Onesto da Bologna

Rime

Edizione di riferimento:

Le rime di Onesto da Bologna, edizione critica a cura di Sandro Orlando, Quaderni degli «studi di filologia italiana» pubblicati dall'Accademia della Crusca – Quaderno 1, editore G. C. Sansoni Firenze 1975

I

Ahi lasso taupino!, altro che lasso

non posso dir, sì sono a greve messo;

sento 'l mio core e ciascun membro preso

morir sì forte, ch' oltr' a morte passo;

celar non posso più la greve noia,                                       5

tanto contra me poia

pena mortale e rea disaventura;

però quanto più dura

la vita mia, più soverchia il dolore:

male ad opo meo m' ha fatto Amore.                                 10

Sì mal fu Amor creato all' opo meo

che m' è vergogna dir ciò che m' incontra;

tutto fu fatto solo a mia incontra,

però no·l chiamo Amor, ma amaro e reo.

Per lui lo core meo chiamo cor morto,                               15

ingiuliato a torto,

ed ancor me per lui chiamo mal nato,

perch' è sì sventurato,

ch' ogni mio membro si sbatte e s' adira,

piangone gli occhi e l' anima sospira.                                 20

Pianger li occhi e lacrimar tuttora

e di pianto bagnar tutto 'l meo viso

possono ben, guardando a me conquiso,

e per lo corpo lasso, ove dimora

l' anima mia, per forza sospirare;                                       25

ché l' è morte lo stare

più col corpo che arde più che 'n foco.

E i·nessun altro loco

potrebbe peggiorar sua condizione:

sì m' ha condotto Amor contra ragione.                             30

Ragion non fa chi m' accusa e riprende,

ché contra il mio volere Amor mi mena;

ma chi non si conduole a la mia pena

secondo umanità, Pietate offende;

doler se·n dè ciascun naturalmente,                                   35

che dovria tutta gente

gir, per chiamar pietà, a la donna mia;

e quando va per via,

dovria ciascun gridar « merzé, merzede »,

che non m' ancida, s' eo l' amo di fede.                              40

Di fede e di pietà canzon vestita,

va' a le donne e gettati a' lor piedi,

che preghin quella che aggia merzede

poco, per Deo, della mia lassa vita;

di' che Deo, sicome ama pietate                                          45

condanna crudeltate;

là 'nde di ciò assai più mi doglio eo:

ch' ofende per me Deo,

che in ogne parte ha messo stato bono;

ma quanto per me posso, io le·l perdono.                          50

Edd.: Valeriani 1816, 11, p. 193; Casini 1881, p. 77; Zaccagnini 1933, p. 105; Lazzeri 1940, p. 470.

Canzone in cinque strofe con fronte indivisibile ABBA di tutti endecasillabi e sirma mista a settenari CeDdEE; tutte le strofe sono capfinidas; il commiato, rivolto al componimento personificato, è uguale alla stanza.

II

Se co lo vostro val mio dire e solo,

supplico lei cui siete ad ubbidenza,

che ristori a tutta vostra parvenza,

ch' io so che vo' il cherete senza dolo.

Di voi fe' prova di gioia il valore                                         5

quando parve; † di ragione ver' voi fenne †

ché val più gioia a cui pena anzi venne;

ella vi loda, de lo vostro amore

dicendo: «Questi è bon combattitore:

servito   m' ha, faccendoli malizia,                                      10

onde non m' è mestier farli mestizia

d' alcun diletto, ch' è degno d' onore»;

ed Amor m' ha dato di sé contezza,

sì ca·cciò dir per voi non m' è gravezza.

Quando gli apparve, Amore prende loco;                   15

gendo diliberato, non dimora

in cor che sia di gentilezza fora;

e, ove il suo plager trova, non poco

sforza pur quel che l' ha già in su' disio,

e tanto lui diletta dandoi torto,                                             20

ch' al sofferent' è fame di gioi porto

e doglio e pena c' ha chi li servio,

sì che piangendo a la donna se·n gio

ed ella, per pietà, li diè ristoro:

ahi, quanto vol d' amor prego ed esoro                                25

fa il servo vil, perde d'Amor l'ausilio.

Dunqua non pecca Morte in alcun lato

se non tol quel ch' è ad Amore ingrato.

Conceduto ha la donna che l' amasse

sugetto che lealmente servia,                                                 30

conquiso che difesa non avia,

purch' a·llei lo suo servir non gravasse;

sì che omai la sua mente divide

dal suo contraro, e canoscenza dèle

quanto ha chiamato «morte» e «amaro fele».                     35

Pur vi rimembri dove Amor mo' siede;

che laude far d' altrui el se n'avede,

onde poi cresce d' Amor più l' aita.

Lo qual io prego che vi déa compita

disïanza che le ovre arichiede:                                               40

a voi cred' e' che non serà più duro,

ma per invidia agli altri sarà obscuro.

