Francesco De Sanctis

Storia della Letteratura Italiana

Opera di riferimento

Francesco De Sanctis, Storia della Letteratura Italiana, a cura di Giorgio Luti e Giuliano Innamorati, Sansoni, Firenze 1960

V

I MISTERI E LE VISIONI

Al punto a cui siamo giunti, ci si porge chiara l'immagine delsecolo decimoterzo. Due sono le fonti di quella letteratura primitiva: la cavalleria e le sacre scritture. L'eroe della cavalleria, il cavaliere, è l'uomo che si sforza di realizzare in terra la verità e la giustizia, di cui è immagine la donna, suo culto e amore. La sua vita è attiva, piena di avventure e di fatti maravigliosi. Senti la sua presenza nella più antica lirica, nelle novelle, ne' romanzi e nelle cronache. Ma la cavalleria, venutaci di fuori, con gli stranieri che occupavano il nostro suolo, non prese radice, non si sviluppò, non produsse alcuna opera originale, rimase stazionaria. Perdette il suo carattere serio e quasi religioso e restò un puro gioco d'immaginazione, che si mescola come colorito e accessorio in tutte le storie, sacre e profane. Di ben altra efficacia era l'idea religiosa, penetrata ne' sentimenti e ne' costumi e nelle istituzioni, compagna dell'uomo in tutti gli stati della vita. L'eroe cristiano è chiamato pure «cavaliere», il «cavaliere di Cristo»; ma è un eroe contemplativo, il cui tipo è il frate, il romito, il santo. Come il cavaliere errante, anche lui rinunzia ed ha a vile i beni terrestri, ma la vita dell'uno è militante, quella dell'altro è contemplante: ci è in fondo la stessa idea, di cui l'uno è il soldato, l'altro è il sacerdote. Certo, questi due tipi entrano spesso l'uno nell'altro, e il frate diviene il templario o il cavaliere di Malta, soldato della fede, e il cavaliere errante finisce romito e penitente. Ma il cavaliere, gittandosi nelle più strane avventure, dimentica e fa dimenticare il cielo, attirata l'attenzione dal maraviglioso delle opere, sì che destano uguale curiosità e interesse le geste de' cristiani e de' saracini, e la rappresentazione rimane terrena. L'altro al contrario passando la vita ne' digiuni, nella povertà, nella castità e nell'orazione, ci tien sempre viva innanzi l'immagine dell'altro mondo; e perciò questa vita contemplativa è schiettamente religiosa; anzi è ivi la perfezione, ivi il più alto ideale. La passione dell'anima è l'esser legata al corpo, alla carne, e la sua beatitudine o santificazione è sciogliersi da quella e star con Cristo: al che è via la contemplazione e la preghiera. Nelle tre allegorie sull'anima pubblicate dal Palermo è detto: «Ogni bene e virtù, qualunque vogli, e buono in sè medesimo, ma la preghiera solamente trae a sè tutte le altre virtù». In queste allegorie compariscono tre esseri, che sono i tre gradi della santificazione: «Umano», «Spoglia» e «Rinnova». Dapprima l'anima, impacciata dal terrestre, dall'«Umano», non può scorgere il vero che sotto figura, nel sensibile. Il secondo essere, «Spoglia», è la virtù che monda e purga l'anima dagli affetti terrestri, insino a che viene «Rinnova», luce mentale, che «rinnova l'anima in tutto e mostra la verità senz'ombra e senza figura». Questi tre gradi di santificazione comprendono tutta la vita del cavaliere cristiano. Inviluppato nel senso e nella carne, non vede che un barlume del vero, e non giunge all'ultima luce mentale, all'ultimo grado, se non purificandosi e mondandosi della parte terrestre. Anch'egli ha le sue battaglie, ma col demonio e con la carne, ch'egli macera e mortifica d'ogni maniera, e le sue armi sono la contemplazione e la preghiera. Il maraviglioso di questa vita non è solo ne' miracoli, ma in quella forza di volontà che trae l'uomo a vincere tutti gli affetti e le inclinazioni naturali, com'è in santo Alessio, il tipo più commovente di questi cavalieri di Cristo. La creazione del mondo, il peccato originale, le profezie, la venuta di Cristo, la sua passione, morte e trasfigurazione, l'anticristo e il giudizio universale sono l'epopea, il fondo storico a cui si annodano tante vite di santi. E questa storia dell'umanità era tutt'i giorni innanzi al popolo, nella predica, nella confessione, nella messa, nelle feste. La messa non è altro che una rappresentazione simbolica di questa storia, un vero dramma senza che ce ne sia l'intenzione, rappresentato dal prete e da' fedeli. Ogni atto che fa il prete, è pieno di significato, è rappresentazione mimica. La prima parte della messa è epica o narrativa; è il Verbum Dei, l'esposizione che comprende le profezie e il Vangelo, e finisce con la predica. La seconda parte è drammatica, è l'azione, il Sacrificium, l'adempimento delle profezie. La terza parte è lirica, come nelle risposte de' fedeli (il coro) al prete, o quando due cori si alternano nel canto, e negl'inni e nelle preghiere: ciò che ha luogo principalmente nella messa cantata. Aggiungi le immagini de' santi e i fatti dell'antico e del nuovo Testamento in quelle cappelle, in quelle finestre variopinte, in quelle cupole, e quelle grandi ombre, e quelle moli restringentisi sempre più e terminate da croci slanciate verso il cielo, ed avrai l'immagine e l'effetto musicale di questo stacco dalla terra, di questo volo dell'anima a Dio. Dopo l'evangelo, il predicatore talora, per fare più effetto sull'immaginazione, esponeva la sua storia sotto forma di rappresentazione, come si fa in parte anche oggi ne' quaresimali. I monaci e i preti rappresentavano il fatto, e il predicatore aggiungeva le sue spiegazioni e considerazioni. Era una rappresentazione liturgica, cioè legata al culto, parte del culto, detta «divozione» o «mistero». 

