Francesco De Sanctis

 

Giuseppe Parini

 

 

Edizione di riferimento

* «Nuova Antologia» ottobre 1871

* Francesco De Sanctis, Saggi critici, vol. 3°, a cura di Luigi Russo, Universale Laterza, Bari 1965

Parini

Metastasio fu l’ultimo poeta della vecchia letteratura, Parini fu il primo poeta della nuova. Pittore inconscio di una societá aristocratica e feudale nelle apparenze e ne’ modi, ma intimamente corrotta, oziosa, femminile e volgare, materia idillica, elegiaca e comica sotto veste eroica, Metastasio sul suo trono di Vienna era inconscio spettatore di una trasformazione sociale e letteraria, che portava diritto alla rivoluzione.

Centri attivi di questa trasformazione erano Napoli, Venezia, Torino, e soprattutto Milano. A Napoli l’attivitá speculativa da Telesio innanzi non era mancata mai, e vi si era formata una scuola liberale, che avea per materia la quistione giurisdizionale tra la Chiesa e lo Stato, e si andava allargando a tutte le utili riforme economiche e civili; sì che quando gli scrittori francesi vi si affacciarono, trovarono gli spiriti giá educati e disposti a ricevere le nuove idee, e se ne fecero interpreti calorosi Filangieri, Pagano e Galiani. Si andava così elaborando un nuovo contenuto in una forma piena di brio e di movimento, in linguaggio vivo e spiritoso. Farse, tragedie, commedie, orazioni, dissertazioni, prediche, trattati, sonetti, canzoni, tutt’i generi della vecchia letteratura vi continuavano la loro vita meccanicamente senza alcun segno di movimento nel loro interno organismo: erano un mondo di convenzione accolto con applausi di convenzione. Il sentimento letterario, errante tra il voluttuoso, l’ingegnoso e il sentimentale, ciò che ci rendea così popolari il Tasso e il Marino, stagnato il movimento letterario, s’era trasformato nel sentimento musicale, e vi educava Metastasio, e vi apparecchiava quella scuola immortale di maestri, che furono i veri padri della musica, i Cimarosa, i Pergolesi, i Paisiello. Mentre l’attivitá speculativa e il sentimento musicale si andavano sviluppando nel Mezzogiorno d’Italia, in Venezia il movimento si disegnava in una forma puramente letteraria. C’era un centro toscaneggiante nell’Accademia de’ Granelleschi, della quale erano anima i fratelli Gozzi, che mirava alla ristaurazione della lingua e del buon gusto, e c’era Carlo Goldoni, con intenzioni più alte, che mirava all’interno organismo dell’arte, alla ristaurazione del vero e del naturale. L’aristocratico Piemonte dava giá alcun segno di vita, e suoi precursori furono il Baretti prima e l’Alfieri poi, i due spiriti più eccentrici e radicali in tutto quel moto italiano. Il centro più attivo era Milano, dove il movimento era insieme filosofico, politico, economico e letterario, stimolato dalle riforme di Giuseppe II e dall’influenza degli scrittori francesi. Ivi si era formata prima la scuola del giansenismo, e poi la scuola de’ diritti dell’uomo, e la «Societá patriottica», divenuta poi societá popolare, lavorava alla diffusione delle idee nuove. Il movimento, diretto principalmente contro la curia romana personificata ne’ gesuiti e contro la nobiltá, avea per fine espresso non mutamenti politici, ma riforme civili per il miglioramento dell’uomo, e si credea ci si potesse riuscire con provvedimenti legislativi. Beccaria proponeva una riforma del codice penale. Pietro Verri suggeriva riforme economiche e amministrative. Più tarde al moto erano Roma e Firenze, dove la resistenza era più viva: a Roma dominava l’Arcadia, a Firenze la Crusca. Viveva ancora celebratissimo Innocenzo Frugoni, tenuto primo de’ lirici italiani e il miglior fabbro di versi sciolti, quando Mascheroni non avea scritto ancora il suo Invito a Lesbia. Spiccatissimo era in lui il carattere della vecchia letteratura, solennitá e pompa di forme nella perfetta vacuitá ed indifferenza del contenuto. Intorno a lui era una schiera di prosatori e poeti, d’improvvisatori e improvvisatrici, tutti sullo stesso stampo, Roberti e Tornielli, Algarotti e Bettinelli, Pompei e Paradisi, Bondi e Bertola, e Savioli e Rezzonico e Rolli, e il Perfetti e la Corilla il nuovo Pindaro e la nuova Saffo, a cui si coniavano medaglie, si decretavano corone in Campidoglio. La poesia divenne un facile meccanismo, una merce volgare, l’accompagnamento monotono de’ piú ordinarii fatti della vita, nascite, morti, nozze, monacazioni, un gergo di convenzione a portata de’ piú mediocri. Il contrasto era grottesco fra tanta servilitá e insipidezza di contenuto e tanta pompa di frasi. Non mancavano astrazioni e generalitá morali e scientifiche, come nel Cotta, nel Manfredi, in Francesco Maria Zanotti, e non mancava la tradizionale oscenitá, come in Aurelio Bertola e nell’abate Casti. Alla cima di questo Parnaso stava Metastasio nella sua divinitá incontrastata, e divenuto un appellativo in bocca al pubblico, sì che il Bondi era detto un secondo Metastasio, e il Tornielli il Metastasio de’ predicatori. Niuna cosa mostrava che questa letteratura appartenesse al secolo decimottavo: pareva piuttosto uno strascico del Seicento, con più languore e con più vacuitá. I contemporanei vi applaudivano, e gratificavano de’ più pazzi elogi predicatori e versajuoli di quel tempo, di cui oggi si ricordano appena i nomi. Ad ogni nuova generazione si tentava qualche riforma, la quale era come la moda, che mutava il vestito, lasciava intatto l’uomo. E l’uomo era il modello di quella letteratura: vano e frivolo al di dentro, incipriato e profumato al di fuori.

Bisognava rinnovare l’uomo, dargli una coscienza e un carattere: così potea nascere una nuova letteratura. Un nuovo contenuto c’era nelle classi colte, voglio dire un complesso più o men chiaro e coerente d’idee religiose, morali e politiche in perfetta contraddizione con gli ordini e le istituzioni sociali, che non avevano più radice nella coscienza, e, come quella letteratura, vivevano solo perché erano vivute. Lavoro lento di ricostituzione, iniziato in Italia, interrotto dal Concilio di Trento, e ripreso allora non per virtù delle nostre tradizioni, ma per influssi venuti d’oltralpe. Operavano con maggiore efficacia sugli spiriti Voltaire, Rousseau, Diderot, gli enciclopedisti, che Machiavelli, Galileo, Telesio, Bruno, Sarpi, i veri padri di tutto quel movimento. E poiché l’influsso veniva di fuori, e non era il prodotto lento di una ricostituzione interna, il movimento era superficiale, rettorico, disuguale, poco partecipato e poco contrastato, appunto perché poco scrutato ne’ suoi principii e nelle sue conseguenze. Più che un serio e radicale mutamento, era una moda innestata sul vecchio, tra l’universale barbarie, e accolta da quei medesimi, contro i quali era diretta, a quel modo che le parrucche, i manichini e le code. Era un rimescolio d’idee nuove, mal digerite e mal cucite, in continuo va e vieni, secondo la corrente, che attraversavano i cervelli senza sradicarne il vecchio, e atteso l’antico divorzio tra le idee e la vita non portavano a conseguenze e non mutavano il carattere. Gli stessi scrittori erano puri filosofi e puri letterati, perciò più o meno arcadi, anche quelli che predicavano contro l’Arcadia negli scritti, uomini generalmente servili, o almeno rimessi e senza nervo, idillici, come Goldoni, Gaspare Gozzi e Passeroni. Il primo, prendendo a motto della sua riforma « non guastar la natura » e rappresentare dal vivo e dal vero, è la negazione scolpita dell’Arcadia, dell’accademia, della rettorica, di tutta quella letteratura manierata e convenzionale. L’altro nell’Osservatore e più ne’ Sermoni dipinge con fine urbanitá tutte le magagne di quella societá e di quella letteratura, come fa il dabben Passeroni con meno efficacia. Anche di quei predicatori uscivano caricature lepide e argute, a modo del Fra Gerundio e del Celebre altitonante conte Bacucco. Si manifestava dunque giá l’opposizione contro quella letteratura, e si era ben compreso il suo legame con la societá, e l’assalto era contro l’una e contro l’altra. Una tendenza generale degli spiriti a notare gli abusi e a proporre le riforme era l’aria del secolo. La sagace osservazione del vizio si accompagnava con la chiara percezione de’ rimedii. Udite Gaspare Gozzi:

I poeti son oggi salmonei,

Che imitan Giove nel romor dei tuoni.

La poesia è lampi e nuvoloni...

Cantate solo quando il cor si desta:

Non vi spremete ognor concetti e sali,

Collo strettojo, fuori della testa,

Studiate i sentimenti naturali,

E fate che uno stil vario li vesta,

E che or s’alzi al bisogno ed ora cali.

Avrò sempre a dispetto

Quell’armonia, che ognor suona a distesa,

Come fan le campane di una chiesa.

Pajon belli gli stili rattoppati

Di più pazze figure e tropi strani.

Io dico: meglio parlano i villani,

Che non hanno Aristoteli studiati.

Chi vuol ben favellar, vada alla scuola

Di semplici villani e villanelle,

Le quali dicon quel che han nella gola

Ogni pensier fra loro ha sua parola,

Senza tante metafore e novelle.

Queste erano le idee anche del Goldoni, del Passeroni, e fino del bilioso Carlo Gozzi. In nome della natura si faceva guerra a quell’artefatta societá e a quell’artefatta letteratura. Non mancavano dunque le nuove idee, mancava l’uomo nuovo. Ne’ piú audaci riformatori v’era del vecchio Adamo, di quello stampo d’uomo della decadenza italiana, fiacco, slombato, fino negli ottimi, e ne’ cattivi falso e manierato. Mancava l’uomo nuovo, voglio dire l’uomo temperato e rifatto dalle nuove idee, che fossero in quello non solo intelligenza, ma fede e sentimento, coscienza, fossero tutto lui. Gl’italiani non avevano piú un mondo interiore se non tradizionale, non esaminato, non ventilato, contraddetto nella pratica, e parte osservato esternamente per riguardi mondani e giá caduto dalla coscienza. Perciò l’ideale fuori della vita era ampolloso e convenzionale: gli mancava la misura e la veritá che gli viene dal reale. Il secolo decimottavo col suo senso materialista tendeva appunto a ristabilire nello spirito la misura e la veritá dell’ideale, purificandolo da ogni parte innaturale e irrazionale, e contemplandolo non in sé e fuori del mondo, ma vivo e operoso nella natura e nell’uomo. Il suo torto fu di volere applicare i principii nella loro rigiditá astratta; ma fu sua gloria il volerli applicare. I principii non furono più massime oziose e accademiche, furono vere forze interne. Il che tendeva a rifare la pianta uomo, a rifare la coscienza, il carattere, a ricreare l’eroico, quella disposizione dell’uomo a voler tutto patire e anche la morte innanzi che fallire a’ suoi principii. Questa fu la gloria di quel gran secolo, che molti a strazio chiamano materialista. Un secolo non va guardato nelle sue esagerazioni, ma nelle sue tendenze e ne’ suoi principii. E sono sofisti coloro che guardano quel secolo in Elvezio o nel barone d’Holbach, e non veggono che dopo tanto abuso d’Ideali platonici, senz’applicazione, quel materialismo era l’istrumento possente dell’umana rigenerazione, era la stessa arma di Machiavelli e di Galileo, era l’ideale uscito dalla sua astrazione, e calato nella natura e nell’uomo. Perciò Goldoni, quando gridava non doversi guastar la natura, aveva l’istinto del secolo; ma non ne aveva la forza, perché l’uomo era in lui accademico. Sento dire: l’arte per l’arte; massima vera o falsa, secondo che la s’intende. Che a fare opera d’arte si richieda l’artista, vero. E che scopo dell’arte sia l’arte, verissimo. L’uccello canta per cantare, ottimamente. Ma l’uccello cantando esprime tutto sé, i suoi istinti, i suoi bisogni, la sua natura. Anche l’uomo cantando esprime tutto sè. Non gli basta essere artista, dee essere uomo. Cosa esprime, se il suo mondo interiore è povero, o artefatto o meccanico, se non ci ha fede, se non ne ha il sentimento, se non ha niente da realizzare al di fuori? L’arte è produzione come la natura, e se l’artista ti dá i mezzi della produzione, l’uomo te ne dá la forza. Mancò a Goldoni non lo spirito, non la forza comica, non l’abilitá tecnica: era nato artista. Mancò a lui quello che a Metastasio, gli mancò un mondo della coscienza operoso, espansivo, appassionato, animato dalla fede e dal sentimento. Mancò a lui quello che mancava da più secoli a tutti gli italiani e che rendeva insanabile la loro decadenza: la sinceritá e l’energia delle convinzioni.

Uno degli uomini più onesti di quel tempo era Giancarlo Passeroni. Ma era onestá negativa, senza energia e senza iniziativa, un carattere idillico, come Metastasio e Goldoni. Morto Metastasio, voleva esser lui il poeta cesareo, e fu fatto invece l’osceno abate Casti, adulatore sotto forma di maldicente, e tipo di parassito. La sua poca virilitá è manifesta nella sua Vita di Cicerone, che ricorda l’altra di Mecenate del Caporali. Tagliato alla buona e alla grossa, fa guerra a tutto ciò ch’era artificiato e manierato nella letteratura e nella societá. Ma i suoi dardi rassomigliano a quelli di Priamo, e non fanno colpo, movendo da spirito imbelle. La sua satira è accademica, com’era l’omo: caricatura scherzosa, spesso goffa, maldicenza di conversazione per passare il tempo. Manca la punta a’ suoi sarcasmi, e manca la grazia a’ suoi sali. L’artista è negletto, e parte di quella negligenza si dee alla fiacchezza dell’uomo. Un giorno s’incontrò con un povero abate che viveva copiando carte d’avvocati, come Rousseau copiava carte di musica. Il bravo Passeroni fiutò nell’abatino l’uomo di ingegno, e se gli offerse, e strinse con lui amicizia. Era membro dell’Accademia de’ Trasformati, e presentò a quel consesso di letterati il suo nuovo amico, l’abate Parini.