Amico, poi che servo vi consente

piena di grazia e di vertù, posare

deno li spirti vostri e acordare                                               45

l' alma e lo core e 'l corpo a l' ubidiente.

Leve zà parmi lo vostro disiro,

ch' Amor, parlando ove no 'nd' è martire,

accordò il vostro cor nel su' cherire:

per che tormento né penser vi diro,                                       50

ma a voi, certo, vïa più disiro.

Ma so che in ciò non va·la mia preghera,

ché tanto avete di gioi la manera,

che infra no' i' stesso invidia vi tiro:

veggio ch' Amor vi fa così perfetto,                                       55

ed e' vuol ch' i' vi·l dica, e hamene stretto.

Plagemi d'esser vostro ne la luna,

stella d' amor a qual mi son segnato;

ell' ha il meo core dal vostro furiato

e voglio aver, ch' ène cosa comuna.                                       60

E parmi certo che molto disvaglia

gioia disfatta con martiri e guai,

se non l' ha cara, vïa più che mai,

uomo a chi è creduto ch' ela vaglia.

Non vi zochi, amico, alcuno a l' aglia,                                   65

né per vostro pro' ferere in sorte

vogliate alcun, che è troppo forte

cosa il donar di quel che il cor dismaglia.

Però fate di gioia bon riservo,

ch' è per altrui el, non in soi, protervo.                                  70

  Edd.: Valeriani 1816, 11, p. 136; Casini 1881, p. 80; Zaccagnini 1933, p. 129.

Canzone di cinque stanze di quattordici versi endecasillabi. Ogni stanza è composta di tre quartine ed un distico, secondo lo schema ABBA CDDC CEEC FF.

III

Amor m' incende d' amoroso foco

per voi, donna gentile,

onde lo cor si strugge a poco a poco

e da me fugge e 'n voi cerca aver loco.

Edd.: Casini 1881, p. 85; Zaccagnini 1933, p. 113.

Frammento di canzone

IV

La partenza che fo dolorosa

e gravosa ‑ più d' altra m' ancide

per mia fede, ‑ da voi, Bel‑Diporto.

Sì m' ancide il partir doloroso

che gioioso ‑ avenir mai non penso;                                    5

'nanti iscito son quasi del senso

nel meo cor, mai di vita pauroso,

per lo stato gravoso ‑ e dolente

lo qual sente; donqua con' faraggio?

M' ancidraggio - per men disconforto.                               10

S' eo mi dico di dar morte fera,

gioi straniera ‑ non vi paia audire;

sa null' omo ch' è lo meo languire,

ch' è la pena dogliosa e crudera,

che dispera ‑ lo coraggio e l' alma;                                      15

tant' ho salma ‑ di pena a 'bondanza,

poi Pietanza ‑ merzé fece torto.

Torto fece e fallìo ver' me, lasso,

ch' eo trapasso ‑ onne amante e leale,

e ciascun giorno più cresce e sale                                        20

l' amor fin c' ho fermato nel casso;

e non lasso, ‑ per nulla, increscenza

ché 'n soffrenza ‑ conven ched el sia

chi disia ‑ l' amoroso aporto.

Poi Pietanza in altrui non sì sovra                               25

né s' adovra ‑ in altrui for ch' e·meve,

pianto mio, vanne a quella che deve

rimembrarsi di mia vita povra;

di' che scovra ‑ ver' me so volere:

se 'n piacer - gli è ched eo senta morte,                               30

a me forte - gradisce esser morto.

Edd.: Valeriani 1816, II, p. 151; Nannucci 1874, II, p. 154; Casini 1881, p. 83; Zaccagnini 1933, p. 106; Lazzeri 1940, p. 470.

Ballata mezzana di tutti decasillabi con fronte B(b)CCB. La ripresa Y(y)A(a)X è uguale alla sirma (b)D(d)E(e)X che è in più collegata alla fronte da una rima interna.

V

A Cino da Pistoia

« Mente » ed « umìle » e più di mille porte

piene di « spirti » e 'l vostro andar sognando

mi fan considerar che, d' altra sorte,

non si pò trar ragion di voi rimando.

Non so chi·l vi fa fare, o vita o morte,

ché, per lo vostro andar filosofando,

avete stanco qualunqu' è 'l più forte

ch' ode vostro bel dire imaginando.

Ancor pare a ciascuno molto grave

vostro parlare in terzo con altrui,

e 'n quarto ragionando con voi stessi;

ver' quel de l' uom ogni pondo è soave:

cangiar donque maniera fa per voi;

se non ch' i' porrò dir: « Ben sète dessi! »

Edd.: Casini 1881, p. 93; Zaccagnini 1933, p. 118; Marti 1969, p. 752. Dell'intera tenzone con Cino si occupa De Robertis 1951; per questo sonetto in particolare si vedano le pp. 279‑81.

