Gaetano Bonifacio

Giullari e uomini di corte nel 200

Edizione di riferimento:

G. Carducci, Conversazioni critiche, 4° Migliaio, Casa editrice a. Sommaruga e C. Roma, Via dell’Umiltà. ‒ Palazzo Sciarra, 1884. Roma ‒ Tipografia dell’Ospizio di S. Michele in esercizio di Carlo Verdesi e C.  

Gaetano Bonifacio, Giullari e Uomini di Corte nel 200, Napoli, Cav. A. Tocco, Editore MCMVII, Tipog. del Cav. A. Tocco, Via Nilo, 34 - Napoli.

Ad optimum mente et corde

 

Al Maestro

Francesco Torraca

IL DISCEPOLO

Capitolo I.

Feste e giuochi nel 200. - Definizione e classificazione del giullare. - Sue vesti. - Le Giullaresse. - Compagnie giullaresche. - Nomignoli di giullari.

Il Muratori, parlando degli spettacoli e de’ giuochi pubblici de’ secoli di mezzo, afferma che, dopo la decadenza dell’Impero Romano e prima del Mille, poco si può conoscere di questi spettacoli e di questi pubblici giuochi in Italia. Anzi egli fu di parere che i popoli di allora, barbari o semplici, « non sapessero o non curassero que’ diletti e divertimenti che una volta i Greci e i Romani con tanta profusione di danaro praticarono, e con tanto studio e concorso il popolo correva a godere» [1]. Al Muratori, fra la schiera di re e imperatori noncuranti di pubblici divertimenti, sembrò facesse eccezione Teodorico il quale, imitando i costumi degli antichi imperatori romani, grandi spettacoli diede per divertimento del popolo. Ma non dimentichiamo come la pensasse il re goto in fatto di spettacoli da lui favoriti per la necessità del popolo incalzante, il popolo che accorre a’ giuochi per obliare ogni serio pensiero. ‒ Si spenda e si spanda, egli diceva; talvolta giova essere dissennati per poter contenere i popoli con gli ambiti divertimenti [2]. Ma Teodorico equiparava l’istrione alla prostituta e su entrambi faceva pesare l’infamia legale, la diminutio famae. Con Teodorico l’ultima gloria di Roma finisce: quello sprazzo di luce che il re goto aveva saputo far scintillare sull’Italia si spense. Roma è assediata, saccheggiata, presa e ripresa da imperiali e da Goti; le file de’ suoi abitanti si diradano; i suoi teatri si chiudono per sempre. La pingue e varia eredità del teatro romano, la commedia, la tragedia, le atellane, i mimi, le pirriche, la pantomima, il canto, le danze emigrano parte a Costantinopoli, il resto cade nelle mani di inconsapevoli saltimbanchi ed è portato in giro cinque secoli per castelli, per corti, per piazze. Accanto a’ giuochi meschini di questi più meschini joculatores, presero voga altri giuochi, a’ quali i Longobardi e i Franchi, gente bellicosa, diedero un carattere più propriamente guerriero. Più che giuochi eran finte battaglie, battaliolae, come le doveva chiamare uno storico del principio del XIV secolo, e vi prendevano parte tutt’i cittadini, divisi in due schiere. Si combattevano in luoghi appositi, prata de battalia, con clave, spade ed elmi di legno e scudi di vimini. Queste finte battaglie degeneravano spesso in vere carneficine. A tale proposito il Muratori osserva, non senza una certa amarezza sotto la tranquillità dell’osservazione: tali gare civili eran tollerate, se pure non procurate, da’ dominatori barbari, perchè esse assicuravan loro la signoria.

Queste battaliolae vennero poi chiamate tornei, torneamenti, giostre, bagordi. Avevano un carattere militare, come i popoli, Longobardi, Franchi, di cui erano un retaggio. Di altri giuochi, però, di carattere più gentile noi troviamo menzione e spezialmente in quel secolo XIII , di cui ci occupiamo. Così grandi giuochi furori fatti a Padova nel 1208. I Padovani tutti si unirono in un campo detto Prato della Valle; e quivi, donne e uomini, nobili e popolani, vecchi e giovani, stettero in grandi sollazzi, molti giorni prima e dopo la Pentecoste, in canti e danze, e mostrando, dice il cronista, tantam laetitiam quasi omnes fratres [3].

Tutti fratelli: La vita nelle città italiane di allora, come vedremo meglio in appresso, era così fatta: contese sanguinose le funestavano; ma dopo le contese tra i diversi ordini di cittadini, quando la fazione vincitrice aveva sfogato le sue ire e le sue vendette, tutto il popolo, populus et milites et gens tota, indiferenter parvi et magni, dimissis armis si davano ad balandum, bagordandum et cetera omnia gaudia faciendum [4]. Quali fossero questi sollazzi, ne può dare un’idea la festa solenne del 1214, tenuta da’ Trivigiani, in Spineta. In questo rione fu costruito un castello che aveva per mura drappi di tela, per difensori duecento nobili donzelle, le quali avevano in capo per elmo corone d’oro, e, invece di corazza, indossavano abiti maestrevolmente ricamati: gli espugnatori del castello erano giovani riccamente vestiti, le armi adoperate melarance, pere, pomi, confetti, ampolle d’acque profumate e fiori [5].

I giuochi preferiti dagli Italiani nel 200 furono quelli che m latino medievale si dicevano curiam habere, tener corte, o tener corte bandita, perchè s’invitava con pubblico bando « tutta buona gente [6] », principi, castellani, nobili del paese o delle città vicine. Queste « nobili corti » si ordinavano per generale divertimento, ma più spesso in occasione di matrimonio, di cavalieri novelli, di incoronazioni, di vittorie, di anniversarii gloriosi, di certe feste religiose. Ed eran curie che duravano spesso moltissimi giorni: magnifiche, fra le altre, furono nel 200 quelle bandite in occasione delle nozze di Ezzelino con Selvaggia, figlia dell’Imperatore, e di Niccolò Maltraverso con Agnese da Camino, per le quali nozze, prima a Treviso, poi a Padova, furon fatte « per moltissimi giorni bellissime feste e piacevolissimi giuochi [7]».

Che cosa si faceva in queste curie? Un po’ di tutto: giostre, tornei, magnifici conviti, balli, corse di cavalli, e, quel che più importa a noi vi soleva intervenire un’immensa copia di cantambanchi, buffoni, ballerini di corda, musici, sonatori, giocatori, istrioni, ed altra simile gente, che coi lor giuochi e canzoni dì e notte divertivano grandi e piccioli in quelle occasioni [8]». Ecco dunque comparire quelli che, come dice il Muratori, con vocabolo toscano erari detti Giullari o Giocolari, e Joculares, Joculatores da chi allora scriveva in latino. Veramente le parole joculatores, o joculares non eran le sole adoperate. Joculatores era un nome generico, come histriones, mimi. Poi c’eran quelli che esercitavano un gioco speciale o sonavano con più maestria un particolare strumento.

Di questi ultimi Boncompagno dà una lunga lista: violator, lirator, symphonator, zitharedus, arpator e rotator. Ma fra tanti nomi non bisogna dimenticarne uno più volte usato da Salimbene nella sua Chronica: milites curiae, o come dice più propriamente: milites, qui dicuntur de curia. È la traduzione letterale dell’italiano uomini di corte. Il giullare, frequentando le corti bandite, le curie, nelle quali suo ufficio era tenere allegre le brigate con le sue lepidezze, con le sue facezie e anche con i suoi giuochi, ne prende il nome e diventa uomo di corte [9]. Anzi questo nome, come vedremo, segna quasi un grado più alto del giullare comune, e designa un ufficio più nobile e anche più ricercato.

L’altro nome, quello latino di joculator, si trova ben presto adoperato da uno scrittore del secolo XI. L’anonimo autore della Cronaca della Novalesa, racconta che, quando Carlo Magno era alle Chiuse, venne a lui joculatorem ex Langobardorum gente, e si mise a cantare, al suo cospetto, cantiunculam a se compositam [10]. Ma, prima che nell’anonimo, tale nome s’incontra in Papia, grammatico, per il quale erano una sola cosa lo scenicus, l’histrio, il jocularis; e Agobardo, vescovo di Lione, che scriveva intorno all’806, l’usò anche lui, mettendone, in un mazzo, gli histriones, i mimi, e, com’egli dice, turpissimi et vanissimi joculatores [11].

Quando i ioculatores giungono al secolo XIII, essi hanno già una fisonomia ben delineata; è possibile quindi vederne i tratti caratteristici, definirli, classificarli, seguirli nelle loro occupazioni, nelle loro relazioni, nei loro amori e nei loro odi; costruire la loro vita, le loro vesti, i loro abbigliamenti. È una storia di miserie e di splendori: accanto all’uomo di corte rispettato troviamo il giullaretto croio [12] e villano; il giullare che è amato dal suo signore passa accanto a quello che il signorotto feudale fa bersaglio delle sue atroci burle: la corte s’incontra con la piazza; il canto bellicoso si mescola con la cantilena religiosa; il racconto della vita di un santo, la lauda si confonde col favolello, con la satira, col libello declamato a suon di giga e di vipla. Il giullare confina con questi due estremi: il vero poeta da una parte, il saltimbanco e il ciarlatano dall’altra.

Brunetto Latini, nel Livres dou Trèsor, ha l’aria di volerci dare una definizione del giullare. « Lo giullare » ‒ egli dice ‒ « si è quel che conversa con le genti con riso e con gioco e fa beffa di sé e della moglie e dei figliuoli; e non solamente di loro, ma eziandio degli altri uomini [13]». E soggiunge che il contrario del giullare è colui che mai sempre si mostra crudele ed ha il viso torbido e non parla e non si trattiene con gente gioviale. La definizione si mantiene abbastanza sulle generali e noi abbiamo bisogno di qualche cosa di più preciso che definisca e divida nello stesso tempo. Un poeta provenzale e un arcivescovo inglese ci vengono fortunatamente in aiuto.

Tommaso di Cabham, arcivescovo di Cantorbery, scrisse, verso la fine del XIII secolo, una Summa Poenitentiae, in cui i giullari del tempo sono divisi in tre grandi categorie. La classificazione è abbastanza ampia e il Gautier vi trovò larghezza di vedute e un tal quale carattere di grandezza.

Alla prima categoria appartengono coloro i quali transformant et transfigurant corpora sua per turpes saltus et per turpes gestus, vel denudando se turpiter vel inducendo horribiles larvas, et omnes tales damnabiles sunt, nisi reliquerint officia sua. Sono tutti i saltimbanchi, gli acrobati, i funamboli, i ballerini, i commedianti, che l’arcivescovo inesorabilmente condanna. Egli pone dinanzi a loro il terribile dilemma: o l’inferno o abbandonare il proprio mestiere. Il quale abbandono poteva significare la fame, cioè l’inferno certo in questa vita e la speranza incerta del paradiso nell’altra.

La seconda categoria è di quelli che nihil operantur, sed criminose agunt, non habentes certum domicilium; sed sequuntur curias magnatum et dicunt opprobria et ignominias de absentibus ut placeant aliis. Tales etiam damnabiles sunt, quia proihibet Apostolus cum talibus cibum sumere, et dicuntur tales scurrae vagi, quia ad nihil aliud utiles sunt nisi ad devorandum et maledicendum. È la grande schiera de’ maldicenti, degli adulatori, de’ parassiti: lodi sperticate per chi li nutriva, vergognose ingiurie per gli assenti. Si narra di un giullare che spingeva l’arte adulatoria fino a adorare il suo signore come Iddio e batteva villanamente quelli che lo contraddicevano [14]. Anche degna di nota è la storiella raccontata da Salimbene. Un giorno, durante una processione, mentre passava il cardinale diacono Ottaviano, legato in Lombardia durante l’assedio di Parma, un giullare disse  ad alta voce: Cedatis et removeatis vos de via et permittite transire hominem qui curiae romanae proditor fuit et Ecelesiam frequenter decepit. Il povero cardinale s’affrettò a comandare a uno de’ suoi servi di chiuder la bocca al pericoloso maldicente con un sacchetto di danaro, sciens quod pecuniae obediunt omnia. Figuriamoci poi un giullare, come doveva obbedire al danaro! Difatti il nostro joculator, ricevuto il danaro, incontinenti, si portò in un altro luogo, per il quale doveva passare il cardinale et eum multipliciter commendavit, dicendo quod in Curia non erat cardinalis melior eo, et quod revera dignus esset Papatu [15]. Ci voleva la taccia tosta di un giullare del 200 per cambiare così francamente di opinione! La condanna di Tommaso di Cabham non ci può sembrare esagerata, quando va a colpire il giullare adulatore, maldicente, parassita. Né esagerate ci sembrano le parole di Brunetto Latini: garde que tu ne paroles à home jangleor et plain de discorde; car li Prophètes dit: Hom qui a lengue jangleresce n’iert jà (non sarà mai) amez sor terre [16]. Il maldicente, il lusingatore si teme, ma non si ama.

Tommaso di Cabham enumera infine una terza categoria di istrioni: quelli, cioè, che hanno instrumenta musica ad delectandum homines. E questi sono di due generi: quelli che bazzicano per publicas potationes et lascivas congregationes, et cantant ibi diversas cantilenas ut moveant homines ad lasciviam. Anche questi damnabiles sunt sicut alii. Vi sono poi in ultimo quelli che cantano le gesta dei principi e le vite dei santi et alia talia utilia ut faciant solatia hominibus vel in aegritudinibus suis vel in angustiis, ebbene questi ultimi bene possunt sustineri, o, come dice un altro manuale, anche del sec. XIII, De Septem sacramentis, vicini sunt excusationi. È pregio dell’ opera riferire qui l’aneddoto del giullare e di papa Alessandro (Alessandro IV?). Un giullare domandò al santo padre se poteva salvarsi esercitando il suo ufficio; e il Papa gli chiese se conoscesse un altro mestiere. ‒ No! rispose il povero giullare. E il Papa gli permise di vivere del suo mestiere, purché si astenesse a lasciviis et turpitudinibus. « Questo aneddoto, dice il Gautier, autentico o no, vale un trattato di teologia, e la bontà vi si mescola con la giustizia [17]». In ogni modo, anche astenendosi da giuochi disonesti e da canti lascivi, i giullari eran tollerati, non approvati.

In Italia san Tommaso d’Aquino aveva trattato i giullari con maggiore benevolenza, o se vogliamo, con maggiore giustizia. Il giuoco, egli dice, è necessario ad conversationem humanae vitae, quindi anche il mestiere de’ giullari, essendo ordinato a dar diletto agli uomini non è per se stesso illecito. Né i giullari peccano, dummodo moderate ludo utantur, idest non utendo aliquibus illicitis verbis, et non adhibendo ludum negotiis et temporibus indebitis. Sono restrizioni necessarie, non esagerate, non dettate da uno spirito intransigente. Il giullare quindi che non trasmodava, faceva opera utile agli altri e non dannosa per la salute dell’anima sua; colui, invece, che adoperava o diceva cose turpi, dava un tuffo in ciò che Cicerone aveva chiamato illiberale, petulans, flagitiosum. Il mantenersi in certi limiti era genialità; trasmodare significava attirarsi la riprovazione e il disprezzo de’ buoni e l’anatema della Chiesa [18].

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Nel 1274 Guirautz Riquier rivolse al re Alfonso di Castiglia una supplicatio a proposito dei giullari; la supplica è in senari rimati a due a due, ed ha evidentemente uno scopo didascalico. Il poeta vuole classificare i giullari e cerca di far ciò in un modo artistico. Così il buon Guirautz afferma che non può sentir di buon grado dar il nome di giullare a ogni specie di persone. « Io non posso sopportare che un ignorantaccio, che a mala pena sa tener in mano uno strumento, se ne vada sonando pubblicamente, per le vie, mendicando doni; o che si affatichi a cantare fra gente bassa; o se ne vada per le taverne, questuando, senza osare di comparire in nessuna corte buona. Né questi, né quelli che fan giuochi di prestigio, o fan giocare scimie e burattini, meritano il nome di giullare. Giullaria fu trovata da uomini assennati, forniti di sapere ed ebbe per iscopo di metter i buoni in via d’allegrezza e d’onore ». Origine più nobile e fondatori migliori non poteva avere quella che è chiamata joglaria dal poeta, il quale continua: « È un gran gusto sentir sonare da chi se ne intende davvero; perciò i nobili vollero avere e hanno ancora giullari. E con essi vi furon trovatori che raccontavan cantando buoni fatti e lodavano i prodi e stimolavano a generose imprese. Così cominciò giullaria e ciascuno viveva piacevolmente fra gente nobile. Ora i tempi son mutati e ci sta a’ fianchi una gente petulante, querimoniosa, invidiosa, incapace di dire e di fare cose sollazzevoli, che s’impaccia di cantare, di trovare, di toccar strumento ». E il trovatore pregava il buon re che ci mettesse lui la mano e chiamasse le diverse specie di giullari ciascuna col proprio nome [19].

La risposta alla supplica non poteva mancare e ce la diede il medesimo poeta, nella Declaratio scritta a nome del re Alfonso, e nel medesimo metro. «Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, l’anno 1275, nel mese di giugno, noi Alfonso, per grazia di Dio e suo piacere, re di Castiglia, di Toledo, Leone, ecc., per ciò che, supplicando, Guirautz Riquier ci provò la mancanza di nomi speciali, essendo il solo nome generale applicato a tutti i giullari, vogliamo a ciascuna categoria dare un nome speciale ». La risposta, come si vede, ha un tono molto serio, e sembra una sentenza o una leggina versificata; forse daremmo nel segno se si volesse vedere, sotto l’apparente serietà, una intenzione scherzosa. In ogni modo il poeta continua dicendo che è una grande sconvenienza che gente vile e che vilmente vive, vada in giro per il mondo. Egli è animato, come si vede, da un nobile e generoso sdegno. « Quelli che fanno saltar scimie », così continua, « o becchi o cani, o che fanno loro giuochi vani, sì come di marionette, o contraffanno uccelli, o toccano strumenti, o cantano tra gente bassa per poca moneta, non meritano il nome di giullaria: nè quelli che, seguendo corte, fanno sembiante di follia, e non si vergognan di niente e non piglian gusto a nessun fatto sollazzevole e buono; costoro van chiamati buffoni, come si fa in Lombardia. » Si badi a quest’ultimo inciso, sul quale dovremo fra breve ritornare. Intanto sentiamo il nostro trovatore: « Quelli che con cortesia e maestria si sanno comportare fra la gente per bene, toccando strumento o raccontando novelle e cantando versi e canzoni altrui, o per altre abilità e cose piacenti a udire, possono portare il nome di giullare. Quelli, poi, che sanno trovar motti e suoni, e comporre danze e coble e ballate leggiadramente composte, albe e sirventesi, ò gentilezza e diritto chiamarli trovatori.... I migliori trovatori che sanno insegnare cortesia e valore e fanno versi, canzoni o gli altri dettati, devono essere chiamati dottori di trovare, perchè sanno bene addottrinare chi li ascolta. [20]»

Come si è potuto vedere, andiamo, in questa poetica classificazione, da colui che mostra scimie, caproni e cani ammaestrati, fino a quelli che hanno maistria del sobiran trobar e che esercitano la loro professione come un sacerdozio, dando insegnamenti morali e norme di cortesia.

Il trovatore e il prete sono d’accordo nel disprezzare, in diverso modo, la grande categoria dei giullari, diciamo, spiccioli: domatori e ammaestratori di bestie, acrobati, prestigiatori, sonatori e cantatori di piazza. Ma si trovan essi d’accordo anche per le altre categorie? Tommaso di Cabham dice che si possono tollerare, bene possunt sustineri, i così detti joculatores, quelli cioè che cantano le gesta de’ principi, le vite de’ santi et alia talia utilia ut faciant solatia hominibus. Quali sono queste altre cose utili? Ricordiamoci che il giullare del Riquier deve, più che altro, mettere i buoni in via d’alegrier e d’onor, e che il trovatore, oltre a canzoni, versi e novelle, deve anche saper fare belli insegnamenti, poesie cioè che diano le norme del viver con cortesia, « mostrando temporalmente e spiritualmente come si può distinguere il bene dal male. [21]» Chissà; ma io credo che Tommaso di Cabham non avrebbe lanciato contro questi ultimi il suo inesorabile: damnabiles sunt. Il vescovo è d’accordo col trovatore.

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Abbiamo già veduto l’accenno che Guirautz Riquier fa della Lombardia. Ora Lombardia in quel tempo stava a indicare tutta l’Italia, e Lombardi eran chiamati gl’Italiani in molte canzoni e tenzoni e sirventesi di trovatori e di giullari. Dunque per testimonianza del nostro trovatore, in Italia non mancavano rappresentanti della grande famiglia de’ giocolieri, degli ammaestratori di cani, gatti, capre, orsi, scimie, de’ ballerini e de’ giocatori di bussolotti. Di questi ultimi il Muratori credette di ravvisare una specie in quegli avantatores corregiolae pulvereae, giocatori di corregiola, di cui si parla negli statuti di Milano [22]. Vi accennano anche quelli di Cremona, parlando dell’avertator (avantator?) che era punito con una multa di venti soldi imperiali se fosse trovato a giocare ad corezolam, vel polverellam. La corregiola e la polverella erano due giuochi dai furbi proposti all’incauta plebe per ismungere con facilità dagli sconsigliati, che osavano giocare, il denaro [23]. Ma, lasciando da banda questi ciurmadori che cercavan di ingannare la buona fede con mezzi illeciti, notiamo che di giocolieri e prestigiatori valenti non ci fu penuria in tutto il medio evo. Fra le sei meraviglie che, nelle sue cronache di Viterbo, novera, all’anno 1174, Niccola della Tuccia, è posto anche « uno scolaro, chiamato Gristicello, che faceva giochi maravigliosi di nove maniere, quali in quel tempo non trovava pari, e ne fu fatta memoria nel porticale della chiesa di S. Angelo della Spada nella parete dinanzi alla chiesa. [24]» Per un giocoliere non si può dire che sia poco; e il nostro scolaro doveva essere contento che lo si annoverasse fra le sei maraviglie del suo tempo e la sua abilità fosse creduta degna di un ricordo marmoreo. Sembra anche che Gristicello lasciasse de’ continuatori e degli imitatori, perché dopo di lui troviamo a Viterbo una vera scuola di giocolieri; anzi i Viterbesi eran da’ Romani obbligati a mandare a Roma lusores pro fedo Agonis et Testacii. E sembra pure che le pretese de’ Romani fossero abbastanza eccessive, se un pontefice, Urbano V, nel 1284, ebbe a protestare solennemente con una bolla ad perpetuam contro la forza con cui i Romani obbligavano i vicini luoghi a mandare uomini per tali feste, in cui i lusores dovevano far mostra di sè o in giuochi o in zuffe sanguinose [25].

Non tutti, adunque, eran così fortunati o così abili come lo scolaro Gristicello; la maggior parte de’ giullari di questa categoria menavano una vita randagia, meschina, soggetta a mille capricci della fortuna e degli uomini. Gristicello meritò un ricordo marmoreo; questi altri poveri diavoli meritarono leggine speciali e non molto indulgenti. Per esempio, quando nel 1221 Federico II, dopo essere stato parecchi anni in Germania, tornò nel regno e volle rimettervi ordine, una delle prime leggi che promulgò, fu contro i giullari maldicenti; e, secondo l’uso del tempo, che vigeva anche per vendette private, decretò: « Chi offenda nelle persone o nelle cose i giullari maldicenti, non sia punito [26]». Una disposizione simile è contenuta nello Statuto di Siena. Si enumerano tutt’i casi in cui era permesso farsi giustizia da sè, senza perciò essere passibili di pena: non sono punite le battiture del marito alla moglie, de’ genitori a’ figliuoli, del fratello maggiore al minore, del maestro al discepolo. « Et eccettuiamo ancora coloro i quali battessero, ma pertanto non con ferro, giollaro, per villania o vero ingiuria, la quale dicesse » [27]. Questa disposizione di legge non riguarda tutti i giullari, bensì quelli che fossero così petulanti o tracotanti da spingere lo scherzo fino alla villania e all’ingiuria, da meritare una risposta più energica di semplici parole. Lo statuto di Ivrea del 1237 è anche più esplicito e, diciamo, più severo. I giullari e le giullaresse sono accomunati alle meretrici, a’ mentecatti e a’ ribaldi. Si aliqua meretrix vel ribaldus, joculator vel ioculatrix, saglobator vel saglobatrix, furiosus vel mentecaptus dicesse o facesse parole o cose ingiuriose o che semplicemente non piacessero a un cittadino, era lecito a costui, o cuilibet alii, eos verberare usque ad effusionem sanguinis senza incorrere in pena o bando tranne che ex ea verberatione vel percussione aliquis predictorum esset in pericolo mortis [28]. La legge è esplicita quanto crudele: i giullari son messi in un mazzo co’ peggiori ribaldi. Disposizioni più miti e umane sono contenute nello Statuto del Comune di Vercelli dell’anno 1241. Anche qui non sono punite le battiture del padrone al servo o al proprio contadino e quelle inflitte, castigando, da’ maestri a’ discepoli, sempre sine gladio. «De zuglariis antera et zuglaresis et meretribus dictum est si iniuriam dicendo vel faciendo alieni de civitate nostra vel de districtu nostro propter hoc verberati vel percussi ubsque gladio fuerint, tunc ille qui verberaverit vel percusserit solvat bannum solidorum quinque si reclamum inde fuerit potentati [29] ».

Chi sono i zuglarii? si domanda Giambattista Adriani, il solerte editore degli Statuta Communis Vercellarum. E afferma che, se non sono propriamente i zingari, che si credono usciti dai loro nascondigli soltanto dopo l’irruzione del sultano Tamerlano nelle Indie, sulla fine del sec. XIV, ne rappresentano la mala vita. Erano, egli dice, persone dispregiatoli, con le quali non era onesto trattare, e quindi era giusto che la legge colpisse di pena chi li percotesse, benché provocato. E vedete, egli continua, erano tanto dispregiabili che la legge non permetteva nemmeno di riscuotere da essi il fodro, la tassa, che soltanto un uomo libero poteva pagare: nullus Zuglarius seu Zuglaresa solvat fo-drum. [30]

L’affermazione dell’Adriani è per lo meno esagerata. Se lo Statuto di Vercelli non permette all’ingiuriato di vendicarsi con le proprie mani vuol dire che il legislatore è stato guidato da un sentimento di umanità verso una classe di persone spregevoli quanto si vuole, ma uomini sempre. Il legislatore volle lasciare loro il diritto di ricorrere alla legge, di querelarsi delle battiture al podestà; e ciò forse anche per togliere la contradizione implicita nelle costituzioni di Federico II e negli statuti di Siena e di Ivrea. Certo, era molto difficile mantenersi ne’ limiti, chi avesse voluto punire da sè un giullare maldicente, villano o ingiuriatore. Si fa presto a dire, si deve battere ma non con ferro; si può frustare fino al sangue, ma il frustato non deve versare in pericolo di vita. Queste leggi eran crudeli, anche trattandosi di ribaldi, di meretrici, non che di giullari. Quando il legislatore condanna chi batte un giul lare, suo pensiero è di porre un freno a una crudeltà indegna di gente civile e umana. L’Adriani, inoltre, vuol trovare una prova della poca stima in cui eran tenuti i giullari nel fatto che non pagavan tasse. Ora ciò prova appunto il contrario. Infatti una disposizione simile troviamo negli statuti del Comune di Parma dell’anno 1266, in cui si ordina quod nulli nomini de curte auferatur aliqua colta seu dacia ab illis qui habitant in civitate, si continuam residenciam fecerit in civitate cura familia sua tamquam civis. [31]» Si potrebbe obbiettare che qui si tratta di homines de curte e non di giullari di una categoria inferiore; ma ricordiamo che, in un altro capitolo del medesimo statuto, si fanno concessioni importanti sia agli homines de curte  sia ai buffones [32].

