Dino Frescobaldi

Canzoni e sonetti

Edizione di riferimento

La poesia lirica del Duecento, UTET, Torino 1968

I poeti del «dolce stil novo» a cura di Carlo Salinari, classici TEA, Milano 1998

Bibliografia

Dino Frescobaldi, Canzoni e Sonetti, a c. di Furio Brugnolo, Einaudi, Torino 1984

Poeti del Duecento, a c. di Gianfranco Contini, Ricciardi, Milano-Napoli 1960

Poeti del dolce stil novo, a cura di Marco Berisso, BUR classici, Milano 2006

Dino Frescobaldi figlio di M. Lambertuccio, di nobile e cconosciuta famiglia, fu ritenuto uno de’ maggiori e più noti rimatori del suo tempo già dai suoi contemporanei. Come famoso poeta è lodato dal Bembo, che lo antepose a Jacopo figliuolo di Dante. Ebbe un figliuolo detto Matteo, anch’esso rimatore. Amico di Dante si racconta che avesse ritrovato in Firenze i primi sette canti dell’Inferno (che il Poeta non portò con sé nell’ambasceria a Roma e che non potè recuperare in quanto condannato in contumacia all’esilio) che gli portò personalmente spingendolo a continuare il Poema

Le sue rime (canzoni e sonetti) sono contenute nel codice vaticano 3213 e nel chigiano 1124

 

I

Quest’è la giovanetta ch’Amor guida,

ch’entra per li occhi a ciascun che la vede;

quest’è la donna piena di merzede,

in cui ogne vertù bella si fida.

Vielle dinanzi Amor, che par che rida,

mostrando ’l gran valor dov’ella siede;

e quando giunge ov’umiltà la chiede,

par che per lei ogni vizio s’uccida.

E quando a salutar Amor la ’nduce,

onestamente li occhi move alquanto,

che danno quel disio che ci favella.

Sol dov’è nobilta gira sua luce,

el su’ contraro fuggendo altrettanto,

questa pietosa giovanetta bella.

II

Un’alta stella di nova bellezza,

che del sol ci to’ l’ombra la sua luce,

nel ciel d’Amor di tanta virtù luce,

che m’innamora de la sua chiarezza.

E poi si trova di tanta ferezza,

vedendo come nel cor mi traluce,

c’ha preso, con que’ raggi ch’ella ’nduce,

nel fermamento la maggior altezza.

E come donna questa nova stella

sembianti fa che ’l mi’ viver le spiace

e per disdegno cotanto è salita.

Amor, che ne la mente mi favella,

del lume di costei saette face

e segno fa de la mia poca vita.

III

Per tanto pianger quanto li occhi fanno,

lasso!, faranno l’altra gente accorta

dell’aspra pena che lo mi’ cor porta

d’i rëi colpi che fedito l’hanno.

Ch’e’ mie’ dolenti spiriti, che vanno

pietà caendo, che per loro è morta,

fuor de la labbia sbigottita e smorta

partirsi vinti, e ritornar non sanno.

Quest’è quel pianto che fa li occhi tristi

e la mia mente paurosa e vile

per la pietà che di se stessa prende.

Oi spïetata saetta e sottile,

che per mezzo del fianco il cor m’apristi,

com’è ben morto chi ’l tu’ colpo attende!

IV

No spero di trovar giammai pietate

negli occhi di costei, tant’è leggiadra.

Questa si fece per me sottil ladra,

ché ’l cor mi tolse in sua giovane etate.

Trasse Amor poi di sua nova biltate

fere saette in disdegnosa quadra

dice la mente, che non è bugiadra,

che per mezzo del fianco son passate.

I’ non ritrovo lor, ma ’l colpo aperto,

con una boce che sovente grida:

«Merzé, donna crudel, giovane e bella!»

Amor mi dice, che per lei favella:

«Novo tormento conven che t’uccida,

poi non se’ morto per quel c’hai soferto».

