M.r Gio. della Casa

Trattato degli uffici comuni

tra gli amici inferiori e superiori

ed. 1928

Edizione di riferimento

Mons. G. Della Casa, Il Galateo ed Il trattato degli uffici comuni tra gli amici inferiori e superiori, edizione riveduta, Casa editrice Bietti, Milano, Milano 1928

CAPO I

Quanto sia più difficile a’ nostri dì il soprastare

e comandare ad uomini liberi di quel che fosse una volta a’ servi.

Proposizione della materia che s’imprende a trattare.

1. Io stimo che di un grande e continuo travaglio privi fossero gli antichi, li quali non di uomini liberi, come quasi è nostra usanza, ma di servi la famiglia loro fatto avevano, della cui opera, o per agio del vivere, per farsi riputare, e per gli altri bisogni della vita, si servivano. Imperciocchè, essendo la natura dell’uomo nobile, ampia e diritta e al comandar assai più che all’ubbidire atta, dura e odiosa impresa coloro si pigliano i quali sopra essa gagliarda e intiera di forze la maggioranza, come oggidì si fa, vogliono esercitare. Agli antichi non fu al mio parere, difficile o noiosa cosa il comandare a quelli che già domati e quasi domesticati erano, come gente a cui o le catene o le lunghe fatiche o l’animo infino dalla fanciullezza servile avesse l’orgoglio e la forza levata. Noi per lo contrario con animi robusti, gagliardi e quasi fieri abbiamo a fare, i quali pel vivore della natura lo star soggetto rifiutano, e per conoscersi liberi a’ padroni fanno resistenza, o almeno ricercano e dimandano (il che spesso con ragione, ma talvolta ancora senza, da essi vien fatto) che nel comandargli alcuna regola si servi. Da che nasce che di querele, di rimbrotti, di questioni ogni cosa è piena.

2. Ed è così certo; perciocchè noi delle cose nostre siamo giudici ingiusti, e essendo vero che ognuno le cose sue più che le altrui, quantunque di valore uguali, oltre al convenevole apprezzi, e perciò si persuada sempre avere dato più che ricevuto, la cosa non può con pari passo andare. Quinci nasce la noiosa querela dell’uomo: — Io a casa tua consumato mi sono; — e il rimproverare dell’altro: — Io mantenuto ti ho, e pasciuto e onorato. — Emmi per questo paruta cosa degna dell’ufficio dell’uno e a me non disdicevole operare sì che se possibil fia, cotai discordie e rammarichi s’acquetino e si levino via. Perchè sopra ciò molte fiate considerato avendo, insieme, ho raunati alcuni ammaestramenti, e quasi composto un’arte di quella amicizia la quale è tra gli uomini potenti e ricchi e le persone basse e povere; e a cui l’odioso nome della servitù, per la somiglianza che con lei ha, è stato posto: acciocchè per opera mia, se pure ottenere lo potrò, all’uno e all’altro il modo si dia col quale possa ciascuno che adattarvisi voglia, tranquillo e pacificamente godere di quello perchè a vivere in tale amicizia se stesso recato avesse, la quale, molto più che tutte l’altre di turbazione piena pare che sia.

CAPO II.

Di tre sorte essere le amicizie che insieme fanno

gli uomini: i poveri stringersi co’ ricchi, e i ricchi

coi poveri per ragione dell’utilità: l’amicizia di cui

vogliono spiegarsi gli uffici, essere tra disuguali.

3. Volendo noi adunque di una sola e certa compagnia e amicizia di uomini gli ammaestramenti dare, e diverse trovando essere le maniere delle amicizie, quale ad un fine e quali ed un altro riguardanti, necessaria cosa giudico quella di cui al presente ragionar intendiamo distinguere dalle altre, acciocchè quantunque di tutte insiememente alcuna dottrina dare si soglia la quale a più copiosa e più profonda scienza appartiene, nondimeno, essendoci ancora di questa i suoi particolari ammaestramenti, quelli siano da noi chiaramente d’uno in uno dimostrati.

4. Gli uomini adunque a vivere e dimorar insieme si riducono, ovvero tirati dalla dolcezza de’ piaceri e dal desiderio di sentir i diletti, ovvero mossi dalla cupidigia delle ricchezze, degli onori, delle potenze e delle altre cose somiglianti, quelle d’acquistare e aumentare ingegnandosi, il che sotto il nome dell’utilità viene ad esser contenuto; ovvero accesi della bellezza, dell’onestà e dello splendore della virtù. Della prima ragione (per fare la cosa cogli esempi più chiara) sono le cose che dilettano i sentimenti del corpo, e le altre le quali Piaceri sono chiamate della seconda è utilità la quale a molte cose si stende, cioè al corpo tutto della città primieramente e poi a ciascuna delle parti d’essa, imperciocchè tra i cittadini è generata una comune amicizia, affinchè tutti insieme salvi e sicuri essere possono. Oltre a questa, molte ce ne sono delle particolari, trovate solamente per guadagnare e acquistare. Della terza è quella la quale abbraccia l’amicizia non di uomini volgari e meccanici; ma virtuosi e buoni, quando quello ch’è onesto e lodevole non per l’utile alcuno, ma per la sua propria forza e dignità, gli uomini della virtù amatori con fortissimo legame insieme annoda e stringe.

5. Quando gli uomini bassi alle amicizie dei primi della città s’accostano, e per lo contrario quando i grandi, ricchi e potenti le persone vili e povere in casa loro ricevono, amendue pare della vaghezza, dell’onestà non si curino punto ma solamente alla utilità, ovvero al diletto intenti sieno. La quale cosa da questo conoscer si può, che quelli non ad uomini da bene, giusti, valorosi e costumati, ma a liberali e ricchi, se pure l’uno e l’altro possono ritrovare, procaccia no di servire; questi all’incontro altri che faticosi, sagaci, diligenti, utili e moderati, non ricercano, tali apprezzando più che qualunque virtuoso.

6. Perchè gli ammaestramenti della vera e propria amistà, la quale gli animi de’ buoni e virtuosi colla simiglianza de’ costumi di fermo e caritativo amore annoda insieme, a questa servire non potranno; conciossiachè a diverse ragioni di cose i medesimi ammaestramenti non convengono. Ma che queste siano cose diverse da’ fini loro, i quali diversi sono, si comprende.