V A

Cino da Pistoia ad Onesto

Amor che vien per le più dolci porte,

sì chiuso che no·1 vede omo passando,

riposa ne la mente e là tien corte,

come vuol, de la vita giudicando.

Molte pene a lo cor per lui son porte,                                 5

fa tormentar li spiriti affannando,

e l' anima non osa dicer « tort' è »,

c' ha paura di lui soggetta stando.

Questo così distringe Amor che l' ave

in segnoria; però ne contiam nui                                        10

ch' elli sente alta doglia e colpi spessi;

e senza essempro di fera o di nave,

parliam sovente, non sappiendo a cui,

a guisa di dolenti a morir messi.

Il testo dei sonetti di Cino è conforme all'edizione di Benedetto 1939, ristampata ed annotata in Marti 1969. Si è altresì tenuto conto dell'edizione fornita da Zaccagnini 1925.

Edd.: Zaccagnini 1925, p. 94; Di Benedetto 1939, p. 199; Marti 1969, p. 754.

VI

Onesto A Cino da Pistoia

Quella che in cor l' amorosa radice

mi piantò nel primier ch' e' mal la vidi,

cioè la dispietata ingannatrice,

a morir m' ha condotto, e s' tu no·l credi

mira gli occhi miei morti in la cervice                                5

et odi gli angosciosi del cor stridi

e dell' altro mio corpo ogni pendice

che par ciascuna ca·lla morte gridi.

A tal m' ha gionto mia donna crudele:

dal ver mi parto ch' io non v' aggio parte,                         10

e sogli, amico, tutto dato in parte,

ché il meo dolzor con l' amaror del fele

aggio ben misto; Amor poi sì comparte,

ben ti consiglio: di lui servir guarte.

Edd.: Valeriani 1816, II, p. 149; Nannucci 1874, II, p. 157; Casini 1881, p. 95; Zaccagnini 1933, p. 119; Lazzeri 1940, p. 471; Marti 1969, p. 756. Biadene 1889, pp. 37 e 107. Per la funzione di questo sonetto nella disputa con Cino si veda De Robertis 1951, p. 291.

VI a

Cino da Pistoia ad Onesto

Anzi ch' Amore ne la mente guidi

donna, ch' è poi del core ucciditrice,

conviensi dire a l' om: «Non sei fenice;

guarti d' Amor che non pianga, s' tu ridi,

quando udirai gridare 'uccidi, uccidi' »;                             5

ché poi consiglia van chi ·l contradice;

però si leva tardi chi mi dice

ch' Amor non serva e che 'n lui non mi fidi.

Io li son tanto soggetto e fedele,

che Morte ancor da lui non mi diparte,                              10

che sento de la guerra sotto Marte;

dovunque vola e va, drizzo le vele,

come colui che no li serve ad arte:

 così, amico mio, convene far te.

Edd.: Zaccagnini 1925, p. 95; Di Benedetto 1939, p. 199; Marti 1969, p. 758.

VII

A Cino da Pistoia

Assai son certo che somenta in lidi

e pon lo suo color senza vernice

qualunque crede che la calcatrice

prender si possa dentro a le mie ridi;

e già non son sì nato infra gli abidi                                     5

che mai la pensi trovare amatrice,

quella ch' è stata di me traditrice, 

né spero 'l dì veder sol che m' affidi

merzede Amor, che sotterra Rachele: 

non già Martin o Giovanni ne parte,                                  10

c' ha del servir prescrizione et arte,

né tu, che non conosci acqua di fele;

nel mar là ' v ' ha tutte allegrezze sparte,

che val ciascuna più ch' Amor diparte?

Edd.: Valeriani 1816, II, p. 150; Casini 1881, p. 97; Zaccagnini 1933, p. 119; Marti 1969, p. 760. Cfr. Biadene 1889, p. 107 (pubblica il sonetto secondo l'ed. Casini); De Robertis 1951, p. 292.

VII a

Cino da Pistoia ad Onesto

Se mai leggesti versi de l' Ovidi,

so c' hai trovato sì come si dice

che disdegnoso contra sdegnatrice

convien ch' Amore di merzede sfidi:

però tu stesso, amico, ti conquidi;                                       5

e la cornacchia sta 'n su la cornice,

alta, gentile e bella salvatrice

del suo onor: chi vole, in foco sidi.

D' Amor puoi dire, se lo ver non cele,

ch' egli è di nobil cor dottrina ed arte                                 10

e sue virtù son con le tue scomparte.

Io sol conosco lo contrar del mele,

che l' asaporo ed honne pien le quarte:

così stess' io con Martino in disparte!

Edd.: Zaccagnini 1925, p. 98; Di Benedetto 1939, p. 200; Marti 1969, p. 762.

