che no à XVIII anni no è d’amare perché a pena è da credere che non sia vano in tutte cose. Né per canutezza non si conoscie bene la vecchiezza, perché ogne die vedemo lo ben giovane essere canuto e ’l molto vecchio no essere. Dunque, mei si conoscie al cuore ch’al pelo".

10.   Parla lo fattore del libro: "Ma poni ch’uno sia molto giovane, forse così dirà la femina: «Tu non se’ di quell’etade che ttu sie savio per amare, onde se’ molto da blasmare a domandare quello di che non sie degno, però che molto dé’ essere savio e aver fatti prima assai beni, che domandi amore di savia donna. Ma che senno sia in te, o fama di tua bontade, non posso vedere né udire, per che sì arditamente adomandi sì gran cosa. E perciò che s’ io volessi amare, molti lo vorebbeno che sono di grand’essere e di molto senno, de’ quali potrei avere uno. Dunque, anzi che tu l’adomandi, fa quello per che ne sie degno»".

11.   Responde l’uomo: "S’io non credessi che ttu il dicessi per gabbi e per farmi vergognare, direi che in ciò che tu erassi molto. Ma io confesso che quelli ch’à ben fatto è più degno d’essere servito, ma questo è certo, che niuno bene né cortesia si fa se non viene dall’amore, però che ll’amore è fonte e cagione del buono scolaio. Dunque, cessato ciò, conviene che non sia buono, perciò qual bene è che si faccia se non per forza d’amore? Dunque, quello ch’io ti domando mi dei dare, acciò che da tte abia cagione di ben fare e d’essere ben costumato e non vano, però che magiore onore ti sarà se mi dai il tuo amore per grazia, overo speranza d’averlo, che per servigio che tti faccia in prima, perché allora il dovreste fare, ma ora il fa’ di sola grazia. Anche, no é più da lodare il maestro che lo rozzo disciepolo fa savio, che se ’l savio fa più savio? Dunque, io che sono nuovo e rozzo nell’amore, adomando che ttu m’amaestri della tua dottrina, però che grande onore ti sarà se ttu m’amaestri, perciò che se conviene a’ rozzi e non savi di servire a tale amore onde possano essere savi".

12.  Responde la donna: "O giovane, tu di’ contro ragione dell’amore, perché l’amore comanda: chi più serve è degno di magiore onore e di magior servigio. Ma pognamo che fosse vero quello che ttu die, nocerebbe a coloro ch’ànno fatto bene e gioverebbe a coloro che no·ll’ànno fatto. Di’ anche che vuoli essere amaestrato da me, questa fatica sì lla rifiuto, però che mme bisogna d’averlo savio, e non ch’io l’amaestri. Dunque, se vuoli aparare, va’ a Parigi e no alle femine, però che troppo è matto, quelli ch’è rozzo nell’amore, a volere amare femina che sia savia".

13.   A ciò responde lo plebeo: "Molto me maraviglio che sì sottilmente ti sforzi di riprendere mie parole, po’ che non intendi bene quello ch’io dissi, ch’ iera magiore tuo onore se per grazia mi dessi l’amore, che per servigio ch’io t’avesse fatto. Così lo dei intendere, perciò che se dui sono ch’abiano uno tempo, e l’uno abia fatto bene e l’altro non possendoli fare, questi non è d’amare, ma quelli che fece il bene. Ma ttu metti in quella regola il giovane, forse ch’a pena à potuto fare bene; dunque, in questo caso questi è anzi da volere amare, che colui ch’à servito, non ch’io dica che ne sia più degno, ma perché magior bene si seguita al mondo. Sì come si truova di Dio che si ralegra più quando uno peccatore si converte, che se LXXXXVIIII iusti megliorano, e questo è per lo bene che se ne seguita, così fa meglio la femina s’alcuno meno che buono faccia bono, che se ’l buono fa migliore, cioè com’è a Dio magior guadagno d’un peccatore convertito, che di LXXXXVIIII iusti megliorati, così è al mondo che se alcuno men che buono diventa buono, che se ’l savio diventi migliore. Ma quello ch’io dissi, che piutosto era d’amare quello che non fece niuno bene, che quelli cavea servito, ciò no è vero nel quarto dell’amore, ma àne III che sono inanzi a quello grado. Ma se ttu non puoi ciò bene intendere, io il ti farò intendere. Anticamente sono IIII gradi nell’amore: il primo in dare speranza, il secondo in basciare, il terzo d’abracciare, il quarto in darsi tutta la persona. Dunque, quello che dissi, se dui sono e l’uno fece molto bene e l’altro no, ch’abia poca etade, che questi che non fece alcuno bene in questo caso è anzi d’amare no nel quarto grado, cioè in darsi tutta la persona, ma nel primo, cioè in dare speranza. Però che se lla femina volesse amare incontinente in quarto grado, anzi de amare colui ch’à servito, che quelli che no à fatto alcuno bene, perciò che di colui sicura e di costui no, ed è mattezza lasciare la via vecchia per la nuova. Ma lle savie così tosto non si deono dare, che di dietro mettano lo freno, anzi andare a grado, però che prima deono dare intendimento, e s’ella vede che di ciò sia degno, non dubi d’andare al secondo, e così, a grado a grado, al quarto, se di ciò il truova degno in tutto. Se mi domandi perché in questo modo il giovane che non fece alcuno bene sia d’amare nel primo grado, e quelli ch’à servito nel quarto, sì ’l ti mostro apertamente, però che no è biasimo alla femina sanza niuna cagione insino al terzo grado partirse dell’amore, ma non si può partire sanza iusta cagione quando ella è nel quarto grado dell’amore, e questo è non solo perch’è confermato l’amore, ma perché à dato così gran cosa della sua persona. Però, che cosa non può dare magiore, che lla sua persona sopporre ad altrui? Certo niuna. Ma quello che dicesti, che volevi anzi amare un savio che llo rozzo per ischifare fatica, non mi pare buono detto, perciò che più dolce frutto pare ad altrui de l’albero ch’à piantato, che quello dell’altrui, e più caro à la cosa ove dura fatica grande, ch’à quella ove dura piccola, e sanza gran fatica non s’ànno le grande cose".

14.   Responde la plebea: "Se sanza grande fatica non s’ànno le gran cose, dunque, però che quello ch’adomandi si è una delle grandi, molto ti conviene a faticare, anzi che ttu l’abbie".

15.   Responde lo plebeo: "Molte grazie ti faccio di ciò, che sì saviamente m’ài promesso il tuo amore dopo la molta fatica. E non voglia Dio che né io né altri possa avere l’amore di sì savia, se prima no ’l merita, però che non se somiglia che sì savia femina dea il suo amore altrui così di lieve, e che de’ servigi che riceve, che no gli meriti".

16.   Responde la donna: "Non sarebe ragione che quelli che fa bene nonn ne receva merito".

12.

Come il plebeo deve parlare a gentil donna.

Come parli lo plebeo alla gentile donna.

Se vuoli rechiedere d’amore la gentile donna, se lla truovi semplice, né più né meno puoi dire a llei come a quella di popolo, salvo che puoi sovrastare a le lodi di sua gentilezza. Ma s’ella è savia e acorta, guarda di poco sovrastare a sue lodi, perché se ttu sovrastai a lodarla più che si convegna, si crede che non sappi dir ben tue parole, o che lla voglie ingannare, o che lla tenghi matta. Dunque, dopo lo cominciamento, così dei dire: "Se potessi costrignere lo mio volere, assai cose tacerei, le quali io dirò, però che llo mio cuore tanto mi stringe d’andare oltre che mia natura porti, e adomandare quello ond’io non sono degno. Ma se l’amore mi fa dire cosa che non debia o non sappia, priego voi che me degnate intendere e perdonare, però che son certo che ll’amore costringe d’amare altressì l’uno come l’altro, non faciendo differenzia se bello o sozzo, o onde sia nato, o se maschio o no, o se sia più gentile dell’altro, ma solo se puote amare, perciò che ll’amore seguita la natura. Dunque l’amante non de altremente guardare, se non come fa l’amore; però, sì come l’amore s’aprende in ciascheduno, così gli amanti non debono guardare altro, se non che sia fedito d’amore. Dunque, per questa ragione posso amare quella che m’è in volere, se in me no è difetto di buoni costumi. Ma se mi volete intendere umilmente, solo ciò domanderò che per ragione non mi potrete vietare. Ma se lle mie parole vi movessero a rispondere agramente, sì me farà troppo grave male e nuovo dolore, perciò che per li tempi passati la saetta de·vostro amore m’à fedito, e che tutta mia forza v’ò missa per celarla, non perch’io creda essere reo cavaliere a cciò, ma perch’ io ridottava la vostra grandezza. E lo vostro viso mi turba sì lo mio ingegno, che non mi ricordo di ciò che dire vi dovea. Degnamente, dunque, celava il mio dolore, ma quanto più il celava, tanto più crescieva. E tanto il mio dolore tenni ascoso infino che non mi vinse per sua potenzia, sì me costrinse a domandare gran cosa e medicina al mio dolore. Voi siete quella che mi fate dolere, che me potete sanare, e voi tenete i·mano la mia vita insieme colla morte. Però che se me date quello ch’ò domandato, mi rendete vita e molti sollazzi, e se no, la vita mi sarà pena e dolore, la quale cosa è più grave che di subito morire, perciò ch’è meglio a morire di subito, che vivere in tante pene. Ma tutto ciò che ’l mio animo volea dire no ’l vi scuopro, ma solo Idio sa quello che muto vuole".

2.   Responde la donna: "Grande meraviglia mi do, che a volere cotale cosa fare, come il cielo e lla terra si sostegno e ’l mondo non pericola. Ma s’ io non lasciasse per mio onore, io ti darei a divedere che ttu avessi mal detto. Ma però che sarebe mio disinore d’usare villane parole, sì me ne soffero a tanto e responderò alle tue parole.

3.   Chi se’ tu dunque, che mi domandi questo servigio, ben lo veggio e onde tu se’ nato. Ma ove si truova magiore ardire di volere disporre ciò ch’anticamente fu ordinato per li savi, se quello amore che tutta la settimana intende al guadagno delle merce, la domenica adomandi d’amare e d’usurpare? Però no indarno e sanza cagione alla prima fu ordinato ciò, ma perché ciascheduno istea in suo stato e contento a quello che lli si fae, e non sia ardito di volere l’altrui cose, che per natura non sono sue. Dunque, perché tti sforzi come malizioso di volere rompere ciò che per li antichi s’ordinò, e li comandamenti dell’amore, e di stenderti più che non se’ lungo? Ma pognamo ch’io fossi sì fuor del senno ch’ i’ t’asentisse, non saresti di tanto cuore. Però che ll’ucciello laniero per suo ardire non può prendere fagiano né pernice; dunque, a’ falconi e agli astori di natura si fa cotal preda, e nonn a’ nibbi. Per ciò mi pare ch’abi poco senno quando tu domandi il mio amore, né non ti puo’ difendere a ragione di quel che dicesti, che ll’amore non fa forza chi altri sia, ma solo se può portare l’arme dell’amore e possa amare, e che gli amanti altresì non deono fare forza, se non s’è fedito d’amore quelli che domanda d’essere amato. Ma io ti confesso bene che l’amore costrigne ogni uomo ad amare, ma l’altro che seguita, che non sia da dar forza se non s’ama collui ch’adomanda essere amato, non però, ché non è vero; perché, fosse vero, non avrebbe luogo la parola che dice che l’amore non fa iguaglianza, la qual cosa è più vero; per ciò, dunque, il tuo dire non à luogo, ma ’l misi. Ma se ttu volessi dire ciò ch’asai linguagi si sforzano che l’amore non de essere chiamato giudice perché non fae diritto, ma neente meno dé essere chiamato giusto giudice, però che ll’amore non fa torto sanza giusta cagione. Per ciò quando l’amore vidde che per natura l’uno potea amar l’altro, troppo sozzo asempro li parea di porre i suoi padiglioni dirimpetto a cciò che faccia amare colei il cui amore si domanda. E se questo fosse, micidio, e un lavoratore di terra e quelli che va per lo pane vorebe amare una reina. Ma questo non potrebe essere né divenire, perciò l’amore à dato a tutti questo arbitr[i]o, che quelli ch’è amato possa amare, se vuole, colui che l’ama, o no. Ma pognamo che fosse vera la regola tua, cioè che sempre quelli ch’ama fosse amato, al natural corso d’un’altra regola sarebe contraria, però che ogni uomo amerebe più volentieri una gran donna, che lla minore di sé o pare; e la femina, altressì, un magiore uomo di lei o su’ pare, più volentieri ch’un piccolo, secondo la natura di quella regola. Dunque vedi che ’nvano à’ lavorato e perderesti tua fatica".

4.   A ciò così risponde lo plebeo: "In ciò si mostra vostro senno, che sì bene e sì piano m’avete risposto, però che fate ritratto là onde voi siete. E non si può meglio conosciere la savia e la gentil donna, ch’avere in sé dolci parole, e niuna cosa è più contraria a cciò, che l’aspre e le villane parole. Ma quello che dite, che sapete chi sono e onde, molto mi maraviglio, perciò che veggio che molto in ciò errate e che vogliate tenere la via di coloro che nno amano quelli che sono savi e non gentili, e amano i belli e gentili e non savi. La qual cosa come sia sconcia assai è grave da dire, però che certa ragione lo vi mostra, di non potere negare che [per] buon costumi e per senno e cortesia fu, da la prima, gentilezza. Dunque, se li uomini son gentili solo per buon costumi, to’ via questo errore ch’è in te, e solo ciò ti faccia amare. Ma quello che mi dicesti delle merci e non proverando, se voi’ intendeste bene, per niuna ragione no mi dee nuocere, perciò che guadagnando delle mie merce senza disinore, sì servo a quello che debbo, però che vo’ fare cosa che ssi dica a mia natura, e di ciò toglio via il biasimo delle genti, però ch’è lloro usanza de dire ch’altri de far quello che porta sua natura e su’ arte. Ma perch’io il guadagno che faccio malamente non raguno per lo tempo che dé venire, ma sì spendo come debbo, quand’è tempo e luogo, in ciò si conoscie mi’ senno e mia gentilezza. Anche, s’io non guadagnasse con lealtà e con onore, la scura povertà mi terebbe, imperciò non potrei adoperare la gentilezza, e così sarei gentile in detto e no in fatto, la quale gentilezza e cortesia altri non può credere che ssia. Anzi, se ’l povero usa parole di cortesia o di larghezza, l’uomo ne fa beffe dicendo: "Questi vuole essere largo e no à neente". Ma s’è ricco, sì può servire secondo che porta sua natura e sua possa, però che non viene da senno di dare il suo ad altrui sì tosto come li escie la parola di bocca. Ma se ttu m’oponi: "Perché se’ solicito al guadagno, daché tti puoi stare?", però quanto più son ricco, meglio posso donare. Anche quello che dicesti, che ciascheduno dé stare contento a quello che lli si fa e no amare più alto, no ’l posso negare. Ma s’ i’ son ben costumato, credo veramente essere de’ gentili e aver gentilezza, e così il senno mi fa stare infra ll’ordine de’ gentili, e per ciò non mi dovete riprendere s’i’ v’amo, perché me’ se mostra la gentilezza per lo senno che per natura. Diceste anche, se voi mi credeste a ffare quel ch’ i’ volessi, che ’l mi’ cuore non potrebe comportare sì gran cosa. Ma molto è matto quelli che piglia l’arme che no·lle può portare, e niun comperi tal cavallo che per sua forza no ’l possa direggiere, perché gli uomini ne fanno beffe. Confesso bene che troppo è gran cosa quello ch’io v’adomando, ma se credete che non sia suficente a cciò, priego voi che quel mi diate per grazia che senza biasimo della gente mi potete dare; e se voi credete ch’io non ne sia degno, e fatene beffe e voi e chi voi volete! Ma i’ ò gran fidanza che il franco cuore mi fa domandare così gran cosa com’ i’ domando, se lla vostra grazia mi fa cciò, sì l’avrò molto caro. Ma quel che voi diceste del nibbio e dell’ucciello laniero, a ragione non mi nuoce, perciò che l’ardire solo è que’ che [fa] buono il falcone e gli astori e li sparvieri. E talora sì vedemo il falcone laniero pigliare i gran fagiani e le pernice per sua possa, però che spesso aviene che piccolo cane prende gran porco e, per contrario, molti gentili falconi vedemo avere paura delle passere e essere cacciati dall’ucciello laniero. Dunque, se ’l nibbio e l’ucciello laniero si truova prode ed ardito oltre sua natura, è degno d’avere pertica d’astore e di falcone e d’essere portato per li cavalieri. Dunque, s’ i’ sono migliore che mie’ parenti, no·mmi si fa d’essere chiamato nibio, anzi mi si fa il nome del falcone. Né non dispregiate qualunque ch’abia senno, con ciò sia cosa che de’ pruni nascono le rose, e che ll’oro che si truova in un vil vasetto non perde però sua bontà. Ma quello che dissi, che niuno dovea porre mente ad altro, se non se fosse fedito d’amore quelli che domandava d’essere amato, per le tue parole stesse so che no·llo intendi bene, però che lla generalità delle parole no ’l ti danno a intendere. Perciò quel ch’io dissi, che l’amante non dovea distinguere, e così lo ’ntendi: che non dé dare altra forza quelli ch’è amato, se quelli che ll’ama è gentile o no, ma solo s’è savio o molto costumato. Dunque, bene à luogo la parola che l’amore talor non fa iguaglianza, ma, avegna che talor non faccia iguaglianza, nonn è per ciò da riprendere. Dunque, basta se ll’amore dà a l’uno degli amanti del su’ odore e faccialo cominciare, e a l’altro arbitrio d’amare colui ch’è fedito d’amore, se fa quello che piaccia a l’amore, e se no ’l fa, dé avere lo contrario. Però, dunque, l’amore à dato l’arbitrio che quel ch’è amato ami, se vuole, e non ami, se non vuole, però ch’è più degno d’onore quelli che ’l fa per grazia, che quelli che ’l dé fare. E questo si è a similitudine di Dio, che mostra la via del bene e del male a l’uomo e àlli dato arbitrio di fare quel che vuole, promettendo, se fa bene, che n’avrà buon cambio e, se fa male, d’averne pena eternale. Però de la femina ben savere se quelli che l’ama è degno del suo amore e, se vede che nne sia degno, sì ’l dee amare, s’ella no è legata d’altrui. Dunque, se no è tenuta ad altrui, per niuna ragione si può difendere che no·ll’ami".

5.   Così risponde la femmina al detto del plebeo: "Con tante parole t’ingegni di dofendere il tuo errore, che troppo mi sarebe grave rispondere a tutte, ma sì tti risponderò ad aliquante. Tu dicesti che solo il senno era degno d’amare e che fae l’uomo gentile, dunque indarno per antico fue trovato la gentilezza con così aperta ragione, com’ella fu, se quelli dovea essere gentile ch’avesse senno e buon costumi. E mestieri che no’ diciamo che llavorassero invano coloro che lla trovaro la gentilezza, la qual cosa come sia gran bugia, no è mestiere di farne pruova. E per ciò dico per fermo che non dee adomandare più che lli si dica, ma secondo ch’egli è dee adomandare sua pare o quasi, e così lo stato di ciascheduno si manterrà e riceverà servigio secondo la sua fatica. Ma perché non si convegna della tua arte di guadagnare, ciò non riprendo, ma perché ttu vuoli amare gentil femina, la qual cosa è molto sconcia e piena di gran dolore. Ma perché tu spenda largamente e bene, ciò sì tti fa degno d’amore di tua pare. Avegna anche che ’l falcone talora intra falconi sia cacciato da l’ucciello laniero, neente meno è detto falcone e l’ucciello laniero, laniero. E così tuo senno non ti lascia stare infra tuo ordine, ma sì ti facesse buon plebeio e degno d’amore di buona plebeia. Però si è manifesto: poiché non sia legata d’altrui amore, tu non ne se’ degno, sì come cosa che sia altrui".

6.   Risponde lo plebeo: "Avegna ch’io non voglia contrastare alle vostre parole, non vegio per niuna ragione che, se ’l plebeio è per senno meglio che ’l gentile, perché non sia degno d’amore più che ’l gentile, con ciò sia cosa che no’ siamo nati tutti d’Adam".

7.   Risponde la gentile donna al plebeo: "Meglio se fa a la mensa di re cope d’oro, che in quella del povero o del villano, e più se conviene di cavalcare un cavallo magro e trottante, ch’un asino molto grasso e soave e bene andante. Dunque, di ciò sì tti rimani ché non ti si apartiene".

8.   Responde lo plebeo: "Avegna che ttu da tte mi cacci, mentre ch’io viverò non mi partirò del vostro amore, però che s’ io mai del mio pensiero non debbia avere niuno frutto, non rimarrà che lla mia speranza non mi dea gioia e sollazzo in tutta mia vita e, forse, che per aventura Dio ti moverà a pietade del mio dolore".

9.   Responde la gentile donna: "Dio al tuo servigio te ne renda degno merito".

10.   Responde lo plebeo: "Solo questa parola mi dà buona speranza, e io priego Iddio che sempre vi debia ricordare di me e le mie parole in voi truovino buon porto".

13.

Come il plebeo deve parlare a donna gentilissima.

In che modo parli il plebeo alla gentilissima donna.

1.   Se quelli del popolo vuole amare una gentilissima donna, acciò che ne sia degno, è bisogno che sia molto savio e pieno di buon costumi e ch’abbia molta buona fama dalla gente. Però che gran disinore e gran vergognia è alla gentil donna amare più basso di sé e non suo pare o magiore, se il senno con tropo magior peso non ristori la gentileza. Però che non pare verisimile, apo i savi, che sia tanta bontà nel picolo uomo che passi, di senno e di valore, magior di sé e ’l gentile + acciò che sia più degno d’essere amato e no il gentile + E questo mostra il detto de’ laici, che tal cosa se mostra di fuori che no è dentro e tal sì è men che di paruto. Dunque, l’uomo del popolo di molto senno de passare il gentile o ’l più gentile, acciò che dalla gentilissima donna sia più degno d’essere amato. Perché, quantunque il plebeio si truovi buono, pare troppa sozza cosa e, spezialmente intra lla minuta gente, che sia tropo gran caduta e sciesa se lla contessa o marchesa, o una lor pare o magiore, ami uno di popolo, però ch’a la prima si è da dar fede ch’ella il faccia per troppa luxuria ch’abbia in sé, la quale in tutto, sì come ti mostrerò, è da dispregiare, se la molta buona fama del plebeio none togliesse quel biasimo. Dunque, perché non dé amare la gentilissima donna il plebeo, se in ogne cosa lo truova savio e valente? Rispondo ch’anzi dé amare il gentile o ’l più, se se truova altresì savio o più, ma se nonn è così savio, dé amare anzi il plebeio, ma i·molti modi in prima lo dee esaminare, anzi che sia degno d’avere suo intendimento, però che quello che viene oltre natura, d’alcuno picciolo vento li nuoce e poco dura. E perciò che talor nascie d’ucello laniero, secondo che ssi dice, che per suo ardire piglia la perdice; ma questo, perch’è oltre sua natura, lo suo ardire non basta più d’uno anno, compitandolo dal dì che nascie. Dunque, dopo la molta pruova, se ’l truova degno nell’amore, la più gentile lo può amare e possono usare le parole tra lloro, secondo ch’è detto di sopra tra ’l plebeio e la gentil donna.

 

2.   Può anche in questo modo il plebeio usare di parlare: "Di sovrastare alle lode di vostra persona non si conviene, però che gran parte del mondo sono manifeste, anche lodare altrui dinanzi, pare che ’l faccia per lusinghe. È dunque ora il mio proponimento, per lo quale io son venuto, di proferere a voi li miei servigi e di pregare quanto posso che lli ricieviate, e priego Idio per sua grazia che mi de[a] a ffare quello che sia vostro volere. Però ch’ i’ son di questa volontà di servire non ch’a voi, ma ad ogn’altra persona per voi con buon cuore; però ch’ i’ ò ferma speranza che della mia fatica non abia da voi buon frutto. Ma se lla mia speranza fosse sanza frutto, dopo la molta pena e ancostia mi converebe morire, se lla speranza forse no m’atasse, avegna che vana, però che lla speranza sola, avegna che possa ingannare, è quella che mantiene l’uomo".

 

3.   Parla la donna: "Mio proponimento no è di rifiutare né tuo’ servigi né gli altrui, né ch’io nonn ne renda cambio del servigio chi ’l mi farà, però che tropo fa vergognare colui che profera il servigio e dà a vedere che sia tropo avaro. Dunque, quelli che serve volentieri altrui, non senza ragione riceve il servigio. Ma se ttu se’ inviato in altro luogo e pare adomandare quello di che non saresti degno, però che sì come mostri di tue [parole], pari adomandare il mio amore. E io non voglio amare, spezialmente uomo che mi fosse disinore, avegna che altrimente tu sie assai buono. Ma di’ che sola la speranza ch’ i’ ti desse, ti scamperebbe da morte; ma io a cciò così ti rispondo: dico che sol per quello che di’, chiuso inganno e non veritade, sì mostri che cciò sia in te, che una cosa ài in cuore e un’altra di’ cola lingua. Dunque, a diritto se’ da cacciare dall’amore, però che quelli ch’è vano e bugiardo non dé entrare dentro da la porta dell’amore, anzi, se per aventura vi fosse intrato, sì come indegno se ne dé cacciare. Anche mi mostri via di lusinghe, acciò ch’io faccia quello che mi fosse biasimo, la quale è tropo disconcia, però che niuno è maggior disinore alla gentil donna, di non servare quello che promette e di dare indugio a cciò e d’ingannare la gente, perciò che questo si fa a coloro che ssi portano a guisa di puttane e che per pecunia rivendono l’amore, e ’l su’ pregio, fatto spezie di guadagno, lo sozzano. Dunque, il tuo consiglio nonn è buono, daché tanti pericoli si ne seguitano".

4.   Responde l’uomo a cciò: "Io confesso bene che vorrei essere amato, perché più dolce no è vita, in questo mondo, di vivere in amore. Ma, secondo che mostrate, per certo non mi volete amare perch’ i’ sono di popolo, avegna che sia di molto senno. Onde, così rispondo; però che fu volere di Dio, la mia generazione non potté stare contenta a suoi confini. Avegna che Dio mi desse certi confini e termini, non mi volle chiudere le porte delli gentili ordini, a cciò non contradiasse i rei costumi, onde voi mi volete dare certi termini e ch’io no·lli passi oltre, secondo che fu ordinato per li antichi. Ma cciò è vero in coloro de quel ordine ch’ànno non ne sono degni, o che stanno contenti a su’ ordine, che non son degni di magior ordine. E questo dico per esemplo, secondo che se leggie nella teolica che lla leggie nonn è fatta per lo buono, ma per colui che vuole peccare. Dunque, quel che fu ordinato per gli antichi, non nuoce a me ch’ i’ non possa esser detto di gentili o amare gentil donna, e questo si è vero, se in me non fosse difetto di senno. Anche ciò ch’io dissi, che se me dessi speranza, avegna che vana, che mi mantenea vita, no ’l dissi perciò ch’io volesse detrarre alcuna cosa a vostro onore, o ch’io abbia niuna rea speranza in voi, ma acciò ch’io vi mostrasse quanto amore io vi portava, e come mi sarebe caro se mi deste vostro pieno amore, aciò che per lo grandissimo amore voi più tosto vi moveste".

5.   Parla la femina: "Avegna che per lo senno sia gentile lo plebeio, per ciò non può divenire valvassore o procero, se lo ’mperadore no ’l facesse, il quale al savio e valente può dare gentilezza. Anche la speranza della contessa t’inganna troppo, quando tu non ti vergognasti inanzi di dire tanta falsità, però che di’ che se’ come cavaliere, ed ài in te molte cose che tti togliono ciò, però che cavalieri per natura ànno sottil gambe e diritte e picciolo piede e tutto fatto, e lo stato risponde l’uno a l’altro quasi fatto per mano di maestro, ed io vegio che tu ài grosse gambe e torte e corte, e ampi i piedi, e che tutto lo stato non risponde sì come dovrebbe".

6.  Responde l’uomo: "S’alcuno di bassa mano lo ’mperadore fa gentile per senno o per franchezza che ssia in lui, perché non sia degno d’amar gentil donna, no ’l vegio, con ciò sia cosa che solo il senno sia degno di gentilezza e sola la gentilezza sia degna di gentil amore, per ragione solo il senno si è degno di corona di gentile amore. Ma quello che m’oponeste, ch’avea grosse gambe e corte e ampi piedi, non viene molto da ragione. Però che si dice che nelle parti d’Italia che uno, ch’avea molto sottil gambe e tutte altre bellezze e era nato di conte, il quale era stato di consiglieri dello ’mperadore, anche era troppo ricco, ma non avea niuno senno ed era fuori di tutti buoni costumi e pieno di tutti li rii. E, per contrario, un re era in Ungheria, ch’avea gambe grosse e torte, piedi iguali ed ampi e non aveva in sé nulla bellezza, ma perch’era di troppo gran senno, sì fu fatto re e quasi per tutto ’l mondo si dice di su’ senno. Dunque, non dovete guardare a’ miei piedi e a le gambe, ma s’ i’ ò senno e buon costumi, però nonn è da guardare quant’altri si è bello in ricevere servigio, ma la sua bontà e ’l su’ senno. Dunque non riprendete la persona, ma ’l senno, però che biasimando la persona, dispregiate Dio".

7.   Responde la femmina: "Tu si pare ch’abie ragione, ma qua’ fatti ti portino pregio e qual senno ti faccia degno di ciò ch’adomandi, no lo ’ntesi anche da niuno. Però che quelli ch’adomanda l’amore, spezialmente di donna che sia così gentile, di molta gran nominanza dé essere e molto cortese, ma di te tutta buona nominanza si tace. Dunque, fa’ prima quel che di’, acciò di quel ch’adomandi sie degno e che non ne sie ripreso".

8.   Responde l’uomo: "Molta cortesia è nelle vostre parole, per le quali mi dite ch’io faccia quello onde io sia lodato. E però che veggio che siete savia nell’arte dell’amore, sì adomando la vostra dottrina, aciò che per vostra grazia m’ insegnate quel che faccia degno l’uomo nell’amore, però che quando il saprò, non mi potrò difendere perch’ io errassi e, se facesse fallo, scusarmi. Però dunque che tutta cortesia procede dall’amore, e dà cominciamento e fine a tutto bene, e finora i’ sia stato nuovo nell’amore, no é da dare maraviglia s’ i’ era strano dall’amore e s’io adomando lo suo amaestramento, però che quello ch’altri distorrà di savere, sì è molto importuno di domandare e di saverlo volentieri".

9.   Responde la femmina: "Tu vuoli mettere il carro dinanzi a buoi, ch’adimandi prima essere amato, e tu medesimo ti di’ incontro, ch’adomandi la desciplina de l’amore, sì come non sapessi niente. Ma però che pare troppo sozzo asemplo o che vegno di grande avarizia, se savi non vogliono insegnare [...]. E se diligentemente ritieni le parole mie, così avrai quello ch’ adomandi.

10.   Dunque, quelli che vuole essere amato non dé essere né mica avaro, ma molto largo e fare larghezza a tutti coloro ch’ànno bisogno, spezialmente a’ gentili ed a’ savi e dove vede che ssia da dare no ’l dé fare molto chiedere, però che lla cosa ch[i]esta che ssi dà, è molto cara comperata. Ma se non ti puoi difendere da colui che tti chiede la cosa che gli è bisogno, avegna che non ne sia degno, anzi che lla ritegni, dàlla sì allegramente che gli paia bene avere da amico e che tte ne sappia grado e abialo per bene. Anche, se fai bene a’ poveri di Dio e dai lor mangiare, è gran cortesia e gran larghezza; e se ài segnore, portali quella reverenza che déi. E Dio né suoi santi i·niuno modo bestemiare, e déi essere umile e servir volentieri a tutti. E non biasimare alcuno, però che ma’ parlanti non capiono nella porta de’ cortesi. Li rei non déi lodare, ma gastigarli tra te e sé, se puoi, e se non si gastigano, sì non usar co·lloro, acciò che ttu ne prenda e che non sia tenuto lor compagno. E non far beffe di niuno, spezialmente delle misere persone. Non déi essere litigioso e pronto a cominciare briga, ma per comportare al mei che puoi e pacificare quelli ch’àno briga insieme. Ridere poco inanzi alle femine, ché, secondo il detto di Salamone, il tropo riso mostra che sia mattezza, e tutti i matti e i poco savi le savie donne sogliono partire da ssé e bellamente farne beffe, però che in mantenere amore si richiede gran senno e grande scalterimento. Déi usare con grandi e nelle gran corte. Moderatamente déi usare il giuoco de’ dadi. Volentieri ricordare e dire i gran fatti degli antichi. Visto déi essere in battaglia e ardito contro li nimici, savio scalterito, ingegnoso. Non déi amare insieme più ch’una femina, e per lo suo amore servire volentieri a tutte l’altre ed essere subgetto. Moderatamente adornare, e mostrarti savio e umile a tutti e abi buono ragionare, avegna ch’aliquanti matti credono piacere alle femine se usino parole di mattezza e villane e con suoi portamenti si mostrano a le genti sbadati. Anche, non usare bugie, ma guardati di tropo parlare e di tropo tacere. Anche, non déi essere gran vantatore e far gran promesse, però che se quel cotale fa indugio a cciò, poca fede vi darà poscia altre a su’ dire. O se alcuno ti serve, ricevilo con alegro volto e no·llo rifiutare, se non forse quel che lla dava credeva che fosse mestieri e non ti era, però allora così la puoi rifiutare: "Questa cosa no·mmi fa ora mistiere, io l’ò per ricevuta, lasciolavi, che quando a mme piacerà, voi la mi serbiate". E villane parole nonn usare, e guardati di fare gran peccato, spezialmente in palese. Nonn i[m]promettere a inganno quello che non atendi, però che di promesse ogn’uomo puote essere ricco. S’alcuno inganna l’altro di falsa promessa, overo li sia poco cortese, no ’l dé per ciò ingannare con sue parole, anzi gli dé far bene e profererse di servirlo: in questo modo torre a ssé il biasimo e darlo a llui. A tutti dé dare volentieri albergo. Contro i chierici di Dio e monaci, overo contra le religiose, overo contra ogn’altra persona non déi dire ingiuriose e villane o schernevole parole, ma rendere a lloro quello onore che si conviene con tutta tua forza, per amor di colui a cui servono. E spesso visitare la chiesa e udire volentieri l’oficio e le parole di Dio, avegna ch’aliquanti matti credano piacere alle femmine, se in tutto dispregiano le chiese. Usar déi la veritade in tutte tue parole, non déi essere invidioso. Ma se ttu ai bene inteso quello che t’ò detto in somma, e mettilo in opera, sì sarai degno d’essere amato".

11.   Parla l’uomo: "A voi son tenuto di rendere tutte grazie, che sì bene e saviamente m’avete mostrato e fatto conosciere tutti gli articoli dell’amore. Ma però, neente meno non cesso d’adomandare che mi degnate di dare speranza, la qual v’adimando in cotal modo, s’i’ faccio ciò che m’avete insegnato, però che la speranza d’avere amore mi sarà principio di tutto ben fare. Né non mi può nuocere quello che diceste, ch’io mettea il carro inanzi a’ buoi, con ciò sia cosa che ll’amore sia principio di tutti beni che si fanno, per ragione, sì come radice di tutti beni è d’adomandare".

12.   Responde la femmina: "Sconcia cosa e villana serebe di dare speranza a patti, ma overo la dé dare puramente, o negarla sanza timore, perché se lla femmina la dà sanza temore, sì se può pentere o dare indugio. Dunque, ti pena di fare tutto bene, acciò che lla nostra dotrina si mostri che ti sia giovato".

13.  Parla l’uomo: "A ragione mi fece Dio così gentile, che sì saviamente per guiderdone rispondete, e ’n me più avete dato che non sapea adomandare, ed io priego Idio che sempre acresca la mia voglia in voi servire, e voi metta in cuore e in mente di rendere cambio a’ miei servigi".

14.

Come il gentil uomo deve parlare a plebea.

Come parli lo gentil huomo a la plebea.

1.   In prima la saluti secondo sua usanza, poscia, se vuole, sanza sua parola le seggia a llato, però che lli si fa per la gentilezza. E questo abbi per regola, Gualtieri: qualunque ora l’uomo è più gentile che lla femina, sanza licenzia le si può porre a llato, se vuole. Ma se fosse sua pare, puote, s’ella gli dà la parola, sederse a llato, altrementi no. Ma se fosse minore della femina, non adomandi parola, se non di sedere più basso di lei, e s’ella gli dà parola di sedere, ma con temenza dé fare suo volere. E poscia così déi cominciare: "Certo io son messo che vegno dalla corte dell’amore, il quale mi manda a voi, che gli solviate questa quistione: cioè il cui senno sia più da llodare, overo quello della gentil donna per natura, o quello di colei che nonn è gentile".

2.   Parla la donna: "A me non si fa di difinire cotal quistione, perché mi tocca, e niuno può giudicare nel suo fatto; ma però che non posso rifiutare quel che m’è comesso da mio magiore, sì la solverò secondo ch’a me parrà che sia da solvere. Ma sopra le tue parole in prima alcuna cosa voglio examinare, acciò ch’io non potesse errare di dare buona sentenzia. E ’n prima pare che ’l senno della gentile sia più da lodare, però che lle cose che procedono dalla natura dell’uomo magiormente è da volere e da lodare, che quelle che vengono dal maestro e altronde. Però ch’io vegio nelle femine che, ’l colore ch’àno per natura è più da llodare che quello che si pongono, e meglio favella l’uomo che non fa la gazza, e più bel colore di scarlatto si dà nella lana d’Inghilterra, che in quella di Campagna o d’Italia. E così, forse più si dice il senno alla gentile, ch’a quella di popolo".

3.   Responde l’uomo: "Maravigliomi, se àai quello in cuore che di’ colla lingua, però che quello che di’ non si mostra bene per gli asempli ch’a’ dati, con ciò sia cosa che quelli uomini d’Inghilterra sapiano meglio fare l’arte e per natura sia megliore lana. E però se mostra e bene, per quel ch’a’ detto, che senno di quella di popolo sia da natura. Dunque, i vostri asempli non ànno luogo, per la qual cosa per ragione credo che sia più da llodare il senno di quella di popolo che della gentile, però che più caro è da tenere il fagiano ch’è preso per lo sparviere che per l’astore, e di magiore servigio è degno que’ che serve più che fosse tenuto, che quelli che fa ciò ond’è tenuto. Anche più è da llodare il maestro che delli sconci legni fa nave che ssi possa navicare, che quegli che degli aconci fa meglior nave. Anche nonn è più da lodare quelli che fa l’arte bene per suo ingegno, che quelli che ll’à da maestro? certo sì, se vuoli dire il vero. Dunque per ragione, in questo caso, la gentile dee avere la sentenzia incontro".

4.   Risponde la donna: "Molto mi do maraviglia di quel che ttu di’, che sì palese contro a te medesimo t’ài detto. Però quando tu che se’ gentile ti peni di piatire incontra o di dettare alle ragioni della gentilezza; ma perché difendi a ragione il tuo detto, sì torno a questa sentenzia: che più è da lodare il senno della plebea che della gentile, però che de la cosa ch’è poco è più tenuta cara".

5.   Risponde l’uomo: ’’Io dico e confesso che lla tua sentenzia è giusta e buona, e per ciò è mistieri ch’ i’ confessi che anzi è d’amare la plebeia che sia m[o]lto savia, che lla gentile che sia di troppo gran senno. Però dunque, per lo molto senno ch’è in te, sì se’ degna d’essere exaltata, non sanza ragione per te sola m’ ò posto in cuore di far tutto bene. E però priego Idio tuttavia che tti dea volere sempre di gradire li miei servigi, acciò che in ben fare io possa acresciere e venire a quello ch’io disidero".

6.  Risponde la donna: "Non ti si dice molto d’amare e di volere amare femmina di cotal essere com’ i’ sono, e non fai ritratto di gentile, quando per tuoi meriti non se’ amato da gentil donna; e chi nel suo fatto non si porta bene, non è da credere che ne l’altrui faccia bene. Dunque, adomanda amor di tuo ordine e lascia stare l’altrui, che per cotal presuntione abia cagione di caciarti".