Di tal natura sono due divozioni, che si rappresentavano il giovedì e il venerdì santo, e sono piuttosto due atti di una sola rappresentazione che due rappresentazioni distinte. La prima comincia col banchetto che Cristo ebbe in casa di Lazzaro sei giorni avanti Pasqua, e che qui è il giovedì santo. Cristo viene da Gerusalemme, Maria con Maddalena e Marta gli va incontro. Maria prega il figlio di non tornare a Gerusalemme, perchè vogliono la sua morte. Cristo risponde dover ubbidire al Padre: pur si conforti, che niente farà che non lo dica a lei. Alla fine del banchetto Cristo scopre a Maddalena che dee ire a Gerusalemme, dove patirà il supplizio della croce, e le raccomanda la madre. Cristo esce. Sopraggiunge Maria, che ha visto il figlio turbato, e la prega a svelarle quello che il figlio le ha detto. Maddalena tace. E la madre va a Cristo tutta in lacrime, e dice:

Dimmelo, figlio, dimmelo a me,

Perchè stai tanto affannato?

Amara me, piena di sospiri,

Perchè a me lo hai celato?

De gran dolore se spezzano le vene,

E de doglia, figlio, m'esce il fiato,

Ché t'amo, o figlio, con perfetto core,

Dimmelo a me, o dolce Segnore.

[Devozione del Giovedì Santo]

Cristo dice che pel riscatto del mondo dee ire a morte, e Maria sviene. Tornata in sè e lamentandosi, raccomanda il figlio a Giuda, che risponde in modo equivoco: - So quello che ho a fare. - Poi si volge a Pietro, che promette difendere il figlio contro tutto il mondo. Giunti a una porta della città, Maria non vuol separarsi dal figlio; ma quando non lo vede più e sa che per un'altra porta è entrato in Gerusalemme, fa pietosi lamenti innanzi al popolo:

O figlio mio, tanto amoroso,

O figlio mio, due se' tu andato?

O figlio mio, tuto gracioso,

Per quale porta se' tu entrato?

O figlio mio, assai deletoso,

Tu sei partito tanto sconsolato!

Ditime, donne, per amor de Dio,

Dov'è andato lo figlio mio?

[Ibidem]

Segue il racconto secondo la Bibbia. Le parole di Cristo, tolte al Vangelo, sono dette in latino. E la «divozione» finisce con la prigionia di Cristo.

La «divozione» del venerdì santo racconta la passione e la morte di Cristo. Il predicatore interrompe la rappresentazione con le sue spiegazioni, e fa cenno quando si ha a continuare. Maria vi rappresenta una gran parte. Mentre Cristo prega pe' suoi nemici, ella dice alla croce:

Inclina li tuoi rami, o croce alta,

Dona riposo a lo tuo Creatore;

Lo corpo precioso ià si spianta;

Lassa la tua forza e lo tuo vigore.

[Devozione del Venerdì Santo]

Cristo la raccomanda a Giovanni, che inginocchiandosi e baciandole i piedi cerca racconsolarla. Ma essa abbraccia la croce e si lamenta:

O figlio mio, figlio amoroso,

Come mi lasi sconsolata!

O figlio mio tanto precioso,

Come rimango trista, adolorata!

Lo tuo capo è tutto spinoso,

E la tua faza di sangue bagnata!

Altri che ti non voglio per figlio,

O dolce fiato e amoroso giglio.

Quando Cristo muore, Maddalena gli sta a' piedi, al capo Giovanni, Maria nel mezzo. E bacia il corpo di Cristo, gli occhi, le guance, la bocca, i fianchi, le mani «con le quali benediva il mondo», i piedi su' quali «Maddalena sparse tante lacrime».

Queste rappresentazioni erano antichissime, e si scrivevano in latino, come il Ludus paschalis, rappresentazione di Pasqua, dove è messo in azione l'anticristo. Le due «divozioni» avanti discorse non sono probabilmente che versioni o imitazioni di opere più antiche, rimase nella tradizione. Tale era pure la rappresentazione del Nostro Signore Gesù Cristo, che ebbe luogo a Padova nel 1243, e il Ludus Christi, una trilogia rappresentata dal clero in Cividale negli ultimi due giorni di maggio il 1298. Nella Pentecoste e ne' tre seguenti giorni il capitolo di questa città, in presenza del vescovo e del patriarca di Aquileia, diede questa serie di rappresentazioni: la creazione di Adamo ed Eva, la profezia o l'annunzio, la nascita, morte e risurrezione di Cristo, la discesa dello Spirito santo, l'Anticristo, e la venuta di Cristo nel giudizio universale. Era tutta l'epopea biblica, fatta evidente e sensibile dalla musica, dal canto, dalle scene, dalla mimica e dalla parola. Tale era pure la Passione, rappresentata a Roma nel Coliseo il venerdì santo, dalla Compagnia del gonfalone nel 1264.

Queste rappresentazioni, di cui i preti erano attori e attrici, aveano tutto il carattere di solennità o feste o cerimonie religiose. Il diavolo vi ha pure la sua parte di tentatore, ma parla in modo serio e semplice, secondo la sua natura, e non ha niente di grottesco e di ridicolo. Chiuse nel recinto delle chiese, de' conventi e delle curie vescovili, rimangono tradizionali e immobili, senza sviluppo artistico, come anche oggi si vedon in parte nelle feste del contado.