Ritornando alla classificazione de’ giullari, diciamo che non ci pare possibile altra classificazione se non questa: da una parte i gentili, i moderati, i virtuosi, i savi, dall’altra quelli «anzi scelorati che no», di cui si parla nel Novellino e dal Sacchetti. [33] Le disposizioni che abbiamo trovate negli statuti si spiegano appunto pensando che esse riguardavano la parte più rozza e plebea della classe giullaresca. La stessa terminologia sta a indicare che fra essi le gradazioni eran molte e le diversità grandissime, giacché in Salimbene troviamo usati, spesso con significato differente histriones, joculatores, homines de curia; nel poemetto Bovo d’Antona, troviamo, con attribuzioni differenti, nobili cantadori, bufoni, çublar [34] rello statuto di Parma l’homo de curte sta di fronte al buffo. Questa terminologia, però, si confonde ben presto e servirsene sarebbe come mettersi per una via senza uscita [35].

Nelle Cento Novelle una distinzione sottintesa fra giullari e uomini di corte si scorge sempre. I giullari, o giucolari, sono maldicenti, bugiardi, adulatori, parassiti, avidi di danaro, vanno alla caccia di robe e di palafreni. Un giullare entra in società con Domeneddio; ma è uno sleale e la società si scioglie; un cavaliere prima regala un fiorino d’oro a un giullare e poi glielo toglie, che « lo si teneva in maggiore onore »; un altro cavaliere dice apertamente che « in cuore di giullare non puote discendere signoria di cittade. Il suo pensiero è di argento e d’ oro ».

Ma accanto a questi giullari che mentiscono, veramente qualche volta, qualche altra magis studio delectandi quam voluntate decipiendi [36], sfrontati, ladri [37], troviamo quelli che l’anonimo autore chiama uomini di corte, pronti sempre a rintuzzare qualunque insinuazione maligna, come Saladino, grandissimi e arguti favellatori sempre, non poche volte nobili e molto savi, come Marco Lombardo, il quale era « savissimo uom di corte più che niuno di suo mestiere fosse mai »; nobilmente orgogliosi, come quel messer Boriuolo che, insultato da un donzello, dice sdegnosamente che egli a certe ingiurie non risponde; o geniali orditori di burle, come quel Bito Fiorentino, « bello uomo di corte », che l’accocca così destramente a un certo vecchio ser Frulli, «iscarsissimo e sfidato» [38]. Per lo più il giullare è « nesciente persona appo » l’uomo di corte; e se vogliamo credere al Rezasco, i giullari mangiavano a terra, dinanzi alle tavole, gli uomini di corte sedevano a mensa con i cavalieri [39].

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Pensando al giullare ci vien fatto di pensare, quasi naturalmente, a un farsetto ornato di sonagli, a un paio di brache di colori sgargianti, a un berretto a imbuto, bellamente guernito anch’esso di sonagli e di una vistosa cresta di penne di gallo o di pavone. È l’impressione delle letture della nostra prima adolescenza, di quei romanzi, di quelle novelle in versi, nelle quali il giullare, il menestrello, aveva una parte non secondaria, accompagnando il protagonista nelle feste, ne’ tornei, ne’ giudizi di Dio, e cantando sotto il verone delle belle rinchiuse i suoi versi d’amore. Oh simpatico e caro Tremacoldo! Ora, se togliamo i sonagli, che non eran comuni, il ritratto non è molto difforme dal vero, perchè i giullari usavano realmente portar abiti speciali , diversi dagli altri cittadini. Non sappiamo se, anche in Italia e nel 200, essi avessero l’uso di radersi i capelli e la barba, come alcuni loro confratelli francesi [40]. È possibile che quelli dell’infima classe portassero i capelli e la barba acconciata in certo modo o rasa del tutto, com’è certo, d’altra parte, che gli uomini di corte più rispettati vestivano alla maniera comune. I più dei giullari usavano un portamento e abiti adatti alla loro indole fastosa e bizzarra. Le vesti eran quasi sempre di seta vergata di diversi colori, ornate di molti e sfoggiati nodi di nastro, strette ai fianchi con fascia ricchissima; copriva il capo un tocco con penne di pavone, negligentemente buttato all’indietro [41]. Questo vestito era spesso ornato di pietre preziose e di oro; ma questo e quelle eran sempre o quasi sempre false. Però sempre, e in ciò stava la caratteristica del giullare, quod proprie iocularium erat, un tale vestito era formato di diversi colori e abbastanza appariscenti: ab utroque latere divisis, item mixtis coloribus, vestimenta variabant, come è detto nella vita di san Beraldo [42]. Questo costume non doveva fare una buona impressione a’ contemporanei, presso a poco come noi non crederemmo mai confacente a un uomo serio il costume di un pagliaccio, di un saltimbanco, di un pulcinella. Più volte Salimbene manifesta la sua antipatia per gli abiti « vergati », come dice il Novellino [43]; il vestire tali panni era proibito, pena la sospensione a’ chierici [44], e in generale non era ritenuta cosa degna di un uomo grave e modesto. L’imperatore Federico Barbarossa dà del matto a un vecchio, solo perchè vestito di « vergato. [45]» Ma i giullari, sempre quelli di una categoria inferiore, continuarono a vestir quei panni che la necessità del mestiere richiedeva. E poi, che cosa importava se il vestito faceva ridere? O non cercavan questo, divertire, far ridere, in ogni modo e con tutte le arti possibili? Quando il pubblico s’era divertito e aveva riso, nelle loro tasche il danaro non faceva difetto: era quello che il giullare e la sua famiglia desiderava.

La sua famiglia? Ma ne avevano una i giullari? Potevano, dopo aver divertito la plebe sulle piazze con giuochi di prestigio, con salti mortali, recitando storie allegre o avventure d’armi e d’amore, dopo aver rallegrato gli ozi di signori e di gentildonne, sonando il liuto, la viola, o cantando sirventesi e cantilene, potevan ritirarsi a godere la calma della loro casa, fra la moglie e i figli? Noi non esitiamo a rispondere: il giullare aveva, o poteva avere, una casa propria, poteva crearsi una famiglia. Quando rincasava, c’era la moglie che l’aspettava, pronta ad accoglierlo con un sorriso se tornava col sac enflé, ad abbracciarlo, a torcere il collo a una coppia di pollastri; ma più lesta a imbronciarsi, a fargli il viso dell’armi, se aveva la sfortuna di rincasare con la bourse desgarnie [46]. Quando un signore faceva a un giullare larghi doni, non ne dimenticava la moglie; ne’ salvacondotti che il giullare si procurava, era raccomandato lui cum sua familia [47]. Lo Statuto di Parma esonerava da dazi e da decime l’uomo di corte, si continuam residenciam fecerit in civitate cum familia sua tamquam civis [48]. Ma l’uomo di corte di cui si parla dallo statuto, si trova in una condizione speciale. Non tutt’i giullari potevano metter profonde radici in un paese; i più erano scurrae tagi, giullari vaganti di corte in corte, di piazza in piazza, divertendo ogni specie di pubblico e accettando ogni specie di dono. Il giullare doveva correre dove più liberali erano i signori, e dovunque si teneva corte bandita in occasione di nozze, di cavaliere novello o di altra festa pubblica o privata. Alcuni lasciavan le famiglie, sperando di ritornarvi col sac enflé, altri conducevan con sè la moglie e i figli, che davano una mano a sbarcare il lunario. Drusiana, nell’andare in cerca del marito, traveste sè e i figli a modo di giullare:

a modo de çublara va cercando le contrà;

li fioli balava e ella l’arpa sonà [49].

Nè deve maravigliare l’esistenza di giullaresse, çublare. Già abbiamo sentito gli statuti di Ivrea e di Vercelli parlare di ioculatrices e di zuglaresae. È come a’ giorni nostri, che in tutte le compagnie di saltimbanchi ci sono ballerine, danzatrici di corda, suonatrici. Così nel medio evo accanto a’ giullari, a’ menestrelli, a’ cantastorie, c’eran le giullaresse, le menestriere, le cantatrici, con le quali la Chiesa non si mostrò meno severa che co’ giullari. Fin dal secolo IX i preti non dovevan permettere che si facessero dinanzi a loro turpia ioca cum urso et tornatricibus, ballerine [50]. I predicatori e i Penitenziali sono più severi. Uno dice: come l’uccellatore pone ne’ lacci o nella rete aviculam unam doctam nell’attirar gli altri uccelli co’ battiti delle ali e col canto, così il diavolo si serve delle giullaresse, e in particolar modo di quelle che sanno cantare, per attirare le altre anime e condurle alla dannazione. Un altro esce nell’aforismo: cantatrix cappellana est dyaboli. Esse portano delle campanelle, a guisa di vacche, sentendo le quali il diavolo si accorge di non aver perduta la sua vacca [51]. ‒ Troviamo le solite esagerazioni, rozzamente e grottescamente colorite, di tutti gli anatemi scagliati contro gli istrioni, i mimi, i giocolieri, ministri diaboli, anch’essi [52]. La Chiesa non transige, quando si tratta della moralità e del costume. Eccone una prova che getterà una nuova luce su’ rapporti coniugali de’ giullari. Si sa benissimo che la Chiesa ha cercato sempre di mantenere a ogni costo l’unità del matrimonio. Ebbene la Chiesa permette alle mogli de’ giullari di non seguire i mariti. « Se il giullare ha moglie e vuole che essa vada raminga con lui e lo segua per taverne e case da giuoco, la donna non è tenuta a seguire il marito in questa vita turpe e disonesta; si velit honeste vivere et vir inhoneste et circuire vicos et villas, non tenetur eum sequi [53].

Dal canto loro i giullari, mentre predicatori e confessori cercavan, con ogni mezzo e con tutti gli anatemi, la morte di quei peccatori impenitenti, giacché di ravvedimento non era da parlare, continuavano a unirsi a due, a tre, a compagnie intere e andavano di paese in paese, facendo mostra di lor valentia. In Francia il cantor iocularis si trova spesso unito cum suo sodali [54]; in Provenza Elias de Barjols si fece giullare, et accompagnet se com un autre que avia nom Olivier [55], e andaron lungo tempo per le corti; in Italia, Pietro della Mula afferma che i giullari andavan in giro

.   .   .   .   cridan dui e dui

Datz me, que joglars sui [56].

Erano le esigenze del mestiere che richiedevano la società di due o più giullari. Il ballerino aveva bisogno di chi accompagnasse le sue danze col suono. Ricordate il modo come Drusiana andava cercando le contrà? Essa sonava e li fioli balava. Spesso, anche quelli che cantavano, avevano un compagno che sonava la viola o altro strumento; così nel romanzo di Flamenca l’anonimo autore scrive che, mentre un giullare diceva le parole, un altro accompagnava:

Pus diz los motz et l’autrels nota [57].

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In questa vita randagia, incominciata qualche volta da bambino, qualche altra quando già aveva l’uso di ragione e col pensiero volto al guadagno, il giullare preferiva di cambiar nome e prendere un nomignolo. Per esempio, sono certamente nomignoli quelli di Stecchi, di Martellino, « tanto piacevoli buffoni, quanto la natura potesse fare » [58], de’ quali parlano il Sacchetti e il Boccaccio [59], che dà loro per compagno un tal Marchese. Agnolo Moronti, uomo di corte rinomato, era conosciuto col nome di Agnolo Doglioso [60]. Del resto senza andare troppo in là, verso gli ultimi anni del secolo XII e i primi del XIII, troviamo nomignoli che sono, qualche volta, per se stessi lepidissimi. Avviene il medesimo fatto in tutto il mondo romanzo. Solo di giullari francesi si conoscono una trentina di nomignoli: Cattivo-uccello, ricordato quasi con riverenza in un poema francese del secolo XIII, il Pelato, Quattro-uova, Malparato, Rodifegato, Portagerla, Cattiva-bocca, Malabranca. In Italia troviamo giullari che si facevano chiamare Pica, Malanotte, Maldicorpo, tutti del secolo XII. Il perchè, poi, i giullari assumessero questi nomignoli che suonano a un orecchio moderno così strani, sarebbe facile intendere, anche se non ce lo dicesse un contemporaneo, Boncompagno: ystrjones sibi nomina iocosa imponunt, vel quod per diversitatem nominimi sint magis famosi aut quod de suo nomine trahant materiam conjocandi, aut audenties provocentur ad risum [61].

Il giullare, per divertire il pubblico, incomincia col farsi beffa di se stesso; moque soi, come scriveva Brunetto Latini. Cambiatosi il nome, divenuto esperto « nell’arte cortigiana [62] », il giullare si presenta al pubblico della piazza, del castello, della corte. Quale accoglienza gli farà la società in cui dovrà vivere? Quale sarà la sua sorte? In che relazione egli si troverà con persone di diversi gradi sociali, di diversa condizione, di diverso ufficio? Quale posto occuperà nella vita comunale e quali saranno i suoi uffici più importanti? Tutte quistioni che noi cercheremo di risolvere in una rapida sintesi, ma, il più che potremo, documentata.

Capitolo II.

Cenno sulle condizioni politiche dell’Italia nel 200. - Il giullare presso re, imperatori e grandi feudatari. - Mecenatismo feudale cavalleresco.

Quante e quali mutazioni e varietà di governi nella prima metà e fra la prima e la seconda metà del secolo XIII. Nell’Italia meridionale, dal 1200 al 1250, una grande monarchia e un grande principe; nell’Italia media il governo teocratico de’ Pontefici, molti liberi comuni, una repubblica già fiorente, una città che si avvia a grande stato; nell’alta Italia

fra tirannia si vive e stato franco:

comuni e repubbliche ricche e potenti accanto a vecchie signorie feudali e a signorie nuove, sorte di fra le contese e le fazioni sulle ruine de’ liberi comuni.

Federico II, al cominciare del nuovo secolo, aveva sei anni; orfano, ebbe a tutore lontano un pontefice, a educatore vicino un cardinale; e per consiglio di reggenza un collegio di arcivescovi e di vescovi. Ma Federico adulto fallì alle speranze messe in lui bambino: il pupillo dimenticò le cure, del resto interessate, del tutore. Si riapre la secolare lotta fra il papato e l’impero: fra i due, i Comuni si dividono, come già nel secolo precedente nella contesa contro il Barbarossa; e alcuni prendono partito per Federico II, altri per Gregorio IX e Innocenzo IV. Altre contese più ingloriose registra intanto la storia: quelle di un comune contro un altro comune, di una repubblica contro un’altra repubblica, e quelle, altrettanto ingloriose e più feroci, di signori feudali contro i liberi comuni. A questa attività bellicosa sorgeva accanto quella mirabile attività industriale e commerciale, per cui i nostri prodotti e i nostri mercanti, ottimi i primi, avventurosi i secondi, eran conosciuti in tutte le fiere e ne’ paesi più remoti. Ma, mentre i liberi figli del libero comune portavano il nome della loro città presso genti straniere, in Italia i liberi comuni si combattevan gli uni gli altri, o, quando le contese esterne quetavano, si frugavano nel loro medesimo seno e lo dilaniavano.

Ogni anno, al principio della primavera, il Comune metteva fuori il Carroccio e andava a depredare il comune vicino e nemico. Tempus autem quo solent reges ad bella procedere appellatur maius quia tunc est tempus tranquillum et jocundum et temperatura, in quo philomena cantum suum frequentat, et herba abuntanter invenitur pro bubus et equis [63]. A leggere questa descrizione ingenua di frate Salimbene, si sente, in quella semplicità che ricorda tempi primitivi, come un rimprovero e un rimpianto che strazia incoscientemente l’animo del buon monaco: la natura è bella, sembra che dica, perchè gli uomini sono cattivi? È il maggio: l’aria è tranquilla e gioconda e temperata: l’usignolo canta: nei prati abbonda l’erba. Cacciate dalle chiuse stalle i bovi e i cavalli a pascolar ne’ prati; staccate il pio bove dal carroccio, strumento di guerra, e attaccatelo all’aratro, strumento di pace.

Con queste parole di pace i grandi predicatori della prima metà del secolo XIII dovevan cercare di rimenar la concordia tra i feroci Comuni e i più feroci signori dell’Italia settentrionale , dove era una sequela miseranda di vendette spietate, di feroci rappresaglie, di depredazioni, stragi, incendi, terrore. Ma questi predicatori di concordia erano i medesimi o i compagni di que’ frati che a un ordine venuto da Roma predicavan la crociata, cioè la ribellione e la guerra, contro i nemici della Chiesa. La società italiana nel 200 si agita e si dibatte fra grandi antagonismi e grandi antitesi: l’antagonismo secolare del papa e dell’imperatore, dell’imperatore e de’ Comuni, la lotta de’ Comuni aspiranti a maggiori libertà contro i signori feudali gelosi del loro potere e dei loro privilegi ereditari. L’antitesi è finanche nelle anime agitate da un bisogno di pace, contro il quale si levano le ambizioni e lo spinto bellicoso del tempo. Il quale è il tempo delle grandi pacificazioni, benedette da frati entusiasti, nelle aperte pianure, sotto il sole: dopo le quali gli odi e le guerre divampano più terribili. Sorgono ordini monastici che si fanno strumento di inquisizioni e di crociate contro gli eretici, e che all’occorrenza sanno predicare la concordia, in nome di Cristo, a innumeri moltitudini.

Nella seconda metà del secolo si svolge nell’Italia meridionale il grande dramma della fine di una dinastia: due battaglie sanguinose, un assassinio politico, un’isola angariata che si leva in armi in un impeto mirabile di entusiasmo patriottico. Nella media e alta Italia continuano le lotte de’ Comuni fra loro; aumentano, ne’ Comuni stessi, le fazioni, le lotte civili, le ruine, che preparano e spianano la via agli ambiziosi signori, stavo per dire agli ambiziosi avvoltoi. Intanto frati semplici e illetterati continuano a andare in giro di città in città vestiti di sacchi neri, lunghi tino a’ piedi, con grandi croci rosse sul dorso e sul petto, come nelle pianete de’ sacerdoti, sonando terribilmente le loro tube e predicando nelle chiese e nelle piazze. Li seguiva una grande turba di fanciulli, di donne, di uomini, specialmente di infima condizione, con rami di albero e candele accese, e la processione passava nella folla che si accalcava sul cammino [64]. Ogni giorno si spandeva la voce di miracoli di nuovi santi. Così nel 1279 si sparse la lama dei grandi miracoli di un tal Alberto da Cremona, vini portator simul et potator nec non et peccator. Si incominciò a venerarlo in pubbliche chiese: e appunto in una chiesa, quella di San Pietro, a Parma, si trovavan le sue reliquie. La gente vi traeva in processione, cantando, portando croci e vessilli e donava porpore, baldacchini e molto denaro, che dividevan fra loro i compagni del defunto, portatores vini anch’essi. I preti, per meglio ottener le offerte dal popolo, facevan dipingere nelle loro chiese l’immagine di Alberto; e non solo nelle chiese, ma anche su’ muri e i portici della città; organizzavan pellegrinaggi da tutte le città della Lombardia. Queste devozioni per santi di nuovo conio, è un’osservazione di frate Salimbene, eran dovute parte agli infermi in cerca di sanità, parte a’ curiosi in cerca di novità, parte a’ chierici invidiosi dei nuovi ordini religiosi, parte a’ vescovi e a’ canonici che lucravano, con questi nuovi santi, di bei quattrini, parte anche a’ fuorusciti, i quali in occasione di nuovi miracoli speravan trovare perdono e pace [65]. L’osservazione ingenua di frate Salimbene ritrae a meraviglia uno dei lati della vita del 200, e non il meno singolare.

Inesatta, ripetiamo, è l’affermazione che il 200 sia stato fortemente atteggiato a unità: un Dio, un papa, un imperatore; il 200, che fu il periodo in cui le eresie pullularono: Valdesi. Catari, Paterini; e in cui lo stato di guerra durò ininterrotto, rasentando di molto lo stato di anarchia! Riepilogando, nel secolo XIII si ha una lotta continua, combattuta con bolle di scomunica e editti imperiali, e spesso anche con le armi, in campo aperto, fra papa e imperatore, imperatori e comuni, feudatari e feudatari, comuni e feudatari, comuni e comuni: nello stesso comune l’aristocrazia si divideva in fazioni, si univa contro il popolo; i popolani maggiori si rivolgevano contro i popolani minori. D’ogni parte è un affannarsi, un gareggiare nella lotta per i propri interessi, per il possesso e il godimento della terra, della ricchezza, del governo; e d’ogni parte vendette pubbliche e private, rappresaglie, esilii, stragi, usure. L’individualismo impera: l’uomo è artefice della sua vita, padrone della sua sorte, intraprendente, impulsivo, violento, intento al guadagno [66]. Tale è la società di quel tempo; in mezzo a una tale società dovevan vivere i giullari, quegli uomini di corte, di cui ci occupiamo.

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Prima che altrove, bisogna ricercare e studiare l’uomo di corte nella reggia e al seguito di Federico II. Generalmente, nel medio evo, il luogo prediletto, dove i giullari accorrevan più numerosi, eran le corti de’ principi. Giacomo II, re di Majorca, mentre la Chiesa scagliava fulmini contro i giullari, sentenziava: in domibus Principum, ut tradit antiquitas, mimi, seu ioculatores licite possunt esse. Nam illorum officium tribuit laetitiam [67]. Rigordo, lo storiografo di Filippo Augusto, re di Francia, che aveva bandito nel 1180 i giullari dal regno, per la loro licenza, afferma che nelle corti de’ re e degli altri principi soleva convenire frequens turba histrionum per estorcer loro aurum, argentum, equos seu vestes [68]. Qualche volta erano i principi che invitavano i giullari, come Riccardo I, che de regno Francorum cantores et ioculatores muneribus allexerat, ut de illo canerent in plateis [69]. Ma i giullari (e ricordiamo a questo punto che per giullari intendiamo sia l’amabile e infaticabile narratore di novelle e opportuno dicitore di bei motti, l’uomo di corte, sia il semplice e umile giocoliere) accorrevan spontaneamente presso quei principi che eran più in grido di cortesi, munifici e sollazzevoli. Ora nessun principe fu più cortese e più munifico di Federico II, l’imperatore che i posteri dipinsero « acconcio a ogni impresa e ad ogni voluttà », e circondato da un serraglio di belle schiave e da un’accademia di savi maomettani, di trovatori e di giullari [70]. Quanto a’ contemporanei, ecco quale ritratto ne fa l’anonimo autore del Novellino, per tacere de’ cento trovatori che Federico magnificarono vivo, morto compiansero:

« Lo ’mperadore Federico fu nobilissimo signore, e la gente che aveva bontade venia a lui da tutte parti, perchè donava volentieri, e mostrava belli sembianti a chi avesse alcuna speciale bontà. A lui venieno sonatori, trovatori e belli favellatori, uomini d’arte (di corte?), giostratori, schermitori, d’ogni maniera gente [71]».

E altrove l’anonimo scrittore chiama Federico « specchio del mondo in parlare ed in costumi, ed amò molto delicato parlare [72]». Salimbene che ci diede, egli frate minore, un ritratto imparziale del grande nemico di Gregorio IX e di Innocenzo IV, lo chiama solatiosus, iocundus, delitiosus [73]. E in un altro luogo della sua cronaca scrive: Imperator derisiones et solatia et convitia ioculatorum sustinebat, et audiebat impune et frequenter dissimulabat se audire. L’imparziale frate, rilevando questa indulgente bontà d’animo di Federico, aggiunge: quod est contra illos qui statim volunt se ulcisci de iniuriis sibi factis. Fra l’altre, Salimbene racconta che Federico aveva un giullare, ex his qui dicuntur milites curiae, chiamato Dallio e gobbo. Stando a Cremona, dopo la distruzione di Vittoria, la città edificata contro la guelfa Parma e da’ Parmensi distrutta, l’imperatore si mise a scherzare con Dallio. I tempi volgevan tristi per i ghibellini d’Italia e per l’impero; ma Federico amava lo scherzo, le facezie, i buoni motti e i savi responsi. Mise una mano sulla gobba di Dallio e gli domandò: ‒ Quando apriremo questo scrignetto? ‒ Maestà! ‒ rispose pronto il giullare ‒ non ho la chiave, che l’ho perduta a Vittoria! ‒ Federico, aggiunge Salimbene, capì ma tacque, e Dallio non fu punito [74]. Questo è un aneddoto che può servir benissimo a dare maggior lume al carattere di Federico II, il quale, non lo dimentichiamo, era stato pure, anni prima, il promulgatore di una leggina tendente a reprimere appunto la petulanza e la malignità de’ giullari. Questi intanto continuarono a frequentare la corte de’ re di Napoli, anche quando, balzatovi dalla politica pontificia, salì sul trono di Manfredi Carlo, conte di Provenza. Si ricordi che questo principe, nella sua gioventù, era molto amante di giuochi, specialmente di tornei, giostre, tanto che Luigi, suo fratello e re di Francia, sembra l’aiutasse in quell’impresa di Napoli, appunto perchè Carlo gli turbava la pace del regno in torneamentis et aliis [75]. È vero che, conquistata l’Italia meridionale, allo scapato conte d’Angiò aveva tenuto dietro l’ipocrita e bacchettone re di Sicilia, come dice il Torraca. Gli ultimi e geniali re poeti di Soavia erano spenti, sembrava da molti anni: e la voce del gaio Manfredi e del biondo Corradino errava, pallida eco, dal co’ del ponte di Benevento e dalla piazza del Carmine, e si mischiava al rimpianto di trovatori e di giullari, che ripensavan mestamente alla munificenza degli ultimi Hoenstaufen. Di tratto in tratto, però, anche alla corte del severo e taciturno Carlo si tenevan giostre famose e convenivan celebri giullari. [76].

