Amico di Dante

Canzoni

L’amorosa corona

[CORONA DI CASISTICA AMOROSA]

Edizione di riferimento

Poeti del Duecento, a cura di G. Contini, Ricciardi, Milano-Napoli, 1960

http://www.italica.rai.it/principali/dante/testi/vicini.htm

Canzoni

I

Ben aggia l’amoroso e dolce core

che vòl noi donne di tanto servire,

chessua dolze ragion ne face audire,

la quale è piena di piacer piagente:

ché ben è stato bon conoscidore,

poi quella dov’è fermo lo disire

nostro per donna volerla seguire

(per che di noi ciascuna fa sac[c]ente),

ha cconosciuta sì perfettamente

e ’nclinatos’ a llei col core umìle;

sicché di noi catuna il dritto istile

terrà, pregando ognora dolzemente

lei cui s’è dato, quando fia co·noi,

ch’ab[b]ia merzé di lui cogli atti suoi.

Ahi Deo, com’ ave avanzato ’l su’ detto,

partendolo da·nnoi, inn·alta sede;

e·ccom’ ave ’n sua laude dolce fede,

che ben ha·ccominzato e meglio prende!

Torto seria tal omo esser distretto

o malmenato di quell’al cui pede

istà inclino, e·ssì perfetto crede,

dicendo sì pietoso, e non contende,

ma dolci motti parla, sicch’accende

li cori d’amor tutti, e dolci face:

sicché di noi nessuna donna tace,

ma prega Amor che quella a ccui s’arrende

sia a·llui umiliata in tutti lati

dov’ udirà li suoi sospir gittati.

Per la vertù ch’e’ parla, dritto hostelo

conoscer può ciascun ch’è di piacere,

ché ’n tutto vòl quella laude compiére

c’ha·ccominzata per sua cortesia;

ch’unqua vista né voce sott’ un velo

sì vertudiosa come ’l suo cherere

non fu ned è, per che dé om tenere

per nbil cosa ciò ch’e’ dir disia:

ché conosciuta egli ha la dritta via,

sicché le sue parole son compiute.

Noi donne sén di ciò inn·acordo essute,

ch’e’ di piacer la nostra donna tria;

e·ssì l’avem per tale innamorato,

ch’Amor preghiamo per lui in ciascun lato.

Audite ancor quant’è di pregio e vale:

che ’n far parlare Amor sì·ss’asicura

che·cconti la bieltà, ben a drittura,

da lei dove ’l su’ cor vòl che ssi·fova;

Ben se ne porta com’ om naturale,

nel sommo ben disia ed ha sua cura,

né inn·altra vista crede né in pintura,

né nonn-attende né vento né plova:

per che faria gran ben sua donna, po’ v’ha.

tanta di fé, guardare ai suo’ istati,

poi ched egli è infra gl’innamorati

quel che ’n perfetto amar passa, e più gio’ v’ha.

Noi donne il metteremmo in paradiso,

udendol dir di lei c’ha·llui conquiso.

- Io anderò, né non già miga in bando;

in tale guisa sono accompagnata,

che·ssì mi sento bene assicurata,

ch’i’ spero andare e·rredir tutta sana.

Son certa ben di non irmi isviando,

ma in molti luoghi sarò arrestata:

pregherò·llì di quel che m’hai pregata,

finchéd i’ giugnerò a la fontana

d’insegnamento, tua donna sovrana.

Non so s’io mi starò semmana o mese,

o·sse le vie mi saranno contese:

girò al tu’ piacer presso e lontana;

ma d’esservi già giunta io amerei,

perch’ ad Amor ti raccomanderei. –

II

Amor, per Deo, più non posso sofrire

tanto gravoso istato,

ch’almen non muti lato

in dimostrar mia grave pena e dire

(avegna ben che con sì poco fiato

com’io mi sento ardire),

dovesse indi scovrire

ciò donde molto più seria ’ngombrato.

Ma·ppoiché·ttormentato

son tanto, soferendo,

crescer lo vo’ dicendo,

ché pe·ragion si dee rinnovellare;

ed io solo per tanto

rinnovo mio penare

in pïetoso pianto,

che voi, donna sovrana,

ormai siate certana

che senza vostro aiuto

son al morir, tant’è ’l dolor cresciuto.

Ben veggio, Amore, e sentomi sì forte

gravato a dismisura,

che sol vostra figura

veder pietosa mi può tòr la morte;

e caladrio voi sète a mia natura,

ch’i son caduto in sorte

cotal in vostra corte:

malato più ch’altro omo è mia ventura.

Però, gentil criatura,

merzé vi chero aggiate:

solo ver’ me sguardate,

là ’nd’ io terrò da voi mia vita in dono,

ché·ssì, donna d’aunore,

com’ io mi sento e·ssono

nel periglioso ardore

se no mi provedete,

similmente potete

co·l’amorosa vista

farmi di gioi gioiosa fare acquista.

Como, gentil mia donna, puote avere

 in voi tanta durezza,

veggendo mia gravezza,

e ch’i’ non chero cosa da spiacere,

né·cche già pregio bassi a vostr’ altezza,

ma crescere e valere

tuttor a mio podere

lo vo’ così con’ per me l’allegrezza?

Né al mondo grandezza

nessuna cotant’ amo

come servir voi bramo,

sol co·la vostra bona volontate,

la qual con umil core

domando per pietate

temente a tutte l’ore,

ché ’n voi pur trovo orgoglio;

là ’nd io forte mi doglio

e tornom’ a Merzede,

ch’a molti isventurati gioi concede.

Donna d’aunor, per Dio, merzé vi prenda

di me, poi conoscete

ch’a vostr’ onor potete

me dar conforto, e a ppietà discenda

Io vostro cor, che ’nn·alto lo ponete,

poi ch’a pietà intenda.

Né non mi vi difenda,

gentil donna, Ragion (poi ben sapete

che già far non dovete

contra dolce Merzede,

poi tanto v’amo, in fede),

ch’ella dipon quel che merzede avanza;

avegna che ’m mio stato

trovar dovrei pietanza

in tutte parti e·llato:

ché Merzede e Ragione,

in buona oppenïone,

vi doveriano dare

cor e voler di farmi allegro istare.

III

La gioven donna cui appello Amore,

ched è sovra ciascun’altra bieltate

compiuta di piacere e d’umiltate,

somma d’alto savere e di valore,

vole e comanda a·mme su’ servidore

ch’i’ canti e·mmi diporti, a le fiate,

per dimostrar lo pregio e la bontate

di ciscun ch’ave in sé punto d’onore.

