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Edizione di riferimento
Le rime di Onesto da Bologna, edizione critica a cura di Sandro Orlando, Quaderni degli «studi di filologia italiana» pubblicati dall'Accademia della Crusca – Quaderno 1, editore G. C. Sansoni Firenze 1975
« Mente » ed « umìle » e più di mille porte
piene di « spirti » e 'l vostro andar sognando
mi fan considerar che, d' altra sorte,
non si pò trar ragion di voi rimando.
Non so chi·l vi fa fare, o vita o morte,
ché, per lo vostro andar filosofando,
avete stanco qualunqu' è 'l più forte
ch' ode vostro bel dire imaginando.
Ancor pare a ciascuno molto grave
vostro parlare in terzo con altrui,
e 'n quarto ragionando con voi stessi;
ver' quel de l' uom ogni pondo è soave:
cangiar donque maniera fa per voi;
se non ch' i' porrò dir: « Ben sète dessi! »
Edd.: Casini 1881, p. 93; Zaccagnini 1933, p. 118; Marti 1969, p. 752. Dell'intera tenzone con Cino si occupa De Robertís 1951; per questo sonetto ìn particolare si vedano le pp. 279‑81.
Amor che vien per le più dolci porte,
sì chiuso che no·1 vede omo passando,
riposa ne la mente e là tien corte,
come vuol, de la vita giudicando.
Molte pene a lo cor per lui son porte, 5
fa tormentar li spiriti affannando,
e l' anima non osa dicer « tort' è »,
c' ha paura di lui soggetta stando.
Questo così distringe Amor che l' ave
in segnoria; però ne contiam nui 10
ch' elli sente alta doglia e colpi spessi;
e senza essempro di fera o di nave,
parliam sovente, non sappiendo a cui,
a guisa di dolenti a morir messi.
Il testo dei sonetti di Cino è conforme all'edizione di Benedetto 1939, ristampata ed annotata in Marti 1969. Si è altresì tenuto conto dell'edizione fornita da Zaccagnini 1925.
Edd.: Zaccagnini 1925, p. 94; Di Benedetto 1939, p. 199; Marti 1969, p. 754.
Quella che in cor l' amorosa radice
mi piantò nel primier ch' e' mal la vidi,
cioè la dispietata ingannatrice,
a morir m' ha condotto, e s' tu no·l credi
mira gli occhi miei morti in la cervice 5
et odi gli angosciosi del cor stridi
e dell' altro mio corpo ogni pendice
che par ciascuna ca·lla morte gridi.
A tal m' ha gionto mia donna crudele:
dal ver mi parto ch' io non v' aggio parte, 10
e sogli, amico, tutto dato in parte,
ché il meo dolzor con l' amaror del fele
aggio ben misto; Amor poi sì comparte,
ben ti consiglio: di lui servir guarte.
Edd.: Valeriani 1816, II, p. 149; Nannucci 1874, II, p. 157; Casini 1881, p. 95; Zaccagnini 1933, p. 119; Lazzeri 1940, p. 471; Marti 1969, p. 756. Biadene 1889, pp. 37 e 107. Per la funzione di questo sonetto nella disputa con Cino si veda De Robertis 1951, p. 291.
Anzi ch' Amore ne la mente guidi
donna, ch' è poi del core ucciditrice,
conviensi dire a l' om: «Non sei fenice;
guarti d' Amor che non pianga, s' tu ridi,
quando udirai gridare 'uccidi, uccidi' »; 5
ché poi consiglia van chi ·1 contradice;
però si leva tardi chi mi dice
ch' Amor non serva e che 'n lui non mi fidi.
Io li son tanto soggetto e fedele,
che Morte ancor da lui non mi diparte, 10
che sento de la guerra sotto Marte;
dovunque vola e va, drizzo le vele,
come colui che no li serve ad arte:
così, amico mio, convene far te.
Edd.: Zaccagnini 1925, p. 95; Di Benedetto 1939, p. 199; Marti 1969, p. 758.
Assai son certo che somenta in lidi
e pon lo suo color senza vernice
qualunque crede che la calcatrice
prender si possa dentro a le mie ridi;
e già non son sì nato infra gli abidi 5
che mai la pensi trovare amatrice,
quella ch' è stata di me traditrice,
né spero 'l dì veder sol che m' affidi
merzede Amor, che sotterra Rachele:
non già Martin o Giovanni ne parte, 10
c' ha del servir prescrizione et arte,
né tu, che non conosci acqua di fele;
nel mar là ' v ' ha tutte allegrezze sparte,
che val ciascuna più ch' Amor diparte?