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Con quale libertà di parola il giullare Dallio potè rispondere all’imperatore Federico. Salimbene aggiunge: si tale convicium Icilino de Romano dixisset, fecit eum exoculari, aut cene suspendi [77]. Ezzelino non era uomo da sopportare sorridente una risposta che ferisse il suo orgoglio di soldato, ricordandogli una sconfitta che tante speranze aveva fatto svanire. Il feudatario ci si mostra più feroce e intransigente dell’imperatore. Ezzelino, però, fu feroce per natura, e la sua crudeltà verso il giullare maligno sarebbe stata una esagerata ma giusta punizione della malignità di costui. Non così, al contrario, si possono giustificare le crudeltà di altri feudatari, feroci solo per l’inumano bisogno di ridere, di divertirsi a ogni costo. A leggere di certi atti e burle crudeli di feudatari medievali, sembra di ritornare a’ tempi di Caligola, quando questo imperatore faceva frustare i suoi cantanti e poi stava lì, a udirli e a lodarne la voce, anche ne’ gemiti, soavissima [78]. Così di Guido Guerra, marito della « buona Gualdrada », si narra che fu gran protettore e talvolta maltrattatore di giullari. Ne aveva tanti che riuscivan di somma molestia a’ pacifici cittadini, costretti a ricorrere al Pontefice. Un giorno giunse al palazzo di Guido un giullare che disse chiamarsi Pica, e lo stravagante signore volle che si  arrampicasse sopra un albero, e, quando gli ebbe ubbidito, gli comandò di lanciarsi nel vuoto, per volare come l’uccello di cui portava il nome. Un’altra volta capitarono alla medesima corte due giullari insieme, Malanotte e Maldicorpo. E Guido obbligò il primo a stare tutta la notte all’aperto, sotto la neve e sotto la sferza del vento, perchè avesse la mala notte; al secondo fece accendere intorno due cataste di legna, perchè guarisse del mal di corpo. Boncompagno che riporta questi aneddoti, dice che il sollazzevole conte palatino volle prendersi gioco del nome di questi poveretti: ex nominum, interpretationibus ioculatores derisit [79]. Di burle feroci contro i giullari si dilettò anche un marchese di Monferrato, di quella casa, cioè che nel 200 diede grandi mecenati di trovatori e di giullari [80]. Molto probabilmente questi poveri diavoli venivan regalati anche in modo più liberale del solito, come ricompensa del loro spavento. Pane e bastone, ecco la loro sorte, a dir vero, non invidiabile. Fortunatamente i feudatari non eran tutti dello stampo del conte Guido e del marchese di Monferrato. E poi, è bene notarlo, eran bersaglio delle burle raccontate soltanto giullari di una categoria inferiore. Il giullare che sapeva sonare con garbo e cantare con voce dolce e melodiosa, il giullare artista, era ben altrimenti accolto e rispettato. Le grandi corti feudali della vallata del Po facevano a gara nell’accogliere questi giullari; e se ce ne furono di stranieri, di provenzali soprattutto, accorrenti a cercar « facili avventure d’amore e più facili protezioni [81]» nelle corti ghibelline dell’alta Italia, non mancaron di sicuro giullari italiani. I marchesi di Monferrato, i Malaspina, i conti di San Bonifacio, i marchesi d’Este, i Traversari, i Da Romano, aprivan le loro porte a ogni specie di giullari, con preferenza a quelli che avevan più merito. Rambaldo di Vaqueiras, il fortunato iocglar, com’egli stesso si chiama, onorato da Bonifacio di Monferrato e amato dalla sorella di lui Beatrice, così loda il marchese, suo benefattore :

« Alessandro vi lasciò la sua liberalità, Orlando e i dieci paladini il coraggio, il prode Beraldo galanteria e gentil parlare. Nella vostra corte regna ogni sollazzo, donare, galanteria, bel vestire, ben armarsi, trombe, giuochi, viole e canti. Nelle ore de’ conviti non vi piacque mai alcun portiere, ... e io posso vantarmi che nella vostra corte ho conosciuto che sia ben comportarsi [82]».

Lo stesso Rambaldo, anni prima, da una sdegnosetta donna genovese a cui chiedeva provenzalescamente amore, era stato mandato a farsi.... regalare un ronzino da Obizzino, forse Obizzino Malaspina, uno di quelli che accoglievan trovatori, giullari e uomini di corte e li vestivano e li regalavano di belle cavalcature [83]. E appunto un Malaspina, Guglielmo, fu lodato nel 1220 in un pianto da Amerigo di Pegulhan

« Fu maestro e specchio d’ogni bene. Al parer mio, Alessandro non fu mai tanto liberale di vivande e di danaro, perché egli non disse mai no a nessuno. Da lontane contrade venivano a lui guerrieri e giullari di merito, perchè li sapeva onorare e tener cari meglio di ogni altro principe, di qua e di là dal mare [84]».

E più tardi il trovatore dice addirittura che uno stuolo di giullari andava verso Malaspina, dove non sarebbe stata chiusa loro certamente la porta in faccia [85]. È una specie di mecenatismo feudale cavalleresco, al quale non sanno sottrarsi neanche signori tristamente celebri per opere di sangue, amanti di essere e di sembrar cortesi nell’accogliere e larghi nel donare. Famosi protettori di trovatori e di giullari furono Alberico e Ezzelino da Romano; il primo, poeta anch’egli, è chiamato da Salimbene membrum diaboli et filius iniquitatis, il secondo, peior homo de mundo, peggiore di Nerone, di Decio, di Diocleziano, di Massimiano, e anche (è un frate che parla) di Erode [86]. Degna tristamente di menzione, fra le tante crudeltà di Ezzelino, è questa. In un sol giorno, nel campo di san Giorgio a Verona, fece bruciare undici mila Padovani in una gran casa, dove gli aveva rinchiusi ed ammassati; et circa eos, dum cremarentur, cum militibus suis, cantando, hastiludium faciebat [87]. Cantando! È un episodio che gitta uno sprazzo di luce sinistra sur una gran parte della società duecentesca. Le guerre si alternano con le corti bandite; si posa la spada per l’archetto del violino; si dà il nome di Marca amorosa o gioiosa a quella Marca Trivigiana che vide le guerre più sanguinose, i delitti più efferati, le vendette più spietate. Tragico contrasto: atrocità e cortesie insieme; canti e giuochi e tornei intorno a un palazzo in cui brucian vivi centinaia di prigionieri di guerra.

Capitolo III.

Giullari e Trovatori. ‒ Loro contrasti e tenzoni. ‒ Il « vanto ». ‒ Ingiurie di trovatori a giullari e di giullari a trovatori. ‒ La filippica di un poeta contro i giullari.

In un romanzo provenzale della metà del 200, al quale si è dato il titolo di Roman de Flamenco, è descritto un convito di nozze: quelle della giovine Flamenca con un gran signore. Ebbene, a questi sponsali immaginari, il poeta fa intervenire ben millecinquecento giullari, i quali dice l’anonimo autore, a banchetto finito, si alzarono, ognuno desideroso di farsi ascoltare.

Poissas levet hora las toallas....

Apres si levon li juglar:

eascus se voi faire auzir [88].

Canzoni, discordi, lai, si sentiva ogni specie di componimento lirico e epico: e poi, suoni di viole, di arpe, di flauti, di pifferi, di gighe, di rote, di zampognette, di pive, di cornamuse, di cennamelle, di mandole, di salterii: e, accanto a’ poeti e a’ sonatori, i burattinai, i giocatori di coltelli, i danzatori di corda, i ballerini. Immaginiamo la gara fra tutta questa gente per avere ognuno il maggior numero possibile di ascoltatori e di ammiratori, la medesima gara che, nel mondo reale, c’era fra gli uomini di corte, frequentatori assidui, anche quando non v’eran nozze o corti bandite, de’ castelli e de’ palazzi di nobili e liberali signori. Il gran numero di essi, il mestiere, in certo modo, diverso, la diversa fortuna e accoglienza, destava invidie, gelosie, rivalità, gare senza fine. I giullari, seguendo le norme di quei mercanti che essi dovevano incontrare spesso ne’ loro pellegrinaggi e nelle fiere, incominciarono a vantare sè e la propria merce e a deprimere quella de’ rivali. Ne nacque una composizione speciale: « il vanto », in cui il giullare mette in mostra agli occhi, o meglio, agli orecchi del pubblico, la sua merce; enumera le svariatissime abilità ch’egli possiede, o che, piuttosto, pretende di possedere. Spesso son due giullari che si trovan di fronte e allora non è solo un vanto personale o una mostra: è una filza sconfortante d’ingiurie. Nascono così, quei favolelli, come i Dos trouveors ribauz, che sono quasi spunto di una scena e di un dialogo drammatico. E forse non è esagerata l’ipotesi del Rajna, il quale crede che tali componimenti erano realmente rappresentati da un giullare attore, che, per divertir il pubblico, si svillaneggiava col compagno e spartiva con esso, in ultimo, il denaro [89].

Nelle corti de’ signori feudali il giullare di una categoria inferiore si trova a contatto con quello di una categoria superiore; il giullare ignorante o semignorante col giullare colto, istruito, bel parlatore; il giullare che a mala pena sa sonar uno strumento e che è costretto a chiedere al trovatore la canzone da cantare per castelli e corti, con quello che sa trovar il suono e il motto, che è musico e poeta, col trovatore perfetto, in una parola. Allora questi posa a maestro e ingiuria il povero giullare: Bertrand de Paris attacca il giullare Guardo, Guirautz de Cabreira dà una patente di asinità in piena regola a « Cabra juglar » e lo manda in ultimo, fraternamente, « a urtar al mouton [90]». Tali ingiurie sembrano un riflesso pallido di quelle ben più violente, che i giullari e i trovatori si scambiavan fra loro nelle corti, su le piazze, nelle taverne, dove spesso finivano col rompersi a vicenda le teste, tirandosi fiaschi di vino e pezzi di pan duro [91]. Di questo antagonismo, chiamiamolo così, ci son restate molte prove. Verso il 1240 un povero giullare di nome Messonget, che viveva alla corte de’ signori da Romano, domandò a Ugo di Saint Circ, il quale stava presso i medesimi signori, un sirventese. E se l’ebbe; ma era quale egli non avrebbe mai chiesto e non si sarebbe mai aspettato. Dice il trovatore:

« Messonget, tu mi hai chiesto un sirventese e io te lo vo’ dare al più presto che io potrò.... altro non ti potrò dare, che non l’ho, nè s’io l’avessi, te ne sarei cortese, perchè se valesse mille marchi, a te non frutterebbe un soldo ».

Messonget è il vero tipo del giullare, secondo il Riquier, colui, cioè, che non compone egli stesso canzoni e versi, ma li chiede a un trovatore e li va cantando per le corti. Ugo di Saint Circ ha preso a strapazzarcelo dicendo che ogni cosa, ogni poesia, anche del più gran pregio, lo perde nelle mani e sulla bocca del nostro giullare.

« In te non è alcuna delle qualità di un buon giullare; il tuo canto non vile e non piace, e il tuo parlare è folle, antipatica la tua follia, meschina la tua giuliana, tanto che se non fosse don Alberico e il marchese d’Este, nessun uomo ti darebbe ricovero ».

È una sequela di colpi, uno più forte dell’altro.

« Però di quello che ora più piace, hai più che mai non avessi: follia cioè e sciocchezza ».

Ecco spuntare fra le invettive, il rimpianto di un’età passata, quando piaceva soltanto cortesia e pregio e valore e ingegno, e il rimprovero di una età presente degenere, in cui piacciono e fan fortuna i folli e gli sciocchi: il poeta annunzia la fine del regno del giullare artista e la presenza dominatrice del giullare buffone, che diverte con i suoi lazzi sciocchi e con la sua follia simulata. E il trovatore Ugo conchiude:

« Tale razza di giullari attirano il biasimo su’ signori che gli ospitano e fanno loro del bene. Meglio varrebbe per un signore avere in corte un bravo balestriere malvagio da opporre a’ suoi nemici che un giullare della specie di Messonget [92]».

I sirventesi di trovatori contro i giullari sono molti e tutti s’accordano nel rimpiangere e nel lamentare la prevalenza e la preferenza de’ giullari di una classe inferiore. Si dirà che in questi lamenti, in questi rimpianti, entra in piccola o gran parte l’invidia, la gelosia, il veder trascurati sè e quella poesia che aveva tenuto il campo. E sarà pure; ma ciò non toglie che, almeno in parte, gli sconci lamentati dal trovatore siano reali e non ci è lecito dubitare che quei lamenti, quel rimpianto del passato non sia sincero. Quando Amerigo de Pegulhan esclama: Li fol e il put e il filol creison trop, e no mes bel, noi non abbiamo il diritto di non creder sincero il rammarico del poeta. E quando aggiunge: Greu mes, car hom lor acol-e non lor en fai revel, non dobbiamo credere che egli dica così soltanto per gelosia di mestiere. Ci sarà entrata anche questa, non dico di no, ma in parte solo, non in tutto.

« I vili giullaretti novelli », dice il nostro Amerigo, « noiosi e mal parlanti, si fanno un po’ troppo innanzi, e già i morditori sono per uno di noi, due di loro, e non è chi li biasimi [93]».

Amerigo di Pegulhan scriveva il suo sirventese in Italia, e i croi joglaret novel, di cui parla vivono e sono bene accolti da signori italiani, in corti italiane: aitals vassals tal seignor, come dice il nostro trovatore; e Dieus lor done vit’eterna [94].

Un anonimo così si scagliava contro i giullari:

« Molta noia ho d’una gente paltoniera, che ha invasa tutta la Lombardia, sì che uno non sa a t hi si dona e chi chiede, ma, come orbo che lancia pietre, donan robe e ronzini a gente che non conosce se non fame, freddo e fatiche [95]».

Un trovatore italiano, Pietro della Mula, aggiunge al coro la sua voce:

« Questi giullari diventano ogni dì più noiosi; meno valgono e più vogliono essere stimati; sono già tanti nel mondo che sono più numerosi che lepratti ».

E continua affermando che sono più pesanti del piombo; dice di non pregiarli una rapa; li chiama vili e ribaldi; e crede grande balordaggine dar loro da mangiare e da bere [96]. Ora con tutte queste invettive la pazienza sarebbe scappata a un santo, non che a un giullare, che pazienza ne doveva aver poco, e quel che più monta nel nostro caso, ci sono dipinti linguacciuti, maldicenti, dagli stessi avversari trovatori. Le risposte ebbero a essere abbastanza vivaci, almeno a giudicare da una che è giunta fino a noi. Pare che l’anonimo giullare voglia rispondere al sirventese di Pietro della Mula:

« Mi sembra che farebbe molto bene a non cantare, chi potesse farne di meno, dal momento che non c’è ubriacone o bevitore che tra i Lombardi non faccia sirventesi. Ne fa sinanche Pietro della Mula, quando il vino gli dà alla testa: una famosa spugna costui che asciuga parecchi nappi al giorno ben colmi e grandi [97]».

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Amerigo de Pegulhan, Ugo di Saint Circ, Pietro della Mula negarono ogni lampo d’ingegno ai giullari, i quali non meritavano, stando alle loro affermazioni, la stima e le accoglienze e, meno di ogni altra cosa, i donativi de’ signori, perchè erano sciocchi, folli, gente di niun conto ni una parola. Un poeta-teologo [98], Matfres Ermengaus, doveva però scrivere contro i giullari in generale, valenti o ignoranti, un famoso atto d’accusa, che mette conto di trascriver qui interamente:

« I giullari che san cantare, ballare, sonare, incantar la gente e far altra giullaria, peccano in quanto non mirano notte e giorno se non alla mondana vanità, alla follia, al peccato. »

Se il trovatore non era un predicatore, ne ha ben preso l’aria con questo suo esordio dove si parla di vanità mondana, (vanitas vanitatum!), di follia e di peccato.

« Essi fanno starsene la gente oziosa a guardare, mentre dovrebbero fare qualche po’ di bene; e poiché si donan loro volentieri roba e danaro, dicono scientemente lusingherie per ingannar gli stolti. Infatti dicon nell’orecchio di uno e in sua presenza gridano: « Viva, viva monsignore, fonte di gioia, di prodezza, di donare, di larghezza, che ogni uomo deve voler nominare per addolcirsi la bocca, e perchè chi lo nomina o l’incontra o lo vede o l’ode, gli viene una gran buona ventura, tanto gli è di natura buona. »

A dir vero lodi più sperticate non potevan uscire dalla bocca di un giullare, che in questo mestiere doveva dar dei punti ai più perfetti adulatori. Lo riconosce lo stesso Ermengaus.

« E altre adulazioni vi diranno i maliziosi, molto più ch’io non sappia dire, con inganno e bugie e con mortifera avarizia, sottraendo l’altrui ricchezza; perchè, ciò facendo, mirano a robe e a danaro. E ben dicono, scientemente, molte lodi di un uomo, mentendo. E molte volte tengon per sciocco il donatore e dicono : ‒ « Gli è giusto che gli spilliamo qualche altra cosa ».

Come si vede, fino a questo punto il ritratto del giullare non è per niente lusinghiero: avaro, adulatore, menzognero, ingrato. Nè il ritratto diverrà più bello per le successive pennellate che il nostro trovatore, spietatamente severo, si accinge a darvi.

« E d’altra parte son maldicenti, quando trovano un uomo savio che li lascia buffare e gridare e non vuole dar loro il suo, e van dicendo ch’è un avaraccio ».

Il trovatore si affretta verso la fine; e accumula e condensa tutte le cattive qualità del giullare.

« I giullari dunque, facendo il loro mestiere, spendono malamente il loro tempo, perchè lo spendono in vanità e si glorieggiano nel peccato. E fanno gonfiar la gente e l’eccitano a mal fare e predicano notte e giorno che si segua il proprio capriccio. Adulatori sono e maldicenti e avari e ingrati, e sleali e menzogneri, e sboccati e puttanieri, e di solito giocatori, tavernieri e bevitori, e portano molte volte ambasciate di puttaneria, e alcuni di essi spesso stregano le persone con arte di diavolo, e alla maniera dell’inimico, fan notte e giorno questa predica: Ciascuno tenga il suo core gentile, seguendo i desideri carnali e la vanità mondana e non si curi nè di Dio nè dei comandamenti di esso, nè della santa scrittura [99]».

Ecco un bel pistolotto per una predica! Immaginarsi il buon successo di un sacro oratore che si fosse proposto dal pergamo di bandire una crociata contro la giullaria, terra ribelle ad anatemi di concili e di pontefici. Come si sarebbe accapponata la pelle de’ fedeli a sentir, press’a poco, affermare, con grande enfasi e sicurezza,,che i giullari sono il fior fiore dei ribaldi, e i naturali, benché piccoli, nemici di Dio e alleati del diavolo! Ma, bisogna convenirne, gli è una mediocre chiusa per una poesia, e forse una conclusione di capitolo, ben più mediocre ancora.

Capitolo IV.

Giullari e Prelati. ‒ Accoglienze liete e visi arcigni. ‒ Antagonismo fra giullari, preti e frati. -» I « Giullari di Dio ».

In un secolo in cui il Papato si levò vittorioso contro l’Impero, in cui numerosi eran quelli che si davano alla vita ecclesiastica, e in cui due nuovi ordini religiosi acquistaron per varie ragioni una importanza grandissima, il giullare non poteva non trovarsi in contatto con gente che pure costituiva una delle classi più importanti della società di allora. Ebbene, diciamolo subito: il giullare non fu guardato, in generale, di cattivo occhio. Specialmente fra quelli che costituivano il clero secolare, i nostri bravi e buoni ioculatores trovarono visi ridenti e franche accoglienze. Quanto a’ frati, fu un altro par di maniche, e noi vedremo che fra essi e i giullari si stabilisce ben presto un vero e proprio antagonismo. I vescovi, però, gli abati, accoglievano alle loro mense i giullari, ne ascoltavano più o meno volentieri i canti e le adulazioni, scherzavan con essi, qualche volta usavano indulgenza per qualche loro mancanza un po’ grave, o li vendicavano delle offese, anche leggiere, da essi per caso ricevute. Abbiamo già accennato al giullare che rubò un cucchiaio d’argento alla mensa dell’arcivescovo di Brescia, Roberto di Reggio. L’arcivescovo, uomo sollazzevole, vedendo il ladro nascondere il cucchiaio, pensò di giocargli un bel tiro; e, quando il servo andò in giro per raccogliere i cucchiai, disse: ‒ Darò il mio, quando avrò visto gli altri consegnare ognuno il suo. ‒ Così il giullare fu costretto a restituire il cucchiaio, l’arcivescovo si mostrò, qual era, amante dello scherzo, e usò indulgenza per il giullare colpevole [100]. I giullari erano anche ricevuti nelle badie, e, a quanto pare, pretendevan di esservi ben ricevuti e meglio trattati. Si racconta di un giullare il quale fu ospitato in una badia; ma il letto era duro e la cena magra. Egli se ne lagnò con l’abate il giorno dopo e questi gli diede soddisfazione, deponendo il padre guardiano [101]. Ma non sempre i giullari incontravan sulla loro strada vescovi ed abati così esemplari; a quale stregua, s’intende. C’eran di quelli, santi uomini, ma che avevano pretensioni musicali e letterarie; e allora il povero giullare correva il grave pericolo di rimetterci le braccia e la voce. Salimbene racconta l’aneddoto di un arcivescovo che egli dice valens homo in scientia et in cantu et in letteratura et in honesta et sancta vita. Un giorno un bravo giullare, dopo aver sonato la viola dinanzi a lui, gli va a chiedere qualche cosa; e l’arcivescovo gli risponde: ‒ Se vuoi desinare con me, tibi dabo amor Dei libenter; ma per il tuo canto e per la tua viola, non ti darò un centesimo. ‒ L’arcivescovo aggiunge anche il motivo del suo strano rifiuto: ‒ perchè so cantare e sonare la viola meglio di te! [102] ‒ Figuriamoci come rimase il povero giullare.

Ma di arcivescovi così puritani, o, se vogliamo, così orgogliosi della loro valentia, disposti a donare un più o meno magro desinare per amor di Dio e non pro cantu et viella, il numero non era grande; fortunatamente per i giullari! E noi li vediamo in bellissimo e cristiano accordo fra loro sin dal secolo XII. Verso gli ultimi anni di questo secolo fu scritta appunto la famosa cantilena giullaresca: Salva lo vescovo senato. Il giullare esercita, presso i prelati, il medesimo ufficio che presso i signori, giacché anche quelli, come questi, « dalla soverchia potenza e ricchezza, ricevevano per giusta correzione la tristezza e la noia [103] . I giullari, quindi, attendevano a rallegrarli con piacevolezze, arguzie, giuochi, canzoni, cogliendo di tratto in tratto il destro per dare una stoccata: un po’ di danaro, un vestito, un ronzino; stoccata assestatacon un bel garbo da abile  giullare. Si capisce che la stoccata andava condita con le lodi più sperticate, come l’affermare che il prelato, il vescovo, illuminava tutto il chiericato, che era destinato a esser sovrano di tutto il regno cristiano, che veniva difilato dal paradiso terrestre, e simili baie. Così appunto fa l’anonimo autore della cantilena a cui si è accennato. Egli, nelle sue peregrinazioni , era capitato presso il vescovo di Volterra, e per indurlo a dargli qualche cosa, una veste, un ronzino, racconta la buona ventura toccatagli alla corte di Grimaldesco, vescovo di Jesi. Prende dunque la viola e dopo un breve preludio che doveva sonare presso a poco così: ‒ Signori, buona gente, volete ascoltare la storia che vi voglio contare? Non è favola, è un caso capitato proprio a me, nelle parti della Marca ! ‒ incomincia a raccontare:

Salva lo vescovo senato

lo mellior c’unque sia nato,

ke da l’ora fue sagrato

tutt’allumina ’l chericato.

Nè fisolaco nè Cato

non fue si ringraziato.

El papa ll’à predestinato

per suo drudo più privato.

Suo gentile vescovato,

ben è cresciuto e melliorato.

E via di questo passo. Finalmente dopo le lodi più sperticate al vescovo Grimaldesco, dice che gli aveva chiesto un puledro con grande meraviglia dei presenti e che il dono gli era stato concesso, anche perchè egli aveva ricordato il vescovo di Volterra. E così adulando l’assente, non dimentica di adulare, senza averne l’aria, il presente, al quale dà a intendere che ad aver ricevuto il dono da Grimaldesco abbia contribuito l’aver fatto menzione di lui, vescovo di Volterra, cui raccontava la buona ventura. Gli dia un dono altrettanto magnifico, come il vescovo di Iesi, ed egli si ricorderà del buon Galgano, come si ricorda di Grimaldesco, che egli non cesserà mai di benedire, finché durerà nel mestiere del giullare:

di lui bendicer non finisco

mentr’en questo mondo tresco [104].

Iperbolico nelle lodi come ne’ ringraziamenti!

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Le relazioni fra giullari e prelati si fanno sempre più intime. Durante il pontificato di Alessandro IV (1254-61), fu tenuto a Ravenna un concilio, al quale, dice Salimbene, presero parte molti presbiteri, arcipresbiteri, canonici, ed altri chierici. Questi, fra l’altro, accusarono i Francescani e i Domenicani di non predicar le decime; accusa che Salimbene ribatte con queste parole:

« Noi intendiamo a predicare cose maggiori; in ogni modo non consigliamo di non pagar le decime. Tuttavia nella casa de’ prebendati c’ è tanta abbondanza che non veggo con quale coscienza osano predicare che sian pagate loro le decime, specialmente perchè danno le ricchezze della chiesa a’ parenti già ricchi, ad amasiis, alle concubine e Jocariis, più che a’ poveri di Cristo. Difatti, tutto l’anno, quando vado per l’elemosina, non posso avere un solo pane in casa costoro: ipsi vero potius congregationi hystrionum, sive joculatorum, se affabiles faciunt [105].

Ecco dunque il prete che, dimentico del suo ministero, abbandona i poveri di Cristo, cerca la compagnia di istrioni e di giullari, entra con essi in dimestichezza e mostra loro un viso affabile. E fossero soli questi vescovi e questi canonici che non hanno vergogna di entrare in familiarità con tale razza di persone; financo de’ frati ne cercano la peccaminosa compagnia. Oh vergogna! Frate Salimbene accusa i frati gaudenti di aver consumate le proprie ricchezze in vanità e banchetti e scialando con giullari [106].