Là ’nde però s’acconcia il mi’ fin core

in divisar di lei primieramente

siccom’ ell’ è miraglio a tutta gente

che vòl che la sua vita aggia savore

di guisa c’ha quel ch’è innamorato,

ch’ella ’l dimostra ognor quasi incarnato.

Nonn·è saccente né puote valere

chi non rimira bene e guarda afatto

del suo piacente viso il nobil atto,

che·ffa rider lo cor per lo vedere

ch’uom ha fatto di lei; e del piacere

nasce un penser che quasi pare un patto

chell·uom faccia d’amor, che dica ratto:

“Pur tieni il mio fin cor nel tuo podere,

ch’io aggio quanto ch’i’ savria cherere,

poi sono acconcio nel mirar di quella

che guida gl[i] amador come la stella

face la nave; ed è, al mio parere,

più dritta la sua guida e naturale,

da·ppoi ched è la donna che più vale”.

Così si parte l’omo a·llei davanti

e portane nel cor la sua figura;

ma·ss’ha udita ancor la parladura,

ben pare allor che ’l core gli si schianti

ched e’ si parte, e di sospiri manti

si fa compagno: tale è sua natura,

che piange om sol ch’avuta ha rea ventura,

ched e’ no·ll’ha veduta assai innanti;

ch’acconci se ne parton tutti quanti,

lasciando ciaschedun vizio e difetto,

pensando poi catun di viver retto,

a ciò che·ccaper possa tra gli amanti,

che son più degni di bieltà vedere

che non son l’altre genti, al mi’ parere.

IV

A voi, gentile Amore,

talent’ ho di mostrare

lo dolce disïare

dove è lo mi’ cor miso:

ché·ttacendo tuttore,

poriami consumare,

potendon poi blasmare

solo me, ciò m’è aviso;

ché·ssono assiso - col volere ed amo

voi, dolce Amore, e merzede ve ’n clamo

di ciò che·ss’a voi sembla sia fallire,

per cortesia mi ’l deggiate sofrire.

Per tanto mi dovete

nel mi’ dir sostenere,

che ’l forzato volere,

Amore, ha segnoria

in me, cui voi tenete

ne lo vostro podere,

bench’io unque assapere

no’l vi facesse dia:

ché tuttavia -so’ stato sofferente,

mirando l’atto e lo bellor sovente

di voi, ma·nnonn·in guisa ch’omo nato

potesse in ciò sapere di mio istato.

Ma·ss’or col cor umìle,

Amor, prendo ardimento

di dirvi mio talento,

non vi deve esser grave,

ché quei ch’è segnorile

e dona compimento

di tutto piacimento,

in ciò forzato m’ave,

mostrandomi soave - ch’i’ vi dica

come tuttora il mi’ cor si notrica

nel vostro dolce amor, lo qual disio

sì·cch’onn’altro pensar per quell’ublio.

E poichè Amor vòle

di me che·ccosì sia,

comincio, vita mia,

di ciò a divisare:

ché le dolci parole

piene di cortesia,

e l’umil gentilia

che ’n voi tuttora pare,

e ’l riguardar - de l’allegra bieltate,

co l’amorosa vista che voi fate

allor ch’i’ vi rimiro, lo meo core

tèn, com’ho detto, in cotanto dolzore.

Poi tanta gioia prendo,

Amore, in voi vedere

com’io vi fo parere,

merzede umil vi chero,

che lo più ch’io attendo

per questo profferere

mi deggia in voi valere,

così com’io vi spero:

ché pur di ver - mi sembra che·nn’avrete

bona pietà, veggendo che facete

inver’ di me piacente ed amorosa

la vista donde ’l meo cor si riposa.

V

Poi ch’ad Amore piace

e vòl ch’i’ sia gioioso

per lo ben che mmi fa ora sentire,

ched è tanto verace

che bene aventuroso

di ciò clamar mi posso nel meo dire,

deggiomi risbaldire - e gioi mostrare,

lassando lo pensare

dov’io son dimorato doloroso:

ché tuttavolta il core

dee del voler d’amore

a ssuo poder sempre esser disioso.

Se omo unqua disio

fermo ebbe di volere

fare ad Amor quanto li fosse in grato,

sì sono un di quegl’io,

che mai non seppi avere

in me fallenza pur sol di pensato:

ch’abbandonato - tuttavolta sono

a llui, faccendo dono

di me siccom’è stato il su’ piacere;

e·ppoi ch’aggio ubidito

nel reo tempo fallito,

ben deg[g]i’ or esser servo, al mi’ parere.

E quando i’ ho ragione

insieme col talento,

dir posso ben che·cciò forte m’agrata:

ché la mia pensagione

talor dava pavento

a lo disio dov’era, e talfiata

giva per la contrata - lietamente,

ch’era ’l mi’ cor dolente;

ma pur vivea de la dolce speranza,

là dove ciascun’ ora

fatto servo dimora,

dond’ or mi veggio in tanta benenanza.

Ne la vita gioiosa

dov’ha lo mi’ cor miso,

com’i’ diviso, Amor, ch’è segnorile

in ciascheduna cosa

dove piacere assiso

sia tuttore ed opera gentile,

son fatto umìle - e dolcemente umano;

per ch’io dimostro piano

a ciascun che d’Amor nul bene attende,

che per sua cortesia

nullor grave li sia

lo soferir, donde poi tal gioi prende.

I’ son per soferenza,

né non per altra cosa,

del mi’ disio venuto a dolce porto;

ed ho ferma credenza

che vita grazïosa

non puote alcuno aver, né di conforto,

che [non] di[mori] accorto - soff[e]rendo,

né non tuttor vogl[i]endo

esser segnor di vincer le sue prove;

ver è [sire chi] ave

di sé medesimo clave

e pò gir là dove ’l voler lo move.

CORONA DI CASISTICA AMOROSA

I

Se ’n questo dir presente si contene

alcuna cosa che·ssia contr’a onore,

la qual per vizio sia del dicitore

o ver de la sentenza, con’ s’avene,

i’ prego quei, nel cui cospetto vène,

che ciaschedun proveggia per amore

como seguito i’ aggio a ciascun core

lo su’ voler, dicendo gioia e pene,

vertude e vizio com’ e’ m’ha mostrato,

per sadisfar ciascun nel su’ disio

mantenendo maniera di servire.

E·sse in ciò mespreso aggio nel dire,

in verità, secondo il parer mio,

cortese fallimento è·cciò istato.

II

Se unqua fu neun, che di servire

acconcio fosse ben lo suo volere

a·cciaschedun, secondo su’ podere,

sì·sson io un di quei che v’ha’l disire,

e·cch’amerei innanzi di morire

che di no dir, faccendone spiacere,

di cosa in ch’io potesse mantenere

l’amico a·mme senza farlo partire.