Questo fu il suo primo ingresso nella vita pubblica. Copiava carte, faceva lezione in casa Borromeo e Serbelloni, scriveva prose e versi, fu socio dell’Accademia, e scrisse rime per gli Arcadi. Vita ordinaria di tutt’i letterati d’ Italia. Molta celebritá, molti gradi accademici, scarsi guadagni, a prezzo di servitù e di protezione, quasi limosina: non ultima cagione di quel loro animo servile e dimesso. Usando in case signorili, dove i maestri erano stimati parte della servitù ed i poeti un lusso di obbligo a tavola, vi acconciavano l’animo e si stimavano essi medesimi protetti e inferiori. Tale pareva quell’abatino zoppicante dall’un piè e così graciletto della persona. Ma era figlio di contadino, e aveva portato da’ suoi monti la schiettezza e la forza nativa. Il padre, menatolo seco a Milano, volle farne un prete per nobilitare la famiglia: solito vezzo anch’oggi Fece i suoi primi studii sotto il padre Branda nel ginnasio Arcimboldi tenuto da’ Barnabiti. Ma sul più bello fu costretto dalle strettezze domestiche a lasciare la scuola, e cominciò la dura vita di copista e pedagogo. Ne’ ritagli di tempo ritornava alle sue care letture ed obbliava il suo stato conversando con Virgilio, Orazio, Plutarco, Dante, Berni e Ariosto. Nella scuola avea dovuto cercarvi le frasi: cosí volevano il padre Branda, il padre Bandiera e il padre Soave, i pedanti del tempo. Il giovinetto era stato un cattivo scolare, ristucco di quei giochi di memoria. Pure ne avea cavato che potea intendere gli scrittori ed esser maestro di sé stesso. Nella sua vita pura e semplice, tutto padre e madre e paese mio, rotta alla fatica e segregata da quelle condizioni morbose delle grandi cittá che corrompono la gioventù, quelle letture facevano più che una impressione letteraria, rivelavano un mondo morale ed elevato, gl’ingrandivano e nobilitavano l’animo. Cosa dovean parere a lui un Borromeo, e un Serbelloni, a lui che conosceva Virgilio e Dante? E come dovea sapergli amaro quel falso riso di protezione che vuol essere una carezza ed è un colpo di coltello a chi ha l’anima nobile! Il carattere si temperava in quei muti disprezzi, in quegli sdegni repressi. Il sentimento dell’eguaglianza si era giá molto sviluppato in Italia insieme con la coltura. Campanella, che si sentiva contemporaneo de’ filosofi e de’ poeti di tutte le etá, guardava da quell’altezza sotto di sé re e papi. In quello stato della coltura la distinzione delle classi era un’ipocrisia, come andare a messa e farsi la croce. E ci era ipocrisia, perché il carattere non era uguale alla coltura, e dal Concilio di Trento in poi la forte razza di Sarpi e di Bruno era scomparsa, e norma della vita era altro credere e altro fare. La coltura scompagnata da un elevato senso morale è peggior male che l’ignoranza, perché suscita in te nuovi istinti e nuovi bisogni senza modo onesto di soddisfarli, e ti arrampichi per salir su a quei medesimi che in cuor tuo disprezzi, come faceva il Casti, e sei il parassito e il passatempo loro. Parli di eguaglianza, e non ti credo; perché veggo ne’ tuoi occhi non so che impuro, un sentimento d’invidia e di cupidigia, un: — Oh fossi anch’ io come loro! — Perciò l’uomo credente, volente e possente era in Italia una pianta rara, e nel letterato v’era un po’ di Pietro Aretino, tra lo sfrontato e il servile, sempre falso. Falsa la societá e falsa la letteratura. Perciò a rifare la letteratura bisognava rifare l’uomo. Al giovane Parini la differenza tra il mondo de’ suoi libri e quel mondo falso fece quell’impressione che suol fare in tutt’i giovani non ancora guasti dal vizio e dalla cupidigia. E quando in quella prima ingenuitá delle sue impressioni, nell’integritá della sua natura sana e robusta, si vide dal bisogno tirato entro a quel mondo, e poté dappresso studiarlo nella sua falsitá, nella sua frivolezza, e non come letterato o filosofo, ma come uomo, che ne sentiva ogni giorno le punture, il suo disgusto fu privo di ogni amarezza. Si sentiva superiore non solo per la coltura, ma per il carattere, e non invidiava quella pompa, quegli onori e quei tesori; l’uomo così piccolo in quella sua grandezza non lo moveva a sdegno, lo faceva sorridere. Aveva la calma della forza, quell’equilibrio interno, che è la sanitá dell’anima. Come ne’ suoi bisogni, cosí nel suo spirito non era nulla di fattizio: vero e schietto. Così fatto entrò nell’Accademia de’ Trasformati, e si trovò in un altro mondo. Ivi era il fiore della coltura milanese, il Tanzi, il Balestrieri, il Verri, il Beccaria, il Baretti, il Passeroni. Vi si sentí come in casa sua, vi trovò le sue idee e il suo linguaggio. Ma erano idee vestite alla francese, con piú di passione, e con molta esagerazione; regnava lí non Virgilio e non Dante, ma Voltaire, Rousseau e D’Alembert. Lo spirito vi era moderno, piú vivace e battagliero, con quel non so che fattizio e straniero ne’ concetti e nel linguaggio che dovea piacere alla sua natura schietta e alla sua educazione classica. Se biasimava il padre Branda il padre Bandiera, spacciatori di frasi, non era meno severo verso Pietro Verri, che per fuggir pedanteria predicava licenza. Quel francesizzare era oramai una moda volgare che rallegrava le sale dei nobili e le botteghe de’ parrucchieri; c’era lí dentro molto di frivolo e di ostentato e di esagerato, né potea vedere in quell’accompagnamento le sue piú care e nobili idee. Gli spiaceva il vecchio ed il nuovo, la frivolezza degni uni e l’esagerazione degli altri, e, come Dante, fece parte da sé. Le nuove idee non gli parevano necessariamente roba di Francia, le trovava in casa propria, e le ripescò negli antichi padri del nostro rinnovamento, e attese a dare a quelle la forma di Ariosto e di Galileo. Tal fu l’originalitá del nostro Parini. Rinasce in lui l’uomo, e con lo schietto stampo italiano.