7.   Responde l’uomo: "Me pare che non ti ricordi bene de l’arte de l’amore, quando t’ infigni di [non] sapere quello che siano tutti. Però che quelli che non vede bene e li barbieri sanno che né lla gentilezza né lla molta bellezza fa amare l’uomo, ma solo l’amore è quello che constrigne l’uomo ad amare e spesse volte sanza modo costrigne a amare le femine strane, cioè che non dà forza se bella o gentile o no, apo l’amante. Però l’amore molto spesso la vile e la sozza a l’amante fa parere bella e gentile sovra tutte l’altre. Per ciò sempre la femina ch’altri ama col cuore e gli piace troppo, avegna ch’ella sia sozza e di vil gente, anche più, ché tutte l’altre gli paiono niente apo lei. Dunque, non ti maravigliare s’ io t’amo con tutto mio cuore, avegna che non sie gentile, ma piena di tutto senno e pregio, perché non adomando tal cosa quasi perché sia rifiutato dalla gentile, ma perché amor mi stringe così, e perché il tu’ senno e la tua gentilezza mi piacque sovra tutte l’altre. Per le qua’ ragioni assai dé’ essere ben certa che no·mmi déi cacciar dal tuo amore, se llo senno risponde alla mia natura".

8.   Responde la donna: "Avegna che quel ch’ò detto sia vero, ma sì tti posso rifiutare bene per altra via, la qual si mostra per le tue parole, però che sì come mostra la sentenzia ch’ i’ ò data e tu confermasti bene, ch’è più da lodare il senno della plebeia che della gentile, per le qua’ parole sì dicesti in’ somma ch’altri dé piutosto amare la savia del popolo che lla gentil di molto senno. Però, dunque, non debbo piutosto amare un di popolo che sia savio, che llo gentile che sia di molto senno? Adomando che mmi rispondi".

9.   Responde l’uomo: "Avegna che semplicemente dicesse che piutosto dovea amare quella cotal plebeia che lla gentile e la savia, ma non déi per ciò intendere che ll’amor della gentile non sia da volere e da lodare, anzi piutosto è d’amar la gentile che la plebeia, s’ell’è di magior senno. Dunque, a cotale intenzione il dissi, che se lla plebeia fosse più savia che lla gentile, piutosto è d’amare la plebeia; ma s’elle fossero d’un savere, altressì è da elegiere l’una come l’altra, secondo l’openione d’Alinoria reina d’Angla. Ma io dico, in questo caso, che la plebeia è anzi da amare che lla gentile. Ma se ttu intendesti questa parola ’anzi’, se nno com’io t’ò spianato, grande asordità e grande iniquità v’adiverebbe, però che lla gentilezza farebe tropo grave danno alla gente e non bene niuno, se lla savia plebeia dovesse anzi amare il plebeio che fosse savio, che ’l gentile che fosse più savio. Dunque, se truovi plebeio che sia più savio di me, e tu gli dai il tuo amore, sì me ne rimarrò a tanto, con ciò sia cosa che ttu il possi fare per ragione. Dunque, sapi in prima bene chi più sia savio e colui amerai".

10.   Responde la donna: "Nelle tue parole pari che torni a dietro come gambero, però che ora nieghi quello che per fermo avei detto. Ma non si confà bene a senno d’uomo a parola di femina, quantunque sia savia, di venire contra qualunque sua sentenzia così svergognatamente e di negare così tosto quello ch’avea confermato. Ma perché licita cosa è partirse dall’errore e d’amendare quello che non stesse bene, se lla tua semplice e men che non savia parola studi d’ame[n]dare, sì ne sarai più da llodare e spezialmente da’ savi. Dunque, quel che dicesti, ch’i’ dovesse diliberare chi fosse piutosto da amare, molto mi piace, perciò che quella porta d’amor guardo, la qual non rifiuta niuno che v’entri que’ che vi vuole intrare, ma sol colui vi lascia intrare, il qual si truova che sia savio. Dunque, quand’io avrò diliberato chi nne sia più degno, colui amerò".

11.   Responde l’uomo: "Se qui la serpe no stesse tra l’anguille, e non ti valesse diliberare per iscaltrimento, soave mi sarebbe e graziosa cotal diliberazione. Ma perché sempre temo che vegno per indugiare, non m’asicuro bene d’asentirvi. Però ch’a me molto travaglia o dà me via da morte, se anzi ch’io mi parta non mi dai speranza d’aver lo tuo amore, però che dare indugio mostra via d’amore che ssi muore, e piccolo termine fa mutare quel che sarebe. Dunque, se mi lasci partire sanza speranza, al postutto mi dai morte, a la qual poscia non mi potrai dare medicina e così sarai chiamata omicida".

12.   Responde la donna: "I’ nunn ò voglia di far ’micidio, ma consiglio per n[i]una ragione no mi si può negare, però, secondo il detto del savio, ciò che ssi fa per consiglio si è buono e non si ne pente".

13.   Responde l’uomo: "Io non ti posso negare consiglio, ma sempre priego Idio che tti dea ad amare colui che déi".

14.   Responde la donna: "S’yo volesse amare, sopre’ per fermo che tutta mia forza matterei ad amare lo migliore".

15.   Responde l’uomo: "Nyun dubiti che ttu non possi amare colui che tu vuoli; ma ttutavia non cesserò di servire a tte e a ciascheduno per tuo amore".

16.   Responde la donna: "Se le parole che di’ mettessi in opera, non potrebe rimanere di lieve che da me o d’altrui non fossi meritato".

17.   Responde l’uomo: "Dyo il voglia che sia così come tu di’ e avegna che ’l corpo si parta da tte, il mio cuore rimane a la tua pregione".

15.

Come il gentil uomo deve parlare a gentil donna.

Come parli lo gentile huomo alla gentile donna.

1.   Dopo le parole, le quale d[é]i dire, in prima così cominci: "Tant’è la gentilezza e la cortesia ch’avete in voi, che tutto ciò che ’l mio cuore disidera mi credo poter dire a grande sicurtà dinanzi da voi. Però che se li amanti lecita cosa non fosse di dire i·lor volere, così l’amor perirebe in tutto, il quale di tutti beni è fonte e principio, e niuno saprebe servire a l’altro e non sarebbe conosciuta lor cortesia".

2.   Responde la femmina: "Tu sai ben dire, e molto mi piace d’udire".

3.   Responde l’uomo: "Avegna che rado m’apresenti dinanzi da voi, ma il mi’ cuore e l’anima non si ne parte, però che·molto e il continuo pensiero ch’ i’ ò di voi tutavia mi fa stare dinanzi da voi e quel tesauro, il qual è tutto mio intendimento, guardo sempre cogli occhi del cuore e sì mi dà pena e tômi tutto bene, però che ove altri à tutto suo desiderio, sempre teme che no ’l perda. Dunque, quanto vi sia fedele, quanto amore vi porti, in poche parole no ’l vi potrei dire. Però, sì come m’è aviso, se tutta la fede quanta n’è al mondo si potesse mettere inn uno, non sarebbe tanta quant’è la fede ch’ i’ ò a voi servire, e niuna cosa ò così ferma in cuore, come la voglia di vo’ servire; e teneami d’aver fatto gran vinta, s’ i’ potesse far cosa che vvi piacesse, o che voi l’aveste per bene. Dunque, quand’ io vi vegio, non potrei aver pena né travaglio, anzi, quand’io guardo l’aria verso le parti ove credo che siate, si mantiene la mia vita e mi dà molto sollazzo. Ma quando io non veggio voi corporalmente, né l’aere il quale sta sopra voi, d’ogni parte si lievano contra di me gli alimenti e dànomi tutte pene e non mi posso ralegrare di niun sollazzo, se non quanto m’aduce il sonno per falsa mostra. Ma avegna che talora il sonno m’inganni, ma neente meno li rendo grazie di sì gentile e dolce inganno. Però che cotal sonno mi dà via e modo di vivere e cessa me da morte, il quale m’è grande e spezialissimo servigio, però ch’a l’uomo morto medicina non vale. Ma mentre che non vi vedrò, avegna che viva in pene, piccol vento mi può dare aqua da guarire e rugiada di gran soavità. E per ciò credo ed ò piena fidanza che donna di sì gran savere e sì gentile, molto non sofferrà ch’io stea in tante pene, anzi mi torrà da esse".

4.   Responde la donna: "Certo il tuo senno risponde alla gentilezza e lle parole truovano buono albergo, ché sì bene e saviamente à’ detto tua ragione. Dunque, di quel che tti piace in mi’ asentia pensar di me e del buon volere ch’ài di me servire, sì tti faccio grazie come debbo, ed io altressì penserò di te e tuoi servigi receverò quando sarà tempo e luogo, però che se’ tale e di tanto senno, che non tornerebe onore a niuna di rifiutare il tuo servigio. Anche non voglio che sie contento pur di guarda’ l’aere, anzi vegni per nostra parola e spesse volte e guardimi viso a viso, però che voglio penarmi di darti anzi vita che morte o far ’micidio".

5.   Responde l’uomo: "Avegna che picciola piova la ’state potesse prolungare in vita la biada, ma lo pericolo del secco non potrebe schifare, se lla rugiada non fosse. Dunque, in questo modo mi potete prolungare vita ma non guardarmi di pericolo di morte, però che pegiore e più grave morte dà il male là ov’altri ricade, che ’l primaio; e più duro è a perdere quel ch’altri tiene per isperanza che lli sia data, che là ov’à solo il volere. Dunque, prima vorei morire al cominciamento, che dopo le molte pene. Diliberi, dunque, e sapia bene il vostro savere e che vvi torni più ad onore: overo di darmi speranza e guardarmi da morte e darmi via di tutto ben fare, overo di non darlami e di tormi via di ben fare e darmi morte".

6.   Parla la donna: "Quello ch’io ti posso dare, io ’l t’ò dato, cioè che per mia parola possa venire a mme vedere. Però, in quello ch’adomandi nonn à luogo né priego né servire, però che son ferma di non volere amare né di soferire le pene ch’ànno gli amanti. Ma le lor pene niuno le può sapere, se non le pruova, però che tante sono le pene e l’angoscie, che non si potrebbero dire, se non per maestro. Ma avegnia ch’io nonn abia talento d’amare, no lascierò che a tte e agli altri che faranno bene, ch’io non dea consiglio e atorio di ben fare".

7.   Parla l’uomo: "Non piacci a Dio, madonna, che voi stiate in questo errore, però che sole quelle donne ch’amano son degne di lode e la lor nominanza si spande in ogne parte. Però che bene niuno se può fare in questo mondo, se non viene da amore, no ’l veggio rogla. Dunque, tanta bellezza e tanto savere amare è di cercare la sua natura, però che, sia o quale, non si può ben savere se no ’l pruova. Dunque poi, dopo tanta pruova, se puote partire, se vuole".

8.   Parla la donna: "Molt’è lieve cosa di volere amore, ma molt’è grave a perseverare nelle pene che truova, e però si è molto impossibile a volerse partire, e duro. Perciò che quelli ch’ama veramente non può altro volere, o no volere, se non quello che ll’amore gli aparechia e che possa piacere a l’altr’amante. Dunque, nonn è da volere amare, po’ ché l’entrata di quel luogo è da spaventare, la qual è asomigliata alla corte del diavolo. E ben si somiglia a ragione a quella corte, perché sempre sta aperta la port’a chi vi vuole intrare, ma poscia non escie. Adunque, voglio anzi star contenta a poco e avere arbitrio d’andare là ov’i’ voglio, che avere assai e essere soposta ad altrui, però che quello assai è nulla. Dunque, a ragione ò in odio la corte de l’amore, per la qual cosa, frate, conviene adomandare altro amore".

9.   Responde l’uomo: "A niuno può essere più libero arbitrio di non potersi partire da quello che desidera con tutto suo cuore. [...] se quello che desidera non può volere altro, s’è cosa ch’aver possa. Ma in questo mondo nonn è cosa che piutosto si debia volere che ll’amore, però che da llui viene tutto bene e sanza lui niuno ben si faccia. Dunque, con ambendue le braccia è da volere, e però vi piaccia di no odiarlo".

10.   Responde la donna: "A cui che paia buono l’amore, e adomandilo, a me non par buono, anzi lo vo’ fuggire. Dunque indarno lavori, ché tutto il mondo no·mmi farebbe volere altro".

11.   Responde l’uomo: "Se volete andare per questa via, voi ne porterete gran pena, a la quale non si truova pare, la quale sarebe tropo grieve [a dire]".

12.   Responde la donna: "Priegoti, dunque, che mi dichi le pene le quali potrebono avenire, però, acciò che meno mi possano nuocere, s’i’ le so dinanzi, però che quelli ch’altri vede dinanzi, sogliono fare men male".

13. Responde l’uomo: "Neente meno potrete schifare queste fedite, sapiendole dinanzi così da la lo[n]ga, se prima voi non lasciate quello errore. Ma se vi piace, le pene potete udire, ma prima vi priego che mi degnate dire i·luogo che dovete avere nel palagio dell’amore. Però che ssi dice che nel miluogo del mondo è il palagio dell’amore, il quale à quattro faccie molto belle e in ciascheuna faccia si à una porta molto bella, e solo in quello palazzo abita l’Amore e gran compagn[i]e di donne. E la porta ch’è verso oriente, solo Dio d’amore la tiene per sé, l’altre tre sono asegnate a ccerti ordini di donne. E la porta delle donne ch’è verso meriggie sempre sta aperta e sempre le reggie stanno fuori nella via; e altresì la porta delle femine ch’è verso occidente, sempre l’uscia stanno aperte e sempre di fuori stanno le reggie, or qui or là. Ma quelle che stanno a la guardia della porta ch’è verso setantrione, sempre tengono l’uscia serrate e non si vegono niun’ora di fuor dalla porta. In cui compagnia di costoro volete essere?".

14.   Responde la donna: "Queste parole paiono a mme troppo oscure, se tu non le spiani altremente".

15.   Responde l’uomo: "Le porte che sempre stanno aperte e l’uscia sempre stanno nella via, son quelle donne che danno i·loro amore quand’alcuno il domanda, levando in prim’asagio se nn’è degno, o per servigi ch’abia fatti o per servire che ssia in lui; ma se nonn è degno, sì ’l caccia. Ma quelle che stanno a la guardia verso occidente, son quelle femmine che danno i.loro amore a tutti sanza timore e niuno ne rifiutano. E quelle che sono a la porta da setentrione, la qual sempre sta serrata, son quelle femine che tutti rifiutano igualmente e niuno vogliono amare. Quelle da meriggie sono quelle, le quali vogliono amare e non rifiutano coloro che nne son degni, e a ragione, perché grande onore anno da dio dell’amore, il quale abita in oriente, con ciò sia cosa che il loro albergo sia da merige. Ma quelle da occidente sono le puttane, ch’a pena amano altrui e non si truova che niuna buona persona l’ami, e a ragione, perciò che ’l fuoco dell’amore, il quale viene da oriente, non apresso loro, con ciò sia cosa ch’abitino da occidente. Ma quelle da setentrione son quelle femine, le quali non vogliono amare, avegna che da molti siano amate, e a ragione dio dell’amore no·lle riceve, perciò ch’elle stanno dal lato manco e sono maledette. Dunque, per quel ch’ò detto, sapete com’è fatto il palagio dell’amore".

16.   Responde la donna: "Confesso bene ch’ i’ sono di quelle della porta da setantrione, ma non maladetta".

17.   Responde l’uomo: "Odi, dunque, le pene eternali che dé’ avere. Con ciò fosse cosa ch’ i’ cavalcasse per la selva de·re di Francia, un die ch’era grandissimo [caldo], esendo me gonfaloniere d’un mi’ segnore gentil, messer Ruberto, con lui insieme e con altra gran cavalleria sì capitammo in uno molto bel luogo e deletevole. E quello luogo era erboso e chiuso intorno d’alberi di selva, nel quale quando noi discendemmo, sì lasciammo andare li cavalli a pasciere e noi, sazi un poco del sonno, sì cci levammo e andamoci sollazando un poco e poscia cominciamo a sellare i cavalli in gran fretta. Ma perché ’l mio era dilungato dagli altri dalla pastura, sì penai tanto a riaverlo, ch’io rimasi solo in quel prato e tutti li altri si partirono. Ed io, ritornandoci dietro per le prata, sì falli’ la via, e così cominciai a porre mente per la via qual fosse essa, e vidi molto da la lunga una grandissima cavalleria e una aconcia cavalcare per le prata. Ma quand’ io credetti che ’l mio signore fosse tra lloro, sì mmi maravigliai molto e sforzavami di venire a quella cavalleria il più tosto che potea. E guardando tra lloro per lo mio segnore, no ’l vidi, perché non vi era, e quando io vi fu’ più presso, guardando com’era bella ed adorna, sì vidi un uomo dinanzi a tutti, che cavalcava sovra un cavallo di molto grande affare e molto ben fatto, e in capo avea una corona d’oro. E dopo lui, in prima venìa una grande compagnia di donne molto belle, delle quali ciascheduna avea sotto uno palafreno bello e ben ambiante ed era vestita di preziose vestimenta e divisate e amantata di drappi indorati e acompagnata da dui cavalieri, un da l’un lato e l’altro da l’altro, e uno cavaliere andava a pie’ che l’adestrava; e cotale era la prima compagnia delle donne e così andava aconcia. Poi, dopo costoro, venia una bella e una grande compagnia di cavalieri, i quali difendeano loro da ogni lesione e calca di coloro che veniano di dietro. Nel secondo luogo venia gran moltitudine di femmine, al servigio delle quali varie generazioni di cavalieri e di pedoni erano; ma ttanto era la calca e la moltitudine di coloro che voleano servire, che quelle non poteano ricevere il servigio né coloro servire bonamente, e così l’abondanza del servire tornava loro in povertà e in dolore e per gran sollazzo si l’[av]rebbono, s’elle sole si potessero servire. Poi, nel terzo luogo, venia una vile e despettevole compagnia di femmine; ma per ciò erano molte belle, ma erano vestite di sozzissimi drappi e per contrario, perché, quand’iera così forte ’state, si andavano vestite di vestimenta di volpe. Anche cavalcavano cavalli sozzi troppo e sconci, e isconciamente, cioè cavalli ch’erano molto magrissimi e con grave trotto, né non aveano né sella né freno e anche zoppicavano. Al costoro servigio nonn era persona e anche era tanto il polverio di cavalieri e di pedoni c’andavano inanzi, ch’a pena poteva vedere sé medesimo, perciò che gli occhi e la bocca avean pieni di polvere. Ed io guardando bene tutte queste cose, e pensando che fosse, una molto bella donna, la qual venia dietro di tutte in s’un uno cavallo molto magro e sozzo e zoppo di tre piedi, sì mi chiamò per nome ch’io andasse a llei. E quand’ io fu’ ita a llei, vegiendo ch’ iera sì bella e ch’avea sotto sì sozzo cavallo, incontinente le profersi il mio. Ma quand’ella l’ebbe rifiutato, sì mi cominciò così a dire: "Tu domandi il tuo signore, qui no ’l potresti trovare, perciò che se’ molto dilungato dalla sua via". Ed io rispuosi: "Se vi piace, priegovi che m’insegnate la via". Ed ella mi rispuose: "Se prima non venissi là ove noi andiamo, no lo ti potre’ insegnare". A la qual risposi: "Priegovi dunque, se vi piace, di dire che cavalleria è questa e perché vo’ cavalchiate così sozzo cavallo e portate cotali vestimenta". Ed ela mi rispose: "Questa cavalleria che ttu vedi, si è di morti". Quand’io l’udi’, oltremodo ebbi paura e cambiàmi tutto e l’ossa mi cominciaro tutte a smuovere. Ed io così volentieri mi volea partire, ma ella m’incominciò incontanente a confortare e promisemi ch’io non avrei niun male. E disemi ch’ i’ era più sicuro e meglio stava ivi, che s’ io fosse a casa mia o di mio padre. Quand’ io udi’ questo, sì cominciai a tornare tutto i·mme e sì le m’apressai più, e comincia’ a domandarla per ordine d’ogne cosa. Ed ella m’incominciò a dire per ordine in questo modo: "Il cavaliere che va a tutti dinanzi co·la corona d’oro in capo, si è dio d’amore, il quale un di’ d’ogne settimana sì cavalca come tu vedi e a ciascheduno rende guiderdone del bene e del male che fece nella misera vita. E le donne che tu vedi, che vanno dopo lui così anconcie e con tanto onore, son quelle beate e gloriose che in lor vita saviamente diedero i·loro amore a’ cavalieri e che diedero aiuto e forza agli amanti e che risposero sì come si convenìa a coloro che diceano d’amare a inganno, per la qual cosa ne ricevono ora cambio e molti guiderdoni. Ma quelle che vanno dopo loro e sono aflitte di cotanti servidori, son quelle che, in lor vita, che senza timore si diedero a tutti igualmente. E per ciò cotal cambio ànno in questa corte, che per la troppa larghezza di sé e perché non fecer forza chi fosse senza misura, ricevono servigio delle persone senza novero e cotal servi[gi]o sì nuoce loro e torna a gran povertà. Ma quelle che vanno di dietro sì sconciamente disposte e malvestite e che nno ànno niuno aiutorio e ch’ànno tutta pena, sì come puoi vedere, tra lle quali i’ sono, son quelle più misere di tutte, che in lor vita a tutti chiusero la porta dell’amore e non diedero via di ben fare ad alcuno per loro e non render[o] cambio a coloro che ’l fecero, ma tutti igualmente li cacciavan via non ricordandosi di loro, anzi gl’ inodiavano, i quali voleano essere de’ cavalieri di dio dell’amore, per lo quale si reggie tutto ’l mondo e senza lui niun bene si può fare. Anche avemo altre tante pene, le quale niuno potrebe sapere, se non per pruova, e che a me di dire e a tte d’intendere sarebe tropo impossibile. Dunque si guardino quelle che sono in vita, che non ci accompagnino in queste pene, perché dopo la morte non varebe loro il pentere".

18.   A la qual cosa così rispuosi: "A quel ch’io veggio e conosco, chi fa piacere all’amore a cento doppi n’è meritato, e chi l’ofende non può campare che non ne sia punito, ma sì come m’è aviso, yo son degno, per lo mio peccato, di ricevere pena a mmille doppi. Dunque, chi ofende cotal segnore non può stare sicuro, ma chi lli serve, sì, perciò che sì altamente è meritato, e chi ll’ofende è punito di sì dure pene. Priegovi dunque, quant’ io posso, madonna mia, che mi diate licenzia di partire, aciò che possa dire quel ch’ò veduto alle donne".

19.   Ma ella mi rispose in questo modo: "Non puoi aver licenza da me, se prima non vedi le nostre magior pene e più dure e come quelle altre ànno magiore allegrezza e magior secolo".

20.   Dunque, così ragionando, quando fummo molto iti, sì capitammo in uno molto dilettevole luogo ov’era bellissimi prati e me’ disposti che unque vedesse alcuno vivente, perciò che quello luogo era chiuso d’albori d’ogni frutto e d’ogne odore, de’ quali catuno menava frutto secondo ch’era. Anche sì era tondo come fosse fatto a sexta e partito in tre parti. E la prima parte era dentro nel miluogo, chiusa intorno da la parte di mezzo e la terza parte era per sé di fuori, intorno a la mezana e alla prima. Nella prima parte, dunque, e quel dentro nel miluogo, era uno albero maravigliosamente alto e menava assai d’ogne generazione di frutto, i rami del quale si stendeano insino alle confini de·luogo e ch’era dentro, e dalle barbe di quello alboro si usciva una fonte meravigliosa d’acqua molto chiarissima, la quale era molto dolce e soave a bere e nella quale si vedea d’ogne maniera pescie. A llato di quella fonte, in un sedio, il quale era d’oro e di pietre preziose, sedea la reina dell’amore ed era coronata d’una bellissima corona e vestita di preziose vestimenta, con una verga d’oro in mano; e dal lato diritto era un’altra sedia molto preziosa e bella, nella qual niuno sedeva. E questa prima parte ch’ iera dentro si chiamava la Delettanza, però che vi si trovava ogne dilettosa cosa e dolce. E in questa parte dentro erano molti letti, i quali erano tropo bene adorni e coperti d’ogne parte di paili di seta e di porpore ornati. Ma della detta fonte molti rivizzuoli d’ogne parte si uscivano, i quali si rigavano il luogo della Delettanza e ciascheduno di’ letti si avea il fiumicciuolo. Ma la seconda parte si chiamava Umidità ed era così disposta, che rivicciuoli, l[i] quali bagnavano la Dilettanza come doveano, in questa seconda parte spandeano sì forte l’acqua, ch’ a pena si vedea l’erba di sovra l’acqua, come suole nella primavera aparire ne’ prati che sono acquazzosi, quando piove. E questa acqua, da poi ch’era in questa parte, divenìa sì fredda, ch’a pena potea sofferire uomo a toccarlo; e di sopra venia sì lo sole, che non potea l’uomo patire, perciò che non v’era niuno albero. E quest’acqua non si stendea più oltre. La terza parte e l’ultima si chiamava Secheza, e a ragione, perché nonn era fiore umida, anzi e era molto arida, e lo sole vi si fedìa sì forte, che nonn è fuoco che sì ardesse come facea e la crosta di quella terra era calda come spazzo di fornace. E in questo luogo avea fasci legati di spine sanza novero per ogne parte, e in ciascheduno di que’ fasci per lo miluogo avea un legno che parea d’ogni parte del fascio ben due braccia e d’ogne capo di quel legno stava un uomo molto forte, il quale tenea in mano l’uno de’ capi di quel legno. E tra lla Secchezza e l’Umidezza era una via molto bella, la quale andava alla Diletanza, nella quale niuno sentìa alcuna ingiuria. Ma quando fummo a questi luoghi, lo re d’Amore in prima intrò in questa via e ricevuto fu dalla reina a braccia aperte ed ella medesima lo puose a sedere nella sedia sua, e tenea i·mano una verga di cristallo. E dopo lui, sì andò tutta la compagnia delle donne del primo ordine ed i cavalieri e a ciascheduna delle donne fu aparechiato uno molto bel sedio di letto, ma cavalieri prendeano sedio a lor arbitrio. Ma quanta buona ventura e groria questi aveano, lingua umana non ’l potrebe dire, perché tutto i·luogo della Dilettanza era disposto a volere di costoro. E giullari d’ogni maniera giu[o]cavano e saltavano dinanzi a costoro e sonavano istrumenti d’ogni generazione tropo bene. E dopo costoro, per quella medesima via, sì andò tutto l’altro ordine delle femmine e la compagnia degli uomini che voleano servire e andaro insino al cerchio Delettanza, ma perché non poteno andare più oltre, sì fu bisogno ch’andassero nell’Umidità e quel sollazzo che poteano prendere si prendeano, perciò che quel luogo era loro asignato per lo dio d’Amore. Quanto stridore e pianto era, tropo sarebe grave a dire, e la gloria che vedeano avere a quele della Dilettanza, era loro acrescimento di pena. E dopo costoro, per quella via medesima, entra l’ultima compagnia delle donne, le quali non volero dare l’amore a’ cavalieri, e vennero insino al cerchio de l’Umidità; ma perché non potero ire oltre, sì fu mestiere ch’andassero nel luogo della Secchezza, perciò che quel luogo fu loro aprestato infin dal principio. E ivi fu aparechiato a ciascheduna sedia di spine e per gl’uomini ch’erano sopr’a ciò, com’è detto, erano dimenate acciò che più pugnessero: a pied’ iscalzo istavano in sulla terra, la quale era calda come fuoco. E tanto dolore e tanta pena v’avea, cha pena potrei credere che tanta ne fosse in inferno. Ma quando tutto ciò ebi veduto, adomandai parola di partirmi ed ella mi disse: "Non ti posso dar parola, ma lascia qui lo tuo cavallo e va’ tosto per quella via onde andò lo re e da llui, sì come da signore, adomanda licenzia e quel che ti comanda, sì lo serverai bene, e non t’esca di mente di pregarlo per me". E sì come disse, per la detta via, sì andai a llui e dissi: "Re potente e glorioso, rendo a tte tutte grazie, perché òi degnato ch’ i’ sapia bene le tue gran cose e le secrete del tuo regno. Dunque, a la tua grandezza non cesso di pregare che degni di comandare al tuo servo quel che tti piace e che veramente mi mostrate qua’ sono i principali comandamenti dell’amore e dé liberare santa dimora di quelle pene, per mio priego, quella femmina per cui sono a tanta grazia e più, misericordia di lasciarla stare in questo luogo con queste donne ove ànno tanto d’onore com’io veggio; ma poscia mi darete comiato, se vi piace". Ma elli così mi rispuose: "Le nostre gran cose ti son concedute di vedere, acciò che la nostra gloria tu lla dichi a coloro [c]he no·lla sanno e perché quel ch’ài veduto sia salute a molte dame. Dunque, sì comandiamo strettamente e diciamo che dove troverrai donna di pregio che sia fuori di nostra via recusando amore, questa visione ti pena di dire per ordine e di revocarla dell’errore, acciò ch’ella possa schifare le grave pene e aver la nostra gloria. E sappie che sono XIII i principali comandamenti de l’amore:

21.   I              Fugire come tempesta l’avarizia ed eser largo.

II             Schifare al postutto di dire bugia.

III           Non dir mal d’altrui.

IV           Non mettere in boce gli amanti.

V            Non manifestare il tuo amore a più d’uno.

VI           ervare castitade al tuo amante.

VII          Non turbare con tua saputa l’amore altrui ch’è compiuto.

VIII         Non volere amar femina che sia tua parente.

IX           Ubidire in tutto li comandamenti delle donne.

X             Sempre ti pena di volere amare.

XI           Sie cortese e gentile in tutte cose.

XII          Non ti storre di fare sollazzi d’amore secondo che vuole lo tuo amante.

XIII         E non ti vergognare di dare e di ricevere sollazzi d’amore.

 

22.   Sono altri minuti, i quali ti serebono grieve a udire, i quali troverai scritti apo Gualtieri.

23.   La femmina per la qual pregasti, non può essere che stea in questo luogo, perciò che lle sue opere le contradiano di stare in sì pretioso luogo. Ma per tua grazia le concediamo ch’abia cavallo grasso e soave cun sella e freno, e che no abia ministri a’ fasci delle spine e per nostra licenzia abbia sotto i piedi una pietra fredda. E torrai questa verga di cristallo e partiti con nostra gratia e nel primaio fiume che truovi sì lla gitta". Ma quand’ io fu’ tornato a la donna la qual m’avea menato, sì lla trovai sedere in sul fascio delle spine sanza ministri e che tenea i piedi sovra a una fredda pietra e assai poca pena avea, la qual mi fece molte grazie e disse: "Amico, va’ colla gratia di Dio, però che de’ facti de sua corte non puo’ più vedere. Ma sapie che lla lor gloria è due cotanti che non vedesti, e la nostra pena magior, la qual non poté vedere anche niuno che viva".

24.   Poscia montai in sul mi’ cavallo e in un batter d’ochio fu’ menato lungo il fiume cocente e, ivi lasciando la verga del cristallo, sano e salvo tornai a casa mia. Dunque guarda, madonna, quant’è la pena di coloro che non vogliono amare e quanto tormento, e quanto onore e gloria anno coloro ch’amano, acciò che depogniate l’errore e abiate gloria e schifiate le pene, perciò che sarebe troppo disperato male e sconcia cosa se sì savia e sì bella donna portasse tante pene e pericoli. Dunque, quante a la vostra persona, sono scansato da dio dell’Amore; ma voi sì ve penarete di servare le sue comandamenta, sì che posiate intrare ne la sua groria".

25 Responde la donna: "S’è vero com’ài detto, glorioso è da servirlo e pericoloso da storsi da’ suoi comandamenti. Dunque, o vero o nno che sia quel ch’a’ detto, molto mi spavento delle pene ch’ò udite e per ciò non voglio stare da volere amare, anzi desidero d’amare e di trovare albergo nella porta di meriggio. Dunque mi conviene conservare l’usanza delle donne di quella porta, acciò che niun cacci e niun riceva. Dunque è mestier ch’i’ sappia chi n’è degno e colui amerò, saputa e isaminata prima la veritade".

26.   Responde l’uomo: "I’ ò fatte grazie al potente re dell’Amore, ch’à degnato di revocare vostro proponimento d’errore. Ma quel che dite di voler deliberare chi ne sia degno, mi pare cosa tropo amara e parola tropo acerba, però che se del mi’ senno se’ certa, no a luogo di voler terminare a pensare. Ma perché ogne ben che si fa non può essere saputo da tutti, può essere che non sapete i miei fatti e per ciò forse, secondo la vostra coscienzia, à’ ragione a volere pensare. Ma io mi fido tanto delle mie opere e del peso della vostra gentilezza, ch’avegna quel ch’adomando si prolunghi, non credo che lungo tempo i miei servigi steano sanza guiderdone. Voglia Dio, dunque, che lla mia speranza vegno ad efetto e sì come a me sarà sempre pensiero di voi, dopo la mia partenza, così piaccia a la potenzia divina altresì vi facia ricordare di me".

16.

Come deve parlare l’uomo nobilissimo a plebea.

In questo modo dé parlare l’uomo più gentile a la donna che sia di popolo.

1.   Se ’l più gentile vuol parlare alla plebeia, in quel modo può dire secondo ch’è detto da gentile a llei. E anche può dire in questo modo: "Molt’ò desiderato di vedere questo die e dire a voi pienamente tutto il mio cuore e la mia intenzione e quanto pensiero di voi ò tuttavia; ma per lo tempo che m’è suto contrario, mi son tanto indugiato a voi parlare. Sapiate, dunque, che tutto mio pensiero ò messo in voi e in questo mondo non potrei aver più cara cosa che ’l tesoro di vostra persona, perciò che s’io no·ll’ò, neente mi pare avere e tutto l’avere delle cose mi pare povertà. Solo il vostro amore mi può dare corona di re e, in povertà di tutte cose, mi può dare ricchezza d’ogni bene. E mantenermi vita solo la speranza del vostro amore, la qual, se no·ll’avesse, mi darà morte. Dunque, a’ suoi servigi mi degnate tenere la vostra gratia e non rifiuti l’amor di conte, però che di tanto amore ne dee essere degno solo conte o più alto di conte. A Dio non piaccia che tanta bellezza e savere ami huomo di popolo. Pensi, dunque, il vostro senno a la fede e divozione del conte e di meritare i suoi servigi".

2.   Responde la donna: "Certo quella plebea ben sarebe beata, la qual fosse degna d’amor di conte; ma pensate che onore sarebbe a conte o a marchese d’amare femina di popolo, e che astore dé essere tenuto quello che lascia la perdice e fagiani e grui e piglia le passere e lli pulcine. Rallegromi s’ i’ son degna d’amor di conte e temo perché sì alto uomo si muove ad amare sì picciola femmina. Perciò che pare che vegno da povertà di cuore, perché sol quelli di gran cuore son degni di sapere che sia amore e d’aver amor di donna. Dunque, s’io vi desse il mio amore e in voi si trovasse defetto, perché no mi si richiede per mia natura, lo vostro amore per inanzi non potrebe durare. Per ciò è ’l meglio che dalla prima mi ratenga, ché poscia il pentere non vale".

3.   Responde l’uomo: "Quivi dé altri amare ov’è distretto. Quell’amore è dunque da volere, ch’ebbe in principio in qualunque ordine di persone per piacere o per diletto, non solo perché sia gentile. Dunque, le comandamenta dell’amore non tolgo via, anzi le servo, s’ i’ amo persona minor di me. Perciò che l’amore comanda che s’altri ama, non si ne dé storre da quel volere, né guardare a ordini nell’amore, il qual non fa forza chi altri sia, ché d’ogne nazione vuole mettere nel suo palagio. Dunque, la plebeia nella corte dell’amore si è eguale ordine col conte e colla contessa. Perciò che in voi è tutto mio volere, sanza riprensione vi posso amare, né per ciò adomandare picciola cosa, ma grande, perché siete degna d’onore di grande amore e al vostro amore mi stringe il volere. Dunque, il vostro senno mi dé tenere di gran cuore e no·mmi dovete cacciare, se in me non fosse difetto di senno e di ben fare, ma perché non è, sì debbo essere vincitore in questo piato. Anche più bella è a vedere pigliare la ’ngegnosa lodola a lo sparviere, che lla pigra quaglia che vola diritto".

4 Responde la donna: "Pognamo che asentisse al vostro volere per quel ch’è detto e che tutto ciò che ssi richiede nell’amore fosse in noi, sì me ne stolgo per una ragione: perciò che se questo sapesse il popolo, sì mmi porterebbe ria fama, dicendo ch’io fosse stesa più ch’io non fosse lunga. Anche, uomo di grande affare non suol portare leale amore a piccola femmina, ma se l’ama, tosto si ne sazia e per lieve cosa l’abandona, la qual cosa è contra l’amore, nella qual corte non si dà forza chi sieno gli amanti, ma ciascheduno si è iguale l’uno come l’altro, avegna che l’uno sia gentile e di magiore affare. Dunque, per giusta ragione mi difendo da voi, acciò che non possa impedire il vostro proponimento la mia nazione".

5.   Responde l’uomo: "Molto mi maraviglio del vostro savere, ché sanza ragione vi volete difendere. Ma che amore sarebbe quello che per testimonio di popolo si compiesse e che popolo si menasse per boca? Non comanda l’amore ch’altri non manifesti l’amore a più d’uno? Anche, donna che sia di pregio o di senno non dee amare a questa intenzione, che per ciò torni a dietro quel che comincia per l’usate vene boce del popolo e per coloro che portano invidia altrui, acciò che non vegna ad efecto i·lor volere. Perciò che sapete bene che sempre volere e intenzione di rei è d’impedire i buoni e disturbare gli amanti. Dunque, non date fede a’ ma’ parlanti e dispregiate il loro reo dire, acciò che non possano nuocere a’ buoni; perciò che magior servigio non si potrebbe fare a’ rei, che se fanno, che il lor dire viene ad effetto. Ma della mia fede e lealtà, né io né altri non vi ne potrebe fare piena fede, perciò che solo Idio è testimonio e sa il cuore dell’uomo, ed elli solo conoscie l’uomo. Dunque, la savia femmina per detti o per fatti dé conosciere lo su’ pensiero. Dunque, se i miei detti o fatti mi fanno indegno del vostro amore o vi danno giusta sospeccione, sì vi priego che niuna misericordia abiate di me. E se vo’ dite ch’io ne sia degno, priegovi a gran fidanza che per vostro arbitrio non mi facciate ingiuria, perciò quando altri della sua fede non può fare piena pruova, per quella ragione ogne femmina potrebe cacciare ogne amante. Dunque, guardi il tuo gran savere e pensi prima bene che si convegna rispondere a quel ch’ò detto, perciò che sì come voi avete detto e bene, quantunque l’uno degli amanti sia più gentile de l’altro, dach’è cominciato l’amore, ad egual passi deono andare per la corte dell’amore".

6.   Responde la donna: "Avegna che llo rio di rei non debia nuocere a’ buoni, per ciò non si seguita che sempre l’àncora di buoni si debia fiaccare. Perch’è in arbitrio d’ogne femmina che s’altri l’ama, ch’ella il possa rifiutare, se lle piace, né per ciò fa ingiuria, sì come pare che diceste. Che dunque ingiuria è, s’altri non dà la cosa che gli è domandata?".

7.   Responde l’uomo: "Ben confesso ch’è in arbitrio delle femine di dare il suo amore, se vuole, a chi ’l domanda; e se no ’l dà, non fa niuna ingiuria, ma sanza [dubbio] allor fa ingiuria, se per li rei parlanti il buono amante nonn è meritato, e che per vana sospecione non viene a quel che desidera. Per ciò la femina, quando altri adomanda il suo amore, o dé liele promettere o negare al postutto, o se à sospetto di suo senno, dica: "Fa’ prima bene, che n’adomandi guiderdone". Perciò che sospetìe di rei nonn è da recusare il fedele amante, perché assai è gran male, s’alcun porti l’altrui pecata".

8.   Responde la donna: "Daché vi piace ch’io risponda anzi al certo che al forse, sì ’l farò come dite: io vi rifiuto d’amare!".

9.   Responde l’uomo: "Né leggie d’amore né usanza d’amanti mi stringiti ch’i’ vi dica il mio volere, perciò ch’a me di dire e a voi di domandare si confà, s’io voglio amare alcuno".

10.   L’uomo: "Dunque, in questo fatto no mi ci vale altro consiglio, se non di conoscere e disputare con voi pienamente se voi mi dovete dare il vostro amore, o no, a ragione (Priegovi che me facciate certo se vi ponete in cuore d’amare altrui), se voi no l’avete dato ad altrui. Pruovo, dunque, ch’a ragione non mi potete privare dal vostro amore, però che l’amare, o de buono o de rio che sia, nonn è da dire, perciò che tutti il sanno ed è certo, e la dottrina dell’amore lo mostra, che femina né maschio non è buono né cortese, in questa vita, né alcun bene può fare, se non viene dall’amore. Onde per fermo vi dico che ll’amore è buono e da volere. Dunque, il maschio e la femina, se vuole essere tenuto buono e d’onore in questo mondo, bisogna ch’ami. Ma daché ne siete tenuta, o amerete i rei o buoni: i rei no, perché amore il comanda. Dunque, seguita che amiate pur li buoni, per la qual cosa, s’i’ son savio, a torto mi rifiutate".