Sì·cch’ubbidire - talor mi convene

però di dir che no·mm’è bene in grato,

ma ’l fo per la ragion davanti detta:

onde, se nonn·è l’opera perfetta,

tutto ch’i’ non mi sia però iscusato,

ricordo ’l fallo ch’i’ conosco in mene.

III

Perfetto onore, quanto al mi’ parere,

non puote avere chi nonn·è sofrente;

né fra la gente - acconcio capere,

poi che·ttenere - vi si vuol possente;

né non neente - d’umiltà savere,

onde ’l piacere - vène a·cchi la sente:

per che ’l saccente - brig’ a·ssuo podere

di sé tenere - lungi a·llui sovente.

Edèe piacente - in ciò la sua usanza,

ché·ccostumanza - non seria già bona

lui di persona - ch’ave per pietanza

noia e pesanza; - ma vogli’ e ssomona

quel cui Dio dona - onor e baldanza

e, per leanza, - del sofrir corona.

IV

Amico mio, per Dio, prendi conforto

in questa tenebrosa val mondana,

mentre che·cci dimori, e vieni a porto

in qual maniera far lo puoi più sana;

né non ti lamentar già d’alcun torto

che·cci ricevi, né ti paia istrana

cosa ch’avenir veggi, ma accorto

dimora de la ria farti lontana.

Ché questo mondo fue così chiamato

da la scrittura che’ santi trovaro,

ché non ci vien neun, sì sia beato,

ch’assai lo stallo no li sembri amaro:

onde, se·cci ti senti tu gravato,

in pace il ti comporta, ch’i’ lo’mparo.

V

I’ vivo di speranza, e·ccosì face

ciascun ch’al mondo vène, al mi’ parere;

e, poi mi veggio compagnia avere

di tanta buona gente, dommi pace.

Tuttor aspetto, e l’aspettar mi piace,

credendomi avanzar lo mi’ podere:

così siegue ciascun questo volere,

e ’n sì fatto disio dimora e giace.

Ma tuttavolta ci è men tormentato

quei che·ssi sape acconcio comportare

ciò che·nne lo sperare altrui avène.

Non dich’ io questo già certo per mene,

ché’n nessun tempo l’ho saputo fare,

e, s’or l’aprendo, l’ho car comperato.

VI

Chi vuole aver gioiosa vita intera,

fermisi bene inn·amar per amore

ed aggia canoscenza dritta e vera,

senza partir da·cciò su’ cor nullore;

ma·ssolo guardi che·ssia la matera

tal, che per fine non siegua dolore,

e·cche, partendo e stando, già non pèra

che d’esso non sia nato bon savore,

Non tegno amor - già quel che fina male,

ma volontà villana ed innoiosa

per sol seguire al vizio mortale;

ma tegno amor che val sovr’ ogne cosa

quel ch’ama il corpo e l’alma per iguale,

ricchezza e povertà, qual venir osa.

VII

Molto m’e viso che·ssia da blasmare

chi puote e non tener vuol buona via,

e·cchi più crede un falso lusingare

ch’un dolce amaestrar di cortesia;

e anche più chi non sape aquistare

e l’acquistato perde a·ssua follia

e lascia quel che doveria pigl[i]are

e prende ciò ch’onn’ altr’ om lasceria.

E·ssovre tutto i’ blasmo forte ancora

chi, per su’ngegno, di leale amico

fa·cche nemico sempre li dimora.

Orma’ intenda chi vòl ciò ch’i’ dico,

e’mpari senno cui bisogno fora:

se no li piace, indarno mi fatico.

VIII

Ahi buona fede a·mme forte nemica!

neente no·mmi val ch’i’ vogl[i]a avere

tua compagnia, ché tuttor a·ppodere

mi struggi col penser che·mmi notrica:

sicché·rrimaso son quasi né mica,

essendo umìle e con merzé cherere,

in quella via che·ttu mi fai tenere,

fede, ispietata mia guerriera antica.

Ché guerra posso ben la tua chiamare,

poiché·mm’offendi essendoti fedele,

né no·mmi lasci aver punto di bene:

ché·ll’om di buona fé ci vive in pene,

e vedesi donar tòsco per mele,

né più nonn·ha da·tte che lo sperare

IX

Omo non fu ch’amasse lealmente

inn·esto mondo mai senza dolore,

né che·cci dimorasse con dolzore

un’ora, che non fosse un dì dolente:

ch’e’ par ch’Amore vigiti sovente

di cotal guisa il suo fin amadore,

e·cche ciascuna donna ch’ave amore

cagioni il suo amante ispessamente.

Per ch’io non maraviglio, donna mia,

s’e’ vi piace di porre a·mme cagione,

che amo tanto vostra segnoria;

né già non partirò ch’i’ non vi sia

leale e ubidente onne stagione,

merzé cherendo a vostra cortesia.

X

D’amore vène ad om tutto piacere,

da gelosia ispiacer grave e pesanza;

d’amore è l’om cortese a·ssuo podere,

da gelosia villan con mal’ usanza;

d’amore è ch’om si fa largo tenere,

da gelosia iscarso d’iguagl[i]anza;

d’amore è l’omo ardito e·ssa valere,

da gelosia codardo esser n’avanza.

D’amor vèn tutto ben comunemente,

quanto se ’n può pensare od anche dire,

per ch’io amo di lui esser servente:

da gelosia ven poi similemente

male e dolore, affanno con martire,

per ch’ io l’odio a·ppodere e m’e spiacente.

XI

Avegna che d’amore aggia sentito

alcuna volta, nel merzé chiamare,

cosa gravosa e soverchio pensare,

nonn·or me’n blasmo d’averl’ ubidito;

ché·ssì perfettamente il m’ha merìto

di vita dolce nel pietà trovare,

che ora laudo lo bon astettare

e la speranza donde son nodrito,

essendo ardito - di donar consigl[i]o

a tutti amanti che·ssono ’n disio

che non lor gravi lo dolce soffrire;

c’Amor, più ch’om non puote lui servire

in tutto tempo, e questo ho provrat’ io,

rende ’nn·un giorno: per ch’a·llui m’apiglio.

XII

Ben ch’i’ ne sia alquanto intralasciato,

nonn·ho ubliato - d’amor lo mistero,

ché tuttavolta v’è lo mio pensero,

e·llui vogl[i]’ esser tutto accomandato:

ch’a tal conosco m’ha per servo dato,

che ave in sé saver compiuto e ’ntero,

né di bieltà più bella non richero,

ché es[s]er non poria, a lo mio grato.