Rinasce l’uomo. Parini è il primo poeta della nuova letteratura, che sia un uomo, cioè che abbia dentro di sé un contenuto vivace e appassionato, religioso, politico e morale. Educato all’antica, ma in un ambiente moderno, le nuove idee gli giungono attraverso Dante e Virgilio. Concepisce la libertá come Catone, concepisce la moralitá come Fabrizio e Cincinnato, e ciò che concepisce, non è solo la sua idea, è la sua fede e la sua vita. Ne’ suoi contemporanei fiuti non difficilmente l’importazione: colori di accatto, entusiasmo rettorico, filantropia malaticcia, più spirito che giustezza, una ostentazione e una esagerazione de’ sentimenti, un calore nervoso e malsano, come di chi sia in uno stato di tensione e vegga Annibale innanzi alle porte. Ciò fa contrasto con la calma e la serenitá di Parini. Vivere in modo conforme alla sua fede non è per lui niente di glorioso o di eroico, è strettamente il suo dovere, e non saprebbe fare altrimenti Perciò la sua virtù è pura di ogni ostentazione e di ogni esagerazione: non ci è posa, non mira all’effetto. Parimente non ha l’esagerazione degli sdegni, propria della virtù teatrale, eccessiva nelle lodi e nei biasimi. Ha la pudicizia della sincera virtú, una contentezza piuttosto che una vanitá di sé stesso, e degli altri una estimazione giusta, pura di ogni falso zelo. Ond’è che ti riesce insieme nobile e semplice. Com’è naturale nel suo sentire, così è giusto nel suo concepire, e proprio nel suo parlare. L’uomo educa l’artista. Scrive, quando ha alcuna cosa importante a dire. Scompariscono i soggetti d’uso e di convenzione, gli amori artefatti e le generalitá astratte e i panegirici rettorici. Con l’antico contenuto va via l’antico formulario. Apparisce il nuovo contenuto, l’idea moderna uscita da una lunga elaborazione di secoli, e non nella sua generalitá, e non nelle sue vesti d’accatto, ma casi come è concepita e formata in uno spirito armonico Base di questo contenuto è la libertá e l’uguaglianza civile, sviluppata in un ambiente puro e morale, naturalmente elevato. L’artista è d’accordo con l’uomo. La sua idea non è gia na tesi che debba dimostrarsi, o un’aspirazione che si faccia via con la lotta, ma è come il sentimento di cosa a tutti nota e tranquilla nella sua espansione. Non ha energia o impazienza rivoluzionaria; anzi ha l’intima persuasione che con la forza sola della ragione e della giustizia le condizioni dell’uomo possan.) divenire migliori. Perciò la sua esposizione è animata, ma tranquilla, e ha più la gravitá dell’ode che i furori dell’inno. Lo diresti un romano in toga, che non predica la virtù, ma bandisce la legge, sicuro che sara da ciascuno riconosciuta giusta e ubbidita. Il suo motto fu: — «Viva la repubblica! e morte a nessuno!» L’ intensa eguaglianza delle sue facolta era nella vi’a moderazione, e nello scrivere tranquillitá. La sua parola i nobile, piena di senso, di rado concitata, sempre giusta, come di uomo che ha troppe più cose nel suo pensiero che nella sua espressione, e sa contenere e regolare la sua natura. Questa compiuta possessione di sé stesso, la più alta qualitá dell’artista, fa di Parini un modello assai vicino a Goethe. La sua tranquillitá non è idillica, ozio interno, ma è armonia e misura nella forza, che lo tiene al di sopra de’ suoi fantasmi e de’ suoi sentimenti. I poeti sogliono simulare l’estro, un certo impeto disordinato, una facilitá trascurata, che riveli spontaneitá di ispirazione. Qui senti al contrario il travaglio interno, l’arte di un domatore di belve, che costringe ne’ suoi limiti la materia tumultuosa, e non senza fatica. È in lui, se posso dir così, un sopralavoro, il lavoro dell’uomo aggiunto al lavoro della natura, che lo condensa e ne esprime il succo. Senti il freno, il castigato e il regolato dalla mente. Questo che è naturale superioritá dello spirito, diviene in lui lo stesso concetto dell’arte. La parola come parola non è nulla, è vacuo suono : non è letteratura, è musica. E nella musica avea trovata la sua tomba la vecchia letteratura. Ciò che dá un valore alla parola, è il suo contenuto. Parini non concepisce l’arte se non insieme con la patria, la liberta, l’umanitá, l’amore, la famiglia, l’amicizia, la natura, tutto un mondo religioso e morale. In quest’armonia universale, dove uomo, patriota, amico, amante, artista, poeta, letterato s’internano e s’immedesimano, è il verbo della nuova letteratura. L’Italia da gran tempo aveva artisti, non aveva poeti. Qui comincia a spuntare il poeta, perché dietro all’artista c’è l’uomo. La sua Musa non è Apollo, è tutto l’Olimpo. E sente la Musa

Colui cui diede il ciel placido senso

Puri affetti e semplice costume;

Che di sé pago e dell’avito censo

Più non presume;

Che spesso al faticoso ozio de’ grandi

All’urbano clamor s’ invola, e vive

Ove spande natura influssi blandi

O in colli o in rive;

E in stuol d’amici numerato e casto,

Tra parco e delicato al desco asside,

La splendida turba e il vano fasto

ieto deride,

Che a’ buoni ovunque sia, cerca favore,

Cerca il vero, e il bello ama innocente;

Passa l’etá sua tranquilla, il core

Sano e la mente.

Ritratto di poeta, dove è facile scorgere lo stesso Parini. Quel «placido senso», quell’«etá tranquilla, sano il core e la mente», quel disdegno dell’«ozio de’ grandi» e dell’«urbano clamore», quel «pago di sé», quegl’«influssi blandi o in colli o in rive», sono tutto Parini.

O giovinetto, diceva il vecchio poeta a Ugo Foscolo, che lodava i suoi versi, prima di encomiare l’ingegno del poeta, bada a imitar l’animo suo in ciò che ti desta virtuosi e liberi sensi, ed a fuggirlo ov’ei ti conduca al vizio e alla servitù.

In questo rinnovamento del contenuto nella coscienza, in questa ristaurazione dell’uomo nell’arte, si afferma la nuova letteratura dirimpetto a quella vacua forma dove si esauriva l’antica. Il contenuto, ripigliando la sua importanza, la esagera com’è di ogni reazione, e si pone non come arte, giá formato e trasfigurato, ma come staccato dall’arte, anteriore e superiore all’arte. Fenomeno naturalissimo, quando la pura arte, dopo i miracoli del Cinquecento, vanía nel vuoto, e quando il nuovo contenuto venia non dall’istinto delle moltitudini, ma dal pensiero filosofico. Ond’è che il carattere della nuova letteratura è non solo la ristaurazione del contenuto, ma un contenuto, che si fa valere per sé e sente di avere maggiore importanza che l’arte. Ciò che è manifesto nella risposta di Parini alle lodi del giovinetto Ugo. E questo spiega come in Parini quella sua calma superiore, quella mente rettrice che sta sopra a tutti gli elementi della sua composizione e dá loro regola e limite, è non solo natura, ma il concetto stesso ch’erasi formato dell’arte, è sentimento e ragione, perciò vita e veritá. La perfetta armonia che è nell’uomo, passa nell’artista, è lo spirito che penetra in tutto il suo contenuto poetico e gli dá una propria fisonomia. In effetti, la base poetica di tutti gli argomenti da lui trattati è il ritiro dell’anima nella calma della natura e nella ragionevolezza della mente, e la societá guardata da quel punto. Il suo «placido senso», la sua sanitá di cuore e di mente è insieme sentimento idillico e contemplazione filosofica; ciò che genera in lui una intima soddisfazione, non disgiunta da un nobile orgoglio. La Vita rustica che è in fronte alle sue poesie, sembra quasi posta lì come prefazione, è lo spirito che aleggia in tutte le sue composizioni. Il poeta volge le spalle al mondo, e si ritira a’ colli natii, contento e fiero:

Me non nato a percotere

Le dure illustri porte,

Nudo accorrá, ma libero,

Il regno della morte.

No, ricchezza, né onore

Con frode o con viltá,

Il secol venditore

Mercar non mi vedrá.

Colli beati e placidi,

Che il vago Eupili mio

Cingete con dolcissimo

Insensibil pendio,

Dal bel rapirmi sento

Che natura vi dié,

Ed esule contento

A voi rivolgo il piè.

La natura gli dá il modello, nel quale vede espresso tutto ciò che gli appar ragionevole nella mente: onde nelle sue poesie le immagini idilliche si alternano con le riflessioni filosofiche. Forma contrasto il fattizio o il convenzionale della societá, come nella Salubritá dell’aria, dove natura e societá stannosi di rincontro:

o fortunate

Genti, che in dolci tempre

Quest’aura respirate,

Rotta e purgata sempre

Da venti fuggitivi

E da limpidi rivi!

Ben larga ancor natura

Fu alla cittá superba

Di cielo e d’aria pura;

Ma chi i bei doni or serba

Fra il lusso e l’avarizia

E la stolta pigrizia?

