LE DICERIE

DI

SER FILIPPO CEFFI

NOTAIO FIORENTINO

PUBBLICATE DA LUIGI BIONDI ROMANO.

Edizione di riferimento

Le dicerie di Ser Filippo Ceffi notaio fiorentino pubblicate da Luigi Biondi romano tipografia Chirio e Mina, Torino MDCCCXXV

Al Signor Marchese

Antonio Brignole Sale

Patrizio e Sindaco della città di Genova

Luigi Biondi

Due ragioni mi muovono, dotto e cortese signor mio, perchè io vi intitoli questo libro: delle quali l’unaderiva dal buon giudicio vostro, l’altra dal povero animo mio. E cominciando dalla prima dirò che a tenere in pregio le pure bellezze di una scrittura vuolsi avere finissimo accorgimento: perchè la cui penna riceve alimento dalle brutture del parlare plebeo, sembra artifizio l’eleganza de’ modi e la purità dello stile: e ad altri amatori di ricercati concetti e di turgide risonanze, sembra freddo ed insipido quel dire, dove l’arte, a maniera di timida ancella, siegue modestamente i passi della imperante natura. Ma voi ben sapete come abbiasi a schifare da una parte il difetto, e dall’altra l’eccesso degli ordinamenti; e conoscere la bella via che è posta nel mezzo, siccome mostrano le care cose che avete scritte intorno la vita de’ vostri grandi antenati. Onde non dubito che vi sarà grazioso il dono di questo libro del Ceffi, che è tutto pieno di semplici e naturali eleganze. Venendo ora alla seconda ragione dico, che ad alleggiamento del povero animo mio faceva mestiere che io ponessi in fronte del presente libro il nome di persona a me cara: perchè niuna volta queste carte mi verranno innanzi, che l’animo mio non debba ricevervi turbamento per due funestissime rimembranze. Mi tornerà da prima a mentequel tempo in che io e meco l’Odescalchi ed il Betti eravamo intorno al ricopiamento di queste belle dicerie di Filippo Ceffi; e mi tornerà a mente, come era insieme con noi l’amico nostro, il dotto e savio Tambroni, quel fiore di gentilezza et di lealtà, che morte ha rapito all’onore d’Italia, all’amor de’ figliuoli, e al desiderio degli uomini saggi e da bene. Nè sarà minore il mio turbamento in pensando che questo libro doveva essere pubblicato fin dallo scorso mese di ottobre; e che morte,non sazia del mio dolore,venne crudelmente ad interrompere l’opera incominciata e la sua preda fu illustre, e lacrimata da molti, e a me più dolorosa che non era stata l’antecedente; perchè l’undecimo giorno del mese che sopra ho detto venne improvvisamente a morire l’Altezza Reale della Duchessa dello Sciablese; nella cui corte io era stato ricevuto da molti anni indietro; e la sua benivolenza inverso me era stata non di augusta padrona ad umile servitore, ma sì di madre, a figliuolo. Nèquesta benevolenza fu sterile, maaccompagnata sempre di beneficii e perchè l’umile mio stato posto a comparazione dell’altezza sua non concedevami di rimeritarla in altro modo fuorchè nell’esserle grato, tuttii miei diletti erano nel venerarla come mia cara benefattrice; e come tale l’avrò in venerazione per tutto il tempo del vivere che m’avanza. Adunque ho voluto che l’amarezza delle memorie che verranno nell’animo mio destandosi all’aspetto di questo libro, fosse d’alquanto rattemprata e addolcita dal nome vostro che suona nella mia mente soavissimo. Per le quali cose venendo a voi questo libro, nulla vi dà, ma riceve molto: perchè trova in voi un giusto ammiratore de’ pregi suoi, e un dolce consolatore di chi ve ne fa presente. E fu a me grata novella l’avere udito, che per le vostre virtù eravate stato eletto a sindaco di Genova, e che perciò rappresentavate tutta l’universalità de’ vostri concittadini: perchè in tal guisa il libro che v’offro può quasi dirsi offerto a ciascuno della città: di quella cara città che sì benignamente mi accolse. E Dio sa quando potrò rivederla! Onde prego voi, che come io nella mia lontananza non dimenticherò mai nè voi nè la patria vostra, così voi mi teniate vivo non che nella vostra, ma eziandio nella memoria di tutti i vostri cortesi concittadini: del mio di-Negro [1] non già: perchè l’amor suo inverso me è tanto, che non abbisogna di ricordanze. E qui facendo fine mi vi raccomando e vi prego, dotto e cortese signor mio, che mi teniate per vostro,

Di Torino ai dì 31 di marzo 1825.

INTORNO LE DICERIE DI FILIPPO CEFFI

RAGIONAMENTO DI LUIGI BIONDI

Il libro delle antiche dicerie, che per me si pubblica, tiene luogo nel codice vaticano palatino 1644 dalla pagina 94 alla pagina 105. La scrittura è in bei caratteri tondi, quali si usavano nel buon trecento: e nella ultima pagina sono a leggere le seguenti parole, che danno a conoscere quale fosse l’autore dell’opera, e di qual patria « est enim iste liber ser Filippi Ceffi de Florentia.

II

Ora, volendo io sporre le cose che ho raccolte e notate intorno al Ceffi e intorno all’opera sua, dividerò il mio ragionamento in tre parti: nella prima delle quali favellerò dell’autore: nella seconda dell’opera, quanto al dettato: nella terza dell’opera, quanto alla storia. Ma, perciò che non si vuole, nè lo consente onestà, appropiare a se solo ciò che in gran parte è d’altrui, dirò innanzi, che di questa opera fu scopritore il celebratissimo monsignor Mai: il quale, cortese siccome egli è, la offerse al commendatore Pietro degli Odescalchi, a Salvatore Betti, ed a me: perchè, avendo in allora l’animo alla pubblicazione del prezioso libro di Tullio intorno alla repubblica, non volea rivolgerlo altrove. Dirò eziandio che que’ due dotti e cortesi, l’Odescalchi ed il Betti, mi furono compagni in Roma nel pigliar copia del manoscritto. E all’ultimo dirò, che in questa città di Torino, vero albergo di gentilezza, due amici del cuor mio, benchè pregiati in sapere, non hanno sdegnato di alleggerirmi la gravezza del correggere delle stampe, e mi sono stati in aiuto nel virgolare il testo, e nel punteggiarlo. Prenarrate queste cose, do cominciamento al mio libro.

PARTE I

DI FILIPPO CEFFI AUTORE DELLE DICERIE.

Questa prima parte sarà divisa in sette capitoli. Nel primo dimostrerò che Filippo Ceffi fu volgarizzatore della storia di Troia, descritta da Guido giudice dalle Colonne; nel secondo, che fu eziandio volgarizzatore delle pistole di Ovidio: nel terzo, che fu ricopiatore di codici. Il quarto e il quinto capitolo si volgeranno, intorno il padre di Filippo; e dapprima cercherò del suo nome, dappoi della dignità o uficio ch’egli ottenne in Firenze: finalmente sarà materia del sesto e settimo il conoscere di qual parte o setta fosse il Ceffi autore dello dicerie; e qual fosse il suo intendimento allorchè pose mano a comporle. »

Cap. I.

Che Filippo Ceffi fu autore del volgarizzamento

della storia di Troia descritta da Guido giudice dalle Colonne.

Guido dalle Colonne compiè di scrivere questa storia in 1287, usando la barbara latinità di que’ tempi, e confondendo insieme il vero col falso. Fu poi l’opera volgarizzata nel buon secolo della lingua nostra, e pubblicata colle stampe prima in Venezia l’anno 1481, poi in Napoli l’anno 1665. Ma chi ne fu primo volgarizzatore? A più è tribuita questa lode, che toccar deve ad un solo; e quest’uno è Filippo Ceffi. Il che mi farò a dimostrare brevemente, annoverando dapprima i nomi di coloro che ne sono stati lodati contra ragione. Fra i quali: è lo stesso Guido dalle Colonne: perchè di lui scrissero gli accademici messinesi detti dalla Fucina, allorchè in 1665. ne pubblicarono la storia volgarizzata: volle poscia la medesima storia dalla latina nella volgar lingua tradurre, acciocchè fosse per avventura conosciuta la sufficienza ch’egli avea di comporre così nell’una come nell’altra favella. Ma di altro avviso furono gli accademici della Crusca, i quali narrarono [2]: che la storia della guerra troiana di Guido giudice fu volgarizzata da Matteo di ser Giovami Bellebuoni nel 1333; e ciò narrarono sulla fede di due codici: l’uno, che fu di Bernardo Davanzati, oggi tra mss. del canonico Gabriello Riccardi, l’altro, spogliato dallo Stritolato, come apparisce da’ suoi scritti, che si conservano tralle scritture dell’accademia. Per lo contrario il Mehus [3], facendo menzione di quattro codici della biblioteca medicea, ricchi, ciascuno, del volgarizzamento della storia di Guido, dice, che appiè di quello, che dei quattro è più antico, sono a leggere queste parole: Si chompieo di scrivere per me Simone Alberti merciaio del popolo di santo Piero Scheragio anno mccclvi adì 4 di aprile, amen: e che, appiè di altro meno antico sono a leggere le seguenti: iscritto e chompiato per me Amaretto il dì di sancto Benedetto alle xi ore adì xxi di marzo mccclxxxxiii Deo gratias amen: finalmente il Zeno [4] parla di un testo a penna, che fu un tempo di Celso Cittadini, e poi di Uberto Benvoglienti: e ne reca il principio, ciò è: Incomincia il prologo sopra la storia di Troia composta per Guido giudice dalle Colonne di Messsena: e le ultime parole, che sono: Iste liber fecit Nicolaus Joannis Francisci Venturae de Senis anno domini 1406. E forse, fu questo codice che indusse il Lombardetti [5], e l’Ugurgieri [6] a credere, che il Ventura avesse composta originalmente una storia di Troia. Seguami ora il lettore, mentre che io andrò respingendo tutta questa schiera di volgarizzatori. E sia primo de’ respinti Guido giudice: perchè niuno avea mai sognato di dire che Guido avesse tradotta l’opera sua dalla lingua latina nella volgare: e se il dissero gli accademici della Fucina, il detto non ebbe fondamento in che si appoggiasse. Appresso piacemi di ributtare, per cagione d’idiotaggine, tanto l’Alberti che fu uno povero merciaio, quanto il Ventura, il quale mal distinguendo il nominativo dall’accusativo, come testimoniano le parole: iste liber fecit Nicolaus: mai non avrebbe potuto formare il pensiero del volgarizzamento di un’opera scritta in una lingua, della quale mostravasi imperitissimo.

Dirò adunque che l’uno e l’altro furono copiatori: copiatore il Ventura, a cui sembrava, per sua ignoranza, che il facere liber dinotasse l’aver trascritto quel libro: copiatore l’Alberti, il quale, da onesto merciaio non altro veramente disse se non che il libro per me si chompieo di scrivere. Che anzi, per quest’ultima ragione; toglierò pur di mezzo l’Amaretto, che fu de’ Mannelli, se bene sappiasi com’egli fiorì in qualche sapere. Imperciocchè non dichiarò di avere recato in volgare il libro di Guido, ma di averlo iscritto e chompiuto. Laonde altri non rimane dei molti che il solo Bellebuoni, il quale, siccome figliuolo di un sere, potè forse ricevere alcuno ornamento di dottrina. E qui mi bisognerebbe avere sott’occhio i due codici menzionati dagli accademici della Crusca, sì che io potessi vedere, se appiè di essi leggansi le parole» si chompieo di scrivere, iscritto e simili, che solevano usare i ricopiatori, ovvero le parole, recato in volgare, traslatoe od altre, le quali erano poste a dinotare l’autore del volgarizzamento. Ma checchè sia di ciò, certo che delle seguenti due cose deve esser l’una; o che il Bellebuoni sia stato anch’esso ricopiatore: o che due sieno i volgarizzamenti della storia di Guido giudice. Nè mai al Bellebuoni dovrebbesi la prima lode. E di vero, si faccia osservazione dei tempi indicati ne’ codici. Vedrassi che l’opera si dice compiuta dal Bellebuoni nel 1333, dall’Alberti nel 1356, da Amaretto Mannelli nel 1393, dal Ventura nel 1406. Se dunque sia dato di dimostrare che il libro di Guido era stato già volgarizzato molto avanti l’anno 1333, per opera di scrittore più antico che i mentovati, sarà cosa manifesta che quel più antico fu primo volgarizzatore, e che coloro che venner dopo, copiarono il colui volgarizzamento, o nuovamente la stessa opera traslatarono. Ed appunto il Ceffi, è l’antico volgarizzatore. Imperocchè il volgarizzamento fatto da lui era già compiuto nei 1324, ciò è 37 anni dopo il compimento del libro scritto da Guido, e 9 anni avanti la copia ovvero la nuova traduzione del Bellebuoni. Di che fanno fede più codici di remota, antichità. Tra’ quali dessi innanzi, a tutti annoverare quello, di che fu fatta menzione dapprima ne’ giornali de’ letterati d’Italia [7] e dappoi nelle note alla biblioteca del Fontanini [8]: il qual codice scritto in pergamena era in Napoli nella libreria di Giuseppe Valletta, portava in fronte questo titolo: La storia di Troia composta per Guido giudice delle Colonne di Messina, recata in volgare da Filippo Ceffi notaio cittadino di Firenze. Dove sono da notare le parole: recata in volgare: indicanti non copia, ma vero volgarizzamento. E queste stesse parole sono egualmente a leggere in altro codice cartaceo che è nella biblioteca magliabecchiana: esse giacciono al fine, e furono trascritte dal Mehus [9]: Qui finisce il libro della struzione di Troia, a Dio sia grazia amen. E fu recato in volgare per ser Filippo Ceffi notaio cittadino di Firenze nel 1324. Nè manca un terzo codice, dove il volgarizzamento della detta opera è confermato al notaio Ceffi, Era fra i libri di Cristoforo da Canale patrizio veneto: videlo Sebastiano Fausto da Longiano [10], e Apostolo Zeno ne ragionò [11].