11.   Responde la donna: "Confesso che buono è l’amore, e solo a’ buoni è da dare; ma l’arbitrio che l’amore dà agli amanti mi volete torre, perciò ch’è licito di negare l’amore a colui che ll’adomanda. Dunque, ed io per questa ragione vi poso rifiutare e darlo altrui".

12.   Responde l’uomo: "L’arbitrio d’amare cui volete, non vi si può torre, ma dé essere buono, acciò ch’amiate quel che dovete. Non per ciò l’amore diede a voi arbitrio, solo che l’usaste a mala parte, ma perché servendo a llui n’aveste magior merito, abiendo licenzia di far bene e male; onde, se tenete altra via, non n’abiate credenza di farli picciola offensione. E non vi potete difendere perché diciate: "Io il darò a un altro che ’l m’adomanderà", perciò ch’è male a non darlo al primo che ll’adomanda degnamente, e men che bene a darlo a quel di poscia, perché l’amor non vuole che alcuno de’ suoi cavalieri senta prode dell’altrui danno. Così vi priego io che non vi piaccia di darlo a un altro quel che per ragione è d’altrui".

13.   Responde la femmina: "Quel che dite, assai à in sé ragione, se ’l cuore asentisse al mio volere. La mia volontà sarebbe di fare quel che dite, ma ’l cuore dice al postutto di no e sconfortami di fare in tutto, ond’ i’ ò voglia. Dunque, se ’l cuore mi contradice d’amare, priegovi che mmi diciate a ccui m’ategna: o al cuore od alla voglia".

14.   Risponde l’uomo: "Questo no·mmi ricordo ch’i’ udisse anche, che ’l cuore volesse uno e ’l volere un altro. Ma s’è come dite, quello è anzi da volere ch’à in sé veritade e giustizia".

15.   Risponde la femmina: "Quel che dite non può essere, perciò che ’l servigio che si dé fare nonn è da meritare né tenere per servigio. Dunque, perché servirei a l’amore, se da llui non dovesse aver merito? Anche: contra il voler del cuore, che amor sarebbe? Perciò che solo quello è da meritare per l’amore, il quale nella prima il cuore e il volere adomando; quel che prima il mi’ cuore non vuole, come posso amare, no ’l vegio. Diceste anche che a diritto non potea dare il mio amore altrui, s’alcuno il m’à prima domandato. Ma la bestia ch’è fedita per lo primo cacciatore, nonn è di colui che prima la prende? Certo sì. Dunque, l’amante di poscia è piutosto da meritare de l’amore che ’l primaio".

16.   Responde l’uomo: "Avegna che ’l servigio ch’altri é tenuto da fare al re non ne sia da meritare, ma ofensione a lui non dovemo fare, perciò che l’ofende solo se non fa il servigio che dee, molto più se l’ofende. Ma l’amor s’ofende, s’a niun de’ suoi cavalieri non si dà l’onore ond’è degno. Dunque, se prima domandai il vostro amore, avegna che non mi vogliate, non vi si fa di darlo a un altro però così tosto, perché forse cosa apare in un’ora, che non si crede. Perciò in picciol tempo lo re d’Amore vi potrebe far muovere a pietade e che avrei il disperato frutto di vostro amore, il quale, se l’aveste dato ad alcuno, no ’l potrei avere. Né non mi può nuocere quel che diceste del cacciatore, perciò che quella è speziale usanza assai rea. Ma la generale usanza vuole che s’alcuno lieva la bestia del suo luogo e seguitala cacciando, avegna ch’un altro la prenda, neente meno è di colui che lla lieva. Dunque, non mi potete torre il vostro amore a ragione, se ’n prima l’adomando".

17.   Responde la donna: "Cosa villana e fuor di buon costumi è assai, se ’l bene ch’altri non può avere, di volerlo torre al postutto a un altro che ll’adomandi. Dunque, daché ’l mio amor non potete avere perché ’l mi’ cuore non vuole, non dovete torre via ad un altro; quando l’amor no·mm’à voluto infiamare di voi amare, ma d’un altro, per ciò sì posso amare sanza riprensione. Ma perché i·nulla mi possiate riprendere, per vostra grazia io nonn amerò niuno e vedrò se lla pecatrice vergine ingraviderà, o l’umile gallina parturirà drago!".

18.   Responde l’uomo: "Avegna le parole che dite paiano molto lieve a intendere, ma cercando la verità del fatto, son parole di filosofo. Ma per ciò che scusa avrà il peccatore, se Dio non gli dà della sua grazia? Certo niuna, anzi avrà pene eternale. Dunque, se volete fugire l’ire di dio dell’Amore e aver la sua grazia, fa mistiere ch’amiate, acciò che siate degna di sua gloria".

19.   Responde la donna: "Facci altri quanto ben può e vuole, non gli vale quanto a averne cambio buono, se no ’l fa con buon cuore. Dunque, per questa ragione, non mi vale ad averne merito da dio dell’Amore, avegna che in detto e in fatto mi penasse d’amare, se non mi vien dal cuore e non persevero. Dunque, daché l’amor non m’invita ch’io ami, da me no avrete alcuna speranza".

20.   Responde l’uomo: "Sempre pregherò Idio in ginochione che voi faccia amare quel che dovete e che si convegna a la vostra grandezza".

17.

Come deve parlare uomo nobilissimo a donna nobile.

Come il piú gentile parli alla gentile donna.

1.   In quel modo ch’à detto il gentile o ’l più gentile a quella del popolo, sì può dicere il più gentile a la gentil donna, salvo che non dee lodare sua gente e che non dee sovrastare molto in lodarla. Anche può dire in questo modo: "Yo posso fare più grazie a Dio che niun che viva, perciò che m’a dato a vedere quello ch’io disiderava più che niun’altra cosa di vedere e questo dono credo che m’à fatto per la gran voglia ch’io n’avea e per lo molto priego ch’io gli faceva, perciò ch’un’ora intera di die né di notte non passava, ch’io non pregasse Dio che mmi desse grazia di vedervi da presso, viso a viso. Ma non era maraviglia s’ io n’avea sì gran voglia, né se ’l volere mi stringe a tanto, perciò che tutto ’l mondo non dice altro che del vostro senno e della vostra beltà e le gran corte quasi per tutto il mondo si pasceno come fosse cibo del vostro senno. E io conosco per certo ora che lingua d’uomo dire non potrebbe, né cuore pensare vostra beltà né vostro senno. E per ciò la gran voglia ch’avea di voi vedere e servire sì mi crescea e crescerà magiormente per inanzi, perché vegio, ed è vero, che servire a voi solo è vita a tutti e sanza ciò niun potrebbe far quello che a onor gli tornasse. Dunque, priego Dio del cielo che solo, per sua grazia, mi dea a fare quel che vi piaccia, perciò che niun male né aversità che m’avenisse, non mi [potrà] turbare. E io quanto bene farò, voglio che in tutto sia al vostro nome e al vostro onore, perciò che tutto sarà compiuto solo per voi".

2.   Responde la femmina: "Io son tenuta di farvi molte grazie, che sì mi lodate e che vi piace d’agrandirmi per vostro dire. E sapiate che la vostra venuta mi dà allegrezza e assai mi sodisfa di ciò che dite che v’è gran conforto che voi mi potete vedere. Anche mi rallegro se Dio mi dà tanta grazia che a voi e agli altri sia principio e cagione di ben fare. Ma sì vi voglio pregare d’una cosa ch’abbiate in voi, che non lodiate tanto la persona che poscia vi sia vergogna a lodarla. Anche di non lodare niuna, sì che al savere d’un’altra torni a menomanza, però che di quel che dite, che vita à colui che mi può servire, pare che facciate ingiuria a tutte l’altre donne, alle quali altresì come a mme, o forse più, il servigio che si fa loro a dispregiare. Ma certo li vostri servigi non sono da rifiutare per niuna donna, perciò, sì come pare a me, uomo siete di molto senno e di molta cortesia e di molta gentilezza, e per ciò fate bene che mettete in opera quello che risponda al vostro savere e a vostra nazione. Perché li più gentili debono avere più gentili costumi che gli altri: più si sozzano di fare una picciola cosa villana e di non far cortesia, ch’a non gentili di fare gran pecato. E molto m’alegro s’i’ sono a voi fonte e cagione di ben fare e in ciò che potrò di ben fare a voi in tutto darò forza".

3.   Responde l’uomo: "Per certo conosco ora ch’è vero ciò che si dice di voi per lo mondo, perciò ke per vostra risposta per fermo si conosce quanto senno è in voi e quanto buono amaestramento. Dunque, perché m’amoneste che i·lodare e il biasimare altrui dovesse avere misura, si conosce il molto senno ch’avete in voi. Ma Dio mi guardi ch’ i’ stea in sì aperto inganno, ch’ i’ taccia quello che tutti li uomini lodano, con ciò sia cosa che in niun modo quanto apo savi la fama di niuno si ladisca, s’alcuno si truovi che per suo dire ditraga a la fama, o buono uomo o rio che sia, anzi per ciò si n’acrescie suo pregio. Tutto ciò, dunque, che volete dire o fare a me, sì ’l potete ben fare sanza niuna riprensione che vegno da mme. Ma in questo fatto è molto da guardarvi, perché se farete bene ogn’uomo il loderà, e se male, avegna ch’io non vi ne riprenda, perciò che non si fa a savio uomo, ma sì mi guarderò di lodarvi. E anche li ma’ parlanti, i quali in mal dire non ànno regola, anzi, quando possono dire male d’altrui, è il lor mangiare e il lor bere, non si rimaranno che non ne dicano male, perch’è loro usanza. Ma quel ch’io dissi, che servire a voi era solo ad altrui vita, non mi credo che sia ingiuria a l’altre donne, perciò che s’io facesse dispiacere a l’altre, a voi non potrei fare a piacere, e servendo a l’altre, sì ve ne credo fare a piacere, spezialmente ove io il facesse per vostro amore. Anche la dolce e la piana vostra dottrina mi conforta ch’io dovesse far quello che mia natura e a mia nazione si convenisse, la quale io recevo con molta larghezza ed essere aparechiato d’ubbidirvi. Perciò che non si fa a niuno, sia gentile quanto vuole, di torresi di far bene con sue opere, come voi medesima assai bene avete detto. E così, dunque, altressì si fa al vostro savere, che è a la natura di vostro sangue, da la quale voi siete nata, per certo si fa d’adoperare quello che le responda. Ma alla vostra gentilezza niuna cosa più si conviene che di metere in opera quello e fare ciò che il proponimento di ben fare sempre possa crescere di bene in meglio. E so bene che se alcuno vivente per la pura fede e per la molta voglia ch’ò in voi servire, fosse degno per suoi meriti d’avere vostra grazia e vostro disolvere, io ne sarei degno Sovra tutti d’avere gran servigi da voi. Dunque, voi ò detta in mia donna intra tutte l’altre per potenzia di Dio, a’ servigi del quale sempre voglio essere e a lode del quale tutti beni che farò vo’ rendere. Ma priego con tutto mio cuore la vostra grandezza che mi degnate di tenere per vostro uomo, sì come io son tutto dato a voi servire, e che lle mie opere truovino cambio dinanzi da voi di ciò che disidero".

4.   Responde la donna: "Nyuna cosa è in questo mondo ch’ i tanto desideri di far quello che mi tornasse a onore. E che in Dio padre ò piena fidanza che, insino a tanto che mi manterrà il senno che m’à dato, non farò quello ch’altri mi ne possa riprendere. E di contrastare a ma’ parlanti mi pare troppo impossevole e di gran fatica, perciò ch’assai mi parebbe più agevole che ’l fiume che corre in giù, per quel medesimo corso di ritornarlo piutosto a la fonte laonde nascie, che tenere le bocche de’ ma’ parlanti. E per ciò credo che sia anzi il lor volere arbitrio, che sovrastare al lor mendamento, perché Dio non vuol che s’amendino. Dunque, i buoni i·lor dire debono spregiare e loro usanza, perciò che se ’l buono facesse bene quanto vuole, sempre i·lor dire i rei lo fanno che sia male. E per ciò, basti ad ogni buono uomo a sua difensione la buona coscentia ed essere difesi per li buoni. E confesso bene che servendo a l’altre donne, sì m’è servigio; ma che ogni ben che si faccia sia a mia cagione, pare che non si convegna e ch’abbia in sé grande ingiuria, perché son molte forse d’a[l]tretal senno o di magiore e che son degne di magiore onore. E la mia gentilezza credo in tal modo governare, che voi e gli altri che faranno bene per me, sempre possiate acresciere e stare in quel volere di ben fare. Ma dite che voi siete tutto al mio servigio, e che siete più degno ch’altri d’aver merito da me per lo grande desiderio ch’avete in me servire e perché dite che m’avete per vostra donna; ma non piaccia a Dio ch’a’ vostri servigi né agli altrui io stea di non rendere cambio, con sapiendolo io. Ma quello che pregate, ch’io vi tenga per mio uomo, sicome mi siete più degno dato tutto in me servire, e ch’ i’ ve ne dea il guiderdone che desiderate, no ’l vegio com’ io il possa fare. Perciò che cotale spezialità forse potrebe nuocere altrui, a la qual forse altressì o più ch’a voi mi piace di servire. Anche il dono che domandate, qual sia no ’l so bene, se prima per voi non ne sono certa".

5.   Responde l’uomo: "Quel ch’ i’ dissi di ma’ parlanti, no ’l dissi perch’ io vi volesse dar carico di costrignere i ma’ parlanti, ma perché ne’ vostri fatti che faceste per inanzi, vi mostraste tale che rei montassero in magiore invidia e che di loro mal dire foste difesa per li buoni, come per voi s’è detto saviamente: per ciò basta a catuno se da’ buoni à buono nome. Ma ciò che diceste, ch’era ingiuria a l’altre [s]e tutto il bene ch’io faccio dico che sia pur a vostre lode, niuna ingiuria e offesa par che contegna. Avegna che ogne bene che altri fa, d’ogne femina si debbia lodare, ma lo buono uomo tutto il bene che fa alle lode d’una donna lo dee apropriare e a ciascheduna delle savie donne, avegna ch’ogne bene le debia piacere, ma sì può lo bene d’uno apropiarlo a sé e recarlo che sia fatto pur a suo onore. Dunque, a niuno è ingiuria, se tutto ciò ch’io fo di bene dico e reco al vostro servigio co’ [o]nore, e voi tenga per mia spezial donna. Basti, dunque, a l’altre, se son servite per tutti li altri. Perciò che uttulitade non pare che torni a lloro e voi, se v’afaticate, con ciò sia cosa che lla mia volontà sia congiu[n]ta in tutto a’ vostri servigi, a la quale non si può comandare, sì come mostra la dottrina del savio Donato: perciò che la volontade dell’uomo è sì libera che forza di niuno, da quel che à pensato per fermo di fare, no ’l potrebe distorre. Dunque, l’altre donne a nulla ragione il mi possono adomandare, se non domandassero ch’io le servisse per vostro amore e non per altro servigio ch’io sia lor tenuto di fare; ma tanto a voi son tenuto di fare cosa che vi torni ad onore e di guardarvi da disinore in tutte cose. Ma da voi questo mi pare che m’abiate a ffare, sì come in vostro dire voleste acertare, che i servigi che si facessero per voi, molto non stareste di rendere guiderdone. Anche diceste che se vedeste ad essere spetial donna, che sarebbe ingiuria agli altri, a’ quali forse altresì o magior, vostro volere era di servire. Ma se voi avete volere di servire alcuno altrettale come ad me o magio, sì priego ch’apo voi non mi vaglia né ragione né altra cosa. Anche diceste che ’l guiderdone ch’io v’adomandava no·llo intendevate bene, a la qual cosa è tutta mia intenzione. Ma sì voglio fervine certa che v’adomando tal dono, per la quale ne perda pena da non poter patire, e che ciascheduno a cui fosse dato serebbe tutta ricchezza, e ch’a voi sarebbe assai leggier di dare, se ’l vostro volere non fosse contrario a ciò. Dunque, il vostro amore è quello ch’adomanda per medicina di mia vita, e quello ch’io vo’ caciando".

 

6.   Responde la donna: "Molto sareste fuori della diritta via dell’amore e della buona usanza degli amanti, che sì tosto adomandate amore. Perché il savio e lo scalterito amante, quando parla prima volta a una donna, la qual non sia prima suta sua conta e non conosca, non dee la prima volta domandare dono d’amore, ma in vera pruova si dee prima scontare a llei e in tutto suo dire mostrarlise piano e soave, e poscia si dee penare di far sì che gli amanti in sua asentia ne dicano bene e lodino quel che fa, e poscia securamente adomandi amore. Ma e voi questo ordine avete passato, la qual cosa penso ch’abiate fatta perché credeste ch’io fosse molto corrente a darvi quel ch’adomandate, o perché non siete savio nell’arte d’amore. Onde a ragione il vostro amore è d’aver sospetto".

7.   Responde l’uomo: "S’è vero che non servasse l’ordine d’amore, pare che ciò mi concedeste, perché potavate ben savere il mio volere per le parole che dicea coperte e oscure, e voi, mostrandovi di non intendere le parole, adomandaste ch’io il vi desse a intendere. Ed io, non guardandomi da voi e credendo che voi non foste corente a darmivi, sì mmi mossi a domandarvi amore e dimostrarvi il mio volere, daché ll’adomandaste. Avegna che ll’ordine che dite si debbia servare, per giusta cagione si può rompere, perché se llo molto volere mi stringe e sia fedito dentro d’amore, la necessità giusta mi difende da cciò, perciò che lla molta necessità nonn à leggie. Ma s’ io sono poco savio nell’amore, a ragione mi conviene adomandare amore di gran senno e di valore, acciò ch’io diventi savio nell’amore. Perché se ’l non savio ami la non savia, non potrebe cotale amore cresciere né mantenersi lungo tempo. Perciò che la nave che in tempestade nel mare è sogiogata da l’onde dell’acqua, avegna ch’ell’abbia buon vento, s’ella nonn è ben governata e atata entra quel buon vento, picciolino vento l’afonda e va sotto. Dunque, a l’una e all’altra ragione ch’asegnaste sì ò ben risposto, e niuno mio detto possono contrariare".

8.   Responde la donna: "Avegna che per tutte cose siete d’amare, ma la molta ampia e grande via sì nuoce a potere avere agio di dare sollazzo l’uno a l’altro, perciò che gli amanti che sono presso a le pene che nascono dell’amore possono dar medicina e atar l’uno a l’altro e ’l loro amore nutricare; ma quelli da lunga non può atare l’un l’altro, ma ciascheduno le conviene comportare e medicarsi elli medesimo. E per ciò non pare che sia da compiere il nostro amore, perché la regola d’amore mostra quando l’amante vede spesso l’altro fa cresciere l’amore, anche, a contrario, vegio che menova l’amore di coloro da lunga e per ciò ciascuno si peni d’avere amore che lli sia apresso".

9.   Responde l’uomo: "Voi dite quello ch’è contra ogne ragione, perciò ch’ogn’uomo sa che s’altri la cosa che disidera l’à legiermente, sì l’à a vile e in dispregio, a la qual, prima, tutto suo volere avea; e, a contrario, ogne bene che si pena a dare, sì llo riceviamo co·magior voglia e co·magior studio la serviamo. Dunque, la rada usanza ch’ànno gli amanti insieme e la malagevole, sì fa legare gli amanti di più ardente amore e più pensano a cciò; perciò che lla fermezza si compie ne l’onda del suo turbamento e ’l perseverare si conosce per certo nell’aversità. Perciò che più dolce riposo pare a l’uomo molto faticato, che a quello ch’è stato tuttavia in riposo e magior prode par che faccia l’ombra del rezzo a quel ch’à gran caldo, che a colui ch’è stato a l’aere temperato. Nonn è dunque regola d’amore quella che diceste, perciò ch’è falsa e non veritiera, che quando li amanti si vedeno rade volte faccia menomare l’amore. Onde, perch’io stea in luogo lontano, a ragione no·mmi potete cacciare dal vostro amore, anzi piutosto mi dovete amare ch’uno che fosse più presso, perché l’amore si cela piutosto fra lontani, che fra coloro che sono vicini".

10.   Responde la donna: "Per celare l’amore non credo che sia da volere amare o sia da longa o da presso, perché s’è savio e scaltrito l’amante, o lontano o da presso che ssia, in tanto il suo volere e ’l suo fatto atempra, che niuno se potrà acorgere delle secrete cose del suo amore; ma s’elli nonn è savio, o da presso o da longa che sia, non potrà celare il suo amore. Dunque, no à luogo la vostra ragione, per questo che dico. Anche un’altra cosa non piccola mi contradice d’amare, perch’ò marito di molta gentilezza e cortesia e senno, il quale sarebbe tropo gran male a farli fallo, perch’ io so che m’ama di molto grande amore e io son tenuta d’amare lui. Dunque, se m’ama così, per ragione non posso amare altrui".

 

11.   Responde l’uomo: "Confesso ed è vero, che vostro marito è così come dite e da farli onore sovra ogn’altro che viva, il quale fu degno d’avere voi al suo volere. Ma molto mi maraviglio, che l’amore ch’è tra moglie e marito e sonne tenuti, volete dire che quel cotale sia amore, con ciò sia cosa che per certo tra moglie e marito l’amore non possa avere luogo, avegna ch’ami l’uno l’altro e troppo, ma per ciò quello non può essere detto amore, perché veramente non si può comprendere sotto la regola d’amore. Che altra cosa è l’amore, se non la tropa gran voglia d’usare e d’avere sollazzo col suo amore furtivamente? Ma domandovi come tra marito e moglie potrebbe essere furto di ciò, con ciò sia cosa che ssi dica che ll’uno possiede l’altro e sia tenuto di fare senza contradetto tutto ciò che vuole l’uno dall’altro. E anche perciò che lla leggie dello ’mperadore ’l dice, che niuno nella sua cosa può comettere furto né usarla come furtiva. E non vi paia bugia di quel ch’io vi dico, che non si può chiamare amare quel tra moglie e marito, avegna che s’amino di grande amore, sì come ne l’amistà. Avegna perché tra ’l padre e figliuolo in tutte cose sia grande amore, per ciò fra lloro nonn è vera amistade, perciò, secondo che dice Ceciro, solo il parentado del sangue gli fa così amare. Dunque, altretal diferenza è tra l’amore ch’è tra ’l marito e moglie e l’amore degli amanti, chente tra l’amore del padre e del figliuolo e la buona amistà di due huomini, perciò come quivi no è amore, così qui no è amistade. Adunque vedete per certo ch’ amore no è detto tra marito e moglie. Anche per un’altra ragione non si può dire amore, perciò che lla gelosia è da dispregiare tra moglie e marito e d’avere in odio come tempesta, senza la quale altri non può essere diritto amante, anzi la dee tenere per sua madre e balia. Onde sapete per certo tra marito e moglie k’amore nonn à luogo. Dunque, perché a ciascheduna savia donna si bisogni d’amare, senza ingiuria di vostro marito potete udire colui che v’adomanda vostro amore e dalglile".

12.   Responde la donna: "Voi vi sforzate di difendere quello che per antico da tutti è molto da biasimare e d’avere in odio. Dunque, a ragione chi lla potrebbe lodare o difendere in sua parola, perché la gelosia no è altra cosa che ria sospeccione della femmina? Dunque, guardi Dio che alcuno savio non sia preso d’alcuna gelosia, perciò ch’è inimica a tutti i savi e a tutti i buoni odiosa. Anche, sotto spezie di spianare che cosa sia l’amore, dite che marito e moglie non possono dar sollazzo di furto d’amore, il quale senza paura l’uno co·ll’altro possono compiere lor voglia. Ma s’a diritto intendete e spianate, per ciò neente meno tra marito e moglie è detto amore. Perciò che quello che dice la regola, ch’amore dé essere di furto, se voi non mi volete ingannare, sì s’entende generalmente dell’amore, non dicendo di quale amore. E per niuna ragione par che mostri che marito e moglie non possano dare e usare tra loro sollazzo di furto, e non può nuocere perch’abbiarlo libertà d’usare l’amore fra loro senza alcuna paura. E per ciò quello amore è da tutti da prendere, il quale l’uomo può usare e mantenere senza alcuna paura. Dunque, cotale amore voglio prendere e usare, il quale sia in luogo di marito e d’amante, perciò, qualunque cosa dica la regola, non pare che sia altro l’amore se nno lo gran disiderio che ssi compie di carnal diletto, il qual niuna cosa contradice che non si debbia usare tra marito e moglie".

13. Responde l’uomo: "Se voi sape[s]te bene la dottrina dell’amore e per niuno tempo ne foste tocca, sì direste per certo che veragie amore non potrebe essere senza gelosia, perché, come dite pienamente, che gelosia che se lodo da ogne savio intra gli amanti, è, tra marito e moglie, dispregiata per tutto ’l mondo; perché avegna, intesa la regola della gelosia, sì ne sarete certa. È dunque la gelosia veragie pena dell’animo, per la quale sanza modo temiamo che lla sustanzia dell’amore non menomi per non potere sodisfare al volere dell’amante, e temere che ll’amore non sia iguale e avere sospecione dell’amante sanza reo pensiero. Onde per certo apare che lla gelosia tre parte à in sé. Perciò che ’l vero geloso sempre teme che suoi servigi non siano soficenti a mantenere il suo amore e ch’altresì non sia amato com’egli ama e pensa quanto dolore avrebbe se perdesse il suo amante, avegna che non possa credere ch’avenisse. Ma questo ultimo detto non potrebe aver luogo tra marito e moglie. Assai è aperta cosa che ’l marito non può aver sospetto da moglie se nno in male parte. Per ciò, quando il marito è ben geloso, incontanente non sono quel ch’erano per la ria sospecione ch’à di lei, ed ànne gran pena, perché l’acqua che sia ben chiara corre per luogo [arenoso], sì diventa torbida e perde la chiarezza ch’à per natura, sì come adiviene della limosina che per sua natura ne riceve merito da Dio, ma se ll’epocrita o ’l vanaglorioso la dà al povero, sì non n’à merito da Dio e così perde la cosa col guadagno. Dunque, assai è ben provato che lla gelosia nonn à luogo tra marito e moglie e per ciò si seguita ch’amore non puote essere tra moglie e marito, perché queste due cose seguita l’una l’altra igualmente. Ma tra li amanti la gelosia d’amor dé essere: le tre parti della detta gelosia, ch’è detta di sopra, è mestiere ch’abbia in sé l’amante; dunque, la gelosia tra gli amanti non si danna. E molti sono ingannati, i quali dicono che lla gelosia à in sé ria sospecione, sì come aliquanti bisognosi spesse volte credono che llo stagno sia argento. Onde assai sono che non sapiendo onde nasca la gelosia e che sia a dire, assai volte sì v’errano fortemente e sono ingannati. Perché e tra coloro che non sono marito e moglie sì v’è la non diritta gelosia, i quali non sono amanti, ma chiamansi amico e amica. Ma quello che voleste dire ed afermare, che cotale amore è da volere e no altro, il quale si può fare senza peccato, non pare che possa stare, perciò che ’l sollazzo che ssi fa tra ’l marito e lla moglie se non per aver figliuoli e per sodisfare l’uno a l’altro, in altro modo non può essere senza peccato, anzi ne sono puniti più duramente se usino la cosa ch’è santa come non debono, che se lla cosa ch’è usata, s’usi malamente. Perciò che più grave avolterio si truova nella moglie, che inn un’altra, perché lo veragio amadore, sì come dice l’apostolo, nella sua moglie si giudica avolterio. Ma lo vostro spianamento che faceste dell’amore, da niuno pare che s’apruovi, perciò ch’avemo da magiori autori che no è da spianare altram[en]te le parole, se non come sono scritte. Onde a tutti si è certo che ’l vostro spianare non à in sé ragione, perciò che pare che sia contra la sententia della regola. Ma neanche lo spianare che faceste dell’amore non può stare per ragione, perciò che si intenderebbe in quel detto per fermo il cieco e tutti li altri, i quali non possono amare, sì come mostra la dotrina d’Andrea capellano del papa. Con ciò sia cosa che per buona ragione alle mie ragioni non possiate cont[r]astare e se mi fate languire per lo vostro amore, niuno uomo vi ’l tornerà a onore e anche s’ io ne venisse alla morte".

14.   Responde la donna: "Non pare ch’abiate mostrata ragione niuna, la qual possa torre via la mia sentenzia, overo che consenta al vostro volere. Ma perché pare che d’ogne parte sia proposta ragione e acciò ch’io nonn abia via di contendere con voi, si lla cometto i·mano di qualunque savio uomo e savia femina voi volete, sovra questi due capitoli, cioè; se ll’amore à luogo tra marito e moglie e se fia gelosia sia da domandare infra gli amanti a ragione. E questa quistione no·mmi pare che potesse aver fine e essere difinita per noi bene".

15.   Responde l’uomo: "In questo fatto non voglio altra persona se non voi, se volete ben porre mente alle parole ch’avete dette".

16.   Responde la donna: "Questo non s’udìo anche, ch’altrui nel suo fatto fosse giudice, e per ciò non voglio difinirla io, anzi lascio ad altrui sentenzia".

17.   Responde l’uomo: "Abiate licenzia di cometterla in cui volete, ma in donna solamente".

18.   Responde la donna: "Se vi piace, a me pare di dare questo honore alla contessa di Campagna in questo fatto".

19.   Responde l’uomo: "Ed io prometto sempre di servare e d’avere per fermo tutto ciò ch’ella dirà, perciò che niuno può aver sospetto di suo senno e che non dea buona sentenzia. Onde mandiamo una lettera da nostra parte, la qual dica come ci compromettiamo in lei e sopra che fatto".

17a

Lettera a Maria di Champagne

Lettera a la contessa di Campagna.

1.   A la grande e a la savia M. Contessa di Campagna, G. gentil donna e N. conte, salute e molte allegrezze. Come l’antica usanza mostra apertamente e l’ordine degli antichi vuole, che quando s’adomandi giustizia ove per certo il senno à trovato albergo e piutosto è d’adomandare la verità della ragione della piena fonte, ch’adomandare cercando aiuto della tenuità de’ piccioli rivicciuoli. Perciò che lla gran povertà delle cose a pena potrà dare altrui copia per alcun tempo e, fame, abondanza. Per ciò sarà impossevole che ’l segnore ch’è di gran povertà faccia ricco il suo vassallo.

 

2. Dunque, un die, quando noi sedavamo sotto un’ombra d’un pino di grand’altura e molto ampio e diciavamo sovra l’amore e studiavamo di trovare le sue comandamenta, con suave e con dura battaglia di contenzione, fortemente sì cominciammo a cadere in dubbio di due cose e molto ci afaticammo sovra: cioè se tra moglie e marito l’amore possa avere luogo e se tra gli amanti molta gelosia sia da laudare. Con ciò sia cosa che noi disputassemo molto sovra quelli dubbi, e ciascheduno di noi si difendesse a ragione, niun di noi volle consentire al voler dell’altro, overo a suo’ detti. Domandiamo dunque sovra ciò il vostro arbitrio e mandianvi scritte le nostre ragioni come noi disputavamo, acciò che da voi, sottilmente saputa la veritade, la nostra lite si possa a ragione sentenziare e difinire. Perciò per certo e per manifesta veritade sapiamo che ’ n voi è gran senno e che niuno volete ingannare di sua ragione, la qual cosa noi crediamo per certo. A la vostra grandezza adomandiamo ragione e con piena voglia desideriamo che sovra questo fatto voi siate sollicita, pregandovine caramente per queste lettere e togliendo via ogne dimoranza, Dio vi dea a dare giusto arbitrio.

17b

Risposta di Maria di Champagne

La risponsione di quella lettera:

1.   A la savia e alla gentil donna G. e al gentilissimo uomo N. conte, M. contessa di Campagna, salute.

2.   Perciò che non domandate indegna cosa ma da lodare da tutti di sua natura, e a niuno ch’adomandi degna cosa non si fa a noi di negare il nostro atore, spetialmente que’ ch’errano nell’amore e adomandano che noi revochiamo il loro errore, sì come per vostra lettera ci mandaste, dicendo apertamente che sanza niuna dimoranza ci apiacesse di dire sovra ciò il nostro volere. Anche intendemmo per vostra lettera che cadeste in cotal dubbio: overo s’amore potesse essere tra moglie e marito o se tra li amanti si pruovi la gelosia. In ambendue dubbi ciascheduno di voi stette fermo a quel che dicea ed era contrario a l’altro, e volavate ch’io dicesse per mia sentenzia chi avesse ragione di voi. E per ciò, letto quel che diceste diligentemente e traendone la veritade, in cotal modo voglio difinire questa lite. Diciamo dunque, e per fermo fermiamo che ll’amore non può essere tra moglie e marito, perciò che gli amanti l’uno a l’altro fa per grazia tutto ciò che sa, ma no perché ne sia tenuto per ragione.

3.   Ma marito e moglie son tenuti d’ubidire l’uno a l’altro e da cciò non si possono partire. Anche, che onore crescie a la moglie se usi in modo d’amante col suo marito, con ciò sia cosa che niuno ne possa per ciò acresciere in senno e neente più par ch’abia senno quello ch’a ragione aveano in prima? Anche e per un’altra ragione dician questo, perciò che ll’amor comanda che niuna, pognamo che ssia moglie di re, può montare in pregio d’amore, s’ella non ama altro uomo che ’l marito. Anche per un’altra regola sì se mostra che niuno non può servire a due signori e per ciò, dunque, tra marito e moglie a ragione non può essere [amore]. Anche un’altra ragione contrasta al marito e moglie, perciò che lla diritta gelosia non si può trovare tra loro, sanza la quale non può essere lo diritto amore, sì come la regola dice: chi nonn è geloso non può amare. Dunque, questa nostra sentenzia con gran descrezione data e fermata per consiglio di molte altre donne, sanza niuno dubbio l’abbiate per ferma.

4. Data sotto gli anni domini mille cento settantaquattro, il die di magio, duodecima indizione.

18

Come uomo nobilissimo deve parlare a donna nobilissima

Come il più gentile parli a la più gentile.

1.    Se ’l più gentile domanda essere amato dalla più gentile, questo dee avere in sé: che in sue parole dee essere dolce e soave e guardarsi molto che ’n suo dire non possa esser ripreso a ragione. Perciò che lla più gentil femina si truova molto savia e ardisce a riprendere i fatti e detti del più gentile e molto si rallegra se cortesemente il può fare. E in questo fatto possono aver luogo molte cose che son dette da quinci indietro, le quali il buono lettore assai lievemente li puote trovare. E anche in questo modo può dire: "Credo ed è vero che buoni huomini per ciò son fatti in questa vita: per sodisfare a volere di voi e di tutte l’altre, e parmi per chiara ragione che gli uomini non possono essere neente e niun ben fare né avere, se no ’l fanno per amor di donna. Ma avegna che paia che vegno ogne bene da femina e Dio abbia dato loro gran privilegio e che si dica che siano fonte e cagione di tutto bene, sì fa mestiere ch’elle sian tale, in render cambio a coloro che fanno bene, che quel che fanno sia asemplo agli altri di ben fare. Perciò che se non dessono buono asemplo agli altri, sarebbe come la candela ch’arde sotto lo staio, la quale non rende niuno lume di fuori.

 

2.   Dunque apare che ciascheduno si dee sforzare di servire alle donne in tutte cose, acciò che possa avere la lor grazia. Ma elle molto debbono essere sollicite d’avere in memoria i buoni servigi e di renderne cambio a catuno secondo il servigio, perciò ch’ogni bene che ssi fa e che ssi dice, tutto gli uomini il sogliono apropiare al servigio delle femmine e compierlo per loro, acciò che nne ricevano merito da lloro, sanza il quale niuno in questa vita potrebbe avere onore o agrandire. E conosco molti, i quali ànno avuto i·loro volere dell’amore, e altri ch’ànno avuto solo speranza; e io, che nonn ò né ll’uno né ll’altro, sì mmi mantegno in vita solo del pensiero ch’ i’ ò di voi e sovra tutti gli altri n’ò grande allegrezza. Dunque, la vostra pietà guardi di darmi alcuno acrescimento al mio pensiero. E priego strettamente che non vi guardiate d’amore, perciò che quelle che no amano, vivono a llor medesimo e della lor vita niuno ne sente bene; ma quelli che non serve altrui, in questo secolo è come morto e nonn è da ricordare tra le genti, né meno ne più se non come fosse morto. Ma quelle ch’amano, sì danno a ssé medesme grandezza e servono ad altrui, onde a ragione son degne di molto onore ed ogn’uomo ne dice bene.

3.   Ma non vo’ che crediate che dica ciò che per mi’ dire vi si muova a far bene, perciò che so bene e son certo che per niuna cagione vi storeste da ben fare; ma per ciò l’ò detto e ricordato a voi: perché lle cose che ssi dicono assai, la verità si ferma meglio e tiensi a memor[i]a".

4.   Responde la donna: "Avegna che ’l vostro dire sia molto alto e profondo e sottile quanto all’amore, a cciò sì risponderò sì come io potrò il meglio. Dunque, sì risponderò a l’ultime parole ch’avete dette, secondo che mostra Tulio, ch’altri comanda meglio a memoria le cose ch’ode recentemente. Perciò che quello donde m’avete amonita ch’i’ faccia cosa che sia prode a me e altrui, mi piace molto e sammi assai buono, perché ’l mio volere n’era sanza niuno amonimento. E so bene che lle femine, sì come diceste, a tutti debbono essere cagione e principio di ben fare, cioè che con alegro volto e con cortesia riceviamo i servigi di catuno e catuno, secondo la qualità della persona, risponda come si conviene e amonisca di fare opere di cortesia, tuttavia è che ssi guardi di mal fare e che non possa esser ripreso d’essere troppo tenace. Ma dare amore è grieve offensione a Dio e seguitasi indi molti pericoli di morte. E anche gli amanti medesimi n’ànno molte pene e molti tormenti ognendie. Che bene è dunque in quel fatto, nel quale s’ofende Dio e ’l prossimo ed eglino, che sono autori dell’amore, per ciò ne portano gran pena ognendie? Avegna, dunque, ch’amore faccia uomo cortese e guardalo di fare villania, ma perché troppe sconcie cose che se ne seguitano e per le gran pene che nne potrebbe portare, sì è cosa d’aver gran paura e di schifarla per colui ch’è savio e spezialmente per li cavalieri è d’avere inn odio. Perciò che molto si debono penare di non fare offesa la quale Dio abbia per male, coloro i quali ognendie stanno a morire, spezialmente in battaglia. E dunque a voi si fa di non volere amare e di schifare le pene ch’ànno gli amanti, perciò che gli amanti anno molte pene e in assai modi non pur quando vegghiano, ma quando dormono: così dicono coloro che sono inamorati e che ll’ànno provato. Per ciò non vi potrei dire al postutto la natura dell’amore, se nno quanto per udita, se nno al forse, perch’ io non so che sia amare" .