E·sse istato - ne son quasi muto,

non deve ciò ad Amor dispiacere,

ché lo disio coperto è da·llaudare;

e del riccor ch’uom sape acconcio usare,

tuttor se ’n vede gioia e bene avere,

e lo contraro chi·ll’ha mal perduto.

XIII

Ne l’amoroso affanno son tornato

ed hommi miso, Amore, a·ssostenere

la più dolce fatica, al mi’ parere,

che·ssostenesse mai null’omo nato:

ché ’n quello loco ov’e’ m’ha servo dato

dimoro sì con tutto il mi’ volere,

che·ssegnoria nonn·e né nul piacere

ch’i’ più volesse né mmi fosse ’n grato.

Ché giovane bieltade e cortesia,

saver compiuto con perfetto onore

tuttor si trova in quella cui disio.

Più non ne dico, ché·tteme ’l cor mio,

se più contasse di su’ gran valore,

ciascun saprebbe: quegli in tal disia.

XIV

I’ sono alcuna volta domandato:

risponder mi convene che è Amore,

ché dolcemente move, e di bon lato

tengo colui che vol conoscidore

esser di quel segnor per cui guidato

è tuttavolta ciascun gentil core;

d’altro non mette cura c’ha [a]ffinato

né può sentir nullor di su’ dolzore.

Amore è un solicito pensero

continuato sovr’ alcun piacere

che·ll’occhio ha rimirato volentero:

sicché, imaginando quel vedere,

nasc’ indi Amor, ched è segnore altero

nel cor c’ho detto c’ha gentil volere.

XV

Otto comandamenti face Amore

a ciascun gentil core - innamorato.

Lo primo, che·ccortese in ciascun lato

sia; e ’l secondo, largo a tutte l’ore.

Nonn·amar donn’ altrui, è ’l terzo onore;

religïon guardar, dal quarto lato;

ben proveder di porresi ’n su’ grato

è ’l quinto che dé l’omo avere in core.

Or lo sesto è cortese, al mi’ parere,

che d’esser credenzier fermo comanda;

col sette apresso, onoranza tenere

a l’amorose donne con piacere;

donandoci poi l’otto per vivanda,

che ardimento ci dob[b]iamo avere.

XVI

Nobil pulzella dolce ed amorosa,

sovra ciascuna dogl[i]a è ’l mio dolore,

poi veggio impalidito lo colore

di voi, cui amo più di nulla cosa.

Ch’esser solea vostra cera gioiosa

più dolce a·rrimirar ch’altro bellore,

per che a·ppoco ch’i’ non blasmo Amore

s’a voi e’ dona tal pena gravosa,

o di neente grava il vostro viso:

ché piangere mi face e lagrimare

In greve mal che·nn’ha levato il riso.

Sicché solo ’l pensar me n’ha conquiso:

onde, per Deo, vi piaccia confortare

per tòrre via lo mal ch’è tra·nnoi miso.

XVII

Com’ io mi lamentai per lo dolore

di voi, mia gioia, e pena ne portava,

deg[g]i’ or cantar di gioia e di dolzore,

poi torno e veggio quel ch’i’ disiava.

Tornato v’è l’angelico colore,

che tanto dolcemente e ben vi stava,

poi si partì lo mal ch’a tutte l’ore

piangere mi faceva, e·llagrimava

in ricordando lo greve peccato,

ché·mmi parea che voi foste gravata

di guisa che ’l color n’era cangiato.

Ma or ch’i’ veggio allegra ritornata

la dolze cera e ’l viso dilicato,

sovr’ onne gioia la mia tengo doblata.

XVIII

Partitevi, messer, da·ppiù cherere

quell’ onde si diparte lo meo core,

né non s’acconci lo vostro volere

ormai’nver’ me di così fatto amore,

ché ’n tutto dico ch’e’ no m’è ’n piacere.

Così non fosse stato mai nullore!

ma giovanezza tene in su’ podere

manti cui spesso face far follore.

Ed io, se ’n vano amor - giovan’ essuta

son nel mi’ tempo, o fatto ho cosa vana,

dicovi ch’i’ ne son forte pentuta;

e parmi or dimorare in vita sana,

essendomi sì ben riconosciuta

e d’ogni vanità fatta lontana.

XIX

Gentil mia donna, ciò che voi tenere

volete, piace a·mme ed è dolzore,

però ched è acconcio il mio savere

in far tuttor che·ssia di vostr’ onore,

ma dir ched i’ potesse forza avere

di dipartir, ch’i’ non fosse amadore

di voi cui amo tanto, al mi’ parere,

son certo non poria partirmen fiore.

E quanto più ci penso, più m’aiuta

lo fin pensier, e allor più ingrana

in me l’amor, che ’n voi dite s’attuta:

per ch’io spero ancor, donna sovrana,

trovar merzé in voi tutta compiuta,

per l’umiltà ch’è ’n voi sì dolce e piana.

XX

Messer, l’umilità donde parlate

e quel che vo’ appellate cortesia,

mi vieta duramente e togl[i]e ’l frate,

e dinne penitenza, in fede mia.

Per ch’a·mme par che mal mi consigl[i]ate

dicendo ch’i’ ritorni tuttavia

a quella mala via di vanitate

ched e’ mi dice ch’è·ssì forte ria:

tutto ch’anche la sua è forte assai

ed hammi duramente ispaventata;

ma pur non credo ricader già mai.

Non so ben là dov’ io mi sono intrata:

l’un m’impromette gioia e l’altro guai;

se ’l me’ non prendo, assai sarò malnata.

XXI

Madonna, lo parlar ch’ora mostrate

al tutto face che ’l mi’ cor ublia

onne vano pensero, e lo fermate

ne la speranza dolce in che disia:

ché ’n nulla guisa la vostr’ amistate

non chero aver, se non ch’onor vi sia;

e·sse ’n cotal maniera me la date,

così son ricco com’ esser cherria.

Ch’unqua, mia donna, tanto nonn·amai

cosa neuna, quant’ io ag[g]i’ amata

vostra onoranza e amo e amerai.

Altro disio al mio cor nonn·agrata;

per che dovete voi amar colài

dove d’onor vedetevi onorata.

XXII

I’ sì·mmi posso, lassa, lamentare,

d’Amore innanti, e poi de lo meo sire:

ché data sono ad amendue servire,

sì·cch’altra cosa no m’e ’n grato fare;

e Amore m’incalcia, e face amare

con fermo core e con dolce disire

lui che pecca ’nver’ me, poi ch’agradire

no li vòl punto, ma pur cagionare.