7. Sono oltre a ciò tra sè divise le amicizie degli uomini: perciocchè o elle sono tra persone uguali, come tra l’uno fratello e l’altro; o ella sono tra disuguali, come tra il padre e il figliuolo. Ma a volere trovare le ragioni di questi uffici grandemente giova il vedere in quale di queste due sia da porre l’amicizia di cui parliamo, benchè la cosa sia manifesta; conciossiachè dubitare non si possa ch’ella non sia della seconda ragione, cioè tra persone disuguali.

8. Ma qualunque il fatto così si stia, la cosa non per tanto è poco, o almeno non compiutamente intesa. Il perchè è da stabilire e conchiudere quale sia quella cosa la quale in questa ragione d’amicizia il primo luogo tiene, acciocchè, non la sapendo, a tentoni non andiamo.

CAPO III.

Dell’amicizia, di cui deve ragionarsi, il primo luogo darsi alle ricchezze

e alla potenza : l’utilità che in questa cercano i grandi essere le fatiche

ed i servigi de’ poveri : quella che cercano i poveri essere le ricchezze

e le dignità : la materia non potersi; trattare con tutta la sottigliezza.

9. È adunque da sapere che in ciò non è, come in molte altre cose, il primo luogo alla dottrina, non alla età, non alla nobiltà, non alla virtù, ma sì alle ricchezze, alla dignità e alla potenza dato. Le quali tre cose è da desiderare che ci si trovino tutte; altrimenti all’una d’esse almeno servire conviene. E ciò esser vero, di qui apertamente si conosce, che sovente, per la mutazione dell’una di esse, la condizione dell’amicizia parimente si muta, e avviene che molti non solamente pari divengono a quegli, cui già comandarono, ma ancora talvolta minori; e coloro alle dignità e ricchezze saliti riveriscono e onorano, laddove prima da loro riveriti e onorati erano.

10. Per la qual cosa, se ad alcuno piace così, questo dell’altre amicizie sia il modo e quasi la forma, cioè, che elle abbiano la ragione fatta di quanto vaglia ciascuno, e chiunque sè stesso tanto apprezzi quanto merita nè più desideri o comporti esser dall’amico apprezzato. Ma a noi convien intender che questa cosa altrimenti stia; perciocchè la maggior parte degli uomini s’inganna; il cui errore è da levar via, acciocchè, come è loro usanza, non abbiamo a confondere ogni cosa.

11. Eglino adunque, quando ciò nell’animo rivolgeranno, doveranno ricordarsi che non a tutte le cose, ma solamente alle ricchezze e alla potenza riguardo s’ha da avere; conciossiacosachè cotale amicizia sia fermata con patto che il tutto a’ ricchi e potenti si conceda, perciò solamente che ricchi e potenti siano. Il perchè coloro i quali confessano anzi co’ fatti dimostrano di non pater sofferire la povertà, e hanno bisogno delle altrui facoltà e potenza, astengansi dal rimproverarci, nè tanta stima facciano dello ingegno, o della nobiltà, o della dottrina (nelle quali cose, quantunque per altro lodevoli, essi ancora poco si confidano) che perciò sè dover essere agguagliati, ovvero preposti a’ superiori, si persuadano.

12. Ma dirammi alcuno: — Io son migliore, più dotto e più nobile, e in altro non sono da meno che in una sola cosa, la quale veramente non è posta nella virtù, ma dipende dalla fortuna. Or sia pure comunque si voglia; io lascio andare che questi tali per lo più sono troppo grandi amatori di sè stessi e troppo s’apprezzano; ciò è sempre da avere avanti agli occhi; niuno luogo in questa amicizia rimaso esser alle cose delle quali eglino si vantano, ma il pregio alle ricchezze e alla potenza essersi riserbato. Laonde a quello è da acchettarsi che una fiata piacque. Fu da rifiutare la condizione allora quando ella si offeriva loro, ovvero da non biasimare posciachè vi si accordarono.

13. Era legge degli Etiopi di fare loro re colui il quale tra loro di più alta statura essere si trovava. Se adunque un filosofo il quale di piccola statura fosse stato avesse procurato di farsi re dell’Etiopia, non doveva egli per ciò della sua presunzione, secondo quella legge esser castigato? O, non è egli più da stimare la sapienza che l’alta statura o qualunque altra forma corporale? Certo sì: ma non per tanto quei popoli vivono sotto quella legge, la quale cosa ingiusta a guastare sarebbe.

14. Così noi quella legge osservare dobbiamo la quale l’usanza e il viver comune ci ha dato, e noi medesimi ancora imposta ci siamo. Perciocchè non che ad alcuno sia da concedere più di quello a che egli ha voluto aversi riguardo, ma molte volte si vede una istessa cosa, per la giunta di qualch’un’altra eziandio lodevole, più vile divenire.

15. Sono alcune città, le quali hanno per usanza di mandare in esilio a volontà del popolo quei cittadini, quantunque innocenti, i quali veggono essere in qualche virtù più degli altri eccellenti; e questa usanza non è molto biasimata da Aristotile, maestro di coloro che sanno, nè per altra cagione ciò in quelle città si fa, se non perchè, volendo esse che tutte le cose loro pubbliche con pari passo procedessero, giudicavano ogni cosa, qual ch’ella si fosse, la qual si trovasse più eccellente dell’altre, essere da tagliare e quasi da abbassare sì veramente che alla virtù la quale troppo s’innalzasse niuno riguardo s’avesse.

16. Laonde poichè alle ricchezze l’onore e la signoria s’è dato, quelle solo, gittato tutto il resto dopo le spalle, s’apprezzino, a quelle solo la virtù, la nobiltà, la dottrina si sottoponga. Quelli che ciò fare non vogliono, de’ quali la moltitudine è grande, tali in questa amicizia riputati esser devono quali nelle città, i cittadini di nimicizie e scandali commettitori. Questa amicizia è tra coloro i quali di ricchezze e d’autorità sono disuguali, e quello che insieme li congiugne non è amore, ma utilità.

17. Da che si conchiude, molto, come s’è detto, ingannarsi coloro i quali colle leggi della vera e propria amistà questa di governare si presumono, anzi fastidioso è chi alcuna grande benevolenza in essa desidera di scambievole e fervente amore piena.