La societá scomunicata in nome della natura e della ragione è il vecchio tema del secolo, reso popolare da Rousseau. Ma dove ne’ più la natura è un pretesto o un’occasione di declamazioni filosofiche e politiche, qui è sentimento scevro di ogni affettazione di un cuore sano. Non mancano frasi moderne, come nel Bisogno, e abbondano reminiscenze classiche, soprattutto di Orazio, e forme mitologiche Ma è un materiale assorbito e trasformato dalla sua personalitá, che vi lascia la sua impronta. La stessa mitologia vi è ricreata, è un materiale libero ch’egli ricompone a sua guisa, foggiando favole e miti, come involucro assai trasparente delle sue idee: di tal natura è la novella del Lauro, il Parafoco, l’Indifferenza. Un’alta e tranquilla intelligenza penetra in tutte le forme, e le fa sensate: dá a ciascuna un significato. Senti non so che canuto, una saviezza di capelli bianchi, nel maggior fuoco dell’immaginazione e del sentimento. Il ritiro della sua anima nell’innocenza della natura e nella calma dell’intelligenza è cosí sincero e perfetto, che caccia dal suo petto le cattive e volgari passioni, la cupidigia e l’ambizione, e vi tempra l’ardore dello stesso amore, tema inesausto de’ poeti, e che è in lui un amabile pascolo dell’immaginazione, purificato di ogni sensualitá:

A me disse il mio Genio

Allor ch’ io nacqui: L’oro

Non fia che te solleciti,

Né l’ inane decoro

De’ titoli, né il perfido

Desio di superare altri in poter.

Ma di natura i liberi

Doni ed affetti, e il grato

Della beltá spettacolo

Te renderan beato,

Te di vagare indocile

Per lungo di speranze arduo sentier.

Sente egli medesimo il comico di un amore platonico, e in luogo di simulare un ardore che non prova, in luogo di simulare una frenesia di sensi con una frenesia d’immaginazione, come avviene talora al Petrarca, ciò che dá presa al ridicolo, rimane sempre nella sinceritá delle sue impressioni e nella veritá de’ suoi sentimenti in una forma piena di garbo e di delicatezza. L’ode all’Inclita Nice, specialmente verso la fine, dove una fantasia tutta petrarchesca vi acquista la sobrietá, e la misura del reale, e l’altra sua ode Il pericolo, cosí amabile, cosí piena di buon senso in quel flutto d’immagini, sono il più bel frutto di quella calma superiore. Tale è pure Il brindisi, dove, lasciato il falso furore bacchico di simili componimenti, sviluppa con amabilitá senile il suo discorso a modo di una tesi. Un contenuto tranquillo si piega in una forma tranquilla; ci è l’«orecchio pacato», il «cor gentile» e la «mente arguta», caratteri della sua musa, o, per dirla in prosa, ci è una forza sicura e quieta, perciò amabile e semplice.

Ponete ora quest’uomo in quella mescolanza di vecchia e nuova societá che costituiva il secolo, vecchia societá ne’ baccanali della sua inconscia decomposizione, nuova societá nella esagerazione della sua istintiva formazione. Panni è in ispirito con la nuova societá, ma non vi si ravvisa. Non ne ama le forme esotiche e ampollose, non le esagerazioni e non le passioni; e i furori della Rivoluzione francese e le orgie della Repubblica cisalpina erano poco atte a raddolcire le sue ripugnanze. Ebbe brevi illusioni; rimase scontento, come chi non trovi il suo ideale, e meritò che i patrioti lo chiamassero un «inetto», quasi uomo che stia nelle nuvole e non capisca i tempi. In ultimo l’inetto Parini si lavò le mani, e si rifuggí tra’ suoi libri, in quel suo mondo di Plutarco, «il più galantuomo degli antichi». Ciascuno ha nel cervello un’etá dell’oro. La sua etá dell’oro era libertá con regola, dritto con dovere, legge con giustizia, eguaglianza con virtù, una societá conforme alla ragione e alla natura, in tutte cose il senso del limite e della misura. Né gli parea domandar troppo, perché di tutte quelle virtù era lui vivo esempio. Rimase dunque spirito solitario, come Dante, in contraddizione col suo secolo. Perciò il carattere generale del suo contenuto poetico è negativo, o satirico. In quella vecchia e nuova societá egli sente negato sé stesso, sente contraddetta la sua intelligenza e il suo carattere. E non si mette giá tra gli uni per combattere gli altri, non è soldato di alcuno; sta solo, alto su tutti, e dove trova a biasimare, biasima, e non domanda se è vecchio o nuovo. Così lo trovi nella Musica, nell’Impostura, e in quella sua cara ode a Silvia, dove flagella la moda «alla ghigliottina». Nella sua satira senti l’uomo puro di passioni private o politiche, non mescolato nella volgaritá della vita, compiutamente disinteressato, disposto in quella imparzialitá ed eguaglianza del suo spirito più al sorriso che al ghigno o al fremito, e ad un sorriso scevro di malignitá, e vicino al compatimento. Carattere assai più perfetto che il dantesco, perciò meno poetico, meno appassionato ed efficace, ma più amabile e persuasivo. A Dante spesso dai torto, ma piangi e fremi con lui. Senti in lui l’«homo sum», l’uomo mescolato tra gli uomini, e della stessa pasta. La sua societá, il suo secolo vive in lui, è parte del suo sangue. Parini è di tutta perfezione, perché tutto è in lui armonia e limite. Il suo orgoglio è senza superbia, la sua dignitá è senza ostentazione, la sua virtù è senz’affettazione, la sua severitá è amabile e la sua amabilitá è piena di energia. Natura sincera, semplice, diritta: il più bel tipo di filosofo. Ti par tanto lontano da te e l’ammiri: pur ti sta vicino e ti sorride, e tu l’ami. Queste qualitá impressionano la sua poesia, le danno un carattere, sono la sua intimitá e la sua veritá. Nell’ode a Silvia egli fa la parte sempre pedantesca di pedagogo. Vuole esortarla a smettere la moda venuta su della ghigliottina. Ci è in quest’ufficio d’ordinario del sermone, della predica, della morale astratta, ciò che lo rende pedantesco. Ma è l’uomo che qui caccia via il luogo comune e trasfigura il pedante, gli da la faccia amabile del gentiluomo. È l’uomo che ispira l’artista e gli da la sua impronta. Non hai qui un primo erompere del sentimento, la veemenza dell’indignazione e del pudore offeso. Dante dice :

E le sfacciate donne fiorentine

Andar mostrando con le poppe il petto.