V

Donna, dagli occhi tuoi par che si mova

un lume che mi passa entro la mente:

e quando egli è con lei, par che sovente

si metta nel disio ched e’ sì trova.

Di lui v’appare una figura nova

che si fa loba e trovasi possente,

e segnoria vi ten sì aspramente,

ch’ogni ferezza al cor par che vi piova.

Pietà non v’è né mercé né calere,

per che si fa crudel com’ella puote

e disdegnosa della vita mia.

Li spirti, che nol posson sofferire,

ciascun si tien d’aver maggior virtute

qual può dinanz’a le’ partirsi via.

VI

Amor, se tu se’ vago di costei,

tu segui ben la più diritta via:

ché sol per acquistar sua segnoria

ti fa’ crudel vie più ch’i’ non vorrei.

E poi, s’i’ veggio te venir con lei,

tu apri tosto un arco di Soria,

e per la fine della vita mia

ti metti a saettar per li occhi miei.

Queste saette giungor di tal forza,

che par ch’ogni mi’ spirito si doglia,

cotanto trae diritto, presto e forte.

Così di quell’ onde ’l disio mi sforza,

mi conven sofferir contra mia voglia,

tremando per paura de la morte.

VII

Tanta è l’angoscia ch’i’ nel cor mi trovo,

donde la mente tremando sospira,

che spesse volte in sul penser mi tira,

nel qual pensando assa’ lagrime piovo.

Ché quell’aversità ch’i’ allor movo

mi mostra il tempo ove morte gira,

e la vertù che la vita disira

veggio distrugger co’ martir ch’i’ provo.

Questi martiri, che nel cor passaro,

provando lor virtù naturalmente,

venner di tanta forza e sì possente,

che li miei spiriti tutti tremaro;

po’ non sostenner, ché m’abandonaro,

lasso!, fuggendo sbigottitamente.

VIII

Poscia ch’io veggio l’anima partita

di ciascheuna dolorosa asprezza,

dirò come la mia nova vaghezza

mi tiene in dolce e in soave vita.

Ché per lei m’è nella mente salita

una donna di gaia giovanezza,

che luce il lume della sua bellezza

come stella dïana o margherita.

Questa mi pon co le suo man nel core

un gentiletto spirito soave,

che piglia poi la segnoria d’Amore.

Questo ha d’ogni mi’ spirito la chiave,

accompagnato di tanto valore,

che star non pò con lui spirito grave.

IX

Questa altissima stella, che si vede

col su’ bel lume, ma’ non m’abbandona:

costei mi die’ chi del su’ ciel mi dona

quanto di grazia ’l mi’ ’ntelletto chiede.

E ’l novo dardo che ’n questa man siede

porta dolcezza a chi di me ragiona:

in altra guis’amor sa che persona

non fedì mai né fedirà né fiede.

Per ché merzé aver così mi piace

con questa nuova leggiadria ch’i’ porto,

dove mai crudeltà neuna giace.

Entro ’n quel punto’ogni vizio fu morto

ch’io tolsi lume di cotanta pace,

ed amor sa, chéd io ’l ne feci accorto.

X

In quella parte ove luce la stella

che del su’ lume dà novi disiri

si trova la foresta de’ martiri

di cui Amor cotanto mi favella.

Quivi fu la mia mente fatt’ancella,

quivi conven che la mia luce miri,

quivi trae fuor di paura sospiri

questa spietata giovanetta bella.

Pietà non vi si truova segnoria

né umiltà contra disdegno sale,

se del tormento morte non si cria.

Chiamar soccorso di merzé non vale

a questa che martiri per me tria,

mostrando che di ciò poco le cale.

XI

Deh, giovanetta! de’ begli occhi tuoi,

che mostran pace ovunque tu li giri,

come può far Amor criar martiri

sì dispietati ch’uccidan altrui?

Come che v’entri prima, e’ n’esce poi

coperto, ch’uom non è che fiso ’l miri;

di saette fasciato e di sospiri,

il cuor mi taglia co’ riei colpi suoi.