Ma c’è qualche cosa di più grave: il prete alle volte prendeva l’abito del giullare e ne menava la vita scandalosa e indegna di un ministro di Dio. Sono gli scontenti, i ribelli, gli apostati, che, gettata alle ortiche la tonaca, rivolgono gli strali della loro satira contro il clero di cui avevan fatto parte. Il Papato non poteva restare indifferente e lanciò il rituale anatema: clerici qui... se ioculatores seu goliardos faciunt... careant omni privilegio clericali [107]. Il decreto è degli ultimi anni del 200 ed è dovuto a Bonifacio VIII. Ma già molti anni prima la Chiesa aveva trovato non scevri di pericoli questi rapporti fra giullari e preti e gli aveva severamente interdetti. Pare che fosse invalsa allora l’abitudine, quando i laici decorabantur cingulo militari seu nuptiis contrahebant, di trasmettere a’ preti de’ giullari, perchè provvedessero loro, come del resto si usava fra laici e laici. L’usanza aveva dovuto dar luogo a molti inconvenienti, se nel concilio di Ravenna del 1286 si sente il bisogno di stabilire ut nullus clericorum, quocunque fungatur honore vel statu, a talibus ioculatores et histriones transmissos habeat, seu provideat aliquid propter victum, etiam transeundo [108]. I Padri del concilio di Ravenna parlan chiaro e severo: in occasione di nozze o di cavaliere novello nessun chierico deve accogliere in casa questa gente e non provvederla nemmeno di viatico.

Come si vede, l’accordo fra giullari e prelati si viene ben presto a spezzare; del resto, anche prima, i giullari non ne dicevan poi sempre un gran bene de’ preti! Alcuni di essi anzi facevano entrare, nel loro repertorio, contumelie, accuse, maldicenze, contro gli uomini di chiesa, parlando male di « veschovi » e del « kerikato », e cantando « inansi kavalieri » quanto i preti fossero « crudeli et fieri [109]». Ma, più dei preti, eran bersaglio della maldicente satira giullaresca e goliardica, i frati. Una volta Matulino, cantionum et serventesiorum inventor, riportò a Salimbene alcuni discorsi uditi a un pranzo in casa il vescovo di Forlì. Pare che alcuni preti, a’ quali erano in odium et scandalum i frati Minori e i Predicatori, accusassero questi di molte cose. Salimbene risponde alle accuse a una a una e, giunto alla sesta, dice letteralmente così:

« Alla sesta e maliziosa accusa, l’essere noi doniatores, vedere, cioè, noi libenter le donne e piacerci la loro familiare conversazione, queste sono parole di quelli che ponunt maculam in electis, cioè di giullari, di istrioni e di uomini di corte ».

Salimbene termina adducendo la ragione dalla quale, secondo lui, sono mossi i giullari:

« Credono scusarsi delle loro lascivie e delle loro vanità, infamando gli altri [110]».

Le accuse contro i frati erano, come si è visto, un po’ boccaccesche; ma, false, false, false! grida l’ottimo Salimbene: sono i giullari che ci accusano per scusare se stessi. Qui, a quel che pare, si gioca un po’ a scaricabarili; a noi, in ogni modo, basta veder gli uni contro gli altri, era quello che volevamo provare, frati e giullari.

Cercare le origini di questo antagonismo non è facile. Qualcuno, chissà, potrebbe vederci una specie di lotta per l’esistenza. Certo, sono notevoli le ingenue confessioni di Salimbene. Abbiamo già sentito come si esprime riguardo a’ prebendati:

« Costoro si mostrano affabili co’ giullari, e a’ poveri di Cristo, a noi, quando andiamo a battere alle loro porte per l’elemosina, non danno niente, neanche un pane, che è un pane ».

E parlando dei suoi concittadini, que’ di Parma, dice che, in quarantotto anni che era stato nell’ordine, non aveva mai voluto abitare co’ Parmensi per la loro indevotionem verso i servi di Dio. E sapete perchè non eran devoti que’ di Parma? Perchè non facevan bene a’ frati, grave colpa!, e pure essi potevano, era la buona volontà a mancare; potevano perchè agli istrioni, a’ giullari, a’ mimi, benefaciebant larga manu, e agli uomini di corte nulla quandoque dederunt, ut vidi oculis meis [111]. Salimbene è una persona così simpatica e noi conosciamo per lunga prova la sua grande fede ingenua, che non ci viene nemmeno il dubbio che nel suo animo sia potuto entrare un senso d’invidia cattiva, vedendo beneficare, larga manu, oculis suis, que’ giullari che egli nella sua fede sincera disprezzava. Eppure il fondatore dell’ordine, san Francesco, aveva detto: ‒ Io e i miei frati siamo ioculatores Domini. Che cosa sono infatti i servi di Dio, se non suoi giullari? ‒ E questi egli imitò, parlando al popolo nella lingua viva e dicendo: ‒ Allo stesso modo che i giullari allietano la gente con le canzoni e i racconti, noi dobbiamo allietarla con le nostre predicazioni. ‒ Si racconta pure che, ne’ momenti di maggiore estro, egli, cantando, prendeva un legno, lo appoggiava alla spalla, e fingeva di condurvi sopra l’archetto e sonare [112]. Che san Francesco disprezzasse i giullari non pare, dunque. Come si spiega il disprezzo de’ suoi frati? Si ha a credere che, in poco più di cinquantanni, dalla morte di san Francesco all’anno che Salimbene scriveva, i giullari fossero cambiati interamente, e non in meglio? È possibile; come è anche possibile che i seguaci di san Francesco non avessero del fondatore del loro ordine tutta la serena giocondità che gli faceva guardare con occhio sorridente e indulgente le gioie e i sollazzi umani. San Francesco aveva detto: ‒ Noi siamo i giullari di Dio; ‒ e questo per i suoi discepoli e seguaci non fu una metafora. Egli aveva detto: ‒ I giullari cantano e raccontano; noi predicheremo. ‒ I suoi frati andarono più in là e imitarono addirittura i giullari: non predicarono soltanto, si misero a cantare, divennero anch’essi inventores cantionum et ioculatores. L’autore del Ritmo, la fiera invettiva politica contro i frati Predicatori e i frati Minori, attribuita a Pier delle Vigne, chiama senz’altro i frati, mimi e giullari, mimi merito vel joculatores dici possunt. I frati, come i giullari, si trovan dappertutto e fanno tutte le arti. L’autore del Ritmo dice che essi erano avvocati, medici, procuratori, tutori, giudici, voluntates ultimae ordinatores, fidecommissarii, esecutori, mezzani, defensores criminum, adulatores, baratatores, e ce li mostra continuamente vaganti per fora, nundinas, plateas. Come i giullari,

malos beatificant, damnant meliores;

e i migliori sono quelli che cibos praeparant eis latiores; come i giullari,infine, accorrono alle nozze:

et si fiunt nuptiae, mox vadunt ad eas [113].

Nel Ritmo ci saranno, e noi non possiamo sconvenirne, molte esagerazioni; ma di un fatto esso è sicura testimonianza: il comparire del frate, pericoloso concorrente, al fianco del trovatore e del giullare. Il trovarsi ne’ medesimi luoghi e alle medesime feste, stavo per dire sul medesimo mercato, fa sorgere spontanea la rivalità fra giullari profani e giullari di Dio. I trovatori cantavan le grazie delle loro donne e i diletti dei castelli e delle corti feudali, i dottori di versi di argomento religioso si misero a cantare le lodi della Vergine, le pene dell’inferno, le gioie del paradiso, la corruzione del mondo e il giudizio universale; i giullari di Dio ripetevano per le piazze e per le corti le liriche e i racconti religiosi composti per uso dei devoti, i giullari profani continuarono la lora strada e il loro multiforme mestiere. Noi qui non ci occupiamo di proposito di quelli che abbiamo chiamati giullari di Dio e che meriterebbero una trattazione separata. Certo, ad essi, nemici dichiarati dei giullari profani, saprebbe male finanche la promiscua vicinanza di un libro: essi che pure cominciarono imitando i giullari e usando ne’ loro canti, ne’ loro sermoni, nelle loro narrazioni, le formule, stavo per dire consacrate, di cui si servivano i giullari per chiamare la gente. ‒ « Audi, bona zent ! » - o: - « Volez oir, segnur! [114]» - e molti canti religiosi dovevan cominciare poco diversamente dalla popolare « Canzone dei tre Re Magi », che si cantava e si canta nel Friuli :

Staimi attenz, pizzui e granz,

Femmini, umings, e’ bon infanz;

Iò ’us ciantarai une canzon,

E staimi attenz cun devozion [115].

Anzi alcuni di questi frati giullari furono al secolo veri e propri giullari e inventores cantionum. Fra Pacifico, uno dei primi e più notevoli frati Minori, prima di essere convertito dalla parola ispirata di san Francesco e indossare l'umile abito del francescano era stato princeps lasciva cantantium et inventor secularium cantionum [116]. La tradizione dei giullari che si fanno monaci continua, come si vede, anche nel 200. Già alla fine del secolo XII un giullare, a quarant’anni, dopo aver girato, esercitando il suo mestiere, molti paesi di Italia, si fece monaco dell’ordine di sant’Agostino: oggi la chiesa lo venera col nome di Beatus Joannes Bonus [117]. Molti trovatori finirono monaci, si renderono: Bertran de Born, Folchetto, Arnaldo Daniello. Salimbene ricorda due di questi giullari di Dio: frate Enrico da Pisa e frate Vita da Lucca. Del primo dice che fu bell’uomo, largo, cortese, liberale, amabile parlatore, gratiosus clero et populo; sapeva miniare, notare, cantus pulcherrimos et delectabiles invenire; compose molte cantilene e molte sequenzie, scrivendo le parole e la musica. Frate Vita, poi, come afferma l’ottimo Salimbene, fu il miglior cantore del suo tempo. Aveva una voce sottile, dilettevole a udirsi; anche il più sornione l’ascoltava volentieri. Ed egli cantò dinanzi a vescovi, a cardinali, a pontefici: era cortese del suo canto e non si scusava mai, anche quando era infreddato. Cantava senza farsi pregare; e, cantando, aggiunge ingenuamente Salimbene, l’usignuolo nella siepe taceva e lo stava ad ascoltare diligentemente senza batter ala, poi ripeteva, quasi riassumeva, il canto dell’uomo; e così, alternando il canto, voci dilettevoli e soavi risonavan su le loro bocche. Una volta frate Vita cantò così dolcemente che una monaca che stava a ascoltarlo, si gettò dalla finestra per seguirlo. Ma non potè, osserva argutamente il narratore, perchè nel cadere si ruppe una gamba. Frate Vita uscì e rientrò nell’ordine dei Francescani più volte: la sua voce faceva accogliere a braccia aperte il figliuol prodigo ogni qualvolta egli ritornava, contrito e pentito, a rendersi. Ma che cosa ne faceva il nostro frate Vita di quella sua voce « sottile, dilettevole a udirsi », quando l’umile saio del francescano non gli copriva più le spalle? Il giullare di Dio diventava giullare profano [118]?

Intanto noi sappiamo come i frati, dottori di versi o recitatori di cantilene religiose, si atteggiassero in faccia a quelli che pure avevano cominciato con l’imitare. Essi ne diventarono i giurati avversari e rivali, e cominciarono a dire che i veri canti, le vere narrazioni eran quelle che componevano e recitavan essi: il resto eran favole, « parabole », panzane. E c’era uno che diceva : ‒Udite

.     .     .     .     .     .     .    questa mia rason

la qual no è parabole, nè fiabe, nè canzon.

Un altro:

Sapiai, segnor, questo sermon

non è miga de bufon

questa non è panzanega de inverno.

Un terzo:

Queste n’è miga fiabe. . . .

Un quarto:

Ke queste non è fable nè diti de buffon [119].

E il contrasto durò per tutto il 200, e anche dopo per le vie e per le piazze di que’ comuni che decretavan somme cospicue ai Francescani e ai Domenicani pro indumentis, [120] e nello stesso tempo emettevano ordini di pagamento per abiti di giullari [121], e obbligavano i podestà a donare agli uomini di corte guarnacche e tabarri, foderati di pellicce [122].

Capitolo V.

Giullari, giudici e podestà. - Il giullare fra il popolo. - Come vi è giudicato. - I Cantastorie. - La satira del villano.

Le inimicizie e le lotte interne de’ Comuni non potevano non alterarne la costituzione. Il Comune, vincitore contro imperatori, contro pontefici, contro feudatari e vescovi, non potè mai vincere se stesso: e i partiti e le fazioni lo lacerarono e lo dilaniarono. I provvedimenti si succedevano, efficaci in principio, a mano a mano, svanito il primo timore e la prima riverenza, dimenticati, negletti, disprezzati. Le leggi c’erano, ma chi poneva mano ad esse? E il Comune continuava ad agitarsi, come l'inferma dantesca che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma.

Nei primi decenni del 200 troviamo ne’ Comuni una novella magistratura, il podestà. Il nuovo magistrato era scelto da un’altra città, o dai cittadini stessi o da un comune amico. Fuori dei partiti, superiore alle vendette, al disopra dell’anarchia che l’invocava, con un’autorità mezzo civica, mezzo feudale, straniero come un conte, magistrato come un cittadino, uomo di spada e uomo di legge, giudice e dittatore, egli regnava su’ popolani e sugli aristocratici, reprimeva ed eseguiva da sè le sue sentenze [123]. Se il colpevole gli resisteva, piombava su di lui, lo assediava nel suo palazzo, gli spianava le torri, la casa; poteva chiamare alle armi i cittadini, trar fuori il carroccio, far la guerra e firmare la pace; era il signore, il suo governo era chiamato la signoria. Ebbene, questo signore che a noi sembra un tiranno, era tiranneggiato alla sua volta. Egli doveva giurare di osservar lo statuto a libro chiuso, cioè senza averlo letto; la sua casa, la sua famiglia, il suo salario, i suoi mobili, eran determinati, fissati e inventariati; molte sue trasgressioni e distrazioni eran minutamente prevedute, tariffate, multate; non poteva avere in città, parenti, a tavola, commensali; gli era finanche proibito di accettar regali o inviti. Isolato nel suo palazzo non poteva nemmeno condur seco la moglie. Si voleva che fosse come un generale sempre sotto le armi, perchè la città era un campo di battaglia. In ultimo, finita la sua gestione, gli si faceva un vero e proprio processo. In una parola, era un despota incatenato; aveva pieni poteri, ma con la palla del forzato al piede; tutti si inchinavano innanzi a lui, ma tutti lo sospettavan di concussione, di tradimento; poteva proscrivere, spianare palazzi, atterrare città, ma gli era vietato di avere un amico. In ogni modo, l’ufficio era onorifico e perciò molto ambito, anche perchè rimunerato lautamente. Ma, d’altra parte, era abbastanza noioso, per quel dovere, in città straniera, star sempre in guardia, qualunque cosa si dicesse o facesse. Intorno ad essi non solo ma alla loro famiglia, cioè giudici, berrovieri, araldi, notai, si formava un’atmosfera, di sospetto e quasi di antipatia. Certo è che la vita si sarebbe resa impossibile per questa gente se non avessero avuto modo di divertirsi, di svagarsi, in un modo purchessia. Giornali, teatri, altri modi di passare il tempo, di cui abbondiamo adesso, allora non ce n’era; rimanevano loro due mezzi: la letteratura e i giullari. Nelle lunghe ore di ozio forzato, il giudice, il notaio, prendon la penna e scrivon poemi, cronache, poesie didascaliche, trattati morali, manuali per dar le norme della loro onorevole professione. Orfino da Lodi, un giudice, compone un poemetto: De regimine et sapientia potestatis: Giovanni da Viterbo, un altro giudice, scrive, in prosa, un Liber de regimine civitatum. Che cosa fa il giudice in queste opere? Parla de’ caratteri e delle virtù che debbono avere i podestà, i giudici, i notai, perchè siano buoni; ne enumera le attribuzioni e le occupazioni; dà i modelli de’ loro discorsi e delle loro lettere; consigli e precetti di ogni specie; cento notizie, curiose e interessanti della vita domestica del tempo. Non può mancare quindi, in questi manuali, la descrizione più o meno minuta dei divertimenti della podestà. Il podestà che non può parlare in segreto con nessuno, che non deve andare a casa di nessuno, che non può passeggiare con nessuno, ha pure il diritto di un svago, di una distrazione. Ecco quindi Orfino da Lodi consigliare al podestà di prender sollazzo con suoni e canti. Nella bella stagione, mentre pranza in pratis. . . . frondis opacis, suonino la viola, la rota, la tromba:

istrio festinet solamina grata propinet

cantores grati simulent fera gesta rogati [124]

Vediamo il giullare affrettarsi a porgere gradito divertimento agli ozi e alle noie del podestà, e lo sentiamo cantare, richiestone, le fiere imprese de’ paladini di Carlomagno. Però non soltanto per divertimento, ma per calcolo, i podestà si circondavano volentieri di giullari. Giovanni da Viterbo, infatti, nota che i podestà avevan l’abitudine di largire beni e denaro largamente a’ giullari, perchè questi, andando in altri paesi, avrebbero quivi portata la fama della loro liberalità [125]. Il giullare è trasformato in uno strumento potentissimo di pubblicità: invenzione del resto non italiana e non duecentesca. Riccardo I, del quale già abbiamo avuto occasione di parlare, ad augmentum et famam del suo nome, si procacciava carmina et rithmos adulatorios e allettava con doni cantori e giullari francesi, ut de illo canerent in plateis [126]. E lo scopo a cui mirò il re Riccardo fu conseguito e per ogni dove s’incominciò a dire quod non erat talis in orbe. Se il medio evo non ebbe la quarta pagina dei giornali e non conobbe i cartelli multiformi e multicolori della pubblicità moderna, ebbe in compenso i giullari, che venivano adoperati a qualche cosa di simile. Con essi dunque i podestà furon molto liberali; anzi oltrepassarono il limite e di liberali divennero prodighi. Allora gli statuti cercaron di porre un freno alla cosa. Si proibì a’ podestà di usare verso i giullari troppa liberalità e soprattutto verso quelli della città dove esercitavano il loro ufficio.

« Nè possa dare la podestà alcuno donamento ad alcuno giullare o vero huomo che vada per corte.... salvo che possa a lloro dare da mangiare et le vestimenta sua donare. Eccetti li giullari de la cita di Siena ai quali non possa dare mangiare. E queste medesime cose osservare la podestà faccia giurare al suo cavaliere, giudici et siniscalco et notari sui, e’ quali avarà a le sue spese. » [127]

Questa decisione dello Statuto di Siena è importante perchè ci fa vedere, tra le grandi restrizioni, giudici e notai in relazione così intima coi giullari che mangiano alla stessa mensa. Questa intimità viene confermata da alcuni documenti ritrovati negli archivi di una città della Toscana, San Gemignano, una piccola città ora, ma che ebbe una parte importante nella storia della Toscana del 200. Un documento del 1231 ci fa sapere che si paga cuidam joculatori il nolo di un cavallo che è servito per un giudice del podestà. Da un altro del 1255 desumiamo che in quest’anno nel consiglio si prende la deliberazione di aggiungere alla formula del giuramento del podestà: quemquam de jurisdictione S.ti Geminiani praeter istriones mecum in castro S. Gem. ad comedendum non tenebo. Qualche anno dopo, nel 1257, era podestà di S. Gemignano Neri Piccolini, un fiorentino, e nel suo seguito troviamo un giullare a nome Lutterius istrio de Florentia. Nel 1276 si permette al giudice di comedere cum istrionibus qui comederint cum domino potestate, anche se i giullari siano del comune [128].

Questo che si dice per S. Gemignano, vale anche per i comuni maggiori. A Padova, nel 1270, si proibisce ai cittadini di mangiare col podestà: ma si fanno immediatamente eccezioni: exceptis ioculatoribus et excepto quando curia aliqua fieret in palacio comunis Paduae et potestatis [129]. L’ eccezione è notevole e vale a mostrare sempre più il bisogno che si sentiva del giullare nella vita e nella società del 200.

Noi abbiamo visto il giullare presso imperatori, re, principi, grandi e piccoli feudatari, prelati, monaci, podestà e giudici, cercheremo ora di vederlo in mezzo al popolo; a quel popolo italiano del secolo XIII, industrioso e fazioso, superstizioso e scettico, tenace e volubile, feroce e sollazzevole; che si accalcava a sentire i predicatori celebri, ma, mobile com’era, d’animo, abbandonava un padre francescano per un domenicano, questo per un « apostolo »; o li piantava in asso tutti, votava le chiese e correva a vedere un impiccamento [130], o usciva sulla piazza a ridere a’ lazzi di un giullare, a spalancar gli occhi dinanzi a’ giuochi di prestigio di un giocoliere famoso, a commoversi alle avventure di Florio e Biancifiore o a quelle di Bovo d’Antona e della bella Drusiana.

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Verso il 1218, due trovatori provenzali hanno tra loro una poetica contesa, o, come si diceva col linguaggio del tempo, compongono una tenzone. L’uno si chiamava Bertrando d’Avignone, l’altro Raimondo de Las Salas. Domanda Raimondo al compagno:

« Quali hanno maggior pregio eccellente, i Lombardi o i Provenzali? Quali giudicate per più prodi, che meglio facciano guerra, feste e doni ? »

Bertrando risponde:

« Certo i Lombardi.... In Lombardia si trovano cavalieri buoni franchi, cortesi, e mi piace la loro liberalità. »

E aggiunge:

« I Lombardi sono migliori e più onorati guerrieri. I Lombardi donano cavalli e drappi e denaro... qui si è più spesso invitati a pranzo. »

Raimondo osserva:

« Là, in Provenza, sono trovatori pregiati, che sanno fare versi e canti, tenzoni, serventesi e discordi. E là sono le donne di pregio, l’una delle quali val bene dieci lombarde, che appena sanno fare bei sembianti. [131]»

Che cosa dicono in fondo i due trovatori? Il primo, Bertrando, loda gli uomini come franchi, cortesi, liberali, che donano drappi e cavalli e invitano a pranzo; il secondo, Raimondo, considera la cosa sotto un altro punto di vista: lascia stare gli uomini, de’ quali non dice nè bene, nè male, e guarda le donne italiane, le quali, secondo lui, non hanno nessun pregio, tanto sono scortesi, e sta lì lì per dire che le son brutte e peggio. In poche parole: l’uno bada alle tasche de’ mariti, l’altro alla cortesia delle mogli. A quel che pare, a’ trovatori provenzali non sembrava che gl’Italiani fossero molto addentro nell’arte di amare; un’arte che pure aveva avuto, al tempo de’ Romani, un grande maestro, non francese o provenzale, ma italiano. Nello stesso torno di tempo un altro trovatore, Peire Bremon, mi pare, dubitava che gli Italiani fossero un po’ freddini, e quindi non valenti amatori.

Checché ne sia di questa questione, l’affermazione astratta di Raimondo de Las Salas sulle donne italiane, trova la sua estrinsecazione concreta in una tenzone di Rambaldo di Vaqueiras, nella quale la scontrosità, la scortesia, la ruvidezza della donna italiana non è soltanto affermata, ma artisticamente rappresentata. Rambaldo chiede amore a una donna genovese, forse, secondo l’ipotesi del Carducci, moglie di uno di que’ mercanti genovesi, semplici cittadini a Genova, mezzo re in Oriente [132]; ma è respinto. Grande meraviglia del trovatore, il quale giura che non cederebbe l’amore della rozza mercantessa per tutt’i tesori di Genova; la chiama bella, come rosa di maggio, gentile, prode, gaia, conoscente; le chiede un po’ di bene, o almeno un po’ di amicizia, sfoggia le frasi più belle e le moine più seducenti. Invano! La donna lo chiama seccatore, provenzale del cattivo augurio, matto, straccione; dice che egli non può reggere al paragone di suo marito, che non accondiscenderebbe alle sue voglie, anche se fosse figlio di re. E intacca così il suo orgoglio di uomo. Continua poi e dice, intaccando il suo orgoglio di poeta, che il provenzale di lui non lo pregia un genovino, non lo comprende addirittura, anche meno del barbaresco; lo invita a fare a’ capelli; gli fa balenare agli occhi l’ira e il bastone del marito e lo manda, in ultimo,

« .    .    .    .    a ser Opetì

que dar v’a fors’ un roncì

car sei jujar [133]».

Ecco il motto dell’ingiuria suprema: giullare! Quando la donna l’ha pronunziato, la poesia finisce. Possiamo benissimo dire che in questa tenzone più che un poeta petulante e una donna scontrosamente onesta sono di fronte due forme di costumi: la mollezza occitanica, l’elegante corruzione delle corti feudali da una parte, l’intera e onesta ruvidezza delle città commercianti e mercantili dall’altra. Più tardi, quando il giullare vagabondo, che aveva sofferto la fame, si fu rimpannucciato, il giullare che la mercantessa genovese aveva sdegnosamente respinto, in un bell’impeto di onestà popolaresca, ama ed è riamato, e non a forma de solatz dalla sorella di uno de’ più potenti feudatari. È il fondaco che si oppone al castello, la popolana alla marchesa; la civiltà comunale e repubblicana si trova in contrasto con la civiltà aristocratica e feudale.

Ma se il contrasto esiste, non possiamo ricavarne necessariamente la diversità del modo d’accogliere i giullari ne’ castelli e ne’ palazzi della signoria, nelle corti e sulle piazze. La mercantessa genovese mostra tutto il suo grande dispregio par il jujar che le chiede amore: « Vattene, che sei giullare! » Ma possiamo noi dire che questo disprezzo si estendeva a tutt’i giullari, andava, cioè, oltre una persona e oltre un momento? In altre parole, in quale pregio eran tenuti i giullari? Quando essi scendono dalle corti e da’ palazzi della signoria fra il popolo, come sono accolti? Ebbene, il giullare, l’uomo di corte, è stimato alla stregua della sua valentia. Da ciò nasce la grande disparità di giudizi sul conto de’ giullari: disparità che non lascia cogliere, o difficilmente, il vero punto della quistione. Per esempio, ci sono in alcuni scrittori, in volgare o in latino, del secolo XIII, frasi, espressioni incidentali, comparazioni, che non proverebbero una grande stima per i giullari. E uno scrittore, sia pure del 200, è sempre un’autorevole testimonianza dell’opinione pubblica. Francesco da Barberino alla fanciulla che si comincia alquanto a vergongnare, e che è invitata a ballare, dà questo consiglio:

senz’atto di vaghezza

onestamente balli;

nè già como giollara

punto studi in saltare,

acciò che non si dica

che ella sia di non fermo intelletto.