18. Egli fa di mestieri distinguere l’una ragione d’amicizia dall’altra, acciocchè in una sola il tutto da ciascun pazzamente non si ricerchi. Perciocchè il credere che coloro i quali non ad altro che alla utilità propria intenti sono di tanto benevoli essere ci debbiano che più stimino l’altrui profitto che il suo è cosa da uomo nel desiderare disordinato e nel considerare trascurato. Con tutto ciò non è ad amendue la medesima utilità proposta, ma i potenti le fatiche e i servigi de’ bassi ricercano; i bassi all’incontro ricchezze e dignità de’ potenti desiderano.

19. Quinci avviene che gli uomini potenti, siccome quelli che di ricchezze abbondevoli sono, d’alcuno guadagno non si curano, ma solamente s’appagano del vedere questa così fatta amicizia allo splendore della dignità essergli onorevole, agli agi del vivere, al farsi riputare, al fornire delle bisogne loro, e a molte altre cose non pure diletto, ma utile ancora a donarli. Ma gli uomini bassi, siccome poveri e bisognosi di dignità e danari, e siccome deboli, potenti e ricchi, quasi per sostegno loro, ricercando vanno.

20. Essendo adunque le cose sì fattamente ordinate, e giovando in ogni altra cosa il sapere con cui affare s’abbia, in questa sopra tutto grandemente giova il conoscere gli animi, le volontà e i desiderii di quegli co’ quali a vivere abbiamo, acciocchè sappiamo o a quella adattarci, o del tutto rifiutare il partito; e perciò di grandissima utilità fia investigare, e, quanto per me si potrà, mettere innanzi agli occhi di ciascuno e quasi far assaggiare la natura dei ricchi e potenti, e de’ bassi e poveri altresì.

21. Ma non per tanto non vorrei che da me si aspettasse che io di queste cose molto sottilmente disputassi: perciocchè nè in tutte le cose ad un mondo medesimo è da ricercare la sottigliezza, nè in questo è da volere che più minutamente se ne ragioni che non la natura e la qualità del soggetto permette.

CAPO IV.

Questi sono i costumi de’ ricchi e de’ potenti.

22. I ricchi adunque sono superbi e fastidiosi oltre modo, perciocchè vivono quasi come se di qualunque bene abbondantissimi fossero. E perciocchè ogni cosa al danaro apprezzar si suole e con quello il tutto si compera, istimano essi, per la molta copia che ne possegono, appresso di sè avere il prezzo delle cose tutte, e perciò beati si tengono. Aggiugnesi a questo ch’essi veggono gran parte degli uomini in acquistare e annientare delle facultà occupata e con tutto l’animo alle ricchezze intenta; perciò di quelle, come d’un singolare, meraviglioso e da tutti desiderato bene si gloriano sprezzando altrui e per nulla tenendo.

23. Questa superbia e arroganza molto maggiore ancora, e certo non senza ragione, diventa, perciocchè molti molte cose da’ ricchi chiedere sono sforzati, e ancora perciocchè delle signorie degni si credono, stimando che le signorie e gli stati, per le ricchezze, delle quali essi largamente abbondano, sieno desiderati. Sono adunque le ricchezze di vanagloria e orgoglio piene, e la licenza, compagna della superbia, se ne menano seco; perciocchè difficil cosa è, se la ragione e la prudenza per avventura non vi s’intramettono, a non levarsi in superbia per i favori della fortuna. Sogliono ancora i ricchi oltre misura. essere morbidi; perciocchè sono delicati e femminili, e colla dimostrazione delle facoltà beati vogliono essere riputati. E, per dirlo in una parola, pazza cosa, ma fortunata e avventurosa è la ricchezza.

24. E questi difetti nelle ricchezze nuove sono peggiori che nelle antiche; imperciocchè coloro i quali di subito son divenuti ricchi con assai poco giudizio della liberalità e della magnificenza usano, siccome di molti nella città di Roma si vede. Nel che se alcuno per avventura fosse il quale ciò per suo biasimo da me esser detto presumesse, questi vorrei io che stimasse me non degli uomini, ma della cosa propriamente ragionare.

25. I costumi de’ potenti alla natura e all’usanza de’ ricchi sono in parte simiglianti e in parte alquanto migliori; perciochè in essi è il desiderio dell’onore, l’animo generoso e all’operare pronto, conciossiachè la potenza gliene presti la via, e la dignità gli aggiunga alcuna gravità

26. L’avere infin a qui detto de’ costumi dei ricchi e dei potenti voglio che mi basti.

CAPO V.

Si principia a dire degli uffici dell’inferiore verso il superiore:

di quello esser debito la pazienza nell’ingiurie,

l’obbedienza e la riverenza sì ne’ fatti come, ne’ detti.

27. Nella povertà e nella bassezza le cose del tutto contrarie si ritrovano: il perchè i poveri e i bassi dovranno verso i ricchi e i potenti sì fattamente portarsi che non solamente sopportino volontieri, ma eziandio nascondano amorevolmente le ingiurie, le offese, le melensaggini loro, amandogli quanto più per loro si può, o almeno in ogni parte onorandogli e avendogli in riverenza; perciocchè l’esser amati gli è sommamente caro, parendo loro che chi gli ama, gli approvi.

28. Talchè istimandosi i ricchi d’ogni cosa degni, sentono gran piacere di vedersi dagli amici onorati e serviti, perciocchè giudicano quelli approvare il giudizio il quale essi di sè stessi fanno. Difficile cosa è certo lo amare uno il quale tu non approvi; e che uno di tali costumi, chenti detti sono, da te approvato non sia, è facilissima cosa: ma non per tanto,

Poichè la povertà t’è in odio tanto.

come già disse Tiresia, trangugiarsi conviene, e quello che ammendare non si può con buon animo soffrire, essendo massimamente il legame di questa amicizia non la bontà o la virtù, ma l’utile e il guadagno.

29. Laonde cosa sciocca e a sè stessi dannosa fanno coloro i quali, a guisa di Davo, di cui ne’ Sermoni ha scritto Orazio, usando al dicembre la libertà contro ai padroni, dicono:

Essendo tu qual io, e forse peggiore.

Di niuno profitto sono queste maniere, e specialmente a chi contra la potenza e contra la superbia le usasse: anzi non si possono senza danno pensare, non che ridire, perciocchè elle si levano dalla servitù e dalla osservanza dell’amico potente, senza il quale questa amicizia non può durare

30. Non è difetto minore, ma è danno uguale di coloro i quali in qualunque ragionamento biasimano e offendono gli amici superiori, laddove riverirli e onorarli sarebbe più utile, non che più onesto. Di due cose adunque costoro da riprendere sono, tra perchè mancano dell’ufficio loro e perchè le parole co’ fatti non s’accordano perciocchè in effetto con quelli vivendo dimorano cui con parole biasimano. È il vero che i superbi e arroganti sono da esortare o ammonire che da questo studio essi ancora si ritraggano, conciossiacosachè niente si ritrovi più contrario al farsi ubbidire e onorare che l’orgoglio e l’arroganza.