Sicché mi’ lamentare - è di ragione,

ched io dimoro, Amore, al tu’ piacere

col cor leal là ’ve tu·ll’hai locato;

e ’l mi’ buon sire istà ’nver’ me spietato:

là ’nde peccato face, al mi’ parere,

poi tanto l’amo senza falligione.

XXIII

Tutto ch’i’ mi lamenti nel mi’ dire,

dolce meo sire, - nonn·è lo mio core

punto turbato inver di voi nullore;

ma infra·ssé istesso vuol morire

di ciò ch’or non v’e ’n grato il mi’ servire

siccomo già ’l facea esser Amore,

e·cche vi sembia ch’io mancato fiore

aggia ’nver’ voi, dov’ ho fermo ’l disire.

Ma ben ch’a mme non paia aver fallato,

e voi pur piace di così mostrare,

vedetemen venire a la merzede;

e umilmente lo mi’ cor la chiede,

ch’unqua non si partì di voi amare,

per che trovar dovre’vi umiliato.

XXIV

I son congiunto sì a voi di fede,

gentil mia donna, che manofestare

son certo ch’i’ vi posso mio affare,

como convenmi andare a la merzede

di quella, cui dimoro inclino al pede

umilïando me; e voi pregare

vo’ dolcemente, che a·llei parlare

deg[g]iate com’ Amor le mi concede:

sicché lo sguardo dolce e amoroso,

che·ssi congiugne co lo mi’ vedere

alcuna volta quand’ io la rimiro,

ag[g]ia l’efetto dov’ io ’ntorno giro.

E voi di certo dovete sapere

ben quella ch’amo; ma·nnomar no·ll’oso.

XXV

Nonn·oso nominare apertamente

quella cui m’ave dato a servidore

quei c’ha ’n tutto poder, cioè Amore,

che vòl ch’i’ tema e non falli neente;

ma voi sapete ben veracemente

qual è la donna cui son amadore:

però voi raccomando il mi’ fin core,

che voi ben conoscete ad ubidente;

ché ’n vostro ragionar per voi aitato

essere puote più ch’i’ non so dire;

per ch’io ve ’n prego, dolce donna mia.

E, per la vostra nobil cortesia,

non vi dispiaccia questo mio ardire,

ch’Amore in ciò mi sforza e ’l m’ha ’nsegnato.

XXVI

Nobile pulzelletta ed amorosa,

compiuta di piacere e di bellore,

per te ringrazio ed amo più Amore

che·mmi ti face amar sovr’ onne cosa:

ché tanto sembla me sia grazïosa

la vita dolce che ave lo core

che in te si mira, che neun dolzore

mi par igual di tal via disïosa;

ne la qual vivo inn·un dolce pensiero,

che spero ne la tua semblanza umìle

trovar di certo bona pietate.

Così dimoro intorno a la bieltate

ch’ïo ’n te veggio, e all’atto gentile,

pietosamente, e pur merzede chero.

XXVII

Dappoi ch’è certo che la tua bieltate,

gentil pulzella, mi ti face amare,

e·cch’io altro non posso, benché fare

i’ lo volesse, de’ne aver pietate:

ché·cchi ha colpa dé tutte fïate,

secondo la ragion, pena portare

di ciò che indi nasce; ed i’ appellare

posso’l bellore e l’atto e l’umiltate

di te, che m’hanno tolta la balìa

di poter far di me più che ’n piacere,

si’ al tu’ gentil cor, cu’ serv’ i’ sono;

per ch’io ti chero e addomando in dono

ch’a umiltà s’acconci il tu’ volere

ver’ me, o·ttal bieltà di te to’ via.

XXVIII

Quand’ io mi vo’ ridure a la ragione

e rafrenar lo grande intendimento,

né non pur seguitar lo van talento

che tutte cose mena a perdizione,

trovo l’animo mio d’oppenïone

che meglio posso a·mme donare abento

e·rriconoscer via di salvamento,

che quand’ i’ penso aver cuor di leone:

ché la ragion lo dritto core appaga

tollendoli la cura de le cose

che non son né non deb[b]ono esser sue;

ma lo vano penser che s’usa piùe

le n’appresenta tuttor amorose,

e la più vil ne mostra che·ssia vaga.

XXIX

Per questo, amico, ch’io t’ag[g]io mostrato,

lo qual mi sembla che·ssia dirittura,

ti vo’ pregar co·la mia mente pura

ched e’ ti piaccia ricever in grato

in questa vita quanto ch’aportato

ti fia o di sollazzo o di rancura,

e di te metter tutto a la ventura,

ben operando tuttor dal tu’ lato.

E·ssovra tutto ancor pregar ti vogl[i]o

che·tti riduchi a quelli ’ntendimenti

là dove credi di leg[g]ier venire;

quegli altri grandi, per Dio, lascia gire,

ché·ssempre vedi li maggio talenti

muovere da soperbia e da·rrigoglio.

XXX

Noi semo inn·un cammino e dovén gire

inn·uno loco, amico, di ragione,

cioè al ben che Que’ che·nne formòne,

se no’l perdem per lo nostro fallire,

n’ave promesso: ma non può salire

soperbia né·rrigogl[i]o in tal magione;

ma’l core umiliato ogne stagione

è la vertù per ch’uom vi può salire.

Similemente dico in questa vita,

che vizio tengo lo badar sì alto

che, quando si conosce, che n’ab[b]i onta;

ma quegli è saggio che nel grado monta

mèzzanamente, né mai non fa salto

che disinor gli torni a la finita.

XXXI

Grazie ti rendo, amico, a mio podere,

de la tua saggia e dritta conoscenza,

dove ti fa venire il buon volere

che hanno quei cui dirittura agenza,

che no gli lascia iscorrer né cadere

in quello loco ove nonn·ha guirenza,

ma gli dirizza sì che con piacere

vegnon tuttor gioiosi a la sentenza,

non temendo neun, checché·ssi dica,

però che hanno di quella vertute

la compagnia, ched è senza fatica.

E poi l’aprendi, amico, avrai salute,

la dritta via che ’l gentil cor notrica,

e tutte cose manche fa compiute.

XXXII

Se in me avesse punto di savere,

veggendo ch’ad Amor neente cale

di quel gravoso e perigl[i]oso male

ch’a tutte l’or mi vede sostenere,

i’ mi saprei partir del suo volere,

dove m’ave condotto, lasso, a·ttale

che quasi ormai soccorso non mi vale,

sì consumato son nel male avere;

ed aggio il bon sentor quasi perduto,

ched è ’n soffrire ispento e consumato,

né punto non mi sento di vertute:

però non parto me da le ferute,

siccomo folle che vi sono usato;

ma brevemente ispero aver compiuto.