L’anima fugge, però che non crede

che nel gravoso mal ched i’ sostegno

aggi’ alcuna speranza di merzede.

Vedi a che disperato punto i’ vegno!

Ch’i’ son colui che la sua morte vede,

nata di crudeltà e di disdegno.

XII

Giovane, che così leggiadramente

mi fai di te sì ragionar d’amore,

tanto mi piace ’l tu’ gentil valore

quant’e’ mi par d’ogn’altro più possente:

ché, imaginando tua beltà sovente,

nel tempo ch’ogni mia pesanza more,

tu pigli tanta segnoria nel core,

che tu ne fai maravigliar la mente;

poi vi riposi, così come quella

che truova ferma ne la sua vaghezza

ciascuna parte nella mia persona.

Dicemi Amor: — Questa giovane bella

ti segnoreggia con tanta pianezza,

ch’ogni grave tormento t’abandona —.

XIII

La foga di quell’arco, che s’aperse

per questa donna co le man d’Amore,

si chiuse poi, ond’ io sento nel core

fitto un quadrello che Morte i scoperse:

per che di fuor la mia labbia coperse

d’oscura qualità, sì che’l dolore

si mostra ben quant’è, nel mi’ colore,

e che, giugnendo, l’anima soferse.

Ne la presta percossa di costui,

che fece allore la mente tremare,

la sconsolata fu d’angoscia involta:

come dirittamente vide trare

quel che piangendo mi consuma poi,

e volle che Pietà le fosse tolta!

XIV

Quant’e’ nel meo lamentar sento doglia

e pena molt’altrove!

Tanta, ch’io non so dove

i’ offendesse Amore, che ’l mi face.

Ancor che sua potenza a molti doglia,

i’ son quelli in cu’ piove

fere gravezze e nove,

ch’ogni pesanza in loro esser li piace.

E quel disio de l’amorosa voglia

ch’i’ porto non si move!

Dunque, le dure prove

d’Amor mi tolgon molt’ond’i’ ho pace:

ché de la mente non più ch’ella soglia

Morte mi si rimove,

la qual mia vita smove

d’ogni valor, ché lei strugg’e disface.

I’ ho per lei nel cor tanta paura

e tant’angoscia e sì grave dolore,

che la sua potestate

m’ha tolta libertate

di vedere ove la mia donna sia.

E qual de li miei spiriti la dura,

e qual per troppa gravitate more

in questa nimistate,

e qual per sua viltate

esce di me: per campar fugge via.

XV

L’alma mia trist’è seguitando ’l core

in biasimare Amore,

sforzandosi di dir la pena mia:

com’i’ son fora uscito di valore,

[merzé di quel sign]ore,

per cui servir par ched i’ nato sia;

e com’ la mente sospirando more,

vedendosi disnore

d’aver voluta mai sua compagnia.

Questo mi fa perch’i’ ’l chiamo signore

e voglio servidore

esser di lui ovunque il cor disia.

Omai vedete s’egli è cos’altera

e s’egli è cosa da sperare in lui,

e s’egli è cosa ch’abbia in sé virtute!

Io credo questo, sì come colui

che l’ha provato: ch’e’ vol sua salute

crudelemente inver’ di lui sia fera.

XVI

Poscia che dir conviemmi ciò ch’io sento

e ch’io sostegno faticosamente

per la vita dolente

che piangendo a la morte mi conduce,

qual sia e quanto il mio crudel tormento,

dirollo a voi, mia donna, solamente,

cui paurosamente

guardar disio: ch’e’ negli occhi mi luce!

Se questa doglia ch’a parlar m’induce

può sostener che non mi uccida in tanto,

comincerò ’l mio pianto:

ché so che l’ascoltar vi fia soave

udendo quel ch’Amor per voi mi face,

se non vi fosse grave

la fine, ov’io attendo d’aver pace.

Io sento piover nella mente mia

Amor quelle bellezze che ’n voi vede,

e ’l disio, che vi siede,

crescer martiri con la sua vaghezza;

ché, conoscendo che bellezza sia,

e’ s’innamora, che piacervi crede:

così nella sua fede

lo ’nganna Amore e la vostra ferezza!