31. Quegli s’onorano e riveriscono i quali per alcuna cosa lodevole a noi superiori esser sono creduti; ma chi a sè stesso il tutto attribuisce, dà a vedere sè non esser per ubbidire ad alcuno: anzi ritrovansi di quelli i quali non s’affaticano in altro che in dimostrare sè a chi che sia non volersi umiliare in qualsivoglia cosa nè del suo punto lasciarvi; questi più che la morte in odio hanno il sentirsi nominare inferiori; ben d’essere poveri detti sono contenti; gente altiera, ritrosa e malagevole e nel fare delle cose tutte severa e intollerabile, i quali se pure nominar si sentono, di subito alle ragioni corrono; le cose altrui e le loro in sulle dita annoverano e sottilmente vedere le vogliono, cosa ingiusta riputando discostarsi punto da quelle per cagione di chi che sia.

32. Questi, come di sopra è stato detto, ad altri esercizii sono da indirizzare, acciocchè in istenti e crucci l’età loro non ispendano, e ispesala, indarno la fortuna come poco favorevole non accusino siccome sogliono, essendone la colpa di essi. A noi fa di bisogno di uomo mansueto e d’ingegno facile e pieghevole, il quale un poco del torto pigliarsi e alla fortuna con animo gioioso, od almeno quieto, ubbidire sappia, talmente che per forza farlo non paia; niuno certo mal volentieri a quelli ubbidisce cui egli ha in riverenza.

33. Adunque, posciachè alla superbia resistere pur bisogna, nè cosa è che a ciò fare più potente sia che l’ubbidienza e l’osservanza, dovranno i poveri e bassi amici affaticarsi in far ogni onore e ogni servigio ai superiori, il che parte nei detti e parte ne fatti mostrerassi.

CAPO VI

Dover l’inferiore usare parole umili e rimesse: non dover

mai riprendere il padrone, non ostinatamente

contraddirgli, non farsi a motteggiarlo, nè mostrare

sentimento de suoi motteggi, ancorchè pungenti : essere

odiosa a’ grandi la taciturnità de’ suoi familiari,

ma dover però questi usar misura nel loro favellare.

34. Ne’ detti dunque, ne’ ragionamenti piacevole e dolce esser conviene, con alcuna riverenza, lontana però da ogni adulazione, di cui poco dappoi si ragionerà. E questa è cosa da farne gran conto; perciocchè più spesso che il fare a favellare ci occorre, nel quale a guadagnarsi gli animi altrui gran forza è posta.

35. Nelle parole adunque gran diligenza sopra tutto usare ci bisogna, in fare ch’elle sieno umili, rimesse, pressoché sprezzate, e perciocchè a’ tempi dilicati abbattuti ci siamo, ne’ quali, seguendo l’errore loro, niuna cagione è per la quale d’imitare altrui vergognare ci dobbiamo. Cosa prosuntuosa è non solamente l’avvisare, ma ancora il dar consiglio; ma il riprendere non è da essere tollerato.

36. Troppo lungo sarei se io volessi le cose tutte ad una ad una raccontare; il perchè l’averne il principio dimostrato sarà, secondo il mio parere, assai. Oltre a ciò, se in alcuna cosa da resistere fosse, ciò fare si deve a poco a poco e timidamente e di rado e solamente quando la necessità ci stringesse, perciocchè il fare resistenza non è di uomo ubbidiente segnale. Sogliono alcuna volta ne’ ragionamenti e ne’ conviti nascere questioni di cose dubbiose o sottili; nel che scioccamente parmi che facciano alcuni dotti e ingegnosi uomini i quali il parlare, come cosa di ragione sua, subitamente ripigliano, garriscono, disturbano ogni cosa, contraddicono ostinatamente e alla fine riprendono, ciò con parole spiacevoli e agre facendo. Questi non sono segni di osservanza nè di ubbidienza.

37. Ma diranno essi: Qual mia colpa, è, se un uom senza isperienza, senza lettera e forse ancora senza ingegno, di cose difficili ed oscure favellando, viene ad incitarmi e mettere in questione, avendo io principalmente nella cosa di cui si ragiona posto tutto il mio studio? — Anzi non è da fare a questo modo ma conviene avere rispetto e, come con un compagno e non con un nemico si lottasse, risparmiare le forze: perciocchè il tirarsi alcuna volta indietro e lasciarsi vincere profitto ci apporta; laddove il voler esser vincitore sovente danno ci arreca.

38. Da che ne nacque l’antico proverbio della Vittoria di Cadmo. Quivi replicheranno essi malagevole cosa essere questa da fare, massimamente quando gli animi sono già nella contesa riscaldati; e oltre a ciò sè non potere soffrire che altri vegga loro confessarsi d’altrui vinti in quello di che essi maestri si tengono.

39. Or dicano essi ciò che piace loro: io di questa cosa più disputare non intendo; anzi, se così vogliono pure, gliela concedo. Tengo per ben cosa certa, e sì gliele annunzio, che farlo di niuna utilità gli fie, ma sì di danno. Perciò la superbia dopo le spalle gettino, e l’alterezza dell’animo abbassino, ovvero di non sapere vivere in questa amicizia confessino.

40. Devono ancora, se prima richiesti e quasi da necessità costretti non fossero, con ogni diligenza guardarsi di non si porre a motteggiare con gli amici potenti; perciocchè nel motteggiare havvi alcuna sicurtà la quale gli uomini pari essere dimostra e la superbia risveglia. All’incontro se essi motteggiati e da qualche acuta ed odiosa parola morsi saranno, si devono perciò eglino con lieta faccia e con piacevolezza rispondere, con ogni loro sforzo massimo adoperandosi a fare che l’ira, la quale veramente non potrà in guisa alcuna star cheta, di fuori non si mostri; e quantunque più agramente del dovere trafitti si sentano, di riscuotersi non si arrischiare; perciocchè non è cosa d’uomo ubbidiente il vendicarsi delle ricevute punture.