5.   Responde l’uomo: "Voi dite quello che dicono coloro che pascieno gli amici suoi di parole e non anno in cuore di fare il servigio. Recevere altrui, quando ’l vede, con chiaro viso e darli buone parole e, quande lli è bisogno, non darli aiuto né conforto, anzi fare gran parole per essere tenuto cortese, nonn è altra cosa che quelli, il quale l’amico ch’à fidanza in lui inganna con dolce parole di lusinghe e che sé medesimo vuole vanagloriare. È dunque asimigliato allo rio prete, il quale si danna colla sua bocca, mostrando che sia buono e amonendo altrui di ben fare e mostrandoli quanto buon cambio n’avrà da Dio. E non mi può nuocere perché diciate che nell’amore s’offende Dio, perciò ch’ogn’uomo lo sa che servire a Dio è gran bene e suo tesauro. Ma chi a Dio vuole ben servire, tutto si dee dare a llui servire e, secondo il detto di san Paolo, in niuna cosa secolare si dee intromettere. Dunque, se volete servire a Dio, si conviene che llasciate le cose mondane e stare solo al suo servigio, per ché Dio non volle ch’altri tenesse il piede diritto in cielo e ’l manco in terra, perciò ch’altri non può servire a due signori. Onde, con ciò sia cosa ch’è certo che voi tenete l’un piede in terra, perché quelli che vengono a voi gli riceviate con allegro volto e volentieri, e volentieri insieme usiate parole di cortesia, e confortiate altrui di fare opere d’amore, credo che fosse il meglio di noi di no amare, che mentire a Dio in qualunque modo sia. Ma credo che nell’amore non s’offenda a Dio, perciò quello che si compie per la natura che ’l costringe, tosto e di lieve si può amendare. Anche non sarebbe bene a dire che fosse peccato quello dal quale ogne bene è cominciamento in questa vita, e sanza il quale non puote avere degnamente honore. E di ciò il prosimo non sente niuna ingiuria, cioè, non dee sentire, perciò quello ch’altri adomando d’altrui, cioè, dee adomandare, s’altri l’adomando lui, sì dé dare volentieri. Ma molti lo sprecano ad ingiuria, il quale non pare che sia ingiuria. Né non vi maravigliate s’io spuosi: ’adomando, cioè: dé adomandare’, perciò ch’è una parola de legie di Guagnelio, della quale pare che penda tutta la leggie e profeti insegnano sporre in quel medesimo modo, per che diciamo così: quello che non vuoli che tti sia fatto, cioè non dei volere, no ’l farai altrui. Dice[ste] anche ch’altri dovea schifare l’amore, perché se ne seguitano pene e gran pericoli. Ma quello siamo tenuti di volere più sollicitamente, lo quale non ci si dà per lo gran pericolo che nn’è e che sanza gran fatica non possiamo avere, perché dopo un gran male più è dolce il bene. Dunque, per niuna ragione vi potete difendere che l’amare non sia bene da volere, il quale siamo tenuti tutti di mettere nostra possa. Ma cui debiate amare, credo che no ’l sapiate ancora, perciò che colui vi dee parere d’amare, il quale in voi à tutto suo disiderio e tutto ciò che fa di bene il reca a vostro honore. Ma se lla fama per tema d’invidia non mi si togliesse, niun più degno di me sarebbe del vostro amore, perciò che per voi a tutti sono umile e fedele e a tutti sono largo delle mie cose e ogne bene che pensar si possa per niuno che viva, sì vi metto tutta mia forza di farlo. Imprenda dunque il vostro savere di rendere cambio a catuno che serve, perciò che non solo quello ch’è ben parlante, ma anche il muto è degno di ricevere merito del suo servigio".

6.   Responde la donna: "Io non voglio la vanagloria del mondo, né sanza lo ’mperché i’ voglio di parole li miei amici pagare, ma sforzava voi di recare a servigi di miglior vita, non quasi vogliendo dannare l’opere dell’amore, ma mostrare che lle cose celestiale sono anzi da volere che lle mondane. Ma vo’ lasciare stare ora di dire delle cose divine, sì voglio che diciamo sovra l’amore. Molto m’allegrerei, s’ io vedesse che lle vostre opere vi desseno alcuno pregio, poscia che no ’l diceste, perciò chie si loda, sì nn’è tenuto più a vile. Anche, che aspetta la vostra gran larghezza che tant’à tardato di donare queste vestimenta, le quale io veggio così rase e ripezate? Non son dunque tutti li cavalieri ricchi e niuno povero?".

7.   Responde l’uomo: "Voi volete imporre rabbia al fattore del proverbio, perché nonn è licito detto al savio huomo di lodarsi inanzi compagnia di gente e in palese. Ma se alcuno à una donna per la quale confessi che tutto il bene ch’à fatto abbia fatto per lei, che ’l voglia dire in privato, questo nonn è vietato per niuna ragione. Sanza lo ’mperché non adiviene, perciò che tutti gli uomini nel fatto dell’amore s’adastiano ed è tra loro grande invidia, ch’a pena si truova ch’altri abbia sì caro amico o che l’ami tanto, che inanzi a una donna il volesse pregiare o racordare volentieri le sue buone opere. E quest’è quel generale vitio che sozza tutti gli uomini e ch’è cagione per la quale uomo si potesse lodare in privato contra il detto proverbio, perciò che se lla ragione al giudice non son dette dell’una parte, a ragione dà la sentenzia incontro. Per ciò queste vestimenta, rase come vedete, ò portate: per poter ben conosciere se ’l savio uomo potesse ricevere servigio da voi o, per le vestimenta overo per lo senno. E parmi a vedere per certo che vi piaccia più l’ornamento del vestire che quello del senno, la qual cosa abassa molto la vostra gentilezza, perciò che lle femmine di villa tutta sua speme ànno nelle vestimenta; ma lle gentili e le savie dispregiano l’ornamento delle vestimenta sanza quello del senno e solo rendon honore a l’uomo ch’à senno. Anche credo bene che mi basti s’i’ sono largo verso altrui, perciò che se alcuno fa grande spese nella sua persona, non servendo altrui, non acrescie neente in onore. Dunque, s’alcuno di quello che spende in sua persona non dovesse aver cambio buono, sapiamo assai de’ quali non è niuno ricordo, li quali sempre in questo mondo si ricorderebbono. Ma coloro spezialmente sono da pregiare, i quali la loro uttulitade lasciano misuratamente, acciò che l’altrui necessitade possano comportare e servire quand’è bisogno. Dunque, lasciate questa povertà di parole a le forese, com’è detto, e usate altre parole, acciò che ssi mostri vostra gentilezza e vostro senno non solo per mostra e portamento, ma anche per le parole. Ma lascio per voi di ridire li proverbi o ’l van parlare, perché suole spesso fare [...] quelli che ll’ode, e per ciò non si ne acrescie il savere; ma tuttavia vi priego che mi diate l’amore il quale v’ò domandato".

8.   Responde la donna: "Gran temp’è ch’ò udito dire a la gente che lli proverbi che paiono toccare la veritade, anzi muovono l’animo dell’uomo ad ira, che a ciance che si dicano da non aver piato e per ciò sì me ne pento di ciò ch’ i’ dissi, perché conosco che ve ne turbaste troppo. Onde darne a voi, lasciando li proverbi, così vi rispondo. Dico bene che in questa vita niuna cosa è più da lodare che amare saviamente, ch’a niuno può far pienamente quello onde possa avere onore, se non fa per forza d’amore. E per ciò fate bene se volete tale amore, per la qual sempre possiate acresciere in ben fare. Ma lo frutto del mio amore non potete avere, perché aliquanti dolori nascosi non mi lasciano amare. Ma s’io potesse pur amare, sì v’è un’altra cosa, per la qual non vi potrei amare: perché siete dato ad altrui servigi e ch’altri m’à domandato prima il mio amore e per ciò a ragione lo debbo dare anzi a llui".

9.   Responde l’uomo: "Qua’ siano i dolori ascosi ch’avete e che non vi lasciano amare, no ’l m’avete ancora ben mostrato. Perciò che lli sollazzi d’amore sono medicina di cacciare ogni dolore e ristora di tutta letizia, se non forse per la morte del vostro amante, per lo quale, secondo che comanda l’amore, ne dovete portare corotto due anni. Ma come pare a me, non credo che portiate trestizia per amante, perché non foste anche inamorata di niuno. Ma perché diciate ch’[i’] vo’ bene altrui e ch’altri v’amasse prima di me, non pare che possa nuocere a mia ragione, perch’è in vostro arbitrio di darlo anzi a colui che ne fosse più degno e se l’altro avesse avuta la speranza del vostro amore. Perciò che quelli nonn è da avere anzi l’amore, il quale prima l’adomanda e prima serve, che colui che ne sia più degno. Anche men che ben si dice ch’altri mi sia inanzi solo perché l’adomandi prima, ma solo colui, il quale, per servigi che fece, fu prima degno d’averne il frutto. Perciò che se lla domandagione d’alcuno savio fosse anzi admessa perché ’l più savio tardasse, sarebe cosa di mal asempro e grande iniquità se ne seguiterebbe. Perché nonn è da guardare quando altri lo domanda, se non fosse fatta già la promessione e compiuto. E questo è quello che saviamente è detto di sopra, che ciascheduna donna e anche poi ch’el’à data speranza e lo basciare e il lasciare abracciare, se non à dato più innanzi, sanza biasimo lo può negare al primo e darlo un altro. Dunque, avegna che l’adomandi di poscia, non mi dé nuocere, s’io ne sono più degno".

10.   Responde la donna: "Che è ciò che credete ch’io no amasse ancora altrui? Tenetemi così vile e di così poco valore ch’i’ non sia degna di potere essere amata e ch’i’ non ami altrui? A cciò mostrano le vostre parole che siano contrarie a leggie dell’amore e a ogne ragione. Perciò che basta a catuno, se mostra che sia degno d’essere amato, avegna che più degno di lui poscia l’adomandi, perché non dee nuocere a la bontà dell’uno la meglior bontà dell’altro. Onde, s’alcuno buono e che sia degno adimandi prima di voi essere amato, avegna che voi ne foste più degno, la colui petitione prima è da mettere, perché se ’n di me diceste altro, sì vi sforzereste di frodare il savere sanza ragione da’ suoi guiderdoni".

11.   Responde l’uomo: "Non piacci a Dio, madonna mia, che credere possa per alcun tempo che voi non siate ben degnissima d’essere amata; ma per ciò lo dissi: ch’a pena mi pare ch’alcuno sia degno del vostro amore, e se nn’è degno, a pena niun sì ardito nel mondo, che non dubitasse di dire sua ragione dinanzi da voi e domandarvi amore. Ma quel che diceste, che la magior bontà non dee nuocere alla minore, per ragione no ’l potete difendere, perciò che lla tostana domandagione d’alcuno savio, per ragione non dé nuocere a quella del migliore. Avegna dunque che catuna delle tre donne che mangiavano assai fosse degna d’aver lo pome, ma lo diritto giudice di [Pr]iamo, ciò fu Alexandro, le due, avegna che ne fossero degne, no lo di[è], e la più degna, ciò fu Venere, e ch’adomandò il pome prin da sezzo, volle ch’avesse il pome. Dunque, che sia più degno, prima lo dovete conosciere e mantenerli sua ragione".

12.   Responde la donna: "Se lla falsa volontà non v’ingannasse, nonn andreste cercando amore d’altra donna che della vostra moglie ch’è così bella".

13.   Responde l’uomo: "Confesso bene ch’i’ò bella moglie e ch’i’ l’amo troppo, secondo che ssi richiede a marito. Imperché so che tra marito e sua moglie non può essere amore, e sì come disse e fermò la sentenzia della contessa di Campagna, e che in questa vita non si può far bene niuno, se nonn à principio e fine dall’amore, non sanza ragione son costretto d’amare altra femina che mia moglie. Ma il defecto come debie rispondere in questo articolo, sì ’l troverai scritto molto bene nel parlare del più gentile alla gentile".

14.   Responde la donna: "Anche che ll’amore sia cosa molto utile e da volere per giovani e per coloro li quali dilettano la gloria del mondo, a me e che sono quasi d’etade compiuta, non mi pare util cosa, anzi da spregiare; anche più, se tutte altre cose mi comandassero d’amare, ma lo vedovatico e la tristitia ch’ò di mio marito ch’è morto, ogne sollazzo a ragione mi toglie".

15.   Responde l’uomo: "Assai ne l’abito di vostra persona vi mostrate giovene, se ’l vostro cuore non fosse vecchio, onde apare per certo che in vostro cuore sia gioventude, perciò che l’abito assai mostra di fuori quel ch’avete dentro. Né llo dolore del vostro marito ch’è morto a ragione mi può nuocere, perché vi conforto di quello ch’iera data continua letitia e manterralla, perciò che l’amore è quello che toglie dolore e in suo luoco dà molta allegrezza e gran sollazzi. Dunque, l’amore è cosa da volere da tutti e d’amare, il quale toglie ogne trestitia altrui e dà stato d’allegrezza. Onde, secondo ch’adomanda la legge, passato il tempo di piangere il marito, si puote di licentia porre giù ogne dolore ed amare, perciò che portare dolore più che ’l tempo che lla lege comandi, sì è contra la leggie e contrastare al volere di Dio e pensare contra i suoi fatti mattamente. Anche tenere corrotto più che ssi debia, nulla pare che giovi al morto, e la vostra persona ne porta gran danno".

16.   Responde la donna: "Con molto ardire pare che diciate contra la leggie, quando dite ch’altri fa male s’alcuno fa più oltre che lla leggie comanda e ordina per misericordia per la fragilità ch’è nelle persone, con ciò sia cosa che llo Vangelio lo dica a colui ch’alberga l’uomo fedito: "Te’ questi dinari, e se più vi spenderai, io gli ti renderò". Onde, se lla leggie m’ordinò poco tempo a far corrotto, volendo provedere a la mia fragilità, ed io alcuna cosa il faccia piue per adempiere meglio la legie, son degna d’avere maggiore merito e cambio".

17.   Responde l’uomo: "Non per provedere alla fragilità delle femmine la leggie, quanto tempo dovesse stare, fu trovata, ma per provedere a l’utulità degli uomini, cioè acciò che ’l sangue di due uomini non si potesse turbare o mescolarsi insieme. Per ciò sì tosto come il sangue non si può turbare, secondo che comanda l’apostolo, morto il marito, si può maritare a un altro. Molto magiormente, dunque, passato quel tempo, voi potete amare".

18.   Responde la donna: "Avegna che ll’amore ogni persona lo debbia volere, ma la vergine no ’l può volere, perché sapete bene che lla vergine per piccolo biasimo e boce sì perde l’onore di questa vita e la buona fama. Anche più che non sono di tale etade ch’io potesse comportare l’amore comune come si dee, perciò che ssi dice che anzi che siano XVIII non si può mantenere l’amore. Onde non pare che io possa bene amare".

19.   Responde l’uomo: "S’alcuna vorrà amare saviamente, infine porrà pentere a ragione e anche non avrà disinore, perciò che se lla femmina amerà un savio huomo e scaltrito, lo suo amore starà celato e non si potrà spiare per niuno e disinore niuno non vi potrà avere. Ma quello che dite dell’etade, può aver luogo nel maschio, perciò che l’uomo anzi li XVIII anni a pena può essere fermo amante. Ma lla femmina sì, perché ll’aiuta la natura, perché lla femmina da XII anni inanzi si è ferma nell’amore e puote amare. Ma perché avegna naturalmente più tosto nella femmina che nell’uomo, sì ’l potete ben vedere.

20.   Perciò che lla femmina, incontinente che passa li XII anni, sì compie la sua fermezza e nonn é vana nelle cose e più tosto, perché ’l dà la natura, può compier amore che ’l maschio. E questo adiviene perciò che segnoreggia la f[r]igidità nelle femine e nell’uomo, per natura, la calidezza. Ma colla frigidità della femmina è alcuna cosa di calidità e la cosa ch’è fredda, più tosto si scalda di poco caldo ch’abia, che se al caldo si giunga caldo. La quale cosa vi mostro per asemplo: perciò che se in vasello d’argento, o d’altro metallo, alcuna cosa si metta che sia calda, di magior calore e più tosto si scalda che ’l vasello del legno, nel quale si mettesse cosa molto caldissima. Anche, più tosto le femmine di vechiezza si guastano che maschi, ch’ànno fortezza in compier lor volontà. E per ciò nonn è meraviglia se lle femmine sono più tosto ferme, perché vediamo tutte le cose di questo mondo, le quali ànno vita e spirito, che quanto più tosto per natura viene a compimento, tanto più tosto viene a fine per quella natura medesima, e, per contrario, quanto più pena a venire, più basta".

21.   Responde la donna: "A questo che mi dite per ragione di fisica, sì lascio a voi così impendente, ch’io non vi rispondo in alcuna cosa, perciò ch’altri non domanda medicina, se nno quando à male. Dunque, fa mistiere ch’io la taccia, se voi mi consigliate per vostro conforto ch’io ami saviamente: com’io lo debia fare, no·mmi ne avete dato pieno consiglio. Perché niuno truovi sì grande infignitore nell’amore, o amare sì ad inganno, che lla sua fede non paie a tutti aprovata, ed un uomo novitio quando viene che ssia innamorato e che non si peni di coprire a tutti le sue tecce. Pognamo dunque per fermo che l’amante s’infinga e con su’ arte voglia ingannare l’amore, ma nel tempo che lla volontà lo stringe, in tutto in suo’ portamenti mostra che leale amante sia e con bugie si sforza d’ingannare la femmina che gli crede. Per ciò, il cui savere si potrebbe guardare da tanta imagine di veritade e conosciere le frode coperte? A pena il senno di Salamone si ne potrebbe guardare, o dottrina di Cato dirlo dinanzi. Avegna che talora si truovi femmina che si guarda di queste frode, la qual sia di picciol tempo convenevole e ch’abia già sentito altra volta l’amore; ma in questo caso non m’aiuta l’etade e non provai anche l’amore".

22.   Responde l’uomo: "Meravigliose parole dite molto. Che dunque falsità può essere nell’ariento che si frega al paragone o che ssi purghi nel fuoco? Come, dunque, per lo fuoco e al paragone si truova la verità dell’oro e de l’argento, e così la fede e la verità d’ogne huomo si mostrerà per molta pruova. Perciò che nonn è alcuna donna od ancella di sì poco senno in questo mondo, se quello nome che ssi fa, a la qual non sia legier cosa di conosciere la fede dell’amante, o s’è vero quello che dice, s’ella lo pruova saviamente. Son molte, solo perché sono di gentilissimo sangue o maritate a gentilissimi huomini, credono essere donne e donzelle, a le quale non si fa loro quel nome di donna o di donzella, perché solo il senno e li buon costumi fa lor degne di quel nome. Onde a ragione la gioventude spesse volte si truova non savia e ingannata, la fantilità della quale apropia a sé quello che apartiene a senno e scaltrim[en]to. Dunque, la femmina non dee darsi al volere di colui che lla domanda, ma prima li dé fare molte promesse e indugiare quel che promette convenevole termine e conosca di che fede sia; talora si dé mostrare cambiata al postutto da quel che promette e di non volere farne nulla. Perciò che niuno si è sì scaltrito e sì ingegnoso, se per lungo tempo pena aver lo frutto dell’amore e che spesse volte sia inganato di promesse, il quale talora nonn afini di ciò o che palese non si mostri la sua malvagia. Onde, s’ella vede che per ciò se ne rimagna, o che le porti rea nominanza indosso, o ch’abia fidanza d’averla per danari, dêsi dare che non sia leale amante. Ma se conoscie che perseveri lungamente, non dé molto tardare la promessa, acciò che non abbia lavorato indarno. Ma aver in sé arte di fisica e ogne altra scienzia, per ciò non menoma suo senno, anzi e’ si ne monta in magior pregio e sempre inde n’acrescie il suo senno. E palese v’amaestra l’amore d’amare il savio e di schifare il non savio".

23.   [Responde la donna]: "Quello onde altri à gran voglia d’averlo che vegna a compimento, inn ogne modo si sforza di farlo volere e di fare a colui che gli crede. Ma quelli nonn è diritto amico che guarda che si faccia pur la sua uttulitade, non curando di quella dell’amico suo, non dee voler credere a quel cotale amico. Amare, dunque, a le maritate è licita cosa, e alle vergine par che sia cosa d’averne paura e da disinore, perciò che quando la femmina si marita, se ’l marito, credendo che sia vergine, la truova corotta, sempre la ’nodia ed àlla in dispetto, per la qual cosa spesse si parte l’uno da l’altro e non si raunano mai insieme e così sanza modo le crescie adosso la ria fama ed ogne persona l’à in dispetto".

24.   [Responde l’uomo]: "Grandissimo errore pare che seguiti de la vostra dottrina, quando dannate l’amore nelle vergini, perciò che molte vergini ch’aveano ogne bontade, si truova scritto ch’amaro, sì come fu Ampelice, Isotta, Blanciflore, Fenice e molte altre vergini. Perché se lla vergine per forza d’amare non si peni di farsi portar pregio, non sarà degna d’aver marito di valore, né venire a niuna gran cosa pienamente. Né per ciò sarà inn odio al buon marito, perché il buon marito penserà sempre che non potrebe per alcun tempo aver trovata moglie di sì gran valore, s’ella non fosse insegnata d’amore e che non avesse amato. Ma s’ella è data a cattivo marito, meglio le viene che ’l marito le voglia male che bene, né per ciò la savia femmina lungamente suo pregio ne perde, anzi si scuoprono le retadi del cattivo marito. Ma i’ ò volere di manifestare a voi una cosa ch’i’ ò in cuore, la qual cosa [so] che molti no·lla sanno; ma non credo che voi no ’l sapiate: amore tal è puro e tal è mescolato. Ma il puro amore è quello, il quale con tutto desiderio d’amore giunge i cuori insieme di duoi amanti. Ma questo amore viene da desiderio de l’amante e del cuore e va infino al basciare e l’abracciare e toccare le vergognose membra de l’amante a gnudo e alla fine non usare insieme, perché nonn è licita cosa di far quello a coloro ch’amano puro. E quest’è quello amore, il quale catuno ch’è proponimento d’amore dé volere con tutta sua forza. Perciò che questo amore sanza modo crescie tuttavia, e non si fa che niuno anche se ne potesse saziare; e quanto catuno ne prende più, tanto più ne vorebbe avere. E questo amore è di tanta vertude, che da llui viene principio di tutto savere e niuna ingiuria n’à il proximo e piccola offesa si ne fa a Dio. Certo, di cotale amore, né vergine né corrotta, né vedova né maritata ne può sentire alcun danno o al suo pregio averne menomanza. Io questo amor voglio, questo seguito e questo sempre adoro, e non fino d’adomandare a voi che ’l mi diate. Ma quell’è detto amore mescolato, il quale dà efetto a ogne desiderio della carne e alla fine si compie per luxuria. Che amor questo sia, assai di lieve il potete vedere per quel ch’è detto di sopra. Questo amore tosto vien meno e poco tempo dura, e spesso se ne pente altri d’averlo fatto; il proximo ne diserve e anche Idio di sopra e molti gran pericoli si ne seguitano. Ma questo non dico perch’ io il danni, ma per mostrare qual sia prima da volere, perciò che ll’amore mescolato è vero amore e da llodare ed è detto principio a tutti d’ogne bene, avegna ch’abia in sé gran pericoli. Dunque, altressì è aprovato l’uno amore come l’altro, ma l’usata del puro amore mi piace più. E per ciò, lasciata ogne vanità di paura, sì vi si dice di prender l’uno".

25.   [Responde la donna]: "Voi dite parole le quali non fuoro anche dette né udite né che si potessero a pena credere per niuno. Perciò che mmi meraviglio se in niuno si potesse trovare tanta astinenza di carne, che esendo nell’opere e commosso nel diletto dell’amore, che sse ne possa ritenere e contrastare al movimento del corpo, perché da tutti è tenuta grande maraviglia s’alcuno fosse messo nel fuoco e no ardesse. Ma s’alcuno avesse questa fede nel puro amore come dite, e fosse di quella astinenza della carne, lo costui proponimento lodo bene e confermo e giudico ch’è degno d’ogne onore, non donando per ciò i·nulla l’amor mescolato, per lo qual si dereggie quasi tutto il mondo. Avegna, dunque, che l’uno amore e l’altro sia provato, voi a niuno vi dovete apoggiare, perché ’l cherico dee solamente sovrastare a l’oficio di Dio e schifare tutti li carnali disiderii. Anche si dee guardare da tutte dilettazioni di questo mondo e ’l su’ corpo guardare da ogne macola verso Idio, al quale Dio diede privileggio di tanta dignitade e di tanto onore, sì come di consegrare colle sue mani la sua carne e ’l suo sangue e di poter perdonare le pecata degli uomini. Ma pognamo che vedeste ch’io fosse in volere d’operare li diletti della carne, sì mmi dovreste, per l’oficio che v’è comesso da Dio, revocare da quel proponimento ed errore e ch’io mantenesse castitade e dar di voi asempro che apertamente potesse coregere l’altrui peccato. Perciò, secondo che ’l Vangelio comanda, quelli che porta la trave nell’occhio prima la se ne dee trarre, che si sforzi di trarre la pagl[i]uga de l’occhio del suo fratello. Perciò c’ogn’uomo ne farebe beffe, s’un che fosse legato altressì come il su’ compagno, dicesse di volerlo sciogliere. Dunque, le femine tropo farebono grande offesa a dDio di contaminare coloro i quali à posti a suo’ servigi e vollero che fossero puri e casti in tutti suo’ servigi".

26.   [Responde l’uomo]: "Avegna ch’io sia cherico, ma io sono uomo nato di pecato e pronto di sodisfare naturalmente al desiderio della carne, come tutti gli altri uomini. Anche che Dio volesse che lli cherici fossero in suo luogo ed avessero carico di tutti li suoi fatti e d’anunziare la sua parola, ma in ciò non volle che fossero di migliore condizione che gli altri, di non poter peccare e di nonn avere lo compugnimento della carne. Onde non credo che Dio volesse che fossero di magiore astinenzia de la carne e di portare doppia soma. Dunque, perché il cherico più ch’un altro laico è tenuto di mantenere castitade del suo corpo? E non credere che pur al cherico sia vietato il diletto della carne, con ciò sia cosa che a ciascheduno altro cristiano sia comandato da Dio di guardare il suo corpo da ogne inmondizia e di schifare al postutto i diletti della carne. Dunque, altresì bene i·laico come il cherico potreste cacciare, perciò che non solo a’ cherici è dato podestà d’amunire e di revocare il proximo da li suoi errori, ma anche a ciascheduno cristiano è imposta questa necessità, sì come ci amaestra lo Vangelio, il qual dice: "Se peccherà in te lo tuo fratello, gastigalo selo tra tte e lui", e non disse: "Se peccherà nel cherico lo su’ fratello", ma generalmente disse, vogliendo dare general comandamento altressì a l’uno come a l’altro. Dunque, ben farà ’l cherico e bene lo laico se se ne tiene da ogne secolar diletto e se in buone opere confermi il cuor del proximo. Ma confesso, e no ’l posso negare, che lo cherico è tenuto in certe cose, come di mostrare la via della veritade nella divina casa, overo là ove sia il popolo e di confortare il suo popolo, in su’ dire, nella vera fede e cattolica, la qual cosa, se per neghienza no ’l fanno, non potranno cessare le pene eternali, se non forse amendino il pecato con frutto di penitenzia. Ma se in opera e in detto fa bene il suo oficio, della comesione che gli è fatta, per certo ne sarà prosciolto, perciò che di tutti gli altri peccati che fa, il cherico da Dio non sie più punito ch’un altro laico, con ciò sia cosa che tutti naturalm[en]te si muovano a cciò per lo movimento della carne, sì come tutti li altri mortali. E questo dice il Vangelio: vegiendo dunque Idio li suoi cherici, secondo la ’nfertà de l’umana natura, cadere in isvariati peccati, sì disse nel Vangelio: "Sovra la sedia di Moisé sedranno li scribi e farisei, ogne cosa che diranno a voi che faciate, uditele e fatele, ma secondo le loro opere non fate", quasi come dicesse: "Credete alle parole de’ cherici come a messi di Dio, ma perché son disposti a desiderii della carne come tutti li altri uomini, non guardate alle loro opere, se non fanno quello che debbono". Dunque, mi basta, che quando sono a l’altare, d’anunziare la parola di Dio al mio popolo. Onde, s’adomando d’essere amato da alcuna donna, perch’ io sia cherico no mi può cacciare, anzi proverò a voi che per necessitade d’uomo, che piutosto il cherico che laico è anzi d’amare, perciò che ’l cherico in tutte cose si truova più savio e sca[l]trito che laico, e con magior misura ordina sé e lle sue cose e con misurato modo suol disporre ogne cosa e perché ’l cherico à scienzia di tutte [cose], ché ll’à per iscrittura. Onde, migliore amore è da giudicare il suo che quel de·laico, perciò che in questo mondo a niun fa sì gran bisogno ch’all’amante d’essere savio in ogne cosa. Onde, se in altro modo mi trovate degno del vostro amore, per questa cagione no·mmi potete cacciare perch’ io sia cherico".

27.   [Responde la donna]: "Molto sono maravigliose le parole vostre, per le quali dite che ’l cherico non sia più da punire, de’ peccati del mondo, che laico, con ciò sia cosa che lla santa Scrittura dica che quanto l’uomo à magior dignitade e magiore ordine, cotanto fa magior caduta peccando. Ma pognamo che non sia magiore il peccato del cherico che laico, un’altra cosa v’è per che lle femine non possono amare li cherici: perché l’amore di sua natura richiede piacevole e bello ornamento e che l’uomo secondo che porta il tempo vada bene aconcio e che sia ardito contra i nemici e allegro molto in battaglia, e sempre stare in arme. Ma ’l cherico va vestito a guisa di femmina e col capo raso villanamente e non può donare ad altrui, se non vuol comettere furto, e anche sta sempre in riposo e pensa pur di mangiare e di ben bere. E per ciò, se ’l cherico à tanto ardire di richiedere l’amore di savia donna, infino nella prima, quando la richiede, saviamente lo ne dé riprendere e darli comiato villano e brutto, che non solo elli se ne rimagna di domandare queste cotal cose per la vergogna, ma perché per ciò gli altri n’abiano paura di domandare simigliante cosa. Perciò che molto si rimangono di far male o pecato più per la vergogna del mondo, che per le pene che debbian ricevere a l’altro mondo".

28.   [Responde l’uomo]: "Ben è vero che quanto altri à magior dignitade, tant’è magior la caduta in peccare, non quanto a Dio ma quanto a le rie boci del popolo, perché magiormente il popolo si muove a dir male d’un molto piccolo peccato che faccia un uomo di Dio e di menarlosi per bocca e di riprendere la sua vita, che se mille di popolo facessero grandissimi pecati. Ma perché ciò adivegna, io no ’l vi dirò ora di presente. Ma perché li cherici vadano vestiti a guisa di femmine non mi nuoce, perché fu comandamento de’ santi padri infin del cominciamento, che lli cherici in abito e in andatura si paresseno dagli altri. Onde, se per ragione a sì piccioli comandamenti di santi padri facesse contra ciò o che fosse neghittoso in non servargli, non dovreste credere ch’io per ciò vi facesse megliori e magior servigi, anzi mi potreste a ragione dire: "Apostata va’ via, e falsatore del tuo ordine". Ma quello che diceste, ch’io dovea essere largo, viene da grande errore, con ciò sia cosa che ssi predichi per lo dottore della veritade a tutti gli uomini larghezza e che al postutto nonn abiano in sé avaritia, non so con qual fronte possiate dire che lli cherici non possano esser larghi, se non forse volete intendere di quelli cherici, i quali anno rinu[n]tiato al mondo e a tutte l’oltre cose mondane. Anche né loro non potrebe nuocere, chi guardasse bene a la veritade. Ma che noi usiamo battaglie, Dio il vieta perché le nostre mani fossero pure e nette da spargere sangue, per la qual cosa non potessimo essere cacciati dal servigio di Dio, perciò che quelli che sparge sangue non può essere al servigio di Dio. Onde, perché ’l santissimo re David fece micidio, non potté edificare el tempio di Dio, con ciò sia cosa che Idio medesimo li disse: "Non farai il mio tempio perch’ài sparto sangue". Per ciò, se questo non mi nocesse, di niuna cosa ò magior desiderio in questo mondo, che di mostrare mia prodezza e di fare e andare a battaglia. Ma quello che diceste, ch’io servìa volentieri al corpo, per ragione non mi può nuocere, perché non si truova né cherico né laico, maschio né femmina, piccolo né grande, che volentieri non serva al fatto del corpo. Ma se questo fa più che non debia, dinanzi da Dio e tutti gli uomini del mondo, altressì li cherici come i laici fanno gran peccato e cosa da molto riprendere. Né per lo molto riposo ch’abiano i cherici è da credere che mangino e beano troppo, ché se per lo riposo ch’altri abia si credesse ciò sovra tutti che vivano, ch’ànno ragione, le femmine son quelle che ll’ànno, contro le quali è da presumere che mangino troppo. Anche magiormente contro le femmine che contro li cherici o gli altri uomini è da presumere, in questo caso, chi guarda bene alla veritade, perciò ch’è scritto che prima la femmina che ’l maschio sodisfece al corpo e contro il comandamento di Dio e per la gola lo ruppe. Anche più, che l’uomo mai non avrebbe mangiato, se, per le molte lusinghe che lla femmina li fece, non fosse, onde ne fu, ingannato".

29.   [Responde la donna]: "Se per lo mio dire l’animo vostro si turbò, sol me ne dovete riprendere e rimbrocciare e non ispregiare tutte l’oltre per una offesa; perciò che quello che lla femmina fece per la gola, sì ’l fece per lo ’nganno del domonio, non perch’ella volesse refrenare l’apetito del ventre, perch’era neente, ma come matta, credendo a le parole del domonio e per savere che cosa fosse il male, perché Dio l’avea vietato".

 

30.   [Responde l’uomo]: "Perché, dunque, fu prima tentata nel porne la femmina che ’l maschio, con ciò sia cosa che magior vettoria v’avrebe inde avuto lo domonio, se nno perché ’l domonio vidde che lla femmina, piutosto che ’l maschio, apetiva il cibo?".

31.   [Responde la donna]: "Questo per ciò divenne, perché lle femmine credono più tosto ogne cosa che maschi, perché sono semplici e di niuna possa, per ciò credono a ogne parola. Onde, vedendo il domonio che ’l maschio non credea così tosto, perché più è scaltrito in tutte cose, volle cominciare in prima a tentare la femina, tentando che non lavorasse invano, perciò che s’egli avesse tentato prima l’uomo e non ne fosse venuto a capo di ciò, l’asemplo dell’uomo avrebe confermato l’animo della femmina".

32.   [Responde l’uomo]: "Sopra questo articolo tosto ci verebe meno il disputare e per ciò, lasciando stare queste cose, domando che rispondiate alla principale proposta che v’adomandai, perché quelo che m’avete aposto, a ragione non mostra che mmi noccia".

33.   [Responde la donna]: "Avegna forse che vostri servigi vi faccian degno di cotale amore, un’altra cosa è perch’i’ non vi posso amare: perciò ch’è un altro altresì gentile e savio come voi e non à minore volere di servire di voi, il quale per li servigi m’adomanda il mio amore e no ’l vuol dire colla bocca, il quale anche per molte ragioni è inanzi a voi nell’amore. Perciò che quelli lascia tutta la sua speranza nella mia fede e non mi fa importunità di domandare, ma crede venire a suo intendimento solo per mia grazia, più mi pare che sia degno d’avere quello che da me desidera, che colui che con suoi detti mi rende certa di quel che vuole e tutto sua speranza pone in sue parole, cioè che più si confida in sapere ben dire e favellare coperto, che della puritade del mio volere. E più è tenuto il giudice di dire la ragione di colui che nonn à legato avogato niuno, inanzi la lascia in suo arbitrio, che di colui che sa ben piatire e che n’è amaestrato per molti avogadi, quando va inanzi a lui a piatire".

34.   [Responde l’uomo]: "In questo caso l’opinione vostra mi pare molto da riprendere. Qual, dunque, savio dirà mai che ’l muto sia più degno d’adomandare e d’avere quello che disidera, lo quale si sforza di mostrarlo con cenni corporali, che colui che si pena di parlare con savia parola e con aconcia? Perciò che si dice in proverbio di popolo: "Non portare muto in niuna nave". Anche, adomando quel che vuoli e spesse volte l’adomanda, questo permette ogne ragione, anche Idio n’amaestra, il qual dice: "Adomandate e seravi dato, picchiate e seravi aperto". Perché l’usanza del mondo è tale, che a pena potemo avere onde siamo degni o che desideriamo d’avere, non che per tacere, ma anche per adomandare spesse volte. Anche vi mostro per magiori asempri ch’i’ son più degno d’avere quel ch’adomando, che colui che no·ll’adomanda; perciò ch’io ne son degno non solo per li miei servigi, ma anche perché molto l’ò domandato. Perché, sia chi vuole, la cosa ch’adomanda una volta, sì la dé avere, perch’è comperata molto cara. Adunque, più dovete essere favorabele a la mia domandagione che lla sua, perché di quel ch’adomando son degno per doppia ragione ed egli per una. Anche non si vide mai femmina, com’ io credo, che cotal cosa proferì di grazia a coloro che no·ll’adomandano, per l’usata vergogna delle femine ch’è contradia a ciò".

35.   Responde la donna: "Li nocchieri per ciò schifano di portare lo muto nella nave, perché quando sono in tempestade, quel che per gli compagni fosse detto a llui di fare no·ll’ode, né non può dire agli altri l’uttulitade della nave. Anche il muto non dé perdere la sua fatica, avegna che non possa dire il fatto suo. Anche non può nuocere l’asemplo del detto Vangelio, perciò che quel s’intende che non fini d’adomandare e di picchiare alla porta quante ad avere lo regno di Dio, al quale respondono le sue buone opere e la buona fede. Ma se voi volete restringere quel che porta la parola e solverla così semplicemente, per viva ragione vi conviene dire che niuno muto vada in paradiso, con ciò sia cosa che quello ch’adomandano col cuore non possano mostrare con voce, per lo difetto ch’ànno da natura di non poter parlare. Ma ciò che dite, che dovete domandare quel che volete perché ne sare[s]te degno per doppia ragione, non si difende per giusta ragione, perciò che allora è vero, quando altri adomanda cosa che sia disposta a merceria dell’uomo. Ma guardi Dio ch’alcuno possa comperare l’amore per prezzo, perché l’amore è cosa di grazia e che sol viene dalla nobiltà del cuore e da pura libertà della mente e per ciò si dee dare a tutti solo per grazia, non per prezzo niuno, avegna che sia licita cosa agli amanti di dare e di torre gioie l’uno a l’altro. Ma se solo per ciò usassero l’amore, da indi innanzi non è diritto amore ma è falsato. Anche per la vostra domandagione, la mia libertà non dee perdere il suo dono, la qual cosa sarebbe se lla vostra domandagione vi ne facesse degno, perciò che la grazia perde il suo oficio là ov’altri adomanda quello onde n’è degno. Ma ove dite che lla cosa domandata che per fermo è comperata, ver è quanto a colui che ll’adomanda, ma non quanto a chi lla tiene, perché se dovesse essere lor dato solo per la domandagione, le ricchezze di molti tosto verrebono a fine e ne rimarrebero in molta povertà e in grande inopia. Dunque, bellamente lo fattore del proverbio volle dare dui intendimenti: perché catuno la cosa che vuole, od àlla per molti danari che spenda, o per molta gran fatica; e così questo cotale si suole schernire per la gente: "Questo uomo àe comperata molto cara quella cosa, ma non gli si fa per niuna guisa". Né anche quello che dite, ch’è vergogna alla donna s’ella di grazia profera il suo amore a colui che no·llo adomanda, no·mmi nuoce, però che non si truova che ssia vietato in niuno modo di dare di grazia il suo amore. Dunque può la femina, s’alcuno la ’nvita d’amare, invitarlo al suo amore con belle e con cortesi parole, s’ella s’avede che l’uomo non sia ardito di domandarlo per qua[l]che cagione. E in questo fatto la figliuola del buono re Carlo il magno ne dà uno buono asempro, la quale adomandò spressamente il su’ amore da Milione d’Anghiante, ma elli, perch’iera legato dell’amore de l’altra figliuola di quel medesimo re Carlo, sì lla rifiutò al postutto d’amare, non volendo a sua scientia cadere nel peccato de lo ’ncesto. Dunque, per niuna ragione mi si toglie ch’io non possa amare colui ch’ò detto, che no ’l m’adomando".

36.   Responde l’uomo: "Molto m’alegrerei, se in questo caso la vostra openione fosse aprovata da ogne femmina, perché sarebe più lieve fatica agli uomini ad amare, e di meglior condizione quel che desiderano. Ma pur in questo non vi posso consentire, che quelli che tace il su’ afare sia degno di magiore honore che quelli che ’l dice con savie e belle parole; ma né di ciò la vostra libertà ne perde il suo dono, ché quello ch’io dissi della ragione della compera e del debito dell’amore, no ’l dissi quasi perch’io ne credesse essere degno e perché ’l volesse per prezzo, ma perché forte pensava che foste graziosa a darlo a me che ’l v’adomandava, che a colui che stava fermo in non domandarlo".

37.   Responde la donna: "Troppo mi parete importuno, che pur volete ch’io vi dea ora il mio amore. Pognamo, dunque, che voi ne foste dignissimo d’averlo per vostri servigi, non dovete adomandare ch’io il vi desse così tosto, perché non si dice alla femmina d’alcun valore, di consentire troppo tosto al volere dell’amante; perciò che la tropo larghezza e la tostana sì viene in dispetto a l’amante e ’l disiderato amore sì l’à vile e se ’l pena molto ad avere, lo non ben leale amore si divien puro e sanza niuna rugine; dunque, in molti modi dé provare la femmina prima il savere dell’amante e conosciere per certo la sua fede, anzi che li dea speranza del suo amore".