Ché s’e’ ’l penser vi tragge, a mia gravezza,

questo move il dolor che vi contenta;

e sed e’ fior m’allenta

(non perch’i’ ’l senta, onde poco mi vale),

voi disdegnate, sì ch’Amor vi guata,

a cui tanto ne cale,

che mai non posa sì v’ha consolata.

Il consolar ch’e’ fa la vostra vista

è che per mezzo il fianco m’apre e fende,

e quivi tanto attende

che ’l cuor convien che rimanga scoperto;

poi si dilunga, ch’e’ valore acquista:

gridando forte un suo dur’arco ’ntende

e la saetta prende,

talché d’uccidermi e’ cred’esser certo;

ed apre verso questo fianco aperto,

dicendo: — Fuggi! — all’anima, — ché sai

che campar nol potrai —.

Ma ella attende il suo crudel fedire,

e fascia il cuor nel punto ch’e’ saetta,

di quel forte disire

cui non uccide colpo di saetta.

Poi che nel cuor la percossa m’è giunta,

ed io rimango così nella vita

com’uom da cui partita

fosse ogn’altra vertù forte e sicura,

perché dinanzi a l’affilata punta,

credendo ch’allor sia la mia finita,

ciascuna s’è fuggita:

così facesse quella ch’ancor dura!

La qual di me altressì poco cura

in consumarmi quanto faccia Amore:

ché per lo suo valore

i’ posso dir ched io or non sia morto,

che sarei fuor del male ch’io sostegno,

dove m’è fatto torto,

ché l’umiltà vi fa crescer disdegno.

Dunque, se l’aspro spirito che guida

questa spietata guerra e faticosa

vi vede disdegnosa

di quanto cheggio per aver diletto,

come così nella morte si fida?

La quale esser non può tanto gravosa,

se la vita è noiosa,

che non sia pace: ed io così l’aspetto.

Se ascolterete, nel vostro ’ntelletto

voi udirete, che sentir mi pare,

una voce chiamare

che parla con pietà, vint’e tremando,

e viene a voi per pace di colui

che la morte aspettando

vede la fine de’ martiri sui.

XVII

Per gir verso la spera, la finice

si scalda sì, che poi accende fiamma

in loco ov’ella infiamma,

sì che Natura vince vita allora.

Così per ver, ché ’l meo pensier lo dice,

mi mena Amor verso sì fatta fiamma,

che ’l cor già se ne ’nfiamma,

tanto che Morte lui prende e colora

de lo su’ frutt’ altero ch’innamora.

Tant’ è cocente, che chi ’l sente chiaro

trova radice d’ogne stato amaro.

Egli ’l mi par sentir già nella mente

venuto per vertù d’est’ ugelletta,

la quale uom non alletta

né altro, fuor ch’Amor, che·llei ’ntenda.

Ferr’ ha spicciato sì, possibilmente,

che, dentro stando, tempera saetta,

onde poi insaetta

le mie vertù, sì che ’l martìr m’aprenda.

Ed io, che temo nel finir m’offenda,

chero Pietate al cui richiamo i’ sono,

ed a costei nel mi’ finir perdono.

 

Di ciò che la mia vita è nimistate,

lo su’ bello sdegnar qual vuol la mira,

priegol, poi che mi tira

in su la morte, che mi renda pace:

ché mi mostra un pensier molte fïate,

il qual d’ogni altro più di dolor gira,

com’ io le sono in ira,

sì che tremando pianger me ne face.

Lo spirito d’amor che nel cor giace,

per cunfortarmi mi dice: «Tu déi

amar la morte per piacer di lei».

 

Allor ch’i’ odo che per su’ diletto

e’ mi convien provar quel falso punto

ov’ i’ son quasi giunto,

sì che mi mostra un doloroso affanno,

dico che mosse fuor del su’ ’ntelletto

l’ardente lancia che m’ha così punto

dritto nel fianco appunto

ed in quel loco ove’ sospiri stanno;

li quali sbigottiti or se ne vanno

davanti a quella per merzé di cui,

poi ch’io la vidi, innamorato fui.