In tale guisa è provato, che la storia di Troia, composta per Guido giudice dalle Colonne, fu recata in volgare l’anno 1324 da ser Filippo Ceffi notaio cittadino di Firenze: la qual verità non era senza contradittori.

Cap. II.

Che Filippo Ceffi fu autore del volgarizzamento delle pistole di Ovidio.

Tuttochè la quistione pendesse in dubbio, pur dicevasi per alcuni che Filippo Ceffi avesse volgarizzata la storia di Guido giudice, Ma per niuno si era mai vociferato che avesse pur fatte volgari le pistole di Ovidio: ed è cosa del tutto nuova. Di queste pistole, che sono le eroidi, si annoverano tre edizioni: l’una del primo secolo della stampa, che non ha data, ma che, secondo il dire del Morelli [12] e del Poggiali [13], fu pubblicala in una città del dominio veneto: l’altra dello stesso secolo, pubblicata in Napoli per Sisto Riessinger: la terza recentissima, cioè del 1819, pubblicata in Firenze presso Angiolo Garinei: ed è dovuta alle studiose cure di Luigi Rigoli accademico residente della Crusca. Oltracciò molti sono i codici mss. ove la stessa opera è registrata, siccome è a vedere nella biblioteca dell’Argelati, nel discorso premesso dal Rigoli alla edizione del 1819, e nella tavola degli autori citati dai compilatori del vocabolario. I quali, e innanzi ad essi il Pignoria [14], giunsero a congetturare, che il volgarizzatore aveva avuto nome Filippo. E a questa congettura furono guidati dalle parole che sono nel prologo della pistola di Fedra: — E però,bella donna, giovane e gentile, ricca e benigna, il cui nome è fiorito di quello bello fiore, che l’alto re de franceschi porta nette sue celestiali insegne, io il quale sono chiamato in lingua ebrea bocca di lampana, e nella lingua greca guardia d’amore, e che questo libro recai di grammatica in volgare fiorentino e sanese a vostra stanza, siccome vostro servitore, non sanza grande fatica; vi conforto che voi sicuramente leggiate — dove gli accademici annotarono — da un testo a penna, che Judi Gianvincenzio Pinelli, si ricava che la donna, a cui fu intitolato questo libro, era Madonna Lisa Peruzzi, che corrisponde alla sapraddetta indicazione. Più Oscuro è il nome delll’autore del volgarizzamento, e solo si può congetturare che avesse nome Filippo, osservando che questo nome nella lingua ebrea significa bocca di lampana, come si ricava da S. Girolamo nell’operetta de nominibus hebraicis, da Aratore diacono nel libro primo degli Atti degli Apostoli, e da Sedulio ne’ Collettanei sopra l’epistola di S. Paolo a’ Romani infine dell’ultimo capitolo. Forse, il volgarizzatore poco esperto nella cognizione della lingua greca ha malamente interpretato guardia di amore in voce di Filippo, che propriamente si voleva interpretare amatore di cavalli. — Forse, io dico, il volgarizzatore, poco esperto nella cognizione della lingua greca, ebbe in mente la parola ϕιλιππεὺς componendola da ϕιλία amicizia: amore, e da ππεὺς cavaliere, guardia, ed in tale modo appellò se stessa guardia ossia cavaliere d’amore, essendo che a’ que’ dì cavaliere significasse eziandio soldato o guardia in generale [15]: ed essendo che fiorissero in que’ tempi i cavalieri d’amore, ornati di onestà, di valore e di cortesia, onde i costumi tornarono a gentilezza. Di che si hanno molti esempi nel Decamerone: e leggesi eziandio nel Libro di motti [16] di uno gentile e valoroso il quale era cavaliere d’amore della marchesa. E forse la parola ϕιλία che è l’affetto purissimo dell’amicizia, meglio a que’ cortesissimi si confaceva che la parola ἔρως, che può avere significato di sozzo amore. Egli è vero che alla voce greca ϕιλιππεὺς avrebbesi a dare la interpretazione di amico o amante di cavaliere; ma gli è pur vero che a que’ tempi d’ignoranza potea pur sembrare meno rozzo che gli altri chi la interpretasse per cavaliere di amicizia o di amore, E queste cose sien dette a modo di discorso, e non mai per farne rimprovero agli accademici della Crusca: » quali nel citato luogo non sono da rimproverare che di una cosa; ed è questa: che nel fare menzione de’ molti codici mss. delle pistole volgarizzate da Filippo, ne indicano pur tre, che sono nella Guadagni i primi due in ottava rima, il terzo in prosa : dove avrebbero dovuto conoscere che i due primi non avevano niente a fare col terzo: dacchè un’opera stessa non può essere nello stesso tempo in ottava rima ed in prosa. Ma venendo al termine di questo discorso, dirò, che mercè del codice vaticano palatino 1644 è finalmente tolto quel velo che nascondeva il nome della famiglia di quel Filippo che recò in volgare le pistole. Imperocchè dopo le dicerie sono trascritte nello stesso codice cogli stessi caratteri le pistole di Ovidio volgarizzate: e nell’ultima pagina si leggono queste parole: — Finisce il librodelle pistole di Ovidio, il quale translatoe ser Filippo figliuolo di C. K, per adrieto del popolo di s. Simone della città di Firenza. — Dunque ser Filippo Ceffi fu eziandio volgarizzatore delle pistole di Ovidio.

CAP. III.

Che Filippo Ceffi fu ricopiatore di codici.

Prima che fossero libri a stampa la penuria de’ manoscritti e la ignoranza de’ copiatori inducevano gli uomini, eziandio dotti, a copiare di propria mano le opere altrui. Il Petrarca, il Boccacci e tanti altri furono copiatori di libri. E fu pur tale Filippo Ceffi, il quale ricopiò per ben due volte l’opera intitolata: Compendium theologicae veritatis, siccome appare da due codici in pergamena, che sono in Firenze, E uno nella sagrestia del duomo, l’altro nella biblioteca medicea. Videli l’eruditissimo Mehus [17], e trascrisse le parole che giacciono appiè del secondo. Io le trascrivo di nuovo : Fuit putem scriptus iste liber per me ser Philippum Ceffi notarium de Florentia anno ab initio mundi secundum Paulum Orosium vi mille vcentum xx: ab incarnatione vero domini Jesu Christi salvatoris nostri secundum morem florentinorum anno mcccxxi die x decembris expletus. Et si pulcras litteras non feci, saltem ad intellectum quam melius potui scripsi. Ove si facesse confronto di uno di questi due codici col codice vaticano palatino, verrebbesi a conoscere se le dicerie sieno di carattere del Ceffi: il che io non posso nè affermare, nè contraddire.Tuttavia sono persuaso più del no, che del sì. E di vero in alcuni luoghi il libro ha mancanze: in molti altri ha disordine: per ogni dove incertezza d’ortografia. Le quali cose ne’ libri scritti di mano dell’autore rare volte s’incontrano; ne’ trascritti più assai che non si dovrebbe. Il testo è mancante alle pagine 40 e 73, e le mancanze sono state indicate per mezzo di alcuni punti: era pur difetto alla pag. 77, ed io ho creduto poterlo supplire coll’aggiunta di sole due parole, che si troveranno scritte a caratteri corsivi: e forse anco alla pag. 3, dove è scritto: piaccia a colui ottimamente si consiglia: vuolsi o aggiungere o emendare qualche parola. Che dirò io del disordine che s’incontra nel libro? Ivi poche dicerie sono a lor luogo: quella che è a pag. 71 indiritta al papa, affinchè levi lo interdetto, malamente ne segrega due, che dovrebbero essere unite; perchè la seconda è risposta alla prima: l’ordine dello scritto non siegue, come dovrebbe, l’ordine de’ tempi; e quando credi finito il libro delle dicerie: Et hic finit liber contionum: ti maravigli in vederne un’altra, la quale, scompagnata e sola, dal fondo ove giace ti chiede di grazia che tu le volga uno sguardo.

Finalmente l’ortografia è incerta, perchè ora leggi ralegra ora rallegra, talvolta obedienza, tal’altra obbedienza, e così si dica di molte altre parole. Per le quali cose si può giustamente opinare che il codice vaticano palatino non sia di mano del Ceffi, il quale lo avrebbe scritto con quella uniforme ortografia che fosse stata sua propria, avrebbelo dato intiero d’ogni parte, e avrebbelo ordinato secondo che richiedeva la successione de’ tempi.

CAP. IV.

Quale fosse il nome del padre di Filippo Ceffi.

Ho di sopra narrato che al fine del volgarizzamento delle pistole di Ovidio sono a leggere queste parole: finisce il libro delle pistole di Ovidio, il quale translatoe ser Filippo figliuolo di C. K. per adrieto del popolo di s. Simone della città di Firenza. Vuolsi ora dunque investigare quale possa essere stato il nome del padre di ser Filippo: il qual nome dovè prendere cominciamento dalla lettera C. E dico che gl’investigatori potrebbero essere divisi in due parti: delle quali l’una si piacesse del nome Cristoforo, l’altra del nome Ceffo. Imperciocchè i primi avrebbero per fondamento della loro opinione le parole di Sebastiano Fausto da Longiano, il quale nel dialogo del modo dello tradurre d’una in altra lingua [18] lasciò scritto: ricordomi tra gli altri (antichi traducitori) havere veduto in mano del clarissimo signor Cristoforo Canale in Vinegia Guido dalle Colonne tradotto dei fatti dei troiani: era manoscritto il libro et antichissimo con queste parole «fue recato in volgare per ser Cristofano Ceffi notaio fiorentino». Dove i difenditori del nome Cristoforo potrebbero dire argomentando: che il volgarizzatore di quell’opera fu ser Filippo: che il Fausto da Longiano tralasciò il nome di lui, o per dimenticanza o per negligenza: e che dove nel codice era scritto per ser Filippo di Cristofano Ceffi, egli trascrisse per ser Cristofano Ceffi. Delle quali tre proposizioni la prima è certa, la seconda incerta, e la verità della terza dipende dalla incerta verità della seconda. Per lo contrario i difenditori del nome Ceffo potrebbero così ragionare: essere stato in uso a molti antichi, e massime a’ toscani, il prendere in cognome il nome de’ padri loro: così essere avvenuto nella famiglia degli Alighieri, che prese nome da Aldighiero; così in quella del Petrarca, che presero nome da Petracco: e lo stesso doversi dire dei Cennini, dei Donati, dei Corsi e di mille altri. E potrebbero venir via dicendo: che Ceffo era nome usato a que’ tempi, trovandosene spesso menzione, ed in ispecie nella cronaca di Dino Compagni all’anno 1294, dove egli nomina un messer Ceffo de’ Lamberti: che quanto sarebbe giusta, e da potere essere intesa, la indicazione del nome Ceffo colla sola lettera C., altrettanto sarebbe stravagante ed oscura nel nome Cristoforo: perchè scrivendosi, secondo che portava l’uso di que’ tempi , Filippo Ceffi figliuolo di C. facile cosa era il leggere figliuolo di Ceffo; empiendo il difetto del nome abbreviato colle lettere del cognome ivi scritto distesamente: ma, se quella lettera C. avesse dovuto indicare altro nome, sarebbe bisognato un nuovo Edipo per divinare, se si avesse a leggere Cristofano, o Cecco, o Chiappino, o Cane, o Corso, o Castruccio. Laonde verrebbero a questa conclusione: che quando il Fausto scriveva ricordomi, non bene si ricordava delle parole di quel codice, che aveva veduto in mano di un Cristofaro Canale; e che, non bene ricordandole, fece scambio del nome del posseditore del libro col nome dell’autore, e tribuì al nostro Ceffi il nome del suo Canale. Ed io, se avessi ad essere giudice della quistione, mi terrei meglio con questi secondi che con que’ primi.

CAP. V.

Quale fosse la dignità o l’uficio che il padre di Filippo Ceffi ottenne in Firenze.