E innanzi alla ghigliottina, chi avrebbe potuto tenerlo? Quali frasi taglienti sarebbero uscite dalla sua collera! Questo primo momento qui è passato. L’uomo è padrone della sua anima, e regola i suoi sentimenti come una schiera ben disciplinata. Non freme, non si sdegna, medita: medita lungamente il pensiero e il congegno del suo argomento. Invano per dissimulare la meditazione dá un’aria d’improvviso, un movimento drammatico e teatrale al suo principio. Quella è la parte comune e artificiale della sua poesia, un vecchio motivo in musica nuova. Medita, ed ha tante cose a dire, e cosí nuove, che la forma vien fuori concentrata e condensata, e molto dice e assai più fa intendere. Hai un contenuto pieno, nuovo, còlto nel momento della produzione con esso i sentimenti suoi, i quali, non sai come, vedi improntati nella sua faccia, spesso in un semplice epiteto, come «voci maschili», «chiusi talami», «dannosa copia». Il sentimento è inviluppato nell’immagine, il fondo traspare sulla superficie, non ci è che nudo e solo contenuto, ma vivo, mobile, spirituale, nell’energia della prima impressione. Il congegno semplice e concorde, come di una proposizione scientifica, il sentimento aggruppato nelle cose, il fondo involto nelle immagini, la precisione e la misura accompagnata con l’energia, la grazia e l’amabilitá congiunta con l’elevatezza e la puritá de’ sentimenti traducono nella composzione quell’armonia intellettuale e morale, che è nel tranquillo petto del poeta. Te ne viene una soddisfazione più che estetica, quell’intero appagamento di tutte le tue facoltá che genera nell’animo la perfezione. La qual perfezione dell’uomo non è qui astratta e idillica, ma operativa e informativa, informa di sé l’artista, da la sua faccia all’ispirazione. Parini la chiama non solo la sua virtù, ma il suo genio. Esaminiamo la sua Caduta. Il vecchio poeta casca nelle vie di Milano, un pietoso accorre, lo rialza, compatisce alla sua povertá, gli dá consigli che il caduto respinge sdegnosamente. Questo ricorda la Fortuna di Guidi. Anche colá Guidi resiste alle minacce e alle lusinghe della Fortuna. Ma lí tu senti non so che tronfio e falso, dietro l’artista non ci è l’uomo. La grande preoccupazione di Guidi è di rappresentare in forma epica le vicissitudini della storia umana, e gonfia le gote e sbuffa per la fatica; cerca un eroico che non è nella sua anima, e trova il gigantesco e l’ampolloso, più di frase che di concetto. Qui il fatto è ricondotto nelle proporzioni della vita più ordinaria. Non ci è bisogno di macchina mitologica; l’interesse è tutto ne’ suoi motivi interni e naturali. Lo studio non è di alterare ed ingrandire le proporzioni per far colpo, cercando un vano simulacro di grandezza, ma di ridurle nella misura del vero. Parini apparisce men grande, e perciò è veramente grande, è un eroe senza saperlo, e confuso modestamente nella folla. Una virtù singolare, che faccia stacco, ti dá noja, come quella di Aristide; ed è insopportabile l’uomo virtuoso, che predichi e gonfi la sua virtù. Il più piccol segno di orgoglio o di enfasi scema l’effetto, appunto perché lo cerca. La profonda impressione che fa quest’ode nasce dalla perfetta misura ne’ sentimenti e nelle parole. Colui che lo leva di terra, non è uno sfacciato demone tentatore, come la Fortuna di Guidi, non è il vigliacco idealizzato, per fare antitesi; anzi è lui pure un uomo virtuoso, compassionevole alla sventura, riverente estimatore dell’ingegno e della virtù, spregiatore di mondane pompe. — Sei così grande, egli dice, e non hai ancora «vile cocchio», che ti salvi «a traverso de’ trivii». «Sdegnosa anima! »

Ed ecco il debil fianco

Per anni o per natura

Vai nel suolo pur anco

Fra il danno strascicando e la paura;

Né il sì lodato verso

Vile cocchio ti appresta,

Che te salvi a traverso

De’ trivii dal furor della tempesta.

Sdegnosa anima! prendi,

Prendi novo consiglio,

Se il giá canuto intendi

Capo sottrarre a più fatal periglio. —

Questo consigliere gratuito non è cinico e non ironico, non ha nulla di straordinariamente cattivo, anzi è della stoffa degli uomini virtuosi, ma stoffa ordinaria, è il virtuoso «fino a un certo punto», di quella virtù relativa e non difficile a’ compromessi, che è la virtù del maggior numero. Ammira l’anima degnosa di Parini, celebra il suo verso, pur lo esorta che per fuggir povertá faccia come gli altri, si rassegni alla temperatura comune. — Dignitá, sì, ha l’aria di dire; ma quando puoi con una caduta fiaccarti il capo canuto, un cocchio non fa male, e un cocchio vale la tua dignitá — Questo è il succo del suo discorso. E non crede punto d’insultare Parini, lo misura alla sua stregua. Nella sua bile Parini prorompe con un «chi sei tu?» e attendi una tempesta; ma tutto si raddrizza e prende il giusto tono. Ciò che in lui è ferito, non è l’orgoglio, quel sentimento dantesco di una grandezza propria, che ti distingua dagli altri, ma la giustizia, cioè la misura, quel veder le debite proporzioni e dare a ciascuna cosa il suo. Colui non è un arrogante o un temerario, ma è un uomo ingiusto: «Umano sei, non giusto». Ciò che in lui Parini biasima, non è l’animo, anzi il torto fattogli non lo accieca in modo che renda lui ingiusto nel biasimo, e riconosce la sua bontá, e lo chiama umano». La stessa giustizia e misura è nel giudizio di sé: ci è dignitá con modestia. Chiedere non è bassezza, e anche lui chiede, ma «opportuno e parco con fronte liberale». E non dice «io», non si pone sul piedistallo: quello è debito di ogni «buon cittadino». Il rifiuto e l’abbandono non turba la serena eguaglianza del suo spirito; rimane quel desso, «costante»:

Né si abbassa per duolo,

Né s’alza per orgoglio.

Si allontana «bieco», non perché l’abbia con lui, anzi gli è grato», ma perché ha il consiglio a dispetto, e l’ultimo sentimento che l’accompagna a casa, è la soddisfazione non dell’amor proprio vendicato, ma del dovere compiuto, «privo di rimorsi». Si sente l’uomo che non volle scriver l’elogio di Maria Teresa, dicendo di non aver ella fatto che il suo dovere. L’equilibrio morale diviene anche equilibrio artistico. E in tutta la poesia l’aria del limite, una certa naturale delicatezza di concetti, di immagini, di sentimenti, sí che niente straripi, e ciascuna cosa stia a posto. L’ideale antico, il «ne quid nimis», è raggiunto. Tutto è misurato, e perciò tutto è vero, perché la misura è la veritá delle cose, e qui è veritá non artificiale e astratta, è veritá vivente, perché è ingenita e sostanziale, è l’uomo nell’artista, è il suo modo di concepire e di sentire.

Tale era l’uomo, predestinato pittore della vecchia societá italiana. Quando il copista pedagogo entrava nelle dorate sale e assisteva alle nobili orgie, degnato di sorrisi che gli scendevano come dall’Olimpo, ricevette immagini e impressioni incancellabili. Spregiato pedagogo, fece di quell’ufficio il suo piedistallo e la sua vendetta, e si mise a’ fianchi di quella nobilea più fatua che insolente, e la seguí passo a passo in tutte le ore del giorno con le sue lezioni, e col suo sorriso anche lui. Così nacque il Giorno.

Ma fu vendetta da par suo. L’argomento gli si allargò e purificò tra mano. Si sentia troppo piú su che tutto quel mondo contemporaneo. Pensò all’arte, guardò alla posteritá: il resto gli parve ben piccolo.

Abbondavano i satirici. Era la moda. Ci era Goldoni e Passeroni, ci erano i fratelli Gozzi, ci era Pietro Verri, ci era Martelli e l’abate Casti. Tutti mordevano quella vecchia societá, per un verso o per l’altro, a frammenti. Ci era tutto un materiale, più o meno elaborato. Mancava l’artista. E quando uscí il Mattino, tutti s’inchinarono. Era comparso l’artista.

Le lodi furono molte. Magnificavano quel verso sciolto, e Frugoni uscí a dire: «Poffar Dio! conosco ora di non aver mai saputo fare versi sciolti, benché me ne reputassi gran maestro». Altri lodavano la novitá dell’invenzione, didattica e drammatica, innestata alla satira: ciò che sembrava un genere nuovo. Non sapevano uscir dalle forme.

Cosa c’era dunque in quel Mattino, e nel Mezzogiorno uscito due anni appresso, che gittava nell’ombra Goldoni e Passeroni, che oscurò i Sermoni e il Femia e la Marfisa? Ci era l’uomo. Questa era la novitá.