 

38.   Responde l’uomo: "A lo ’nfermo, lo qual pare che vegno al giuoco da sezzo, non si dee dar cibo da dieta né medicina di ragione, ma tutto quello che ll’apetito suo disidera, avegna che regolarmente sia contrario a la ’nfertà sua, e questo suol fare lo buon medico per sodisfare a llui. Le pene, dunque, e continui dolori, i quali per vostro amore mi fanno languire a morte sanza tinore, mi constringono sanza tinore a domandarvi aiuto a questa morte che no·mmi dà posa. Né non vi potete difendere per quella ragione ch’avete detta, per la qual diceste che si disdicea alle femmine molto di dare il loro amore altrui così tosto, perché cotali risposte dovete lasciare alle foresi, le qual sempre anno in bocca di dire ch’a una fedito non cade l’albero. Ma lla savia e la discreta donna, a quel ch’altri l’adomando dé dare spazio convenevole, perché se men che bene o male a l’amante si dà indugio e l’amore lo stringa bene, non si potrà tener l’amante che spesso non passi per la sua via e che non [..] molto volentieri. Onde adiviene spesso perché quel cotal fatto [...], che son messi in boce malamente e talora quello ch’a pena è cominciato, si dice che sia compiuto e ’l buon proponimento si rompe. Dé dunque la femmina, il cui amor si domanda, con senno prolungare il tempo a l’amante, se à volontà d’amarlo".

39.   Responde la donna: "La gran pena e la grieve angoscia che dite che avete, con umiltà la dovete comportare, per la quale adomandate così gran cosa; perch’altri non può sapere che sia il bene, se prima non pruova il male. Ma quel che dite, che lla femmina dee dare termini con misura a colui che ll’adomanda, ver è quando la femmina à talento di lui amare; ma s’ella nonn à voglia niuna, sì dee con belle parole e con aconcie e cortesi partirlo da sé e ’l suo amico non turbare in niuna cosa o darli promessa d’indugio. Dunque, con ciò sia cosa che sia di fermo proponimento di voi non amare, non vi dé essere molesto s’i’ vi ricuso con falsa promessa di termine. Ma perché il vostro animo ciò non si recasse a ingiuria, non vi dicea la cagione per ch’ i’ non v’amava, cioè perch’i’ sono tenuta ad altrui e legata di catene da non disciogliere".

40.   Responde l’uomo: "Molto mi sarebe dolce l’angoscia di qualunque pena, s’i’ vedesse via d’alcun bene. Ma credo fermamente che voi diciate per fuga quel che dite, che siete legata d’altrui e per chiudermi via di non parlare a voi e l’amor sì vi mostra via ch’altri non dee a suo scentre impedire l’amore ch’è congiunto a ragione. Ma perché di ciò non vegio alcuna presunzione, sì ne sono mal credente a ragione e per ciò non faccio contro l’amore. Ma se per certo sapesse che voi amaste altrui e credesse anche che non ne fosse degno e io vi potesse con mie parole torre dal colui amore, non crederei offendere l’amore, ma fare le sue comandamenta; perciò che quel comandamento, del quale noi siamo in disputare, favela di quelle che saviamente son date ad amare e questo pruova la parola ’saviamente’, la qual è nel comandamento. Ma men che bene ama [a]lor la femmina, quando il senno del suo amante non risponde al suo, overo se fra lloro nonn è iguale amore. Ma se io sapesse che voi degnamente amaste, avegna che ’l comandamento lo vieti, ch’io non vi possa domandare amore, neente meno credo che mmi fosse licito d’adomandarlo, acciò che per vostra concessione mi sia licito d’avere buon volere per voi e che gli miei servigi, recandoli a voi, gli lodiate, e se men che bene in alcuna cosa deviasse, in privato mi dobiate amunire. Dunque, se d’alcuno amore siete legata, la qual cosa non posso credere, acorto cerchi lo vostro savere se cotale amore vi si fa".

 

41.   Responde la donna: "Fede che ciò sia vero non vi poso fare, se nnon per mio dire, perch’alcuno non dé dire le secrete cose del suo amore a molti, secondo che lla dotrina dell’amor comanda. Onde credo per fermo che fosse gran villania in questo caso di dire che non fosse da dar fede alle mie parole o d’altra donna, perché ciò viene solo da vostro arbitrio. Ma li fatti che farete da llodare, prometto di lodarli volentieri, ma l’oficio d’amaestrarvi no ’l prendo, perché quel servigio si dé fare solo agli amanti. Ma se lla femmina sia data a idonio amore, non è lieve cosa da conosciere, né molto par che ssi dica di sovrastare a questa inquisitione, daché l’amore è compiuto per ambe le parte, acciò che tra lle dette cose non sia manifesta disguaglianza, e che ll’amonire della femmina in ciò non possa sentire alcun prode. Dio, dunque, sì vi dea quello che sodisfaccia al vostro volere e che da ciò alcun di pregio non senta danno. Ma perché conosco, in quel ch’avete parlato meco, che voi siete molto aprovato nella dottrina dell’amore, sovra un fatto d’amore voglio vostro consiglio. Una donna di pregio per suo ingegno si vuole partire da sé l’uno de’ dui ch’adomandavano il suo amore, in questo modo: partendo in sé li sollazzi dell’amore e dicendo che l’uno avesse qual parte e’ volesse, o dalla cintola in giù, e l’altro da inde in sù. Ciascheduno di quelli sanza niuno indugio prese la sua parte e ciascheduno dicea ch’avea tolta la migliore e ciascheduno dicea ch’era più degno in ricevere l’amore perch’avea la miglior parte. Ma lla detta donna, non vogliendo gittare lo suo arbitrio sanza consiglio, per volontade della parte, adomanda ch’io difinisca per mia sentenzia qual di costoro sia, in quel ch’adomandano, da giudicare più degno. Adomando voi qual vi pare più da lodare ne la sua parte".

42.   [Responde l’uomo]: "Con ciò sia cosa ch’io adomandi da voi lo vostro amore e voi mi diate cagione di no amare, non dé essere villania s’i’ mi peni in ogne modo di torre da dosso la briga che nonn è mia e di partire da me la mia propria con parole. Anche se voi m’amendaste de miei rei costumi, non pare che sia difetto alla ragione di niuno amante. Dunque, fate quel che dovete, perciò che non mi posso partire dal proponimento di voi amare. Di ciò domandate ch’io vi dea il mio consiglio, sovra ’l quale non si conviene che alcuno savio dubiti. Chi dunque dubita che quelli che abesse la più nobile parte non sia anzi da amare che quelli ch’adomandò la parte di sotto? Perché quanto apartiene a’ sollazzi della parte di sotto, non à diferenza da’ bruti animali a noi, ma in questo caso per natura simiglianti a lloro. Dunque, lo prenditore della parte di sotto come cane si cacci da l’amore e sia emesso quelli che prese la parte di sopra. Ma ’l diletto della parte di sopra non sazia l’uomo, ma ’l diletto della parte di sotto tosto sazia que’ che l’usa e quando l’à usato si ne pente".

43.   [Responde la donna]: "Molto pare ch’eriate in questo caso e che siate fuor della via della veritade. Faccia l’uomo sollazzi qua’ vuole, sempre anno lor cominciamento da quello ch’è nascoso dalla parte di sotto e inde anno tutto lor principio, perciò che se lla femmina, sia bella e piacevole quanto vuole, s’ella si truova innutile a l’opera della luxuria, niuno vorebe prendere li suoi sollazzi, ma tutti la caccierebbono. E ’l diletto della parte di sopra per certo non sarebe nulla, se non s’usasse e desse per amore della parte di sotto. E se voi volete cont[r]astare che non sia vero, per forza di ragione vi conviene confessare che duoi maschi se possano dare sollazzi d’amore, la qual cosa sarebe assai male grande a ricordare e pecato a fare. Anche se l’uomo è friggido, overo altremente non possendo fare opera di luxuria, non disidera d’avere alcun diletto carnale, perciò ch’à in sé defetto di non potere fare per certo quello che regna nella parte di sotto. Tolta, dunque, la cagione di compiere l’amore, a ragione cessa il suo effetto. Né non contrasta come dite, perché la nostra natura sia comune con quella delle bestie, perciò ch’è da giudicare quello che ssia naturale e principale in tutte cose, nel quale alcuna cosa s’acorda a le cose della natura e truovasi congiunto per natura di sé e perché l’à d’altrui. Anche nostra sententia non si toglie, perché diciate che gli uomini non si sazieno di sollazzi della parte di sopra e di quelli della parte di sotto tosto divengano schifi. Perciò che quel cibo da tutti si giudica reo, il quale, poi ch’è preso, toglie l’apetito del mangiare, ma truovase che il corpo caccia fuori virtude di nudrimento e direggie molto male l’ume che son dentro; e per contrario quel cibo dé altri volere, il quale, poi ch’è preso, riempie lo corpo, repieno lo satia e dach’è consumato, anche li dà voglia di mangiare. Anche a niuno dé venire in dubbio che sempre le parte di sotto sono aprovate più degne che quelle di sopra, perciò che questo vedemo adivenire ne’ edifici secolari, perciò che diciamo e chiamamo le parte delle fondamenta più degna. Anche quel medesimo adiviene in quelle cose ch’ànno la lor vita della terra, ché secondo le parti di sotto si giudicano li uomini. Anche dico più: che ciò che fanno gli amanti è solo la loro intenzione, acciò che possano usare lo sollazzo della parte di sotto, perché vi si compie tutto l’effetto dell’amore, a la quale si muovono tutti gli amanti principalmente, e sanza ciò non si giudica ch’abiano nulla, se non aliquante ciance d’amore. Dunque, que’ che prese la parte di sotto più è degno nel suo amore per la sua presa, quasi com’egli avesse presa ad usare la più degna parte, che colui che vuole adomandare le ciance della parte di sopra".

44.   [Responde l’uomo]: "Per certo serebe fuori della buona via quelli, se quello che dite volesse dire con buon cuore. Avegna ch’ogne amante principalmente si muova per aver li sollazzi della parte di sotto, e ivi sia l’eternal cagione dell’amore, ma sozza troppo e disconcia pare l’opera del corpo e di gran vergogna alla femmina d’usare i sollazi di sotto senza que’ di sopra. Anche pare che non si possa fare d’usare li diletti della parte di sotto sanza que’ di sopra, se non se ne seguita tropa sconcia dispositione e vergognosa di corpi. Ma sollazzi della parte di sopra che si fanno per ambe le parti, meglio si ricevono e più cortesemente salva la vergogna, avegna che non usino la parte di sotto. Anche l’ordine della ragione dell’amore questo adomanda: ch’altri abia prima i sollazzi di sopra per la sovrastanza del domandare, e poscia que’ di sotto a grado a grado, perciò che solo le femmine le quali vogliono guadagnare del loro corpo, e quelle che stanno a lor collo, danno solo i sollazzi della parte di sotto e non vogliono dare quelli della parte di sopra. Dunque, il predetto ordine è da seguire quasi per natura, aciò che non ci tocchi il proverbio antico: "Guarda di non mettere al cavallo lo freno dalla coda". Ma quello che m’oponeste del cibo, non à in sé ragione, perché il cibo si prende acciò che ’l corpo si sazi, ma quelli sollazzi si fanno acciò che sempre cresca il diletto della carne e si conservi il volere dell’amore. Anche voleste dire che fosse più degna cosa la parte di sotto generalmente che quella di sopra, ma niuno savio dubita che lle cose di sopra non siano più degne che quelle di sotto, perciò che ’l cielo della terra, il paradiso del ninferno, gli angioli degli uomini è più degna cosa. Anche la parte di sopra dell’uomo, cioè il capo, è giudicata più degna, perciò che quante al volto si dice che l’uomo è formato a l’emagine di Dio, e quivi si giudica che ll’uomo sia sopellito ove il capo si truova. Anche, qua[n]do l’uomo è senza il capo, non si conoscie cui fosse il corpo, e chi guarda al capo, sì conoscie chi fu lo mozzicato per fermo. Ma quello che diceste delli ’difici del mondo, più si lodo per la bellezza della parte di sopra che li fondamenti e gli albori si lodano per menare frutto e sono bene ordinati nelle ramora, e anche li sollazzi della parte di sotto son degni d’aver lor guiderdone degli uomini secondo che debono. Tolta via, dunque, in questo caso la vostra sentenzia, anzi [è] da elegiere nell’amore quel che prese nella parte di sopra".

45.   [Responde la donna]: "Avegna che lla vostra openione paia che contrasti a molte ragione, ma perché pare ch’abbia in sé molta giustitia e che sia da confermare per dritta ragione, in questo caso si è d’aprovare e da lodare, perché pare che seguita la verità. Ma ed ancora mi bisogna sovra un altro fatto il vostro buon consiglio: una donna si avea un su’ amante, il quale andò nell’oste del re, e stando ivi si cominciò a dire pienamente ch’era morto; intendendo ciò la donna, e saputane la veritade e fatto il corrotto come dovea e tutto ciò che si richiede a l’amante ch’è morto, sì si congiunse con un altro amante. E passato molto piccolo tempo, si tornò poscia il primo amante e adomandò quel ch’era usato dalla donna, ma il secondo amante non lascia, perciò che dice che ’l suo amore è compiuto e abilanciato d’ambe le parte e a ragione né l’uno né l’altro degli amanti ne dé perdere il suo amore. Pognamo che ’l primaio fosse presente e la donna per forza d’amore desse il suo amore ad un altro, avegna che ciò fosse ingiuria al primaio, la donna si avrebe in ciò qualche iscusa, cioè ch’ella il fece perch’ella non potté far altro, perciò che niuno può andare altrove, se non ove ’l trae lo spirito dell’amore e la volontà il costringe d’amare, onde a ragione e questo secondo amante dé stare in sua fermezza".

46.   [Responde l’uomo]: "Lo solvimento di questa quistione pende più ne l’albitrio e nel voler della donna, che in quel che dica la regola dell’amore o in su’ spezial comandamento. Ma credo che quella donna onde ragioniamo ora, farebe meglio s’ella se renda in tutto al primaio amante, se in qualunque legame d’amore si muova contra di lui. Ma s’ella nonn à niun buon volere dell’amore contra di lui, overo niente, sì dico ancora che si dé sforzare di volere quello, il quale à usato in prima con gran voglia e confermato il cuore. Anche di molto savere si è di distorre il su’ animo da quello in cui à consentito per erro. Né a ragione il secondo amante questo si dé recare ad ingiuria, perché di sua ragione neente si menoma se quel ch’à tenuto dell’altrui per erro di fatto, saputane la veritade, il lasci. Ma s’ella vede che lla sua volontà non v’esenta per niuna cagione, o che lo primo amante sia disperato di non potere ritornare in sullo istato ch’era in prima dell’amore, si può retenere al secondo amante, s’ella non fa perch’amor la stringa a cciò, e sozza cosa è frodare le comandamenta dell’amore. Non mi nuoce la regola per la qual diceste che niuno dovea perder il suo amore senza colpa, perciò che ’l primo amante l’alega per sé, il quale sanza sua colpa si truova privato dell’amore. Dunque, a la detta regola so che per savi dell’arte dell’amore vi s’agiunse: là ove dice "sanza colpa", s’intende "overo sanza giusta cagione". Dunque a ragione non può stare quel che diceste, che lla donna può lasciare l’amore dell’uno ed amare un altro, se ll’amore la stringa a cciò; anzi, s’alcuno le domanda il suo amore, cortesemente lo dé partire da ssé; ma s’elli pur persevera in domandarlo, alla fine [dé] dire ch’ella sia tenuta ad altrui, né non dé porre il suo cuore alle sue parole, né ricordarle, né imaginare i suoi portamenti, né averne molto pensiero, ché per ciò si potesse storre dal suo amore e da suo pensiero. Perciò che se l’amor ne la femina non à suo cominciamento per lo molto pensare e continuo d’altrui e per tenere a memoria le fattezze d’alcuno, mai non avrà cura d’avere niuno amore".

47.   [Responde la donna]: "Vostra risposta mi piace in ambendue le quistioni, perché pare portare tutta giustizia ma, aciò che si tolga via ogne sospeccione di tanto stare in parlare, sì mi piace ch’abia fine lo nostro tencionare".

48.   [Responde l’uomo]: "Pjaceme molto quel che dite, daché sodisfa a voi, ma sì vi priego che voi sì rispondiate a un mio dubio [e] mi siate benigna: cioè s’alcuno amante vada a una donna non ad intenzione d’amarla, né per lasciarle il suo amore, se per ciò debia essere privato de l’amore di sua donna. Ma pare che qualunque cosa faccia l’uno degli amanti, se per quello fatto non si menova l’effetto dell’amore, ch’ella lo debbia comportare umilmente, ma gastigarlo di ciò con rampogne".

49.   [Responde la donna]: "Né io altressì in questo caso vi sarò avara di rispondere. Ma sì mmi meraviglio come voi vi dubiate, perché la regola d’amore palese ci amaestra che l’uno amante dé servare kastità a l’altro. Onde, per ragione in questo caso l’amante dé essere privato dal suo amore, perché fa contra la regola dell’amore, chi la ’ntende come dee e credo che assai basti, se questo si truovi vietato nella regola dell’amore. E non vego che non sia licito di perdonare a’ falli del su’ amante, se vuole".

50.   [Responde l’uomo]: "Molto mi pare dura la vostra interpretagione, ma temo di contrastare a ta[n]ta grandezza. Ma ancora dubito d’una cotal cosa: s’un amante dé perdere lo suo amore, pognamo che vada a una donna non ad intenzione d’amare, e se ’l suo volere non sia venuto a compimento, pare che per così poco fallo non debia sostenere sì gran danno, con ciò sia cosa che ’l suo amante non abia sentita alcuna ingiuria".

51.   [Responde la donna]: "Anche questi è degno d’essere condannato della sententia ch’ò detta di sopra, se non forse egli si chiami pentuto di quel fallo e se ’l suo amante s’aumigli verso lui perché ’l vede così tornato alla sua fede. Perciò che non pare che quelli servi castitade al suo amante, secondo che vuole amore, lo svergognato proponimento del quale scuopre la pura mente".

19.

L’amore dei chierici

[Dell’amore de’ cherici.]

Perciò, dunque, ch’avemo trattato di sopra di tre generazione d’uomini, cioè di plebei, di gentili, di gentilissimi, e tra ’l principio di quel trattato del grado de’ gentilissimi, cioè de’ cherici, abiamo fatta menzione, brievemente trattiamo del loro amore e veghiamo onde viene la nobiltà del quarto grado agli uomini. Lo cherico, dunque, è apellato gentilissimo per lo privileggio del sagro ordine, la qual gentilezza si truova che venne da Dio e per sua volontà fue data loro, provando ciò e’ medesimo, el qual disse: "Chi tocca voi, sì tocca me" e "chi voi tocca, sì tocca la luce del mio occhio". Ma quante per questa gentilezza il cherico non può amare, perciò che, guardando questa gentilezza, lo cherico non si dee imbrigare nell’amore, ma dé lasciare tutto il diletto della carne e da ogne sozzura del corpo dé essere puro verso Idio, però ch’è suo cavaliere. Dunque, a cherico il sangue non dà gentilezza, né lle segnorie secolare no ’l gliel possono torre, ma solo da Dio ch’è data per sua gratia e confermata per suo volere, e solo per lo volere di Dio perde il suo privilegio, per lo suo peccato solamente. Onde per certo si conoscie quant’apartiene alla gentilezza ch’à per suo ordine, che ’l cherico non può amare. E per ciò assai parebe sconcia cosa, se, secondo la dignità del suo grado e la gentilezza de l’ordine, del suo amore trattassemo. Dunque, guardisi lo cherico dell’amore in ogne modo, acciò che non abia magagna niuna il suo corpo, altremente sappia che perderebbe a ragione la gentilezza ch’à da Dio e la sua. Ma perché a pena è alcuno sì buono che viva sanza peccato, e la vita de’ cherici naturalmente sia disposta alla tentazione del corpo per lo molto riposo e per la grande abbondanza de’ cibi ch’ànno sovr’ogn’altra persona, s’alcuno cherico vuole amare secondo l’ordine di suo sangue e di suo grado, sì come mostra la dottrina ch’è detta de’ gradi degli uomini, così usi sue parole e cominci ad amare.

20.

L’amore delle monache

[Dell’amore delle monache.]

Tu che vuoli imprendere, potresti domandare che diremo dell’amore delle monache. Diremo che ’loro amore è da fuggire come pestilenzia dell’anima, perché Dio di ciò n’à grandissima ira + e da ragione piuvica s’inarma fortemente ed en altri portar morte +, e anche la buona fama ch’altr’à della gente si muore per la ria che crescie. Anche sì comanda l’amore che nnoi non amiamo quella femmina, colla quale non possiamo fare matrimonio. Ma se alcuno amerà la monaca, sì dispregia sé medesimo e se anche e altrui, e la sua vita sì dé essere dispregiata da tutti per ragione, ed è da schifare come bestia che non à in sé ragione. Perciò che non è dubbio che questi abbia in sé fede, il quale, per diletti che passano inn uno momento, non teme di peccare onde potrebbe portar pena di morte, e che non si vergogna di fare scandalo a Dio ed agli uomini. Dunque, al postutto danniamo l’amore delle monache lor sollazzi. Ma questo non diciamo quasi che la monaca non possa amare, ma perché se ne seguita l’una morte e l’altra, e per ciò non vogliamo che ttu sapie le parole per le quali la potresti trarre ad amare. Perciò ch’un tempo, quand’io ebbi agio di parlare con una monaca, sì fece sì ch’ella s’aprende al mio volere, perciò che sapea bene la dottrina dell’amore, la quale insegna d’amare; ed io, quasi come cieco de la mente e che no·mmi ricordava di nulla ch’io dovesse fare, perciò che niuno amante [vede] quel che ssi conviene e che non si conviene, anche perché l’amore non vede bene, cioè perch’è cieco d’ogne lume, incontanente fu’ preso della sua gran bellezza e del suo dolce parlare. Anche pensando alla mattezza la qual mi menava, sì mi destai con gran fatica dal detto sonno della morte. Avegna che fosse tenuto molto savio nell’arte dell’amore e ch’i’ sapea dare medicina a l’amore, a pena mi seppi guardare de’ suoi lacciuoli e partire sanza macula della carne. Guardati dunque, Gualtieri, da parlare cole monache o di stare co·lloro in luogo ove non sia persona, perciò che s’ella vedrà luogo d’usar que’ giuochi, non si ne indugerà in domane di dare quello che desiderasse e d’aparechiare sollazzi di fuoco, e tu a pena mai ti potrai guardare di fare la maladetta opera della luxuria e commetteresti peccati maladetti. Però che quando la lor pianezza constrinse me di vacillare, ch’era scaltrito d’ogne ingegno e che sapea tutta la dottrina dell’amore, come tu che se’ giovane e non savio, ti potrai guardare da loro? Dunque, o amico, sempre ti guarda da cotale amore.

21.

L’amore comprato.

[Se per pecunia o per altro prezzo l’amore si possa aquistare.]

Or vegiamo se per pecunia o per altro prezzo l’amore si possa aquistare. Dunque il veragio amore nascie del puro amore del cuore e si concede per pura gratia e per pura libertà, perciò che ’l pretiosissimo dono dell’amore per niuno estimo di prezzo si potrebe estimare, non comprare per oro né per argento. Ma se abbi una femina e di tanta avaritia che per prezzo si dea ad amare, questa niuno la dé tenere che ll’ami, ma ingannatrice dell’amore, e dêsi tenere simigliante alle mondane. Anche più son queste da dispregiare, che quelle che stanno piuvicamente a cciò, perciò che quelle fanno l’arte loro e niuno ingannano, con ciò sia cosa che ciascheduno sappia il loro affare. Ma queste fanno languire gli uomini per loro amore, quando si mostrano caste donne e cortese in tutte cose, e sotto spetie di falso amore s’allegrano di spogliare coloro che ll’amano di tutte ricchezze. Dunque, quelli che sono ingannati di falsa speranza e di falsa mostra, e che tolto il loro avere à cotale ingegno e ingannare, sì sapevano di dar più che non possono, e sa loro più dolce quel che danno, che quel che rimane loro. E elle ànno i·lloro ogne modo di torre sapere, e tanto quanto elle vegono ch’abia da poter dare, si mostrano d’amarlo, e tuttavia atingono e rodono infino al vivo. Ma poscia che sanno che nonn à più nulla e che non possono più atignere, sì llo inodia ed àllo in dispetto più ch’altra cosa, e rifiutano come fosse una pecchia da non far frutto, e incontanente si mostrano quel ch’elle erano. Quelli che si sforza di cotale amore dee essere asimigliato a’ cani che sono sanza vergogna, e no gli dé fare altrui niuna prospera. Dunque, ogn’uomo dé sapere, quando l’amore domanda prezzo, che quello non si dee chiamare amore, ma sozzo scorpione e avaro fuoco di luxuria, la quale niuno la potrebe satiare, e che non si chiamerà pagato di niuno avere. Ciascheduno de’ maschi, dunque, con grande scaltrimento si dé guardare e sapere schifare le lor frode e i·loro inganno. Perciò che lla femmina ch’ama sempre innodia e guardasi d’adomandar prezzo, e penasi d’acresciere il suo avere, acciò che sempre ne possa acresciere sua fama in far cortesia, e niun altra cosa domanda da llui che lle dea, che soave sollazzi della carne, e che lla sua fama acresca sovra tutti gli altri. Perciò ch’ella ne crede acresciere il suo avere quand’ella sa che ’l suo amante dea altrui per suo amore e per aquistar pregio. Anche più s’ella sia in grandissima necessitade, se ll’ama di buon cuore, sì le pare molto dura cosa di torre al suo amante. Ma l’amante non dé patire ch’ella stea sanza la cosa che lle bisogna, se per niun modo egli ’l può fare, perciò che gran vergogna e all’amante, s’egli è ricco, se lascia aver necessitade d’alcuna cosa al suo amante. Né non torna vergogna niuna alla femmina s’ella riceve i1 servigio del suo amante e che ’l può fare quande n’è tempo che lli bisogna. Basti dunque alla femmina ch’è ricca, quel che si dà altrui per suo amore, secondo che dee, per lo suo amante. Dunque, se conosci che lla femmina sotto spetie d’amore adomandi prezzo, sìati a mente di no amarla e guardati da llei come da serpente velenoso che colla lingua lecca e colla coda invelena. Ma se ttu ài ’n te tanta luxuria che tti bisogni aver femmine per prezzo, meglio t’è ch’abi a fare colle mondane che vendono il loro corpo per prezzo, che dare tutto il tuo, secondo che si dà alle mondane, a coloro che sotto spetie di guadagno d’amore si chiamano donne, perché di cotal mercato, quelli meglio à comperato che meno vi spende. Perciò che men si compera la cosa ch’è posta a vedere, che se ’l comperatore priega ch’altri gliel venda. E va che ci dolemo che vedemo vendere il gentile nome delle donne per opera di mondana! Armi[n]si, dunque, le gentilissime donne e facciano vendetta di sì gran pecato, quando veggono le lor ragioni sorprendere a coloro che non son degne, acciò che così reissimo asempro non si spanda molto per lo mondo. Guarda, dunque, che non t’inganni la coperta vista che vedi della femina e lo principio della femmina che sse spergiura, le parole delle quali nella prima son più dolci che m[i]ele, perciò che lle parole di dietro saranno più amare che fiele. Per ciò, quando vedi la femina che racordi le buone opere d’alcuno perch’abia fatti molti servigi al suo amante, e che lodi molto li drapi e le gioie d’altra femmina, e dire ch’abbia [a] pegno le sue cose, e dire ch’abbia meno qualche gioia con parole aventaticcie, sì tti conviene molto guardare, perché questa disidera d’attignere pecunia e non amare. Avegna ch’altra cosa in questo caso non ti potesse far fede, ma lla dottrina dell’amore mostra l’amore e avarizia insieme non possono in uno albergo stare. Dunque, se ll’amore nascie solo da gratia, non sarà amore, ma fallace infignim[en]to e maledetto d’amore, se non si dà di grazia ad altrui. Avegna, dunque, che rado si truovi l’amor grazioso, perché l’avaro fuoco ne sozza molte, sì tti penerai d’amare tal femmina la cui fede, per grande necessità che ll’avegna né perché lla sospenda alcuna ria ventura, ver di te si cambi. Ma se tu amerai femmina che sia malvagia e ch’adomandi prezzo, ella giamai non t’amerà, anzi t’ingannerà in modo di vo[l]pe, perciò ch’ella ti pagherà di vento in modo d’amore per poter torre il tuo, mostrandoti via come tu le possi dare. E anche la cosa che ttu avrai più cara, sì tti parrà poco a dare, per lo gran carico del fallace amore. E in questo modo cadrai in povertà per ingegno di femmina e in dispetto ad ogne persona, perciò che niuna cosa ànno tanto in dispetto gl’uomini, quanto di guastare il loro avere per fatto di corpo e per luxuria. Dunque, per quel che tt’ò detto, puo’ conoscier per certo qual sia l’amor che si dà per prezzo, in qualunque modo si dea. Onde, sì tti do questo comandamento: qualunque ora tu vedi, per alcuna presuntione, che lla femina intenda a voler prezzo, incontanente sì lla lascia e non t’inviluppare in nulla co·llei. Avegna che ttu volessi sodisfare a le sue parole e conosciere a pieno la sua fede, sì tti troveresti ingannato nel pensiero, perciò che non potresti conosciere la sua fede e ’l suo volere in niuno modo, se non quando fosse piena la mignatta del sangue e ti lascierà mezzo vivo e atinto del sangue dell’avere. Dunque, amico, a pena alcun savio potrebbe conosciere che pensi il pensiero dello ’ngannatore, perciò che con tante arti sa dar colore alle sue frode e ingegne, ch’a pena mai se potesse conosciere per ingegno di fedele amante, perciò ch’è magiore lo ’nganno della femmina avara, che non fu quello del nimico che ingannò il nostro primo parente Adam. Onde, in ogne modo ti conviene guardare che ttu non sie sorpreso da l’inganni di cotal femmina, perché cotal femmina non vuole amare, ma torre il tuo. Ma se noi a lor mendagione volessemo intendere e mentovare i lor fatti e lor detti, prima passerebbe bene il tempo della nostra vita, che venisse meno a noi la molta materia dello scrivere. Ma questo non diciamo per dare menovanza a la vita delle gentilissime a cui si fa onore, ma per riprendere la vita di coloro, le quali non si vergognano con lor sozze opere di vituperare l’aredo delle donne di pregio e di sozzare sotto spetie d’amore. Guardi Dio che giamai noi possiamo e vogliamo dir cosa che porti menovanza alle gentili donne, o per questo libricciuolo sentano alcuno danno, perciò che per loro tutto ’l mondo è disposto in ben fare e a’ ricchi crescie il loro avere e provedese pienamente a coloro che son bisognosi, e gli avari tornano a la via di veritade e conoscano la via di larghezza. Anche, la donna ch’à in sé pregio e cortesia, ci dà via di fare via d’ogne bene che si fa in questo mondo. O Gualtieri, se questo ch’avemo detto con gran brevità spesso leggierai, di legiere non sarai ingannato per arte di malvagie femine.

22.

Il concedersi facilmente.

[Il concedersi facilmente.]

Dopo questo, vegiamo se lla tostana concessione della cosa che ss’adomanda possa pertenere all’amore. Ma prima vegiamo che sia la tostana concessione della cosa che s’adomanda. Allora è detto che si fae quando la femmina, perché la gran volontà della carne la strigne, sé dà medesima di ligiere a que’ che ll’adomanda, questo medesimo di lieve dandolo a un altro che ll’adomandi, non remagnendo i·llei, compiuto il fatto, niuna cosa d’amore, e che ’l no ’l fa per prezzo. Certo, a’ legami di cotal femmina non ti legare, perciò che per niuno ingegno potresti acattare l’amore di cotal femmina, perciò che non si possono legare d’alcuno amore per la molta abondanza della luxuria, ma domandano esser [fatte] satie da molti. Indarno, dunque, adomandi il loro amore, se ttu non ti senti in quell’opera sì potente che ttu possa satiare la sua luxuria, per la qual cosa a te sarebe più legiere diseccare tutte l’acque di mare; onde a ragione credemo che tti debie cessare dal loro amore. Avegna, dunque, pienamente abie da llei tutto il tuo volere quando l’adomandi, ma solo per la sua cagione e anche di molti, sì v’avreste gran pena e gran dolore da non poter comportare. Perciò che quando volesse trarre sollazzi co·llei solo a solo, sekondo ch’è usanza, ed e’ ti ricordi di quello che fa con altrui e che tu ài a cciò compagno, quanto dolore tu n’avrai, no ’l potresti sapere, se no ’l provassi. Dunque, per quel che tt’avemo detto, sì dé’ essere per certo che ove femmina si dà così di lieve, che ivi non può essere amore, ma desidera molto d’usare con uno e con un altro per sodisfare alla sua luxuria. Ma lo diritto amore tanto rauna duoi cuori in un volere, che non possono pensare d’avere altrui sollazzo, anzi l’ànno inn odio come una ria cosa e pensano pur come si possano servire insieme. E una cos[a] è la tostana concessione della cosa che ssi domanda nella femmina, com’è nell’uomo per la troppa luxur[i]a ch’è i·llui, la qual luxuria caccia l’amor della sua corte. Dunque, quelli ch’è di tanta volontade che non si possa legare d’amore d’una, ma quante ne vede tutte le vuole, non [è amadore] ma avoltero dell’amore e ingannatore ed è peggio d’un cane che non à vergogna, anzi, quel cotale dé essere chiamato asino, il qual è di tanta volontade che non si può legare a l’amore d’una femmina. Dunque, apertamente vedi che non dei esser di tanta volontade e non dei porre il tuo cuore alla femmina che si dà altrui leggiermente.

23.

L’amore dei contadini.

[Dell’amore de’ lavoratori della terra.]

Ma perché non creda quel ch’avem detto dell’amore de’ plebei, ch’apertenga a quello de·lavoratore della terra, in poche parole del loro amore sì tti diciamo. Dician dunque ch’a pena si può dire che lavoratori della terra possano amare, ma naturalmente si muovano a l’opera della luxuria, quando la pazzia della natura lo mostra, sì come fa il mulo e ’l cavallo. Basti, dunque, a lloro la continua fatica del lavorare e continui sollazzi del bomero e della marra sanza riposo alcuno. Ma se avegna che siano punti talora, avegna che rado, del pungetto dell’amore più che porti lor natura, non si conviene di dare loro dottrina nell’amore, acciò che non steano le terre in difetto di menar frutto, ché sogliono fruttificare per lor fatica, quando intendesseno a’ fatti ch’apertengono altrui naturalmente. Ma forse l’amor ti trae a dare alle femmine de’ lavoratori della terra; sìate a mente di lodarle molto, o, se ttu vedi il luogo da cciò, + non prenti + di prendere quel che desideri e come per forza, perciò ch’a pena le potresti tanto aumiliare, che di piano ti si dessero, o che que’ sollazzi ti lasciasse avere in pace, se non vi fosse un poco di forza a farle star contente. Ma questo diciamo non perché tti diamo conforto d’amare le femmine forese, ma per mostrare in poche parole che via debie tenere se per disaventura tu l’amassi.

 

 

24.

L’amore delle puttane.

[Dell’amore delle puttane.]

Potrebe altri domandare dell’amore delle puttane che dé essere. Diciamo al postutto che non sono da amare, perciò che usare co·lloro tropp’è puzolente cosa, e sempre quasi si comette co·lloro sozzo peccato, e rado si suole dare ad altrui la puttana, se prima non à danari dal suo lato. Anche più, pognamo ch’ami altrui, quel cotale amore ànno gl’uomini molto in dispetto, perciò che l’usanza ch’altri fa colle puttane ogne savio uomo la danna e perdesene la buona fama dell’uomo. E non ci cale di dare dottrina per acquistare loro amore, perché in qualunque modo elle si danno agli uomini, sì ssi danno sanza priego niuno; dunque, a cciò non dé’ domandare doctrina.

 

 

LIBRO II

 

25.

Come si mantiene l’amore.

[In che modo l’amore aquistato si mantegna.]

Imperciò che pienamente di sopra è detto per noi come l’amor s’aquisti, si conviene che diciamo in che modo l’amore aquistato si mantegna. Dunque, chi vuole il loro amore mantenere inn istato, si dé molto guardare che ’l suo amore non manifesti a più che debbia, anzi lo dé tenere celato a tutti, perciò sì tosto come l’amore si sa per molti, incontanente menoma, sì come decresciere e ritornasi nello stato di prima, anzi che si cominciasse. Anche, l’amante si dé mostrare in tutte cose al suo amante savio, misurato e ben costumato e fare e dir sì e che ll’animo del suo amante non si muova contra di lui ad ira niuna. Anche la dé soccorrere nelle sue necessitade e atarla nelle sue brighe e obedire a le sue volontade che siano giuste. Ma se aviene che talora sappie la sua giusta volontade men che bene, tuttavia si dé essere aparecchiato di servirla, ma prima le dé revocare a cciò. Anche se meno s’[a]viene che faccia cosa che ssia sozza, onde l’animo del suo amante se ne turbi, incontanente confessa ch’abia mal fatto con vergogna, acciò che s’aumigli e rendale cagione che paia che sì s’omigli perché l’abia fatto. Anche, dunque, l’amante, quand’è tra lle persone, si la dé poco lodare, né no·lla dé avere molto in bocca; né molte volte ricordarla, anche rade volte andare per la sua contrada. Anche più s’ell’è con altrui, ed e’ vede la sua amanza con persone, no·lle dé fare niuno cenno, anzi si dee infignere di non conoscierla, aciò che niuna ria persona ne potesse aver via di dir male, perciò che gli amanti l’uno a l’altro non dé far cenno, se non sanno bene che non vi sia persona. Anche, l’amante dé avere in sé ta’ portamenti che piacciano al suo amante, e con misura di sua persona aconciarsi, perciò che tropo lisciare e tener mente sopra ne viene altrui gran fastidio ed ànlo altri meno a conto. Val anche a mantener l’amore essere molto largo l’amante, perciò che tutti li amanti debono avere quasi per niente tutte le cose del mondo, e sovenire a coloro ch’ànno necessitade. Perciò che i·nulla si truova l’amante più degno d’aver pregio che per essere largo, perciò che tutta la ricchezza s’abatte per l’avaritia, e in molte cose rie si comporta l’uomo per gli uomini, s’egli è largo. Ma se ll’ama[n]te è tale a cui si faccia di portare arme, sì ssi dé portare che della sua valentrìa si dica per tutti pienamente, perciò che gran menomanza torna d’altrui, s’egli è paventoso in battaglia. Dé anche l’amante essere servente alle donne in tutto quello che lli comandano e far loro onore. Molto dé essere anche verso altrui di tale aparenzia, ch’altri non si tema di lodarlo volentieri e di racordare le sue buone opere, e che niuno a ragione ne possa dire male. Anche ti do questo generalmente: che ciò che vuole e comanda l’ordine e la dotrina di cortesia, che quello non si debiano gittar dietro gli amanti, anzi debono mettere tutta lor forza in farla. Retiensi anche l’amore facciendo sollazzi della carne soavi e dilettevoli, tali e tanti che non rincrescano a l’amante. Ma ogne fatto e portamento di corpo che creda che piaccia al suo amante, sì ’l dé fare e dire saviamente e arditamente. Ma ’l cherico non dee andare a modo di laico né fare quelo ch’apertiene a laico, perciò che s’altri va vestito come non dee o fa quello che non risponda a suo ordine, malagevolemente potrebe piacere a su’ savio amante. Anche si dé penare d’usare sempre con buoni e di rifiutare la ria usanza, perciò che l’usanza delle rie e delle vili persone sempre il suo amante il dà più vile. E tutto ciò ch’aven detto che vale a mantenere amore, sapie ch’à luogo nella femina e nel maschio.

26.

Come l’amore s’accresce.

 

[Come l’amore si possa acresciere.]