VIII

Onesto A Cino da Pistoia

Chi vuol veder mille persone grame

ciascuna doppia di tormenti ed alta,

veggia, me, lasso, posto infra due brame

che qual me' può, più di dolor mi smalta.

L' una di novo per me cresce e s' alta,                                5

ed ho dell' altra inveterata fame;

ma s' io non sciolgo lo primo legame,

Morte mi chiuda co la sua ribalta!

Sol per conoscer, se di tanto amaro

si può trarre lo dolce che si conta                                        10

che sovr' ogne allegrezza passa e monta,

da l' altra parte che per me si † sfonta †

Amor ne metto tutto, al mio contraro,

ché del suo ben sempre m' è stato caro.

Edd.: Casini 1881, p. 99; Zaccagnini 1933, p. 121. Cfr. Biadene 1889, pp. 32 e 37; De Robertis 1951, p. 293.

IX

Onesto A Cino da Pistoia

Bernardo, quel dell' arco del Diamasco

potrebbe ben aver miglior discenti

che quei che sogna e fa spirti dolenti,

ché non si può trar buon vin di reo fiasco.

So che·mm' intendi ben, perch' io no masco                      5

né aggio cura di novi accidenti,

sì aggio messo in un miei pensamenti;

tegnamene chi vuol, savio o pur vasco.

Ver è che di tormenti sol mi pasco

perché Mercé no intende i mie' lamenti;                            10

anzi, com' più la prego, più m' infrasco

e ciascun giorno de la vita casco,

e di ciò porria dar molti guarenti

quella c' ha per me ben senno in guasco.

Edd.: Casini 1881, p. 100; Zaccagnini 1933, p. 121; Marti 1969, p. 886. Cfr. Biadene 1889, p. 105 (pubblica il sonetto secondo l'edizione Casini, con un piccolo ritocco al verso 4, di cui renderà conto la nota); De Robertis 1951, p. 288.

IX a

Cino da Pistoia a Bernardo da Bologna

Bernardo, quel gentil che porta l' arco

 non pon sanza cagion mano al turcasso,

 e quei che sogna scrive come Marco:

 e' van sì alto ch' ogn' uom riman basso.

 Non è chi a lor maniera prend'a varco,                             5

 ed i' ·l conosco, ché di sotto passo;

 ma no·l conosce quei che è sì carco,

 che più che « Mercé! » chiama spesso « lasso! ».

Grazie ne rendo a chi ver' lui sibilla

 che 'l vino del suo fiasco è peggio ch' acqua,                    10

 e 'l servir tale che mercé non li apre.

 Gran foco nasce di poca favilla,

 cos' è che turba quanto più si sciacqua,

  e molte genti belan come capre.

Edd.: Zaccagnini 1925, p. 105; Di Benedetto 1939, p. 224; Marti 1969, p. 888.

X

A Cino da Pistoia

Siete voi, messer Cin, se ben v' adocchio,

sì che la verità par che lo sparga

che stretta via a vo' sì sembra larga ?

Spesso vi fate dimostrare ad occhio.

Tal frutto è buono che di quello il nocchio,                        5

chi l' asapora, molt' amaror larga,

e be·llo manifesta vostra farga,

che l' erba buona è tal come il finocchio.

Più per figura non vi parlo avante,

ma posso dire, e ben me ne ricorda,                                   10

ch' a trar un baldovin vuol lunga corda.

Ah cielo, e chi folli' a dir s' accorda?

Alor non par che la lingua si morda,

né ciò mai vi mostrò Guido né Dante.

Edd.: Valeriani 1816, II, p. 142; Casini 1881, p. 102; Zaccagnini 1933, p. 122; Poeti 1960, II. p. 655; Marti 1969, p. 764. Osservazioni metriche in Biadene 1889, p. 38. Il sonetto è valutato nell'àmbito della tenzone in De Robertis 1951, pp. 288‑90.

X a

Cino da Pistoia ad Onesto

Io son colui che spesso m' inginocchio,

pregando Amor che d' ogni mal mi targa:

e' mi risponde come quel da Barga,

e voi, messer, lo mi gittate in occhio.

E veggiovi goder come 'l monocchio

che gli altri del maggior difetto varga;

tale che muta, in peggio non si starga,

con' fece del signor suo lo ranocchio.

In figura vi parlo, ed in sembiante

siete dell' animale che si lorda:

ben è talvolta far l' orecchia sorda;

e non crediate che 'l tambur mi storda,

 ché sì credeste a chi li amici scorda;

chi mostra 'l vero intendo, e sogli amante.

Edd.: Zaccagnini 1925, p. 96; Di Benedetto 1939, p. 200; Marti 1969, p. 766; Poeti 1960, II, 656.

XI

A Cino da Pistoia

Sì m' è fatta nemica la Mercede,

che sol per me di crudeltà si vanta;

e s' io ne piango, ella ne ride e canta,

e 'l doloroso mio mal non mi crede;

e che mai non fallai conosce e vede                                    5

inver' di quella disdegnosa e santa

a cui guisa si mena e sì l' encanta,

e quando vòl, la prende in la sua rede.