 

Deh, canzonetta, i’ vo’ che tu celata

tenghi costei con le parole c’hai,

ovunque tu girai:

perché mi par ch’a torto faccia offesa,

non vo’ che tua cagion ne sia ripresa.

XVIII

Un sol penser che mi ven ne la mente

mi dà con su’ parlar tanta paura,

che ’l cor non si assicura

di volere ascoltar quant’e’ ragiona;

perch’e’ mi move, parlando sovente,

una battaglia forte, aspra e dura,

che sì crudel mi dura,

ch’io cangio vista, e ardir m’abandona.

Ché ’l primo colpo che quivi si dona

riceve il petto nella parte manca

da le parole che ’l penser saetta;

la prima de le qual si fa sì franca,

che giugne equal con virtù di saetta,

dicendo al cor: —  Tu perdi quella gioia,

onde conven che la tua vita moia —.

In questo dir truov’io tanta fermezza,

che dove nascer suol conforto in pria

or piu tosto si cria

quel che mi fa di vita sperar morte:

e quivi cresce con tanta ferezza

questa speranza, che così m’è ria,

ch’ogn’altra fugge via

vint’e tremando, e questa reman forte.

E se le mie vertù fosser accorte

a far di loro scudo di merzede,

vienvi un disdegno che lo spezza e taglia;

e questi è que’ che duramente fiede,

che dice a la seconda aspra battaglia:

— I’ tolgo pace a tutti tuoi disiri

e dò lor forza di crudel martiri —.

La terza vien così fera parlando,

e di tal crudeltà segnoria porta,

ch’assai più mi sconforta

che non faria di morir la speranza.

Questa mi dice così ragionando:

— Vedi Pietà, ch’io la ti reco scorta,

la qual fedita e morta

fu nel partir della tua bella amanza.

In te convien che cresca ogni pesanza

tanto, quanto ogni tuo ben fu ’l disio

ch’era fermato nella sua bellezza;

ché quel piacer che prima il cor t’aprio

soavemente co la sua dolcezza,

così come si mise umìle e piano,

or disdegnoso s’è fatto lontano —.

Canzon, di quello onde molto mi duole

tu porterai novella

a quella giovanetta donna bella,

che più bell’è che ’l sole.

Tu la vedrai disdegnosa ridendo

render grazia a colui

che co’ martiri suoi

mi fa così per lei morir piangendo.

XIX

Voi che piangete nello stato amaro,

dov’ ogni ben v’è caro

come la luce nella parte oscura,

e che ponete nel dir vostro chiaro

ch’oltre di voi o paro

esser non può in sì crudel vita e dura,

leggete me, se l’ardir v’assicura,

ch’io son mandata solamente a voi

da parte di colui

a cui non viene diletto di pace,

perché tanto li piace

che voi pensiate a lui, anzi ch’ei muoia,

quanto li ’ncresce della vostra noia.

E’ fu menato con un sol disire

in loco ove sentire

ognora li convien novi martiri:

non già per voglia di su’ poco ardire,

ch’ei non credea seguire

la pena ove convien ch’egli or si giri;

la qual non vuol che i dolenti sospiri

vadano in parte ove Pietà li senta,

cotanto le contenta

ch’ei provi de l’asprezze del diserto,

ov’ei morrà per certo,

ch’ell’ è foresta ove conven ch’om vada

a guida di leon fuor d’ogni strada.

Io era dentro ancor nella sua mente,

quando primieramente

gli apparve un de’ leon della foresta;

il qual, giugnendo niquitosamente,

quivi subitamente

gridando verso lui volse la testa.

Nel cuor li mise allor sì gran tempesta

quella spietata e paurosa fiera,

che di colà dov’ iera

partir lo fe’ con doloroso pianto;

e così il cacciò tanto

ch’in una torre bella e alta e forte

il mise per paura della morte.