In un altro luogo consiglia, per distrarsi, di imparare a sonare il mezzo cannone, la viuola, l'arpa o altro strumento onesto e bello: ma aggiunge inimediatamente: « non da giullare [134]». Ecco i giullari e l’arte giullaresca condannati in una similitudine e in un inciso. C’era il caso di dilettarsi di danze giullaresche, di canti, di suoni; ma si condannavano sommariamente il ballerino, il cantante, il sonatore. La loro arte, le loro danze, il modo come sonavano i loro strumenti, sono una grande e bella cosa, se volete; ma da lasciarla a loro. Una ragazza onesta e pudica non può imitare quelle danze, non può apprendere quella data maniera di sonare o di cantare dagli stessi che ne facevan professione. Così Salimbene vi dirà di un signore che è solatiosus, suavis, iocundus, che è maximus cantator cum istrumentis musicis, ma sentirà il bisogno di aggiungere: non tamen ioculator [135]. Non è giullare! Salimbene ci tiene a tener separato il dilettante dal mestierante, nel quale il nostro frate doveva vedere qualità morali che non potevano soddisfare il suo animo pio.

Non mancano, fra gli scrittori del 200, altri che mostrano la medesima disistima per il giullare, considerato però sempre non tanto come sonatore, cantante, ballerino, come artista insomma, quanto come uomo; se ne considera non l’arte, ma il carattere morale. Per esempio, Brunetto Latini, facendo una enumerazione degli amici, l’amico ritroso, l’amico di ventura, l’amico di vetro, l’amico di ferro, l’amico di parole, l’amico di fatto, numera anche l’amico avaro:

Certo l’amico avaro

è com’ lo giocolaro;

mi loda grandemente,

quando di me ben sente:

ma quando non li dono

portami laido suono [136].

Un’altra similitudine, un altro colpo di piccone contro la buona riputazione de’ giullari [137]. Del resto non ci parlano, come abbiamo visto, in loro favore nè gli articoli degli statuti, nè i sirventesi de’ trovatori, nè i decreti de’ concili e gli anatemi de’ frati. Ma, è bene ripeterlo, opinioni di scrittori, invettive, decreti statutari, toccano non tutta la classe giullaresca, ma una parte, più o meno grande, di essa. L’opinione generale era contro questi ultimi; ma i contemporanei s’inchinavano all’uomo di corte, niente avaro, niente maldicente, costumato, cortese e maestro agli altri di buon costume e di cortesia. Questi erano da « tutti i gentili uomini onorati e volentieri veduti [138]». Giovanni Boccaccio ce ne ha lasciato il ritratto in Guglielmo Borsiere, accolto a festa in quella stessa Genova, dove una mercantessa aveva cacciato superbamente dal suo cospetto un giullare sfrontato; Dante ne fece la più grande lode, quando introdusse, nella Commedia, Marco Lombardo a parlar di valore e di cortesia.

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C’era una categoria di giullari che stavano più degli altri in contatto col popolo: i cantastorie. Il giullare saltimbanco, il ballerino, il prestigiatore, ha un potere meno efficace sull’anima della folla: maraviglia non commuove. Il cantastorie, invece, maraviglia e commuove nello stesso tempo; qualche volta si commuove, o finge, prima lui, ma il suo scopo è, in qualunque caso, di comunicare il suo sentimento vero o finto al circolo de’ suoi ascoltatori. Prove dell’esistenza di questi cantastorie non mancano. I romanzi epici francesi eran conosciuti in Italia (e chi ve li avrebbe portati se non i cantastorie?) dal principio del sec. XII:

Francorum prosa sunt edita bella canora [139].

Pare anzi che, verso il 1288, i cantastorie fossero diventati così noiosi e numerosi e rumorosi, che il Comune di Bologna sente il bisogno di proibir loro di fermarsi a cantare per le piazze della città, specialmente quella dinanzi al palazzo del Comune [140]; al quale, negli anni precedenti, essi osavano e potevano non solo fermarsi dinanzi, ma penetrarvi! Odofredo, professore a Bologna, morto nel 1265, accenna in una delle sue lezioni a noi pervenuta, a certi domini orbi qui vadunt in curiam Communis Bononiae, et cantant de Rolando et Oliverio. Cantano le solite storie, argomento di tutte le chansons francesi; questi aedi e rapsodi ciechi del medio evo vanno per i palazzi comunali, narrando non più di Troia, di Achille, di Ettore, di Elena, di Andromaca, ma le imprese di Carlo Magno, la morte di Orlando, il dolore della fedele Alda, il tradimento di Ganellore [141]. Solamente, dice Odofredo, se cantano pro pretio, sunt infames. Quelli de’ quali parla il nostro professore bolognese eran domini e forse potevan darsi il lusso di cantare gratuitamente; ma non sappiamo che ci fossero a quel tempo molti giullari che cantassero per amor di Dio o per i begli occhi delle ascoltatrici e degli ascoltatori. In ogni modo, sarebbe molto interessante sapere come si comportassero i giullari, quando si trattava di cantar le belle maniere con cui veniva trattato il popolo minuto nelle chansons de geste, che non è raro il caso di trovarvi narrata l’odissea di battellieri costretti a traghettar senza pagamento l’eroe o a essere sgozzati cavallerescamente dal primo paladino ubriaco. E a’ villani è proibito, sempre in tali poemi, di dolersi che vengan loro rapite botti, carri, buoi, de’ quali l’eroe ha bisogno; se aprono la bocca ne va della pelle, e si corre il rischio di finire, unica soddisfazione, impiccati.

Come si regolava il giullare, quando doveva raccontare questi episodi, li chiameremo, scabrosi? Rideva egli e cercava di far ridere, oppure nel suo animo sorgeva un moto di protesta e cercava di indignare anche gli uditori? Ripetiamo: sarebbe interessante saperlo, almeno quanto il conoscere con che faccia questi uditori della piazza, artigiani, contadini, povera gente insomma, ascoltassero quegli episodi, dove il primo poeta che capitava, li conciava in quel modo. Forse non ci si sbaglia affermando che questi episodi suscitavan l’ilarità incosciente degli uditori, e che il giullare si fermava a raccontarli con una specie di compiacenza, vedendo che, alla fin fine, gli uditori ci prendevan gusto. Certo è che la gente minuta, il contadino, il villano specialmente, nel medio evo, furono spesso argomento di riso e di trastullo. Sul villano c’è tutta una letteratura, in Italia e fuori. Riccardo da Venosa in un poemetto, « De Paulino et Polla », composto intorno al 1228, coprì di contumelie i villani:

In foto mundo vix peior bestia vivit,

reptilibus cunctis vilior ipse manet.

E pochi distici dopo:

Arbor iniqua bonos nescit producere fructos,

nunquam villanus nescit amare idem [142].

È troppo: il villano è chiamato la peggiore bestia del mondo, messo al di sotto de’ rettili che strisciano; sleale per natura. Un poeta genovese parlando de rustico ascendente in prosperitate afferma che non c’ è « cossa pu dura » di un villano

.    .    .    .   chi de bassura

monta en gran prosperitae,

perchè egli

otra moo desnatura,

pin de orgoio e de peccae.

E continua affermando che in lui

.    .    .    .  no è dritura

ni cortexia ni bontae.

Peggio poi se il villano ascende in « potestate sive in baylia [143]». Gherardo Pateg, fra le cose noiose, non dimentica di mettere « villan ki fi messo a cavallo ». Eppure ciò è nulla in paragone di quel che si dice del villano in un componimento giullaresco: Nativitas rusticorum et qualiter debent tractari.

L’autore, dopo aver raccontato che il villano « puzolento » nacque da un somaro in un modo che non si può ripetere decentemente, enumera ciò che il cavaliere gli deve togliere mese per mese: di Natale, il maiale, lasciandogli le sole salsicce:

ma no ze le lasà tute

ch’eie son bon a resto

Del mese de zenaro

falo caminare,

se tu n’hai besogna,

a ben ch’el se rampogna.

Del mese de febraro

po ch’è de carnevale,

onna dò un capon

tage ch’el è rascon.

Di giugno, poi, deve togliergli « un’opera » la settimana, e dargli da bere aceto; di luglio « fallo zazere a l’aiero »; di novembre « mandalo per le legna ... »

e quand el ven al foco

fallo mudar lo loco.

Il faceto, se non indulgente giullare, conchiude:

E con questa fatiga

El vilan se castiga.

Il componimento è di un certo Matazone da Caligano, che fu (è incredibile, ma vero!) figlio di un villano. Egli stesso confessa

che d’un villan fo nato;

ma non per lo so grato [144].

Ricordiamoci anche una volta la definizione del nostro Brunetto Latini: « ....moque soi et sa feme et ses enfans et touz autres. » Chi sono questi altri? Matazone ce lo dice: sono i compagni della sua fanciullezza, i suoi fratelli, i suoi genitori. Fortunatamente non tutt’i giullari eran simili a Matazone; e lo sghignazzio irriverente di costui non ci deve far dimenticare l’urbanità dello scherzo e la cortese genialità de’ gentili uomini di corte come Guglielmo Borsiere e Marco Lombardo.

CAPITOLO VI.

Che cosa rappresenta il giullare nella vita del 200? ‒ Il giullare a’ matrimoni, a’ cavalieri novelli e ad altre feste. - Leggi suntuarie. - Il « Trionfo d’Amore ».

Siamo in Pisa, nel 1229, quando la città marinara era all’apice della sua potenza e della sua opulenza; quando nessuno avrebbe immaginato e osato profetare la Meloria lontana. Eran tanto felici i Pisani che non mancava loro altro che l’ira di Dio, come ebbe a dire più tardi Marco Lombardo del conte Ugolino. Salimbene esce, insieme con un altro frate alla cerca, cum sportis panem mendicando. Capita per caso in una corte, dove gli vien fatto di assistere a una scena singolare, che egli, l’umile frate, si affretta subito a descrivere: una corte spaziosa, coperta da un vasto pergolato, alto, verdeggiante, bello a vedersi, soave per l’ombra. Come sfondo del quadro v’eran leopardi e altre bestie esotiche; e, figure principali, fanciulle e giovani di aspetto grazioso, elegantemente vestiti, che avevano in mano cetere, viole e altri strumenti da’ quali traevano suoni dolcissimi, deliziosamente cantando.

Eran quelli i brevi dì, anzi le brevi ore

.... che l’Italia fu tutta un maggio, che tutto il popolo

era cavaliere.

Verissimo: pareva che il « Trionfo d’Amore » andasse

.   .   .   .    tra le case merlate

in su le piazze liete di candidi

marmi, di fiori, di sole. ... [145]

Tutto ciò, dice il povero frate, mi rese il cuore oltremodo giocondo, e stetti là lungamente, e non sapevo come partirmi, et duxi ibi longam moram, et vix scivi recedere inde [146].

La scena è singolare: da una parte, due umili fraticelli che escono da un convento, che rientreranno in un convento, che si fermano, a mezzo del cammino, allettati da uno spettacolo pericolosamente tentatore; dall’altra, gai giovani e liete donzelle, uniti piacevolmente a cantare e a sonare, forse anche a novellare, preannunzianti l’amabile e spensierata brigata boccaccesca. Abbiamo da una parte il convento, con le sue preghiere, le sue rinunzie, e le sue macerazioni; dall’altra, il mondo gaio, pieno di canzoni, di suoni, il mondo bello nel trionfo della giovinezza, della beltà, dell’amore. Salimbene si ferma, indugia, parte a malincuore: non si direbbe che l’umile fraticello simboleggi la fine del medio evo, e annunzi vicino il Rinascimento?

Per tutto il medio evo fu continua, e in qualche tempo feroce, la lotta fra il mondo, il quale voleva riprendere il posto che gli aveva usurpato il cielo, e il cielo che glielo contrastava con i suoi fulmini e le sue bolle di scomunica, fra la ragione e la fede, fra la carne e lo spirito. « In questa lotta», dice il Bartoli, « vediamo sorgere fra i primi, e ancora in parte, incoscienti campioni della libertà, questi poveri giullari, che non vogliono sapere di considerare la terra come valle di lacrime, come paese di pellegrinaggio; che non vogliono nè macerarsi inutilmente le carni, nè cingersi di cilizio; che amano la gioia e il canto; e che, passando attraverso quel cupo mondo appestato di cattolicismo e di feudalità, di baroni crudeli e di preti neri, essi, i gai cantori, vi gettano dentro la loro risata, che col tempo germoglierà in fiori e in frutti. [147]»

Più appassionata difesa del giullare non credo che si possa fare o si sia fatta mai da nessuno; nelle contese, di cui abbiamo parlato, fra monaci e giullari, il Bartoli sarebbe stato con questi ultimi, che per lui rappresentavan la vita, e la vita guardata dal lato più allegro, più sensibile, più comico. Sono giullari gli scrittori e i divulgatori dell’audace e irriverente fabliau; il fabliau che era la satira della società ecclesiastica e feudale di allora; che narrava gli amori dei vescovi con dame e damigelle, e de’ preti con le mogli dei loro parrocchiani; che cantava le ghiottornie e gli spropositi sacerdotali; che sferzava le ingiuste sentenze de’ prepotenti baroni e rideva degli amori cavallereschi delle loro mogli. Di qui l'ammirazione, forse un po’ esagerata, del nostro Bartoli.

In ogni modo, è verissimo che il giullare rappresenta nella società del 200, la vita, la gioia, l’allegria, in una parola, la giovinezza: giovinezza, che nel linguaggio della poesia provenzale significava valore, generosità, magnificenza, cortesia, nobiltà [148]. Era il tempo di uomini sollazzevoli, allegri per indole e per elezione; il tempo dei trufatores magni, che celiavano e sapevano stare alla celia, come Boncompagno, Diotisalvi, Primasso, grandi maestri di rettorica, frati e canonici, e faceti orditori di burle [149]. Con questi i giullari e gli uomini di corte si trovavano a dover competere per novità di celia, per arguzia e genialità di spirito. Ora, in questa gara, che aveva da essere giornaliera, di trovate geniali e di motti arguti, l’ingegno del giullare era messo a dura prova; e spesso si dava il caso che, per smania del nuovo e per il desiderio di più prontamente e facilmente suscitare il riso, si cadeva nel motto sguaiato, nella celia plebea, come sono i motti e le celie degli uomini di corte e de’ buffoni del Sacchetti, quali messer Dolcibene e il Gonnella.

Il giullare era sempre pronto a andare dov’era chiamato:

omo di mia arte non si puoe ischusare

ki lo ’nvita ke non vada a mangiare [150];

come diceva Ruggieri Apugliesi; e d’altra parte

homo, ki niente bebe ni manduca

non saczo in quale vita se deduca.

Da persone allegre i giullari preferivano le nozze, i battesimi, i tornei, i cavalieri novelli, le feste popolari, benché, qualche volta, li troviamo anche a’ funerali. Les iongleurs autre chose ne demandent que noces ou feste, [151] afferma Ruteboeuf, mezzo giullare anche lui. In una novella che già abbiamo citata e che parla di Cristo in società con un giullare, quest’ultimo, presentatasi l’occasione di andare o a un funerale o a un convito di nozze, sceglie, senz’altro, le nozze. Un manoscritto della Vaticana ci conserva una novella molto graziosa. È intitolata i «Dieci Desideri» e vi figurano per ordine tutte le classi della società [152]. Il cavaliere desidera distruggere tutta la pagania e andar poi in paradiso; il podestà desidera «giustizia»; l’avvocato litigi e cavilli; il canonico una ricca prebenda; il medico molti malati; l'innamorato danze, canzoni, aprile e maggio; il malato la salute; il borghese terre e rendite; il contadino burro, formaggio e abiti eterni. Resta il giullare. Che cosa desidera? ‒ Io mi auguro di divertire il pubblico, dice; ma più mi auguro di aver feste e nozze fino a domani. ‒ I giullari accorrevano alle nozze, per servirmi della frase del Gautier, come passerotti al grano; d’altra parte un matrimonio senza giullari era come una primavera senza uccelli [153]. Al matrimonio di Flamenca, come abbiamo visto, il poeta fa assistere mille e cinquecento giullari. Il numero è esagerato; ma non è men vero che in occasione di matrimoni storici, si contarono, fra gl’intervenuti, fino a quattrocento ventisei giullari [154].

Non mancano le descrizioni che ci mostrano quali fossero, o quale si voleva che fossero i conviti di nozze. Francesco da Barberino nel suo libro « Del reggimento e de’ Costumi delle donne » descrive appunto uno di questi matrimoni principeschi. Un convito di nozze era la festa della munificenza, della gioventù, della bellezza.

Canti soavi e sollazzi d’attorno; per terra fiori, tappeti, zendali, e pareti coperte di grandi drappi di seta con belle frange e ricami; argento e oro dappertutto. Il poeta vuole che al convito siano presenti

cavalieri molti e valorosa gente,

donne e donzelle di grande beltade;

quanto alle vecchie, le se ne stiano ben « nascose in orazione a Dio »

e sian ben servite colà dove stanno.

Le tavole sono coperte di vini, di frutta, di confetti; gli uccelli cantano o chiusi nelle gabbie o liberi su per i tetti; e ne’ giardini, che mandan nelle sale soavi odori, saltano levrieri, bracchi, cervi, cavrioli, daini, e volan pappagalli, girifalchi, sparvieri, astorri. Le porte sono spalancate a ricevere gl’invitati e i non invitati. Una tromba dà il segnale di andare a tavola: lo sposo sceglie una eletta comitiva di giovani che gli hanno da far corteo; « donne amorose, gioiose e piacenti, dotte e gentili », egualmente giovani, vanno a pigliare la sposa

e dannole luogo a sedere alla mensa.

È uno sfolgorio di vesti, è un barbaglio di perle e pietre preziose

su per le teste e le vesti solenni.

Ebbene fra tutto questo lusso, fra tanti gioielli e tante belle donne, non debbono mancare uomin di corti vestiti di dono [155] .

La descrizione di questo convito immaginario ci fa ricordare lo splendore reale delle nozze del marchese Bonifazio con Beatrice di Lorena, descritte da Donizone nella Vita della Contessa Matilde. Anche a queste nozze accorsero i giullari del tempo; anche qui risonarono

timpana cum citharis stivịsque lyrisque,

ac dedit insignis Dux praemia maxima mimis [156].

Ecco perchè i giullari accorrevano numerosi alle nozze; perchè, in queste occasioni, più che in altre, avevano speranza di ricevere maxima praemia e di essere « vestiti di dono ». Appena quindi un giullare sa di un grande matrimonio, eccolo subito darsi da fare per procurarsi una lettera di raccomandazione, che lo accrediti e gii faccia avere buon viso presso il futuro sposo. In Boncompagno e in altri autori Summae Dictaminis si trovan modelli di lettere di raccomandazione per giullari o giullaresse desiderosi di assistere a curie o a nozze, in cui presteranno suum officium eleganter [157]. È curioso il costume di cui fa prova la deliberazione, già ricordata, del Concilio di Ravenna: pare che i giullari che andavano a queste feste di matrimoni, fossero alloggiati in casa di chierici, a’ quali appunto si proibiva di alloggiare e fornir vitto agli histriones et joculatores, trasmessi loro in occasione di matrimonio, cum laici nuptias contrahunt. Notevole anche è un’altra costumanza: finché gli sposi erano in chiesa, i giullari non facevano gran chiasso; ma appena gli sposi ponevano il piede extra ecclesiam, allora incominciavano a cantare et sua instrumenta deducere et tangere [158]. È da credere che essi sonassero tanto più allegramente, e tanto più ad alta voce cantassero quanto più i premi, i doni, le vesti erano stati ricchi, o amiche quanto più grandi erano le speranze di partir bene rimpannucciati. Qualche volta, veramente, le loro speranze svanivano, e ci rimane per i secoli precedenti al 200 qualche prova notevole di amari disinganni giullareschi. Alle nozze di Enrico II (1045) accorse gran numero di istrioni e di giullari; ebbene il re li fece partire sine cibo et muneribus vacuos et moerentes. Tutta roba sottratta membris Diaboli, come dice un altro cronista vescovo, e data, con grande edificazione del nostro prelato, a’ poveri [159].

Ma, fortunatamente per i giullari, non tutti i signori e i re eran taccagni, o se volete, bigotti come Arrigo II; non mancavano occasioni propizie in cui si rifacevano. Quando Beatrice d’Este « trasmutò le bianche bende », sposando Galeazzo Visconti, furon dati ai giullari più di sette mila pannorum bonorum [160]. Le nozze del Visconti con la Estense furon celebrate nel 1300 e chiudono la serie di altre nozze ugualmente magnifiche del sec. XIII; nozze, per lo più, di signori feudali che profondevano allegramente, con mirabile prodigalità, il danaro spillato a’ cittadini asserviti. Ma ne’ comuni si cercò di mettere un freno a questa smania di sfoggiare senza regola e senza misura. Anche in questo caso vediamo il legislatore entrare come supremo regolatore nella vita privata, a curare gl’interessi di gente vanesia o scervellata.

Nel 1242 lo statuto di Vercelli proibiva di livrare aliquem zuglarium vel zuglaresam vel aliquam personam de curia alicui persone de districtu Vercellarum de aliqua curia vel nuptiis [161]. E nello statuto di Novara del 1277 si proibiva in occasione di nozze di dare a’ giullari alcuna cosa nisi potum et cibum, et hoc ea die in prandio tantum. La proibizione non si arresta qui, et non consignet nec consignari faciat nec consignari nec livrari paciatur ioculatorem alicui....; e quel che è più grave, era punito et qui livraverit quam qui passus fuerit ad suas nuptias livrari [162].

Ricordiamoci che i giullari vestivano abiti « vergati », detti anche in italiano livree, in francese livrées. Ora pare che in questi due capitoli venga proibito l’uso di donar tali vesti, sempre perchè non si profondesse inutilmente danaro [163].

Lo statuto del Comune di Chianciano determina il numero delle persone che possono assistere alle nozze: non più di quattro uomini e quattro donne, pena soldi venti: sono eccettuati i servi e i giullari, qui habeant 11 solidos pro quolibet [164]. Nello statuto di Custoza si proibisce finanche di fare qualsiasi giuoco in sponsalibus [165]. Gli statuti non sono, come si vede, di maniche larghe. Il più severo di tutti e il più particolareggiato è quello di Siena. Non si può invitare a mangiare più di un giullare « a le noze, o vero per cagione de le noze ». La « femena » di nuovo maritata non può donare o far donare « ad alcuno giollaro », finché non sia andata a casa del marito. Inoltre « neuno giollaro o vero giollara o vero uomo di corte » può andare « a la casa de la femena di nuovo maritata anzi che si meni a marito » e « adimandare commiato o vero dono » [166]. Eran puniti sì chi dava come chi riceveva, la « femena » cioè e il « giollaro ». Era anche proibito a qualunque senese di dar « commiato al giollaro a le noze, o vero per cagione de le noze d’alcuna donna o vero femina menata a marito in fra la città o vero di fuori ». Tutt’i casi sono specificati per non lasciar luogo a cavilli. Ben poteva però regalare a’ giullari e agli uomini di corte, « assidui cittadini et abitatori », « chi menasse moglie », senza pregiudizio però degli altri capitoli, « e’ quali de’ giullari favellano »; cioè che non se ne poteva invitare più di uno e che non gli si poteva dare più di due soldi [167].

Sarebbe facile accumular testi su testi, giacché non c’è quasi statuto del 200 o de’ secoli successivi che non consacri uno o più capitoli a’ giullari, regolandone il numero e limitando il valore dei doni da farsi in occasione di nozze, di feste per adozioni, ecc. [168]. Il Gautier rileva la presenza di uomini di corte alle incoronazioni, a’ battesimi, alle grandi fiere, alle città nuove, a’ pellegrinaggi, alle elezioni de’ pontefici, alla guerra, alle crociate; finanche al capezzale de’ malati e alle veglie funebri [169]. Tommaso di Cabham si mostrò indulgente per i giullari che facevano solatia hominibus ... in aegritudinibus suis [170]. Il giullare che entrò in società con Domeneddio, la prima volta va alle nozze, la seconda a un funerale. Salimbene ci mostra i giullari accorrenti numerosi a’ tornei. Un parmense, rimproverando a Salimbene di essersi fatto frate, gli dà quasi del poltrone e gli dice :

‒ Tu dovresti caracollare sur un bel destriero per le vie di Parma, e fare ne’ tornei tristes laetos, ed essere dominabus spectaculum et hystrionibus consolatio [171]. ‒

Capite? I giullari vanno a’ tornei e ci si divertono: essi ballano, suonano, cantano, giocano a diletto di cavalieri e di dame; i cavalieri, alla lor volta, divertono i giullari, spettacolo gratuito, con bei colpi di lancia e di spada. Sono tentato di credere che il giullare a’ tornei era per il cavaliere impotente ausiliario: egli doveva vantarne, tra la folla accorsa, la prodezza, la magnanimità, la cortesia. Qualche imperatore romano assoldava interi eserciti di giovani forti robustissimae juventutis per accendere favorem, per dare il segnale degli applausi; non potevano i generosi cavalieri del medio evo assoldare i giullari per farsi più entusiasticamente applaudire?

Numerosi, come abbiamo accennato fin dal principio, accorrevano i giullari alle corti bandite. Famosa quella indetta nel 1227 dal podestà di Genova Lazario o Lazarino de Gerardini Glandonis, lucchese, miles, come dice il cronista, formosus, largus, sapiens, animosus. Egli celebrò «una mirabile curia e degna di memoria... alla quale innumerabilia indumentorum paria a potestate et aliis nobilibus et honorabilibus viris furon dati a giullari venuti di Lombardia, di Provenza, di Toscana, e d’altri luoghi [172]». Corti bandite si tenevano anche in occasione di genetliaci di potenti e ricchi signori. Così, Ugolino della Gherardesca , signore di Pisa, « fece per lo giorno di sua natività una ricca festa » e vi intervenne fra gli altri, Marco Lombardo [173]. Nè mancavano i giullari a’ cavalieri novelli, dove venivan loro donate al solito molte robe, almeno come possiamo rilevare da un editto de’ Fiorentini del 1330, che proibiva a corte de’ cavalieri novelli di donar robe a’ buffoni, « che in prima assai se ne donavano [174]». È notevole, per altro, la costumanza di donare, in queste occasioni, al giullare la corazza e la barbuta del cavaliero novello; il giullare, però, bene spesso, non essendo dotato di spiriti molto bellicosi, correva a vendere corazza e barbuta, potendo così « fare assai larghe spese [175]».

Come si vede, i giullari eran mischiati in tutta la vita de’ nostri padri. E la vita di questi ultimi, nel lontano 200, fu vita agitata e gagliarda, vissuta fra guerre e industrie, fra gare comunali e lotte commerciali. Posata la lotta, le mani si stringevano, prendevano gli strumenti musicali e incominciava un’altra gara, più gentile e più umana: gara di cortesie, di piacevolezze: la musica e i versi d’amore prendevano il posto delle trombe di guerra e delle lettere commerciali. Ora questa vita comunale così operativa, così tumultuosa, così ardente di fiere passioni, di odi, di vendette, di rappresaglie, era di tanto in tanto, come dice il Vannucci, « fatta bella di pubbliche feste in cui la gioia appariva serena quanto mostravasi cupo e tremendo il furore ne’ giorni delle civili battaglie [176]».