Edd.: Valeriani 1816, II, p. 150; Casini 1881, p. 97; Zaccagnini 1933, p. 119; Marti 1969, p. 760. Cfr. Biadene 1889, p. 107 (pubblica il sonetto secondo l'ed. Casini); De Robertis 1951, p. 292.
Se mai leggesti versi de l' Ovidi,
so c' hai trovato sì come si dice
che disdegnoso contra sdegnatrice
convien ch' Amore di merzede sfidi:
però tu stesso, amico, ti conquidi; 5
e la cornacchia sta 'n su la cornice,
alta, gentile e bella salvatrice
del suo onor: chi vole, in foco sidi.
D' Amor puoi dire, se lo ver non cele,
ch' egli è di nobil cor dottrina ed arte 10
e sue virtù son con le tue scomparte.
Io sol conosco lo contrar del mele,
che l' asaporo ed honne pien le quarte:
così stess' io con Martino in disparte!
Edd.: Zaccagnini 1925, p. 98; Di Benedetto 1939, p. 200; Marti 1969, p. 762.
Chi vuol veder mille persone grame
ciascuna doppia di tormenti ed alta,
veggia, me, lasso, posto infra due brame
che qual me' può, più di dolor mi smalta.
L' una di novo per me cresce e s' alta, 5
ed ho dell' altra inveterata fame;
ma s' io non sciolgo lo primo legame,
Morte mi chiuda co la sua ribalta!
Sol per conoscer, se di tanto amaro
si può trarre lo dolce che si conta 10
che sovr' ogne allegrezza passa e monta,
da l' altra parte che per me si † sfonta †
Amor ne metto tutto, al mio contraro,
ché del suo ben sempre m' è stato caro.
Edd.: Casini 1881, p. 99; Zaccagnini 1933, p. 121. Cfr. Biadene 1889, pp. 32 e 37; De Robertis 1951, p. 293.
Bernardo, quel dell' arco del Diamasco
potrebbe ben aver miglior discenti
che quei che sogna e fa spirti dolenti,
ché non si può trar buon vin di reo fiasco.
So che·mm' intendi ben, perch' io no masco 5
né aggio cura di novi accidenti,
sì aggio messo in un miei pensamenti;
tegnamene chi vuol, savio o pur vasco.
Ver è che di tormenti sol mi pasco
perché Mercé no intende i mie' lamenti; 10
anzi, com' più la prego, più m' infrasco
e ciascun giorno de la vita casco,
e di ciò porria dar molti guarenti
quella c' ha per me ben senno in guasco.
Edd.: Casini 1881, p. 100; Zaccagnini 1933, p. 121; Marti 1969, p. 886. Cfr. Biadene 1889, p. 105 (pubblica il sonetto secondo l'edizione Casini, con un piccolo ritocco al verso 4, di cui renderà conto la nota); De Robertis 1951, p. 288.
Bernardo, quel gentil che porta l' arco
non pon sanza cagion mano al turcasso,
e quei che sogna scrive come Marco:
e' van sì alto ch' ogn' uom riman basso.
Non è chi a lor maniera prend'a varco, 5
ed i' ·l conosco, ché di sotto passo;
ma no·l conosce quei che è sì carco,
che più che « Mercé! » chiama spesso « lasso! ».
Grazie ne rendo a chi ver' lui sibilla
che 'l vino del suo fiasco è peggio ch' acqua, 10
e 'l servir tale che mercé non li apre.
Gran foco nasce di poca favilla,
cos' è che turba quanto più si sciacqua,
e molte genti belan come capre.
Edd.: Zaccagnini 1925, p. 105; Di Benedetto 1939, p. 224; Marti 1969, p. 888.
Siete voi, messer Cin, se ben v' adocchio,
sì che la verità par che lo sparga
che stretta via a vo' sì sembra larga ?
Spesso vi fate dimostrare ad occhio.
Tal frutto è buono che di quello il nocchio, 5
chi l' asapora, molt' amaror larga,
e be·llo manifesta vostra farga,
che l' erba buona è tal come il finocchio.
Più per figura non vi parlo avante,
ma posso dire, e ben me ne ricorda, 10
ch' a trar un baldovin vuol lunga corda.
Ah cielo, e chi folli' a dir s' accorda?
Alor non par che la lingua si morda,
né ciò mai vi mostrò Guido né Dante.
Edd.: Valeriani 1816, II, p. 142; Casini 1881, p. 102; Zaccagnini 1933, p. 122; Poeti 1960, II. p. 655; Marti 1969, p. 764. Osservazioni metriche in Biadene 1889, p. 38. Il sonetto è valutato nell'àmbito della tenzone in De Robertis 1951, pp. 288‑90.