Se per me la Virtù se stessa lede,

Amor, che sòle aver potenza tanta,                                    10

come a sì grave offesa non provede ?

Se mai cogliesti frutto di tal pianta,

mandatilomi a dir, ch' i' n' ho tal sede

ch' esto disio tutto lo cor mi schianta.

Edd.: Valeriani 1816, 11, p. 148; Nannucci 1874, 11, p. 156; Casini ISSI, p. 104; Zaccagnini 1933, p. 123; Lazzeri 1940, p. 472; Marti 1969, p. 748. Cfr. Biadene 1889, p. 79. De Robertis 1951 si occupa del sonetto alle pp. 290‑1.

XI a

Cino da Pistoia ad Onesto

Messer, lo mal che ne la mente siede

e pone e tien sopra lo cor la pianta,

poi e' ha per li occhi sua potenza spanta,

di lui se non dolor mai non procede.

E quest' è il frutto che m' ha dato e diede,                          5

 poscia ched io provai, dolente,

quanta è la sua segnoria, che voglia manta

mi dà di morte, tegnendo sua fede.

Provedenza non ha, ma pure ancede,

e s' è per voi la vertù volta e franta,                                    10

Fortuna è sola ch' al contrario fiede.

Ma dì tanto valor quella s' ammanta,

ch' Amor siccome suo soggetto riede,

ch' a vo' promette e innanzi a lei si vanta.

Edd.: Zaccagnini 1925, p. 93; Di Benedetto 1939, p. 198; Marti 1969, p. 750.

*    *    *    *

Tenzone con Tomaso da Faenza

XII

Tomaso [da Faenza]

Se fare al corvo penna di cristallo

vòl quel che serra e avre in ogne verso

per la maestra chiave ca riverso

fatt' ha del dritto, e quest'è 'l menor fallo,

 mostrando in quel che nello azurlo ha 'l giallo                 5

negro color, vermigli' over de perso,

chi vol vedere qual più è diverso

piegar se vol, com' ê1 foco il metallo.

Non so mai se sperare orso nel drago

che de volar mi par preso aver forza:

fa me di veder lu' esto dolor vago

ed ogni altro dolor mi move e scorza;

ma, se manch' el, chi consumar 'sto lago

porrà che ciascun dì cresce e resforza ?

XII a

Cino da Pistoia

Ch' in onne pena fosse lo suo stallo

degno seria colui che è sì perverso

che Quel che sì ben regge l'universo

biasma per vitio del malvagio callo,

però ch' aquisto quello eletto gallo,                                     5

però che 'l gregge suo non sia disperso,

fa, come dice la Sibilia, averso

al qual se guida lo beato ballo.

Siché tosto cadrà de l' are el mago

ché, quando luce, el ver lo falso amorza,                           10

e ciascun bon fie nel suo dritto pago;

e·llo lion, ch' one animale sforza,

entrar farà el camel dentro per l' ago

menando giuso ogni contraria scorza.

XII b

Tomaso [da Faenza]

Folle cavalcador d' un bon cavallo

mostrò onne dritto suo venir somerso;

com' tregia mal, per forza, a falso verso

e' vòl sovente onor, chi pur men fallo.

Ma se, del vero, onne contrario smalto                               5

ciascun detorto re o fol converso

ritrova, sempr' è ogni suo poder perso

ver' quel che de vertù solo ebe fallo.

Ca fatto morder dur ha l'om al drago

ed e' s' aquista quanto più si 'nforza                                   10

e perde insì ciò ch'el ebe 'n desvago,

po' spera de passar sovra la scorza;

perché punto non tien del galo 'l spago,

ma de far lui cappone fermo cor z' ha.

XII c

Onesto a Cino da Pistoia

Troppo falli, ser Cino, si eo non fallo,

ché scusi quel che degno d' esser merso

seràne, perché 'l populo ha converso

de guelfo in ghibellino, e ogni om sallo

ch' i signori di cui fu già vasallo                                          5

mandò per sua difalta in loco averso;

ma tosto torneranno, e per tal verso

che bianco devirà il negro vallo.

Siché, per quel ch' i' odo, io non mi smago

perch' ogni gentil core in ciò s' aforza                                10

de far tornar de nigra bianca imago;

e quella chiave che 'l peccato amorza,

sie tosto restituita, und' io m' apago,

de Simon mago a Petro, a cui fa forza.

*     *     *     *

XIII

Guittone d'Arezzo ad Onesto

Credo savete ben, messer Onesto,

che proceder dal fatto il nome dia;

e chi nome ha, prende rispetto d' esto:

che concordevol fatto al nome sia.

Che 'l rame, se·l nomi auro, io te·l detesto,                         5

e l'auro rame anco nel falso stia.