La moralità di queste rappresentazioni era che il fine dell'uomo è nell'altra vita, o come si diceva, è la salvazione dell'anima; che per conseguire questo fine si ha a imitare Cristo, soffrire in questo mondo per godere nell'altro. Perciò l'ideale, l'eroico o, come si diceva, la «perfezione della vita» era il dispregio de' beni di questo mondo, la resistenza a tutte le inclinazioni naturali e il vivere in ispirito nell'altro mondo con la contemplazione e la preghiera. Questa è la vita de' santi, della quale si dava anche rappresentazione a' fedeli. E tra le più antiche è una ancora inedita, che ha per titolo: D'uno monaco che andò a servizio di Dio, probabilmente recitata a monaci da monaci in un convento. L'eroe è questo monaco, un giovinetto che resiste alle lacrime della madre, alle querele del padre, alle tentazioni del compare, e si rende frate nel deserto, dove è accolto come figlio da un romito. Ma ivi prove più dure l'attendono. Mentre egli va a raccogliere per il pasto radici, frutta, castagne e noci, il romito prega, e mosso da curiosità chiede a Dio qual luogo spetti al suo novizio in paradiso, e un angelo risponde che sarà dannato. Non perciò della notizia si turba il giovinetto, anzi risponde tranquillo che continuerà ad amare e servire Dio. Invano il demonio lo tenta, dicendogli che «ha guastato l'amor naturale», e che il meglio sarà tornare in casa del padre, chè forse Dio gli avrà misericordia. Il giovinetto con gli scongiuri fuga il demonio, e rimane fermo nella sua risoluzione. Allora l'angiolo annunzia al romito ch'egli è salvo. E il monaco e il romito intuonano il Te Deum o una lauda. Nell'epilogo o commiato sono esortati gli spettatori a castigare la carne e a pensare alla vita eterna. Anima della rappresentazione è l' invitta fede del giovane monaco, che la preghiera e la contemplazione è la più sicura guardia contro il peccato e la tentazione della carne, e che si giunge alla santificazione con rinunziare al mondo e vivere con lo spirito in Dio. Questo concetto è espresso in una forma scolastica nel canto del monaco, di cui ecco alcuni brani:

L'anima sensitiva che s'inchina

Nel mondo a tutto quel che lla diletta,

Apprezza poco la legge divina...

L'alma piena di fede e semplicetta

Spesso si leva pura a contemplare

Quel ben che veramente la diletta.

E quando a quel più intenta esser le pare,

Allor dal grave corpo è sì constretta,

Che giuso afflitta le convien tornare,

E umile e isdegnosa piange e dice:

- Deh! Chi mi sturba il mio esser felice? -

Quell'anima gentile è sempre viva,

E vive Iddio in lei per unione,

E tutta sta nella contemplativa,

E gode tutta; e s'ella ha passione,

È per esser legata al corpo tristo,

Dal qual desia disciòrsi e star con Cristo.

Ci è una rappresentazione, intitolata Commedia dell'anima, che è una storia ideale della vita de' santi, una specie di logica, dove sono le idee fondamentali della santificazione, l'ossatura e lo scheletro di tutte le vite de' santi. L'anima esce pura dalle mani di Dio e a sua immagine. Dio la contempla con amore, dicendo:

Quando io risguardo quella creatura,

Che all'immagine mia io ho formata,

E ch'io la veggo immaculata e pura

Starmi dinanzi, la m'è accetta e grata:

Ma l'ha bisogno d'una buona cura,

La quale a custodirla sia parata;

E perchè ha in sè l'immagine d'Iddio,

Vo' che la guardi un angel santo e pio.

[Commedia spirituale, stanza III]

Ma il demonio, invidioso che «sì vil cosa abbia a fruire quel regno, del qual esso è privato», si apparecchia a darle battaglia. L'angelo custode conforta l'anima, e le presenta la Memoria, l'Intelletto e la Volontà: le sue «potenzie». L'Intelletto parla dopo la Memoria e dice:

Io son di te la seconda potenzia

E il nome mio è detto Intelligenzia.

[Ibidem, stanza XIV, vv. 9-10]

La mia quiete si sta nel Verbo eterno,

E quivi sempre debb'esser saziato:

Però che in questo esilio io non discerno

Com'io sarò in quel regno beato.

Allora io sarò sazio in sempiterno,

E quivi il mio obbietto arò trovato,

Fermandomi in quel razzo rilucente,

Che senza quello inquieta è la mia mente.

[Ibidem, stanza XV]

Lièvati sopra te tutta in fervore,

E guarda un po' del ciel quell'ornamento:

Vedra'lo circondato di splendore;

Poi pensa, anima mia, quel che v'è drento.

Lascia un po' star le cose esteriore,

Se vuoi aver di quell'intendimento:

Per questo i santi tutti innamorati

Il mondo disprezzorno, pompe e stati.

[Ibidem, stanza XVI]

E la Volontà dice:

Io son la Volontà che ho a fruire

Quel ben c'ha dichiarato l'Intelletto,

E in quel fermando tutto il mio desire,

Perchè creata sono a quest'effetto... ,

E perchè l'occhio corporal non vede,

Credendo ho da seguir con pura fede.

[Ibidem, stanza XIX, vv. 1-4, 7-8]

L'Intelletto dice alla Volontà:

A te s'appartien sol deliberare

Di far quel che ti è mostro fedelmente;

L'ufizio tuo è sempremai d'amare

Ed unirti con Dio perfettamente.

[Ibidem, stanza XXII, vv. 1-4]

E la Volontà risponde:

Nella tua spera i' m'ho sempre a guardare,

Benchè la mostri un po' con pura mente;

Quand'io sarò nella gloria beata,

Ciascuna cosa mi fie dichiarata.