Eziandio nella interpretazione della lettera K che succede alla lettera C. può essere la opinione degl’interpreti divisa in due parti: perchè gli uni possono dire che la detta lettera significhi Kavaliere; gli altri che significhi Kapitano o Kaporale. E, quanto alla dignità di cavaliere, dirò che a que’ tempi era in grandissimo onore, come accenna Franco Sacchetti alla novella 153: dove il suo rammarichio è grande, perciocchè a’ suoi dì gli ordini della cavalleria erano andati al fondo. E narra che in quattro modi soleansi fare cavalieri: e va enumerandoli così : cavalieri bagnati, cavalieri di corredo, cavalieri di scudo, e cavalieri d’arme. Li cavalieri bagnati si fanno con grandissime cerimonie, e conviene che sieno bagnati, e lavati d’ogni vizio. Cavalieri di corredo son quelli che con la veste verdebruna, e conla dorata ghirlanda pigliano la cavalleria. Cavalieri di scudo sono quelli, che son fatti cavalieri o da’ popoli o da’ signori, e vanno a pigliare la cavalleria armati, e con la barbuta in testa. Cavalieri d’arme son quelli, che nel principio della battaglia, o nelle battaglie si fanno cavalieri. E tutti sono obbligati, vivendo, a molte cose, che sarebbe lungo a dirle: e fanno tutto il contrario. Fra le quali parole sono degne di considerazione quelle, dove si tocca de’ cavalieri di scudo: che son fatti cavalieri o da’ popoli o da’ signori: perciocchè il padre di ser Filippo visse in tempo che Firenze reggevasi a repubblica: onde, se ottenne onore di cavalleria, ottennelo non da alcuno signore, ma sì dal popolo: e il popolo di Firenze dividevasi in più regioni: e v’avea quella del popolo di santo Simone. Il perchè non senza fondamento sarebbe a dire, che da quella parte di popolo, che prendeva nome da s. Simone, fosse fatto cavaliere: conciossiachè si legga nel codice vaticano palatino, che ser Filippo fu figliuolo di C. K. per adrieto del popolo di s. Simone di Firenze: dove l’avverbio per adrieto sarebbe posto a dinotare che quel cavaliere era morto: sendo che l’onore di cavalleria durasse quanto la vita. E notisi che non sarebbe cosa nuova, che ser Filippo avesse fatto uso della sola lettera iniziale K ad indicare la dignità di Kavaliere: perchè altrove tenne egual modo: e il nobile K posto alla pag. 24 equivale al nobile Cavaliere posto alla pag. 21, ed altrove. Imperciocchè quasi in tutte le dicerie gli ambasciadori sono due: l’uno cavaliere che tace, e l’altro togato che parla: poi che piace all’armi di dar luogo alle lettere [19]. Ma che più? Il titolo della diceria che giace alla pag. 28, è questo: come si vuole dire quando alcuno si vuole fare K. Nè cade dubbio intorno la significazione della lettera K: conciossiachè si legga in seno alla diceria stessa : quando piaccia a voi, io voglio prendere onore di Kavalleria a laude di Dio, e a buono stato di voi e di tutti gli amici. Le quali parole vengono dinotando eziandio che l’onore dì Kavalleria era a que’ tempi riputato altamente: e il confermano le magnifiche parole, che fanno esordio alla diceria: utile cosa è e savia il prendere consiglio in tutti li suoi fatti, quando il tempo il concede, e principalmente nelli grandi. Nè sarebbe da maravigliare questo pomposo cominciamento, se fosse tanto certa cosa, quanto è probabile, che il padre di ser Filippo avesse, vivendo, ottenuto onore di cavalleria: perchè le parole stesse darebbero a travedere, essere stato colui, che le scriveva, vanaglorioso figliuolo di cavaliere: ciò è di uomo di alto grado, il quale nelle pubbliche ragunanze sarebbesi insieme co’ dottori seduto su alto in su le panche, mentre che i cittadini, eziandio delle famiglie de’ Donati, de’ Cerchi, e di altre illustri, avrebbero dovuto sedere basso in su stuvie di giunchi [20]. Ma queste ragioni, come che le sieno assai forti, non sono però tali, che facciano traboccare la bilancia dal lato del Kavaliere: perocchè pesa dall’altro lato la dignità di Kapitano o Kaporale. Ed in vero narra Giovanni Villani che nel mese di ottobre 1250 i buoni uomini di Firenze raunandosi insieme a rumore . . . fecero xxxvi caporali di popolo, e levarono la signoria alla podestà, che era allora in Firenze. E narra altresì che elessero allora la prima volta il capitano di Firenze, al quale tutti gli altri capitani o caporali co’ loro gonfaloni dovevano riunirsi, quando lo richiedesse il bisogno. Le quali dignità durarono poi per molti anni appresso, mentre che Firenze si governò a popolo; se bene accadessero a quando a quando novità e riformazioni: delle quali la ricor-datissima dagli storici è quella che avvenne nell’anno 1292. Ma la partizione della città in più popoli co’ loro caporali e gonfaloni fu ferma: ed era anche al tempo di ser Filippo, sì come appare dalla diceria a pag. 77. Potè dunque il padre di lui essere uno del numero de’ caporali o capitani sul finire del secolo XIII o sul cominciare del XIV: ed in tale caso sarebbe, stato capitano, o caporale del popolo di s. Simone. Ma quale che fosse la dignità ch’egli ottenne, certo è da dire che non fu uomo di piccolo affare: e perciò ebbe agio d’indirizzare il figliuolo per la via delle lettere: a che richiedevasi per que’ tempi grande forza di moneta, a cagione della ignoranza quasi comune, e della penuria di utili ammaestratori e di buoni libri.

CAP. VI.

Di quale parte o setta fosse Filippo Ceffi.

Dalla fine dall’anno 1325 alla fine dell’ anno 1328, nel qual tempo il Ceffi compose sue dicerie, furono in tutta Italia, e più che altrove in Firenze, grandi perturbazioni, e lagrimevoli avvenimenti. Imperocchè le due terribili sette guelfa o pontificia, e ghibellina o imperiale, dividevano, come per lo addietro, popolo da popolo, e ne’ popoli cittadino da cittadino. Il grande Alighieri da poco tempo era giunto al termine del viver suo vanamente gridando: nè la sua voce si era estinta insieme con lui, ma sonava fiera per tutte parti: e narrando l’amor patrio del morto Sordello, non rimaneasi di rimproverare Italia in tai detti, convenienti a que’ duri tempi :

Ed ora in te non stanno senza guerra

Li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

Di que’ che un muro ed una fossa serra.

Ora dunque è a vedere di quale parte o setta fosse il notaio Ceffi. Nè credo andare errato dicendo, che fu di parte guelfa, ossia pontificia. Imperocchè se bene egli traesse argomento per le sue dicerie così dai fatti de’ guelfi, come dai fatti de’ ghibellini, e inducesse il dicitore a difendere le ragioni così degli uni come degli altri; non però di meno ne’ parlamenti a pro de’ guelfi è più veemenza che non suole essere nelle parole poste nella bocca de’ loro avversari: di che chiaro apparisce che scrivendo pe’ primi, la penna era guidata dal desiderio dell’animo. Nè niuno ghibellino lodò mai nominandolo; e alcuni ne svillaneggiò, e non si tenne di dar nome di tiranno a Lodovico di Baviera, che avea preso titolo di re de’ romani: e lo chiamò figliuolo di perdizione: e diede pur nome di tiranno e di crudele a Castruccio. Nè poteva essere altrimenti: imperciocchè distribuendo il tempo alle lettere e all’uficio suo di notaio, visse tranquillamente in Firenze sua patria, la quale per que’ tempi fu retta da parte guelfa: il che a tutti è manifesto. E qui mi viene a concio di riferire il preludio con che in allora davasi cominciamento a’ pubblici consigli: Iochiamo mercede al nostro signore Idioche questo consiglio sia a loro santissimo onore, e a riverenza di messer lo papa, e de’ suoi frati reverenti cardinali, e di tutta la santaromana Ecclesiae a crescimento di parteguelfa; le quali formule, che il Ceffi per buona sorte ci ha conservate, stanno in fronte della prima diceria. Ed erano pur ripetute poco dopo il principio della seconda: siccome mostra il segno eccetera ivi anticamente posto ad indicare, che i rimanenti nomi de’ celesti e de’ terreni protettori del popolo fiorentino e de’ guelfi, erano stati tralasciati per amore di brevità. È per altro a dire a somma lode del buon Ceffi, che se bene egli fosse di parte guelfa, pur tuttavia, ove ragione il chiedesse, non si facea peccato di scrivere a difesa dell’altra parte, come ciascuno può vedere nelle dicerie poste a pag. 30, 66, ed altrove. Anzi tanto, e non più, mostravasi acerbo a’ ghibellini, quanto erano operatori di mali: che nel resto egli non era nimico a niuno: nè amore di parte il traviava: ma guidavalo amore di patria e di giustizia. Di che mi par bello e lodevolissimo esempio la diceria che leggesi alla. pag. 76 con questo titolo: come si dee dire a rettore acciò che non prenda parte nè setta nella terra: dove sono notevoli queste parole: siavi manifesto che li cittadini di R. vi pongono bene mente alle mani, quando voi non tenete pari la bilancia pigliando parte e setta nella nostra terra. Certo quando voi foste eletto nostro rettore, non per parte, ma per tutta la cittade foste eletto. Ond’io vi priego che da quinci innanzi opriate quello che sia unitade e buono stato di tutta la cittade, e onore del vostro officio, sì che possiate tornare con lieta nominanza a casa vostra: conciosiacosa che la fine dell’officiovostro vi aspetta di coronarvi d’onore, o di punirvi con la ragione. E allora eziandio quando scriveva come guelfo e ragionava del nuovo signore da essere eletto in Firenze a crescimento di parte guelfa amorevolmente diceva: a noi conviene eleggere signore giusto... il quale ci aderizzi a perfetta giustizia, e traggaci fuor di sette e divisioni: sì che per lui si acquisti vittoria di fuori e concordia dentro. Veramente santa ragione il moveva: perchè le piccole dominazioni crescono per concordia de’ cittadini, e le grandi per discordia rovinano. Perciò i romani avevano fatta della concordia una divinità, se le avevano eretti templi e simulacri.

CAP. VII.

Quale fosse lo intendimento del Ceffi nel comporre le dicerie

Il Ceffi nel comporre le dicerie ad altro non intese che allo ammaestramento di uomini giovani e rozzi, come è a leggere nei titolo del suo libro. Adunque le sue dicerie altro non sono che una maniera di esercitazioni poco più che grammaticali, e poco meno che rettoriche: per virtù delle quali la gioventù tenera e rozza dovea crescendo acquistare dottrina, e ingentilire lo ingegno. E perchè da’ suoi ammaestramenti derivasse ne’ giovani vera e durevole utilità, a doppio intento ebbe l’animo: l’uno, che queste esercitazioni si rivolgessero intorno le pubbliche cose, l’altro che i suoi discepoli dovessero tenerle a memoria e declamarle. E certo che l’uno e l’altro fu savio divisamento. Imperocchè, quanto al primo, la gioventù, fiorente speranza della patria, vuolsi educare in guisa, che se ne possa, quando che sia, raccorre buon frutto: perchè chi molto sa e molto adopera è simile ad uomo, che fornito di acuta vista dimora in luogo privo di luce; ed il poco sapere addirizzato ad utile fine vale meglio che il molto, dove questo non altrove riesca che a vanità. E perdonimi chi legge, se io scrivendo queste cose mi sento preso da giusto sdegno: perchè in molte terre d’Italia così i giovinetti vengono ammaestrati come se dovessero vivere non già nel secolo loro, ma in quelli che trapassarono, e che giova ad uno scolaro il comporre una diceria, nella quale introduca Orazio a perorare sua causa dinanzi ai giudici: e a venir dimostrando essere stata giusta la uccisione ch’egli fece della sorella? O altra nella quale Giunio, padre veramente crudele, veli d’apparente virtù la dimandata morte de’ figli suoi? Vogliono forse gli ammaestratori, che i giovinetti pongano giù quell’orrore, di che natura e religione si riempiono l’anima ove sia, chi narri cotanto orribili scelleratezze? oh quanto sarebbe il migliore, iniziare i giovani a quelle, cose, che si con fanno alla civiltà de’ moderni tempi: Cosicchè prendessero ad amare le leggi e le usanze nostre, e potessero fatti adulti, intorno a quelle, e scrivere ed aringare, ed essere utili alla patria, e laudevoli negli ufici: perchè oggidì, nel mezzo eziandio di città popolose, è penuria d’uomini: e la scienza di molti è tale che se il Principe concedesse loro quegli ufici, che presuntuosamente credono a sè dovuti, come che sieno dotti, apparrebbero ignorantissimi! Laonde, usando le parole di Orazio, dirò a chiunque ammaestri un rozzo giovinetto, che l’ammaestramento mi sarà grazioso