XXXIII

Alcuna gente, part’ io mi dimoro

fra·mme medesmo lo giorno pensoso,

si tragge inver’ lo loco ov’ i’ mi poso,

dicendo che mal fo che·mmi divoro.

«Deh, be’ segnori», dich’ io allor coloro,

«credete voi che lo star doloroso

mi piaccia? Non; ma ne lo core inchioso

mi sento il male ond’ ie languendo moro.

E ciò mi face Amor sol perch’ io l’amo

e stato sempre son su’ servidore,

e voi vedete il merito ch’i’ n’aggio».

Così dicendo, fo mutar coraggio

a ciaschedun ched è riprenditore

de lo penser ch’i’ fo co stato gramo.

XXXIV

Sed io vivo pensoso ed ho dolore,

neun già si ne dé maravigliare,

però ch’i’ posso ben la scusa fare

a·cchi esser ne vuol riprenditore:

ché stato i’ son servente, e son, d’Amore

senza me dipartir né sceverare,

ed or mi veggio, senza colpa, dare

villan commiato a mi’ gran disinore.

Ché falsator - potrebbe dire alcuno

ch’i’ fosse istato, lasso doloroso,

al mio amor, ch’i’ sempre aggio servito.

Sicché mia buona fé m’ave schernito,

né mi’ diritto dimostrar nonn·oso;

ma pur ch’i’ fallo m’è fatto comuno.

XXXV

Morte gentil, rimedio de’ cattivi,

mercé, mercé a man giunte ti chieggio;

vienmi a vedere e prendimi, ché peggio

mi face Amor: ché’ mie’ spiriti vivi

son consumati e spenti sì·che, quivi

dov’ i’ stava gioioso, ora mi veggio

in parte, lasso, là dov’io posseggio

pena e dolor con pianto; e vuol ch’arrivi

ancora in più di mal, s’esser più puote:

per che·ttu, Morte, ora valer mi puoi

di trarmi de le man di tal nemico.

Ahïmè lasso, quante volte dico:

«Amor, perché fai mal pur sol a’ tuoi,

como quel de lo ’nferno, che i percuote?»

XXXVI

Tristo e dolente e faticato molto

son nel pensero, Amor, che tanto acerbo

mi vi mostrate, secondo lo verbo

ch’i’ parlar v’odo e l’atto de lo volto;

dal qual solea gioioso esser acolto,

ed ora, lasso, ’l contraro riserbo:

là ’nde ’l dolor mi cerca ciascun nerbo,

sì·cc’onne buon valor me n’ave tolto.

E sì·mmi grava più cotal fatica

perché pensando non mi sento in colpa;

che·ss’io mi vi sentisse, non farebbe.

Però, Amor, valer ciò mi dovrebbe;

ché·cchi non pecca, parmi, assai si svolpa,

né non dovria portar pena né-mica.

XXXVII

S’ on si trovò già mai in vita povra,

o·ffu neun ch’avesse gran disagio,

o discacciato di contrada e d’agio,

sì·sson io que’ c’ha peggio, chi gl[i] anovra.

Ohimè lasso dolente, i’ fui di sovra,

or è·ssì poco, di gioi nel palagio,

ed or mi trovo in loco, che malvagio

mi tegno ch’a la gente mi discovra.

Ché star mi doverei in loco rinchiuso

e pianger lo mi’ danno tutto tempo,

ch’è·ssì pericoloso inn·un momento.

No ’l faccio, sol che ’n ciò trovrei abento;

néd io trovar no’l vo’ né·ll’amo, se ’n po-

tenza non torn’ ov’i’ era sì uso.

XXXVIII

Deh, che ho detto di tornare in possa!

Non so come ciò adivenir potrebbe

altro che Cristo ciò far non saprebbe,

sì·mm’è da ogne parte la gioi scossa.

Ahi tristo me, come fu mala mossa

quella che ’l mi’ disir per mi’ danno ebbe!

poiché fermo in sé non tornerebbe

verso di me, se ’n pria la buccia e l’ossa

non fossen una cosa sanza carne,

ben consumate con asciutti nerbi;

ed io, lasso, di ciò tuttor mi peno.

Ohimè dolente, s’i’ desin’ o·cceno,

puot’ uom pensar son li miei cibi acerbi

e contr’a·mme, purch’ io saccia trovarne.

XXXIX

Nessuna cosa tengo sia sì grave,

in verità, né di sì gran molesta,

come l’attender, che lo cor tempesta

più forte che nel mar turbato nave;

e, quanto al mi’ parer, sì mal nonn·ave

chi ismarruto truovasi ’n foresta,

benché veggia venir la notte presta

e senta fiere cose onde tem’ ave.

Ché·cchi attende, certo è maraviglia

come non si smarrisce nel pensero,

o·ccome non percuote il capo al muro:

quei ch’è’n mare o’n foresta, istà sicuro

di tosto esserne ’n capo, o·ccampar vero;

ma que’ ch’aspetta, morendo sbadiglia.

XL

I’ sì mi tengo, lasso, a mala posta:

or ecco il fatto; e·ssonvi, per lo fermo,

a·ttal che non mi val neuno schermo,

e assalito son da ogne costa;

e non mi dànno i miei nemici sosta

perché fedito veg[g]ianmi ed infermo;

néd io medesmo non mando a Palermo

per tal dolor sanar, che tanto costa;

ch’anzi mi sforzo pur de li contrari

e, quanto posso, tuttor trag[g]o a essi,

ed e’ così mi pagan de la via.

Trovar non posso inn·alcun cortesia;

ed io dolente i miei spiriti messi

tutto tempo aggio in far d’Amor suo’ gradi.

XLI

I’ ragionai l’altrier con uno antico,

lo qual mi disse: «Amico, - frate, guarti,

né Amor non seguir né le sue arti,

ché·llui seguendo rimarrai mendico

e ’ntendi», disse quei, «di ch’io ti dico?

del cuore e de l’aver, se non ti parti

del loco ove se’ miso, e vuogl’ istarti

così soletto servo ai tuo nemico».

Sicch’io, udendo lui ciò dire, intesi;

ma non vi posi lo coraggio guari,

com’ om che ha la testa assai leggiere.

Ma tutto il senno m’abbia ben mestiere,

nol voglio, né aquisto di danari,

tanto com’ amo e vo’ l’amor ch’i’ presi.

XLII

I’ credo, Amor, che’nfin ch’i’ non dimagro,

sicché quasi divegna come secco,

voi non direte: «Di costui i’ pecco,

che·ll’ho tenuto e ’l tengo tanto ad agro».