[Ibidem, stanza XXII, vv. 5-8]

L'anima confortata alza la preghiera a Dio, e l'angelo custode aggiunge:

Dàgli, Signore, un'ardente fiammella,

Che la difenda da drago feroce:

Tu sai che l'è nel corpo incarcerata,

E non può a te senza te esser grata.

[Ibidem, stanza XXV, vv. 13-6]

Cioè a dire, non bastano le tre potenzie naturali, Memoria, Intelligenzia, Volontà, perchè l'anima piaccia al Signore; ci vuole anche la sua grazia, l'ardente fiammella che dee cacciare il drago, il demonio. E Dio manda ad assisterla le virtù teologiche, Fede vestita di colore celeste, con una croce nella mano destra e nella sinistra un calice e suvvi la patena; Speranza vestita di verde, con gli occhi fissi al cielo e le mani giunte, Carità vestita di rosso, con un parvolino per mano. Intanto il demonio chiama l'Eresia, la Disperazione, la Sensualità e tutte le sue forze capitanate dall'Odio. Le tre virtù intorniano l'anima. La Fede dice dell'esser suo, e san Giovanni Crisostomo celebra la sua potenza. Ma l'Infedeltà con acri parole la rampogna:

È vien da levità chi crede presto.

[Ibidem, stanza XL, v. 8]

Tu ne sei ita quasi che per terra,

E puossi dir che la fede è mancata;

Uomini grandi e dotti ti fan guerra,

Chi t'esaltò, or t'ha perseguitata...

[Ibidem, stanza XLI, vv. 1-4,

Va nel Levante e in tutto l'Occidente,

E guarda di noi dua chi ha piùgente.

[Ibidem, stanza XLI, vv. 7-8]

Allora la Speranza viene in soccorso:

Leva su gli occhi alla città superna,

Ch'è fabbricata senz'ingegno umano.

[Ibidem, stanza XLIV, vv. 1-2]

Ma l'anima teme, pensando la sua debolezza:

Come io digiuno un dì, i' son sì bianca

Che par che un curandaio m'abbi imbiancato

Io mi stare' a dormir sur una panca

E il corpo vuole un letto sprimacciato.

[Ibidem, stanza XLVII, vv. 3-6]

La Speranza le pone avanti l'esempio de' santi, e soprattutto di santo Agostino:

Quando diceva orando: - Signor mio,

Questo mio cor non si può consolare:

Tu solo se' quel che lo puoi quietare.

[Ibidem, stanza XLVIII, vv. 6-8]

Allora l'assale la Disperazione e dice:

Pensa che la giustizia arà il suo loco

E tu hai fatt'assai ben di peccati:

- O tu dirai: - io non vo' disperarmi

Perchè Dio è parato a perdonarmi? -

[Ibidem, stanza XLIX, vv. 5-8

Ma l'anima risponde allo scherno, cacciandola da sè:

E tu va via, bestiaccia maledetta.

[Ibidem, stanza XLIX, v. 2 della ripresa]

Segue un'altra disputa tra la Carità, della quale san Paolo celebra le lodi, e l'Odio, in cui spunta l'ombra di un carattere, qualche cosa di simile a un capitano millantatore:

Vòltati in qua, porgimi un po' l'orecchio

E non guardar ch'io sie canuto e vecchio.

Guardami un po' s'i' sono un bel vecchiardo,

E per antichità tutto canuto,

Nell'operar son giovane e gagliardo,

A ricordar l'ingiuria molto astuto,

Nel mio discorrer non son pigro o tardo,

Conosco tutte le persone al fiuto:

Subito che tu pigli qualche sdegno,

In un momento io vi fo su disegno.

La Carità t'esorta a perdonare,

Ed io ti dico: - Non lo voler fare. -

Il perdonar vien da poltroneria

E d'animo ch' è pien di debolezza;

E chi t'ingiuria o dice villania,

Quando che tu sopporti, e' vi s'avvezza:

Rendigli il cambio a ognun, sia chi si sia,

Mettigli al collo una grossa cavezza,

Non lasciar mai la vendetta a chi resta,

E a chi fosse, dàgli in su la testa.

Io venni qui con una spada in mano

Per istar teco e messimi l'elmetto,

Io son del Satanasso capitano,

Attengo volentier quel ch'io prometto:

Quand'io veggo per terra il sangue umano,

Mi genera a vederlo un gran diletto,

E tengo sempre 'l mio caval sellato

Per esser presto presto in ogni lato.

Oh quante brighe, oh quante occisioni

Son per me fatte in città e in castella:

Ho buon affar nelle religioni,

Vommene pe' conventi in ogni cella,

Metto l'un l'altro in gran divisioni

Ii' facendo mormorar di chi favella,

Poi mi metto in cammino e in poch'ore

Mi trovo in corte di qualche signore.

  [Ibidem, stanze LVI, LVII, LIX, LX]

L'ultima battaglia è tra il Senso o la Sensualità e la Ragione. L'anima pregando si sente sopraffatta dal corpo:

Io ti vorrei, Signor, sempre servire,

Ma questo corpo m' è molto molesto;

Che s'io voglio vegliar, e' vòl dormire,

Ogni po' di disagio lo fa mesto,

E comincia di fatto a impallidire.

La Sensualità che vede questo mi dice:

 - Tu vorrai volar senz'ale,

E dare un buon guadagno allo spedale. -

[Ibidem, stanza LXIII, vv. 3-6]

E la Sensualità, così invocata, le dice beffando:

Tu vorresti ir al ciel così vestita:

Io ti vo' dire il ver senza rispetto:

A me pare che tu ti sie smarrita,

Faresti meglio a picchiarti un po' il petto:

Non vorresti patir caldo, nè gielo,

E calzata e vestita andare in cielo.

[Ibidem, stanza LXIV, vv. 3-8]

Ma ecco la Ragione dire all'anima:

Deh dimmi, anima mia, ch'hai tu avuto,

Io m'era appunto appunto addormentata.