Si facis ut patriae sit idoneus,

chè questa è dottrina di pubblica utilità; le altre tutte sono di privato ornamento. Nè voglio che altri creda essere mia sentenza, che non abbiasi a studiare nelle storie de’ nostri maggiori. Anzi io tengo con Tullio, essere la storia maestra di vita; nè mi sonano grate le parole di Sallustio, dov’egli dice, che per la memoria delle cose passate l’animo nostro fortissimamente si accende a virtù, e viene in desiderio di gloria. Voglio adunque che le antiche storie sieno commendate a’ giovinetti per due ragioni; acciò che dagli eventi passati possano prevedere i futuri: avendo in mente il detto dell’Ecclesiaste: che cosa è quella che fu? è quella medesimo che devevenire: ed acciò eziandio che per gli antichi lodevoli esempi ricevano incitamento a belle opere, e a ragionato amore di patria. Ma se tu vorrai addestrarli nell’arte del bel dire, non torrai argomento da cose non laudevoli, o tali, che per lo mutamento de’ costumi, degli ordinamenti civili, e delle leggi, mai non possano piegarsi a pubblico bene. E se vorrai che il ragionare prenda soggetto da cose antiche, sceglierai quelle che abbiano qualche collegamento colle moderne. E così fece il buon Ceffi nel libro suo: dove è ragionamento di cose patrie, e tutte proprie di quel tempo: e se una volta finge che Platone vada ambasciatore degli Ateniesi ai cittadini di Lacedemone, fa che vadavi a trattar cosa, che tanto era degli antichi quanto è nostra: ciò è la elezione di un rettore della città: e se altrove parla dell’ancile, che i romani finsero essere di cielo caduto in terra, il fa per rassembrare al detto ancile il gonfalone della giustizia, e per confortare i gonfalonieri e popolari, che ne fossero governatori e difensori, e che di niente lo lasciassero abbattere, acciò che il loro buono stato si conservasse di modo, che potesse il benigno agnello dormire securo allato al superbo leone. Nè fu men savio il divisamento del Ceffi, quando notò che quelle sue dicerie erano da imparare a dire, perchè fu grande senno degli antichi lo avere in pregio le due arti del tenere a memoria, e del declamare: ed arti appunto le dissero; perchè, quanto alla memoria, essa non solamente viene da natura, ma eziandio per nostro studio si acquista: e quanto alla declamazione, di molte cose conviene avere ammaestramento chi aspira alla lode di leggiadro ed effettuoso favellatore. Nè punto gioverebbe cercar dottrina, se la mente nostra non ne facesse tesoro, nè sapessimo all’uopo dire nostra ragione, o malamente il facessimo. Ma poichè mi avveggo di essermi assai lontanato dal mio proposto, chieggo di ciò perdono ai leggitori meno cortesi: e ai più cortesi faccio preghiera, che ove sia in loro potere, dieno opera che i nostri giovani si rendano esperti delle cose di nostra nazione, e dell’arte di essere graziosi favellatori nelle pubbliche ragunanze. E sarà onor nostro, e abbassamento d’orgoglio degli stranieri: i quali dicono che gl’Italiani, ove imprendono a favellare di pubblici negozi, hanno penuria di parole, di artificio, di vigore, e di grazia; e che meglio novellano, e meglio narrano antiche imprese ed amori, che non fanno salendo in pergamo, o affogando nel foro. Le quali parole per me udite dire a uno dì loro, e virilmente nella maggior parte contraddette, hanno dato luogo a questa digressione.

PARTE II.

Delle dicerie del Ceffi quanto al dettato.

Intendasi per dettato non il solo stile, ma tutto che pertiene alla tessitura di uno scritto per la parte di grammatica e di rettorica: perchè dettato è più che stile, anzi questo è parte di quello: e perciò, come disse bene il Boccacci allora che disse lo stile del dettato [21], così altri direbbe male dicendo: il dettato dello stile. Adunque dovendo ora ragionare intorno a ciò, dividerò questa seconda parte del ragionamento in nove capitoli: i quali avranno i seguenti titoli. I. Del significato della voce diceria. II. Che questo libro non è stato mai nè pubblicato, nè citato. III. Dello stile usato dal Ceffi in questo suo scritto. IV. Come abbiasene a fare una nuova edizione. V. De’ vocaboli nuovi che vi s’incontrano; dove delle voci amorificare, congioire, abbassanza, ex-sbanditi. VI. VII. VIII, e IX. delle voci oltreggiare, effettuoso, menpossente, dilezione.

CAP. I.

Del significato della voce diceria.

Ogni scrittura può essere o letta, o recitata: se dovrà essere letta, sarà leggenda: se detta, diceria, che così a punto suona questa voce, la quale ebbe origine dal Verbo dicere. E perciò io credo doversi la voce diceria non in altro modo difinire che in questo: Scrittura da dire a mente. Nella quale sentenza mi confermano le parole poste in fronte di questo libro: Dicerie da imparare a dire a uomini giovani e rozzi. Nè trovo giuste le due definizioni date dagli accademici della Crusca: non la prima, ciò è ragionamento disteso: perchè una diceria può esser chiusa in un ragionare breve e succinto, come sono queste del Ceffi; non la seconda, ciò è l’aringare o il parlare pubblicamente: perchè le dicerie possono essere private, e recitate ad un solo: come è a vedere in alcune di queste, massime in quella dove lo scolaio studiante addimanda moneta al padre suo.

CAP. II.

Che questo libro del Ceffi non è stato mai nè pubblicato nè citato.

Il libriccino che per me si pubblica era rimaso oscuro, per cinque secoli, agli amatori del bello scrivere antico. Gli accademici della Crusca si valsero di alcuni esempi tolti da un ms., che fu già di Giovambatista Strozzi, intitolato: Tavola di dicerie, delle quali parlando il Salviati ebbe a dire: Sono per nostro avviso di purissima lingua, e tutta pièna de’ più be’ favellari ch’avessero in quella età: e collocollo fra le scritture dell’anno 1300 e poco addietro. Citarono eziandio gli stessi accademici un libro di dicerie diverse; ma tennero, che questo libro fosse una stessa cosa con quello lodato dal Salviati. Checchè sia di ciò, ella è cosa certa, che gli esempi citati sia coll’indicazione di tav. dicer. sia con l’altra di dic. div., nulla hanno comune coll’opericciuola del Ceffi. Ad evidenza di che leggansi i quattro luoghi che qui trascrivo:

Alla voce Distruggimento tav.dicer. G. S. – Sì sono nate e cresciute mortali gramigne di resia in grave distruggimento della vigna d’Iddio – E appresso – Ma, ora vedemo noi apertamente, che tu vuogli mettere a morte, e a distruggimento tutto il comune, – Alla voce Dibonarietà – dic. div., – Prego te, Cesare, per la fede, e per la speranza, e per la clemenza, e dibonarietà tua che tu, ec. – Alla voce Volitore dic. div. – Io fui sempre consigliatore e volitore di pace. – Alla voce Mi – §. 3 dic. div. – Io mi so ben ciò che voi avreste fatto.

CAP. III.

Dello stile usato dal Ceffi nelle dicerie.

Il celebre cavaliere Vincenzo Monti, nome a tutti gli Italiani, e a me su tutti carissimo, facendo ragione al volgarizzamento delle pistole di Ovidio, che, come di sopra è detto, è opera del nostro Ceffi, ebbe a dire: è da confessarsi che piano e soave è il procedere della sintassi, sincera la proprietà delle parole, naturale la loro commettitura, qualche volta scelta la frase, e generalmente parlando felice la condizione dello stile [22]. E come che a lui sembrasse anzi esagerata che no la lode del Salviati, che aveva lasciato scritto: sono di antica, e pura favella efficacissima e di gran vivezza [23]: non però di meno non diniego essere quel volgarizzamento da tenere in pregio, se dal lato si consideri della lingua! Che se mostrossi acerbo in verso il Ceffi, come interprete e volgarizzatore del testo; certo che in ciò non ebbesi il torto: perchè il Ceffi assai volte le sublimi cose traslatò bassamente; e più volte assai o nulla o male comprese l’intendimento dell’autor suo; laonde offese in errori che movono a riso, e che moverebbero a sdegno, se non si facesse considerazione sopra l’età remota in ch’ei visse: quella età io dico, in che i manoscritti erano rari, e miseramente guasti per le ingiurie del tempo e degli uomini; nè l’arte del ragionare aveva riaccesa la face a diradare le tenebre della ignoranza; nè dotti spiriti si erano faticati del ritrovare, e del raffrontare le opere de’ grandi scrittori antichi. Di che la lingua del Lazio, per difetto di libri e di precettori, era quasi smarrita: e perciò da pochi in fuori, privilegiati dal cielo, fra’ quali il massimo Dante, coloro che le vestigia ne ricercavano, movevano passi incerti: nè del loro inciampare o cadere maggiore maraviglia o sdegno si potrebbe prendere, che del cadere o dello inciampare de’ fanciullini. Le quali ragioni mossero eziandio il nostro Monti a dire, che le incorrotte lezioni del testo precipitarono il volgarizzatore delle pistole in assai sbagli: perchè dei tanti che brulicano, in quel volgarizzamento come moltissimi sono da tribuire a tutta colpa del traduttore, così non pochi debbono trovar perdono, ove sia chi consideri la condizione de’ tempi. E di vero nel volgarizzamento della storia di Troia, composta per Guido giudice, il nostro Ceffi mostrossi fornito di miglior giudizio che non ebbe nel volgarizzare il libro d’Ovidio: perchè Guido avea composta quella storia soli 37 anni a dietro, e i testi a penna che andavano a torno erano ben corretti, e la rozza lingua adoperata dallo scrittore era piana, e direi quasi dimestica ai leggitori. Tuttavia anche quest’opera, se si consideri dal lato del volgarizzamento, è in molte parti difettuosa: e se si consideri dal lato della lingua, non è scevera da quegli stessi arcaismi ed idiotismi, ne’ quali abbonda il volgarizzamento delle pistole, sì come fu ben notato dal Monti. Ed oltre a ciò nell’uno e nell’altro volgarizzamento il nostro ser Filippo fu poco saggio misuratore delle suo forze: perchè volle mostrarsi dotto in rettorica: onde spesso allargando l’ale al suo dire, e dipartendosi dall’autore che traslatava, volle alto levarsi: ed ebbe in animo di fiorire lo stile, e di renderlo ornato: dove spesso i fiori non di giardino furono ma di siepe, e gli ornamenti non di matrona nobile, ma di femminetta plebea. Laonde io tengo, che, quanto allo stile, la migliore opera sua sia questa delle dicerie. Nella quale egli propose di scrivere per ammaestramento di uomini giovani e rozzi e perciò, schifando ogni ornamento, usò tale uno stile, che può dirsi umile ma non plebeo, elegante ma non contorto: e tutto pieno di cara semplicità: la quale, secondo che io penso, è prima tra le grazie del puro favellare, e del bello scrivere. Per le quali cose io sono d’avviso che le dicerie del Ceffi sieno da raccomandare ai teneri giovinetti sì dai parenti nelle case, e sì dai precettori nelle prime scuole. Imperocchè de’ libri moderni pochi sono che possano dirsi veramente italiani: e tra gli antichi alcuni, per le materie che trattano, riescono notevoli alla gioventù, e alcuni altri pericolosi: in molti è tanta oscurità che vince l’intendimento de’ giovani leggitori: e in altri molti è sì duro e intralciato fraseggiare e tanta copia di vocaboli vieti o fiorentineschi, che ben può dirsi uomo di grande sofferenza chi letta la prima pagina ha cuore di procedere alla seconda. Ma queste dicerie dilettano chi legge; ed è sempre onesto il diletto: a niuno sono oscure, avvegna pure che i leggitori sieno di tenera e rozza età: e la dicitura è così semplice e piana; e le parole sono quasi tutte così lontane da ogni fiorentinismo, che quasi mai non è uopo a chi legge interrompere la lettura, e studiare nelle parole o chiedere aiuto al Vocabolario. Ed oltre a ciò non inciampi leggendole in quello smodato uso di concettini e di antitesi, onde le tenere menti si accostumano alle sottigliezze, e all’arguzie; nè in quella mala semenza di gonfiezze e di metafore, onde si raccoglie frutto di stravaganze e di bizzarrie. Chè l’uso de’ tropi è buono, ma difficile e periglioso: e non è cosa da darne ammaestramento a’ fanciulli, i quali per difetto d’intero senno scambiano spesso l’oricalco coll’oro: ma dessi l’ammaestramente serbare all’età più matura, quando cogli anni e colla crescente dottrina crescendo il senno, rendasi meno disagevole il portare giudizio intorno agli ornamenti che si convengono ad una scrittura, perch’ella non rimanga troppo nuda, e perchè troppo, o sconciamente, ornandosi non acquisti deformità. Finalmente le dicerie del Ceffi sono eziandio da raccomandare alla gioventù per questa ragione: che la loro lettura può giovare e aiutare al bello scrivere epistolare; perchè sarebbesi potuto egualmente dire per epistole ciò che il Ceffi finse doversi dire favellando per ambasciata. Nè niuno ignora come sieno scarsi i libri che insegnino a bene scrivere per lettera: di che nasce che le lettere di molti nostri tengono più de’ modi francesi che degl’italici: vergogna nostra degna del rimprovero degli stranieri.

CAP. IV.

Come abbiasi a fare una nuova edizione delle dicerie.