41. Io so che quanto più alcuno sarà ingegnoso e pronto, tanto più malagevolmente ciò potrà fare; perciocchè molte cose argute gli si pareranno davanti le quali appena ei potrà tacere. Egli è una gran pazienza, essendo tu sovente percosso, a non ripercuotere; massimamente trovandoti l’armi avere in mano. Ma non pertanto l’ira è da raffrenare con grandissima diligenza, ed è da fare sì che co’ superiori anco a ragione non si contenda: perciocchè se perdono, odianoci, e se restano pari, vinti nondimeno ancora si credono: laonde il pensiero altrove rivolgono, e di coloro da’ quali una volta offesi saranno stati alcuna stima più non fanno.

42. Come adunque la superbia colla famigliarità, con gli spessi ragionamenti e colla piacevolezza si raddolcisce, così coll’alterezza, colla taciturnità e colla malinconia s’inasprisce. Oltre di questo, grande sciocchezza è a non soffrire i motti di coloro le cui villanie sopportare ci convenga. Per queste cagioni devono gli amici bassi talmente disporsi che non solamente ad ingiuria non si rechino la troppa baldanza dei potenti nel motteggiare, ma ancora confessino sè avere loro obbligo dell’essere così dimesticamente trattati.

43. Nel rimanente della vita è da serbare un mezzo tale che nel ragionare sopra tutto festevoli e gioiosi ci dimostriamo non già oltre alla convenevolezza, ma si che ogni nostro parlare alla volontà e desiderio dell’amico superiore si confaccia. Fuggasi la tristezza e taciturnità, le quali non meritano punto d’amore e per la maggior parte partoriscono odio e sospetto; perciocchè i superiori temono di non soddisfare a coloro cui veggono stare di mala voglia.

44. Abbiano gli uomini bassi nel parlare misura, il che è segno di riverenza; nè siano essi i primi a favellare, se non quando, per fuggire l’ozio, come si suole, fosse loro imposto il ragionare di alcuna cosa, conciossiachè ai superiori appartenga il comandare di qual soggetto vogliono che si ragioni. Onde giusta riprensione merita colui

Che prima che ’l padron parlar presume.

CAPO VII.

Che in questa amicizia così si dee cercar l’utilità

che si abbia il dovuto riflesso all’onestà l’adulazione

doversi schivare: si procura assegnare il mezzo

tra l’adulatore e il morditore o il zotico; dover

l’inferiore sfuggire nel suo parlare ogni disonestà.

45. Ma perchè disopra dicemmo l’adulazione essere da rimuovere da questa amicizia, veggiamo ora questo quanto vaglia. Io so molti ritrovarsi all’opinione mia contrarii i quali, ostinatamente affermando l’adulazione più di tutte l’altre cose giovevole essere, l’esempio di molte persone di niun valore adducono le quali, oltre lo aversi coll’adulare solo molte ricchezze guadagnato, a dignità e ad onori grandi sono ascesi.

46. Ma quantunque a questi nostri ammaestramenti l’utilità sola proposta sia, non per tanto non si deve l’onestà nè la giustizia lasciar addietro. Perchè guarderannosi molto di non fare per lo guadagno atti vituperevoli, e osserveranno la giustizia, se non quella che di tutti i beni è il fondamento, almeno questa che anco al volgo è nota. Se al guadagno solo e non alla onestà riguardar si deve, rubiamo le case degli amici superiori e essi nelle mani dei lor nemici diamo.

47. Devesi adunque, tuttochè il fine di questi ammaestramenti altro che utilità non sia, por mente che tanto avanti non si scorra che de’ termini della giustizia s’esca. Che cosa, per Iddio, è all’onestà più contraria dell’adulazione e delle lusinghe? le quali non solamente i vizii degli uomini mantengono, ma ancora ne, gli partoriscono, e ciò molto spesso: perché dovrà guardarsi l’uomo basso di non fare,

In luogo dell’amato lo sfacciato.

 48. Al compiacere vicine sono le lusinghe: oltre a ciò, egli è difficoltà grande a volere nelle cose tutte insegnare infin a qual termine procedere s’abbia; conciossiacosachè i vizii alle virtù quasi vicini siano, ovvero sì fattamente congiunti che la differenza discernere non se ne può. Ma non pertanto havvi alcuna misura, della quale chi vorrà usare non trapasserà i termini della onestà, e nondimeno ciò che giovevole fia potrà procacciarsi.

49. Ne’ ragionamenti adunque certo mezzo e certa misura si trova, la qual virtù gli Aristotelici, parendo loro ch’ella senza nome fosse, addimandarono Philia, cioè amicizia, da lei togliendolo in prestanza: perciocchè chi ha questa virtù suole in tutti i ragionamenti suoi umano e affabile mostrarsi non altrimenti che l’uno amico coll’altro mostrar si soglia. Ma questa virtù consiste in questo, cioè che le cose a voglia non s’abbiano a dire, e nondimeno levata ne sia la baldanza, e la malinconia e l’alterezza dopo le spalle sian gittate. È il vero che a conservare questo mezzo ci è di grande aiuto il conoscere chi noi siamo e con cui parliamo. Questo in qual modo sia da pigliare, si può, come le altre cose tutte, conoscere in quelli tra i quali alcuna differenza notabile esser si vede, siccome sono padri e figliuoli, sudditi e signori.

50. Imperciocchè chi contro il maestro dicesse cosa la quale contro alcuno privato convenevolmente detta essere si stimasse, presuntuoso e di castigamento degno riputato sarebbe. Cosa scellerata è per certo riprendere il padre, e vituperosa riprendere il maestrato; ma non disdicevole riprendere quelli che pari ci siano

51. Questa misura ne’ suoi ragionamenti dovrà costui con ogni possibile forza ritenere (essendo facil cosa incappare in alcuno errore), acciò non iscorra nell’adulazione, e nondimeno fugga il nome di morditore, ovver di zotico. Ciò farà egli, s’io non m’inganno, agevolmente, se a luogo e tempo e di qualche vantaggio loderà quelle cose le quali nell’amico superiore di lode saranno degne, e tacerà i difetti se pure alcuno ve ne fosse; perciocchè l’ammonire e il riprendere a’ pari appartiene e non agl’inferiori. Coloro i quali le cose da sè non approvate lodano, fanno ufficio da uomo malvagio, bugiardo e ingannatore.