[Ibidem, stanza LXV, vv. 1-2]

E saputo il fatto, dice della sua nemica:

Ella è una bestiaccia sì insolente,

Bisogna non lasciar punto la briglia:

Battila spesso senza discrezione,

E non gli mostrar mai compassione.

[Ibidem, stanza LXVI, vv. 5-8]

 - Ma che dovevo fare? - dice l'anima:

Dovevi tutta aprirti nelle braccia,

A pigliare una mazza tanto grossa,

Che rompessi la carne e tutte l'ossa.

[Ibidem, stanza LXVII, vv. 6-8]

La Sensualità non se ne spaventa, e dopo uno scambio di villanie aggiunge:

Questa Ragione è sol ipocrisia,

E non sa appena dir l'ave Maria.

    [Ibidem, stanza LXX, vv. 7-8]

E m'incresce di te c'hai questo sprone,

Bisognerà che tu te lo cavassi.

Deh! fa a mio modo, piglia un buon mattone,

Dàgli nel capo che tu lo fracassi.

La sta 'l dì e la notte inginocchione

Col collo torto e dice pissi passi... :

 - Piglia qualche piacer, deh fa' a mio modo,

Che a dargli un po' di spasso gli è dovuto.

[Ibidem, stanza LXIV, vv. 1-6 e ripresa]

La Ragione è vinta e l'anima cede. Ella desidera una ghirlanda con un nodo,

Come di quelle ch'io ho già veduto.

[Ibidem, stanza LXXII, v. 6]

E il demonio aggiunge:

Fàtti un bel tocco di velluto rosso

E una zimarra per tenere in dosso.

[Ibidem, stanza LXXII, vv. 7-8]

Così la Ragione è impotente senza la Grazia. Comparisce Dio stesso:

Voltati a me, non mi far resistenza,

Ch'io t'ho aspettato e aspetto a penitenza.

[Ibidem, stanza LXXII, vv. 7-8]

L'anima pentita del mal pensiero risponde:

Non merito da te essere udita

Pe' miei gravi pensieri, iniqui e stolti.

Io ho la tua bontà tanto schernita,

Ch'io non son degna che tu mi ti volti,

E senza te io son come smarrita,

Nessun non trovo che il mio cor conforti.

Se tu, Signor, che hai per me il sangue sparso,

Non mi soccorri, ogni rimedio è scarso.

Allora Dio le manda in soccorso le virtù cardinali, Prudenza, Temperanza, Fortezza, Giustizia, Misericordia, Povertà, Pazienza, Umiltà. Ciascuna parla di sè, citando talora questo o quel passo della Bibbia. Ecco alcuni brani:

PRUDENZA        - Io ti conforto che tu sia prudente

In tutte l'opre tue come il serpente.

[Ibidem, stanza LXXXVIII, ripresa]

TEMPERANZA   - Terrai la via del mezzo in ogni cosa,

E sarà la tua mente graziosa.

[Ibidem, stanza XCIII, vv. 7-8]

FORTEZZA         - Tullio dice di me questa parola:

Che ognun venga a imparare alla mia scuola.

[Ibidem, stanza XCVI, ripresa]

Che la Fortezza ancor rapisce il cielo,

Lo dice san Matteo nell'Evangelo.

[Ibidem, stanza XCVIII, vv. 7-8]

GIUSTIZIA          - Dice David con la sua voce amena:

«Di Giustizia è la destra d'Iddio piena.»

[Ibidem, stanza CV, ripresa]

MISERICORDIA - Mercè, mercè, o Giustizia divina,

Abbi pietà dell'alma pellegrina,

[Ibidem, stanza CV, ripresa]

Perdona volentieri a chiunche erra,

Chè son rinchiusi in un vaso di terra.

[Ibidem, stanza CVI, vv. 7-8]

     E questo vaso è sì pericoloso,

Nel quale sta rinchiusa questa gioia.

[Ibidem, stanza CVII, vv. 1-8]

Mentre che l'alma resta in questa vita,

Di lacci trova presi tutt'i passi:

Però bisogna a lei il divin aiuto,

Chè senza quello ogni cosa è perduto.

[Ibidem, stanza CVIII, vv. 5-8]

POVERTÀ            - Io son la Povertà, o città mia,

Che non so chi mi voglia in compagnia.

[Ibidem, stanza CIX, ripresa]

E son quella virtù che da' potenti

Son rifiutata e mandata al profondo:

Non è nessun che di me si contenti,

Eziandio que' ch'han lasciato il mondo.

Ognun va dreto a' ricchi e bei presenti,

Ma io di mendicar non mi vergogno,

Perchè gli è di me scritto nel Vangelo:

«Quel che mi segue arà il regno del cielo.»

[Ibidem, stanza CX]

PAZIENZA          - O popul mio, io son la Pazienzia;

che più non ho chi mi dia audienzia.

[Ibidem, stanza CXII, ripresa]

O degna Povertà, virtù perfetta,

Che tanto fust'accetta al Verbo eterno... ,

Felice è quella che ti sta suggetta,

Nel ciel sarà felice in sempiterno;

Che non si può godere in questa vita,

E il paradiso avere alla partita.

[Ibidem, stanza CXIII, vv. 1-2, 5-8]

POVERTÀ                                - ... M'affliggo e doglio

Che la perfezione quasi è mancata,

Non è più il tempo de' padri passati,

Ch'erano pover, vili e disprezzati.

[Ibidem, stanza CXV, vv. 5-8]

PAZIENZA          - Chi pensa andare al ciel per altra via,

Che per patir, si troverà ingannato.

Giesù diletto figliuol di Maria

N'ha dato esempio e a tutti ha insegnato...