Ma perchè in queste dicerie e pur qualche voce e qualche frase o vieta o fiorentinesca, sarebbe mio avviso, che si stampassero nuovamente ad uso della studiosa gioventù, e che via si togliesse ciò che al nobile favellare non si conviene, e ciò che l’uso ha cambiato. Il che non ho fatto io, perchè ho creduto doversi in questa prima edizione pubblicare lo scritto, com’esso giace nel codice: conciossiachè possano alcune voci, e bene antiche, e non più degne di essere inserte nelle buone scritture moderne, essere utili a coloro, i quali studiano nelle origini detta nostra favella: e possano eziandio dichiarare que’ luoghi degli antichi scrittori, dove per avventura si leggano vocaboli simiglianti. Nè dico già che abbiasi a ricidere quella troppa copia di veramente, di certo, di ma, ec. che dal Monti fu notata nel volgarizzamento delle pistole di Ovidio; e che, come dà le mosse ai periodi ivi, e nell’altro volgarizzamento della guerra di Troia, così pure il fa in questo libro: perchè siffatte negligenze di stile non sono emendabili senza travisamento del testo: e sono solamente da indicare, affinchè i giovinetti le schifino. Ma senza travisamento del testo potranno via togliersi tutti gli e che seguitano ai verbi accentati: e dirsi a cagion d’esempio ha in vece ae sa in vece di sae. ho in vece di oe, fu in vece di fue, lasciò in vece di lascioe e simili: il che facendo, lo scritto sarà ridotto in moderna lezione, e purgato di quello idiotismo de’ fiorentini, che ora quanto all’ae e all’oe deve essere sbandito d’ogni scrittura, e, quanto al fue può solamento ottener grazia nel verso: nè Dante, se bene fiorentino, usò mai hoe, hae, cercoe,portoe: ma lasciò quegli sconci modi alla plebe, la quale tuttora pacificamente se gli gode senza invidia di coloro che non istudiano in un dialetto, ma sì nel parlare illustre cheinciascuna città appare e in niuna riposa. E godasi pure quel prezioso tesoro di ene in vece di è, purchè pella nuova edizione sia tolto via dal libro delle dicerie, dove imbratta la pagina 46. Nè sarei disposto a misericordia inverso quel ch’ente in vece di che quale, che trovasi alla stessa pagina, nè inverso quel leggiere in luogo di leggiera che sta a pag. 24, se non mi affienasse la reverenza dovuta a messere Giovanni Boccacci, al quale mi sono legato per fede, che come non mi sarei se non raramente accostato col suo modo di periodare, così avrei seguito lui come duca e maestro nella scelta delta voci e delle frasi, riccamente adorne di grazia, e piene di cara evidenza. Ma andando innanzi nell’esame delle parole, piacerebbemi che fosse sbandito dal libro il chiamamo e il vivavamo e il venissemo, e simili: perchè oggi vuolsi dire chiamiamo, vivevamo, venissimo: e vorrei lasciare alla poetica licenza lo stea, il dea, il sanza, l’ellli, l’abbiendo, surrogandovi stia, dia, senza, egli, avendo: le quali in forza dell’uso, che ha il sommo arbitrio sulle favelle, hanno usurpato il luogo di quelle antiche; e l’usurpazione ora per lo volgere de’ secoli è passata in diritto. Sarà pur bene che col nostro gran padre Dante leggasi non trascotanza, ma tracotanza: anzi manderò pregando gli accademici della Crusca, che piaccia loro di unire alla voce tracotato gli esempi che fanno compagnia a quel povero trascotato, che giace là gramo senza alcuno de’ suoi genitori la trascotanza ed il trascotare. Inoltre così vorrei scritti i nomi proprii come oggi tutti gli scrivono, dicendo per esempio Calabria in vece di Calaura,Carlo in vece di Karolo, Orvieto in vece di Orbivieto, ec. Delle Voci reghiamci a mente, cognosco e congnosco, tengna, somovere, constretto, e io fosse in luogo di fossi e megli in luogo di meglio, basterà aver qui fatto ricordo perchè conoscasi come elle pure s’abbiano a scrivere secondo l’uso moderno: e forse alcune stanno così scritte per colpa del copiatore. Nè leggasi a pag. 68 raveggiano, ma riveggiano, affinchè non nasca dubbio intorno il denso di quel luogo: dove, secondo che sembra, non si vuol già correre contro al popolo per non dargli campo a penitenza e per isterminarlo tutto, ma sì per non dare agio ai presontuosi di rivedersi, e di ragunarsi. Molto meno leggasi a pag. 57 reverenti car dinali: perchè i cardinali non devono riverire, ma essere riveriti: e perciò non sono riverenti, ma reverendi. Ed è il reverenti errore sì madornale che per quanta io abbia adoperato per lasciarlo alla pag. 1, dove pur stava, sempre l’opera è uscita vana, conciossiachè sembrasse al giovine compositore delle stampe troppo grossa asinaggine: onde mi convenne aver l’occhio attento affinchè il reverenti rimanesse fermo alla pag: 57. Nè posso non maravigliarmi come un dotto accademico della Crusca abbia innestata nel vocabolario questa mala pianta; quasi che fosse un bel germoglio di rose, o di gelsomini. Tutte le cose fin qui dette mirano più alla maniera di scrivere che alle parole. E a dir vero io non trovo in tutto il ms. parole o di malvagio suono, od oscure: nè altra voce mi suona male all’orecchio fuorichè sconfittura: nè altra, se pur non erro, può ingenerare oscurità fuorichè giechite o giacchite. Onde avrei a grado che di queste due cose si facesse l’una: o che, lasciando nel testo le dette due voci si ponesse appiè di pagina sotto l’una sconfitta , che è bella voce usata dal Boccacci e da tutta Italia, e sotto l’altra umili che tanto vale quanto giechite ovvero che inserendo nel testo sconfitta ed umili, si annotasse che il ms. aveva gechite, e sconfittura. Nè moverei di luogo, anzi commenderei le voci sostantive dimoro, offensa, tribo, tutte usate da Dante in vece di dimora, offesa, tribù, ossia ordine, o grado. E lascerei avvento, ciò è venuta, voce consagrata dalla religione nostra, che ne fa uso quando annunzia a’ suoi fedeli la venuta del Signore: e breviare voce abbreviata, che bene esprime il concetto: e allegeramento, che il Bembo aveva già letta in antiche carte: e importabili aggettivo di gravezze, che usò pur Gio. Villani nello stesso senso, là dove disse : gl’artefici e il popolo minuto domandavano grazia delle importabili gravezze che messere Iache di s. Paolo e suoi faceano loro. Ho detto qui sopra che umili tanto vale quanto gecchite: e così è: perchè gli scrittori de’ secoli di mezzo dalla voce abiectio formarono il verbo abiectire, donde abiectitus, e iectitus. Dalle quali parole fatte italiane nacquero le altre aggecchire, gecchire, aggecchita, gecchito: e tanto era il gecchito de’ nostri quanto l’abiectus de’ latini nel significato di umile.

CAP. V.

De’ vocaboli nuovi che s’incontrano nelle dicerie del Ceffi:

dove delle voci: amarificare, congioire, abbassanza, exsbanditi.

Sono da intendere per voci nuove quelle che non sieno registrate nel vocabolario della Crusca: o che non appaiano ivi così scritte come qui sono, o che ivi non ricevano quel senso che qui hanno. E dirò in questo capitolo di quattro vocaboli del tutto nuovi: e sono: amarifica [24] terza persona dell’indicativo dal verbo amarificare, congioirsi [25], neutro passivo dal verbo congioire, abbassanza [26], sinonimo di abbassamento ed exsbanditi [27], sinonimo di sbanditi o banditi. Del verbo amarificare vorrei che fosse arricchito il vocabolario; perchè può ben dirsi amarificare, amarum reddere, come dicesi dolcificare. Piacemi eziandio il congioire, e il congioirsi, che bene si contrappone al compiangere, e al compiangersi. Nè vorrei esclusa dal tesoro della lingua la voce abbastanza, che ha origine dai dialetti siciliano e provenzale, perchè talvolta può essere giovevole a toglier via da un periodo quel mal suono, che i Greci chiamavano χαχοϕονὶα, come sarebbe intervenuto al Ceffi, se in luogo di scrivere turbamento e abbassanza avesse scritto turbamento e abbassamento: onde potrà prender luogo nel vocabolario sì abbassanza, e sì abbassamento, a quello stesso modo che co’ loro fratelli stannovi altrettante sorelle, come mancanza e mancamento, ordinanza e ordinamento, raunanza e raunamento, ed altre infinite. Ma la parola exsbandito vorrei che non vi trovasse ricetto: anzi vorrei pure sbandirla dal libro delle dicerie, surrogandovi sbanditi: perciocchè quella riempie ed esaspera inutilmente il vocabolo al cui precede; niente più sonando exsbanditi che sbanditi: ed oltre a ciò non è di suono italiano ma di latino. Lasceremo adunque il verbo exbanniare ed exsbannire agli scrittori de’ secoli di mezzo, da’ quali fu adoperato, come è a vedere in molti, e massime in Piero delle Vigne, il quale ci ha conservata la formola dello sbandimento! [28]

CAP. VI.

Del verbo oltreggiare.

Alla pag. 5 leggesi oltreggiare in luogo di oltraggiare: di che non dee farsi, a mio credere, sì poca stima. Come altri forse farebbe. Imperocchè essendo oltre ed oltra sinonimi nella nostra lingua, e trovandosi così usato oltreggiare come oltraggiare; si può a buona ragione conchiudere che il primo elemento, onde siasi formato il verbo oltraggiare; sia stato l’ultra de’ latini; e che l’altro elemento sia stato il verbo ire: così che dal latino ultra ire sia nato l’oltre ire degl’Italiani: donde poi nacquero i verbi oltregire; oltreggire, e gli equivalenti oltreggiare, oltraggiare, a quella stessa guisa che dicesi addolcire e addolciare, colorire e colorare, incoraggire e incoraggiare, inorgoglire e inorgogliare, invietire e invietare ec. Adunque oltraggiare, come sinonimo di oltregire; tanto suona quanto andare tropp’oltre, soprawanzare, soperchiare: e perciò fa oltraggio chi va più innanzi che nion dovrebbe, chi soverchia, chi eccede. Ad evidenza di che giova retrocedere alla lingua de’ secoli di mezzo: dove ultragium era voce adoperata spesso dai ragionieri, e significava il sovrappiù: come è a vedere in questi due esempli l’uno latino e l’altro francese: Si quis censum consuete ac iuste nobis non reddiderit, legaliter emendet nobis, retento mihi ultragio aliarum omnium pristinarum consuetudinum mearum [29]. Pourchacun drap d’or doit d’outrage 8 den [30]. E perciochè si può eccedere così nel bene come nel male, chiara cosa è che l’oltraggio, giusta l’antica significanza, poteva così essere buono come reo: e la reità poteva essere o piccola o grave: perchè meno era soperchiare uno non usandogli cortesia, che soperchiarlo facendo cosa che fosse contra giustizia: nel che è posta l’ingiuria. Dante conobbe bene queste distinzioni di oltraggi. E usò una volta oltraggio nel buon senso di eccesso di grandezza, quando volendo e non potendo descrivere quel fortunato momento, in che giunse al fine di tutti desiderii, e fu fatto degno della beatifica visione di Dio [31], scrisse così:

Che la mia vista, venendo sincera,

E più e più entrava per lo raggio

Dell’alta luce, che da sè è vera,

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio

Che ’l parlar nostro, ch’a tal vista cede,

E cede la memoria a tanto oltraggio.

Dove è da notare quello e più e più così ripetuto, con che il poeta viene significando con evidenza, com’egli, eccedendo, per così dire, l’umana qualitate, e più oltre andando che ad uomo non convenivasi, ficcò la vista per entro il raggio dell’alta luce, e in sì fatto modo vi s’innoltrò, che la memoria cedeva a tanto avanzamento, ossia a tanto oltraggio. E perciò sono andati errati coloro che hanno creduto doversi scambiar la lezione, e porre a più a più, e chiosare a poco a poco: conciosia che le parole e più e più sieno attissime ad indicare quel progressivo innoltramento. Usò pur Dante la voce oltraggio in senso di scortesia, o come oggi pur direbbesi soperchieria. E ciò fu allora che trovando nel purgatorio le anime degl’invidiosi, alle quali un filo di ferro forava il ciglio e cuciva, disse [32]:

A me pareva andando fare oltraggio

sedendo altrui non essendo veduto.

Ed usò pure la stessa voce in significato d’ingiuria quando pose in bocca all’amico suo Casella queste parole [33]:

— Nessun mi e fatto oltraggio

Se quei che leva e quando e cui gli piace .

Più volte m’ha negato esso passaggio:

Che di giusto voler lo suo si face.

CAP. VII.

Della parola effettuoso.