La vecchia societá e Parini erano proprio un’antitesi. Parini era nelle forme più semplici tutto un mondo interiore: intelligenza, fede e sentimento. Quella societá era forma fastosa, ma vuota: tali erano i suoi uomini, i suoi artisti, le sue istituzioni, la sua letteratura. Vecchia societá inverniciata, che, per darsi un’aria di nuovo, francesizzava, pigliando le mode e non le idee. In una societá così fatta quella pompa delle forme allato a tanta frivolezza di contenuto era un’ironia inconsapevole. Più quelle forme erano pompose, e più appariva quella frivolezza. L’ironia non è nelle forme, ma nell’importanza che dá l’uomo a quelle, quasi fosse ivi tutta la sostanza della vita. E questo era allora il caso. Le forme erano un affar capitale. Ci era un’arte del parlare senza pensare e del poetare senza poesia. Il contrasto fra tanto artificio di forme e tanta vacuitá di contenuto era la fisonomia di quella decadenza, era l’ ironia.

Quest’ironia non può essere avvertita nella sua profonditá e sentita nella sua amarezza se non da quell’uomo che ha vivo il sentimento dell’umana dignitá e dá al contenuto tutta quella importanza che nega alle forme, e il contenuto è nel suo petto non solo scienza, ma religione, il suo culto e il suo amore. E quell’uomo era Parini. Anche gli altri satirici vedevano il contrasto, ma come un accidente commisto a tanti altri. Coglievano la superficie nelle sue apparenze ridicole e grottesche, e ne usciva una caricatura aguzzata dal sarcasmo, riflessioni, motti, oscenitá, buffonerie, esagerazioni rettoriche. Con quella vista superficiale del secolo de’ cicisbei, de’ guardinfanti e delle code trovavano facile materia di riflessioni comiche e satiriche, dove si vedeva più un prodotto del loro spirito, che la stessa societá moventesi da sé, come una totalitá organica. Manca a quella superficie l’anima, l’idea fondamentale e generatrice, che l’ha prodotta. Vedi una varietá di fenomeni, accozzati arbitrariamente, come venivano sotto alla penna. Parini vede in quel contrasto il difetto che spiega tutti gli altri, l’idea di quella societá, che l’ha generata e formata, e da cui escono tutti quei fenomeni. Quell’idea nella sua forma è ironia, una serietá di forme che si scopre falsa, accanto al contenuto. E a mostrarla falsa Parini non ha bisogno di aggiungervi niente di suo, gli basta la nuda e diretta rappresentazione. L’ironia non la cerca nel suo spirito, la trova lí, nel seno stesso della societá, sua anima e sua spiegazione. L’ironia pariniana tanto celebrata e così poco studiata è dunque un’ironia obbiettiva e sostanziale, l’idea stessa di quella societá nella sua forma, cioè in quella sua contraddizione tra il parere e l’essere; tra la vanitá della forma e la nullitá del contenuto. E l’ironia déi cercarla non negli accessorii, nelle frasi, in riflessioni e motti, ma nella forma generale della composizione, perché l’ironia è qui non questo o quell’accidente, ma il tutto, anzi lo spirito che move il tutto. Essa è nella pompa epica della rappresentazione, nell’applicare a quella vita fatua e frivola le forme di Virgilio e di Omero. Si è detto sia un genere nuovo. Ma è antico quanto il mondo. E la guerra de’ topi e de’ ranocchi, contraffazione delle forme omeriche, è la Moscheide di Teofilo Folengo, è la sostanza naturale della satira, quando la forma non risponde più allo spirito, e il contrasto è giá noto alla coscienza universale. Allora non è bisogno che di mostrarlo: la societá parla da sé. Quella pompa epica non è una lussuria dello spirito, una forma subiettiva umoristica, e tanto meno un seicentismo; è la stessa realtá, la cosa stessa, perché la serietá della rappresentazione risponde alla serietá che si poneva in quelle forme sociali, in quell’arte della vita. Parini ci mette di suo il rilievo, e non lo cerca giá nel suo spirito, ma nella stessa societá, perché ad ottenerlo gli basta atteggiarla e situarla in modo che il contrasto faccia più spicco. Immedesimato con l’argomento, vivente ivi dentro, attinge quell’unitá e semplicitá di composizione che era l’ideale di Orazio. C’è un ordine esterno e meccanico, un filo cronologico, nel quale si svolge tutta quella serie di occupazioni frivole. Ma ci è sotto un ordine organico, un’idea unica, secondo la quale si sviluppa tanta varietá di materia, e che dá al tutto una sola e propria fisonomia.

Ciascuna concezione ha nella sua natura la sua virtú e i suoi difetti. Sono difetti non procedenti dall’artista, ma fatali, inerenti alla concezione. E anche questa composizione ha il difetto delle sue qualitá. Innanzi tutto non è un’azione, è una descrizione. Non è un eroe, di cui si narrino ironicamente le alte geste, come il Don Chisciotte e il Baldo del Folengo. È una societá descritta, non messa in atto. E descritta con unitá cosí severa e serrata, con tale uguaglianza di tono, che l’unitá diviene uniformitá, e ti prende la stanchezza. Invano il poeta lotta con tutte le sue forze contro la fatalitá dell’argomento. Invano drammatizza, crea episodii, foggia racconti. Non è possibile cozzare con la natura delle cose. E non è possibile cavare dal descrittivo i potenti effetti che sono proprii de’ poemi narrativi. La vita di un conte di Culagna, o cosa simile, sarebbe stata una concezione più popolare e attraente, il vero poema della nuova letteratura. Tentò la prova nella Marfisa, e riuscí infelicissimo Carlo Gozzi. Ma è vano fantasticare sopra quello che un artista potea fare. Oltreché, di poemi narrativi l’Italia avea a dovizie. E il Giorno rimase unico.

L’ironia pariniana non è solo, come un fatto intellettuale, profonda, ma è anche sentimentale. E in questo è la sua originalitá. Negli scrittori italiani del Rinascimento l’ironia è un fatto puramente intellettuale. È lo spirito adulto che in nome dell’arte e della coltura si spassa a spese dell’ignoranza e della superstizione popolare. È il contrasto tra l’intelligenza svegliata delle classi colte e la credulitá delle classi ignoranti. È la coscienza delle forze naturali e umane in contrapposto col soprannaturale, il miracolo, la magia, il fantastico. Era un’ironia allegra e scettica, priva di carattere morale. L’intelligenza si sviluppava, e il carattere si abbassava. Dopo il Concilio di Trento l’ipocrisia divenne la fisonomia permanente della societá italiana. E ipocrisia vuol dire falsitá, altro credere, altro fare. Mancò l’energia interiore, la coscienza dell’umana dignitá, il senso morale. L’ironia pariniana è appunto il risveglio del senso morale. L’ironia dell’Ariosto è rivendicazione intellettuale. L’ironia pariniana è rivendicazione morale. Nell’uno l’arte e la cultura è il tutto: manca l’uomo. Nell’altra l’uomo è il fondamento. L’ironia dell’uno è superficiale e allegra, perché scettica. L’ironia dell’altro è profonda e trista, perché credente. In quello senti rinascere l’intelligenza, in questo senti rinascere la coscienza. Il ridicolo e il grottesco non fa ridere Parini: lo attrista, perché ci vede sotto la bassezza de’ caratteri, la falsitá, il pervertimento morale. Sente in sé offeso l’uomo, e l’uomo dá la sua fisonomia all’artista. Le declamazioni del filosofo carnivoro contro gli ammazzatori degli animali, l’episodio della cuccia, quel continuo richiamo delle antiche virtù a’ nipoti degeneri, è pieno di malinconia. Il sentimento non travalica, non ha alcuna ostentazione; anzi giace nel fondo, sotto una superficie comica. Parini è come uomo, a cui sanguina il cuore e che fa il viso allegro. Appunto perché ha la forza di contenere il suo sentimento, l’ironia è possibile, e non diviene una sconciatura o una dissonanza. Il che riesce per quell’interno equilibrio delle sue facoltá, che gli dá un’assoluta padronanza su’ suoi moti e sulle sue impressioni. La maraviglia non è dove il sentimento lungamente contenuto erompe sulla superficie, come in quello:

Stallone ignobil della razza umana;

o nell’altro

Che poi prosteso il cieco vulgo adora.