Come l’amore si possa acresciere, in poche parole il ti diremo. E l’amore s’acrescie in prima se rado e con briga l’uno amante vede l’altro, perciò che quanta magior briga è in dare e in ricevere sollazzi, tant’è magior disiderio ed efetto d’amare. Anche crescie allora l’amore, se l’uno degli amanti si mostra irato a l’altro, perciò che incontanente teme l’un degli amanti che quella ira non basti sempre. E anche crescie l’amore, quando l’uno degli amanti è vero geloso, la qual gelosia è balia dell’amore. Anche più, se ll’amante nonn è vero geloso, anzi abia pur ria sospeccione, neente meno ne crescie l’amore, anzi più. Ma che cosa sia la vera gelosia e la ria sospeccione, nel trattato del più gentile e della gentile lo potrai trovare apertamente. Crescie ancora l’amore s’ell’è palesato e aviene che duri, perché ll’amore palesato non suol durare, anche viene meno. Anche se ll’amante sogna il suo amante, si ne nascie amore e, nato, si n’acrescie. Anche, se sai ch’alcuno si peni di frascorre il tuo amore, incontanente sì n’acrescie e cominciale a volere magiore bene. Anche ti dico più: che se ttu saprai per certo ch’altri abia tutto ciò che vuole della tu’ amanza, incontanente avrai magiore voglia d’usare co·llei, se non rimane per lo gran cuore e per lo gentile ch’abie in te. Anche suol cresciere l’amore se si muta e dêsi mutare ad altro luogo; anche il gastigare e lle parole che gli amanti ricevono dal padre e dalla madre, perciò che ’l gastigare delle parole e delle battiture, non solo l’amor compiuto fa cresciere, ma il non cominciato dà via di cominciare e di compiere. Val anche a cresciere l’amore lo molto pensiero del suo amante con disiderio di compierlo, e guardare con paura lo suo amante secretamente cogli ochi, e usar colla femina con gran voglia. Anche il fa cresciere quando a l’amante par che sia piano e soave e ch’abia in sé belle parole e dolce, e anche quando ode lodare i1 suo amante. Ma anche sono forse cose per le quali l’amor crescie, le quali per tuo ingegno medesimo le potrai sapere, e s’ài bene a memoria quel che tt’avemo detto. Perciò che qualunque altra cosa sia che paia pertenere a questo fatto, de quel ch’avemo detto, par che prenda e ch’abbiano cominciamento di questo ch’è detto.

27.

Come l’amore scema.

[In che modo l’amore menomi.]

Vegiamo dunque in che modo l’amore menomi. Menoma l’amore per la molta copia d’usare colla femmina e per lo molto vedere e per lo molto parlare l’uno con l’altro, anche il sozzo liscio e ’l sozzo portamento, e quando di sicuro viene povero. Perciò che l’amante, il qual à molta povertà, tanto pensa a quel ch’à a fare della famigliar cosa e come debia fare per inanzi, che non può sovrastare al fatto dell’amore né come il debbia nutricare, e di ciò tutti riprendono la sua vita e suoi costumi, e a ciascheduno è in odio e in dispetto, e no à niuno amico, perciò che quando altri è in prosperità si à molti amici, e quand’è tempo nuvolo si rimane solo. Onde, per tutte queste cose, si comincia a cambiare nell’abito e nella persona tutta, e lo riposo del sonno l’abandona e così a pena può intervenire che ’l suo amante no·ll’abia a vile. Anche menoma l’amore per la ria nominanza che si n’ode, e lo pregio che si porta d’avarezza e de’ mai costumi e della malizia che sia nell’amante, anche giacer con altra femmina, avegna che no·ll’ami. Anche menoma l’amore, s’ella conoscie che ’l suo amante sia matto e di niuna descretione, overo se vede che ’l suo amante voglia usar co·llei in altro modo che debbia, o di vedere la vergognia della femmina che non si ne rimanga. Perciò che ’l fedele amante prima ne dé portare grandissime pene, che usare in modo di vergogna con su’ amante, o avere allegrezza di ciò che non si vergogni, perciò che questi nonn è amante ma traditore de l’amore, che disidera di sodisfare pur al suo volere, non guardando a l’uttulitade del suo amante. Anche menoma l’amore, se lla femmina s’avede che ’l suo amante sia temoroso in battaglia, o s’ella sa che non sia soffritore o che sia superbio, perciò che niuna cosa par che si dica più a l’amante ch’essere vestito d’umilitade e gnudo di superbia. Anche molto menoma l’amore le matte e le villane parole che dice l’amante. E molti sono che si sforzano di dire isbranate parole inanzi al suo amante, i quali in veritade sono maravigliosamente ingannati, perciò che quelli è molto fuori del senno, che per mattezza crede piacere al suo amante. Menoma anche l’amore per bestemiare Dio e suoi santi, e far beffe de’ religiosi, e per non lasciare dare limosina a’ poveri. Anche menoma molto sanza modo essere infedele al suo amico, e se colla bocca a inganno dice una cosa e un’altra à in cuore. Anche discrescie l’amore, se l’amante si pena molto d’amare pecunia più che debbia, e molto tosto litigare per piccola cosa. Anche molte cose ti potremmo dire che pertengono a far menomare l’amore, le quali al postutto lasciamo a tte che per tuo ingegno potrai sapere, perciò che ttanto ti vedemo sovrastare al fatto dell’amore, lasciando ogn’altra cosa, e che tutto tuo proponimento è in ciò, che nulla ti potrebe essere ascoso ne l’arte dell’amore, perciò che niuna cos[a] è che ttu non posse sapere. Ma questo non volemo che non sappie bene, che quando l’amore comincia a menomare, che tosto non venga meno, se nuova cosa e’ no l’aiuta mantenere.

28.

Come conoscere quando l’amore scema

[Di poter conosciere l’amor cambiato.]

Agiugniamo, dunque, el trattato di poter conosciere l’amor cambiato, a quelli che son detti di sopra e disposti assai brievemente, i quali credemo che sia utile e mestiere a tutti gli amanti. Perciò che niuna cosa è magior mestiere agli amanti che di conosciere a certo chente sia il proponim[en]to del suo amante, perché se in questo caso per alcuno errore si truovano ingannati, non n’avrebono grand’onore, anzi legiermente ne potrebono portar gran danno. Dunque, in molti modi può conosciere l’amante la fede e ’l proponimento del suo amante. Dunque, se vedi l’amante trovare vane cagioni verso il suo amante e trovare falsi impedimenti, non aver mai buona speranza di quello amore lungiamente. Anche, se vedi che ’l tuo amante sanza giusta cagione abia paura più che non soglia di darti sollazzi, sappie che non è fermo amante nel tuo amore e che non à niun talento per fermo d’amarti. Anche, se si cela in alcuna cosa al messo che suol portare le parole tra tte e lei, sapie che non t’ama e non ti vuole amare. Anche, se tt’avedi ch’ella si guardi per lo messo di mezzo di venire là ove suole, e che non dica al fedele messo quel che suol dire, anzi si mostra verso lui come fosse una strana persona, sappie che non t’ama né mica. Anche, se ttu vedi ch’ella ti si mostri strana in darti sollazzi come solea, o che tuoi sollazzi le rincrescano, sapie che ’l tuo amore è venuto meno. Anche, s’ella ti riprenda più ch’ella soglia, o che tt’adomandi cosa che non ti soglia adoman[da]re, o dare indugio più che non soglia di darti sollazzi, sapie che poco tempo durerà il tuo amore. Anche, se conosci s’ella teco o con altrui ricordi spessamente l’isbrenati fatti d’alcuno, o che in qualunque modo a malitia domandi della vita o di costumi d’alcuna persona, sappie ch’ella pensa d’amare altr’uomo. Anche, se vedi ch’ella si lisci più che soglia, sapie ch’ella lo fa o per più piacerti o perch’ella voglia amare altrui. Ma quando la femmina divien palida inanzi al suo amante, sapie ch’ella è ferma nel suo amore. Anche, quelli che vuole conosciere a certo la fede e ’l proponimento del suo amante, con grande scalterim[en]to, e che paia che sia dadovero, si dé mostrare d’amare altra femmina e passare spesso per la contrada di colei cui si mostra d’amare, per la qual cosa, se lla sua amanza vede che sse ne turbi, sappia ch’ell’è ferma nel suo amore sanza niun dubbio. Perciò che quando l’un degli amanti à sospeccione che ’l suo amante no stea con altra femina o ch’altra femina l’ami, incontanente dà in suo cuore gran tribulatione e gran pena da non poter comportare, il dolor del quale ch’è dentro, tosto il mostra palese il su’ viso. Anche talora può l’uno amante verso l’altro mostrarsi indegnato, perciò che se ll’uno degli amanti si mostra irato verso l’altro, e dica la cagione che sia irato ver di lei, per certo conoscierà la sua fede, perciò che ’l vero amante sempre teme che quel maltalento non duri tuttavia. E per ciò si fa talora di mostrarsi indegnato a l’amante che si mostra indegnato, perché cotal movimento d’ira poco tempo dura, se fra lloro è veragie amore. Dunque, per cotale indegnatione non credere che si sottigli la sustantia o legame de l’amore, ma se v’è alcuna rugine, sì se ne to’ via. Anche, se l’un degli amanti s’ingegna di pur torre le cose del suo amante, se no ’l fa perché sia in gran necessitade, avegna che ss’infinga d’amare, ma neente meno è da cacciare dall’amore, perché si pena di non amare na d’aricchire dell’altrui cose. Forse ed anche assai altri modi sono, che possono valere a conosciere la fede ch’à l’uno amante inverso l’altro, i quali, per que’ ch’avemo detto, il continuo leggitore assai legiermente per suo ingegno gli potrà conosciere.

29.

Come l’amore finisce

 

[Come l’amore vegna a fine.]

Veduto, dunque, in poche parole come l’amore menomi, sì tti diremo come vegna a fine. E certo l’amore finisce se l’uno degli amanti rompa o vuole rompere la fede a l’altro, o se se truovi ch’erri nella fede cattolica. Ancor finiscie l’amore quande gli è ben palese e che ’l sanno li uomini comunalmente. Ma se l’uno degli amanti, ch’è pieno e calcato, a l’altro ch’è in gran povertà e che non à quasi che manicare, non soccorre nella sua necessitade, l’amore in questo caso ne suole molto menomare e indegnare e viene a mal fine. Anche finiscie l’amore se l’uno intende in niuno amore, perché niuno si può legare a l’amor di duoi. Anche viene a fine l’amore, se ll’amante a malitia non ami com’egli è amato, o se una cosa mostra e un’altra à in cuore, perciò che l’amante ingannatore da ogne femina dé essere cacciato e niun servigio ch’abia fatto gli dé giovare a cciò. Perché sia altri savio e scaltrito quanto vuole, s’elli sta come uccellatore nell’amore, che non sia degno, dé [e]ssere cacciato e privato da ogne onore e benificio dell’amore, perché l’amore vuole in sua corte dui che si congiungano d’una fede e d’un volere, altrimenti son degni d’esser privati da ogni beneficio dell’amore e di no essere conosciuti. Anche viene a fine se gli amanti fanno matrimonio insieme, sì come anche ci n’amaestra la dottrina d’aliquanti amanti. Anche, s’aviene per disaventura che l’uno degli amanti non possa fare l’opera della luxuria, l’amor poscia non può durare. Anche caccia l’amore quando l’uno degli amanti diventa matto, o che siano giunti insieme così di sicuro. Amico Gualtieri, tu ài ’nteso quel ch’è detto di sopra in somma e in poche parole, e volemo che per tuo ingegno truovi altri casi i quali pognan fine all’amore, perché non volemo che stei troppo in riposo, né tropo caricarti. Ma potresti tu dire se ll’amore che viene a fine potrebe ritornare in sullo stato di prima. E certe, se per poco senno di fatto viene a fine, sanza dubio può ritornare in suo stato. Ma se per peccato de l’amante, o naturalmente, viene a ffine, non racordiamo che mai tornasse in suo stato, ma nonn è cosa che non potesse essere, se non forse quando per natura vien meno. Ma se qualunque ora resus[c]ita questo cotale amore, non potemo credere che ssi fermi di pura fede tra lloro.

30.

Quando un amante è infedele.

[Se l’uno amante rompe fede all’altro.]

1.   Se l’uno rompa la fede a la sua amanza, e fallo perché s’intende inn altra femina, sì è degno del primaio amore e ch’ella la rompa lui, però che lo spirito del primaio amore è venuto meno in lui. Perciò che per niuna ragione si pruova che s’altri à continuo molto pensiero d’una femmina, che sarebe impossevole che non l’amasse al postutto. Anche comanda l’amore generalmente che niuno si può legare veramente all’amor di due. Dunque, se cotale amante ritorna a la primaia e domanda da llei quel che suole avere, sì no ’l dé ricevere, anzi lo dé cacciare più che se fosse uno strano, perciò che tutti i servigi suoi no ’l possono atare di ciò, se lla femmina no ’l si volesse far per grazia. Ma vegiamo se lla femmina sia da llodare, se rende il suo amore a questo cotale. E questo voglio che sapiano tutte le donne, che molto torna in gran dispregio a quella femmina che giamai riceve quello amante, il quale espermentò nuovo amore, perché quelli è indegno d’ogni misericordia, che non si ricordò di tanto onore com’avea ricevuto, e che fece contra ciò, e non ebbe vergogna di pensare di nuovo amore. Che dunque potrebe avere l’uomo cosa che più sodisfacesse, che quello che disidera dalla femmina? Ma pognamo, sì come spesse volte suole advenire, che lla femmina sia sicura d’avere molte pene anzi che compia suo volere dell’amore del detto ingannatore, perché rado diviene che l’amante, da ch’à lasciato l’amore, vi torni giamai, perch’a pena risu[s]cita mai l’amore ch’è morto. Ma non mi posso tenere che non dea il mio consiglio a questa femmina. Dunque, questa cotal femmina, a volere trarre a ssé questo cotale amante, sì se peni di celare a llui al postutto il suo volere e ’l suo proponimento e quand’è co·llui si mostri che ’l suo animo non ne sia turbato in nulla, anzi s’infuga che ciò che fa tutto le sia a piacere. E se vede che vada per la contrada sua, non vada a vederlo a·luogo che suole, anzi li si celi in tutto. Ma s’ella vede che in questo modo no·lle vaglia nulla, saviamente se racordi com’ella amò già un altro huomo e sollazzi e diletti ch’ella trasse e fece gi[à] co·llui, e com’elli si diliettava in ciò, e dica: "De! Che fallo è questo che faccio, quand’io mi do altrui? Certo, ben vorei volentieri tornare nello stato ch’era co·llui". Onde, e se quel cotale amante, per questo cotal detto, non torna, male sarebe s’ella si peni di dimenticare il suo amore e di non ricordarlo in nulla. Dunque, se per questo ch’è detto di sopra la femmina vede che lle sue fedite non abiano medicina da megliorare, meglio e più saviamente è s’ella se ne rimane d’essere solicita del amore, che venire in tante pene, e non giovarle niente. Dunque, molto si debono guardare le femine di legarsi a cotali amanti, perché di cotale amore non ànno né riposo né allegrezza niuna, anzi n’ànno molte pene e molti dolori. Dunque, domanda il suo amore, anzi ch’ella il dea, dé mettere tutta sua forza e possa di sapere e conosciere la fede e costumi ch’à in sé l’amante, e che non lasci nulla a sapere, perciò che, daché la cosa è fatta men che bene, nonn è buono il consiglio da sezzo o pentirsene. Guardisi, dunque, la femmina degl’inganni di cotale amante, perciò che molti il fanno non per amare, ma per satiare la lor luxuria o per potersi vantare ch’abbia avuta cotal femmina. I quali anche, anzi ch’abiano avuto della femmina quel che vuole, pare che ll’adomandino e dicano con tal fede che non è partito, ma daché l’ànno avuto si mostrano molti strani al suo amante e scuopronsi di quel ch’aveano in cuore, e la misera e la semplice e la troppo credente femmina in cotal modo si truova ingannata per ingegno di cotal amante. Che dé essere dunque, se l’uomo rompa la fé a la femmina non per nuovo amore, ma per volontà di partirsi da llei, o s’è in si lontano luogo che non si ne può ricordare, overo se per sedotta di puttana o d’altra persona, nel tempo ch’era riscaldato di luxuria? A rragione, dunque, per questo contra ’l fallo non dé perdere il suo amore, se non forse o con ass[a]i o spesse volte farà questo cotal fallo, per lo quale altri potesse dire che ’l facesse per troppa luxuria che fosse in lui. Ma s’egli à alcuna femmina a sua domandagione, o per sua opera ami alcuna femmina, a ragione dé perdere il suo privato amore, il quale per certo si presume che ll’abia fatto per nuovo amore, spetialmente dove si pena d’aver femmina gentile o altremente degna d’avere honore. Ma domanderai tu forse che dé fare la femmina, quando il suo amante domanda licentia d’amare altra femmina. Certo fermamente siamo tenuto di dire ch’ella non dé dare licentia al postutto al suo amante d’amare altra femmina, anzi lo dé vietare con piena bocca che non ami altra femmina. Ma pognamo ch’ella li dea questa licentia, altresì è degno di perdere il primaio amore come segli non n’avesse domandata parola. Avegna che palese faccia male questa femmina che dà cotal parola, neente meno non si può scusare la malitia di questo amante né ricoprirsi. Ma se ll’amante si pena di menare ad efecto questa licentia, ma il su’ volere non viene a capo, non può per ciò la femmina [negare] il suo amore, con ciò sia cosa ch’ella fallasse altresì, e che a ragione si può compensare l’un male con l’altro. Ancora, toglian via questo errore: se lla femmina rompe la fede al suo amante, che ne debbia essere. E la sententia d’aliquanti antichi sì volle dire che tutto quello si dovesse servare nella femmina che rompe la fede, com’è detto nell’uomo che rompe la fede. Quella sententia nonn è da tenere, avegna che sia vecchia, perché cci aducerebbe in grande errore. Non voglia Dio che colei sia da perdonare, che non si vergognò di compagnarsi a la luxuria di due persone. Avegna che questo si comporti ne’ maschi per usanza e per lo privileggio della natura, per lo quale tutte cose in questo mondo, e spetialmente quelle che si disdicono, si concedono piutosto a ffare a’ maschi; ma nelle femmine per la vergogna del vergognoso membro, in tanto si disdice di fare, che, da poi ch’ell’è usata con molti, è detto quasi che sia un sozzo ruffianaggio, e da tutti si giudica che sia da cacciare come femmina che non sia da niuno onore. Onde, se lla femina torna al suo primo amante, assai gli è gran vergogna se giamai usa co·llei, perciò che può conosciere a certo che ll’amore non è stabile in lei. Perché, dunque, pone il suo cuore in lei. Ma puoi dire: perché intanto languisce per lo suo amore, ché non la può dimenticare né torne la sua mente di costui; dunque, il maestro che ’l può guarire gli dea medicina. Ma non abia allegrezza Andrea di quel che ’l maestro disidera in questo mondo d’avere, sanza il quale per lungo tempo il corpo non può avere quel che gli piaccia, se dà il suo consiglio a così malaventuroso uomo, e se non abandona le sue fedite come se fossero d’uomo morto, anziché l’amaest[r]i di medicina d’amore. Quegli, dunque, che intanto è più misero che gli altri, che si lascia vincere all’amore di cota’ femmine, al postutto nonn è degno d’avere niuno consiglio, ed è peggio d’uomo morto. Ma che sarà, se lla femmina basci huomo strano o abracci, non dandoli altro? E costei volemo a ragione riprendere, e diciamo per certo che troppo fa sozza cosa, s’ella bascia o abraccia uomo strano, con ciò sia cosa che si creda sempre qualche inviamento d’amore e segno di volersi intendere in altrui. Ma se lla femina, o l’amante, possa con licentia amare, no ’l ti volemo dire in questo libricciuolo; per ciò, dunque, se bene o men che bene questo si faccia con licentia, da poi ch’ell’è fedito di nuovo amore, per niuna forza è tenuto di servire quello volere com’uomo sottoposto ad altrui volere. Ma sì so ch’un’ora, quand’io ne domandai consiglio, che mi fu detto che ’l vero amante mai non può pensare di niuno amore, se prima per certa o per giusta cagione no è certo che ’l suo amore sia finito. Il qual detto, perché ll’ho provato, conosco ch’è vero; perché ed io fui tocco di troppo grande amore, avegna ched io no ’l prendesse ne sperai d’aver frutto, perciò ch’io sofersi pene per sì alto amore, che per niuno modo l’oserei dire, né in modo ch’altri me ne pregasse; e così, per inanzi son costretto di portarne pena. Ma avegna che i’ sia soccorso in tanto ardire ed in pene da non aver riposo, non posso per ciò pensare di nuovo amore o di stormine inn altro modo. Ma se ttu se’ bene intento di sapere che cosa sia l’amore, non sanza lo ’mperché puoi domandare s’altri può con una femmina usare il puro amore, e con un’altra il comune. E per fortissima ragione ti mostriamo che niuno può amare due femmine in questo modo. Avegna che ’l puro amore e ’l comunale paiano diversi amori, ma chi ben guarda alla veritade, il puro amore, quanto a la sua sostanza, una medesima cosa col comunale si giudica, e per quello medesimo desiderio del cuore va col comunale, perciò ch’una medesima è la sostanzia di catuno amore, ma diverso modo e rispetto d’amare, sì come potrai vedere apertamente in questo asemplo. S’alcuna à volontà prima di bere vino puro, e poscia pur acqua sola o vino inacquato, avegna ch’a costui sia variato i·rispetto del suo bere, mala sostanzia del suo apetito è una medesima e non due. E così è se dui amanti ànno usato gran tempo lo puro amore, e poscia piaccia loro usare lo comunale, in costoro è solo una sostantia d’amore, avegna che ’l modo e la forma e l’aspetto sia variato d’amare.

 

2.    Ma domanderai forse, Gualtieri, se lla femina dé perdere il suo amore quando per forza usò con altro huomo. Diciamo dunque ch’a niuno è da riputare per ragione quello ch’à fatto per forza, e quest’è vero se poscia non vi consenti per sua voglia.

3.    Ma domanda se lla femmina fa contra il comandamento dell’amore, quando conforta una donna d’amare altra persona che ’l suo amante giusto. E per necessitade di ragione conviene dire ch’a niuno è licito di confortare la femina ch’ama altrui degnamente, ch’ami sé od altrui.

4.   Anche potresti ora domandare se lla femmina, ch’ami uno che non ne sia degno per erro, possa per ragione amare un altro e lasciare il primaio. E certo, avegna k’ella per errore amasse tale che non ne fosse degno, sì si dé penare in ogne modo di farlo savio, quel cotale amante, e ben costumato e torregli tutti li rei.

5.   Ma s’ella vede che no lle vaglia il suo amunire, sì ’l può lasciare, avegna che con paura di ragione.

6.   Ma potres[ti] tu domandarmi, se l’uno degli amanti si parta dall’altro sotto spetie di volere amare nuovo amante, se rompe la fede al suo amante. E in niuno modo potemo dire che non sia licito a catuno di partirsi dalle dilettanze di questo mondo, che per nostro amaestram[en]to facesseno troppo contra le comandamenta di Dio, e nonn è bene a credere ch’altri non degie anzi servire a Dio ch’alle dilettanze del mondo. Ma pognamo che poscia si giunga a nuovo amore: diciamo che per consiglio delle donne, e ’l primo amante l’adomanda loro, dé essere revocato al primo amore.

7.   Ma potres[ti] tu dire: "questo ch’è detto contrasta alla regola dell’amore, la qual dice che l’amor nonn è da dire a molti". A ciò sì tti rispondiamo, e diciamo che ll’amore non si dé manifestare a più ch’altre tre persone, cioè ch’è licito a l’amante d’avere un suo compagno a cui dica le sue credenze, come si porta colla sua amanza, e che s’avenisse che fosse alcun disturbio nel suo amore, a cui se ne dolesse, e simigliantemente a la femina. E sanza questi dui, al messo che porti le parole da l’uno a l’altro, per comunal volontà. Dunque, i detti segretarii, per comunale volontà degli amanti, debbono ire alle donne nel caso ch’è detto di sopra e dire il fatto come gli sta e la lite, non scoprendo il nome degli amanti.

8.   Anche quinci si potrebe domandare per ragione, con ciò sia cosa che ll’amore si notrichi solo per dare isperanza e per dare il secondo e ’l terzo grado ne l’amore, se lla femmina, quando l’à dato non voglia andar più innanzi e rompasi da quello, se per ciò pare ch’abia rotta la fede. E s’è femmina, crediamo che ’l debbia tenere quello amante, perciò che s’ella dà o speranza del suo amore o secondo e ’l terzo grado dell’amore, s’ella di ciò il suo amante non truova indegno, sì fa grande offesa s’ella pena molto a dare quel che l’amante à desiderato. Perché non si conviene alla savia sanza giusta cagione di dare indugio a qualunque cosa promette. Ma s’ella per certo non à volontà d’amarlo, no gli dea speranza né altra cosa che si chiede nell’amore prima di dare, perché troppo gran fall’è della femmina di non adimpiere quello onde fa patto. Perciò che sozzissima cosa è giudicata nella femmina, se non cura di fare aspettare quel ch’à promesso, perché cota’ cose la malitia delle puttane suol pensare, le quale son disposte alla falsitade in tutto lor fatto e detto, e quello ch’ànno in cuore di fare si ’l tengono dentro.

9.   Ma una cosa spetialmente sappie delle puttane: qualunque ora adiviene ch’à niuno, non può rompere la fede al su’ miserissimo amante; e questo sapiamo che, ’ sentì la contessa di Campagna in su’ dire, la qual cosa per ciò crediamo ch’abbia detta per mostrare la cattivitade di colui che si puose ad amare puttane, e per punire il suo fatto. Perciò che quelli che si giugne a sì laido amore, quando ne sente pena, nonn è degno d’avere niuno atorio dell’amore, anzi le dé comportare in pace quella che fa la sua arte, con ciò sia cosa che al suo scentre s’agiunse a lei sapiendo ch’era puttana. Ma questo ch’avem detto delle puttane, apertiene non pur a quelle che stanno in bordello, ma a tutte coloro che in qualunque modo si danno altrui per prezzo.

10.   E adomandi anche, Gualtieri, se dui amanti lungo tempo in concordia usaro il puro amore, poscia l’altro adomandi d’usare lo comune, s’è licito di rifiutare a l’altro amante ciò. In questo fatto ti volemo bene amaestrare che, avegna che per tutti gli uomini anzi è da volere lo puro che ’l mischiato, overo lo comune amore, ma per ciò non può contrastare a la volontà del suo amante, se non forse infino dalla prima fecer patto insieme di mai non usare l’amore comune, se non fosse volere dell’uno e dell’altro. Ma avegna che là ove fu questo patto non possa l’amante andar più inanzi, se per piena concordiano, ma non fa bene la femina se ricusa di fare la volontà del suo amante, s’ella vede che pur perseveri in ciò, perché gli amanti son tenuti in catuno amore d’ubidire l’uno a l’altro in tutte lor volontade.

31.

Questioni d’amore

[Diverse questioni d’amore.]

Diciamo dunque di diverse quistioni d’amore.

1.   I. Con ciò sia cosa [...] mi possa storre dalle vostre comandamenta". Quando questo fu promesso, incontanente gli comandò la donna che giamai non si imbrigasse del suo amore né fosse ardito di lodarla con niuno. Avegna che questo fosse molto grave a l’amante, sì ’l comportò umilmente. Ma istando il detto amante con altri suoi compagni un die, dinanzi a una compagnia d’aliquante donne, sì udì a questi suoi compagni dire molte villane parole di questa sua donna, e che lla biasimavano contra ragione fortemente. Il quale, quand’ebbe molto veduto che costoro ne diceano tanto male e che non si finavano di riprenderla, e che assai prima avea comportato, daché non poté più, sì ssi mosse contra di loro fortemente ad ira ed a riprendere loro di quel che diceano e a difendere la sua donna. Quando questo sepe la sua donna, disse ch’avea perduto il suo amore, perch’iera stato a difese di sue lode. Questo piato la contessa di Campagna così difinì: e disse che questa donna fu troppo crudele nel comandam[en]to, quando non si vergogna d’astrignere di sì empia sententia colui al quale avea data speranza d’amore che ssi mise nelle sue braccia, con ciò sia cosa che ssi legasse di tal promesse, le quale niuna gentil donna la dé vitiare sanza giusta cagione. Né per ciò fece niun fallo l’amante, se riprese con giusta ragione coloro che diceano male della sua donna. Onde, sanza ragione pare che questa donna facesse il comandam[en]to che non si dovesse imbrigare giammai nel suo amore, con ciò sia cosa che questi si legasse di questa promessa per poter più agevolmente aver lo suo amore.

 

2.   II. Anche: un altro, abiendo al su’ servigio troppo buona donna, adomandò licentia da llei di potere amare altra femmina. Il quale, daché gli fu data, si partì e stette assai più che non era usato di domandare i sollazzi della prima donna. Ma dopo un mese passato, sì tornò a llei questo amante, e disse che poscia non avea avuto sollazzo d’alcuna donna, né non volea, anzi l’avea fatto per provare la sua fede se fosse ferma. Ma lla donna dice ch’à perduto il suo amore, imperciò che basta a perdere l’amore, quand’alcuno il domanda, cotal licentia, e siali data. Ma a questa donna par contrastare la sententia della reina Alinoria, la quale ne fu domandata in questo caso, e così rispuose: "Noi cognosciamo per certo che viene dalla natura dell’amore, che, per falsa infi[n]ta dell’amante, se può mostrare d’amare nuova femmina spesse volte per poter me’ conosciere la fede e lla fermezza della sua amanza. Dunque, quella ofende la natura dell’amore che per ciò si tarda di tornare al suo amante, o che no ’l vogli amare, s’ella non sa bene prima che gli abia rotta fede".

3.   III. La questione si è cotale: cui debbia anzi amare la donna di quegli amanti i quali sono iguali, altressì l’uno come l’altro, di gentilezza, di tempo e di senno e d’ogne altra cosa, salvo che l’uno era ricco e l’altro povero. E in questo caso così disse la contessa di Campagna: che nonn è bene a dire che la sconcia ricchezza sia anzi da volere, che l’adorna povertà. Anzi, la gentil ricchezza è da rifiutare e da volere la povertà, avegna ch’ella sia men che buona, se lla femmina il cui amor si domanda è ricca, perciò che magiore onore torna alla femmina ch’è ricca, d’amare il povero, che ’l molto ricco. Niun più magior carico dé essere a catuno buono huomo, che se ’l savio stea in povertà od abia altra necessità. Dunque, a ragione magiore onore torna alla femmina ricca d’amare prima il povero che ’l ricco, al quale possa sovenire della sua ricchezza, perciò che null’è che paia tornar tanto d’onore a l’uno amante e a l’altro, che di comportare come puote la necessità l’uno dell’altro. Ma se lla femmina è povera, è meglio d’amare il ricco, perché se l’uno e l’altro fosse povero, poco per certo durerebbe il loro amore, perciò che lla povertà fa vergogna a tutti i savi uomini e tie[n]gli in diverse pene di pensiero e sanza patto to’ loro il senno, e per ciò si caccia l’amore.

4.   IV. Ecco ch’erano dui in tutto e per tutti iguali, i quali insieme igualmente al postutto cominciaro a servire, e quali anche catuno a un’otta adomandano essere amati: chi di costoro, dunque, è più degno d’essere amato, adomando. Anche quella contessa medesima ci n’amaestra che in cotal caso, chi prima domandò sia misso. Ma se pare ch’adomandassero a un’ora, a ragione si comette ne l’arbitrio della femmina d’amare colui al quale le trae più il cuore.

5.   V. Anche fu domandate quella medesima contessa di cotal quistione: un cavaliere amava sor misura una sì sa[via] donna e aveane tutto ciò che volea di lei, ma ella nonn amava così lui. Lo cavaliere se ne vuol partire, e la donna lo vuole ritenere pur in quello amore. In questo fatto, così rispuose la contessa: "Asai è ria la ’ntentione di quella donna che vuole essere amata e non vuole amare. Perciò che quelli è matto che quello domanda altrui con reverentia, rifiuta al postutto di darlo altrui".

6.   VI. Anche apare un cotal dubbio: un giovane che non avea in sé niun senno, e uno cavaliere da quattordici anni in su con molto senno, sì domandano l’amore d’una donna. Dice il giovane che dee essere prima amato, perché se lla donna l’ama, sì nne potrà divenire savio, e grandissimo onore serà alla donna, se per lo su’ senno è divenuto savio. E questo la reina Alinoria così risponde: "Avegna che ’l non savio giovane, se fosse amato per la savia donna, potesse divenire savio, ma men che bene fa la donna, se prende ad amare il non savio prima, spetialmente quando un savio e ben costumato adomanda il suo amore. Perciò che potrebbe essere che il non savio, avegna che lli fosse insegnato, non diventerebbe savio forse per lo suo duro cuore, perciò che quello ch’altri semina tuttavia non rende frutto".

7.   VII. Questa altra quistione fu commessa in quella reina medesima: un uomo si congiunse a l’amore d’una sua cugina con non sua saputa. Poscia, daché ’l sa, si vuole partire da llei. La femmina, perch’è legata del suo amore, non lascia, dicendo che quello nonn è peccato quasi, perché nella prima si congiunsero sanza lor colpa. Al qual fatto la reina così rispuose: "Assai quella femmina par dire contra ragione e buona usanza, che sotto qualunque spezie d’erro vuole ritenere cotale amore. Perciò che sempre sian tenuti d’avere inn odio cotale amore che ssi danna, al quale la leggie impone gravissime pene".

8.   VIII. Anche: una donna, overo una pulcella, si avea dato il suo amore a uno il quale n’era assai ben degno, e da poi ch’ella fu maritata assai onorevilemente, sì llo rifiuta d’amare e no gli dà sollazzi che suole. La cui ’niquità riprende madonna Mingarda di Narbona in questo modo: che la femina, avegna che poscia si mariti, a ragione non dé lasciare il suo amante, s’ella non si pone in cuore di non amare giamai più né lui né altra persona.

9.   IX. Perciò ch’uno domandò da quella medesima donna che ’l dovesse far certo ove fosse maggiore amore, o tra gli amanti o tra marito e moglie, così rispose, considerando il detto del filosofo. E disse che ll’amore tra marito e moglie e ’l vero amore ch’è tra gli amanti, sono al postutto diversi e per diversi movimenti ànno lor cominciamento, e per ciò lo detto del filosofo to’ via questa domandagione, quale amore sia magiore o minore, e pone se siano diversi amori. Cessa, dunque, di dire magiore o minore, quando la parola àe dui intendimenti, e quelli intendimenti son contrari a quella parola comunale. Altresì come non si dé dire che ’l nome che se deriva da l’altro che non si deriva, o che ’l nome che si deriva che ssi deriva.

10.   X. Anche, que’ medesimo domandò da quella medesima donna in questo modo: una donna si ebbe un suo marito dal qual si partio, ora si pe[na] di trarlo a·suo amore: che nne dé essere? Al quale la detta donna ri[s]pose che s’a[l]cuno in qualunque modo sian partiti, infra cotali è sozzo e vergognoso amore.

11.   XI. Uno ch’è buono e savio adomanda l’amor d’una donna, poscia viene un altro più savio di lui e adomanda altressì l’amore di questa donna. Quale, dunque, è anzi da amare? Questa quistione così difinì madonna Mingarda di Nerbona: e disse ch’iera in arbitrio della donna lo cui priego debbia anzi udire, o del buono o del migliore, o darsi il suo amore.

12.   XII. Anche si è una cotale quistione: uno iera congiunto nell’amore d’una donna assai convenevole, ora adomanda l’amore d’un’altra, quasi come non avesse anche amore d’altra donna. Il quale interamente come domandava ebbe da costei, e daché l’ebbe avuto, si vuole tornare a la primaia e lasciare costei: che vendetta, dunque, ne dé essere? In questo fatto la contessa di Fiandra diede cotal sententia: che questi, che tanta frode à comessa, è degno d’essere privato dell’amore d’ambendue, e giammai non dee essere amato da niuna savia donna. Con ciò sia cosa che lla sua volontà non abia fermezza, la quale si è nimica per certo dell’amore, sì come mostra la dottrina d’Andrea cappellano apertamente. Et che questa donna no ’l si dé tenere a vergogna niuna, perché ciascheduna che vuole avere onore in questo [mondo], si è tenuta d’amare, e perché nonn è lieve cosa a niuno di sapere la ’ntentione e la fede e quello che l’uomo à in cuore, et ché molti savi già sono ingannati per le dolci parole ch’altri dice e per le doppie. Anche questa primaia amatrice non si può a ragione lamentare di questa altra donna, e s’egli non vuole tornare al suo amore, e se vuole stare pur nell’amore di questa altra donna, perch’ella si difende la sua ragione, e vole ch’altri sia prima ingannata di lei.

 

13.   XIII. Anche fu domandata d’una cotal quistione: uno cavaliere era, il quale nonn avea bontà niuna ch’uomo dovesse avere, e per ciò non era degno che alcuna savia donna l’amasse; sì fu importuno in domandare l’amore d’una donna, ch’ella li diede intendimento del suo amore. La qual donna col suo amonire e colla sua dottrina sì l’afermò in buoni costumi, dandoli anche lo basciare e l’abracciare, ché divenne troppo ben savio e ch’iera degno d’avere ogne onore. E daché fu confermato in ogne buon costume ed ebbe meno tutti i rei, un’altra donna sì fece sì ch’ella gli diede il suo amore e ch’egli ubidì lei in tutte sue volontadi e che si dimenticò dell’onore ch’avea ricevuto dalla primaia donna. La qual contessa di Fiandra, in questo fatto, così rispuose: che da tutti iera da lodare se lla prima donna può rivocare da l’amore d’ogni altra femmina lo suo amante, al quale avea tolto ogne reo vitio e confermato d’ogne buon costume e d’ogne senno. Anche più, che pare ch’ella v’abbia in lui ragione e omaggio, con ciò sia cosa che quando fosse fuor d’ogne buon costume, per suo senno e per sua fatica lo fece savio e ben costumato.

14.   XIV. Anche: stando un uomo lungo tempo ad oste nelle parte d’oltre mare, una sua donna, perché non sperava che lla sua tornata fosse di presente e che quasi ogn’uomo credea il somigliante, sì volea amare un altr’uomo. Intendendo questo, un compagno di costui ch’era oltre mare e che sapea tutte le sue credenze, si venne a questa donna e contradissela che no·ll’amasse perché no gli dovea rompere la fede. E quella, perché non volea consentire al suo detto, sì ssi difendea in questo modo: "Già vegio che lla femmina puote amare daché sono passati i due anni dopo la morte del suo amante, dunque, io che sono stata cotanto sanza lui e che nonn ò avuta letera né messo, con possendolo e’ fare, magiormente posso amare. E tu di’ che ’l no ’l posso fare? Certo sì posso". Dopo la molta contentione che fu tra costoro di questo fatto, sì la comisero nella contessa di Campagna, ch’ella ne dovesse dire e sententiare quello che nne dovesse essere. La qual sententiò, e disse che questa donna non facea ragione di volere lasciare il suo amante perché fosse stato lungo temporale, se prima non fosse certa che no·ll’amasse o ch’egli l’avesse rotta la fede, spetialmente quando sta [lontano] perché non può fare altro, o per aquistare pregio. Perciò che niuna maggiore allegrezza dé avere la femmina nel suo animo, se non d’udire lodare il suo amante quando è in lontana parte, o che onorevolmente sappia che stea con buona e gran compagnia, là ove sia così gran gente. Anche perché si dica ch’egli non abia mandata lettera né messo, per ciò nonn è da riprendere, anzi ne dee essere tenuto più savio, perché a niuno è licito di manifestare il suo amore. Pognamo ch’avesse mandata lettera e ’l messo non avesse saputo ch’ella dicea, e forse per la retà del messo o perché fosse per aventura morto per via, sì potrebe essere palesato l’amore legieremente.

15.   XV. Anche una cotal quistione: uno avea una su’ amanza, il quale per sua franchezza combatendo perdé l’occhio, overo un altro membro in quella battaglia. Quella sua donna sì ’l vuole privare dal suo amore e no gli vuole dare i sollazzi come solea, quasi come ne fosse indegno per ciò, o perché l’abbia in dispetto. In questo fatto una donna di Nerbona rispose a questa donna riprendendola in questo modo: che lla femmina non dovea giammai avere onore, la quale volesse privare il suo amante del suo amore per ventura di battaglia fosse magagnato in alcun modo, la qual cosa adiviene solo a coloro che sono prodi e arditi in battaglia, con ciò sia cosa che solo l’ardire sia quello che lle femmine spetialmente faccia amare e mantenere in amore. Dunque, questo amante non dé essere privato del suo amore a ragione perch’abia meno alcuno membro in battaglia, a la qual cosa non si può contrastare, perché ’l porta l’aventura del combattere.