Onore nel reggimento s’acquista per fare giustizia. Alla quale si richieggono tre cose:ciò è il buon valere, il sufficiente potere, e l’effettuoso operare, in conservare virtudi, e distruggere li vizi. Queste parole sono a pag. 41: dove si conviene aver mente a quello effettuoso operare, che significa l’operare con effetto, con efficacia. Allorchè nel 1717 fu pubblicato colle stampe l’antico volgarizzamento delle pistole di Seneca, apparve in esso l’aggettivo effettuose concordato col sostantivo parole. Ma, come che gli accademici della Crusca avessero dapprima citato il testo a penna, e dappoi l’edizione di quel volgarizzamento, o non posero animo a quella voce, o ne tennero dubbia la significazione, temendo, non forse i ricopiatori avessero scambiato affettuose con effettuose. Ma il cav. Vannetti, facendo confronto del testo latino coll’italiano, notò che parole effettuose equivalevamo verbis efficacibus: dacchè Seneca avea scritto: nec enim mini multis (verbis) opus est, sed efficacibus : e l’anonimo aveva allargato il senso dicendo: e non gli si convengono dire molte parole, ma poche, e che sieno utili ed effettuose. Ora le dicerie del Ceffi dileguano ogni dubbiezza che risiedesse nell’animo de’ più schivi: perciò che l’effettuoso operare è ivi posto ad indicare non l’affetto con che le cose si operino, ma il buon effetto che debba nascere dalle cose operate. E perciò la voce effettuoso dovrà aver certo luogo nel vocabolario, col corredo dei due esempi tratti dalle pistole di Seneca, e dalle dicerie.

CAP. VIII.

Della voce menpossente.

Solevano gli antichi, preponendo ad una parola i monosillabi più, men, sì, non, ed altri, formare di due voci una voce sola: e dire, a cagione d’esempio: piuttosto, mentosto, siffatto, noncuranza. Ai quali, e ad altri moltissimi esempi è da aggiungere il menpossente del Ceffi, che giace a pag. 34: dove gli ambasciadori della città di Cortona, richiamandosi a Lodovico il Bavero (siccome sembra) delle non vere preferenze de’ grandi e potenti uomini della cittade de Arezzo, pietosamente lo pregano: che per parole maestrevoli, o per loro avere, o per loro potenza, non sieno occupate le ragioni de’ menpossenti Cortonesi. E vuolsi bene aver l’occhio a non distaccare que’ monosillabi dalla seguente parola, quando ne’ codici vi si trovino collegati: perchè molte volte se ne ingenerano errori ed oscurità. Di che ha data bella prova il dottissimo cav. Monti, mostrando come colla riunione delle parole non e possa, che gli accademici della Crusca avevano divise, tornava facile e piano il senso de’ seguenti versi di Dante, ne’ quali nonpossa ha significazione d’impotenza:

Ed uno incominciò: ciascun si fida

Del beneficio tuo senza giurarlo,

Purchè il voler nonpossa non ricida.

Ed io seguendo l’orme di sì grand’uomo, emenderò in simile guisa il verso,125 del canto XI del Purgatorio e leggerò.

Fien li tuoi piè dal buon voler sì vinti

Che non pur nonfatica sentiranno

Ma fia dilctto lor esser su pinti.

dove il senso è questo: che i piedi avranno non che facilità, ma diletto nel superare l’erta del monte.

CAP. IX.

Della voce dilezione.

Ora dirò brevemente della voce dilezione, non perchè sia nuova, ma perchè nel vocabolario non le viene tribuito quel senso di amore o di affezione, nel quale il Ceffi l’adoperò quando scrisse: siamo con voi in tanta caritade e diligenza congiunti, che leggermente non potemo essere oltreggiati sanza turbamento dell’animo vostro e abbassanza della vostra magnificenza. Ed io ho per fermo che amore o affezione sia stato l’antichissimo de’ significati di quel vocabolo diligenza, conciossiachè diligenza abbia origine dal verbo diligere: e perciò negli scrittori latini così de’ buoni secoli come de’ rei trovi che qualche volta le voci diligentia ed amore sono sinonimi: perchè Cicerone volendo dinotare il grande amore che portava alla repubblica, disse: pro mea summa in rempublicam diligentia: Simmaco pregando l’amico suo, che non si stancasse di amarlo: rogo (dicevagli) ut in nostri diligentia perseveres. Poi dal parlare latino quella voce con tutti suoi significati passò nel volgare: dove spesso de’ libri antichi le parole con diligente cura, con diligenza sono poste a significare con amorosa cura, con affezione, e quando il Boccacci disse: colui che andò a Genova, trovato messer Guasparrino, da parte di Currado diligentemente il pregò, che lo Scacciato, e la sua balia gli dovesse mandare [34]; altro non volle dire se non che pregollo amorevolmente. Per le quali cose mi piacerebbe che alla voce, diligenza si aggiungesse nel Vocabolario un paragrafo, ove le si desse il significato di affezione, amore, amorevolezza.

PARTE III.

Delle dicerie del Ceffi quanto alla storia.

Le dicerie del Ceffi giovano ad illustrare quella parte di storia che è dal 1325 al 1328, e vicendevolmente sono da quella illustrate. Sarà dunque prezzo dell’opera il raffrontare le dicerie colla storia, e la storia colle dicerie. E perciocchè negli anni, che io ho detti, tre furono i personaggi, i quali più che gli altri empierono Italia del nome loro: ciò è a dire il pontefice Giovanni XXII, Lodovico di Baviera, e Castruccio degli Interminelli; così ho creduto bene, doversi in tre separati capitoli ragionare delle cose, che ad essi si riferiscono; ristringendo il ragionamento a quelle, delle quali è menzione nella operetta del Ceffi. E prima per ragion d’ordine, dirò di Lodovico, poi di Castruccio, e appresso del pontefice. All’ultimo chiuderà il libro un quarto capitolo, dove si farà breve cenno di alcuni fatti minori;

Cap 1.

Di Castruccio degli Interminelli.

L’anno 1325 fu glorioso a Castruccio degli Interminelli, e lacrimevole ai fiorentini: i quali furono sconfitti ad Altopascio, e videro il nemico occupar Signa, guastar Prato, assediar Montemurlo, correre ed ardere molte terre e appresentarsi minaccioso fin sotto le mura della città. Veggendosi adunque i miseri a mal termine in guerra, e peggio in concordia per cagione delle parti e sette tra’ cittadini, ebbero ricorso a Roberto re di Napoli, il quale, siccome appare dalle dicerie del Ceffi, era loro amico e protettore. Ma Roberto per tutto aiuto non altro ad essi mandò Che 300 cavalieri, i quali giunsero in Firenze il giorno primo di dicembre: e furono, cattiva gente, e niente di bene ci adoperarono... e per lor viltà, o per comandamento del re, conoscendo la infortuna de’ fiorentini, non vollero fare una cavalcata, ma starsi in Firenze alla guardia della terra [35]. Imperocchè quel principe, volgendo a suo pro’ la sventura altrui, aveva in desiderio che i fiorentini ridotti alle strette si spogliassero di libertà, ed eleggessero a loro signore Carlo duca di Calabria suo figliuolo. Nè l’effetto andò lungi dal desiderio: perchè il dì 24 di dicembre 1325, popolani guelfi che reggeano la città con consiglio di gran parte de’ grandi e possenti, non reggendo altro scampo per la città di Firenze, si elessono ed ordinarono signore di Firenze e del contado Carlo duca di Calaura... per termine e tempo di dieci anni [36]. A questi fatti storici si riferiscono le due prime dicerie. Nella seconda delle quali (che in ordine di tempo, a mio credere, è prima) gli ambasciatori della città di Firenze richieggono d’aiuto la maestà del re Roberto, e dicono, perorando : O benignissimo signore soccorri i tuoi amatori, e dona degna punizione e perpetua morte al crudele tiranno K. (ciò è Kastruccio), il quale contra Dio, e contra ragione, furiosamente involando il nostro onore, con crudeltate incomportabile ci guerreggia [37]. E nella prima (che appare declamata in pubblico consiglio) l’oratore dopo l’aver detto: per asprezza di guerra e per ma-ladetta discordia siamo condotti a donare altrui la nostra libertate e giustizia; e dopo l’aver mostrato quali virtù e quali bontà s’avessero a cercare nel nuovo signore, seguitando dice: io vi nomino messere Carlo duca di Calaura, primogenito del serenissimo principe messere lo re Ruberto: il quale io giudico uomo sofficientissimo adorno delle sopradette virtudi e bontadi. [38] Il gran fatto della elezione fu reso manifesto al duca per solenne ambasceria: e gli ambasciatori furono Francesco Scali cavaliere, Alessio Rinucci giureconsulto, due Donati, uno degli Acciaiuoli e l’altro de’ Peruzzi, e Filippo di Bartolo [39]. Il duca accettò la detta Signoria a’ dì 13 di gennaio 1326; e a’ dì 31 di maggio partissi da Napoli per venire a Firenze, dove giunse a’ dì 29 o 30 di luglio, e vi fu ricevuto a grande onore nel palagio del comune [40]. Allora quel suo lieto avvenimento fu celebrato con lieta diceria: ed è quello che leggesi a pag. 15, 16, 17. Ma tra la elezione del duca; e la sua venuta in Firenze erano accadute altre cose liete a Castruccio e misere ai fiorentini. Imperocchè a’ dì 14 di maggio 1326 Pietro di Narsi, uomo prode, e di grave senno, il quale in 1325 era stato eletto dai fiorentini a capitano di guerra, fu colto in aguato e sconfitto e preso dalle genti di Castruccio il quale gli fece mozzare il capo [41]. Di che sbigottirono i fiorentini, ed il compianto fu grande: come è a vedere nella lamentevole diceria posta fuori d’ordine alla pag. 74 perchè dovrebbe aver luogo tra le prime e precedere a quella composta per la venuta in Firenze del duca di Calabria. Nè mi sembra cosa da porre m dubbio, che dietro di una di queste nuove sconfitte de’ fiorentini, e prima che il duca di Calabria venisse in Firenze, avesse pur luogo l’ambasceria dei padovani, la quale è a pag. 51, 52, 53. Ivi sono a leggere queste parole: E però, signori, sperate in Dio, il quale alcuna volta gastiga gli amicisuoi; sì come già fece alla nostra cittade di Padova, ove dopo molti gastigamenti ci diede vittoria contra il pessimo Cane tiranno. Piaccia a Dio, che così, e maggiormente, vi dea vittoria tostamente del vostro nemico K. (Kastruccio), e contra tutti li vostri nemici, li quali veramente sono nemici di Dio e della santa madre Ecclesia: dove queste cose sono da notare: che Cane della Scala era stato rotto dai padovani a’ dì di agosto 1320 [42]: che gli ambasciadori indirizzano i detti ai signori della cittade, e che questi rispondono: che perciò non era ancor giunto in Firenze il nuovo signore duca di Calabria, altrimenti l’ambasceria sarebbe stata indiritta a lui: che in conseguenza la venuta degli ambasciatori padovani dovè precedere al dì 29 o 30 di luglio, in che il duca giunse in Firenze e ne divenne signore: onde il venire degli ambasciadori o fu mosso dalla sconfitta del dì 14 di maggio 1328, quando fu preso e poi morto Pietro di Narsi, o da altra antecedente. E perciò anche questa diceria, colla risposta che l’accompagna, sono fuori di luogo, e debbono precedere l’avvenimento del duca di Calabria alla signoria di Firenze. Nè queste due dicerie hanno nulla a fare colle due precedenti: e ne do qui avvertimento, affinchè i lettori non sieno tratti in abbaglio: che non sarebbe difficil cosa l’andare errati: dacchè nelle due precedenti si tocca del congioirsi insieme degli amici per acquistata vittoria: e nelle due poste dopo, delle quali finora ho parlato, si tratta degli amici di nuovo sconfitti: onde potrebbe a prima vista sembrare che nuovamente fossero stati sconfitti que’ medesimi che dinanzi erano stati vincitori. Ma le due dicerie, che precedono, toccano cose opposte, chi ben le consideri. Imperocchè ivi i vincitori sono di parte ghibellina, dove nelle altre due sono di parte guelfa: ivi l’ambasciata e per parte degli aretini, qui per parte de’ padovani; ivi si toccano fatti accaduti in 1328; qui cose avvenute in 1326; onde quelle due precedenti dicerie dovrebbero essere collocate verso l’estrema parte del libro. Di che io tornerò a far parola in fine del seguente capitolo: dove mi converrà rivolgere a’ figliuoli di Castruccio il ragionare che ora deve discorrere a Lodovico di Baviera, e alla sua discesa in Italia.

CAP. II.

Di Lodovico detto il Bavero.