Io son colui che spesso m' inginocchio,
pregando Amor che d' ogni mal mi targa:
e' mi risponde come quel da Barga,
e voi, messer, lo mi gittate in occhio.
E veggiovi goder come 'l monocchio
che gli altri del maggior difetto varga;
tale che muta, in peggio non si starga,
con' fece del signor suo lo ranocchio.
In figura vi parlo, ed in sembiante
siete dell' animale che si lorda:
ben è talvolta far l' orecchia sorda;
e non crediate che 'l tambur mi storda,
ché sì credeste a chi li amici scorda;
chi mostra 'l vero intendo, e sogli amante.
Edd.: Zaccagnini 1925, p. 96; Di Benedetto 1939, p. 200; Marti 1969, p. 766; Poeti 1960, II, 656.
Sì m' è fatta nemica la Mercede,
che sol per me di crudeltà si vanta;
e s' io ne piango, ella ne ride e canta,
e 'l doloroso mio mal non mi crede;
e che mai non fallai conosce e vede 5
inver' di quella disdegnosa e santa
a cui guisa si mena e sì l' encanta,
e quando vòl, la prende in la sua rede.
Se per me la Virtù se stessa lede,
Amor, che sòle aver potenza tanta, 10
come a sì grave offesa non provede ?
Se mai cogliesti frutto di tal pianta,
mandatilomi a dir, ch' i' n' ho tal sede
ch' esto disio tutto lo cor mi schianta.
Edd.: Valeriani 1816, 11, p. 148; Nannucci 1874, 11, p. 156; Casini ISSI, p. 104; Zaccagnini 1933, p. 123; Lazzeri 1940, p. 472; Marti 1969, p. 748. Cfr. Biadene 1889, p. 79. De Robertis 1951 si occupa del sonetto alle pp. 290‑1.
Messer, lo mal che ne la mente siede
e pone e tien sopra lo cor la pianta,
poi e' ha per li occhi sua potenza spanta,
di lui se non dolor mai non procede.
E quest' è il frutto che m' ha dato e diede, 5
poscia ched io provai, dolente,
quanta è la sua segnoria, che voglia manta
mi dà di morte, tegnendo sua fede.
Provedenza non ha, ma pure ancede,
e s' è per voi la vertù volta e franta, 10
Fortuna è sola ch' al contrario fiede.
Ma dì tanto valor quella s' ammanta,
ch' Amor siccome suo soggetto riede,
ch' a vo' promette e innanzi a lei si vanta.
Edd.: Zaccagnini 1925, p. 93; Di Benedetto 1939, p. 198; Marti 1969, p. 750.
Se fare al corvo penna di cristallo
vòl quel che serra e avre in ogne verso
per la maestra chiave ca riverso
fatt' ha del dritto, e quest'è 'l menor fallo,
mostrando in quel che nello azurlo ha 'l giallo 5
negro color, vermigli' over de perso,
chi vol vedere qual più è diverso
piegar se vol, com' êl foco il metallo.
Non so mai se sperare orso nel drago
che de volar mi par preso aver forza:
fa me di veder lu' esto dolor vago
ed ogni altro dolor mi move e scorza;
ma, se manch' el, chi consumar 'sto lago
porrà che ciascun dì cresce e resforza ?
Ch' in onne pena fosse lo suo stallo
degno seria colui che è sì perverso
che Quel che sì ben regge l'universo
biasma per vitio del malvagio callo,
però ch' aquisto quello eletto gallo, 5
però che 'l gregge suo non sia disperso,
fa, come dice la Sibilia, averso
al qual se guida lo beato ballo.
Siché tosto cadrà de l' are el mago
ché, quando luce, el ver lo falso amorza, 10
e ciascun bon fie nel suo dritto pago;
e·llo lion, ch' one animale sforza,
entrar farà el camel dentro per l' ago
menando giuso ogni contraria scorza.
Folle cavalcador d' un bon cavallo
mostrò onne dritto suo venir somerso;
com' tregia mal, per forza, a falso verso
e' vòl sovente onor, chi pur men fallo.
Ma se, del vero, onne contrario smalto 5
ciascun detorto re o fol converso
ritrova, sempr' è ogni suo poder perso
ver' quel che de vertù solo ebe fallo.
Ca fatto morder dur ha l'om al drago
ed e' s' aquista quanto più si 'nforza 10
e perde insì ciò ch'el ebe 'n desvago,
po' spera de passar sovra la scorza;
perché punto non tien del galo 'l spago,
ma de far lui cappone fermo cor z' ha.
Troppo falli, ser Cino, si eo non fallo,
ché scusi quel che degno d' esser merso
seràne, perché 'l populo ha converso
de guelfo in ghibellino, e ogni om sallo
ch' i signori di cui fu già vasallo 5
mandò per sua difalta in loco averso;
ma tosto torneranno, e per tal verso
che bianco devirà il negro vallo.