La maraviglia è in quell’interna pacatezza, che esclude ogni malignitá e personalitá, ogni esagerazione e ostentazione, e gli dá uno sguardo delle cose chiaro e giusto, tenendolo in un’altezza, dove non lo raggiunge né la volgaritá del bernesco, né l’acerbitá del sarcasmo. L’alta perfezione dell’uomo è qui alta perfezione d’artista; armonia d’idea e di espressione, che è l’idealitá della forma: una viva idealitá, perché ha la sua radice nell’uomo. La perfezione artistica comunica a tutta la composizione un’aria di serietá e di sussiego, come ti trovassi innanzi a un gran signore in guanti, e non ti permette il riso, non ti concede lo sdegno, e ti tiene in rispetto. Quell’ironia in tanta finitezza di esecuzione, in tanta giustezza di concepire e di sentire, ti fa venire il freddo, e non ti pare uno scherzo, come la vita di Mecenate o di Cicerone, anzi ti tiene raccolto e meditativo. Colui è un uomo che non si permette facezie, che non ischerza mai, e col quale non si scherza; quel suo riso t’empie di rughe la fronte.

Tale uscí la prima parola della nuova letteratura. O, per meglio dire, cosí risuscitò la parola. Era facile, sonora, falsa e vuota, immagine della vecchia societá, pomposo sepolcro. Parini le dá un contenuto, l’empie di sensi e di sottintesi, e la lavora, e la martella, e non la lascia che non sia duttile e trasparente, così come gli sta dentro. Esce ellittica, pregna di pensiero e di sentimento, rigirata, trasposta, domata dal prepotente contenuto. Senti in quelle sudate armonie il travaglio dell’artista intorno a una materia divenuta imbelle. Mira a metterle sangue, a darle virilitá. Quella parola così facile, molle, cascante, manierata vien fuori faticosa e ritemprata, vendicatrice, e accompagna della sua ironia la vecchia societá, dalla quale ha fatto divorzio. Avvezza all’elogio, loda ancora, loda sempre e niun biasimo rende l’infinito dispregio ch’è in quella lode, dove trovi parola nuova in vecchia societá, parola potente in societá evirata. La qualitá della parola smentisce la lode e scopre l’ironia. Nel Goldoni, nel Passeroni, nel Casti, in Carlo Gozzi, e in parte anche in Gaspare la parola riman vecchia, trascurata, ridondante, facile, troppo ancora simile alla societá, che volevano censurare. Qui veramente s’inizia la nuova letteratura. Perché qui nuovo uomo e nuovo contenuto sono nuova parola; rinasce l’arte.

Ma questa idealitá della forma nella sua perfetta armonia ha il suo peccato d’origine. Vi senti la solitudine dell’uomo tra quella societá vecchia e nuova, il silenzio del gabinetto, lo studio e l’imitazione degli antichi, e non sai come quelle armonie ti balzano all’orecchio come reminiscenze confuse, e pensi a Orazio. Quella tanta perfezione ti è sospetta, perché vi senti troppo la lima, e senti in quel travaglio la potente energia individuale, anzi che un risultato collettivo. Quando leggi Voltaire o Rousseau, ci vedi entro la societá francese nel suo movimento, e la lingua di Racine e di Bossuet nel suo cammino. Qui trovi il lavoro personale di un uomo solitario, non abbastanza impressionato dalla vita comune, e troppo ritirato in sé stesso e ne’ suoi libri. Manca alla sua rappresentazione la freschezza e il candore d’impressione ingenua e immediata, quell’aria di moderno e di contemporaneo, che si attinge non sulle vette del Parnaso, ma in mezzo alla societá. Goldoni e Beccaria sono più moderni nella loro trascuratezza, che Parini nella sua perfezione. Il suo squisito buon senso, la naturale misura del suo spirito non gli fa mai passare il limite, lo tiene nel reale; pur non ci senti la vera realtá, quel contatto immediato con la natura e con gli uomini, perché il suo pensiero vien fuori a traverso di una lunga elaborazione di forme e di reminiscenze, e vi perde la sua naturalezza. Ingegnosa è la sua favola di Amore e di Imene; ma preferisco la freschezza di una scena de’ cicisbei del Goldoni.

La letteratura rinasce con due difetti di origine. Da una parte, come reazione alla vuota forma, vi si dá troppa importanza al contenuto, e, se guadagna di serietá, vi è debole il sentimento puro dell’arte, l’ingenuitá e la spontaneitá della prima ispirazione. Ci si vede una letteratura elaborata nelle alte cime dell’intelligenza, non uscita dal popolo, non scesa in mezzo al popolo. D’altra parte, come reazione al francesismo, si rappicca al passato, e per fastidio del moderno ti riproduce l’antico. Rinasce riflessa e classica.

Ma questa letteratura, se lascia molto a desiderare come arte, ha la gloria di aver posto i fondamenti. Ha rifatto l’uomo, ha restaurata la coscienza, ha riedificato il mondo interiore, crollato tra lo scetticismo degli uni e l’ipocrisia degli altri. Padre di questa letteratura è Giuseppe Parini, il cui elogio si può fare in una parola: in lui l’uomo valeva più che l’artista.

In Italia il mondo morale è ancora cosí imperfettamente restaurato, che questo elogio parrá meschino. Siamo ancora cinquecentisti; serbiamo la nostra ammirazione per le forze intellettuali, arte, coltura, scienza, a quel modo che prima si ammirava la forza fisica. È sempre un culto della forza più o meno purificato. Il valore morale dell’uomo ci pare quasi un accidente nella sua storia, e spesso alla modesta bontá e dignitá della vita poniamo innanzi l’audacia e l’ingegno. L’uomo intero ci fugge. Facciamo astrazioni. Scompagniamo dall’uomo l’artista e lo scienziato. E l’uomo ci par nulla, buono o cattivo che sia. Il culto della vuota forza corrisponde al culto della vuota parola. E fu questa idolatria che perdette l’Italia. Anche oggi è questo il cancro che rode la razza latina nel pieno fiore della coltura. La forza è mezzo e non fine, e quando l’anima è vuota, quando ivi non è nulla di nobile da realizzare, quella forza priva di contenuto si corrompe e si fiacca, e a lungo andare rovina con l’uomo anche l’arte e la scienza. Con questa idolatria è chiaro che mal si può comprendere la grandezza di Giuseppe Parini, e che a molti debba parere il mio elogio quasi un’ironia. Pure chi pensi che restaurare nella coscienza italiana il mondo interiore, patria, liberta, umanitá, tutto quel mondo morale che sogliamo personificare in Dio, era ed è ancora la base della nostra rigenerazione, comprendere Giuseppe Parini. E vedrá in lui rinascere l’uomo accanto all’artista e l’uomo più perfetto ancora che non è l’artista, e sentirá sotto all’ironia dell’artista la solitudine e la malinconia dell’uomo. Più io lo guardo, e più mi par bella quest’armonica immagine d’uomo cosí semplice e sincera nella sua grandezza morale, e m’inchino riverente innanzi a questo primo uomo della nuova Italia tanto vantata e appena ancora abbozzata.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 07 febbraio 2007