Morto l’imperatore Arrigo alcuni degli elettori nominarono re de’ romani Lodovico di Baviera; altri Federigo duca d’Austria: tra’ quali fu aspra guerra: e Lodovico ne fu vittorioso, ed ebbe prigione il nimico suo e lo indusse in 1325 a cedergli tutte ragioni sopra la corona a prezzo di libertà. Ma papa Giovanni XXII non volle mai raffermare la elezione del Bavero: anzi, mercè di quella autorità, che il suo predecessore Clemente V aveva a se e ai succesrori suoi tribuita, dicendo: vacante imperio imperatori succedimus [43], operò che alcune città imperiali si dessero alla chiesa: atteso che lo impero fosse da considerare come vacante. Fra le dette fu Roma: la quale ai dì 22 di settembre 1328 si diede, vacante imperio, al cardinale Bertrando legato apostolico [44]. Onde la crescente potenza del Papa e del re Roberto, che potea pur dirsi signore di Firenze e di Siena, mise in grave pensiero i ghibellini. I quali per ambasciadori mandarono pregando Lodovico che si partisse partisse di Alamagna, e scendesse in Italia a suo ingrandimento, e a soccorso de’ suoi fedeli. Il che egli fece, e ristette dapprima a Trento, dove fu grande raunanza de’ capi de’ ghibellini, e grande parlamento intorno le cose da operare. E dappoi recossi a Milano, e fece ivi coronarsi colla corona di ferro a’ dì 31 di maggio 1317: donde mosse con grande apparecchio di fanti e cavalieri men suoi che de’ principi ghibellini suoi collegati; e per Cremona pervenne a Parma [45]. Qui pubblicò quella lettera, che il buon Ceffi ci ha conservata traslatandola di latino in volgare: nella quale auguriando a’ parmigiani per salute spirito di migliore consiglio dice loro: che vacando l’imperio, sì come s’afferma, erano vivuti sotto mala signoria: e seguita dicendo: ma oramai che potete così mala e così iniqua signoria schifare, tornate colla nostra obbedienza. Il qual luogo è degno di molta considerazione: perchè il Bavero non negava già che Parma, vacante imperio, dovesse stare sotto la signoria del papa, ma solo negava che l’imperio fosse vacato, e vacasse: e volendo fare misericordia co’ parmigiani, menò ad essi buono, che avessero potuto credere vacante l’impero, non perchè così fosse, ma perchè così si affermava. Uscito di Parma prese il Bavero la via della Toscana, e, passando le montagne apennine, venne a Pontremoli, dove il ghibellino Castruccio gli si fece incontro, con grande compagnia e grandi doni. E giunto presso Pisa, e accozzato l’esercito suo con quello di Castruccio, pose assedio alla città: imperocchè i pisani non vollero da principio riceverlo: dando cagione di non volere fare contro la chiesa: imperò che il Bavero era scommunicato, e non era imperatore con autorità di santa chiesa, ed ancora non voleano i pisani rompere pace al re Ruberto, e a’ fiorentini [46]. Ma dopo un mese, nata dissensione fra coloro che governavano la terra, fu fatto trattato d’accordo, e data al Bavero la signoria della città. E dice il Villani [47], che del detto accordo da’ pisani al Bavero s’ebbe grande dolore per li fiorentini e per tutti coloro che teneano a parte di chiesa. E perciò i fiorentini mandarono ambasciadori al re Roberto facendo preghiera che porgesse loro soccorso, sì che potessero aver vittoria sopra li perfidi pisani: li quali per li loro peccati sono tanto abagliati, che d’uno tiranno crudele hanno fatto loro signore, ciò è L. (Lodovico), nimico di Dio, e della santa chiesa romana [48].E intanto che questi ambasciadori chiamavano mercede al re Roberto, altri il duca di Calabria ne inviava ai sanesi, i quali alla sua signoria si erano sottomessi per cinque anni, e significava a que’ suoi devotissimi fedeli, e principaliamici. . . . che Loygi per adreto Kiaro duca di Baviera, il quale oggi ad alquanti suoi seguaci malvaggi ed erronei si fa chiamare principe e rege de’ romani, se superbamente impreso di volere brievemente intrare nelle sue terre inimichevolmente; Onde li comandava e pregava che si apparecchiassero alla guerra, e facessero buona guardia, con altre cose le quali si leggono nella diceria che è da pag. 35 a pag. 38: dove sono da notare le parole per adreto Kiaro: le quali facilmente indicano la chiarezza delle antiche imprese di Lodovico fin che fu duca di Baviera, e la malvagità delle ultime, quando, ribellandosi dalla chiesa, si fece chiamare principe e rege dei romani. Ad evidenza di che gli ambasciadori del duca di Calabria soggiungono essere l’oprare del Bavero contra Dio, e contro, il sommo apostolico, il quale egli chiama prete Iacobo per grande trascotanza: e ciò eziandio è conforme alla storia: la quale narra che la tracotanza del Bavero giunse a tale, che in Trento promulgò, il papa essere eretico: e soleva per disprezzo chiamarlo ora prete Iacobo dal nome di lui avanti il ponteficato, ora prete Ianni dal nome, che prese, fatto pontefice, ora prete Iacobo da Cahorsa dal nome della terra, che gli fu patria. Nè si rimase contento a sole parole: ma partitosi da Pisa il dì 15 di dicembre 1327, prese la via di Roma per farsene signore, e per ispogliare il papa non che della civile ma della apostolica dignità. E a tutti è noto come in Roma fecesi coronare imperatore e re de’ romani, e come cassato il legittimo pontefice, diegli, di sua autorità, a successore frate Piero da Corvara. Ma potevano riuscire a buon fine quelle matte e inique imprese del Bavero? Certo che non altro effetto aspettar potevasi da quelle malvagie opere, che malvagio. E tosto la fortuna gli volse faccia. Castruccio si partì da lui, udita la novella che i fiorentini avevano presa Pistoia: e più che di persona si partì d’animo: perchè a’ dì 25 di aprile 1328 si fece signore di Pisa, e poi riavuta Pistoia trattò accordo coi fiorentini e col papa a danno del Bavero. Il quale privo dell’aiuto di Castruccio, e impaurito per lo appressamento dello esercito del re Roberto, si fuggì da Roma, e in partendo fu così gravato di contumelie dal popolo, come in venendo era stato ricevuto a grandi plausi, e ad onore. Allora parve che non d’altro gli calesse che di riaver Pisa: e sarebbe stata impresa difficile: ma la morte di Castruccio avvenuta a’ 3 di settembre di quell’anno la rese piana. Graziosamente il ricevettero i pisani, a’ quali era odiosa la memoria di Castruccio, e la signoria de’ figliuoli. Questi gli contrastarono Lucca, e furono vinti: ma poi (di che si fa cenno per terminare la storia del Bavero in Italia) i suoi soldati si ribellarono da lui, i signori di molte terre ghibelline si riaccostarono col papa: egli sbigottì: e non avendo più fede in alcuno, nè alcuno più avendola in lui, tornossi nelle parti di Alamagna, lasciando mala fama di se non che ai guelfi, ma ai ghibellini eziandio e più alle buone genti amiche del vivere in pace, e nimiche del parteggiare. Infra le parti di storia, che io finora ho discorse, vanno, a mio credere collocate le due dicerie dalla pag. 47 alla pag. 50, e l’altra a pag. 66, 67, 68. E forse prima questa, che quelle e perchè in questa i buoni e pacifichi cittadini della cittade di Pisa fannosi a confortare il rettore in distruzione del grasso popolo, ciò è di que’ bassi plebei, i quali con parole colorate di vana libertà, sommovevano la moltitudine, e gridavano viva il popolo, non d’altra cosa bramosi che del comune avere, e per nonnulla curanti, della distrazione della terra, la quale volevano torre dalla ubidienza imperiale per potere innalzare il loro proprio potere. Nè questa sedizione di popolo potè in altro tempo avvenire, che in quel mezzo che passò fra il dì 15 di dicembre 1327, in che Lodovico si partì da Pisa, e il dì 29 di aprile seguente, in che Castruccio, traendo a suo pro’ il mal animo del popolo inverso il duca, se ne fece signore. Posteriori, come ho detto, si hanno a reputare, secondo che io credo, le due dicerie da carte 47 a carte 50, delle quali ho già fatto menzione nel capitolo antecedente. Ivi gli aretini, che furono i fedelissimi tra gli amici di Lodovico, si congioiscono coi lucchesi per vittoria acquistata sui nemici, i quali facevano contra la ragione del santo imperio. Ma Lucca fu sempre di parte ghibellina o imperiale fin che Castraccio non si partì dal Bavero: e solo da quel momento cominciò egli a fare contra la ragione del santo imperio: e dopo la morte di lui lo stesso fecero i suoi figliuoli. Dunque gli aretini amici del duca non di altra vittoria si poterono congioire co’ lucchesi, che di quella acquistata sui figliuoli di Castruccio. Della quale il popolo lucchese ebbe giubbilo, e fece festa [49]: a che ben consonano le parole della diceria: per tre die è durata la gloriosa festa delle leggiadre donne e degli ornati armeggiatori, e tutta la cittade è ripiena di degna gioia. E fa bene all’uopo ciò che ivi si dice della grande potenza de’ nemici tornata a niente: perchè niuno a que’ tempi era stato più potente che Castruccio: e fanno all’uopo eziandio le parole contra la riverenza di Dio e dei santi, a guisa di pagani, ardevano le chiese e le sagrate cose di Dio, e, a maniere di bestie, in loro non avevano alcuna umanitade: ma, come s’elli avessero anime di serpi, non udivano gli umili prieghi dei vinti, nè le gechite orazioni de’ loro prigioni: anzi gli uccidevano a guisa di bruti animali. Imperocchè Castruccio fu prode capitano e di molto senno e di animo grande: ma fu acerbo nimico alla chiesa; ed ebbe natura fiera; e rade volte inchinò la mente a misericordia.

CAP. III.

Del pontefice Giovanni XXII.

Giovanni XXII governò la chiesa di Dio dal dì 7 di agosto 1316 al dì 4 di dicembre 1334: e fu quel suo lungo ponteficato pieno di sollecitudini e di amarezze. Fra le quali ebbero il primo luogo quelle che le une alle altre sopravvennero negli anni 1326, 1327, 1328, quando crebbe l’animo ai ghibellini, e cadde ai guelfi per le vittorie di Castruccio, e per l’avvenimento del Bavero. Di che già è detto ne’ due capitoli antecedenti: e massime nel secondo: dove è già toccato alcun che intorno papa Giovanni, e intorno le villane parole del Bavero, che appellavalo prete Iacobo, e prete Ianni, e che minacciava di spogliarlo della sacra e della temporale potestà. Le quali parole, e minacce non furono, a dir vero, udite dai romani con isdegno pari alla ingiuria. Imperocchè, se bene inviassero al papa ambasciadori, i quali con melate parole lo pregavano che volesse tornare a far dimora nel suo proprio vescovado, e nella sua sedia; e dicessero che tutti erano accesi nella devozione di lui, e che lo aspettavano siccome la vita dell’anima loro, in tutto disposti alla sua obedienza contra tutte genti; non però di meno la diceria risolvevasi in questi detti: veramente vifanno a sapere, che se per voi fosse negata la vostra presenzia, elli non sono acconci di lasciare più perseverare la santa cittade vedova. E, non polendo avere lo spirituale padre, consentiranno al temporale difensore [50]: Queste e tutte le altre parole della diceria, consonano colle lettere latine che furono allora scritte per lo comune di Roma, e consegnate a Pietro Vaiani, a Pietro de Magistris, e a Gozio Gentili, dove era scritto: alioquin ex nunc apud Deum... excusemur, si quid sinistrum accedat, vel contingat: et filii patris praesentia destituti, tanquam acephali declinent ad dexteram vel sinistram: il che punto non discorda da ciò che scrisse Gio. Villani: Mandarono loro ambasciatori a Vignone in Proenza a papa Giovanni, pregando che venisse con la corte in Roma, e se ciò non facesse, riceverebbero a signore il loro re de’ romani detto Lodavico di Baviera. E così fecero: se, bene sia a dire, che alla colpa tenne dietro sollecito pentimento. Ma più che non furono i romani, erano già stati fedeli e devoti del papa i cittadini di Fermo; de’ quali alcuni per loro fedeltà e devozione avevano perduto ogni avere; e andavano errando esuli dalla patria. Onde i meschini al pontefice siccome a loro principe se ne compiansero, e addimandarono aiuto con quella compassionevole diceria che leggesi a pag. 63. Ed io porto opinione che gli osimani fossero que’ felloni vicini, per la cui malvagità i fermani furono cacciati ed imbanditi della lor terra. Imperocchè narra Giovanni Villani che nell’anno 1326 a’ dì 26 di marzo: essendo trattato accordo da quelli della città di Fermo con la chiesa, e quelli della terra facendone festa, e ballando per la città uomini e donne, quelli d’Osimo con certi caporali ghibellini della marca, non piacendo loro l’accordo, entrarono nella città, corsonla, et uccisonode’ caporali che voleano l’accordo, e nel palagio del comune missono fuoco, essendovi il consiglio per lo detto accordo compiere, e molta buona gente vi morì, e furono arsi e magagnati [51]. Altra diceria non rimane che si riferisca al papa se non quella a nome de’ fiorentini che sta a pag. 71, e che ha per titolo: come si puote dire al papa per levare lo ’nterdetto. Nè io saprei ben dire di quale interdetto ivi si ragioni, se pure non vi si parli di quello che fu messo a’ dì 18 di novembre 1327 per una imposta che si fece in Firenze sopra il chiericato; siccome accenna Gio. Villani [52]: il quale soggiunge che lo interdetto fu poi levato a dì 5 di febraro 1328.