Siché, per quel ch' i' odo, io non mi smago
perch' ogni gentil core in ciò s' aforza 10
de far tornar de nigra bianca imago;
e quella chiave che 'l peccato amorza,
sie tosto restituita, und' io m' apago,
de Simon mago a Petro, a cui fa forza.
Credo savete ben, messer Onesto,
che proceder dal fatto il nome dia;
e chi nome ha, prende rispetto d' esto:
che concordevol fatto al nome sia.
Che 'l rame, se·l nomi auro, io te·l detesto, 5
e l'auro rame anco nel falso stia.
Ed e' donqua così, messer, onesto
mutarvi nome, over fatto, vorria.
Sì come ben profetar, me nomando,
mercé mia, tant' ho guittoneggiato, 10
beato, accanto voi, tanto restando.
Vostro nome, messere, è caro e orrato,
lo meo assai ontoso e vil, pensando;
ma al vostro non vorrei aver cangiato.
Vostro saggio parlar, ch' è manifesto
a ciascuno che senno aver disia,
e 'l cortese ammonir, dal qual richiesto
sono per rima, di filosofia,
m' ha fatto certo, sì ben chiosa in testo, 5
caro meo frate Guitton, ch' eo vorria
mutar ciò c' ho da la ragione in presto,
over più seguitar la dritta via.
Di ch'io ringrazio voi; ma, ragionando,
dico c' ho visto divenir beato 10
omo non giusto: ciò considerando,
spero trovar perdon del mio peccato,
lo nome e 'l fatto si ben accordando
ch' io ne saraggio nella fin laudato.
Poi non mi ponge più d' Amor l' ortica
ch' assembr' a dolce ogni tormento amaro,
'nanti ne son lontan più che dal Caro,
suo vil poder non prezo una molica;
né quella sconoscente mia nemica, 5
c' ha d' ogni scortesia ben colmo staro,
a cui non piace lo fallir di raro,
con tanto senno sua vita notrica!
E già ne l' operar non s' afatica,
così par bello dilettoso e caro 10
ciò ch' ela disonesta, quel' antica.
Amico, i' t' aggio letta la robrica;
provedi al negro, ché ciascun tu' paro
a·llei e ad Amor fatt' ha la fica.
Mirai lo specchio ch' a verar notrica
li monimenti de' quai sete avaro,
per lo qual gli occhi a lo cor dimostraro
che vostra mente ad Amor il ver dica;
ancor che quella, di senno mendica, 5
non fini affanno donarvi rovaro;
però ch' amore e valor vi trovaro
fermo e soffrente, ciascun vi s' aplica.
Chi spera grano d' amorosa spica
com' io, ch' atendo del turbato chiaro, 12
non pur aspetta suo color pallica;
anzi, dal core vertù vi s' allica
ch' ogni sua volta li radoppia in paro,
perché voglia d' amor non v' ha già oblica.
Edd.: G. Zaccagnini, Due rimatori faentini del secolo XIII, in AR XIX (1935), 79‑106, a p. 87; ivi si citano le precedenti edizioni del sonetto.
Terino, eo moro, e 'l me' ver segnore
be·llo conosce e no mi vòl dar vita;
partir non posso, ch' adobla 'l dolore
al meo cor, lasso, quando a·cciò m' invita.
Se stando doglio, partendo maggiore 5
pena mi cresce; dunque che·mm' aita?
Consiglio ti dimando, se d' amore
sentì lo tu' coraggio ma' ferita.
Tu' saggio senno al mi' gran dolere
tosto mandi conforto che 'l cor ponti, 10
e simigliante a lo tu' bon trovare,
ch' assai sì basta, sol se può i vedere;
i' c' ho davante gli alpi e molti monti,
a ragion posso, non tu, lamentare.
Edd.: Casini 1881, p. 108; Zaccagnini 1933, p. 125. Il sonetto è anche pubblicato da Ferrari 1901, p. 45.
Se vi stringesse quanto dite Amore,
che vi mettesse in dubbio di finita,
no stareste lontano dal segnore,
messer Onesto, chi vi può dar vita.
Voi passereste per lo mar maggiore 5
nonché per li alpi, c' hanno via spedita,
per rallegrar di gioia il vostro core
della veduta che·mme non aita.
Anzi mi fa maggiormente dolere
ch' i' non posso trovar guado né ponti 10
ch' a la mia donna gir possa, o mandare;
ché maggior pena non si pò avere
che veder l' acque delle chiare fonti
e aver sete non poterne bere.
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