Ed e' donqua così, messer, onesto

mutarvi nome, over fatto, vorria.

Sì come ben profetar, me nomando,

mercé mia, tant' ho guittoneggiato,                                   10

beato, accanto voi, tanto restando.

Vostro nome, messere, è caro e orrato,

lo meo assai ontoso e vil, pensando;

ma al vostro non vorrei aver cangiato.

XIII a

A Guittone d'Arezzo

Vostro saggio parlar, ch' è manifesto

a ciascuno che senno aver disia,

e 'l cortese ammonir, dal qual richiesto

sono per rima, di filosofia,

m' ha fatto certo, sì ben chiosa in testo,                              5

caro meo frate Guitton, ch' eo vorria

mutar ciò c' ho da la ragione in presto,

over più seguitar la dritta via.

Di ch'io ringrazio voi; ma, ragionando,

dico c' ho visto divenir beato                                               10

omo non giusto: ciò considerando,

spero trovar perdon del mio peccato,

lo nome e 'l fatto si ben accordando

ch' io ne saraggio nella fin laudato.

XIV

A Ugolino

Poi non mi ponge più d' Amor l' ortica

ch' assembr' a dolce ogni tormento amaro,

'nanti ne son lontan più che dal Caro,

suo vil poder non prezo una molica;

né quella sconoscente mia nemica,                                     5

c' ha d' ogni scortesia ben colmo staro,

a cui non piace lo fallir di raro,

con tanto senno sua vita notrica!

E già ne l' operar non s' afatica,

così par bello dilettoso e caro                                               10

ciò ch' ela disonesta, quel' antica.

Amico, i' t' aggio letta la robrica;

provedi al negro, ché ciascun tu' paro

a·llei e ad Amor fatt' ha la fica.

XIV a

Ugolino ad Onesto

Mirai lo specchio ch' a verar notrica

li monimenti de' quai sete avaro,

per lo qual gli occhi a lo cor dimostraro

che vostra mente ad Amor il ver dica;

ancor che quella, di senno mendica,                                   5

non fini affanno donarvi rovaro;

però ch' amore e valor vi trovaro

fermo e soffrente, ciascun vi s' aplica.

Chi spera grano d' amorosa spica

com' io, ch' atendo del turbato chiaro,                               12

non pur aspetta suo color pallica;

anzi, dal core vertù vi s' allica

ch' ogni sua volta li radoppia in paro,

perché voglia d' amor non v' ha già oblica.

Edd.: G. Zaccagnini, Due rimatori faentini del secolo XIII, in AR XIX (1935), 79‑106, a p. 87; ivi si citano le precedenti edizioni del sonetto.

XV

A Terino da Castelfiorentino

Terino, eo moro, e 'l me' ver segnore

be·llo conosce e no mi vòl dar vita;

partir non posso, ch' adobla 'l dolore

al meo cor, lasso, quando a·cciò m' invita.

Se stando doglio, partendo maggiore                                5

pena mi cresce; dunque che·mm' aita?

Consiglio ti dimando, se d' amore

sentì lo tu' coraggio ma' ferita.

Tu' saggio senno al mi' gran dolere

tosto mandi conforto che 'l cor ponti,                                 10

e simigliante a lo tu' bon trovare,

ch' assai sì basta, sol se può i vedere;

i' c' ho davante gli alpi e molti monti,

a ragion posso, non tu, lamentare.

Edd.: Casini 1881, p. 108; Zaccagnini 1933, p. 125. Il sonetto è anche pubblicato da Ferrari 1901, p. 45.

XV a

Terino ad Onesto

Se vi stringesse quanto dite Amore,

che vi mettesse in dubbio di finita,

no stareste lontano dal segnore,

messer Onesto, chi vi può dar vita.

Voi passereste per lo mar maggiore                                   5

nonché per li alpi, c' hanno via spedita,

per rallegrar di gioia il vostro core

della veduta che·mme non aita.

Anzi mi fa maggiormente dolere

ch' i' non posso trovar guado né ponti                                10

ch' a la mia donna gir possa, o mandare;

ché maggior pena non si pò avere

che veder l' acque delle chiare fonti

e aver sete non poterne bere.

XVI

Se li tormenti e dolor ch' omo ha conti,

fossero 'nsieme tutti 'n uno loco,

ver' quei ch' io sento, so che parian poco

a quai ne son più canoscenti e conti.

E posso radoppiar scacchieri e punti                                  5

† e legge farne con ardente foco †

bontà di quella che·mm' ha fatto fioco,

merzé gridando che 'n vostro cor monti,

dolce mia donna; la qual m' è nemica

per lo reo dire da lo ver diviso                                             10

sì che mancar mi sento vita e lena.

Ahi doloroso, quanta fu mia pena,

poi che·mmi s' ascurò vostro bel viso,

credendo ciò che verità fatica!