16.   XVI. Anche un’altra cotal quistione: un cavaliere, esendo inamorato d’una donna, a cagione perché non sapea ben dire sue parole, si trovò un uomo, per volontade della donna e della sua, il quale dovesse portare e dire le parole dell’uno a l’altro, e per poter meglio e sanza carico manifestare le lor credenze, e che il loro amore più lungiamente stesse celato. Il quale secretario sensale, daché fu così fermo per ambendue, sì procacciò per sé d’aver la donna, e non per lo cavaliere, in tale modo che lla donna asentì il suo volere ed ebe di lei tutto ciò che volle. Ma lo cavaliere, daché seppe come quelli l’avea ingannato, si n’andò a la contessa di Campagna dicendole tutto il fallo che gli era incontrato dalla sua donna per lo secretario, e abominandolo molto. E anche domandò da llei ke per sua sententia e dell’altre donne fosse giudicato quello che nne dovesse essere. Onde, la detta contessa chiamò LX donne e con loro consentimento sententiò, in questo fatto, che questo amante ingannatore, il quale per su’ arte e a malitia à avuta questa donna, la qual non si vergognò d’asentire a sì ria cosa, che lla debia tenere per inanzi, se gli piace, ed ella altresì lui. E che l’uno e l’altro in perpetuo non sia ardito di domandare amore d’alcuna altra persona, e che giamai non siano arditi d’aparire né egli tra compagnia di cavalieri, né quella tra donne. Perciò ch’egli fece contra la fede dell’ordine de’ cavalieri ed ella contra l’ordine delle donne, quando asentì così villanamente a l’amore del secretario.

17.   XVII. Anche: un cavaliere, essendo preso fortemente dell’amore d’una donna, la quale avea già dato in tutto il suo amore a un altro, si procacciò sì ch’elli ebbe intendimento di questa donna d’avere il suo amore in questo modo: che se per alcun tempo avenisse ch’ella si partisse dal suo amante, che allora a quello cavaliere sanza dubbio in tutto li darebbe il suo amore. Passato molto poco tempo, la detta donna si maritò al su’ amante ch’è detto, ma ’l cavaliere, il quale avea ricevuto la ’mpromessa dalla donna, sì adomanda lei che lli dea il suo amore. Ma lla donna li contradice al postutto, dicendo che non s’è partita da l’amore per ciò del suo amante. In questo fatto, così risponde la reina: "Non siamo arditi di contrastare alla sententia della contessa di Campagna, la quale sent[entiò] fermamente che amore non può essere tra marito e moglie. Imperciò sì sententiamo che lla detta femina dea l’amore che promise".

18.   XVIII. Un cavaliere molto villanamente le secrete cose dell’amore sì manifestò, il fallo del quale tutti gli amanti non finano di domandare che nne sia vendetta fatta, acciò che ’l rio asempro e malvagio, per innanzi non abia luogo negli altri, se non n’è fatta vendetta. Onde, raunata la corte delle donne in Gunascania, per asentimento di tutta la corte fue così ordinato e ferm[at]o per leggie, che da quinci innanzi questi non abia speranza alcuna d’amore, e che non sia ardito d’aparire in corte di donne né di cavalieri, anzi sia tenuto in dispetto da tutti. Ma se alcuna donna fosse ardita di rompere la legie di queste donne in questo modo, dando a quello cotal cavaliere il suo amore, debbia portare simigliante pena; e catuna savia donna da inde inanzi la tenga per nemica.

19.   XIX. Anche una cota’ quistione: un cavaliere adomandando l’amore d’una donna, e quella dicendo che non volea amare, questo cavaliere le mandò alequante gioie assai convenevole, e ella le ricevette allegramente e volentieri; ma per ciò poscia no ’l volle amare, anzi lo rifiuta d’amare al postutto. Lo cavaliere si lamenta di lei in questo modo: dicendo che ricevette le sue gioie, pare che lli desse intendimento del suo amore; lo quale sanza cagione li vuole torre. A queste cose così rispuose la reina: "O la donna rifiuti le gioie ch’ebbe per ispeme d’amore, overo lo guiderdoni del suo amore, overo stea contenta d’essere della compagnia delle puttane".

20.   XX. Anche fu domandata la reina qual debbia anzi amare la donna: o lo giovane o quello ch’è amezzato. La quale reina molto sottilmente rispuose, e disse che ll’amore di colui anz[i] è da volere, il qual è savio e sca[l]trito ed à buoni costumi, e non si dé guardare chi ssia giovane o amezzato. Ma chi guarda alla natura bene, li giovani più volentieri usano con quelle che sono adiate, che con coloro che siano del suo tempo; e quelli che sono amezati, più volentieri usano colle giovani, che colle lor pare e di lor tempo. E la donna, overo giovane overo adiata che sia, più volentieri usano con li giovani che con color che siano di tempo. Ma perché adiviene, è cosa ch’apertiene più a fisica che a me.

21.   XXI. Anche fu domandata dalla contessa di Campagna qua’ cose possa torre l’uno amante da l’altro. A la qual domandagione, così rispuose la contessa: che l’amante puote dall’altro ricevere ornamento da capo, trecci o ghirlanda d’oro o d’argento, fibiagli da petto, specchio, cintola, borsa; cordella da llato, pettine, bossolo, guanti, anello, spetie, cose da liscio, cose da riporre l’altre cose, insegna per cagione di ricordarsine, e in somma si tti dico che ogne cosa picciola si può dare e torre ch’apertenga a liscio di corpo o che sia bella a vedere, overo cosa che si dà per ricordanza l’uno amante dall’altro; e quest’è vero, se quello che ssi dà non si riceve per avaritia. Ma di questo voglio ogne amante amaestrare: che se alcuno amante riceve da l’altro anello per cagione d’amore; quello anello dé portare nella mano manca e nel dito mignolo, e la gemma dell’anello dal lato della palma della mano: per ciò adiviene, perché lla mano manca si guarda da tocare, più che lla diritta, ogne brutta cosa; e nel dito mignolo è la vita e la morte de l’uomo e della femmina più che negli altri, et anche perché ciascheduno amante si è tenuto lo suo amor celato. Anche, se l’uno amante manda lettera a l’altro perché si racordi di lui, non dé scrivere nella lettera il suo nome né del suo amante. Anche, se per alcuna cosa vanno alle donne gli amanti, che sia data sententia tra loro, non debono dire loro i nomi loro, ma dire: "Cotale quistione iera tra dui amanti". Anche non debono suggiellare la lettera che manda l’uno a l’altro di lor sugiello, se non forse quando ànno lor sugelli privati, i quali non sa altra persona se no eglino e lor secretari. E così, in questo modo si terà sempre celato i·loro amore.

32

Le regole d’amore

[Delle regole d’amore.]

1.   Diciamo oramai delle regole d’amore. Gualtieri, ti mostrerò in poche parole, sì come si dice ch’è vero della bocca medesima de·re d’Amore, e che lle mandò scritte a tutti gli amanti.

2.   Con ciò sia cosa ch’uno cavaliere cavalcasse, solo, per la selva reale a cagione di vedere lo re Arturo, e quando fu al mezzo della selva, sì ss’incontrò in una giovane di maravigliosa bellezza, e ch’iera in sun uno adorno cavallo, e con troppa bella legatura di capelli, la qual salutò lui ed egli rende’ molto tosto suo saluto a llei. E la giovane molto cortesemente parlò a llui, e disse: "Quello per che ttu se’ mosso non ne potrai venire a capo, se non per nostra bontade". Quando questo udie lo Brettone, sì lla cominciò molto a pregare ch’ella li dicesse per qual cagione fiera mosso, e così crederete poscia quello ch’ella direbbe. "Quando tu domandavi l’amore d’una donna di Brettagna, ella ti disse che giamai non potresti avere lo suo amore, se ttu prima no·lle recassi lo sparviere, il quale si dice ch’è nella corte deve Artù in sun una stanga d’oro, e conquistassilo per battaglia". Le quale tutte cose, confessò ch’erano vere lo Brettone. "Dunque - disse la giovane - lo sparviere che vai caendo non potresti avere, se prima non vinci per battaglia nella corte del re Artù che tu ami più bella donna che niuno di loro il quale sia nella corte. E nel palagio non potresti intrare, se ttu non mostrassi alle guardie del palagio lo guanto dello sparviere. Ma ad avere lo guanto nonn è lieve cosa ad avere, se ttu prima in battaglia non vinci due cavalieri molto forti".

3.   "Vego bene che di questa impresa non posso venire a capo, se voi no·mmi date il vostro atoro, e per ciò mi voglio soppore a voi, priegandovi umilem[en]te quanto posso che voi mi diate in questo fatto il vostro atoro, e che di vostro asentimento mi conciediate che per amore di vostra segnoria possa dire secretam[en]te che sia amato da più bella donna".

4.   "Se di tanto ardire fosse il tuo cuore, che quello ch’aven detto non tema di cercare, quello che domandi potresti avere da nnoi".

5.   "Se mi concedete quello ch’io vi domando, tutto ciò che disidero verrà a buon fine".

6.   "Tutto ciò ch’adomandi, sì tti largisco per fermo". E così anche gli porse bascio d’amore, e lo cavallo sovra il quale ella fiera, sì llo diede a llui, e disse: "Questo cavallo sì tti menerà là ove tu disideri d’andare. Ma te conviene andare sanza niuna paura e contrastare arditamente a coloro che combatteranno teco. Ma questo sie a tte bene a mente, che quando avrai avuta la vittoria de’ due che difendono il guanto, [...] ma ttu medesimo lo torrai dalla colonna dell’oro ove pende, perch’altremente non potresti vincere la battaglia che farai nel palagio, né compiere quello che disideri".

7.   Ma quand’ella ebbe compiuto di dire, lo Brettone sì ssi mise le sue armi, e dach’ebbe preso commiato, sì cominciò a cavalcare per la selva. E andando elli per molti salvatichi e aspri luoghi, sì trovò il fiume il qual iera di maravigliosa altezza ed ampiezza, e per la grande altezza delle ripe, niuno potea scendere al fiume. Ma molto andò elli lungo le ripe del fiume, sì trovò uno ponte il quale era così fatto, che ’l ponte era d’oro e le càpita tenea fitte in ambendue le ripe; e ’l mezzo del ponte stava nell’acqua, e spesse volte menandosi parea che fosse afondato per l’onda che dava il fiume. Ma da quello capo onde il Brettone dovea passare, si stava un cavaliere armato in sun uno cavallo ch’iera molto fiero a vedere, lo quale il Brettone salutò assai cortesemente. Ma egli dispregiò di rendere il saluto, ma sì disse: "O Brettone armato, che vai tu qui caendo di così lontana parte?".

8.   "Io sì vo caendo di passare il fiume per lo ponte".

9.   "Anzi cerchi la morte, la quale niuno forestiero à potuto schifare. Ma se tu tti vuoli tornare a dietro e lasciare tutte l’armi, sì perdonerò per misericordia a la tua gioventude, la quale t’à condotto così disavedutamente in istrani paesi e ne l’altrui regione".

10.   "S’io lasciasse l’arme, non ti tornerebbe ad onore la tua vittoria, e se ll’armato caccia il disarmato; ma se a me armato potrai contrastare al passo del ponte, allora la tua vettoria sarà con onore. Perciò che se ttu non mi dai lo passo di queto, io i1 mi farò dare per forza della spada".

11.  Quando il guardiano del ponte udì questo, si cominciò a battere i denti e ad avere troppo grande ira, e disse: "Male te solo ci mandò Brettagna, perciò che così solo t’ucciderò a ghiado, né giamai alla tua donna dirai novelle di questo paese. Guai a tte, misero Brettone, che non temesti d’andare a·luogo della tua morte, per movimento e per conforto di femmina!". E spronando il cavallo contra il Brettone, sì gli venne sopra colla lancia e fedillo crudelmente sovra lo scudo, lo quale non sostenne il colpo, che llo ferro non passasse per lo lato fra lla carne, spezzando in doppio l’asbergo, sì che ’l sangue cominciò a uscire fortemente della piaga. Ma quando lo Brettone sentì il duolo, si drizzò verso lo cavaliere del ponte la punta della lancia e combattendo fortemente sì ’l passò da l’altro lato e abattello in terra del cavallo villanamente. Al quale vogliendo tagliare il capo, si chiese mercé umilemente, e quegli li perdonò. Ma da l’altra parte del fiume si stava un uomo grandissimo, il quale, quando vide che ’l cavaliere era vinto dal Brettone e ch’egli era già salito nel ponte per passare, con tanta fortezza cominciò a menare lo ponte dell’oro, che spesse volte il ponte sotto l’acqua non si potea vedere. Ma ’l Brettone, confidandosi molto della bontà del cavallo, non lascia per ciò che non i passasse oltre francamente. Il quale, dopo il molto attuffamento nell’acqua, solo per forza del cavallo si venne a l’altro capo del ponte, e prese colui che menava il ponte e gittollo nell’acqua ove affogò, e la fedita che avea si lenzò e fascia al meglio che poté.

12.   Dopo questi fatti, cominciò ad andare per molto be’ prati, e dopo le diece miglia, si trovò un dilettoso prato ove era odore di tutti fiori. E in questo prato iera un palagio a maraviglia ben fatto, e avea in sé ogne bellezza, ma da niuna parte del palagio poté vedere la porta o alcuna persona dentro. Ancora in questi prati medesimi si trovò mense d’argento, e ivi suso d’ogni ’mbandigione di mangiare e di bere, e coperta di bianchissime tovaglie. Ancora in questo prato medesimo iera conca d’argento purissima, nella quale iera anona e acqua assai da cavallo. E lasciato ire lo cavallo a pasciere, andò intorno al palagio, ma quando vide che per niuno ingegno potea vedere l’entrata del palagio e che non v’avea persona, vegnendoli la voglia del mangiare, andò a la mensa e ’l cibo che vi trovò, con gran voglia comincio a mangiare. E incontanente, poco avendo preso del cibo, la porta del palagio fue aperta, la quale nella sua apertura fece tal suono che ivi apresso parea che fosse tuono, e incontanente uscì per quella porta un uomo di grandezza di gigante, ch’ave[a] in mano una mazza di metallo di molto gran peso, la qual mazza menava come fosse una pagliuga. Il quale disse al cavaliere che mangiava: "Chi se’ ttu, uomo di tanto ardire, che non temesti di venire a questi luoghi reali, e che sì arditamente nella mensa del re, e sanza vergogna, la vivanda de’ cavalieri prendi?".

13.   "La mensa reale dé essere disposta a tutti igualmente, né bere né mangiare dé essere disdetto; e anche io posso ben prendere di cavalieri, perciò ch’io sono cavaliere e nonn ò altra arte, e solo quello che cavalleria domanda vo’ io caendo per questi prati. Per doppia ragione, dunque, villania fa’ di vietarmi la mensa reale".

14.   "Avegna che questa sia mensa di re, per ciò non è licito a niuno di mangiare a questa tavola, se non quelli che sono a la guardia di questo palagio, i quali anche nonn lasciano passare veruno, se prima non combatte col guardiano del palagio e vincalo, e s’alcuno perdesse la battaglia, non può campare che non sia morto. Dunque, lievati dalla tavola e brìgati di tornare a casa, o combattendo di passare oltre e di dire la cagione per che se’ venuto sanza mentire".

15.   "Io cerco per avere lo guanto dello sparviere e per ciò son venuto, e daché l’avrò avuto, sì voglio andare oltre e conquistare lo sparviere per battaglia nella corte del re Artù. Dov’è, dunque, il guardiano del palagio che per battaglia mi dé contradiare lo passaggio ad andare oltre?".

16.   "O matto Brettone, quanta pazzia ti mena! Perciò che, se fossi morto, prima potresti rivivere diece volte che avere quello che vai caendo. Ed io per certo sono quello guardiano del palagio che tti farò venire fallato il tuo pensiero e della tua gioventude portare vedovatico Brettagna. Perciò ch’io sono di tanta fortezza che a pena dugento cavalieri migliori di Brettagna mi potrebbono contrastare".

17.   "Avegna che ttu dichi che sie così forte, neente meno disidero di combattere teco, acciò che possi conosciere che cavalieri mena Brettagna, avegna che non sia dicevole di combattere cavaliere con pedone".

18.   "Veggo che lla tua disaventura t’à menato a la morte in questo luogo, ove già più che mille la mia mano diritta n’à morti. Et avegna ch’io non sia di schiatta di cavaliere, neente meno disidero di combattere teco a cavallo, perché se perdi per forza di pedone, a ragione sarai vinto per qualc’ardire di cavaliere".

19.   "Guardimi Dio che giamai combatta con pedone a cavallo, perché a pedone si dice di combattere con pedone".

20.   E prendendo l’arme, arditamente venne con la spada in mano a fedire lo guardiano sovra lo scudo. Ma poco male vi fece, ma che lo guardiano del palagio fue adirato, abiendo a schifo la picciola persona del Brettone, fedìo sopra lo scudo del Brettone colla mazza del metallo sì crudelmente, che a pena se ne tenne pezzo insieme per lo gran colpo, e ’l Brettone uscì quasi di sé per la paura. Ma lo guardiano, pensando uccidere a l’altro colpo lo Brettone, sì levò ad alto la mazza, ma anzi che llo potesse compiere, molto tosto e con iscalterito ingegno il Brettone fedìo colla spada lo guardiano in sul braccio, e mandò in terra la mano con tutta la mazza. E vogliendo uccidere sanza fallo, il guardiano sì gli chiamò mercede e disse: "Se’ ttu pur solo villano cavaliere ne la dolce Brettagna, che mi vuoli uccidere daché son vinto? Se ttu mi vuoli perdonare, io t’insegnerò avere quello che disideri per picciola fatica, e sanza me al postutto non ne veresti a capo".

21.   "Io ti perdono la vita, se ttu ma[n]tieni e puoi quello che mi prometti".

22.   "Se ttu mi vuoli aspettare un poco, io ti darò lo guanto dello sparviere".

23.   "A, ladro inganna[to]re della gente, or conosco per certo che ttu mi vuoli ingannare! Ma se vuoli ch’io ti perdoni la vita, mostrami solo ov’è lo luogo ov’è riposto il guanto".

24.    Allora lo guardiano sì ’l menò ne’ secreti luoghi del palagio, ov’iera una molto bellissima colonna d’oro, la quale sostenea tutto lo ’dificio del palazzo, dentro nella quale pendea altressì lo guanto che domandava. Lo quale daché ll’ebbe spiccato arditamente e messo nella mano manca, per ogne parte del palagio, non vegiendovi persona, gran grida e pianto cominciò a sonare in questo modo: "Guai, guai, che oltre nostro grado il vincitore [nimiko se ne va] [c]olla preda!".

25.    E quando fu fuor del palagio, montò in su lo cavallo suo e cominciò ad andare, e capitò a·luogo della dilettanza, ov’erano molti altri belli prati, ne’ quali era un palazzo d’oro troppo ben composto, il qual era per lungo secento cubiti e ampio ducento, e lo tetto e tutto lo lato di fuori era d’argento, ma tutto quello dentro fiera d’oro e di pietre pretiose lavorato, + nel quale ancòra recetri e diversi +. Ma nel più bello luogo del palagio sedea lo re Artù finn uno sedio d’oro, e lungo lui, d’ambendue le parti, sedeano le più belle donne, il numero delle quali non potti sapere; ancora, stavano dinanzi da llui cavalieri assai e molto belli a vedere. Ma nell’entrata del palagio si era la stanga dell’oro molto bella e ben fatta, e ivi suso lo sparviere che volea, e ivi giaceano due bracchi dello sparviere. Ma anzi che potesse venire al detto palagio, sì v’avea un petturale di muro molto ben fornito dinanzi al palagio per sua guardia, e sì v’erano dodici cavalieri alla guardia molto fortissimi, li quali non lasciavano passare persona oltre, se non mostrasse lo guanto dello sparviere, o se non vi passasse per forza d’arme. I quali, quando lo Brettone gli vide, sì mostrò loro il guanto, i quali dicono, daché gli ebono data la via: "Questa via nonn è buona per te, anzi è molto ria". Ma ’l Brettone, quando fu giunto al palazzo, sì salutò lo re Artù, il quale fu domandato per li cavalieri de-re perch’egli fosse venuto, ed elli rispose: "Per cagione di portarne lo sparviere". Al quale, uno de’ cavalieri della corte disse: "Per neuno modo non ne puoi portare lo sparviere".

26.   "Perciò ch’io sono amato per più bella donna che niuno cavaliere che sia in questa corte".

27.   "Prima, dunque, ti conviene difendere per battaglia quello che di’, anzi che ne possi portar lo sparviere".

28.   "Volentieri!". E daké ’l Brettone s’ebbe aconcio lo scudo a collo, ambendue armati dentr’al palagio si diedero campo; e dando delli sproni a’ cavalli e iscontrarsi molto duram[en]te, sì che lli scudi e le lancie si spezzaro adosso, e poi misero mano alle spade, e combattere sì che smagliaro molto li usberghi. Ma dopo la molta durata della battaglia, lo cavaliere, sentendosi fedito dal Brettone per suo grande ingegno di due colpi l’uno dopo l’altro nel capo, cominciò sì a perdere lo vedere, ch’egli non sapea ove si fosse. Della qual cosa avegiendosene il Brettone, sì gli fece uno asalto contra di lui molto tosto e arditamente, e abattello a terra del cavallo, arenduto. Et poi tolse lo sparviere co’ cani insieme, e guardando, egli sì vide una carta scritta apiccata con una catenella d’oro a quella stanga medesima, della quale domandò che carta fosse, sì gli fu così risposto: "Anche questa carta te ne conviene portare e mostrare agli amanti, nella quale sono scritte le regole d’amore, le quale anche lo re d’amore medesimo dà fatta copia a tutti gli amanti, se ttu vuogli portare lo sparviere in pace". Anche, dach’ebe tolta questa carta e presa licentia cortesemente del partire, sì fu tornato in molto poco tempo sanza contrasto d’alcuno alla donna della sella, la quale si trovò in quello luogo medesimo della selva dove l’avea trovata quand’egli andò. Et della si fece molto grande allegrezza di lui e della sua vettoria, e acomiatò da sé il Brettone, e disse: "A Dio t’acomando, perciò che lla dolce Brettagna t’adomandi. Ma di questo priego: che non ti paia grieve lo partire, perciò che qualunque ora ti piacesse di tornare a questo luogo, sempre mi troverai presente".

29.   Vegiamo dunque le regole che sono scritte nella carta, che lle regole sono queste:

 

I. Nonn è giusta scuda d’amare per cagione di matrimonio.

II. Chi nonn è geloso, non può amare.

III. Niuno si può legare all’amore di due.

IV. Certo si è che l’amore sempre o menoma o crescie.

V. No gli par buono quello che ll’uno amante prende da l’altro oltre sua volontà.

VI. Lo maschio non può amare se non da diciotto anni in su.

VII. Usanza d’amare si è sempre di non albergare nelle cose d’avaritia.

VIII. Non si conviene amare coloro colle quali li fosse vergogna di fare matrimonio.

IX. Lo diritto amante non disidera sollazzi d’altro amante con buon cuore, se non del suo amante.

X. Due anni l’uno amante, se l’altro si muore, ne dé portare vedovatico.

XI. Niuno dé perdere lo suo amore sanza sua colpa.

XII. Niuno può amare se non quello ov’è il suo cuore.

XIII. L’amore, dach’è palesato, rade volte suole durare.

XIV. Se l’uno amante si dà a l’altro agevolemente, si l’à più a vile, e se con fatica, sì liene vuole meglio.

XV. Usanza è ch’ogna amante, quando l’altro il guarda, d’impalidire.

XVI. Quando l’uno amante vede l’altro, di sicuro sì gli batte il cuore.

XVII. Lo nuovo amore caccia il vecchio.

XVIII. Solo lo senno è quello che fa degno catuno d’essere amato.

XIX. Se ll’amore menoma, tosto viene meno e rado si raccatta.

XX. L’amante sempre teme.

XXI. Della vera gelosia sempre crescie l’effetto dell’amore.

XXII. Se l’amante à sospeccione dell’altro, sempre n’è più geloso e portali maggiore amore.

XXIII. Chi à pensiero del suo amore meno dorme e mangia meno, per le qua’ cose l’usare dell’amare viene a fine quando giace col suo amante.

XXIV. Lo veragie amante non crede che sia cosa niuna sì beata, se non di poter pensare quello che piaccia al suo amante.

XXV. L’amante lievemente non può distorre a l’altro nulla.

XXVI. L’amante non si può satiare de sollazzi dell’altro.

XXVII. Picciola presuntione sì stringe l’amante d’avere dell’altro rea sospeccione.

XXVIII. Non suole amare ch[i] è molto luxurioso.

XXIX. Il diritto amante sempre sanza riposo l’imagina il suo amante.

XXX. Nonn è vietata d’amare dui uomini una femina, e due femmine un uomo.

 

30.   Queste regole lo detto Brettone recò seco, e da parte del re dell’Amore a quella donna, per cui amore avea sofferte tante pene, apresentò con quello sparviere. La quale, da poi che conobbe la fe’ di quel cavaliere e ’l suo senno e la sua valentia, le sue pene meritò del suo amore. Et ragunata gran corte di cavalieri e di donne, le dette regole d’amore sì palesò loro e comandò a tutti li amanti che ll’aservassero secondo lo comandamento del re e sotto quelle pene che dette sono. Lo quale tutta la gente della corte sì lle tolse e promise d’osservarle sotto quella pena in perpetuo. E tutti que’ che fuoro a quella corte, le dette regole ne portarono scritte e sì lle palesarono a tutti gli amanti per ogne parte del mondo.

 

LIBRO  III

33.

Riprovazione di amore.

1.   O Gualtieri, amico molto da onorare, se sarai ben solicito di prendere quello ch’avemo scritto con grande studio, per la molta stantia della tua domandagione, niuno difetto, dunque, sarà in te nell’arte dell’amore. Perciò che, disiderando noi al postutto di sodisfare a’ tuoi prieghi per gran disiderio d’amore, in questo libro a tte abiamo mostrata utilissima e compiuta dottrina dell’amore. La qual cosa sappie che noi avemo fatta non per quello che noi crediamo che si convegna d’amare a tte o ad altro uomo, ma perché non possi riprendere l’uttulitade di colui che spende la sua fatica nell’amore. In tal guisa, dunque, leggi questo libro, non quasi che per ciò ne voglie prendere la vita degli amanti, ma acciò che ttu revochi lo tuo animo dell’amore, abiendo in te la sua dottrina e amaestrato delle femmine. Non prendendo dunque cotal vita, sì n’avra[i] merito eternale, e magior gloria n’avrai di ciò da Dio, perciò che più piace a dDio quelli ch’à possa di pecare e non pecca, che colui che non à possa. Ciascheduno savio, dunque, si è tenuto di cansare ogne vita d’amore, né giamai dé ubidire alcuno suo comandamento. E in prima per questa ragione, a la quale niuno è licito di venire a incontro: perciò che alcuno, faccia bene quanto vuole, non può piacere a Dio mentre che serve all’amore, perciò che Dio inodia e comandò che siano puniti, per la leggie vecchia e nuova, coloro che siano luxuriosi oltre lo matrimonio, o en qualunque altro modo siano luxuriosi. Qual bene, dunque, si può trovare nell’amore ove no è alcuna cosa che non sia contra il volere di Dio? Guai! Quanto dolore n’è, e quanta amaritude di cuore noi molesta, quando noi vedemo ogne die perdere lo regno di cielo agli uomini per li sozzi peccati della luxuria! O come quelli è misero e matto è più che bestia, il quale per li diletti carnali, che non bastano un momento, perde l’allegrezza del cielo e fa l’opera d’andare in perpetuale fuoco. E guarda dunque, Gualtieri, e pensa bene nel tuo animo, di quanto onore sia degno quelli che dispregia Dio e non serva le sue comandamenta per l’amore d’una feminella, e che si lega della servitude dello nemico. Perciò che se Dio avesse voluto ch’altri usasse la fornicatione, indarno avrebe comandato il matrimonio, con ciò sia cosa che per quel modo moltiplicasse più il popolo di Dio che per lo matrimonio. Dunque, assai à in sé mattezza catuno, sia chi vuole, chi perde la redità del cielo per così vil cosa terrena della luxuria, la quale eredità quello Idio celeste ricomperò col sangue prop[r]io a tutti li uomini. Anzi, sapiano che torna a gran vergogna della gioventude e ad ingiuria di Dio padre, se un’altra volta torna ne’ lacci del nimico quelli che seguita la carne e le volontadi del corpo, de’ qua’ lacci Dio padre insieme colo spandimento del sangue del suo figliuolo ci salvò.

 

2.   Anche contrasta agli amanti la seconda ragione, perciò che per l’amore si ladiscie lo prossimo villanamente, lo quale, secondo che Dio comanda, catuno dé amare secondo se medesimo. Anche più, sanza alcuno comandam[en]to, chi guarda a l’uttulità del mondo, catuno è tenuto d’amare il prossimo; anche, niuno potrebe stare sanza il servigio del prossimo molto poco tempo.

 

3.   Anche la terza ragione vieta d’amare, perciò che per l’amare si parte l’uno amico da l’altro, e si se ne seguita odio mortale tra gli uomini, anche se ne seguita omicidia e molti altri mali. Perciò che niuno non n’è ch’ami tanto altrui e sia sì suo amico, che se s’acorge ch’altri si peni d’amare sua moglie e sua figliuola o sua parente, che incontanente non si cambi l’amistà contra di lui e che no·lli voglia male. Ma quelli che per sodisfare a la carne abandona lo servigio dell’amico, solo a ssé medesimo vive, e per ciò sì come nemico dell’umana generazione è da schifare da tutta gente, e da fugirlo come fosse bestia velenosa. Qual cosa, dunque, è sì mestiere e sì utile a l’uomo, come aver buono amico? Imperciò che, e sì come ci n’amaestra Cicero, non pare che sia così utile a l’uomo né l’acqua né ’l fuoco, come l’allegrezza degli amici. Perché s’altri àe pure un buono amico, sì gli è più caro ch’ogne altro tesauro che possa avere; perciò che nulla è in questo mondo che vaglia tanto, che s’aguagli al buono amico. Ma molti sono che ssi chiamano amici, che ’l nome non si seguita loro, perciò che lla loro amistà si parte al tempo del bisogno. Ma llo diritto amico s’aferma nell’aversitade del suo amico, e tant’è più fedele, quante più sono l’aversitadi. Et in questo fatto à luogo lo proverbio antico: "Quando se’ in istato avrai molti amici, ma quando sarai in tempo nuvolo nonn avrai veruno". Quanto vaglia, dunque, lo buono amico e possa, lo savio Tulio lo mostra nel libro dell’amistà apertamente. Onde, saputa l’uttulitade e lla possa dell’amico, manifesto ti sarà quanto e quale sia da tenere fra gli uomini quegli che per sodisfare alla luxuria si gietta dietro.

 

4.   Anche la quarta ragione contradice all’amore, perché quando ogne altro peccato per sua natura abassa l’anima solamente, ma solo questo peccato sozza l’anima insieme coll’uomo, dunque, sovr’ogni altro peccato è da schifare. Onde a ragione dice la scrittura di Dio: "Niuno più grave peccato è che lla fornicatione".

 

5.   Anche per la quinta ragione l’amore si è da fuggire, perché quelli ch’ama si lega d’una forte servitude, perciò che teme ch’ogni cosa quasi non noccia al suo amore, e ’l suo animo si turba e ’l suo cuore li tempella per picciola sospeccione, perciò che l’amante per gelosia d’amore teme quando la vede parlare, andare, usare con persona strana che no ne sia usata, perché l’amore è cosa di molta paura. Anche non ardiscie di fare ne di pensare cosa veruna che pur un poco sia contra il volere del suo amante, perciò che sempre teme che lla volontà e la fede del suo amante non si muti verso lui, e questo pensiero no gli può torre né sonno né vegghiare. Perciò che quelli che sente bene lo coltello dell’amore, sempre sanza alcuno riposo si tribola del pensiero del suo amante, e per niuna ricchezza né per onore né dignitade si potrebbe chiamare apagato, come d’usare dirittamente il suo amore e suo senno. Perciò che se ancora l’amante guadagnassene tutto il mondo ed egli perdesse il suo amore od avesse alcun danno, no gli parebe avere neente, e non si crederebbe che povertà li potesse nuocere infino ch’egli stesse bene in concordia col suo amante. Ed ogne cosa teme l’amante di dire e di fare, onde, per qualunque ragione e cagione, li potesse muovere ad ira l’animo dell’amante. Chi dunque è sì matto e di poco senno, che se peni di fare quello che stringe l’uomo di sottoporre sé ad altrui segnoria con sì forte servitude, e che ssi metta in tutte cose ne l’altrui arbitrio. Or pognamo che l’amico non si n’ofenda, perciò forse che non ama cosa ch’apertenga al suo amico, ma pertanto non può servire né rendere cambio al suo amico, infino ch’egli è inamorato. Perciò che quelli ch’è fedito d’amore non pensa altro e non crede che sia altra sua uttulità, se non di piacere e di servire al suo amore, e quando è inamorato, mal serve o rende guiderdone del servigio dell’amico. Dunque, questi vive solo a ssé ed al suo amante, perciò che tutto lo servigio e l’amistà che dé mettere e tenere con altrui, tutto lo mette nell’amore d’una femmina, e imperciò a ragione ogne suo amico lo dee abandonare, ed ogne altro uomo rifiutare.

 

6.   Anche la sexta ragione pare nemica dell’amore, perciò che dall’amore nascie mortal povertà ed entra nella sua pregione. Perché l’amore costringe l’uomo a dare quello ch’à e quello che nonn à d’una necessità da non potere schifare, la qual cosa non viene da essere largo ma distruggitore, secondo che si dice per li savi antichi, la quale, secondo che n’amaestra la sancta scrittura, si è mortal vitio, a la quale niuna è sì grande ricchezza che potesse sodisfare, e imperciò sanza vergogna conduce catuno a la carcere della povertà. E così si ne seguita che ll’uomo raguna robba in buono modo ed in reo, onde la povertà possa pasciere lo suo amore, e che in questo modo possa mantenere il suo onore in istato. Perciò che quelli che più suole avere ricchezze e diletti della carne e del mondo, ed egli poscia viene a povertade, tutto il mondo gli pare oscuro e nonn avrebe vergogna di fare ogne retade, acciò che potesse tornare in suo stato e menare la vita che solea; né non si potrebbe pensare in questo mondo sì grande retade, che l’amante dubitasse di fare, se per ciò potesse reddire in ricchezza, onde potesse mantenere il suo amore. Guardati, dunque, dell’amore, acciò che possi schifare quello che sse ne seguita. Guarda ancora che uomo è tenuto quelli, e con che faccia possa stare fra gli uomini, il quale si sa ch’abia rubato [per] strada, fatto furto e altre assai rie cose. Ed anche, qual cosa è quella che gli uomini abiano più in dispetto, che colui ch’à distrutto tutto il suo avere in amore di femmina?

 

7.    Et anche la settima ragione contrasta agli amanti, perciò ch’a tutti gli amanti in questo mondo l’amore dà pena da non potere comportare, ed assai magior pene fa soffrire alli morti ne l’altro mondo. E che maraviglioso e dolce bene dé sapere a tutti quello lo quale in questa vita promette pene sanza riposo agli uomini e dopo la morte pene perpetuale! E quella eredità è promessa a tutti li amanti, sì come mostra la santa scrittura, ch’è fatta nelle tenebre di sotto ove si è pianto e stridor di denti. Se vorai prendere dunque li miei consigli, Gualtieri, cotal bene lascierai pigliare ad altrui. Ma quale siano le pene ch’ànno gli amanti in questa vita, avegna che molto ne sia detto di sopra, ma non mi pare ch’altri ne possa bene essere amaestrato, se no·ll’à provato di fatto.

 

8.   Et anche si mostra per l’ottava ragione che l’amore è da fugire, perciò che l’onestà e l’astinentia della carne si sono computate tra lle vertudi; dunque, il lor contrario, cioè la luxuria e ’l diletto della carne, fa per bisogno che si computi tra vizii. A ragione, dunque, gli dé’ fuggire, perciò che niuna cosa è in questo mondo che gli uomini più disiderino che avere buono nome tra lla gente e che lla sua buona fama si spanda per tutto lo mondo. Ma niuno huomo puote avere la sua fama pura e buona, overo buono nome fra lla gente, se nonn è vestito delle vestimenta delle vertude, e niuno potrebbe tenere vestimenta di vertude, se quant’uno nero d’unghia avesse di reo vitio, perché la vertude e ’l vitio non possono stare insieme i·niuno albergo. Ancora più voglio andare inanzi, che sì nel vecchio come nel giovane, sì nel cherico come nel laico, sì nel pedone come nel cavaliere, sì nella femmina come nel maschio la castitade e l’onestade e la puritade del corpo si loda e la coruttione della carne si danna. Né per ciò alcuno potrebbe guadagnare l’amore di sì gran donna, che per quello la sua fama non venisse in difetto fra buoni e fra savi in tutte le parte del mondo a ragione. Perché, dunque, adomandi l’amore, se apo Iddio e apo i buoni se’ tenuto rio e bestemmiato? Certo non per altro, se non per poter perdere la buona fama di questo mondo con Dio insieme. Anche la femina, avegna ch’ella sia amata da uomo di schiatta di re, neente le torna a onore, anzi la femmina spetialmente fa gran pecato, e la sua fama di ciò ne muore, et da catuno savio è tenuta una sozza puttana, e ànnola in dispetto, avegna che ’l peccato della luxuria e de l’amore si comporti anzi negli uomini per lo loro ardire.

 

9.   Anche per la nona ragione si danna l’amore, perciò che quelli che guarda e cerca bene lo fatto, niuna radice di peccato è che non vegna dall’amore e non ne nasca, perché l’omicidio e l’adolteri[o] spesse volte se ne seguita. Anche ne nascie lo spergiuro, perciò che spessamente per la morte dell’amante e per ucciderlo se ne fanno molti saramenti, le quale per certo secondo la scrittura de’ santi padri non sono saramenta, ma spergiuri. Anche, che furto nasca dell’amore, apertamente si mostra nella settima ragione ch’è detta di sopra. Anche se ne seguita testimonianza falsa: nonn è maniera di bugire che gli amanti non bugiscano, quando la necessitade dell’amore gli stringe. Anche a tutti è assai palese cosa che ne nascie nimistà ed ira. Anche spetialmente ne nascie lo peccato dello ’ncesto; cioè che non si truova alcuno che sia sì savio nella santa scrittura, se ’l nemico lo polsa di pungetti d’amore, il quale sappia ritenere li freni della luxuria contra suo parente dal lato di padre o di madre, o contra femmine che siano al servigio di Dio, e questo vedemo avenire ogne dì per opera. Anche certamente se ne seguita di credere ad altro signore che Dio, e ciò ne mostra l’auttoritade, overo l’asemplo del savissimo Salamone, lo quale per amore di femmina non dubitò d’adorare l’idole e sacrificare loro come fosse una bestia. Ma se questo potté adivenire a llui, al quale Idio sovr’ogne altro uomo diede senno e fermezza, come ci ne potremo noi difendere, che non sapiamo neente a comparitione di lui, e quasi stiamo ad imprendere ogne dì? Perciò che là ove tu vedi lo verde legno diventare secco, molto più tosto ivi il secco consuma ed arde.

 

10.   Anche la decima ragione porta invidia all’amore, con ciò sia cosa che dell’amore si seguitino molti mali, non posso vedere ch’all’uomo ne vegna niuno bene, perciò che ’l diletto della carne, il quale si prende dall’amore con gran disiderio, non viene dal bene, anzi certo ch’è mortale pecato. Il quale diletto a pena nel matrimonio, dicendone altri sua colpa, si sostiene che non sia peccato, secondo il dire del profeta, il quale dice: "Ecco ch’i’ sono fatto di peccato, e in peccato m’ingenerò la mia madre". Dunque, per cotale argomento danniamo l’amore: l’amore non solamente fa perdere lo regno di cielo agli uomini, ma e l’onore di questo mondo fa perdere. Anche il cherico non si truova sì gentile né sì savio, s’egli è punto d’amore overo luxurioso, il quale legiermente possa avere li onori eclesiastici, anzi quello ch’avesse è degno di perdere e d’avere boce di rea fama degli uomini. Né ’l laico non potrebe avere tanta bontade né tanto savere, s’egli è luxurioso, il quale non ne perda lo buono nome ch’avea, e che non sia meno idonio ad avere oficio d’alcuno onore. Anche la femmina, sia gentile quanto vuole, o savia o bella, qualunqu’ora si sa ch’ella sia legata d’amore, che dagli uomini non ne sia tenuta più a vile e catuno savio la ricusa d’averla per moglie.