CAP. IV.

Di alcuni altri fatti minori.

Sarebbe opera troppo lunga e sottile l’andare investigando tutti i particolari delle dicerie, e massime quelli che non si riferiscono a grandi e pubblici fatti avvenuti a que’ tempi, ma sì a piccoli, e municipali, ed eziandio a famigliari. Lascerò adunque che di ciò si travaglino gli scrittori di cose pertinenti alla storia di una o d’altra città, e di una o d’altra famiglia. Nè altre cose io qui noterò, che quelle, le quali mi sono cadute sott’occhio, e mi si sono date a vedere senza che io pure le ricercassi. Nella diceria a pag. 6 gli ambasciadori della cittade di Castello considerando l’amore per lo quale il nostro comune è congiunto con voi insieme, signori cittadini della cittade di Fermo: vengono sponendo loro ambasciata e dicono che noi intendiamo di difenderci contra li perugini nemici crudeli di noi e della ragione, e felloni (ciò è malvagi) vicini non solamente a noi, ma a tutte le loro vicinanze: i’ quali non sono contenti di ricevere da noi onore e suggezione di riverenza, ma voglionci riducere in giogo di servitudine contra Dio, e contra ragione.Onde noi adomandiamo il vostro aiuto. Ora di questa guerra mossa dai perugini contra i castellani fa menzione Gio. Villani in due capitoli dell’opera sua: prima, là dove narra: come i fiorentini mandaro adiuto a perugini sopra la città di Castello [53]: e poi là dove racconta: come fue accordo tra’ perugini e la città di Castello [54]. Ed ivi appare che la guerra era cominciata l’anno 1324 , ed ebbe fine per accordo nel dicembre 1326: onde istà bene che in detto anno gli ambasciadori della città di Castello avessero ricorso ai fermani per aiuto. Nè credo dover passare in silenzio, che quel Bernardo di Lunfri, uomo fiero e discortese, del quale è menzione alla pag. 18, non potei essere vicario del re Roberto, o del duca di Calabria in Firenze; ma forse ebbe sì fatto ufizio in alcuna delle altre città toscane... Imperocchè non ci sono i vicarii di Firenze, e furono: in 1325 il duca di Atene, in 1326 Bonifazio da Fara, in principio di 1327 Iacopino da Palazzuolo, in fine di detto anno Filippo da Sanguineto: e in 1328 Benedetto di M. Zaccaria [55]. Lascerò ad altri che ricerchi i nomi di messer C. e di messer U., onorevoli cittadini di Firenze, i quali vennero in grave discordia, e di Siena mossero a Firenze ambasciadori per amicarli [56]; e che vegga, se il Tolomeo, che si piange morto, fosse de’ Tolomei della detta città di Siena [57]; e che ponga in miglior lume, che non è, l’oltraggio fatto al bolognese A. da G. Alamante il quale per forza gli ruboe lungo il lago di Regilla due legiadri palafreni, e tre destrieri da battaglia [58]: la quale distinzione tra palafreni e destrieri conferma a maraviglia la dottrina esposta dal mio dotto e dolce amico Giuseppe Grassi [59], a cui per bene delle leggiadre lettere, e per amore che gli porto, prego dal cielo ricoveramento di sanità. Di altri molti oltraggi e maleficii è menzione nelle dicerie: Vi si narra, che grave maleficio si commise in Firenze per Meco fu Feo contro Orazio de’ Cerchi [60]: e ciò, siccome io credo, fu cagione che nascesse grande turbamento nella città: onde il comune di Siena addossando ed ottenne, che la quistione fosse rimessa nell’arbitrio de’ suoi ambasciatori riceventi per lo comune [61]. E appresso tre altri maleficii sonovi annoverati: l’uno si commise, nè so dove, per Zenograto Alfragani [62]: l’altro in Firenze per L.: e dovette essere grave maleficio: perchè il malfattore rifuggissi nelle terre de’ veneziani; i quali dagli ambasciatori de’ fiorentini furono richiesti di grazia, che piacesse loro di rimandarlo preso, affinchè si adempiesse la divina giustizia, che dice: ove tu peccherai qui ti giudicheroe [63]. Il terzo fu quello che R. ricevette nella sua propria persona, e per punizicme del quale messer Cerinone si fece accusatore, mentre che altri sostenne le parti dell’accusato [64]. Forse questo maleficio fu commesso in Volterra: conciosia che leggasi alla pagina 41, che il podestà di Volterra addomandò arbitrio per punire i malefici; e la cagione che a ciò lo mosse fu lo scellerato maleficio che C. commise cantra R. Ma vota di effetto fu la dimanda. Imperciocchè un savio e discreto uomo risposegli, che i malfattori non per arbitrio debbono avere punizione, ma sì per leggi [65]. Con tutti questi e con altri malefici, vuolsi porre in ischiera l’ingiurioso oltraggio fatto a messere Almonte, onde gli amici di lui furono accesi in desiderio di vendetta [66]: e chiuderanno la schiera le baratterie che fu usato fare nella città di Firenze ser Karolo, malvagio officiale: al cui solo nome starà contento chi legge, nè cercherà de’ quali fesse: perchè dessi condannare a perpetua oblivione un uomo, dei quale il Ceffi ci ha lasciato la seguente etopeia: mai non ebbe in odio falsitade, e mai pace nè concordia non amoe, e le colpe non punio, e le leggi non osservoe, e a buoni uomini mai non fece, onore. [67]. D’altronde sarebbe forse opera vana e infruttuosa il cercare dopo cinque secoli notizie intorno lui, e intorno gli altri malfattori de’ quali è detto di sopra. Che se alcuno tentar volesse opera men difficile, potrebbe porsi ad investigare quali fossero i nemici, per timore de’ quali gli ascolani chiesero agli anconitani di fortificare la comune amistade [68]: e quale cagione desse moto alla rubellione degli abitanti di Asinalunga, che oggidì è vicariato nella provincia superiore sanese [69]: E potrebbe altresì venire indagando se avesse effetto la proposta elezione di due consoli di Benevento; della quale città veniamo a sapere che conservavasi a que’ tempi franca e libera d’ogni signoria imperiale [70], e finalmente se i cortonesi fossero o no per certo modo distrittuali degli aretini, e loro suggetti [71]. Di che tocca qualche cosa Gio. Villani quando in 1325 parla del Vescovado reso alla città di Cortona, la quale era stata lungamente sottommessa al vescovado di Arezzo [72]. Ma chi si piacerà di fare le dette indagini, nè retroceda più in là dal 1325, nè progredisca più in qua dal 1328: perciocchè tutte le dicerie sono chiuse entro questo spazio di tempo. Anzi dirò che il Ceffi dovè rimanerci di scriverle prima che l’anno 1328 giugnesse al termine: perchè il duca di Calabria morì nel mese di novembre del detto anno nè in dicembre fu nella città di Firenze mutamento di cose, e tornamento di libertà. Laonde il Ceffi non sarebbesi tenuto di comporre qualcuna diceria intorno ciò: perchè allora, secondochè narra il Villani, furono gravi deliberazioni, e poi: pieno parlamento nella piazza de’ priori, ove fu congregato molto popolo, dove era molti dicitori [73]. Ed eccomi, la mercè di Dio, giunto al fine del mio, non breve ragionamento, che io chiuderò con quelle stesse rozze parole, che sono nel codice vaticano palatino:

Qui scripsit scribat semper cum domino vivat,

annotando, che colui il quale dopo il ricopiamento del libro ivi le collocò, si credette avere composto un verso esametro, di quelli che hanno nome leonini, dacchè gli parve che domino fosse un bel dattilo: E se, come è grandissima copia, così fosse penuria di argomenti a dimostrare che gli antichi davano alle lettera b suono di v. Il sopra scritto verso ne fornirebbe uno di fanta evidenza, che non mai la maggiore sendo cosa anifesta che abbiasi a leggere in questa guisa:

Qui scripsit scrivat semper cum domino vivat.

Tavola

De’ Capitoli contenuti nel Ragionamento.

PARTE II.

Di Filippo Ceffi, autore delle Dicerie

Cap. I. Che Filippo Ceffi fu autore delvolgarizzamento della storia di Troia, descritta da Guidogiudice dalle Colonne.

Cap. II. Che Filippo Ceffi fu autore del volgarizzamento delle pistole di Ovidio.

Cap. III. Che Filippo Ceffi fu ricopiatore di codici

Cap. IV. Quale fosse il nome del padre di Filippo Ceffi.

Cap. V. Quale fosse la dignità o l’uficio che il padre di Filippo Ceffi ottenne in Firenze.

Cap. VI. Di quale parte o settafosse Filippo Ceffi.

Cap. VII. Quale fosse l’intendimento del Ceffi nel comporre le dicerie.

PARTE II.

Delle Dicerie del Ceffi quanto al dettato

Cap. I. Del significato della voce diceria

Cap. II. Che questo libro del Ceffi non èstato mai pubblicato nè citato.

Cap. III. Dello stile usato dal Ceffi nelledicerie.

Cap. IV. Come abbiasi a fare una nuovaedizione delle dicerie.

Cap. V. De vocaboli nuovi che s’incontrano nelle dicerie del Ceffi: dove delle voci: amarificare, con gioire, abbassanza, exsbanditi.

Cap. VI. Del verbo oltraggiare.

Cap. VII. Della parola effettuoso.

Cap. VIII. Della voce menpossente.

Cap. IX. Della voce dilezione.

PARTE III.

Delle dicerie del Ceffi quanto alla storia.

Cap. I. Di Castruccio degli Interminelli.

Cap. II. Di Lodovico detto il Bavero.

Cap. III. Del pontefice Giovanni XXII.

Cap. IV. Di alcuni altri fatti minori

Note

________________________

[1] Così incredibilmente nella stampa: non so sciogliere l’enigma (ndr).

[2] Ediz.. II del Vocab. Tav. degli Autori.

[3] Mehus Laurent, Vita Ambrosii gen. Camaldul. pag. clxxxiii.

[4] Note alla biblioteca del Fontanini, t. ii pag. 154

[5] Fonti toscani pag. 33.

[6] Fonti Sanesi p. I, pag. 640.

[7] T. 24, p. 83.

[8] Pag. 154.

[9] Al luogo cit.

[10] Dialogo del modo di tradurre, pag. 45.

[11] Al luogo cit.

[12] Bibliot. Pimelliana, vol. 4.

[13] Storia dei testi di lingua.

[14] Symb. Epist. V.

[15] V. il Vocabolario alla parola cavalieri) § IV.

[16] Vocab. ivi, § VIII.

[17] Al luogo citato.

[18] Ven. 1556, cart 45.

[19] Pag. 21.

[20] Dino Compagni, Cronaca. Pisa 1818 pag. 33.

[21] Laber. d’amore.

[22] Proposta, vol.III, p.I, pag. 230.

[23] Avvertim. lib. II, cap. 12.

[24] Pag. 24.

[25] Pag. 5.

[26] Pag. 47.

[27] Pag. 63.

[28] Epist. 111 e 112.

[29] Tabulacium Vindocinense, charta 295.

[30] Regostum Peagii urbis Bapalmarum. V. altri citat. dal Ducange.

[31] Par. 33 , 57.

[32] Purg. 13, 73.

[33] Purg. 2., 94.

[34] Nov. 16 in fine.

[35] Gio. Villani l.c. c. 326 ; Muratori Ann. d’Ital. an. 1326.

[36] Gio. Villani , 9, 329.

[37] Pag. 5.

[38] Pag. 3.

[39] Ammirato, Istor. fiorent. an. 1325.

[40] G. Villani l. 10, c. i; Ammirato an. 1326.

[41] G. V. 9, 346 ; Ammirato; Muratori an. 1315.

[42] G. V. l. 9, c. 119.

[43] Clementin. Pastoralem. Muratori an. 314.

[44] Muratori an. 1326.

[45] Istor. Pistol Firenze 1578 p. 105. Muratori an. 1327.

[46] G. V. 10, 39.

[47] G. V. 10, 34.

[48] V. Dicer. 1 pag. 9.

[49] Murat an. 1328.

[50] Ragnal. Annal. eccles. an. 1327.

[51] L. 9. cap. 390 Murat an. 1326.

[52] Lib. 10, c. 113.

[53] 9, 254.

[54] 10, 52.

[55] Ammirato dall’ an. 1325 all’ an. 1328.

[56] Pag. 12.

[57] Pag. 19.

[58] Pag. 9.

[59] Saggio intorno ai sinonimi, alla parola Cavallo.

[60] Pag. 20.

[61] Pag. 23, 24, 25, 26.

[62] Pag. 27.

[63] Pag. 45.

[64] Pag. 59, 60, 61, 62.

[65] Pag. 43.

[66] Pag 68.

[67] Pag. 38.

[68] Pag. 54.

[69] Pag. 29.

[70] Pag. 41.

[71] Da pa. 30 a 34.

[72] Lib. 9, c. 306.

[73] Lib. 10, C. 112.

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Ultimo aggiornamento: 10 dicembre 2008