52. Oltre a ciò dovrà ogni ragionamento esser pieno di vergogna, non solamente perchè a costumata persona bene istà, ma eziandio perchè la baldanza pare che dimostri sicurtà. Lascisi dunque la disonestà, e le cose lorde e puzzolenti non pure a nominare si vengano. Nè detti e nè fatti tutti l’uomo basso dia a vedere sè grande stima fare, quale dal superiore di lui s’abbia opinione.

CAPO VIII.

 D’alcune cose che dee schivar l’inferiore stando alla presenza

del superiore; e della pulitezza e convenevolezza del suo vestire.

 53. Ponga mente ancora a fare che gli atti, i movimenti, l’andare, lo stare, il sedere, il giacere, le mani, gli occhi, la voce non solamente non siano di belle maniere prive (comechè ciò ad altra scienza più che a questa appartenga), ma ancora di reverenza e di osservanza verso l’amico superiore diano segnale. Rimuovansi adunque i risi smoderati, i gridi e alcuni movimenti da lottatore; ischifisi parimente lo stesso sbadigliare e ispurgarsi e le altre maniere somiglianti.

54. Le cose ad animi liberi e scioperati appartenenti, alle amicizie de’ pari siano riserbate. Usisi ancora nel vestire diligenza, facendo ch’esso pulito, netto e convenevole sia, perciocchè vogliono i superiori colla dimostrazione delle ricchezze parere beati: senza chè l’avere coloro della cui opera ne’ lor bisogni si vagliano onorevoli e appariscenti, piuttosto che rozzi grossamente vestiti, è segno di magnificenza.

CAPO IX.

 Si danno all’inferiore le regole per ben operare: dover essere

assiduo nel servizio del padrone : diligente nelle proprie

incombenze; fedele e leale nel maneggio dei negozi; intutte

le cose del superiore più attento che nelle proprie.

Tanto a’ segretari nello scrivere, come ad ogni altro

nell’altra operazioni si dà per regola non dover cercare

ciò che sia meglio fatto, ma ciò che più piace al padrone.

55. Ma quantunque colle parole molta riverenza ed osservanza si mostri, non pertanto molto ancora se ne può coi fatti dimostrare. Il perchè gl’inferiori stiano apparecchiati e ubbidiscano e compiacciono a’ superiori non solamente col fare le cose loro comandate, ma anco e col farle in guisa che di fuori veduti siano: perciocchè niuno bisogno ci stringe a tenere in casa tanti famigliari, ma ciò farsi per pompa e per esserne da più riputato: e perciò quest’altre cose addietro non lascino, ma si mostrino presenti, compaiano davanti e accompagnino; siano diligenti, guardandosi nondimeno di non essere fastidiosi e pensando non una sola essere la loro impresa nella casa, perciocchè di qualunque è l’uno d’essi comuni sono gli uffici tutti.

56. Quelli i quali trovano l’iscuse ovvero sono negligenti e tardi a questa amicizia sono dannosi; e essendo essi nell’eseguire le cose loro imposte pigri e vari, persuadono quasi l’amico superiore e potente che, la mano della sua liberalità ristringendo in ogni cosa, verso di loro pigro e avaro altresì divenga.

57. Nel recare ad effetto le cose che a trattar avranno fedeli e leali siano, sì perchè egli è onestà e giusta cosa il così fare, sì ancora perchè egli è giovevole; perciocchè i superiori a coloro del tutto si danno cui fedeli esser conoscono, e per questa cagione ancora fare loro beneficio sono astretti.

58. Usino eziandio diligenza, prontezza e sagacità quale nelle sue proprie cose userebbero, e tanto maggiore ancora, se possibile fia, quanto la cura dell’altrui più malagevole esser si vede.

59. Ma queste cose sono eziandio alle altre amicizie comuni. Di questa è proprio e particolare, che l’inferiore a quello non abbia da risguardare ch’egli in qualunque cosa più comodo e più convenevole giudichi, ma a quello che al superiore più a grado sia. E questo in una cosa conosciuto nelle altre tutte potrà valere. La maggior parte di coloro i quali a qualche dignità sono accesi procaccia di aver appresso di sè uomini dotti e al comporre usi, i quali di tutte le cose opportune in nome loro le lettere compongono.

60. Quivi molte volte avviene che ad uomini ignoranti e della bellezza e della leggiadria dello stile dispregiatori le cose artificiosamente e secondo gli ammaestramenti con grandissime fatiche apparati fatte non piaceranno; quello che, meglio e più leggiadramente sarà posto, essi via ne levano, ogni cosa sottosopra rivolgono, rifanno ogni cosa. Che ci consigli tu dunque di fare? Ciò che nelle Fenisse scritto ci ha lasciato Euripide:

De’ grandi la sciocchezza è da soffrire;

 e doversi (quantunque malagevole sia il farlo) co’ pazzi far del pazzo.

61. Laonde, e nello scrivere e nelle altre operazioni terranno gli uomini bassi la volontà e il giudizio dei potenti per regola, alla quale si atterranno, con essa tutti i detti e fatti misurando; nè che ella o diretta o torta sia, riguarderanno, ma solamente in conoscerla e con diligenza osservarla si affaticheranno, e con ogni loro industria si ingegneranno di recar al fine le cose imposte loro, non secondo che a loro ben fatto parrà, ma secondo che la volontà del superiore essere conosceranno.

62. Per la qual cosa dovrà l’inferiore pratico farsi dei comandamenti del superiore, acciocchè nel viso guardatolo, ciò che ei voglia intenda. Questi sono quasi gli uffici degli uomini bassi, ovvero, per meglio dire, le radici e cominciamenti dai quali nati e prodotti sono.

63. Perciò a voler dopo raccontati e dichiarati i principii generali distinguere e trattare le parti tutte ad una ad una, c’è sembrata opera infinita e soverchia fatica.

CAPO X.

 Si passa a parlare dei doveri de’ superiori. Esser

facile che i grandi manchino ai loro uffici, e perciò

dover essi porvi maggior attenzione: i familiari esser

liberi e impropriamente chiamarsi servi. Si

rimprovera l’alterigia e l’inumanità di alcuni padroni.

64. Ai ricchi e potenti conviene con assai maggiore attenzione, acciocchè non errino, raccogliere ed osservare questi ammaestramenti; perciocchè la potenza, se ella non è con arte e con ragione governata, per sè è propriamente licenza; il perchè, se sciolta e libera alquanto gire ne la lasci, tosto che ella le forze ha pigliato, innalzasi e da niun freno rattenuta qua e là strabocchevolmente corre.