 

11.   L’undecima ragione si è contra l’amante: anche ogne amante si è pigro e nighittoso in tutte cose, salvo che in quelle ch’apertengono nell’uso dell’amore. Anche, l’amante non cura né di suo fatto né d’alcuno suo amico, né nonn è intento d’ascoltare: parligli l’uomo di qual fatto vuole, né s’alcuno lo pregasse, no·llo ’ntende ben pienamente, se non forse alcuno che lli raporti e dica novelle del suo amore. Perciò ch’allora, se parlasse con lui un mese intero, non ne perderebbe solo una paroluzza di tutta la favola. Con tanto disiderio intende e ascolta quel ch’altri dice del suo amante, anche non vorrebe mai altro udire né non si afaticherebbe d’udire il suo animo. Anche sappiamo per certo che Dio della castitade e dell’astinentia è capo e principio, e che ’l diavolo dell’amore e della luxuria sapiamo bene autore, secondo che mostra la Scrittura. Et imperciò per cagione d’Iddio sien tenuti d’oservare la castitade tuttavia, e cacciare la luxuria de la carne, perciò che quello che ssi fa per opera del diavolo non potrebe dare agli uomini alcuna cosa di salute né d’onore a l’uomo. Sappiate dunque che quell’è cieco degli occhi del cuore della mente, il quale abandona di servire a Dio e serve al diavolo. E perciò promette il diavolo a suo[i] cavalieri le dolcie cose e le soave, e poscia dà loro lo contradio e l’amare, perciò che dal cominciamento del mondo e’ fu bugiardo e non ebe in sé veritade niuna. Il quale anche suole dare a coloro che ’l servono misero guiderdone, perciò che chi più li serve, magior pene à da llui e magior tormento, e per contrario chi magiore offese gli fa, sì vedrà che ’l diavolo gli sarà più soietto. Et ancora lo diavolo si è asomigliato al ladro, il quale promette a colui che ll’acompagnia per la via di darli certa cosa, e daché gli l’à data, si ’l mena ne’ luoghi del guato, e daché ’l v’à menato, sì ’l vi lascia e parte poscia la preda e la roba ch’ànno tolta a costui. Et in cotal modo fa lo diavolo a suoi cavalieri e a coloro che tengono la sua via, che dà lloro inanzi le dolci cose e le soave e quasi gli rende sicuri di non dar loro tribulatione e di dar loro lunga vita, ma poscia, dach’ànno avuto lo pregio d’acompagnarlo per la via, cioè per lo pecato, ed àgli ben legati con la pecunia, menagli a’ luoghi del guato, cioè alla morte, ove sono gli aguati de’ demoni, e lasciali in quelli aguati; poscia parte la preda e la roba con li altri domoni, perciò che daché gli à menati per suo ingegno ed inganno a’ luoghi de’ demoni e in lor signoria, con esso loro insieme li tormenta delle pene che debbono ricevere. Ma Dio non fa così, che per lo dolce bene e per lo soave [...] perciò ch’egli è verità e vita, e così, dunque, ne dà più che non promette. Ma qualunque si vuole mettere alla sua compagnia con piena fede, non avrà dubbio d’aguato d’alcuno nimico, ma sicuramente sarà menato a luogo che disidera e in perpetuale gloria. A ragione, dunque, catuno ssi è tenuto di schifare l’amore e l’opera della luxuria e d’abracciare la castitade del corpo.

 

12.   La duodecima ragione sì contrasta a l’amore, perciò che ll’amore fa cominciare mortali guerre e che non ànno mai fine, e rompere pace perpetuale. Anche cittade grande e belle, rocche ben fornite, castella molto forte fa disfare, e molte gran ricchezze, oltre larghezza di colui cui sono, mena a grande inopia, e molti comperano quel peccato che no li ànno comesso né suoi parenti in alcuna guisa.

 

13.   Anche la terzadecima ragione vieta l’amore, perciò che fa partire malamente moglie da marito, cioè dando morte l’uno a l’altro in qualche modo. Anche gli fa sceverare, i quali, secondo le comandamenta di Dio, non si possono partire, il qual disse: "Niuno parta coloro che Dio ragunò insieme". Anzi abiamo già veduti assai degli amanti per opera ch’ànno pensato, per forza d’amore, d’uccidere le lor moglie e che ll’ànno morte di crudel morte, la qual cosa è palese a tutti ch’è mortal peccato, imperciò che in questo mondo niuna cosa è che ll’uomo tanto debbia amare come la moglie sua, la quale gli è congiunta legittimamente. Perciò che Dio giudicò la moglie col marito una carne e, lasciate tutte cose, comandò che stesse colla moglie l’uomo, e per ciò disse: "Per questa cagione lascierà l’uomo lo padre e la madre e congiugnerassi alla sua moglie, e ambendui saranno una carne". Anche più, che lla luxuria sì se parte del peccato facendola colla moglie, e lo fuoco della luxuria sanza dannare l’anima sì partiamo. Ancora, della moglie abiamo figliuoli legittimi, i quali ci danno e a la morte e alla vita degne allegrezze, e in loro di noi, Dio vi puote conosciere il suo frutto. Ma avegna che talora della fornicatione ne nascano figliuoli, né per ciò il padre non n’à alcuna allegrezza, quando e’ della redità del padre sono cacciati. Anche più, che cotali figliuoli che sono nati di fornicatione, sono chiamati avolteroni del padre, secondo la Scrittura; neanche a Dio cotal natione piace, sì come apertamente n’amaestra la Scrittura santa, la quale dice: "Quellino che nascono d’avolterio sono abominaboli apo Idio". Con ciò sia cosa, dunque, che ll’amore nasca ogne mortal pecato e niuno bene ch’altri sappia ne nasca, ma dà pene a tutti gli uomini sanza novero, perché, giovane matto, adomandi d’amare e d’essere privato della gratia di Dio e del regno del cielo? Aprendi dunque, amico carissimo, di conservare la castitade del corpo e di vincere per vertude d’animo li desiderii della carne e lo tuo corpo, puro e casto, renderlo a dDio. Pognamo che ttu abi in te tanto fuoco di luxuria, che tti paia troppo grieve cosa a comportare, se ttu voli stare contento a miei consigli, sì tti sarà molto lieve la castità e l’astinentia della carne, e sanza gran fatica potrai cacciare li desiderii della carne. Giamai, dunque, non ti stropicciare ne’ luoghi de’ diletti della carne; ancora, ti sia a mente di schifare sempre i luoghi, lo tempo, la persona che tti potesse ismuovere o dar cagione di menarti a luxuria. Per ciò, secondo che ssi dice per un savio, tu medesimo per certo potrai rifrenare lo tuo furore, se ttu fuggi i·luogo ove non ti sarà dato bere. Se vuoli schifare la luxuria, schifa i luoghi e ’l tempo, e lo luogo e ’l tempo si pascie la luxuria: ella ti seguita se ttu la seguiti, ella fuggie se ttu la fuggi, ella ti dà luogo se ttu lle dà’ luogo. Ma pognamo che ’l fuoco della carne ti stringa a l’opera della luxuria, vegentoti la femmina, perché non ti potresti tenere d’andare a que’ luoghi, incontanente te ne dei ristringere e partire da quel luogo. Ma se da te pur briga, guardati al postutto di sodisfarli e di lasciarli vincere a la volontà. Perciò che se nella battaglia della luxuria poche volte ti troverai fermo e vincitore, poscia molte poche volte, over niuna, t’assalirà, perché lla luxuria si è cotal cosa, che se noi la seguitiamo ella ci vince, e se noi la fugiamo, vinciamo lei. Dunque, se quel ch’è detto cogli orecchi del cuore vorrai intendere, lieve cosa ti sarà di contrastare all’opera della luxuria. Guardi Dio, dunque, ch’uomo che sia vestito di cotanta gentilezza, che si possa sozzare di sozzezza di luxuria, o per fornicatione sozzarsi d’usare colla femmina, ed avere macchia della sua brutta luxuria. Perciò che in questo mondo non si truova alcuna cosa di magior fastidio o di magior bruttura, come della femina ch’è molto rimenata.

 

14.   Ma lasciamo stare ora queste cose, acciò che i·niuno modo possiamo biasimare Dio, e perciò ch’a ciascheduno savio è manifesta cosa. Solo la nostra intentione, dunque, è ora di storti al postutto dall’amore ed amonirti del savere della carne; la qual cosa, se, per la potentia di Dio, per lo nostro volere potremo compiere, sappie che niuna cosa in questa vita ci potrebbe essere più a grado, ché per la castitade del corpo e l’astinenzia della carne si è cosa la quale, apo Dio e appo gli uomini, a tutti bisogna d’averla e di conservarla con tutta sua possa, perciò che se no·ll’à in sé, niuno bene può essere compiutamente perfetto nell’uomo. E s’alcuno si truova ch’abia in sé quella, molte virtù per lei si cuoprono ne l’uomo, e diversi peccati si comportano. Perciò che se l’uomo si truova casto e largo, lievemente non potrebe essere fedito di vitio alcuno od avere rio nome della gente. Savio dunque sarai, se tt’afatichi con tutta tua possa di prendere tutto quello ch’adorna l’uomo in tutte cose che in lui si truovano, e fa porre i piedi in su molti peccati degli uomini per la potentia di lei. Né non ti maravigliare ch’i’ dissi ?casto’ e poscia v’agiunsi ’largo’, perciò che sanza larghezza ogne vertude che ne l’uomo sia, giace morta e sanza frutto di lode, secondo l’auctorità di sancto Iacopo apostolo che dice ch’ogne fede sanza opera è morta, e così ogne vertude sanza larghezza è tenuta nulla.

 

15.   Anche la quarta decima ragione pare riprendere gli amanti, perciò che corpi degli uomini menomano della loro possa per l’amore e per la luxuria, e sono meno forti gli uomini nella battaglia. Menoma la lor forza per tre cagioni assai convenevoli: perciò che per quella opera della luxuria, sì come dice la fisica, la potentia de corpi si menoma molto, ma ed anche per l’amore lo corpo si nutrica di minor cibo e di men bere, e perciò a ragione dé essere di minore potentia. Anche l’amore toglie lo sonno e ogne altro riposo, ma per perdere il sonno, sì sse ne seguita di non poter ben patire lo cibo e indeboliscie molto il corpo; e ciò potemo conosciere per la difinizione del nome del sonno secondo li fisichi. È dunque il sonno, sì come dice Giannino, riposo delle vertudi degli animali con acresciemento delle cose naturali. Dunque, perdere lo sonno non è altra cosa se nno lassezza delle vertudi degli animali con menomanza delle cose naturali.

 

16.   Anche per la quarta decima ragione si può ben dire che lli corpi ne sono più deboli, perciò che Dio menoma tutti li suoi doni nell’uomo, anche che nn’abrevia la vita dell’uomo. Con ciò sia cosa, dunque, che a l’uomo sia grande e spetiale dono la potentia del corpo, non fai bene se vuoli prendere cotali cose per le quali questo spetial dono in te possa aver difetto o disottigliare per qualunque ragione o cagione. Ma non solo questo ch’aven detto di sopra si ne seguita per l’amare, ma è la ’nfertà del corpo, perciò che per la mala digestione si turbano gli omori dentro, e di ciò ne nascono le febri e molte infertadi. Anche, perdere sonno, spesse volte fa perdere la memoria e uscir di senno, onde l’uomo diviene matto e furioso. Ed anche lo molto pensare dì e notte, lo qual fanno tutti gli amanti, si aduce difetto di celabro e anche molte infertadi. E anche mi racorda ch’io trovai già in aliquanti detti di fisica che l’opera della luxuria gli omini non veghiano più tosto, e per ciò sì tti vo’ pregare che tu tti peni d’amare Dio.

 

17.   Anche per la quinta decima ragione ti dico che non debbie amare, perciò che ’l senno per l’amare perde il suo oficio nel savio. Perché, sia savio l’uomo quanto vuole, se si conmuove a l’opera della luxuria, non vi si sa misurare per lo suo senno, né ritenere li freni della luxuria, e costrignere lo mortale uso. Anche veggiamo che savi v’amattiscono più dell’amore e sodisfanno più fortemente alla carne, che coloro ch’ànno poco senno. Ed anche magiormente il savio uomo, daché pecca nell’amore, non sa diregere lo freno della luxuria, come colui ch’è di poco senno. Chi dunque fu di magiore savere che Salamone, il quale sanza misura peccò i lluxuria, e che non dubitò, per amore di femina, d’adorare l’idole? E anche: chi fu di magiore e di più chiaro senno che Davì profeta, il qual ebbe cotante moglie e amiche, e sì amò in mal modo la moglie d’Uria, e sì comise avolterio co llei, e ’l suo marito Oria, come fosse un falso micidiale, uccise? Quale dunque sarà quelli che di ciò si sappia ristrignere, se negli uomini di cotanto senno, per amore di femina, il senno non conoscie il suo oficio, né ’l savere di coloro che sono al dì d’ancoi non polte mantenere il suo oficio in istato?

 

18.   Anche per la sexta decima ragione danniamo gli amanti, perciò che malagevolemente ti porterà la femmina cotale amore come tu lei. Perché giamai non fu femina ch’amasse l’uomo, né non si lega d’altretale amore come l’uomo ver di lei, perché lla femmina si pena d’aricchire nell’amore, non di dare sollazzi a grado a l’uomo. Né quest’è da maravigliare, con ciò sia cosa che sciò venga da natura, imperciò che tutte le femmine son legate d’avaritia di lor general natura, e sono intente alla pecunia e a’ guadagni, e che il loro orecchie non è solicito e intento ad altro. Ed i’ ò cercato gran parte del mondo e domandato in somma pruova, alcuno non potti trovare né vedere, che mini dicesse che trovasse ancora femmina che quello ch’altri le proffera, che incontanente no ’l tolga, e s’ella non toglie il dono ch’altri le proffera e s’ella lo toglie, e poscia per usanza non adonora, che incontanente non dea indugio a l’amore ch’à cominciato. E anche se ttu dessi alla femmina tutto ciò ch’avessi, ed ella s’acorga che ttu non vadi a llei come suoli, o ch’ella sappia che ttu sie in povertade, sì dirà che non ti conosca e che non avesse anche a ffare teco, e in tutte cose t’avrà a schifo ed a noia. Ed anche non si potrebbe trovare femmina che tanto amore porti o che sia sì ferma, se un altro viene e proferale qualunque dono sia, che tenga fede al suo amante. Tant’è dunque il fuoco dell’avaritia ch’è in loro, che rompe tutte le porte della lor castitade, e vegiendo ch’abiano gran doni. Perciò che se ttu avrai larga mano a comperare, niuna femmina ti lascierà partire da ssé sanza mercato di quello ch’adomandi. E se ttu non fai loro gran promesse, non andare a lloro a domandare alcuna cosa, perché se ttu fossi uno re e tu non porterai teco neente, potrai avere da lloro nulla, anzi ti caccieranno con disinore, perciò che lle femmine sono tutte fuie per l’avaritia, e ciascheduna si à suo ripostiglio. Né non si truova femmina che sia sì grande di gentilezza o di dignitade o di ricchezza, che lla proferta dell’argento no·lle tolga l’onore e che, se l’uomo fosse vile o misero quanto vuoli, che non la facesse reversare, se avesse larga la mano a cciò, e questo perciò che niuna femina si truova ricca, come all’ebro non pare avere asai bevuti. Perciò che se lla terra insieme con l’acqua si facesse tutt’oro, che potesse ricredere l’avaritia della femmina. Ancora, ogne femmina non solamente è avara, ma anche si è astiosa e maldicola d’altrui, mangia volentieri, vana, parla volentieri, inobediente e fa pur le cose che lle son vietate, ed è soperbia, vanagloriosa, bugiarda, ebriosa, molto sfacciate, e non tiene credenza, tropo luxuriosa, pronta a fare ogne male, e niuno uomo ama con dritto cuore. E dunque ogne femmina avara, perciò che in questo mondo non si potrebbe così gran male pensare, ch’ella non facesse per pecunia. Et anche a colui ch’abbia necessitade non gli darebbe alcuna cosa della sua ricchezza, perciò che più legieremente potresti spiccare coll’unghia del diamante, che non può partire, che per ingegno d’uomo avederti di sua larghezza. E sì come lo Picurio non crede che sia altro che potere e impiere il suo ventre, così la femmina non crede che sia altro bene che di fare avere e di tenerlo. Perciò che non si truova femmina che sia sì semplice o sì matta, che delle sue cose non sia molto tegnente e che non sia ingegnosa a torre l’altrui. Anzi più, ch’una femmina semp[l]ice più è savia e scalterita in savere vendere una gallina, ch’un savissimo giudice inn una vendita d’un gran castello. E anche niuna femmina si truova che ssi congiunga con tanto amore all’uomo, ch’ella non si peni con tutto suo ingegno d’attingere tutta la sua sostanza, u’ questa regola si truova vera sanza alcuno fallo. Ancora, si truova ogne femina generalmente astiosa, perciò che lla femmina sempre nella bellezza dell’altra arde d’invidia, e perdene ogne allegrezza. Anche più che, s’ella ode molto lodare le bellezze della sua figliuola, a pena può essere che lla fiamma della ’nvidia non l’arda dentro. E la molta inopia e la disordinata povertà dell’altre femmine e delle sue vicine, sì lle pare grandissima ricchezza, onde sì credemo che ’l proverbio antico sanza alcuna eccetione per le femmine fosse detto, il quale disse: "Sempre negli altrui campi è miglior biada, e la pecora del suo vicino à magiore uvero". Ma ed a pena potrebbe incontrare che l’una femina lodasse l’altra di suo savere o di sua bellezza, ma se aviene ch’ella la lodi l’altra inn una cosa, incontanente la biasima inn un’altra. E per ciò a ragione sì seguita che lla femmina sia maldicola, perciò che solo dalla ’nvidia e dall’odio viene lo mal dire d’altrui. Né giamai vuole partire da ssé la femmina questo vitio, anzi lo tiene molto caro. Neanche di lieve si può trovare femmina che lla sua lingua perdoni giammai, o che ssi rimanga di dire mal d’altrui. E di ciò crede ogne femmina la sua fama acresciere in tutto e le sue lode, s’ella sovrasta di portare rea nominanza a l’altre, la qual cosa mostra che nelle femmine sia molta poca discretione certamente. Perciò ch’a tutti gli uomini del mondo è manifesto, e quasi fermato da tutti per regola generale, che quelli sozza solo la sua fama, che dice male d’altrui e a lui vergogna. Né per ciò le femmine si rimangono di mal dire, di portare ria nominanza a’ buoni, e per ciò crediamo fermamente che sia da dire che niuna femmina per certo abia in sé senno. Perché tutte quelle cose che savi sogliono avere i·lloro, le femmine non ànno neente, perciò ch’ogne cosa mattamente credono, e sovrastanno a lodar lor medesime e tutti li altri contrari del senno sì fanno, la qual cosa sarebbe a noi grieve per ordine a dire. Anche ogne femmina si à in sé vitio di rapina, perciò c’ogne femina non solamente agli altri, ma al suo marito che lle porti molto amore, sì si sforza per ogne modo di toglierli tutti i suoi beni, e daché gli fà tolti, di non farne bene a niuno. Perciò che tanta è l’avaritia che segnoreggia nella femmina, ch’ella non si crede fare contra la legie divina ed umana, s’ella aricchiscie di torre l’altrui, anzi di non darne altrui; sì crede la femmina che sia gran virtude che tutto quello ch’à di buono modo o di reo, di guardano con grande studio, e che ciò sia da llodare per gli uomini come un buono fatto, e da questa regola non si ne eccetta niuna reina.

 

19.   Anche, la femmina sì mangia volentieri, perciò ch’a niuna cosa si vergognerebbe, s’ella fosse sicura d’avere dilicato mangiare, né non potrebe avere tanta abondanza di cibo, se lla voglia del mangiare le tocca, ch’ella si creda poter satiare, o ch’ella voglia compagno alla tavola, e sempre vorrebe mangiare in luoghi remoti e molti ascosi, e molto volentieri suole mangiare non ad ora. Avegna ch’altremente per natura la femmina sia molto avara e molto scarsa, ma tutto ciò ch’avesse, in cotali leccardie consuma molto volentieri, né non fu veduta per alcun tempo alcuna femmina, s’ella fosse tentata di mangiare, ch’ella non si n’arendesse. E tutto questo ch’aven detto potemo conosciere nella prima femina, ciò fu Eva, la quale, avegna che dalla mano di Dio fosse plasmata sanza fatto d’uomo, neente meno temette di mangiare lo cibo vietato, per la ghiottornìa del ventre sì fu degna d’essere cacciata del paradiso. Dunque, se quella femmina, la quale sanza pecato da mano di Dio fu fatta, non seppe costringere il vitio della gola, che sarà dell’altre le quale lor madre le ’ngenerò con peccato e tuttavia stanno in pecato? Sia difinito, dunque, il cibo per generale regola, la qual cosa neente meno, cioè il vitio della gola, troverai nella femmina, se starai a vedere lei mangiare inn una gran mensa.

 

20.   Anche generalmente la femmina si truova vana, perciò che niuna si truova ch’abbia promesso d’essere sì ferma inn alcuna cosa, la quale per poche lusinghe d’alcuno in poco tempo di ciò non si muti. Perciò che lla femmina è si come cera menata, la quale sempr’è aparechiata di ricevere nuova forma, e che ssi muta per segno ch’altri vi ponga suso. Neanche alcuna ti potrebbe sicurare per promessa, la cui volontade e proponimento non si muti in picciolo momento da quel ch’era promesso. Né ll’animo d’alcuna femmina sta per una ora in istato, onde a ragione Marciano sì dice: "Conforti di rompere le demorezze de’ vani e di coloro che non ànno stabilitade". Dunque, giamai non sperare d’avere allegrezza della promessa della femmina, sia qual vuole, se ttu no·ll’ài prima apo te quella cosa. E imperciò non si conviene servare quella leggie civile nella promessa della femmina, ma sempre verai aparechiato col sacco quando ti promette, perciò che quel proverbio antico tocca alle femmine sanza alcun fallo, cioè: "To’ via l’indugi, ché sempre nuoce di dare indugio al fatto".

 

21.   E anche tutte le femmine ciò che dicono, sì dicono doppio, perciò che sempre ànno una cosa in cuore e un’altra in parlare. Perciò che niuno uomo potrebe essere in tanta dimestichezza colla femmina, o essere amato sì da llei, che potesse sapere le sue credenze o conosciere quello ch’ella dice. Perciò che lla femmina non si confida in amico niuno e crede che ciascheduno la ’nganni, e per ciò ella sempre sta in ingannare, e di tutto ciò ch’ella parla, una tiene in cuore e un’altra dice. Dunque non t’atenere mai alla promessa della femmina, anche più s’ella ’l ti giurasse, perciò che lla femmina none à fede niuna. Anche le tue credenze tienle a te e no·lle manifestare giamai alla femmina, aciò che llo ’ngannatore stea a piè dello ’ngannato e che lli togli via delle sue frode. Perciò che Sansone, sì come sa tutta gente, della sua fortezza, perciò che non seppe celare le sue credenze a la femmina, sì si truova scritto che fu preso da suo’ nimici per lo ’nganno delle parole delle femmine, e daché l’ebero preso, sì ll’acecaro della vertude del corpo e degli occhi. Anche d’altre femme assai sapiamo che lor mariti e lor amanti, perciò che non sepono tenere le lor credenze celate dalle femine, fuor traditi da lloro in mal modo per parole.

 

22.   Anche di ciascheduna femmina vitio di non essere obediente e di fare lo contrario, perciò che in questo mondo niuna femmina vive che sia sì savia o sì acorta, s’altri le vieta cosa niuna, ch’ella non faccia lo contrario e che non si peni di farlo, cioè: "Andiamo ove ci è vietato e volemo le cose che non potemo avere". Anche si truova che fu un savissimo uomo, il quale avea una sua moglie che lla ’nodiava for misura, e che non vogliendola uccidere con sua mano, e sapiendo che lla femmina facea volentieri lo contrario, sì tolse uno molto bel vasello e sì vi mise entro vino molto buono e odoroso mescolato insieme con veleno, e disse alla moglie: "Dolcissima moglie, guarda che ttu non toccassi questo vasello, né anche non bere i·niuno modo, perciò ch’ellè cosa di veleno e contraria alla vita dell’uomo". Ma lla moglie, non curando quel che ’l marito l’avea detto, non essendo egli molto dilungato, sì asagiò di quello ch’iera nel vasello e così morì incontanente di quel veleno. Ma perché diciamo noi questo, ché noi sapiamo magiore asemplo? Non fu dunque Eva la prima femmina, la quale fu fatta dalla mano di Dio magagnata di vitio di non ubidire. Certo sì, ed anche ne perdé la gloria da non poter morire, e per la sua cagione tutti quelli che non sono nati, si convengono morire. Se vuo’ dunque che lla femmina faccia cosa alcuna, comandile il contrario e farallo.

 

23 Anche, la femina vitio di superbia à in sé, perciò che quando la femmina è bene accesa di superbia nonn è cosa sì ria né sì crudele, ch’ella non facesse con sua mano, e non dicesse con la sua lingua legieremente. E s’alcuno, quand’ell’è adirata, la volesse fare stare in pace, indarno si n’afatica, perciò che s’altri la legasse le mani e piedi e battessela duramente, di qualunque batitura fosse, no·lla potrebe ritrarre di quello reo proponimento, né adumiliare la sua superbia. Ed anche per un’assai picciola parola o cagione, anzi talora per niente, l’ira di catuna femmina s’acende e crescie for misura, e non mi ricorda per niuno tempo ch’alcuno potesse vedere femina alcuna, la quale si sappia ristrignere dall’ira. E da queste regole alcuna femina si truova vietata.

 

24.   Anche ogne femmina par ch’abia in dispetto l’altre, la qual cosa si è certo che viene da superbia, perciò che niuno può avere a dispetto l’altro, se non fosse vitio di superbia. Anche ciascheduna femmina, altressì la giovane come la vechia e quella ch’è di compiuta etade, si mette tutta sua possa di lisciarsi, la qual cosa mostra che vegna da superbia apertam[en]te solo il detto del savio il quale disse: "Lo liscio ch’è in tutto, viene dalla superbia della forma della femmina". Onde manifestamente sì vedi che lle femmine non possono avere pienamente in loro buon costumi, perciò che lla superbia, congiunta con buoni costumi, sì gli sozza.

 

25.   Anche fortemente catuna femmina è vanagloriosa, perciò che in questo mondo non si potrebbe trovare femmina veruna che sovr’ogn’altra cosa non si diletti d’essere lodata e che non creda ogne parola che ssi dice di sé o pertenga a sue lode. La qual cosa si potrebe dire che fosse in Eva, la prima femmina, quand’ella mangiò del cibo vietato, acciò ch’ella potesse possedere la scientia del bene e del male. Ed anche non si truova femmina che sia nata di sì vil gente, che non dica ch’abia troppi buoni parenti e grandi, e che non siano nate di gran sangue, e ch’ella non sia gran vantatrice. E queste sono quelle che lla vanagloria adomandano sì come le sue cose proprie.

 

26.   Anche ciascheduna femmina si truova bugiarda, perciò che femina niuna non si truova ch’ella non pensi d’ubidire, e ch’ella non si vergogni di dirle. Perciò che e’ per molta picciola cosa mente, fa [a]cendere mille saramenta, anzi più che tutte le lor bugie s’ingegnano di difendere con loro arte, e con coperte falsitadi usano di levare a l’altre adosso ria boce.

 

27.   Neanche l’uomo potrebe avere sì manifeste pruove contra lle femmine, ch’ella confessasse il suo male, s’altri non ll’agiugnesse in quello male.

 

28.   Anche ogne femmina è ebra, cioè che bee molto volentieri, perciò che nonn è niuna femmina che cento volte il die in caritade si vergogni di bere il buono vino colle sue comare. Né niuna avrà tanto bevuto, che s’altri le profera bere ch’ella rifiuti; ma ’l vino cercone e l’aceto, si ’l tiene per suo nimico, e bere l’acqua sì lle suole molto nuocere. Ma s’ella truova uno vino che non sia inaquato, vorebe perdere anzi molto del suo avere, ch’ella non ne bevesse quanto il suo corpo vuole, onde nonn è femmina veruna che spesse volte non n’inebrei. Anche ogne femmina parla molto volentieri, perciò che niun’è che sapia ristrignere la sua lingua da mal dire, e che tutto die non gridasse come cane quando latra, per uno uovo che perdesse, e che tutta la vicinanza non mettesse in ressa. Anzi più, quand’ella sta con l’altre, non vorebbe ch’alcun dicesse parola veruna se non è pur ella, e che non si ricrederrebbe giamai di parlare la sua lingua o lo suo spirito, e che tutto die durerebbe a parlare. Anche spesse volte vedemo che molte femmine, che per lo molto disiderio ch’ànno di parlare, stando sole, si muovono a parlare e parlano con espressa boce. E anche la femmina arditamente contrasta con parole a tutti, e vuole vincere tutte le sue prove, e giamai non si lascierebbe vincere di parole.

 

29.   Anche niuna femmina sa ritenere alcuna credenza, perciò che quant’apri le dice che sia più credenza e celato, cotanto più si pena volentieri di dirlo a tutti. Né non potti trovare infino al dì d’ancoi alcuna femmina che quello che lle fosse posto in credenza il tenesse celato, avegna che quella fosse grandissima credenza, overo che per ciò alcuno ne ricevesse morte. Perciò che quando alcuno le pone veruna cosa in credenza, per certo par ch’arda tutta dentro insino che no·ll’à manifestata a tutti, avegna che mal se ne seguiti. Né questo vitio si può torre della femmina quasi secondo la regola ch’è detta di sopra, cioè: comanda loro le cose contrarie, perciò che ciascheduna femmina si diletta molto in dire nuove cose. Dunque, guardati di non manifestare loro tua credenza da ogne femmina.

 

30.   Anche ogne femmina di questo mondo è luxuriosa, perciò che catuna femina, sia grande o gentile quanto vuole, se llasci ch’alcuno sia potente nell’opera della luxuria, non rifiuta di giacere con lui, avegna che sia molto vile e misero. Né nonn è alcuno che sia sì potente nell’opera della luxuria, il quale anche potesse ricredere la luxuria di qualunque femmina sia.

 

31.   Anche niuna femmina porta tanta fede allo suo amico od ami tanto suo marito, la qual nonn istesse con un altro amante, spetialmente s’aduce seco pecunia, overo per certo la luxuria della femmina con la molta avaritia si danna. E niuna femmina in questo mondo vive, che sia sì ferma o che sia legata sì di qualunque amore, se viene un altro amante e prieghila saviamente e spessamente di volere avere a ffare co·llei, che dopo lo molto priego spetialmente voglia dargli comiato o che no·lli si dea in tutto al suo volere. E certo questa regola non si truova fallace in niuna femmina. [...] è quella cotale, la qual è posta in gran ricchezze o ch’abia onorevole amico, o ch’abbia buono marito, che voglia sodisfare alla volontade d’un altro. Ma per ciò questo vitio è in ogne femmina, perché in loro è molta luxuria.

 

32.   E anche la femmina è pronta a fare ogne male, perciò che sia grande il male a suo senno in questo mondo, ch’ella non facesse sanza ragione e per lieve cagione, e l’animo della femmina si muove a fare ogne male legierem[en]te per picciole lusinghe d’alcuno.

 

33.   Anche non è femmina niuna in questo mondo, nonn imperadrice né reina, la qual non disponga tutta la sua vita in fare malìe, e che non creda in tutto sua mente mentre ch’essa vive agl’indovini, e che ogne die non commetta molti mali per arte di nigromantia. Anzi più, ch’ella non fa niuna opera, che quand’ella la comincia non sapia s’è buono die o buona ora a cominciare. Anche non si mena moglie né non si fa mistiere di morti, ne non si semina, né non si muta casa, né non si comincia niuna altra cosa di nuovo, che prima non ne faccia fare augurio e che non s’apruovi prima per fattìa di femmina. Per la qual cosa il savissimo Salamone, cognosciendo tutte le malitie e le retà della femmina, sì parlò in genere di lor vitii e delle loro retadi, e disse: "Femmina niuna buona". Perché dunque, Gualtieri, ài sì gran voglia d’amare quello ch’è rio?

 

34.   Certo la femmina non ama con buono cuore l’uomo, perciò che niun è che servi fede a marito o ad amico, e che lla sua fede non si muti per uno altro uomo. Perciò che lla femmina non sa rifiutare oro né ariento overo alcuno altro dono, né non sa disdire quando alcuno le domanda sollazzi di suo corpo. Ma con ciò sia cosa che ttu sappie che lla femmina non può fare più a spiacere, né tanto agravare l’animo del suo amante, come quando ella si dà ad un altro, guarda quant’ella ama l’uomo con buon cuore, la quale per l’avaritia dell’oro e dell’ariento si congiugne a luxuria ad un altro strano o ad un forestiere. Né nonn à cura di turbare così l’animo del suo amante e di romperli la fede. Ma niuna femmina si potté anche sì legare d’amore del suo amante, s’ella nonn è proveduta da llui d’alcuno dono, che non si mostri più salvatica in dargli sollazzi, e che tosto non si parta da llui. A niuno savio, dunque, pare che ssi convegna d’obrigarsi ad amore di femmina, perch’ella non ama sì altrui come altri lei, ed è provato come le femmina si danna per così buone e per cotante ragioni, come avemo detto di sopra.

 

35.  Anche per la settima decima ragione dé altri inodiare l’amore, perciò che porta seco spessamente peso non iguale, e fa talora amare tal femmina che per niuno ingegno d’uomo la potrebe avere, perch’ella non sente in sé altrettale amore, con ciò sia cosa che ll’amore no·lla punga. Nonn è dunque di stare [al volere] di colui, lo quale ti costrigne d’adomandare con gran disiderio quello ch’e’ medesimo al postutto il ti fa vietare. Ma se ll’amore volesse essere iguale, costringerebbe gli amanti solo ad amare quello che incontanente, o daché nne fosse degno per servigio, ne serebbono amati d’altrettale amore, ma certo, daché no ’l fae, la sua malitia è da schifare. No è dunque d’amare la compagnia di colui che tti mena a la battaglia e, daché cominciata, va dal lato de’ nimici e amaestra loro come si difendano. Non dunque, amico mio caro, ti conviene spendere li tuoi dì nell’amore, al quale avemo riprovato di sopra per così aperte ragioni. Perciò che sì tti fa perdere la gratia di Dio e perdere ogne buono amico, e anche per ciò non aquistarne puoi onore alcuno in questo mondo, e tôti altressì la buona nominanza, e per la sua rapina divora tutte le tue ricchezze, e da llui, com’è detto, si muove ogne male. Perché, matto, vuoli amare? O che bene dall’amore potreste avere, che di tanti mali potesse ristorare? Anche quello che spetialmente speri d’avere l’amore, cioè ch’altri ami sì te come tu lui, sì com’è detto di sopra, in niuno modo ne veresti ad effetto, perché i·niuna femmina rende simile amore. Dunque, se ciò che nell’amore ti porrai a studio di cercare diligentemente, sì conoscierai apertamente che ciascheduno si è tenuto con tutta sua possa di schifare l’amore per ragione da non potere causare.

 

36.   Isaminata dunque questa nostra dottrina sottilmente e con fede, la quale ti mandiamo scritta per ordine composta in questo libro, sì t’amaestra di due cose. Perciò che nella prima parte di questo libro, volendo sodisfare alla tua semplice e fanciullesca domandagione, e perché non ci potessi di ciò riprendere, ti mandiamo per ordine pienamente l’arte degli amanti, sì come il tuo gran priego adomandò, la quale, se secondo la sua dottrina vorrami usare e sì come lo studio di questo libro ti mostrerà, tutti li disideri del corpo avrai pienam[en]te, ma sarai fuori della gratia di Dio e della compagnia e dell’amistà de’ buoni uomini per giusta ragione, e la tua fama se n’abasserà molto, né lievemente potrai avere onore in questo mondo. Ma nell’ultima parte di questo libro, volendo anzi provedere a la tua uttulitade, sì n’agiugnemmo per la nostra propria voglia il trattato da riprovare l’amore, e pienamente per ordine lo ti mandiamo scritto, aciò che per aventura s’opiri bene in questa vita, avegna che per niuno modo l’adomandassi. Lo qual nostro trattato, se diligentemente vorrai cercare e porre a cciò bene la tua mente, e la sua dottrina mettere in opera, conoscierai per aperta ragione che niuno dee ispendere male i suoi dì nell’amore, e di ciò Dio nostro signore serà sempre teco in tutti tuoi fatti, e in questo mondo t’andrà ogne cosa a diritto, e tutti i tuoi onori e li giusti desideri ti veranno ad effetto e ne l’altro mondo n’avrai gloria e vita eternale.

 

37.   Prendi dunque, Gualtieri, la dottrina della tua salute che tt’avemo apropiata, e lascia le vanitadi di questo mondo al postutto, aciò, quando verrà lo sposo a ffare le sue magior nozze e lo romore si leverà la notte, che sia aparechiato a·llui con lampane ben fornite, e che possi entrare co·llui insieme alle nozze celestiale, né che non ti convegna nel tempo del bisogno andare caendo quello che tt’è mistiere quando non ti giovasse, e che non truovi le porte serrate quando andrai alla casa dello sposo, e che non possi udire in quel tempo la vergognosa boce.

 

38.   Penati dunque, Gualtieri, d’avere sempre teco le lampane aparecchiate, cioè d’avere le vestimenta della caritade e le buone opere. Stèati anche a mente di veghiare tuttavia, acciò che ’l subitano avenimento dello sposo non ti truovi morto in peccato. Anche ti guarda, Gualtieri, d’osservare le comandamenta dell’amore e sì tte n’afatica in vera pruova, ché quando verrà lo sposo, sì tti truovi vegghiare, né che fidandoti nella tua gioventude, il diletto di questo mondo ti faccia giacere nel sonno del peccato, e che non ti rendi sicuro del tardo advenimento dello sposo, perciò, si come n’amaestra la parola medesima di quello sposo, non sapiamo né ’l die né ll’ora.

 

Qui finiscie il libro dell’Amore, il quale si chiama lo Gualtieri, fatto da Andrea Cappellano.

Dio gratia amen.

 

 

INDICE

 

Dedica.

 

Cominciasi il libro fatto per Andrea Cappellano,

lo quale si chiama lo Gualtieri.

1.

2. Che cos’è amore. Che cosa sia l’amore.

3. Amore è passione. Per certo amore è pena.

4. La passione d’amore viene da natura. Amore si è pena che viene da natura.

5. Perché viene da natura. Qui si mostra come la pena vegna da natura.

6. Il fine del desiderio dell’amante. A che fine vegna tutta la voglia dell’amante.

7. Origine della parola "amore". Onde se derivi in questa parola Amore.

8. Effetto d’amore. Dell’effetto dell’amore.

9. Chi può amare. Qua’ persone siano aconcie a potere amare.

10. Come s’acquista amore. In che modo s’aquisti l’amore.

11. Se il plebeo deve parlare a plebea. Come debbia parlare l’omo del popolo alla donna del popolo.

12. Come il plebeo deve parlare a gentil donna. Come parli lo plebeo alla gentile donna.

13. Come il plebeo deve parlare a donna gentilissima. In che modo parli il plebeo alla gentilissima donna.

14. Come il gentil uomo deve parlare a plebea. Come parli lo gentil huomo a la plebea.

15. Come il gentil uomo deve parlare a gentil donna. Come parli lo gentile huomo alla gentile donna.

16. Come deve parlare l’uomo nobilissimo a plebea. In questo modo dé parlare l’uomo più gentile a la donna che sia di popolo.

17. Come deve parlare uomo nobilissimo a donna nobile. Come il piú gentile parli alla gentile donna.

17a Lettera a Maria di Champagne Lettera a la contessa di Campagna.

17b Risposta di Maria di Champagne La risponsione di quella lettera.

18 Come uomo nobilissimo deve parlare a donna nobilissima Come il più gentile parli a la più gentile.

19.L’amore dei chierici [Dell’amore de’ cherici.]

20. L’amore delle monache [Dell’amore delle monache.]

21. L’amore comprato. [Se per pecunia o per altro prezzo l’amore si possa aquistare.]

22. Il concedersi facilmente. [Il concedersi facilmente.]

23. L’amore dei contadini. [Dell’amore de’ lavoratori della terra.]

24. L’amore delle puttane. [Dell’amore delle puttane.]

 

LIBRO II

25. Come si mantiene l’amore. [In che modo l’amore aquistato si mantegna.]

26. Come l’amore s’accresce. [Come l’amore si possa acresciere.]

27. Come l’amore scema. [In che modo l’amore menomi.]

28. Come conoscere quando l’amore scema. [Di poter conosciere l’amor cambiato.]

29. Come l’amore finisce. [Come l’amore vegna a fine.]

30. Quando un amante è infedele. [Se l’uno amante rompe fede all’altro.]

31. Questioni d’amore. [Diverse questioni d’amore.]

32 Le regole d’amore. [Delle regole d’amore.]

 

LIBRO  III

 

33. Riprovazione di amore.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011