Queste feste popolari erano, come non si potrebbe credere, frequenti. Si faceva festa per l’elezione di un magistrato; quando egli prendeva possesso della sua carica le campane del comune sonavano a gloria, il popolo accorreva esultante come a uno spettacolo de’ più belli e de’ più graditi. Si faceva festa quando i soldati, stretti intorno al gonfalone e al carroccio, movevano contro il nemico; quando giungeva la nuova di una vittoria, o dell’espugnazione di un castello, o della resa di una città; quando l’esercito ritornava carico di allori e di preda. Si faceva festa per la venuta di un personaggio straniero [177], per la vista di un quadro, per altri piccoli avvenimenti che ora passano inavvertiti. Si toglieva pretesto a divertimenti e a sollazzi così da grandi fatti come da trascurabili inezie; allo stesso modo come i primi scrittori di cronache notavano avvenimenti storici importanti e ridevoli fatterelli.

Lietissimi soprattutto erano i giorni in cui si celebravano le maggiori feste religiose, il Natale, la Pasqua, la festa del Patrono di questa o quell’altra città, e vi accorrevano in folla giullari e uomini di corte. In alcune città si regalavan loro molte robe, specialmente il Natale, ed eran tanti gli accorsi che molti, e i più valenti, non toccavan niente. Così accadde a Marco Lombardo che « fu un Natale a una città dove si donavano molte robe, e non ebbe neuna. » Un altro giullare, nesciente persona appo Marco, gli domandò: « Che è ciò, Marco, ch’i’ ho avuto sette robe, e tu niuna? » Si dice che Marco rispondesse: « Tu trovasti più degli sciocchi pari tuoi che non io de’ valenti pari miei. [178]»

Alla festa di S. Ilario a Parma convenivano in gran numero i giullari [179]; a Firenze scendevano per la festa di S. Giovanni Battista. E a proposito di Firenze non bisogna tacere di alcuni mirabili festeggiamenti fatti nell’anno 1283. Ne parlano quasi con le medesime parole, ma certo col medesimo entusiasmo, Ricordano Malespin e Giovanni Villani [180].

« ...Negli anni di Cristo mille dugento ottanta tre fu in Fiorenza grande e felice e buono istato, e molte feste e allegrezze si facevano per tutta la città ispesse volte, e di più paesi vi traevano giucolari e buffoni di più paesi. »

Così il Malespini, e il Villani con maggiori particolari racconta che, nel medesimo anno, nel mese di giugno, essendo la città in tranquillo e prospero stato, si fece nella contrada di Santa Felicita una compagnia di più di mille uomini, vestiti tutti di bianco e guidati da un capo detto Signor dell’Amore.

« Per la quale brigata non si intendea se non in giuochi e in sollazzi e in balli di donne e di cavalieri e d’altri popolani, andando per la terra con trombe e diversi stormenti in gioia e allegrezza, o stando in conviti insieme, in desinare e in cene. La quale corte durò presso a due mesi, e fu la più nobile e nominata che mai fosse nella città di Firenze o di Toscana [181] alla quale vennero di diverse parti e paesi molto gentili [182] uomini di corte e giocolieri, e tutti furono ricevuti e provveduti onorevolmente.

Il Malespini parla pure di trecento cavalieri di corredo e molto gentili uomini, « che teneano stato di cavalieri », i quali non attendevano se non a virtù e gentilezze e stavano e mangiavano insieme dimesticamente. Il Villani aggiunge di suo che detti cavalieri « sera e mattina metteano tavola con molti uomini di corte »; poi tutt’e due i cronisti aggiungono che queste liete brigate attendevano « per le Pasque » a donare a uomini di corte e a buffoni molte robe e ornamenti; « e di più parti e di Lombardia e d’altronde e di tutta Italia venivano alla detta Fiorenza i detti buffoni alle dette feste, e molto v’eran volentieri veduti. »

Conchiudendo: in tutte le manifestazioni della vita del secolo XIII noi troviamo i nostri giullari, quasi sempre accolti a festa, specialmente da’ giovani e dalle donne. Non dimentichiamo che, di queste ultime, un trovatore aveva cantato:

velha es domna, pos l’enoion joglar [183].

Figuriamoci se le donne di allora, e di adesso, ci tenessero a non esser stimate vecchie, quando vecchiezza suonava angustia, meschinità, invidia, grettezza, avarizia.

Il giullare non si fa scrupolo di niente; invitato, mangia con eretici, con paterini e con papisti, con guelfi e con ghibellini, con feudatari e con podestà, e l’appetito non gli manca:

Uom di mia arte non si puoo negare

Ki lo ’nvita che non vada a mangiare.

E egli andava: invitato o no, diceva poco: faccia impronta e avanti, raccomandandosi a San Genesio, il buon protettore de’ giullari; e non potevan mancare robe, destrieri, denaro. E così, ricordate ancora per un momento le parole del Villani e del Malespini, essi accorrevano in « molti » alle feste, e « molto » eran volentieri veduti, e « molte « robe e ornamenti eran loro donati.

Quei tre « molti » sono, o mi sembrano, molto eloquenti !

Capitolo VII.

Le arti di un giullare. ‒ Gli informatori del 200: mercanti, scolari, frati e giullari. ‒ A che serviva un giullare.

Molte volte siamo tornati sulla definizione del giullare, di colui che con canti, con suoni, con piacevoli racconti, e anche con giuochi di destrezza e di forza divertiva i nostri padri. Ma saremmo molto lontani dalla verità se credessimo che loro unica occupazione fosse in cantar versi propri o altrui o in narrar novelle e dir piacevolezze di ogni maniera e sapore, per corti e per trivi.

Certamente, chi volesse fare un’enumerazione de’ vari mestieri a’ quali un giullare era buono, non si dovrebbe servir dei così detti « vanti » o « vanterie », nelle quali appunto si enumerano le tante e tante arti che il giullare sa fare, oltre quella, s’intende, di comporre e di recitar poesie. Sono componimenti di indole giocosa ed hanno per fondo lo scherzo più o meno urbano e decente. Un trovatore provenzale si vantava di essere stato balestriere, portacarne, galeotto, ruffiano, barattiere, pescatore, scudiere, muratore; soltanto confessava di essere un cattivo cuoco; ma era per compenso valente trovatore e giullare per giunta, e finì col confessare di aver tagliato borse, di aver venduto piombo per argento e di essere stato conduttore di ciechi [184].

Il componimento è di Raimondo d’Avignone e ci fa ricordare un sirventese italiano, intitolato appunto il « Serventese del maestro di tutte le arti », attribuito a Ruggiero Apugliesi. Il nostro dottore comincia con l’affermare che ha « tanto ardire e conoscenza » da farsi temere dagli amici e benvolere dai nemici, e di aver « senno e provedenza in ciascun mestiere ». E continua vantandosi di essere nello stesso tempo cavaliere, mercante, donzello, « iscudiere », usuraio, cantatore, fisico, medico, cavalocchi, sartore. Afferma di saper fare panieri, boccaletti, nappi, bicchieri, pettini, fusa, cucchiai; di essere valente corridore, più di un corriere; di sapere ben guardare « pecore, porci e somieri ». Poi vengono le arti inconfessabili che il nostro Apugliesi però enumera con la medesima faccia tosta, di cui aveva dato prova, prima di lui, il provenzale Raimondo :

E son leale, e so furare,

spender saccio e guadagnare,

per ariento istagno dare [185].

I dottori del secolo XIII, come si vede, facevano, sia pure per ischerzo, un ritratto di se stessi non molto ideale. Il merito di dipingere l’uomo di corte con tinte rosee doveva essere conservato al Boccaccio, il quale parlando degli uomini di corte del secolo precedente al suo, così scrive:

A que’ tempi soleva essere il loro mestiere, e consumarsi la lor fatica in trattar paci, dove guerre o sdegni tra gentili uomini fosser nati, e trattar matrimonii, parentadi et amistà, e con belli motti e leggiadri ricreare gli animi degli affaticati, e sollazzar le corti, e con agre riprensioni, sì come padri, mordere i difetti dei cattivi, e questo con premi assai leggieri [186].

Noi non ci fermeremo a notare il tono di questo periodo del Boccaccio, che mi ha l’aria di un vano rimpianto laudatoris temporis acti. Il Boccaccio guarda con occhio troppo indulgente verso il passato, esagera la bontà dell’uomo di corte del 200, come esagera la malvagità dell’uomo di corte del 300, adulatore, scellerato, che consumava il tempo nel rapportar male dall’uno all’altro, in seminar zizzania, in dire « cattività e tristizie». In ogni modo, è importante l’affermazione che il giullare, l’uomo di corte, era a volte adoperato a cose molto estranee al suo mestiere.

Egli andava e entrava dappertutto; e ciò lo metteva in una condizione privilegiata. Figuriamoci: uno scrittore del tempo consiglia, per entrare in un castello ben munito e ben difeso, di travestirsi da giullare [187]. L’uomo di corte, dunque, era a volte un paciere, a volte un sensale di matrimonio; faceva da portatore di ulivo e da Mercurio galante. Un giovane si innamorava di una donzella? Non c’era migliore e più fido intermediario di un cortese e discreto uomo di corte. Questi si partiva, andava dal padre o da’ fratelli o chi vogliamo de’ parenti della giovane desiderata, mostrava le sue lettere di raccomandazione e cercava di intendersi con colei che era lo scopo precipuo della sua venuta. Qualche volta, è vero, il giullare, più che un cortese Mercurio galante, era un volgare lenone; e allora ben meritava l’accusa di Matfres Ermengaus, di portar, cioè:

mesatgaria

maintas vetz de putaria [188].

Nascevan dissensi fra padre e figlio: bisognava rimenar la pace tra loro? Non c’era miglior intermediario di un accorto uomo di corte. Salimbene racconta che, ne’ primi tempi del suo monacato, andavano da lui istrioni e uomini di corte, mandati da suo padre, perchè smettesse il pensiero di farsi frate. Veramente, in quella occasione, i nostri giullari non fecero buona figura: Salimbene si mostrò inflessibile: tantum curabam de verbis eorum, egli dice, quantum de quinta rota plaustri. [189] Altre volte il giullare per entrare nelle grazie del suo signore si sobbarcava a uffici poco umani. Riccardo da San Germano narra di un istrione, cognomine Follis (un nomignolo?), il quale, ut imperatori placeret, uccise il conte di Acerra, legandogli al collo una grossa pietra e strangolandolo turpemente [190]. Questo non ce lo saremmo mai aspettato: il giullare che, per amore del suo signore, si trasforma volontariamente in boia!

Non crediamo, però, che di istrioni così sanguinari ce ne siano stati molti; che il giullare bene spesso aveva occasione di mostrar la sua valentia senza rubare il mestiere a nessuno. Sommamente utili essi furono per la diffusione di mode, di costumi, di opinioni politiche, religiose, di eresie, di opere letterarie. In tempi ne’ quali mancavano le ferrovie, le poste, i telegrafi, ogni mezzo di comunicazione celere e sicura, relativamente, era riposto nell’uomo. E allora che le vie maestre eran solcate in lungo e in largo da mercanti, da scolari, da frati, da giullari, questi erano i più sicuri, o se vogliamo, gl’informatori più facili a incontrare sulla propria strada. Le lettere e i libri de’ mercanti sono pieni di notizie sugli avvenimenti e sugli uomini del tempo. Il cittadino italiano del libero comune o della libera repubblica, lontano dalla sua città, ne chiede notizie al frate, allo scolaro, al giullare. Brunetto Latini racconta:

« Venendo per la valle

del pian di Roncisvalle,

incontra’ uno scoiaio

sor un muletto baio,

che venia da Bologna;

e senza dir menzogna

molt’era savio e prode.

Ma lascio star la lode,

che sarebbero assai.

Io gli pur dimandai

novelle di Toscana.

In dolce lingua e piana

elli cortesemente

mi disse mantenente [191].

Qualche altra volta l’informatore è un frate. Salimbene, in uno de’ suoi viaggi, rifiuta di mangiare con un arcivescovo, e a colui che l’invitava disse: « Post prandium volumus sine mora recedere; mentre l’arcivescovo ci farebbe perdere del tempo inquirendo rumores, sentendo che veniamo dalla curia [192] ». Un’altra volta Salimbene, arrivato a Lione, durante l’assedio di Parma, fu fatto chiamare dal cardinale della città, che voleva interrogarlo intorno alle vicende dell’assedio. La scena è oltremodo singolare e getta uno sprazzo di luce sulla vita tempo. Salimbene è introdotto in una grande sala: il cardinale sta in mezzo seduto e interroga, e Salimbene risponde: astantes autem ibi in tanta multitudine erant ut unus super scapulas jaceret alterius, volentes de Parma audire rumores [193]. Non par di vedere quegli astantes, tutti guelfi certamente, affollantisi nell’ansia di aver notizie di Parma, il baluardo del guelfismo in Italia?

Filippo, arcivescovo di Ravenna, seppe da Salimbene la morte di Urbano IV. Il racconto che fa il cronista di tale avventura è molto gustoso e mette conto riferirlo. Salimbene aveva data la notizia della morte del papa a un tal Pellegrino, maestro di grammatica, che corse subito dall’arcivescovo, sapendo di fargli cosa grata. L’arcivescovo, il quale sperava di diventar pontefice, si affrettò a mandare a Salimbene de’ pesci e una mezza torta, e il famiglio che portava il regaluccio doveva domandare al frate: ‒ Credete che il papa sia veramente morto? ‒ Sì! rispose Salimbene. E l’arcivescovo mandò una seconda e poi una terza volta il famiglio con altre vivande in dono, sempre per domandare al frate: ‒ Ma è veramente morto? [194]

Ora quest’ufficio di informatore che abbiamo visto esercitare da scolari, da mercanti, da frati, era anche esercitato da uomini di corte, da giullari, da buffoni. Andando dall’uno all’altro paese, dall’una all’altra corte, i giullari erano informati degli avvenimenti politici, delle condizioni di una città, delle vicende di una guerra, come della valentia di un signore o di un podestà, o della bellezza di una castellana. Drusiana sa del ritorno del suo Bovo da giullari:

spesse fiate a oldù contar

a nobeli cantadori e bufoni e çublar

an Bovo è tornado in soa contrà [195].

Bovo d’Antona, secondo il cantare, era un signore nobile e valoroso e i giullari non potevano non occuparsene, non seguirlo in tutte le sue peregrinazioni, le sue avventure, le sue disgrazie. Nel poema Berta è raccontato come Pipino si sia innamorato di quella che gli fu moglie. Un giorno alla sua corte arriva un giullare e narra delle bellezze di Berta, salvo che essa ha « grande li pé: »

.  .  .  un çubler qe è qui arrivè

Por veoir questa cort e la nobilité

Tuto li son afaire el m’a dito e conté,

Qe in la dama no è nul falsità,

Salvo q’ela oit un poco grande li pè [196].

Ben informato davvero il nostro giullare se può dar notizia financo della grandezza de’ piedi di una gentildonna.

Potremmo accumulare queste prove, chiamiamole romanzesche, specialmente se volessimo servirci delle compilazioni posteriori trecentesche di cantari e di poemi che risalgono al secolo XIII, nelle quali si vedono giullari che vanno intorno, in cerca di notizie; e riescono a trasmettere lettere in castelli rigorosamente assediati, e sposano grandi dame in compenso de’ loro servizi, e muoiono valorosamente, come i più coraggiosi cavalieri, sul campo [197].

Ora il mondo fantastico è foggiato sul reale. Anche nella vita, ed è quello che a noi importa, il giullare andava in cerca di notizie, spiava in tutti i castelli e per tutte le corti i segreti de’ signori feudali o i dolori delle belle castellane [198], correva a riferirli a altri signori, prendeva parte attiva a’ rapimenti di belle fanciulle, ad avventurose spedizioni, a colpi di spada. Basta ricordare la famosa lettera epica di Rambaldo di Vaqueiras a Bonifacio I di Monferrato, dove si fa cenno di una certa avventura di armi e di amore:

. . . . membre vos d’Aimonet lo jocglar,

quant a Montaut vene las novas contar

que Jacobina ne volian menar

en Serdenha mal son grat maridar.

Si mette subito insieme una spedizione di cui fa parte anche il nostro Rambaldo. Giacobina fu rapita; i rapitori inseguiti: grandi corse, grande paura; due notti e due giorni senza mangiare e bere; al terzo, per giunta alla derrata, un incontro, poco piacevole, con dodici ladroni. Sentiamo lo stesso Rambaldo:

« Quando vidi i ladroni, io andai a piedi a azzuffarmi con essi, e fui ferito di lancia, ma io ne ferii tre o quattro, mi pare, e costrinsi gli altri a alzare i tacchi. Il passo così fu libero e voi passaste.... »

Il seguito dell’avventura e il resto della lettera del nostro jocglar non c’ importano [199].

Come si vede, i giullari sapevano anche maneggiare la spada come un cavaliere di cui cantavano le imprese, o come un castellano i cui ozi con giochi e canzoni rallegravano. Quindi, se da un lato troviamo giullari e cantatori che sono a’ servigi di ciarlatani, di spacciatori di droghe, di toccasana, di filtri [200], e li accompagnano in tutte le loro peregrinazioni, suonando e cantando per radunare il pubblico che il cerretano abbindolerà, dall’altro troviamo i giullari negli eserciti, seguire i principi nelle spedizioni anche quelle faticose e in terre lontane. Taillafer che ad Hastings era alla testa dell’esercito normanno e cantava di Rolando, di Olivieri e degli altri morti a Roncisvalle, non poteva non avere eredi e imitatori, e molti furono quelli che nelle spedizioni, anche non per cause affatto giuste, precedevano le schiere, cantando e incitando gli animi de’ soldati col ricordo delle res gestae et bella priorum [201].

Per il secolo XIV abbiamo documenti che menestrelli e giullari co’ loro canti e giuochi alleviavano le noie delle lunghe marce e delle stazioni forzate. Aimone di Savoia nel 1339, in una spedizione in Francia, condusse seco molti menestrelli. Amedeo VI, nella sua spedizione a Costantinopoli, aveva nel suo seguito alcuni giullari e buffoni che gli facevan sembrare meno lunghe le lunghissime giornate di un viaggio per mare [202].

È avventato forse affermare che anche nel 200 i giullari e gli uomini di corte si trovavano negli eserciti? È notevole a questo proposito una testimonianza di Salimbene. Re Enzo, racconta il frate, andò a porre l’assedio a Parma di notte tempo, non cantando sed sub silentio gemebundo, veluti cum exercitus post fugam solet referti de bello [203]. Gli eserciti dunque di solito andavano all’assalto cantando, e, se vincitori, cantando ritornavano in città. Che cosa cantavano? Chi componeva que’ canti? Chi li intonava per il primo? È esagerazione rispondere: il giullare? Ricordiamoci soltanto che quando i Senesi vollero cantare la presa di Torniella ne affidarono l’incarico al giullare Guidaloste, la cui canzone o ballata grati accettarono e liberalmente rimunerarono [204].

Siamo ben lontani da que’ giullari, il cui unico merito era di saper ammaestrare cani e gatti, o di conoscere a meraviglia l’arte di exprimere cantilenas volucrum et voces asininas [205]. Guidaloste è il degno predecessore di Antonio Pucci e de’ Canterini di Perugia: que’ famosi Canterini che dovevan divertire i rettori della città e educare la gioventù perugina, quel più famoso Pucci, che non fu soltanto l’amoroso e cavalleresco cantore « delle belle donne ch’erano in Firenze » al suo tempo, ma fu come la voce di tutto il popolo fiorentino; voce possente che armava la città, che vegliava alla salute e al libero svolgimento e reggimento del Comune [206].

Capitolo VIII.

Alti e bassi nella vita del giullare. ‒ Cortesie e doni nel 200. ‒ Norme di scrittori e decreti di statuti. ‒ Le lettere di raccomandazione. ‒ Le rappresaglie. ‒ I Giullari nell’inferno e nel paradiso.

Il sentiero che l’uomo di corte percorreva non era sempre seminato di rose; spesso egli incontrava su la sua strada le spine che gli rendevan difficile l’andare e gli facevan maledire il mestiere. Gli umori differenti e ineguali della gente tra la quale viveva, lo costringeva a passare « per le scabrose ineguaglianze d’un mestiere soggetto a vicende continue di stravizio e di fame, d’abiezioni e d’onori [207]». La causa che gli aveva spinti a ingiullarirsi contribuiva un pochino anche a regolare la loro condotta futura. Molti, infatti, si mettevano a fare il giullare, in mancanza di altra e più facile e più lucrosa occupazione, o per aver perduto, in un modo o in un altro, spesso al gioco dei dadi, la loro fortuna [208]: non erano stati, e non potevan diventare stinchi di santo. Nella vita di un giullare i giorni di buona fortuna si alternano quasi continuamente e regolarmente con i giorni cattivi: oggi egli era vestito ita pulchre ac si esset  filius unius comitis, domani si mostrava al suo pubblico, indossando, senza sentire nessuna vergogna, una veste a brandelli [209]; oggi disprezzato e deriso per le vie d’una repubblica marinara, domani favorito di marchesi e amante riamato di nobili dame.

« Vi ho visto cento volte per Lombardia, andar a pie, come tristo giullare, povero ad avere e disgraziato ad amico; e bene vi avria fatto prò chi vi avesse dato da mangiare [210]».

Così diceva Alberto Malaspina a Rambaldo di Vaqueiras. E Rambaldo, dopo quella vita di stenti, di disagi, di cui parlano i versi del Malaspina, divenne il beniamino di Bonifazio di Monferrato e potè amare la sorella di lui Beatrice: lasciò il mestiere e di giullare, per le grazie di un munifico signore e di una gaia gentildonna, divenne cavaliere.

Stando nelle corti de’ principi e de’ feudatari il giullare, il più delle volte, specialmente se era dotato di qualche valentia, diveniva ricco, viaggiava da una corte all’altra con equipaggi principeschi, cum familia et equitaturis suis [211], e poteva prestare i suoi cavalli a podestà e a giudici non solo, ma anche a cavalieri che incontrava lungo la strada, a’ quali slargava pronto i cordoni della sua borsa ben fornita [212]. Raimondo d’Avignone, dopo essersi vantato di aver fatto quei po’ po’ di mestieri che abbiamo sentiti, finisce col dire con un senso di soddisfazione: E divenni rotondo e grasso! Quest’agiatezza alla quale poteva arrivare un giullare, è provata anche da fatti e documenti. E noi troviamo giullari, come Belestrvs joculator de Fulmineo, i quali sono offerti e accettati come mallevadori, per somme non piccole, di nobili e potenti feudatari, o firmano, insieme con stimati cittadini, trattati di pace [213].

Finché dunque il giullare restava nelle corti al seguito di un signore, non aveva a preoccuparsi del come accozzare il desinare con la cena. Il fatto era che la sua sorte dipendeva dagli umori de’ signori, da’ capricci della fortuna, da cento casi fortuiti e inaspettati; e un bel giorno il povero giullare vedeva regalarsi una torta o altro che sia: era quello un congedo, se non un benservito, in piena regola [214]. Quindi, non essendo comuni i signori che, dovendo licenziare un giullare, gli regalavan torte con « molti danari d’oro » dentro, egli si vedeva costretto, di punto in bianco, a ricominciare il suo cammino, o meglio la sua dolorosa odissea, e aveva ragione di rattristarsi, quando scorgeva di nuovo innanzi a sè la via lunga e oscura, per la quale camminavano gli erranti del suo mestiere.

Ricominciavan per lui le lunghe peregrinazioni da una città all’altra, dall’uno all’altro castello: lunghi viaggi, a piccole tappe; a piedi o sur un magro ronzino; solo o in compagnia; costretto a tirarsi su le vesti nel guadare i fiumi, e a far non bella mostra delle rotondità posteriori del corpo, come dice un trovatore di Sordello, prima che il rapitore di Cunizza diventasse celebre. Il futuro acclamato trovatore è costretto a errare, come un cane frustato, su e giù per i paesi latini e anglo-sassoni, in cerca di che ristorarsi lo stomaco [215]; pronto a accorrere dove si tenevan corti bandite o si annunziavan « notabili e meravigliose » feste. Qualche volta avveniva che il signore che aveva bandita la festa, cambiasse pensiero, qualunque ne fosse la ragione; un signore, fino a quel giorno in fama di liberale, diventa d’un tratto avaro; e allora il nostro giullare è costretto a partire a precipizio, o, se resta, deve vendere le robe donategli da altri signori [216]. Cattivo affare!

Ma c’erano i buoni: le nozze in cui si donavan vesti a migliaia; c’erano i grandi signori liberali, ai quali piaceva nulhs portiers al manjar [217], che accoglievan tutti nelle ore de’ conviti, che non eran « cani del danaio », ma usavan cortesia, « come si usa per savi uomini e buoni cittadini. [218]» A’ nostri nonni del 200, « omini e femene », piaceva « molto çugar e rir » [219]; si voleva stare allegri, perchè l’allegria fa buon sangue. O non è in un grave trattato di morale che troviamo questa sentenza: « sì chome la tignuola al vestimento, e ’l verme al legno, chosì la tristizia nuocie al cuore dell’uomo? [220]» Molto, molto più tardi, Lorenzo Sterne doveva affermare che un sorriso aggiunge un filo alla trama della vita, il Béranger doveva cantare che l'allegria ci fa buoni e il proverbio italiano doveva insistere affermando che un sorriso toglie un chiodo alla bara!

Gli uomini del 200 cantavano:

Facciam festa e giulleria!

Giulleria era diventato sinonimo di gioia, allegria, contentezza. È il tempo in cui si scrivono molte novelle per « far memoria. . . di belle cortesie e di belli donari. [221]» Accanto a gente che dava occasione a Uguccione di affermare:

avarizia in sto segolo - abunda e desmesura,

troviamo signori che di tutte le cose del mondo eran satolli, se non di donare. Diventa famoso per la sua liberalità il re giovane, Enrico d’Inghilterra. Un giorno un tale gli dice: ‒ La maggior vergogna ch’al mondo sia, e d’adimandare l’altrui. ‒ E il re Giovine risponde: ‒ Maggior vergogna è, a cui bisogna, non darlo. ‒ Un’ altra volta il re Giovine si fa cavare un dente, perchè suo padre doni a un cavaliere bisognoso, dicono i Conti degli antichi Cavalieri, a un uomo di corte, dice il Novellino. Nelle novelle del 200, il mondo antico e il mondo orientale vengono trasformati e acquistano l’impronta medievale, occidentale e cavalleresca. Saladino gareggia nel donare col re Giovane; di Ettore, figlio di Priamo, si racconta che « largo fo tanto . . . che se lora tutto il mondo stato fosse suo, sì l’averia donato a bona gente ». Cesare, secondo l’ingenuo novellatore, « fo il più largo e debonaire emperadore ch’a Roma fosse mai e che più allegramente grazie e doni facesse ». Per un principe, per un figliuolo di re, doveva sembrar poco il donare una nobile città. E città intere donava Alessandro, il quale « lo minore dono » che fece, fu di due mila marchi. Che cosa faceva Alessandro? Toglieva ad altri e donavalo a « coloro che gli aiutavano tôrre [222]».