Poi che fu giunto, credendo campare,

cominciò a chiamare:

«Aiutami, Pietà, ch’io non sia morto!»

Ma e’ si vide tosto incontro fare

tre, che ciascuno atare

volean quello che prima l’avea scorto.

Per che ciascun fu di tenerlo accorto,

tanto che di lassù scese donzella

gaia giovane bella,

dicendo: — Quel disio che ti conduce

mosse da la mia luce,

onde convien ch’io vendichi l’offesa

dove ti venne così folle intesa —.

Negli occhi suoi gittò tanto splendore,

che non ebbe valore

di ritenerlo, sì che non s’avide

come per mezzo aperto gli fue il core

per man di quel segnore

che con tormento ogni riposo uccide.

Ma poi, com’uom che d’altro secol riede,

vil di paura e di pietà pensoso,

destòssi pauroso,

e vide che costei s’era partita;

ma trovò la ferita

ove ognor cresce di lei nova amanza,

che vi conduce ogni crudel pesanza.

XX

Morte avversara, poi ch’io son contento

di tua venuta, vieni,

e non m’aver, perch’ io ti prieghi, a sdegno,

né tanto a vil perch’ io sia doloroso.

Ben vedi che di piagner non allento,

e tu mi ci pur tieni

segnato del tuo nero e scuro segno,

però che sai che ’l viver m’è noioso.

Io son sicuro, e fui già pauroso,

di doverti veder, crudele, in faccia;

ed ora, se m’abraccia

da tua parte il pensier, il bascio in bocca.

[ma più ch’ei soglia, la mia mente t]occa

Amor per quella che meco s’adorna,

e dicendo va e torna

infin che io ragioni un poco a lui;

poi ne verrà costui - insieme ed ella,

e l’un per servo e l’altra per ancella.

Morte, lo giorno ch’io gli occhi levai

a quella che’l disio

naturalmente mi formò entro al core,

compita, al mio disio, d’ogni biltate,

immantinente ch’io la risguardai,

nello ’ntelletto mio

contento fue lo spirito d’amore

sol di veder la sua nobilitate.

Ma la sua nova e salvaggia etate,

crudele e lenta contro a mia fermezza,

per la sua giovinezza

m’ha tempo, in vanità girando, tolto.

Né io mi son però a dietro vòlto;

ma con quel lume ch’io l’accesi al viso,

mi son piangendo miso

a dir sì basso a la sua grande altura,

che, s’a merzede giovinetta è fera,

i sdegni vinca l’umile manera.

Io la trovai della mia mente donna

così subitamente

come Natura mi die’ sentimento,

e canoscenza Amore ed intelletto,

poi gli occhi miei, quando la fecior donna,

sì amorosamente

guardaro in lei, veggendo a compimento

ogni beltate senza alcun difetto,

che li condusse a pianger lo diletto

sì dolcemente, che la vita aperse

e lo cor non sofferse.

Diedersi a pianger, veggendo la vista

ch’i’ ho perduta, e ciascun ora acquista

sì leggermente com’ i’ daria ’l sangue,

onde notrica l’angue

ch’alla punta del cor Amor mi tene,

e io potessi ben vedere un’ora

come la mente mia quando l’adora!

La mente mia, trafitta e dirubata

da’ ladri miei pensieri,

che m’han promesso il tempo e non atteso,

veggendosi così distrutta, piange;

e la speranza vede scapigliata

sopra ’l disio ch’ieri

d’angoscia cadde tramortito e steso,

né far li può sentire Amor che ’l tange.

E se Pietà ch’agli occhi mi ripiange

di quella natural mi contradice

.  .  .  .   .  .  .  .   .  .  .  .   .  .  .  .  

.  .  .  .   .  .  .  .   .  .  .  .   .  .  .  .  