65. E certo quai possono essere i meriti d’alcuno che voglia soffrire la spietata e barbaresca superbia d’alcuni i quali è più onesto accennare che nominare? i quali veramente di tanto odio sono degni che niuna maraviglia è se ci ha di quelli i quali, tuttochè vilissimi, piuttosto in estrema povertà vivere vogliono che pure guardarli, non che tollerarli. Gli uomini poveri e di bassa condizione della istessa necessità sono abbondevolmente fatti accorti di quello che loro di fare appartenga, e se pure in qualche errore incappano, mancargli non può chi li ammendi.

66. Stimino adunque i ricchi sè ancora alle leggi sottoposti essere (quando le autorità dei padri sopra ai figliuoli è stata quasi dalla natura quasi d’una siepe attorniata, la quale chi passasse, cosa vituperosa e scellerata farebbe), nè coloro cui di ricchezze e dignità avanzano, sprezzando, del tutto abbandonino e tengano per nulla; nè tutti ancora da tutti egualmente una vilissima e alla servitù somigliantissima maniera d’osservanza ricerchino; perciocchè la differenza dei gradi delle persone ora è poca; secondo le qualità dunque di quelli, agli amici bassi le imprese assegnare si devono; perciocchè neanco i superiori sono tutti di un medesimo grado.

67. Noi dunque (perciocchè quello che insegnare intendiamo coll’esempio delle cose tra sè diversissime sarà chiaramente inteso) onoriamo e adoriamo Iddio; ma se un uomo alquanto più ricco volesse che da un povero gli facesse sacrificio sopra l’altare, non sarebbe egli da riputare pazzo? Vedesi ancora che i valorosi ed illustri cittadini non sono riveriti con quell’onore col quale il re della Persia riverire si suole.

68. Come adunque gli inferiori sono tenuti a fare l’ufficio loro non isforzatamente nè aspettando sempre il ricordo, ma volentieri e da sè, così all’incontro ai superiori appartiene non usare oltre alla convenevolezza della diligenza loro nel comandarli superbamente, ma tenere per cosa ferma sè usare dell’opera loro libera e volontaria, postochè non senza costo ne usino, e non comandare ai servi, perciocchè sono liberi, non solamente secondo le leggi, siccome è chiaro, ma ancora secondo la natura; se pure secondo la natura è servo colui del quale altro principalmente non adoperiamo se non l’uso delle membra corporali, e il quale della ragione è siffattamente partecipe che col sentimento la conosca, ma non la possegga; ma quelli i quali da principio chiamai amici inferiori non come lavoratori e portatori di pesi per la forza delle braccia e della persona, ma piuttosto per l’industria, per l’ingegno, per la esperienza delle cose e finalmente per il valore dell’animo e non del corpo sono stimati ed avuti cari.

69. Essi adunque sono liberi, e tuttochè l’usanza del parlare al congiungimento di questa amicizia l’odioso nome della servitù, come di sopra dicemmo, abbia dato, è il vero che per ciò negare non si può che l’usanza stessa non abbia cotal nome raddolcito; imperocchè coloro ancora i quali sono superiori, per esser tale usanza, di quegli servidori si confessano cui essi amano, quantunque bassi siano, talmente che questo già s’è fatto segno d’amore e di riverenza e non nome di servitù.

70. Ma gli investigatori del vero devono essere, al parer mio, della cosa più che dei nome solleciti. Mentre le guerre provvedettero agli antichi de’ servi, e dalle leggi non fu il ritenerli vietato, poco bisogno s’ebbe dell’opera e de’ servigi degli uomini liberi: perchè non deve esser meraviglia a niuno se alla cosa, la quale conosciuta quasi non era, il suo proprio nome non è stato posto. Ma poichè la virtù delle armi cominciò ne’ nostri uomini a venir meno, e abbominevole cosa parve il tener sotto il giogo della servitù quelli i quali di religione compagni ci fossero; credere si può che al principio alcune persone vili, da un poco di guadagno tratte, cominciassero a servire a’ ricchi in iscambio di servi e che, messa da poi la cosa in uso, gli uomini ancora di qualche stima cotali guadagni non abbiano rifiutato.

71. Ma tardi questa usanza nacque, cioè nel tempo che mancati erano coloro i quali nome convenevole dare e quasi fabbricare ne le potevano: laonde non conviene, secondo il mio giudicio, che in cosa nuova nome antico usurpiamo, e il farne un nuovo non ci si concede, perciocchè nostra intenzione è di trattare questo soggetto con quelle parole solamente le quali, già gran tempo innanzi che questa amicizia ritrovata fosse, tralasciate erano.

72. Ma torniamo là onde ci dipartimmo. Quelli adunque a quali a guisa di servi gli amici bassi tengono (ma chi così tenergli non si sforza?) non solamente fanno superbamente e crudelmente ma ancora ingiustamente e da tiranno. Che grandezza è quella, passeggiando per alcun luogo ogni dì gran pezzo, comandare che tutti gli amici innanzi ti vengano e, quale a destra o quale a sinistra, col capo scoperto stiano, senza pure attentarsi di guardarsi addietro? Questi e altri così fatti modi a’ re lasciar si devono. Chi a simile grado non è asceso, cessi da cotale apparenza così affettuosamente imitare, acciocchè da’ suoi odiato e dagli altrui schernito non sia.

73. Non meno crudelmente fanno coloro i quali, per ogni minima frasca, le persone, le quali spesse volte nobili saranno, usano di sgridare e ingiuriare con villane parole e ciò in pubblico e nel cospetto altrui. Che cosa fareste voi a schiavi? Certo quantunque tenuti siano gli uomini bassi a soffrire ogni cosa, nondimeno a voi è richiesto considerare quanto incarico poniate loro sopra le spalle. E perciò istimo io che quelli i quali sono arditi e sfrenati si che le mani addosso d’uomini liberi pongano, siano da castigare agramente, come persone di perduta speranza e non da ammonire.

74. È sentenza d’Aristotile, niuna cosa essere nella quale il padrone al servo, in quanto egli è servo, debba rispetto avere: ma non pertanto, posciachè i servi son pure uomini, giudica egli che verso d’essi ancora le leggi dell’umanità si abbiano ad osservare interamente. E certo fuor di tempo non fu ciò che quel falso Sauria di Plauto, quantunque servo e malvagio, essendogli da un uomo libero detto villania, rispose dicendo:

Tanto son uomo io quanto tu.