Ma tuttavolta saramento sagro

vi posso far, senza mentir del becco,

ch’al dolor mio nonn·è nessun parecco,

sì forte ’l sent’, ond’io già no·m’apagro

finché compiuto avrò il vostro grado,

o·cche pietà voi averete incontra

la gran durezza che mia vita spegna.

Qual d’esti due che brevemente avegna,

darà riposo a lo mi’ cor, e montra,

ch’a valle e tanto, più non trova grado.

XLIII

Amico, tu fai mal, che·tti sconforti

e·tti lamenti sì di starmi servo,

dicendo ch’i’ ti sono crudo e acervo,

vogl[i]endoti però gittar tra i morti.

Non pare a·mme che ’n quella guisa porti

tua sofferenza che quel ch’i’ conservo

ti sia donato, se·ccomo lo cervo

non ti rinnuovi ’n saccenti ed accorti

piaceri, e ’n soferir con be’ costumi

quanto che piacerà a·mme di darti:

anch’ io conoscerò lo tu’ cor dentro.

Ché ’n dar gioi a villan già non mi pentro:

onde ti pena di cortese farti,

acciò ch’io brevemente ti rallumi.

XLIV

Amore, i’ aggio vostro dire inteso,

del quale io ho·cconforto a·mme medesmo:

ché non mi par lo stato ora sì pesmo,

né lo servir, c’ho fatto, male ispeso,

udendo di che son da voi ripreso;

ché certamente nel mi’ core i’ esmo

che ’n ciò mi troverete sì acesmo

ch’i’ non ne servirò di stare in peso,

ma d’esser, como dite, tosto e breve

in parte di dover merito averne,

se ’n tal maniera mi dovete darlo.

Perdón richero a voi s’oltraggio parlo,

ché volontà in me qui si dicerne

non pur dicendo, ma la metto in breve.

XLV

Talor credete voi, Amor, ch’i’ dorma,

che·cco lo core i’ penso a voi e veglio,

mirandomi tuttora ne lo speglio

che ’nnanzi mi tenete, e ne la forma.

E ’n ciò sì fermo son che fatt’ ho l’orma

e divenuto ne lo ’ntaglio veglio:

ver è che·cciò mi piace e pare ’l meglio,

così ’l vostro disire, Amor, lo cor m’ha

nel suo podere; e·cciò forte m’agrada,

però ch’i’ posso dir, quand’ a voi penso,

ched io nonn·abandono nul tesoro.

Aggia chi vòl riccor d’argento e d’oro:

che·ss’io voi sol aquisto e tegno, ben so

c’onn’altro ricco inver’ di me digrada.

XLVI

Sed io comincio dir che pai’ alpestro

e·ssia noioso e non si possa’ntendre,

in verità ch’uom no me ’n dé riprendre,

però che ’l fatto mio va a·ssinestro;

e di quell’ arte, ond’io credea maestro

esser, tuttora mi convien aprendre,

come d’Amore, che or mi vuol car vendre

lo ben passato con crudel capestro.

Ond’ io sperava, lasso, esser sicuro,

perché ben mi parea servire e starmi,

né mai no me ’n sarei guardato indietro.

Non sacci’ ormai chi li si vada al mietro,

dappoi che posto s’e ad ingannarmi,

che li so’ stato sì fedele e puro.

XLVII

In quella guisa, Amor, che·ttu richiedi

merzede in quella parte ove tu ami,

e·ccome tu·mmi conti, gioi ne brami,

sa’ tu ch’i’ sono a·tte tuttor a’ piedi:

sicché·ttu stesso di tua man ti fiedi

quando di ciò pietade altrove chiami

donde tu·sse’ spietato e noia fa’mi,

dandomi peggior colpi che di spiedi.

Per ch’io prego colei onde tu attendi

d’aver piacer, ch’ella così ’l ti doni

come tu te acconci di servirmi.

Di ciò non puoi ch’i’ ti diserva dirmi,

ma puoi pensare, al termine che poni,

di farmi ben, ché·tte medesmo offendi.

XLVIII

Un poco esser mi pare isvïatetto,

in verità, e di ragion partito,

e veggiomene ben mostrare a dito

alcuna volta, e·ssì m’è anche detto.

Ma·cchi me ne riprende, co·llui metto

che·sse vedrà il viso colorito

ch’i’ spesso veggio, ch’e’ ne fia schernito,

sì non sarà saccente fancelletto.

Ma tuttavia i’ vorrei ben potere

da·cciò partire e non punto pensarvi,

che ben conosco mi sarebbe onore.

Ma·cchi è quei che può far contr’ Amore?

Mai nonn·udi’ medicina trovarvi,

néd io non son per gir contra podere.

XLIX

Como ch’Amor mi meni tuttavolta,

i’ sono issuto e·sson di sua masnada,

né altra vita tener non m’agrada,

benchéd e’ m’aggia la speranza tolta:

ché, quand’ om è acconcio in fede molta,

non leggiermente su’ voler digrada,

ma·ssi pena seguire tuttafiada,

com’ io fo, lasso, c’ho ’n ciò fede istolta.

Né già però non lascio mia follia,

ché·ssì fermato sono in ciò per uso

che·ssaggiamente parmi dimenare;

né ’nganno, ch’i’ conosca, non mi pare

altro che dritto: onde però mi scuso

che, in servendo Amor, fo cortesia.

L

La pena che sentì Cato di Roma

in quelle secche de la Barberia,

lor ch’al re Giuba pur andar volia,

veg[g]endo la sua gente istanca e doma,

non sembl’ a·mme che fosse sì gran soma

d’assai, madonna, com’ or è la mia:

che·sse serpente e sete malfacia

lui ed a’ suoi, come Lucan li noma,

i’ son punto e navrato da colui

che tutte cose mena a·ssu’ piacere

e face a qual si vuole adoperare.

Dunque più crudelmente può malfare

che l’altre cose, cui e’ dà podere,

Amor, che·mme conquide più ch’altrui.

LI

Dicendo i’ vero altrui, fallar non curo,

ch’alcuna volta il dritto si ritrova,

né·nnon conven già che ccolui si mova

che fa ’l ver su’ timon, ma stea sicuro

che, sanz’ irlo cercando, vedrà puro

a·cchi l’avrà conteso perder prova,

ché nonn·è or la mia sentenza nova

che ’l menzonier rimane i·lloco iscuro

a·llungo andar con tutta sua menzogna,

ma ben vedén che sempre è avenuto

e·ssimilmente adiverrà ancora;

e quanto più di tempo il ver dimora

ad apparir, tant’ è colui tenuto

che·ll’ha nascoso, con maggior vergogna.