.  .  .  .   .  .  .  .   .  .  .  .   .  .  .  .  

io sarò più possente d’ella, intanto

ch’un’ora, nel mio pianto,

mi manderò diritto al cor la spada:

ov’io sogiacerò una volta morto,

poiché vivendo ne fo mille a torto.

Morte, a cui dico? Donna mi disdegna,

né la vita mi vale,

sì m’e rivolto, ciò ch’io chieg[g]io, incontra;

e la cagion qual sia no·lla vi celo:

i’ ho seguito Amor sott’ una insegna,

provando bene e male,

e tutte cose mi son sute contra

poi ch’io vidi a madonna il bruno e ’l velo.

Par che ’nfluenza di malvagio cielo

irasse il tempo e la sua giuventute,

tollendole salute,

acciò ch’un’ora ben no·ll’incontrasse.

Ma se Natura o Dio considerasse

li sofferenti, come far solea,

beato quel sarea

ched e’ potesse tanto ben pensare

quant’ al levar - del vel mi daria ’n sorte

colui ch’è scarso sol di darmi morte.

XXI

a Verzellino

Al vostro dir, che d’amor mi favella,

rispondut’ho, perch’io ne sono preso.

Dico che, se ’l valletto è saggio e ’nteso,

lasci la donna e prenda la pulzella:

ché, s’ell’è gaia giovanetta e bella,

dé ’l core aver più caldamente acceso;

e se la donna l’ama e mira fiso,

esser può vaga, ma non sì com’ella:

perciò che la pulcella, c’ha lo core

mosso ad amare, è fatta disïosa,

ch’altro non chiede che ’l disio d’amore;

non può esser così donna ch’è sposa.

Questo mi mostra el dolce mio segnore

ch’andar mi fa con la mente pensosa.

CANZONE PROBABILMENTE AUTENTICA

Edizione di riferimento

Rimatori del Dolce stil novo, A cura di Luigi di Benedetto, Bari, Gius. Laterza & figli Tipografi-editori-librai 1939 - xvii

XXII

Amore, i’ veggio ben che tua virtute,

che m’innamora cosí coralmente,

non è tanto possente,

che faccia questa donna esser pietosa.

Ché sol per acquistare una salute,

da gli occhi suoi i’ porto nella mente

quel disio, che sovente

mi fa di morte l’anima pensosa;

e questa disdegnosa,

che porta quel ne gli occhi ond’ io son vago,

gia non mi mira si ch’ i’ possa dire

che, per lo mio disire,

ella li mova dove i raggi suoi

vegnan per pace dei martiri tuoi.

Questo non è, ch’ella non vuol sentire

de la tua gran possanza ov’ io mi trovo,

ne la vita ch’ io provo,

per te, crudele! e per lei, poca e vile.

Ché s’ tu volessi mia ragion seguire

od a’ tar cosi ben com’ io la movo,

le lagrime ch’ io piovo

la fariano esser cortese ed umile,

poi non se’ si gentile,

udendo ben com’ io l’ho per mia donna,

che tu dicessi de la sua ferezza.

O s’ell’è in tanta altezza,

ch’ ella non vuol di me la segnoria,

e tu non déi voler la morte mia.

Ch’allor che tu venisti ne la mente,

per quella segnoria che tu l’ hai data,

tu la m’avei lodata,

sí ch’ io per te la chiesi donna pui.

Or ch’ ’io veggio le mie virtú spente

e questa donna vèr me adirata,

ed è sí disdegnata

ch’ io non veggio pietá ne gli occhi sui,

tu, sí come colui

che le’ mi desti, a’tar mi déi da lei;

che per sua guida venisti nel care,

allor ch’ogni valore

mi tolse l’ombra d’una bella roba

onde venne vestita quella loba.

Canzon, tu muovi piena di paura,

come figura de la stretta mente;

isbigottitamente

ti metti per voler mia ragion dire.

Or ti piaccia di prender tanto ardire

dinanzi a quella a cui tu te ne vai,

che quando la vedrai

tu dichi: Donna, se mercé t’è ’n noia,

la vita di costui conven che moia.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 07 aprile 2007