Edd.: Casini 1881, p. 88; Zaccagnini 1933, p. 115.

XVII

S' io non temesse la Ragione prima

tal colpo donerei a la seconda,

ched e' la terza, con' di ferro lima,

levara più de la maestra sponda.

Ma 'l suo amor che mi ritonda e cima                                5

e sbatte più che sasso di mare onda,

mi fa tacente di non dire in rima

quel che par che la vita mi confonda.

E vòl ch' io tacia della falsa e prava

che m' ha condotto a sì mala mercede                               10

ch' io chiamo Morte, sì vita mi grava.

Ma se ragion lo torto non discrede,

eo stesso m' ancidrò, ché non pensava

ch' oscuro le fosse ciò ch' omo vede.

Edd.: Casini 1881, p. 87; Zaccagnini 1933, p. 114.

XVIII

Non so s' è per mercé che mi vien meno,

od è ventura o soverchianza d' arti

che per la donna mia il luni e 'l marti

e ciascun dì ch' om ragiona apieno,

più d' om vivente crudel vita meno;                                   5

né mai mi disse: «da la morte guarti ».

Merzé, voi che sognate i spirti sparti

e che·nn' avete stanco ogn'om tereno,

pregatela per me, cui no rafreno,

sol mi menasse per le vostre parti.

E se forza d' Amor con vera prova

mi conducesse d' umiltà vestita                                           10

ch' i' la trovasse, sol un' ora stando,

fora tanto gioiosa la mia vita

che qual mi conoscesse, riguardando,

vedrebe 'n me d' amor figura nova.

Edd.: Valeriani 1816, II p. 147; Casini 1881, p. 89; Zaccagnini 1933, p. 115. Cfr. Biadene 1889, pp. 39 e 42.

XIX

Davante voi, madonna, son venuto

per contare la mia grave doglienza,

e como mortalmente m' ha feruto

de voi l' Amore per sua gran potenza,

che 'l cor dal corpo sì m' ha departuto,                               5

sì che di morir aggio gran temenza;

se no mi date vostro dolce aiuto

campar non posso né aver gradenza.

Donqua, per Deo, non vi piacia ch' eo pera

né soferi pena tanto crudele,                                               10

che me fa star a morte prosimano;

però·m rapresento a voi, fresca cera,

non m' aucidiate, poi vi son fedele

che 'l cor e 'l corpo metto in vostra mano.

Edd.: Valeriani 1816, II p. 146; Casini 1881, p. 86; Zaccagnini 1933, p. 114.

XX

La spietata che m' ha giunto al giovi‑

-dì de la Cena, là 'nde morte attendo,

non dice: « del fallare io me ne 'mpendo »,

anzi le piace ch' io la morte provi.

Dunque che fai, Amor, che non ti movi?                           5

già sai che di neente le contendo,

e per bene obedir sempre l' offendo:

fa' che pietosa omai se ritrovi.

Per me no·l dico, ché no mi varria,

ma per avanti trar la sua vertute,                                       10

che manca solo per ciò c' ha sofferto

di me, che sono a crudel morte offerto:

tant' ha sdegnato di darmi salute

quella che più valer no mi porria.

Edd.: Valeriani 1816, II p. 144; Casini 1881, p. 90; Zaccagnini 1933, p. 116. Cfr. Biadene 1889, p. 138.

XXI

Quella crudel staxon ch' al çudegare

virà 'l Nostro Signore tuto 'l mondo,

el tramarà la terra e 'l foco e 'l mare

et avrirasse 'l çel per lo gran pondo;

e vorà 'l zusto volenter campare                                         5

e dirà 'l pecador: «Ove m' ascondo? »,

e non serà nul om che comscolare

posa 'l so core, e quanto vòl sia mondo.

E non serà nexun angel divino

che non aza paura de quel' ira

forché la Vergen Donna, nostra guida.

Or com' farò, che de pecar non fino?

In simil è de mi che sonto a sira;

niente·m val s' i so preghi no m' aida.

Edd.: Valeriani 1816, II, p. 145; Casini 1881, p. 109; Zaccagnini 1933, p. 126; Caboni 1941, p. 104.

XXII

Quel che per lo canal perde la méscola

zamai non torna a çò, se no la trova;

cademi in mar ghirlanda, vo e péscola,

fo·l senza rede, perdo afanno e prova.

La mïa persa studïoso acréscola,                                         5

cade la brina, no val che su i piova;

per gran fredura l' oseletta adéscola,

talor la piglio, e no è cosa nova.

Grande savere senza esperïenza 

e potente signor non operando                                           10

fa como quel ch' al mur batte semente.

Di zascaduna cosa la sentenza

mi fa doler de ti tanto ch' eo spando

spesso cum gl' ocli il dolor di la mente.