[Ibidem, stanza CXVI, vv. 1-4

Per dimostrarci che s'avea a patire,

Elesse su la croce di morire.

[Ibidem, stanza CXVIII, vv. ripresa]

UMILTÀ                - L'Umiltade son io, fratei diletti,

Oggi non c'è nessun che mi raccetti...

[Ibidem, stanza CXIX, vv. ripresa]

Vestitevi di Cristo, o genti stolte,

Non vi avvedete voi che il tempo vola?

[Ibidem, stanza CXX, vv. 1-2]

Non entra in paradiso alcun difetto,

Non v'entra quel ch'a Dio non è suggetto.

[Ibidem, stanza CXXI, vv. 7-8]

Andiam cercando, care mie sorelle,

Per tutto il mondo un po' nostra ventura:

Se nel gregge di Cristo una di quelle

Ci ricevessi con la mente pura,

Perchè noi siam vestite poverelle,

Non vorrei gli facessimo paura;

Ch'oggidì le virtù non son richieste,

Ma fassi onore a chi ha le belle veste.

[Ibidem, stanza CXXII]

L'anima contrita e fortificata alza un canto a Dio:

A te mi do, Signor clemente e pio,

E voglio a te servir tutt'i miei anni,

altro che te non bramo e non desio.

Io ho fuggito il mondo pien d'affanni,

Dove si trova sol doglia o mestizia,

Ben è infelice chi veste suo' panni.

Ei mostra nel principio la letizia,

E di dover donar pace e riposo:

Di poi non dà se non pianto e tristizia.

O mondo cieco, falso e tenebroso,

Che hai tant'amator in questa vita,

E non mostri il velen che hai drento ascoso,

Per dolenti poi farli alla partita.

[Ibidem, terzine del canto a Dio, vv. 10-22]

Colpita da grave infermità, dice:

O m'è venuto tanto male addosso,

che più star ritta niente non posso.

Che vuol dir questo? È mi manca la vita.

Giesù Giesù, dolce Signore, aita.

[Ibidem, stanza CXXXVI, ripresa]

Intorno alla morente fanno l'ultima battaglia l'angiolo e il demonio. Gli argomenti dell'angiolo si possono ridurre in questi tre versi:

Umana cosa è cascare in errore,

E angelica cosa è il rilevarsi,

Sol diabolica cosa è star nel vizio.

    [Ibidem, stanza CXL, vv. 1-2 e 8]

Dio accoglie l'anima e pronunzia il suo giudizio:

E questa è la mia ultima sentenzia,

Che la venghi a fruir la mia presenzia.

[Ibidem, stanza CXLII, vv. 7-8]

E l'angiolo dice

Partite tutti: la sentenza è data:

Sonate per dolcezza una calata.

[Ibidem, stanza CXLII, vv. ripresa]

E il coro accompagna l'anima al cielo con questo canto:

O felice alma, che dal corpo sciolta

E per amor congiunta col tuo Dio,

La vita t'è donata e non t' è tolta... ,

Sei fatta ricca di un prezzo sì pio,

E con veste sì bella e nupziale

Al convito starai celestiale.

[Ibidem, stanza CXLVI, vv. 1-3 e 6-8]

Così finisce questa rappresentazione, detta «commedia» perchè si conchiude con la salvazione e non con la perdizione dell'anima. È detta anche «misterio», per la sua natura allegorica. È uno degli antichissimi misteri liturgici, ritoccato, ripulito, rammodernato e fatto laico a' tempi di Lorenzo de' Medici e forse più in là, a giudicare dalla forma franca e spigliata, da certi tentativi di formazione artistica, come nelle figure del demonio, dell'Odio, della Sensualità, della Povertà, e da un certo non so che beffardo e grottesco, che svela poca serietà e unzione nello scrittore e negli spettatori. Ma se la trama è moderna, la stoffa è antica, e ricorda il duello del Senso e della Ragione, così comune negli scritti volgari che apparvero prima, e la battaglia de' vizi e delle virtù del Giamboni, e le tre allegorie cristiane. Anzi questa Commedia dell'anima non è se non le tre allegorie messe in rappresentazione. Là trovi tre gradi di santificazione, Umano, Spoglia e Rinnova. E anche qui l'anima è prima combattuta dal senso e cade ne' suoi lacci, perchè «umana cosa è cascare in errore», poi fa la sua penitenza, si spoglia e si monda della scoria del peccato, e così a Dio si rimarita, come dice Dante, o, come dice il nostro autore, sta «al convito celestiale con veste bella e nuziale». Questi tre gradi aveano la loro formazione liturgica nell'inferno, purgatorio e paradiso, che erano appunto il senso, l'Umano puro, abbandonato a se stesso, lo Spoglia o la penitenza, che purga o monda l'anima, e il Rinnovamento o la luce mentale, la beatitudine. Questo era il concetto delle rappresentazioni che aveano a materia l'altro mondo, come quella di cui fa menzione Giovanni Villani, che ebbe luogo a Firenze. L'altro mondo era la storia, o come si diceva la «Commedia dell'anima», la quale non potea giungere a redimersi dall'umanità, dal corpo, dalla carne, dall'inferno, se non con la penitenza, purificandosi e purgandosi, e così contrita e confessa diveniva leggiera, saliva al cielo. Questa Commedia spirituale dell'anima, di cui ho voluto dare un sunto possibilmente esatto, è il codice di quel secolo, il contenuto astratto e generale, particolarizzato nelle vite, nelle leggende, ne' trattati e nella lirica Spiritus intus alit. Lo spirito che alita per entro a quelle prose e a quelle poesie è la «Commedia dell'anima».