Esagerazione, si dirà: in sostanza il novelliere si fa eco della voce di trovatori e di giullari, giullare o uomo di corte anch’egli; esagerazione che mirava a far slacciare più agevolmente i cordoni della borsa de’ signori e de’ principi.

Verissimo; ma non è men vero che nella realtà c’era qualcuno che imitava perfettamente Alessandro. Alberico da Romano, che pure fu cortese e liberale signore con trovatori e con giullari, imponeva alle popolazioni a lui soggette usque adeo graves... collectas, et mulctas terrae ita frequenter che i cittadini e i contadini dovevan distruggere le loro case, caricare sulle navi parietes et assides et scrinia et segetes et dolia e mandar tutto a vendere a Ferrara ut haberent denarios ad solvendum et se redimendum [223]. Parte di quei denari servivan per le guerre di cui arse lunghi anni la Marca gioiosa, ma parte se ne andava anche, certamente, in feste e in donativi. E c’è qualche altra cosa anche più importante. Rambaldo di Vaqueiras rimproverò a Alberto Malaspina, grande, potente e ricco signore, di assalire, per le vie maestre, i mercanti; e Alberto rispose :

« Per Dio, Rambaldo, di ciò vi fo garanzia, che parecchie volte ho tolto avere, per desiderio di donare altrui, e non per arricchirmi o perchè volessi accumulare tesoro. [224]»

Come si vede, il novellatore non esagerava per niente, parlando di Alessandro; Alberto, marchese di Malaspina, scende dal suo castello, si apposta su la via maestra. come Vanni Fucci, spoglia i mercanti e dona liberalmente il frutto delle sue ruberie. Ecco come, qualche volta, si conservava, nel secolo XIII,

il pregio della borsa e della spada!

Che cosa importava al trovatore o al giullare l’origine, più o meno onorevole, del dono, e se era frutto di una ruberia o di una vessazione? Essi continuavano a andare dall’una all’altra corte di questi munifici signori, alla morte dei quali il trovatore intonava e il giullare ripeteva il compianto rituale:

Senher marques, que faran li joglar

a cui fezes tans dons, tantas honors? [225]

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Ora queste cortesie, questi « belli donari », dovevano esser regolati; non potevan quindi mancare, ne’ manuali medievali di « saper vivere », i vari capitoli che tali cortesie e liberalità regolassero o frenassero. Sicuro! «Frenassero» anche. Pare che la smania di donare, senza porre un limite e una misura al dono fosse cosa molto antica. Già Sant’Agostino nel IV secolo aveva affermato: Donare res suas histrionibus vitium est immane, non virtus. [226] E Bernardo Silvestro nel De Gubernatione rei familiaris scriveva, molti anni dopo il Mille: Homo joculatoribus intentus, cito habebit uxorem, cui nomen erit paupertas, ex qua generabitur filius, cui nomen erit derisio [227].

Anche l’affermazione di Bernardo Silvestro, sfrondata di quelle parentele rettoriche di moglie, di madre e di figlia, è dolorosamante vera e reale. Nel Novellino si parla di un messer Dionese, cavaliere trevigiano, che aveva consumato tutto il suo in gentilezze e magnificenze; e Salimbene ci parla di un dominus Iacobinus de Arpis; miles . . . ditissimus valde in possessionibus et domibus et thesauro, il quale dissipò tutto in comessationibus et histrionibus et curialitatibus suis [228]. Belle curialità paterne, che costringevano i figli a mendicare per non morir di fame!

Aveva quindi ragione Brunetto Latini, quando, in un capitolo sulla « magnificenza », scrisse che non è uomo magnifico colui che spende in « cose che non dee, e che non si conviene, e colà ove può fare la piccola spesa sì la vi fa grande, sì come coloro che danno il loro a giucolari ed a buffoni [229]». S’intende: dare il suo senza misura, senza norma, a occhi chiusi; perchè un dono, di tratto in tratto, si aveva da fare; e, trovandosi con chi era più ricco di lui, il cavaliere veramente cortese doveva spendere e non mostrarsi « cane del danaio », se non voleva « stare per giullare ». Brunetto Latini fa dare da Cortesia a un cavaliere questo consiglio:

Amico, guarda bene:

con più ricco di tene

non ti caglia d’usare,

che starai per giullare,

o spenderai quant’essi:

che se tu noi facessi,

sarebbe villania [230].

Inoltre, non era lecito a un cavaliere empirsi spesso la gola su le mense altrui, [231] farsi invitare a pranzo da altri e non invitare nessuno a pranzo con sè. Un cavaliere doveva sapere esser munifico a tempo e a luogo, e donar robe, palafreni, denaro. Mostrarsi cortesi e liberali, fare, sorridendo, ricchissimi doni era come un sacrificare alla moda del tempo. Finanche la Vergine in Cielo dona a’ suoi fedeli baroni « destreri rossi » e « blanci palafreni » correnti « plui ke cervi » e più « ke venti ultramarini », con arcioni, selle, speroni, freni, di oro e di smeraldo [232]. Le magnificenze del secolo XIII fanno pensare al mondo antico e orientale e ritornano alla mente le meraviglie de’ conviti di Assuero, delle cene di Trimalcione, e i versi di Esiodo:

uom generoso, ancor che molto doni,

dà volente e del don s’allegra e piace [233].

Fu così connaturato negli animi e nelle menti degli uomini del 200 un tale costume che gli scrittori caddero in curiose contradizioni. Brunetto Latini che nel Tesoro rimprovera quelli che profondono le loro ricchezze, o, come dice letteralmente, font li doneor as juglers et as menestreis, e li chiama pazzi tanto quanto quelli che per sembrar munifici gittavan dalla finestra nelle vie porpore e drappi dorati, è di opinione diversa nel Tesoretto. Quivi Larghezza dà a un cavaliere questi consigli: ‒ Sii mio e non cadrai mai in povertà, checché ne dica la gente; ma guardati dal gioco di dado, dallo spendere follemente per donne, anche valenti e da te amate, o per ghiottornie. Però

acci gente di corte

che sono usate a corte

a sollazzar la gente:

domandanti sovente

danari e vestimenti.

Certo se tu ti senti

lo poder di donare,

ben dei corteseggiare [234].‒

I consigli che monna Larghezza dà al cavaliere sono notevoli sotto ogni riguardo. Figuriamoci: il cavaliere non deve spendere per la donna da lui amata, ma deve corteseggiare con un uomo di corte! Veramente il poeta aggiunge:

Se tu puoi megliorare

lo dono in altro loco,

non ti vinca per giuoco

lusinga di buffone.

In ogni modo, lasciando stare per un momento burloni, giullari e uomini di corte, resta sempre, secondo l’opinione di monna Larghezza,

che ’l presentar ritene

amore ed onoranza,

compagnia ed usanza.

La nota giusta, in una tale quistione di cortesia e di larghezza, è quella trovata da Francesco da Barberino ne’ Documenti d’Amore. Egli dice:

Non è avaro ognun, che mano stringe,

Nè largo ognun, ch’aperta borsa porta;

Ma solo quel, ch’accorta

Usa maniera in dare, ed in tenere,

Come lo tempo chere,

Loco, possanza, e ben guarda in cui pinge [235].

Quanto a’ giullari essi continuano a esser trattati più o meno male da questi autori di norme per viver bene. In una certa occasione non si mostrò blando con essi nemmeno Francesco da Barberino. Ne’ suoi Documenti messer Francesco si mette, a un certo punto, a dar le norme per i viaggi: la carovana sia formata tutta di gente cortese e conosciuta; per via si pigli un’aria franca che faccia paura a’ ladri; si seguano tali e tali consigli (che sarebbe lungo ripetere) nel guadare i fiumi e nel valicare i monti, nel bere alle fontane e nel mangiare alle ostiere. A proposito di queste ultime, messer Francesco dà un consiglio arguto:

Se trovi l’oste bella

Fingi di non vedella;

Che poi ti vende cara

La sua lusinga amara.

Il poeta parla dell’ora in cui bisogna levarsi, delle tappe, delle cure che bisogna avere per i servi, per i cavalli, e finisce raccomandando al viaggiatore o al mercante:

Nè sia largo a giollari

In questi camminari [236].

Ripetiamo: è sempre di donari molto larghi che lo scrittore intende parlare, che un piccolo dono si poteva ben fare a’ poveri giollari, senza pregiudizio della borsa e dell’anima. Già: anche dell’anima. Si ricordi ciò che scrisse san Tommaso:

Qui moderate.... subveniunt (a’ giullari), non peccant, sed juste faciunt, mercedem ministerium eorum eis tribuendo.

Si badi a quel juste, molto eloquente.   .

Si qui autem superflue sua in tales consumunt, vel etiam sustentant illos histriones qui illicitis ludis utuntur, peccant, quasi eos in peccato foventes.

Non si poteva essere più moderati: liberali sì, ma non prodighi, e non si doni a’ giullari licenziosi. La quale proibizione non è nemmeno assoluta: se il giullare si trova in una necessità estrema, ei suo veniendum est, sia egli buono o cattivo [237]. Tommaso d’Aquino non fu un arcigno e intransigente moralista, ma un santo, e la sua moderazione verso i giullari è spiegata dalla bontà del suo cuore.

In pratica, pensarono a mettere un freno allo smodato donare, come al solito, gli statuti. Abbiamo già visto che in occasione di nozze, di adozioni, di cavalieri novelli, non era lecito fare a’ giullari un dono maggiore di quello fissato per legge, e qualche volta si poteva dar loro soltanto da mangiare. Anzi dovevano essere regolarmente invitati e non invitarsi, come spesso avveniva, da sè. Chi non si curava della legge, era condannato a pagare una grossa multa. Nello statuto di Siena si è veduto che i giullari non potevano andare a mangiare con alcun « foretano », se non invitati. Anche il podestà era tenuto a « non dare o vero fare dare mangiare » ad alcuno giollaro, « o vero il quale vada per le corti, se non se esso spezialmente invitasse o vero invitar facesse ». Inoltre, sempre a Siena, i cavalieri novelli non potevano « dar commiato » a nessun giullare. Anzi, poiché era costume che il cavaliere novello « mandasse » gli uomini di corte « ad alcuni suoi amici o vero parenti », per aver commiato, si cerca di mettere un freno anche a questa usanza che aveva dovuto dar luogo a scandalose prodigalità [238]. Lo statuto di Siena non è l’unica testimonianza di uno stato di cose così fatto: altre e ben più antiche prove abbiamo. Nello statuto di Viterbo del 1251 si decreta che nessun istrione, giullare o giullara vada a mangiare con un cittadino o con un forestiero, se non espressamente invitato: pena soldi venti; e, questo è il più curioso, hospes, qui eum non invitatum receperit, simili pena peniteat [239].

Non sappiamo come facessero i podestà a sapere se un giullare fosse o non fosse stato invitato, anche quando c’eran quelli che alcuni statuti chiamano denuntiatores. Rileviamo soltanto il punto a cui doveva esser giunta l'importanza, o se altri vuole, l'improntitudine de’ giullari, da introdursi nelle case e sedere a tavola, non invitati, di gente il più delle volte sconosciuta. Non era però raro il caso che a una tale improntitudine venisse posto un freno anche senza ricorrere a’ capitoli degli statuti. Salimbene racconta che un giorno Ghiberto da Gente, signore di Parma, venne da un uomo di corte richiesto di un donativo; e il faceto Ghiberto gli offerse un bolognino per comprarsi i fichi!

O cortesi e liberali anime di Alessandro e del re Giovane, perdonate!

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A questo punto, non si può tacere di alcuni fatti che proverebbero da soli, se di prove ci fosse ancora bisogno, quanto intensamente i giullari partecipassero alla vita domestica e sociale nel secolo XIII.

Negli ultimi anni del secolo XII e nei primi anni del 200, fiorì a Bologna un celebre maestro di rettorica, più volte da me ricordato: Boncompagno da Signa. Egli scrisse, fra le altre sue opere, una Ars Dictaminis, modelli di lettere di ogni specie e per ogni genere di persone, che formano nel loro insieme e nella loro varietà un’opera, tra simili formulari medievali, non la meno varia e la meno curiosa, secondo l'opinione del Gautier. Ebbene, era tanta l’importanza dell’uomo di corte che molti di questi modelli si occupano di lui. Sono la più parte lettere di raccomandazione, tante quante sono le varietà, se così posso dire, del giullare. Ce n’è per raccomandare il giullare che suona la viola, o la lira, o la symphonia, la cetra, l’arpa, la rota.

Non si dimenticano però, per i virtuosi di musica, i ballerini, i giullari ciechi che fanno meraviglie, e i giocolieri abili a rifare il verso degli uccelli e il raglio degli asini. Si pensa a tutti; per tutti si ha una parola nuova di lode. L’uno sa vielam tangere in dulcore; di un altro è detto che suona il suo strumento mirabiliter: di questo si dice che fa meraviglie col suo liuto, di quello si loda la curialitas e la fama e si aggiunge che sa toccar l’arpa o la rota super omnes in omnimoda varietate sonorum; in qualche lettera si fa voto che il dono da farsi al giullare eguagli la sua abilità e la sua scienza. Il più delle volte questi modelli sono molto lusinghieri e obbliganti: ‒ «Il latore della presente, che sa ecc., ve lo mando con preghiera che gli doniate, nostre dilectionis intuitu »: oppure: ‒ « lo raccomando alla vostra amicizia », «al vostro animo nobile», « vestre curialitati ».‒ In una Summa Dictaminis inedita del secolo XIII. c’è un modello di lettera in cui, dopo aver lodato, secondo il solito, il giullare, si aggiunge:

« ... eum vobis cum magna confidentia destinamus, rogantes precibus, quibus possumus, quatinus aliquii subsidium gracie specialis eidem impendere debeatis. [240]»

Non si può essere nè più chiari nè più obbliganti di così!

Che poi tali formulari fossero adoperati realmente, ne è prova la lettera di raccomandazione, scritta in nome di Carlo d’Angiò, universis tam amicis quam fidelibus, per raccomandare Ruinaldo, dilectus joculator, fidelis, affinchè non gli fosse fatto male e non si permettesse che altri gliene facesse, in personis vel rebus, in eundo, morando vel redeundo [241].

Titolo di raccomandazione era quasi sempre l’attestazione che il giullare aveva già prestato, in altre circostanze, l’opera sua eleganter. Non restava se non rispondere, ed eccovi modelli mirabili di risposte:

« Amicicie vestre litteris intellectis, vestimento, praeclara et honesta instrioni vestro curavimus exhibere, in his et majoribus parati vestris desideriis compiacere. »

Oppure:

« Joculatorem sic licenciare curavimus magnis donis quod cantando ubique magnificet nomen vestrum. »

Capite? Si regalava al giullare, non perchè magnificasse la propria liberalità, ma quella di colui che l’aveva raccomandato! Cortesie feudali! Per trovare qualche cosa che le eguagli, bisogna pensare a quei cortesi cavalieri di Brettinoro, di cui parla il Novellino, che impedivan si aprissero osterie nel paese e si accapigliavano per menare, ciascuno in casa sua, i forestieri! [242]

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Un altro di que’ fatti importanti, a’ quali ho accennato, ha relazione con una costumanza medievale, diventata quasi un’istituzione giuridica per il largo uso, o abuso, che se ne faceva: la rappresaglia. L’istituto è barbaro e non esagerava lo statuto di Parma, dicendo che da esso consuevit provenire causa et materia scandalorum [243]. Spiegarlo è semplice; ma non è possibile, pensando a tali usi che pure vigevano a’ tempi de’ liberi Comuni, non è possibile non sentire, in fondo all’animo, l’amarezza di un rimpianto. Non è possibile: gl’Italiani potevano essere grandi e liberi, affratellandosi; e preferirono esser piccini e servi, dilaniandosi. Che cosa erano le rappresaglie? Un cittadino, un mercante di Firenze, mettiamo, passando per il territorio di Siena o di altra città, era derubato; allora faceva ricorso al proprio comune il quale invitava il comune, dove il fatto era avvenuto, a provvedere perchè il mercante ottenesse giustizia. Se il comune invitato non eseguiva l’invito, si concedeva al danneggiato il diritto di rappresaglia, di potere, cioè, rifarsi di quanto aveva sofferto, derubando alla sua volta qualcuno del comune nel territorio del quale era stato derubato.

La vendetta privata e l’istituto delle rappresaglie caratterizzano ancora più quei nostri padri sempre pronti a dar « nel sangue e nell’aver di piglio ». Qualche comune, fra i quali Parma, cercò di porre un rimedio alla cosa, non concedendo un tale barbaro diritto; ma, non assecondato dalle altre città, dovette cedere. A Parma, tuttavia, giacché non si potè impedire del tutto quest’uso, fu per altro stabilito che, in qualunque occorrenza, non si darebbe ad alcun cittadino il diritto di far rappresaglie, se non dopo una decisione del Consiglio generale, al quale intervenissero cinquecento membri almeno, e tre quarti di essi fossero consezienti nell’accordarne la facoltà! Abbondiamo di particolari perchè risalti meglio quello che siamo per dire. Lo Statuto di Parma conchiude ordinando che, in qualunque caso, dovevano essere immuni da qualsiasi molestia i forestieri che venivano a Parma per cagione di studio, gli uomini di corte e i buffoni: represaliae concessae vel concedendae non praejudicent alieni homini de curte vel buffoni. [244]» Siamo in quella medesima Parma che Salimbene diceva irreligiosa, intenta a beneficare istrioni, e uomini di corte e che dichiarava esenti da tasse e da dazi i giullari e le loro famiglie.

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I giullari hanno invaso tutto: le corti de’ principi, le sale de’ feudatari, i Consigli de’ Comuni, i palazzi de’ podestà; li troviamo a tavola con arcivescovi e sotto le tende con generali; ne rigurgitano le osterie; le piazze e i trivi sono, per loro, comodo e naturale palcoscenico. Due soli luoghi rimanevano inesplorati per i giullari: il paradiso e l’inferno; e i poeti compiacenti e solerti pensarono di mandarli nell’uno e nell’altro luogo. Qualche volta, anzi, non è un poeta a mandare in paradiso i giullari, ma un grave teologo, un santo. San Tommaso, per esempio, dà a san Panunzio un istrione per compagno nella gloria del paradiso [245].

In un fabliau si racconta che un diavolo una volta afferrò l’anima d’un giullare e se la portò all’inferno, mentre altri diavoli vi portavan preti, monaci, vescovi, abati, cavalieri: compagnia lusinghiera per un giullare. Lucifero prende a volergli bene e gli affida, un giorno che i diavoli eran andati per la terra alla conquista di anime, la custodia dei dannati, colla promessa, se farà buona guardia, di un grasso frate arrostito, con salsa di usuraio. Viene san Pietro, invita il giullare a giocare e questi, non avendo altro, punta le anime affidate alla sua custodia. Inutile dire che le perde tutte, così che, quando Lucifero torna, trova vuoto il suo regno. ‒ Va via anche tu! ‒ gli grida su tutte le furie Lucifero; ‒ e giuro di non ammettere più nel mio regno nessun giullare! ‒ E il poeta finisce dicendo che il giullare infedele se ne scappò in paradiso, e rassicurando gli altri giullari ancora vivi a starsene ormai allegri di far festa e sollazzo a loro piacere, tanto il pericolo dell’inferno per essi è finito [246].

Nel fabliau è evidente l'intenzione scherzosa e anche un po’ sacrilegamente satirica.

Ma ci fu un poeta italiano, il quale non seppe seriamente immaginare un paradiso senza giullari.

Lì non manca al justo - avere nè signoria,

donzelli adorni e presti - e zoie e zularia,

zulieri che stanno denanze - si fanno festa compia;

que dolzi versi fanno – cuntare non se poria!

Denanze a lui ge sonano - versiti di cortescia,

e de diane e de organi - con son de sinfonia,

li più dolcissimi versi, - che in questo mondo sia,

appresso de quelli pariveno - pagura e villania [247].

Una tale descrizione non deve meravigliare chi pensi che nella Diaeta Salutis, un libro attribuito a san Bonaventura, il paradiso è rappresentato come una di quelle corti bandite, delle quali tanto diletto prendevano i popoli d'allora. V’è Cristo, tanquam monarcha praecipuus; la Vergine è la regina cum puellis: gli angeli sono nobilissimi regis domicelli; i patriarchi e i profeti sono experti seniores, gli apostoli regis senescalcki; i martiri strenuissimi regis milites [248]. Con la testa piena di avventure, di tornei, di giostre, di paladini, di doni, di cortesie, gli uomini del 200, e con essi scrittori e poeti, foggiarono un paradiso confacente alla moda, a’ costumi, a’ bisogni, alle preoccupazioni del tempo; in esso, come nel mondo reale, non potevano mancare, e non mancarono, gli allegri « zulieri ».

¯

Il presente studio è completo? No! Conosciuta la vita intima, le abitudini, le amicizie, gli odi del giullare, i luoghi frequentati, le persone da lui predilette, le sue vicende, le sue miserie e le sue fortune, che cosa resta da fare? Molto: sapere più particolarmente che cosa cantavano, che cosa raccontavano, ricostruire, insomma, il loro repertorio; determinare la loro importanza, il posto che essi occupano nella storia letteraria del secolo XIII, ricercando quanta parte abbiano avuta nello sviluppo de’ generi letterari: novelle, cantari, lirica, e se e come abbiano contribuito alla formazione e alla diffusione del volgare. Il presente studio è una premessa e una promessa di un altro studio posteriore su’ giullari,

.    .    .    .    de’ quai le novelle

All’altro canto vi farò sentire,

S’all’altro canto mi verrete a udire.

INDICE

Capitolo I - Feste e giuochi nel 200. ‒ Definizione e classificazione del giullare. ‒ Sue vesti. ‒ Le Giullaresse. ‒ Compagnie giullaresche. ‒ Nomignoli di giullari.

Capitolo II - Cenno sulle condizioni politiche dell’Italia nel 200. ‒ Il giullare presso re, imperatori e grandi feudatari.‒ Mecenatismo feudale cavalleresco.

Capitolo III - Giullari e Trovatori. ‒ Loro contrasti e tenzoni. ‒ Il « vanto ». ‒ Ingiurie di trovatori a giullari e di giullari a trovatori. ‒ La filippica di un poeta contro i giullari.

Capitolo IV - Giullari e Prelati. ‒ Accoglienze liete e visi arcigni. ‒ Antagonismo fra giullari, preti e frati. ‒ I «Giullari di Dio ».

Capitolo V - Giullari, giudici e podestà. ‒ Il giullare fra il popolo. ‒ Come vi è giudicato. ‒ I Cantastorie. ‒ La satira del villano.

Capitolo VI - Che cosa rappresenta il giullare nella vita del 200? ‒ Il giullare a’ matrimoni, a’ cavalieri novelli e ad altre feste. ‒ Leggi suntuarie. ‒ Il « Trionfo d’Amore ».

Capitolo VII - Le arti di un giullare. ‒ Gli informatori del 200: mercanti, scolari, frati e giullari. ‒ A che serviva un giullare.

Capitolo VIII - Alti e bassi nella vita del giullare. ‒ Cortesie e doni nel 200. ‒ Norme di scrittori e decreti di statuti. ‒ Le lettere di raccomandazione. ‒ Le rappresaglie. ‒ I Giullari nell’inferno e nel paradiso.

Note

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[1] Murat. Dissert. sopra le ant. Ital. XXIX.

[2] Cassiodorii, Variarum, l. III, Ep. 51: Haec nos fovemus necessitate populorum imminentium, quibus votum est ad talia convenire, dum cogitationes serias delectantur abjicere... Ad illud potius turba ducitur, quod ad curarum remissionem constat inventum Expedit interdum desipere ut populi possimus desiderata gaudia continere.

[3] Rolandino cit. dal Mur. Op., cit.

[4] Ann. Parmenses majores, Pertz, Mon. Germ. Hist., XVIII pag 736.

[5] Rolandino citato dal Muratori e G. Bonifacio, dell’Historia Trivigiana l. V.

[6] Novellino, LII.

[7] G. Bonifacio, op. cit , l. VI.

[8] Muratori, op. cit.

[9] Non è improbabile che il giullare si sia chiamato uomo di corte, perchè assiduo frequentatore di vere e proprie corti, quelle de’ principi, de’ podestà, ec..

[10] Cit. dal Muratori, op. cit.

[11] Non mette conto fermarsi a rilevare che il vocabolo giullare deriva dal latino jocularis per la trafila di joclaris, joclare, iollare, giollare. Ricordiamo, giacché viene in taglio, un altro nome che ebbero i giullari, o meglio soltanto alcuni di essi, quello di menestrello. La derivazione di quest’ ultimo vocabolo è ovvia, e si presenti a bella prima alla nostra mente: si pensa subito al latino ministerialis, colui che adempie un ministerium: il giullare adempiva presso i signori, il ministerium di cantare. Del vocabolo menestrello, della derivazione sua e del suo valore si occuparono P. Paris Histoire littéraire. XX. p. 722; L. Gautier Les Épopées françaises, vol. II; P. Raina, Origini dell’Epopea francese, 537 e seg.

[12] croio: rustico.

[13] Il Tesoro di B. L. volg. da Bono Giamboni, l. VI, cap. 20.

[14] Novellino, LXIV.

[15] Salimbene parmensis, Chronica, Parma, 1857, pag. 196.

[16] B. L., Li Livres dou Trésor, Chabaille, l. II, p. II, c. LVI.

[17] L’aneddoto è riportato dal Gautier, op. cit. vol. II pag. 25. Il testo di T. di C. e del Sep. Sac. si trova anche in in G. op. cit. II, 21, 22, 24, Note.

[18] S. Thom. Aquin., Summa Theol. Secundae secundae quaest. 168, art. III.

[19] v. G. Riquier, in Crescini, Man., 62, pag. 376.

[20] Crescini, Man., 63, pag. 379.

[21] Crescini, Man., 383, vv. 111-5.

[22] Mur., op. cit.; Stat. di Mil, P. II, cap. 433.

[23] Stat. di Crem., Rubrica 181.

[24] Sic. e. Tuccia, Cron. di Viterbo, in Doc. di St. It. pub. dalla R. D. negli studi di St. Pat. per le Prov. di Toscana, Umbria, Marche; IV, pag. 8, ed. Ciampi.

[25] cfr. Note e App. all’op. cit, pag. 314.