LII

Due malvagie maniere di mentire

mi par che·ssien, secondo quel ch’intendo:

che tristi vada Idio tutti faccendo

color che vivono ’n cotal disire.

L’una sì è di que’ che vuol covrire

lo ben altrui andandolo spegnendo

e far parer che·cciò mal sia, mentendo,

ched è ben cosa da dover morire.

L’altra sì è di que’ che non sa nulla

che possa dir di colui cu’ vuol male,

e ’n sé controva alcuna villania

e con be’ motti fa creder che·ssia

un ver chiarito, a ciascun comunale,

e dappoi se ne ride e se ’n trastulla.

LIII

Non posso rafrenar lo mi’ talento

ch’ognor mi pinge in gioia dimostrare:

lo core allegro la lingua parlare

fa lietamente per lo ben ch’ i’ sento;

ciascun de’ senni miei si sta contento

quand’ i’ m’accordo ’n gioia dimenare,

e ’n questa guisa or posso confortare

e di tutto penar donarmi abento.

Là ’nd’ io ne rendo a voi grazie e merzede,

donn’ amorosa più d’altra gentile,

compiuta di savere e canoscenza,

ché tutto ciò da voi nasce e comenza,

perseverando; ond’ io col cor umile

dimor’ ognora ’nclino al vostro pede.

LIV

Quando l’Amore il su’ servo partito

trova nullora del su’ pensamento,

volete udire un bel vendicamento

ched e’ ne fa, sì è pro ed ardito ?

che mantenente l’ha·ssì assalito

di dolor grave e·ssoverchio tormento,

che ’nfin ched e’ non torna a pentimento,

non può di tal penare esser guarito.

Per ch’io consiglio ciascun amadore

che non si parta, ma fermi ’l disire

in quanto che Amor vuol aportare:

ch’ onor né nullo ben vien sanz’ amare,

ma lo contraro; per che mal finire

dé quei che ’n vòl già mai partir su’ core.

LV

Vita mi piace d’om che·ssi mantene

cortesemente ne la via d’amore

e·cche acconcia il su’ amoroso core

in ciò che vòle onore e tutto bene,

ché indi nasce tuttafiata e vène

quanto ch’om face che·ssia di valore,

sicché·mmi sembia che vivendo more

quel che·ssi parte da·ssì dolce spene.

Ché la vita d’amore è graziosa,

e ’n tutte cose si sape avanzare

lo ’nnamorato me’ che l’altra gente:

ché·cchi nonn·ha d’amor né non ne sente

non puote, al mi’ parer, di sé mostrare

neente ch’apartenga a·nnobil cosa.

LVI

I’ son ben certo, dolce mio amore,

che mio follor vi fa talor volere

cosa ch’e molto incontro a lo piacere

di voi, che·ssì avete dolce core;

e·cciò mi fate sol per vostro onore,

non già perch’ i’ ’n sia degno de l’avere:

là ’nd’ io però ve ’n vo’ merzé cherere

che·mmi perdoni ciò vostro dolzore,

sappiendo che l’Amore in ciò mi sforza,

che·ssegnoreggia sì como li piace

e deve far te’ suoi fin’ amadori.

Non so i’ ben che fa degli altri cori.

ma ’l mio ver’ voi fatt’ ha fino e verace,

e·nnon gl[i] ha [a]ltro disio, ché ’n voi s’amorza.

LVII

De lo piacere che or presente presi

di voi, amor, siccomo ben sapete,

dicovi la merzé che di ciò avete

(ché ’n verità per tanto mi difesi

ch’ i’ stesso co le mie man non mi offesi)

in guisa maggio che voi non credete,

or ch’ i’ vi mando lo dir che vedete,

nel qual ringrazio i vostr’ atti cortesi

che m’hanno tratto de lo rio pensero

nel quale i’ dimorava in tale guisa

ch’era di viver tutto risaziato:

là ’nd’ io vi rendo, amor, merzé ch’aitato

m’avete, sì che ’l cor mio non divisa

forché di starvi allegro servo intero.

LVIII

L’attender ched i’ faccio con paura,

mi tène in pensamento tuttavia,

ma la speranza in che ’l mi’ cor disia,

alcun pochetto in ciò mi rassicura,

che senza fallo pena tanto dura

como l’attender non credo che·ssia,

né dolce medicina, in fede mia,

come per isperar fare om sicura

la vita sua ne lo dolce pensero

che a·cciascuno amante dona Amore,

senza lo qual seria morte la vita.

Similemente in me aggio partita

la dimoranza ch’i’ faccio mantore,

fuggendo la paura, e sperar chero.

LIX

I’ sì vorrei così aver d’Amore

ben ed onor - com’ io li son leale;

e·ss’io son lo contraro, averne male

in simil guisa, e greve pentigione:

né non sarebbe ciò contr’ a·rragione,

secondo il mi’ parer, ma cosa iguale;

ma non vo’ dir di voi, amor, cotale,

che vivere mi fate in pensagione.

Per che dovete aver più segnoria,

la qual mi piace ben che voi ag[g]iate,

acciò che la seguiate conn·onore:

ché ’n tutte cose, dolce mio amore,

conven che gentil core aggia pietate,

ch’umili istanno e aman cortesia.

LX

Ne lo disïo dove Amor mi tène,

sovente co lo cor vado pensando

la vita che m’è ’n grato, e·rricordando

quella dolcezza donde mi sovene,

ché, quando in mio penser rimiro bene

l’atto piagente dove m’accomando,

tutte fiate cosa non domando

forché in ciò tener ferma mia spene.

però che, dimorando in tal disio,

non m’è aviso ch’i’ potesse avere

cosa che fosse a lo mi’ cor contraro;

per che cotal voler m’è dolce e caro,

che·sseguitandol n’aquisto piacere,

vivendo com’è ’n grato a lo cor mio.

LXI

Però ch’i’ ho temenza di fallare

s’andasse più innanzi mag[g]iormente,

mi voglio sofferire, e porre mente

a·cciò ch’i’ già udito aggio contare,

che dolce canto puote altru’ innoiare

per tropp’ usare, e venir ispiacente:

per ch’i’ vi dico ched i’ son temente

pur d’esto tanto innanzi a vo’ inviare.

E voglio umil pregar la cortesia

di voi che m’abbia in ciò per iscusato,

Ch’i’ pur mostrato v’ho di mio savere;

lo qual, se fosse ancor me’ da vedere,

avrei con più ardire a voi mandato,

e manderò, quand’ a piacer vi fia.

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Ultimo aggiornamento: 09 aprile 2007