Ma in tante prose e in tante poesie non ci è ancora un vero lavoro d'individuazione e di formazione. Il contenuto rimane nella sua astratta semplicità, innominato e impersonale, l'anima. Essendo il suo fondamento la contemplazione e non l'azione, o un'azione negativa, la resistenza agl'istinti e agli affetti naturali, non penetra nella vita, non ne assume tutte le forme, non diventa la società. Certo, quell'azione negativa è molto poetica, è il sublime religioso, e tocca il cuore, quando è rappresentata con semplicità e unzione. Ma in questo contrasto tra il sentimento religioso e la natura, ciò che move più è il grido della natura, come ne' lamenti della madre di santo Alessio o di santa Eugenia, o nel dolore d'Isacco nel Sacrifizio di Abraam, che all'annunzio della sua morte chiama la madre:

O santa Sara, madre di pietade,

Se fussi in questo loco, io non morrei.

Tutta è l'anima mia trista e dolente

Per tal precetto, e sono in agonia.

Tu mi dicesti già che tanta gente

Nascer doveva della carne mia.

Il gaudio volge in dolor sì cocente,

Che di star ritto non ho più balìa.

S'egli è possibil far contento Dio

Fa ch'io non mora, o dolce padre mio.

[Feo Belcari, Rappresentazione di Abramo e Isac, stanze XXVIII, vv.1-2 e XXIX]

Quantunque questo non sia che uno de' lati più angusti e solitari della vita umana, così ricca e varia ne' suoi aspetti, pure offre contrasti e gradazioni, che lo rendono capacissimo di un grande sviluppo artistico. Ma in quel suo albore la letteratura ha lo stesso carattere che mostra nella decadenza, la naturalità o materialità del contenuto. Tante vite e storie e leggende e visioni stuzzicavano la curiosità con la varietà e novità degli accidenti, e si attendeva più allo spettacoloso, a colpire l'immaginazione con apparizioni nuove e maravigliose, che a lavorarle e svilupparle. Mancava la virtù di mettersi gli oggetti a distanza e trasformarli: la realtà anche nuda era per se stessa maravigliosa e bastava ad ottenere l'effetto, operando in modo semplice e immediato sullo scrittore e su' lettori.

Oltrechè, siccome il contenuto riposava su di una dottrina liturgica, stabilita e inalterabile, poco era accomodato ad una rappresentazione libera e artistica, anche quando usciva dalla chiesa e dal convento ed era maneggiato da' laici, come fu anche de' misteri. Impadronirsi di quel contenuto, cacciarlo dalla sua generalità, dargli corpo e persona, sarebbe sembrata una profanazione. Lo spirito mirava a rendere accessibile quella dottrina per via di esempli, di sentenze e di allegorie, come si vedea nella Bibbia. Il reale, il concreto non avea valore se non come figura della dottrina. Ecco ad esempio in che modo è nella Commedia dell'anima figurato il paradiso:

In su quel monte dove sta il Signore,

V'è una fontana traboccante e bella,

Che sempre getta un mirabil liquore.

D'oro e d'argento n'è la sua cannella,

Le sponde di smeraldi e d 'oro fine,

E tutta la città circonda quella.

Salite al monte, o alme peregrine,

Salite al monte, e lassù troverete

Soprabbondanti le grazie divine.

[Commedia spirituale, terzine finali

Le ultime parole spiegano la figura. Quella è la fontana della divina Grazia. Con questa tendenza lo scrittore sta contento alla semplice personificazione e gli pare di aver fatto assai a dare una immagine che renda chiaro e sensibile il suo concetto. Oltre a ciò, l'uomo colto, schivo delle forme semplici e volgari dell'umile credente, mira a trasformare quella dottrina in un contenuto scientifico, e la traduce nelle forme scolastiche, e di questa fede ragionata e sillogizzata fa la filosofia, figliuola di Dio. Lo studio del secolo è di allegorizzare e dimostrare, anzichè di rappresentare; è di chiarire quel contenuto, lumeggiarlo, volgarizzarlo, ragionarlo, anzichè coglierlo in azione e nell'atto della vita. Perciò l'opera letteraria tiene dell'allegoria e del trattato, e ciò che è mera rappresentazione rimane nell'infanzia. Mai non ti senti ben fermo in terra, in mezzo a uomini vivi, con tali caratteri, passioni e costumi, anzi lo scrittore ti par quasi estraneo alla società e alle sue lotte, e dimora nell'astratta e monotona generalità della sua contemplazione. E quando pur scende a rappresentare la vita, ti senti d'un tratto balzato nel regno de' misteri, delle leggende e delle visioni, nell'altro mondo.

La visione è in effetti la forma naturale di questo contenuto, quando si vuol rappresentarlo. La vita e la realtà è il senso, la carne, il peccato, e lo scrittore o guarda e passa, o se pur vi si trattiene, è per maledirla, rappresentandola non quale appare in terra, ma quale è nell'altro mondo. La rappresentazione è dunque la visione della realtà, come sarà dopo la morte, e là si spazia e si diletta l'immaginazione. E se il mistero è commedia, ed ha per conclusione la santificazione e la beatitudine, la visione è spesso pittura delle pene infernali, lasciate alla libera immaginazione de' predicatori, de' vescovi, de' frati, de' santi Padri, che col terrore operavano sulle rozze immaginazioni. Laghi di zolfo, valli di fuoco o di ghiaccio, botti d'acqua bollente, rettili, vermi, dragoni da' denti di fuoco, demòni armati di lance, di fruste, di martelli infocati, cadaveri putridi e inverminiti, scheletri tremanti sotto una pioggia di ghiaccio, dannati inchiodati al suolo con tanti chiodi che «non pare la carne», o sospesi per le unghie in mezzo al zolfo, o menati e rapiti da velocissime ruote di fuoco simili a «cerchi rosseggianti», o infissi a spiedi giganteschi che i demòni irrugiadano di metalli fusi: ecco la realtà delle visioni, rappresentata co' più vivi colori. I tre monaci che si mettono in viaggio per iscoprire il paradiso terrestre, dopo quaranta giorni di cammino attraversano l'inferno:

«E veggono un lago grandissimo pieno di serpenti che tutti pareano che gittassero fuoco, e odono voci uscire di quel lago e stridere, come di mirabili popoli che piagnessero e urlassero. E pervenuti che sono fra due monti altissimi, appare loro un uomo di statura in lunghezza bene di cento cubiti incatenato con quattro catene, e due delle quali eran confitte nell'un monte e l'altre due nell'altro; e tutto intorno a lui era fuoco, e gridava sì fortemente che si udiva bene quaranta miglia da lungi. E vengono in un luogo molto profondo e orribile e scoglioso e aspro, nel quale vedono una femmina nuda, laidissima e scapigliata in volto e compresa tutta da un dragone grandissimo, e quando ella volea aprire la bocca per parlare o per gridare, quel dragone le mettea il capo in bocca, e mordeale crudelmente la lingua; e i capelli di quella femmina erano grandi infino a terra.»

[Cavalca, Vita di San Macario Romano].

Nella Vita di Santa Margherita si trova questa pittura del dragone:

«Vide uscire un dragone crudelissimo e orribile con isvariati colori, e la barba e i capelli pareano d'oro, e ' denti suoi parevano di ferro, e gli occhi acuti e lucenti come fuoco acceso, e colla bocca aperta menava la lingua, e parea che per le nari e per la bocca gittasse fuoco, e puzzo gittava di zolfo.»

[Cavalca, Vita di Santa Margherita].

Tra le visioni è celebre il Purgatorio di San Patrizio di frate Alberico, e quella d'Ildebrando, poi Gregorio settimo, che predicando innanzi a papa Niccolò secondo, narra di un conte ricco, e insieme onesto, «ciò che è proprio un miracolo in questa gente», egli dice. Questo conte, morto dieci anni innanzi, fu visto, da un santo uomo ratto in ispirito, starsi al sommo d'una scala lunghissima, che ergevasi illesa tra le fiamme e si perdeva giù nell'inferno. Su ciascuno scalino stava uno degli antenati del conte, con quest'ordine, che quando alcuno moriva di quella famiglia, doveva occupare il primo gradino, e colui che vi giaceva e tutti gli altri scendevano di un grado verso l'abisso, dove tutti l'uno appresso l'altro si sarebbero riuniti. E chiedendo il santo uomo come fosse dannato il conte, che avea lasciata in terra buona fama di sè, si udì una voce rispondere: - Uno degli antenati, di cui il conte è l'erede in decimo grado, tolse al beato Stefano un territorio nella chiesa di Metz; e per questo delitto tutti costoro sono involti nella stessa dannazione. - Questa pena, che colpisce un'intera generazione, è molto poetica, mostrando l'inferno nel sublime d'un lontano indeterminato, messo costantemente innanzi all'immaginazione de' condannati, che a grado a grado vi si avvicinano insino a che non vi caggiano entro: come quel tiranno che voleva che le sue vittime sentissero di morire, il terribile prete vuole che ei sentano l'inferno.

Da queste visioni e misteri e prose e poesie si sviluppa questo concetto: che attaccarsi a questa vita come cosa sostanziale, è il peccato; che la virtù è negazione della vita terrena, e contemplazione dell'altra; che la vita non è la realtà, ma ombra e apparenza di quella; che la vera realtà non è quello che è, ma quello che dee essere, ed è perciò la scienza, o la verità, come concetto, e come contenuto, è l'altro mondo, l'inferno, il purgatorio e il paradiso, il mondo conforme alla verità e alla giustizia.

Appunto perchè l'individuo è pulvis et umbra, e la realtà è pura scienza ed un di là della vita, questo mondo resiste ad ogni sforzo d'individuazione e di formazione. Lo stesso amore, così possente, non ci può gittare un po' di calore e non ci vive se non come figura e immagine dell'amore divino. La donna, come donna, è peccato; essa diviene una specie di medium che lega l'uomo a Dio.

Il maggior grado di realtà, a cui questo mondo sia pervenuto, è nella lirica di Dante. La donna di quel secolo acquista il suo nome e la sua forma, è Beatrice, la fanciulla uscita pura dalle mani di Dio, come l'anima nella commedia spirituale, breve apparizione, tornata così presto in cielo tra' canti degli angioli. La sua vita terrena è quasi non altro che nascere e morire. La sua vera vita comincia dopo la morte, nell'altro mondo. Ivi è luce mentale o intellettuale, verità e scienza, filosofia. Ma non è filosofia incarnata, mondo vivente, dove l'idea di Dio o del vero sia perfettamente realizzata; è pura scienza, incapace di rappresentazione nella sua forma scolastica di trattato e di esposizione. È scienza non ancora realizzata, non ancora corpo; è idea, non è visione; è didattica, non è commedia o rappresentazione. Hai «misteri» e visioni; manca il Mistero e la Visione, cioè un mondo vivente nel suo insieme e ne' suoi aspetti, dove sia realizzato quel concetto teologico e filosofico dell'umanità, comune al secolo e rimasto ancora nella sua astrazione dottrinale.

Il secolo decimoterzo si chiudeva, lasciando una lingua già formata, molta varietà di forme metriche, una poetica, una rettorica, una filosofia, ed un concetto della vita ancora didattico e allegorico, con rozzi tentativi di formazione e individuazione. Il suo primo individuo poetico è Beatrice, il presentimento e l'accento lirico di un mondo ancora involto nel grembo della scienza, ancora fuori della vita.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 06 febbraio 2007