[26] Statuimus firmiter ut quicumque joculatores obloquentes in personis aut rebus offenderit, pacem imperialem non teneatur infringere, nec proinde ab aliquo puniatur (v. F. Torraca, Su la più antica Poesia Toscana, in Riv. d’Italia, IV, 247).

[27] Il Costituto del Com. di Siena, volgar. nel MCCCIX-MCCCX, Siena 1903, CLXXXIX, pag 313. V. anche Le Antiche Nozze Senesi, pubbl. in occasione delle nozze D’Ancona-Nissim, dal Bianchi, Siena, 1871.

[28] Statuti Civitatis Eporediae, l. III.

[29] Stat. Com. Vercel. ab anno MCCXLI, § XL., G. B. Adriani, Paravia, 1877.

[30] Stat. Com. Verc. ed. cit., XXII.

[31] Stat. Com. Parm. ab anno MCCLXVI ad annum circiter MCCCIV, ed. cit., pag. 194.

[32] id., pag. 65.

[33] Sacchetti, nov. 145.

[34] Raina. Il Bov. d’Ant., in Appendice alle Ric. sui R. di Fr., Bologna, 149.

[35] Nel secolo seguente troviamo il buffone identificato all’uomo di corte: il Gonnella fu « un piacevole buffone, identificato all’uomo di corte, che vogliamo dire » (Sacch., 26); Ciacco« fu uom di corte, cioè buffone » (Ottimo, Inf., VI); Giovanni Fiorentino dice: gente di corte, cioè ministri e giocolatori (Pec. 25,2).

[36] Du Cange, Glossarium, joculator.

[37] Salimbene racconta di un giullare che rubò coclear argenteum, a un pranzo al quale era stato invitato (op. cit., pag. 63).

[38] cfr. Le Novelle Antiche, Biagi.

[39] Rezasco, Dizion. d. Lingua Ital. Stor. e amm.; giullare. ‒ Nelle Novelle Antiche, infatti, di Saladino, « il quale era un uomo di corte », si racconta che, essendo in Sicilia, mangiava « a una tavola con molti cavalieri ».

[40] v. Gautier, op. cit., II, 104.

[41] cfr. Rezasco, op.. cit., giullare.

[42] Du Cange, op. cit., jocularis. - Si trova in G. Villani un vocabolo, bigerai, uomini di corte, buffoni, che di per sè indica questo modo di vestire proprio dei giullari. Il Muratori lo fa derivare dal francese bigarré, uomo vestito di abiti di colori diversi (Muratori, op. cit.); ma il Rezasco ben ricorda a proposito il medievale bigarratus, inteso dal Du Cange come variegatus, diversis coloribus interstinctus (v. Rezasco, op. cit.).

[43] v. Salimbene, op. cit., pag. 117, 371.

[44] cfr. Rezasco, op. cit.

[45] Novellino, XVIII.

[46] v. Gautier, op. cit, II, 127, nota J.

[47] Docum. trascrit. e pubblic. da Cesare De Lollis, Giorn. Stor. d. Lett. ital. XXX, 139, nota.

[48] Testo citato.

[49] Rajna, op. cit.

[50] Murat., op. cit.

[51] Da un Penitenziale francese, cit. dal Gautier, op. cit., II, pag. 98, note.

[52] Du Cange, op. cit.. histrio.

[53] Gautier, op. cit., II, 99, nota 2.

[54] Gautier, pag. 110.

[55] v. Biografie dei Trovatori, Chateneau.

[56] Friedrich Witthaeft, Sirventes Joglaresc, pag. 77, vv. 20-1.

[57] Rom. de Flam., Meyer, 19.

[58] Sacch., Nov. CXLIV.

[59] Bocc., Dec, II, 1.

[60] Sacch., Nov. CXLII.

[61] Per i nomignoli de’ giullari e per il testo di Boncompagno v. Gautier, op. cit., II, pag. 103, note.

[62] Sacchetti, Nov. III.

[63] Salimbene, op. cit., pag. 201.

[64] cfr. quello che dice Salimbene di fra Benedetto a pag. 83 della sua Chronica.

[65] Salimbene, pag. 275-6.

[66] Per dare a Cesare quel ch’è di Cesare, confessiamo che alcuni di questi concetti apprendemmo dalla viva voce del prof. Torraca, durante il corso universitario, anno 1904-5.

[67] Du Cange. op. cit., histrio.

[68] cfr. Gautier, op. cit., II, 135, nota 3.

[69] Rogerus Hovedenus in Ricardo I, cit. dal Du Cange, joculator.

[70] cfr. A. F. Ozanam, I Poeti Francescani in Italia, Fanfani, c. II, 32.

[71] Novellino, XVII.

[72] Novellino, I.

[73] Salimbene, op. cit., pag. 166.

[74] Salimbene, op. cit., pag. 170.

[75] Tolomeo da Lucca, Annali Eccles., t. XI. Rerum Ital. del Muratori, del quale v. anche l’op. cit.

[76] V. Capasso, Nuovi Regesti Angioini, in Arch. di Stato di Napoli, vol. I; cit. dal De Lollis. op. cit., pag. 193.

[77] Lo stessoo Salimbene racconta che un giullare per scherzare un po’ troppo col re d’Inghilterra fu seriamente minacciato di forca (pag. 131). Come si vede gli umori principeschi erano ben differenti.

[78] Cfr. quello che è narrato dal cantante Apelle, in Svet., Calig. 33.

[79] L. Gautier, op. cit., II, 103, nota.

[80] N. Zingarelli, Dante, pag. 12.

[81] T. Casini, Giornale Storico, 397.

[82] Crescini, op. cit., pag. 295, vv. 100 e segg.

[83] Crescini, op. cit., pag. 294, vv. 91 e segg.

[84] v. Raynouard, Choix des Poésies originales des Troubadours, IX, pag. 61.

[85] F. Witthaeft, op. cit., pag. 70.

[86] Salimbene, op. cit, pag. 179, 182.

[87] Salimbene, 182.

[88] Roman de Flamenca, ed. cit., 19.

[89] cfr. Pio Rajna, Il Cantare de’ Cantari, in Zeitschrift für Rom. Phil, V. II, 252.

[90] Crescini, Manuale, 227, v. 82.

[91] Si ricordi la famosa baruffa fra trovatori avvenuta a Firenze circa il 1225 (v. C. De Lollis, Sordello e op. cit., e F. Torraca, Giornale Dantesco, VI.

[92] v. Friedr. Witthaeft, op. cit. pag. 55

[93] v. Friedr. Witthaeft., op. cit., pag. 69, vv. 1-8.

[94] v. F. Witthaeft., op. cit., pag. 76, vv. 31-2.

[95] v. F. Witthaeft, op, cit, pag. 73.

[96] v. F. Witthaeft, op. cit., pag. 71.

[97] v. Fried. Witthaeft, op. cit., pag. 72.

[98] Lo chiamo così per chiasso.

[99] v. Breviario d’Amore, Cresc. Man., pag. 391 e segg.

[100] Salimbene, op. cit., pag. 63.

[101] Gautier, op. cit., II, pag. 103, nota 1.

[102] Salimbene, op. cit., pag. 150-1.

[103] Sacchetti, Novelle.

[104] Abbiamo accettato le conchiusioni a cui giunge il Torraca a proposito della cantilena, come quelle che ci sembrano la più soddisfacenti (v. F. Torraca, Su la più antica poesia Toscana, in Riv. d’ital., IV). Per il testo della cantilena, v. Torraca, op. cit., o Man. d. Lett. ltal., l, l.a, 10-11.

[105] Salimbene, op. cit., 211.

[106] Salimbene, op. cit., 242.

[107] v. Gautier, pag. 43, nota

[108] Muratori, op. cit. e Gautier, op. cit., II. 102, nota 2; in quest’ultimo il testo è più corretto.

[109] cfr. La Passione di Ruggieri Apugliesi, pubblicata dal De Bartholomaeis, Rime antiche Senesi ecc., p. 15-17. Dell’Apugliesi e della sua « arte » si occupò anche il Torraca, Per la Storia Lett, del sec. XIII, 15 e segg.

[110] Salimbene, op. cit., pag. 215.

[111] Salimbene, op. cit., 353.

[112] cfr. Paul Sabatier, Vie de St. François d’Assise, X ed., pag. 89, 352.

[113] v. il Ritmo in Du Méril, Poésies populaires latines d. M A., 163 e segg.

[114] La prima formula è di Uguccione da Lodi, la seconda del Macaire, uno dei poemi del celebre manoscritto della Marciana di Venezia (v. Torraca, Manuale ecc. I, 1a pag. 7); Il poema Berta e Mìlone del medesimo manoscritto (A. Mussafia, in Romania, 1885) incomincia così: Entendis moi, segnor e bona jent. Le citazioni si potrebbero moltiplicare.

[115] A. Arboit, Villotte Friulane, Appendice, pag. 304.

[116] v. Ozanam, op. cit., 67, nota; Torraca, Per la Storia lett. ecc.

[117] Gautier, op. cit., 15, nota 1.

[118] Per Io notizie su frate Vita e frate Enrico, v. Salimbene, op. cit.

[119] De Babilonia Civitale Infernali, in Ozanam, op, cit., pag. 264.

[120] v. Statuta Paduae del 1265: centum libre denariorum dentur per comune Padue fratribus minoribus pro indumentis et fratribus predicatoribus totidem.

[121] Ci resta negli antichi libri del Comune di Siena un ordine di pagare cento soldi di denaro a Guidaloste, joculatori de Pistoria, pro uno pario pannorum, quia fecit cantionem de captione Tornielle, o come è detto in un’altra provvisione, quandam Ballatam de Tornielle ( D’Ancona e Bacci, Man. d. Lett. It., I, 25-6 ).

[122] Da una provvisione della Repubblica Fiorentina, che porta la data del 1352, si rileva che i Podestà di questo Comune erano obbligati a dare a un uomo di corte, miles curialis, o delle parole, unam ex suis robis decentem (A. D’Ancona, Varietà Stor. e Lett., 70-1). Il primo uomo di corte, Gello da Borgo San Friano, al quale i Podestà eran tenuti a dare robe e vesti e del quale troviamo fatta menzione, era già noto nel 1303: non siamo lontani quindi dal ’200. ‒ Lo Statuto di Parma ricorda fra gli uomini di corte un Grisopolo Gerardoni, che sì per l’abilità come per la fede e devozione sua al comune, meritossi un beneficio particolare. In virtù di apposito capitolo il Podestà e il Capitano del popolo eran tenuti a donargli del loro un vestito, una guarnaccia foderata, un mantello o tabarro foderato di pelli o zendado. Tanto fu l’importanza data a questo donativo che nelle stesse lettere da scriversi ai futuri Podestà e Capitani annunziatrici della loro elezione, volevasi fatta menzione espressa dell’obbligo che essi, accettando, contraevano verso il Gerardoni; non mantenendo la promessa eran multati fortemente (v. Statuta Communis Parmae) Ronchini, II, pag. 148).

[123] Per queste e le segg. notizie su’ Podestà, cfr. Gianani, I Comuni, 377 e segg.

[124] Orf. da Lodi, De Regimine et Sapientia Potestatis, in Documenti per servire alla Storia d’Italia, v. VII, pag. 550.

[125] - ... ut ioculatores publicent per civitates, curias et alia loca eorum nomen, et boni et largi videantur et dicantur (Giov. da Vit., Liber de Regim. Civit., Salvemini, in Bibliot. Iurid. Med. Aev. III).

[126] Du Cange, op. cit., joculator.

[127] Il Cost. di Siena, ed cit., rubrica CLXXXXI - II, pag. 313-4.

[128] v. i detti documenti in R. Davidsohn, Forschungen zur Geschichte von Florenz, pag. 322-323.

[129] Statuta Com. Paduae, Padova, 1873. 2: Potestate domino Matteo de Corrigio, 1270. Nullus civis padue audeat edere vel bibere cum potestate ecc.

[130] v. quello che dice Salimb., op. cit., pag. 329.

[131] cfr. F. Torraca, Le Donne Italiane nella Poesia provenzale, pag. 34.

[132] cfr. G. Carducci, Galanterie cavalleresche de’ secoli XII e XIII, in Nuova Analogia, 1° gennaio, 1885.

[133] v. Cresc. Man., 287 e seg.

[134] Del Reggimento e del Costume delle Donne, P. I, IV, v. 70 e segg.; e P. II, III. v. 69 e segg.

[135] Salimbene, op. cit, 21.

[136] B. L., Il Tesoretto, Chiappari 1788, cap. 31, pag. 288; lo Zannoni mette i versi riportati nel Favolello, cap. I. vv. 95-100; vedi anche il Tesoretto e il Favolello, ed. dal Wiese, in Zeitschr. J. Rom. Philol., 83.

[137] Filippo Villani, nel Liber de Civit. Fior. famosis Civibus (cit. dal Renier, La discesa di Ugo d’Alvemia allo Inferno, pag. XVI) non si degnò di darci diffuse notizie de’ giullari, o almeno di una parte di essi: mihi non est animus de histrionica arte implere libellum, ideo ad meliora revertor, scrive egli in atto di spregio, e l’antico volgarizzatore italiano non credette neppure pregio dell’opera inserire nella sua traduzione il magro capitoletto di cui fa parte il periodo riportato.

[138] G. Boccaccio, Decamerone, I, 8.

[139] Donizone, in Vita Com. Mat.; cit., dall’Ozanam, op. cit., pag. 34.

[140] . . . Cantores Francogenorum o Francigenarum in plateis Communis ad cantandum vel in circumstantiis plateae et palatii Communis omnino morari non possint (Murat. op. cit.). Molto s’è scritto su questo celebre decreto; vedine il testo esatto in Pellegrini, Il Serventese dei Lambertazzi e dei Geremei.

[141] I cantastorie si trovavano anche alla corte de’ podestà. Così abbiamo sentito Orfino da Lodi:

Cantores grati simulent fera gesta rogati.

Le fera gesta (l’osservazione è del Torraca) ci richiamano alla mente le canzoni di gesta; il simulent, poi, ha il valore non di rappresentare, ma di esporre, raccontare.

[142] v. il poemetto in Du Méril, Poésies inédites d. M. A., pag. 409; cfr. anche R. Briscese e M. Rigillo che del poemetto, Paolino e Polla, particolarmente si occuparono.

[143] N. Lagomaggiore, Rime Genovesi del secolo XIII e XIV, in Arch. Glott. ital. II, 286, CXVII, CXVIII.

[144] v. E. Monaci, Crestomazia Ital. d. primi sec. ecc. , fasc. II, pag. 447.

[145] G. Carducci, ode Alla Regina d’Italia.

[146] Salimbene, op. cit., 17 e segg.

[147] A. Bartoli, Storia d. Let. Ital. I, 303. Credo si debba perdonare al B., in questo passo, qualche esagerazione nell’espressione e nella frase.

[148] v. il sirventese di velh e nouvel di Bertrand de Born, in Cresc, Man., pag. 232.

[149] Per Boncompagno, maximus florentinorum trufator, e per gli altri due, v. Salimbene, il quale riporta anche i loro ritmi in derisione di frati e in lode del vino.

[150] La Passione, ed. cit.; v. per l'arte dell’A., Torraca, Per la Storia ecc., op. cit.

[151] v. Gautier, op. cit., pag. 146, nota 2.

[152] v. Gautier, op. cit., pag. 146; la novella è riportata col titolo Les dix souhaits.

[153] Gautier, op. cit., pag. 144.

[154] v. Gautier, 144, a proposito del matrimonio di Margherita, figlia di Edoardo I.

[155] Franc. da Barb., op. cit., P. V.

[156] v. Muratori, op. cit.

[157] v. Gautier, op. cit., II, 107, nota I. Lettere di Boncompagno e di altri si trovan citate nella medesima opera a pagina 109, nota 1, a pag. 144-5, nota 3.

[158] Gautier, op. cit., pag. 144-5, nota 3.

[159] v. Muratori, op. cit.

[160] v. Guglielmo Ventura, in Rerum Italicarum scriptores, XI, del Muratori.

[161] Statuta Communis Vercellarum, ab anno MCCXLI; il capitolo citato è del 1242.

[162] Statuta Communitatis Novariae del 1277, Cerruto, Novara; CCLXXXIII.

[163] Cfr. quello che dice il Cerruto a questo proposito, op. cit, nota 333, pag. 329. Huiusmodi vestes in hoc capitulo prohiberi a statutis videntur; ad coërcendum fortasse nimiura pecuniae iactum. E barbarica voce latina liberata, gall. livree, manat haec vox livrare. V. anche Du Cange: livrare, librare festum, De festo pecuniam distribuere. Alla voce liberatio il Du Cange scrive: Quidquid in pecunia, vel cibo, et potu, vel vestimentis a domino domesticis, aut officialibus (aggiungiamo: joculatoribus) quotannis, vel certis ac definitis anni temporibus liberatur, seu praebetur.

[164] Statuta Comunis Clanciani, Fumi, CIX.

[165] Statuti di Custoza: De ludo non faciendo in sponsalibus.

[166] Commiato, adimandare o dar commiato, nel senso latino di commeatum, dare o potere com., vettovagliare; cfr. anche il provenzale comjatz, viatico, cibo pur viaggi; ecc: la domna fetz dar comjat an Bernait (v. Cresc., Man., 387).

[167] Le Antiche nozze Senesi, op. cit.

[168] Stat. Com. Nov., ed. cit.: ‒ qui nuptias fecerit vel cazalias non det joculatori nisi potum et cibum ecc. Il Cerruto commenta: Cazalia noncupandi mos fuit adoptio alicuius in familiam. ‒ Stat. Com. Clanc, ed. cit.: CIX, De nuptiis... quot homines sint.

[169] Gautier, op. cit., II, pag. 143 e segg.

[170] Testo citato.

[171] Salimbene, op. cit., pag. 18.

[172] Bartholomaei Scribi Annales, in Mon. Germ. Hist.. del Pertz. XVIII, pag. 165.

[173] G. Villani, Cron., VII, 121.

[174] Murat. op. cit. Non credo esagerata l’affermazione che, con quell’in prima, si possa risalire fino al sec. XIII.

[175] Sacchetti, Nov., 145.

[176] Van., I primi tempi della Lib. Fiorentina, pag. 242.

[177] Come si fece per la venuta di Carlo d’Angiò a Firenze e a Roma (v. Mur., op. cit.).

[178] Novellino, XXXVIII. La medesima risposta è attribuita anche a Dante (cfr. G. Papanti, Dante secondo la tradizione).

[179] Stat. Com. Parmae, op cit., pag. XXII. nota 1.

[180] Istoria di R. Malispini con l’agg. di Giachetto, suo nipote, Romagnoli, CCXIX, 31 - G Villani Cron . xii,89).

[181] Dunque molte corti furon tenute in Firenze e in Toscana, nel 200, delle quali non c’è restata memoria, forse.

[182] Il Murat. vorrebbe togliere, non sappiamo perchè, quel gentili.

[183] Bertran de Born, Cresc., Man., 233, v. 15 e segg.

[184] Raimondo d’Avignone, in Raynouard, Choix ecc., IV, 462.

[185] v. P. Rajna. Il Cantare de’ Cantari e il Serventese del Maestro di tutte le arti, in Zeitschrift ecc., V, vv. 97 segg.

[186] Boccaccio, Decam., I, 8.

[187] v. Gautier, pag. 109, nota 1.

[188] v. Crescini, Man., pag. 293.

[189] Salimbene, loc. cit.

[190] v. Torraca, Riv. d’Ital, IV, 218, nota.

[191] B. Latini, Il Tesorelto, ed. cit.

[192] Salimbene, op. cit., pag. 150.

[193] Salimbene, op. cit., pag. 195.

[194] Salimbene, op. cit.

[195] Bovo d’Antona, ed. e luogo cit.

[196] cit. dal Gaspary, Storia Lett., trad. dello Zingarelli, pag. 104.

[197] quello che è raccontato del giullare Leveri ne’ Reali di Francia, ed. cit., cap. XXXIX e segg.

[198] Dei dissapori fra l’imperatore Arrigo VI e l’imperatrice Costanza i giullari scherzavano malignamente (Salimbene, op. cit., 175).

[199] v. la lettera di Ramb. de Vaq. in Crescini, Man., pag. 292 e segg. Il Crescini e lo Schultz se n’occuparono di proposito.

[200] Che i giullari seguissero i ciarlatani per fiere e per mercati, press’a poco come, a’ nostri giorni, i sonatori ambulanti e i sonatori di pianini seguono i Dulcamara moderni, abbiamo la testimonianza di Boncompagno, Ars Dictaminis (Du Cange, Appendice al Gloss. Lat.) e del Muratori, op. cit.

[201] Erant enim in exercitu Cantatores qui milites ad strenue se gerendum in proeliis excitabant, et rerum praeclare a summis ducibus gestarum exempla praeliaturis ob oculos ponebant, eaque decantabant (Du Cange, op. cit., Cantilena Rollandi). Cfr. anche Rajna, Orig. Ep. franc, pag. 363.

[202] Cibrario, Dell’Economia politica nel M. E., tomo 3.

[203] Salimbene, op. cit., pag. 73.

[204] Abbiamo già altrove citato l’ordine di pagamento del Comune di Siena.

[205] È il titolo di una lettera di raccomandazione di Boncompagno (v. Gautier, op. cit., pag. 109).

[206] Per i Canterini vedi gli studi di A. Rossi (Memorie di musica civile in Perugia, vol. III, fasc. V) e del D’Ancona (Varietà Stor. e Lett.); per A. Pucci si può vedere anche il D’Ancona, La Poesia popolare ital., pag. 44 e segg.

[207] G. Carducci, Galanterie ecc., cit.

[208] Di Gaucel Faidit dice il Biografo: Fes se jotglar per ochaizo qu’il perdit a joc tot son aver, a joc de datz (Rayn., Choix e c, v. II, pag. 162.

[209] v. Gautier, op. cit., II, pag. 136, nota 2.

[210] Alberti Marques e ’N Rambautz, in Crescini, op. cit., pag. 296, vv. 23 e segg. Cfr. anche Carducci, op. cit.

[211] Così viaggiava il giullare Rainaldo del quale si è parlato.

[212] Novellino, 3.

[213] Documenti Storici inediti in sussidio allo studio delle memorie Umbre, A. Sansi, parte I e II, pag. 246.

[214] Di questa costumanza il Casini crede di vedere una probabile allusione in una poesia di Guglielmo Raimondo (Propugnatore, XVIII, 179); v. in ogni modo, Novellino, 64, anche per ciò che diciamo dopo.

[215] Peire Bremon, cit. dal De Lollis, op. cit.

[216] Boccaccio, I, 7.

[217] Rambaldo de Vaqueiras, Cresc., Man., 295, v. 106.

[218] Cronaca di G. Morelli, Tartini, 1718, pag. 255.

[219] Das buch des Uguçon de Laodho, Tobler, v. 107.

[220] Albertano da Brescia, Trattati Morali, volgarizzati da Soffredi del Grazia, Ciampi, pag. 20.

[221] Novellino, Proemio.

[222] v. Conti di Antichi Cavalieri, Fanfani, VII, X, XVI; Novellino, 81, 15, 21, 2, 3.

[223] Salimbene, op. cit, pag. 179.

[224] Crescini, op. cit. pag. 297, vv. 19 e segg.

[225] Amerigo de Peguilhan, in Raynouard, Choix ecc., v. IV, pag. 64.

[226] Muratori, op. cit.; San Tommaso, op. e loc. cit.

[227] Du Cange, op. cit., ministelli.

[228] Salimbene, op. cit., pag. 361.

[229] B. L. Il Tesoro ecc., l. VI, c. 20; o Li Livres dou Tresor, 1. II, p. I, c. XXII.

[230] B. L., Il Tesoretto, ed. cit., c. 17.

[231] Francesco da Barberino, Documenti d’Amore, Ubaldini, I, 20.

[232] Giacomino da Verona, De Jer. Cael., in Ozanam, op. cit., pag. 252.

[233] Il costume di donare a istrioni, a buffoni, a uomini di corte, il Muratori lo crede dovuto all’influenza araba (op. cit., XXIX); il Gautier pensa a un’origine esclusivamente romana (op. cit., II, 129); ed hanno ragione entrambi, che non è da parlare di una sola, ma di più influenze concomitanti.

[234] B. L., Il Tesoretto, ed. cit., cap. XVI.

[235] v. i Documenti d’Amore, in Parnaso Italiano, vol. VII, pag. 103.

[236] Docum. d’Amore, Ubaldini, Parte VII, doc. 8.

[237] v. san Tommaso, op., quest. e art. cit.

[238] Il Cost, di Siena, ed. cit., v. II, CXC, CXCI, CXCII, pag. 313-4. Il verbo mandare, usato dal Costituto, mi pare spieghi il livrare dogli statuti di Novara e di Vercelli (testo citato): il giullare era mandato, livratus, ad amici o a parenti, perchè venisse regalato, in denaro o in vesti, livree.

[239] Statuto di Viterbo, del 1251, sectio IV, 94; ed. e vol. cit., pag. 577.

[240] Per l'Ars Dictaminis di Boncompagno e per la Summa Dictaminis, v. Gautier. op. cit., II, pag. 109, nota 1.

[241] testo citato.

[242] Un trovatore, Ferrarino da Ferrara, divenuto vecchio, poco andava attorno, fuori che andava a Treviso da messer Gherardo da Camino e da’ suoi figli, i quali gli facevano grande onore e volentieri gli donavano per la sua eccellenza e per amore del marchese d’Este, presso il quale, di solito, viveva (cfr. Casini, Propugnatore, XVIII).

[243] Stat. Com. Parm., ed. cit., pag. 67.

[244] Stat. Com. Parm, ed. cit.. pag. 65 e 155. ‒ Anche Federico II emanò leggi, non sappiamo quanto efficaci, vietanti le rappresaglie (v. A. Del Vecchio , La Legislazione di Federico II, pag. 178).

[245] Beato Paphnutio rivelatum est quod quidam joculator futurus erat sibi consors in vita futura. ‒ L’ annotatore osserva che questo joculator, di cui parlano san Tommaso e le vite de’ santi Padri, si meritò il paradiso per alcune sue opere buone, come l’aver liberata dall’infamia una monaca, cuius pudorem consortes eius (?) attentabant, e perchè pagò liberalmente i debiti di un povero diavolo che gemeva in carcere, riconducendolo alla moglie derelitta. Bravo joculator! (v. Som. Teol., notis historicis ac dogmatibis, Joanis Nicolaji ecc., Napoli, 1765, T. IV, pag. 137).

[246] cfr. A. Bartoli, op. cit., vol. I. pag. 298 e segg.

[247] Bonvesin da Riva. Il Libro delle Tre scritture, Della scrittura dorata, Biadeno, pag. 07, vv. 237 e segg.

[248] v. Ozanam, op. cit., pag, 86, nota 1.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011