Edd.: Valeriani 1816, II, p. 153; Nannucci 1874, II, p. 156; Casini 1881, p. 114; Zaccagnini 1933, p. 126; Lazzeri 1940, p. 472. Cfr. Biadene 1889, p. 142.

XXIII

L' anima è crëatura virtüata

c' ha simiglianza dell' etternitade,

in queste tre ragioni imaginata:

memorïa, ragione e volontade.

No è sangue né cosa corporata,                                          5

ma è spirito di süavitade;

se·ffose sangue saria ragunata:

no è animale c' ha sanguinitade.

Così dunque chi sangue non perdesse

in nullo modo doveria morire,                                            10

s' anima fosse sangue e sangue vita.

Natura saveria chi·mme' intendesse:

suo corpo non pò l' on, corpo, vedere:

no·ll' ha composto la semplice vita.

Edd.: Nannucci 1874, II, p. 159; Casini 1881, p. 113; Zaccagnini 1933, p. 128; Lazzeri 1940, p. 473.

XXIV

One cosa terena quanto sale,

tanto conven che senda per natura,

ch' in questo mondo nonn·è cosa tale

che sopra si potesse stare un' ora.

Però chi munta si faça ta' scale                                           5

ch' el faça piana soa desendetura,

ché molto varia poco a quel che sale,

s'el façe perigloxa caditura.

Però chi è 'n basso si dé ralegrare,

ch' in alto s' aparecla de saglire,                                          10

se·ttemp' ed argomento e Dio l' aiuta;

e chi è in alto dovria dubitare

però che 'n alto, donde pò cadere,

in poco d' ora lo tempo si muta.

Edd.: Nannucci 1874, 11, p. 159; Casini 1881, p. 112; Zaccagnini 1933, p. 128; Lazzeri 1940, p. 473.

D. XXV

Ragione e vedimento dé avere

qualunqu' è posto per sentenzia dare,

e con discrezïone provedere

qual ch' è da solvere e da condanare;

giusta bilancia in sua man tenere                                       5

e tanto giustamente bilanciare

che, bilanciando, non faccia parere

lo piombo più che l' auro discarcare.

Però, messere, agiate providenzia:

prezzo non valia, né odio né amore

non vi diparta dalla dirittura.

Chi contra de l' om giusto dà sentenzia

o salva lo più 'niquo peccatore,

e Deo n' offende e disinor non cura.

Edd.: Trucchi 1846, I, p. 220; Nannucci 1874, II, p. 159; Casini 1881, p. 111; Zaccagnini 1933, p. 129; Lazzeri 1940, p. 474.

D. XXVI

Non si formerà alcuno ordinamento

senza l' avanti‑primo ordinatore.

Però non ebbe Idio comenciamento

ché non fu 'nanzi a·lLui cominciatore,

ma Elli stesso ad Elli fu presento                                         5

e primo e sanza primo antecesore.

E Deo però no ha mai finimento

ché non ebbe principio né magiore.

Non puote il Creatore esser creato,

perché fu primo e anti a ogni primo                                   10

[ .   .   .   .   .   .   . ] altrui creò senore;

infra ed intra e sotto e pieno stato

forma ed essere da Lui recepemo,

vita, sentir e movere d' amore.

Edd.: Trucchi 1846, I, p. 219; Casini 1881, p. 110; Zaccagnini 1933, p. 127.

D. XXVII

O falso Amor, che credi di me fare,

perché condutto m' aggi in tua pregione?

Tu vedi ben che non mi posso atare

da te, che se' più fero che leone;                                          5

dicer potresti, a non voler bugiare,

che sempre stato son tua diffensione

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  [are]

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  [one]

Ma i' t' ho già udito assimigliare

al diavol de l' inferno che dà pena                                      10

pur a sua gente e l' altra lassa andare:

sì che parmi che tenghi quella mena:

chi più te ama, colui fai penare

sì che mai non può uscir di tua catena.

Edd.: Casini 1881, p. 91; Cappelli 1886, p. 10; Zaccagnini 1933, p. 117. Biadene 1889, p. 79, tratta del sonetto con rime parzialmente continue.

D. XXVIII

Amico, dir ti vo' questo cotanto:

sol per la fé ch' io porto a‑lLui Signore,

vorrei che diventasse un uom l' Amore

anzi la mia morte o venir a santo.

Ché, senza millantar, mi do bon vanto                              5

vendicherei chi è stato amatore

dall' ora quand' el nostro Creatore

fu crucifisso e patì di mal tanto.

Però che no·l potrebbe lingua dire

di mille parti l' una del tormento

che per adrieto m' ha fatto soffrire:

ché ora, per menarmi a compimento,

mi va d' intorno e non posso fuggire,

de la qual cosa molto mi spavento.

Edd.: Casini 1881, p. 92; Cappelli 1886, p. 9; Zaccagnini 1933, p. 117.

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Ultimo aggiornamento: 04 aprile 2007