75. Ma questi tali veramente non pensano gli uomini liberi esser uomini, la condizione dei quali è appo loro assai peggiore di quella d’alcuni animali; perciocchè grandissimo studio pongono in fare che a’ cavalli, cui essi sogliono cavalcare, ottimamente atteso sia, non permettendo che molto affaticati siano, e tanto più lungo riposo sia lor concesso.

76. Ma agli uomini quando si ha riguardo alcuno? Quando nelle infermità, o negli altri bisogni lor si provvede? Qual sorte d’uomini a Roma è più indegnamente, e con più malvagità lacerata che gli amici bassi dagli uomini potenti? Questo non solamente alla carità e umiltà cristiana, ma anco nell’umanità volgare grandemente è contrario. Guardiamoci dunque di fare che l’umanità dalla fortuna non sia spenta e la libertà dalle ricchezze e dalla potenza non sia oppressa.

CAPO XI.

Si cerca in cite sia riposta la mediocrith o misura

con cui i superiori deggiono regolare i loro uffici.

Nell’imporre le cose da farsi dover essi aver riguardo

alle varie circostanze delle persone a cui le impongono:

dover usar coi famigliari un contegno dolce e umano,

non troppo severo e malinconico.

77. Gran difficoltà è posta in volere nelle cose tutte non solamente osservare la misura, ma eziandio nel pensiero stabilire quale essa sia perciocchè gli uffici si mutano secondo le persone, i tempi, le età, la natura delle cose, i costumi degli uomini, la usanza de’ luoghi e secondo altre cose le quali senza numero quasi sono.

La qual varietà di cose chi volesse in un subito vedere e intendere, converrebbe che d’ingegno acuto e al considerar presto fosse. Io tale non mi reputo ch’io sappia cosa alcuna sì sottilmente vedere: oltre a ciò parmi questo non essere al presente molto necessario; perciocchè giudico potervi soddisfare coll’ammaestrar i superiori ad osservar le cose al di sopra dette, le quali sono due. L’una, che con clemenza e amorevolezza usino dell’opera e de’ servigi degli amici, riguardando alla condizione e al grado loro: l’altra, che non siano ritrosi, non difficili, non fastidiosi.

78. Nello imporne adunque delle cose e nell’assegnare delle imprese le quali da fare saranno, abbiasi riguardo alla condizione delle persone, talmente che se alcuna cosa lorda ci sarà da trattare, quella al più vile si comandi; nè si faccia (come alcuni di perversa natura fanno) che i nobili iscopino la casa e le lordure fuori delle camere portino.

80. Le cose di molta fatica a’ deboli non si commettano, nè le vituperose a’ costumati, nè le leggieri e da giuoco agli attempati. Non fa Omero che Fenice, uomo grave e attempato, ad Achille ubbidisca in portargli la coppa da bere; ma cotale ufficio a Patroclo assegna, giovane e di un’ età medesima con lui.

81. Oltre a ciò pongano mente in non commettere a alcuno checché si sia di maggior carico o fatica o studio, se non per necessità, ovvero per qualche gran cagione: perciocchè le leggi dell’umanità ci comandano a non usare oltre alla convenevolezza e quasi per ischerzo della diligenza e della sollecitudine altrui, specialmente quando si passasse il segno; conciossiacosachè i servi ancora questo mal volentieri sopportar sogliono, e uno ne fu già che disse:

Quest’importunità di mio padrone

Ch’a quest’ora di notte m’ha svegliato

Contra mia voglia, e fammi uscir del porto:

Non poteva egli farmi andar di giorno?

82. Dicesi che Dedalo legnaiuolo avea le tenaglie e i martelli e gli altri ferri della bottega tutti vivi; ma crederem noi perciò che egli allo scarpello comandasse quello che alla scure di fare s’apparteneva? ovvero che a lei, quando niente v’era da tagliare, vietasse il riposare? Seguitiamo adunque lo esempio di questo legnaiuolo e facciamo che i comandamenti nostri siano giusti e mansueti.

83. Quelli i quali acerbamente comandando e, per ogni minima tardanza che veggano, fieramente si adirano, e per niun modo rappacificar si vogliono, oltrechè ingiustamente fanno, devono pensare sè di nemici piuttosto che di amici essere attorniati.

84. Nel parlare e nel vivere degli uomini superiori c’è alcuna piacevolezza, anzi severità, condita perciò d’umanità e dolcezza, le quali chi si troverà avere, sarà da’ suoi famigliari a guisa di padre riverito ed amato, e non a guisa di tiranno temuto; e tutti quelli i quali d’alcuno temono, in odio ancora lo hanno; ma la maggior parte delle persone, mentrechè la troppa famigliarità fuggir vuole, parendole non poter abbastanza conservare il grado suo appo coloro cui per famigliari eletti s’avrà, perversa e fera diviene.

85. Leggesi nelle istorie di Erodoto essere stato uno, per nome chiamato Deioce, di nazione medo, uomo saviissimo, il quale, perciocchè giusto era, fu fatto re.

86. Questi ebbe molte cose utilmente ordinate, e tra le altre quella la quale alla maestà reale si richiedeva; conciofossecosachè egli non volesse udire alcuno de’ sudditi suoi, se non per mezzo degl’interpreti: anzi non voleva egli da alcuno essere veduto; il che per paura dell’invidia faceva, accorgendosi che gli altri cittadini, i quali tanto tempo in un medesimo grado con esso lui vissuti erano, mal volentieri lui con tanto onore a loro preposto vedevano.

87. Egli adunque a questo male poter rimediare si credette, se non solamente dalla dimestichezza, ma ancora dal cospetto loro tolto si fosse; perciocchè a lui pareva dovere avvenire ch’essi, a poco a poco da quello che di lui pensar solevano disusati, avrebbero cominciato a concepire nelle menti loro non so che di maggior istima. E certo la cosa passa in questo modo, perciocchè il più delle volte noi coll’animo fingiamo e sospettiamo maggiori essere le cose delle quali niuna contezza o esperienza abbiamo.

88. Già non son io tale che ammaestri i superiori ad iscoprire e palesare sè stessi agli inferiori amici, come fratelli carnali; serbisi questo alle semplici e pure amistà: ma come ciò ben fatto non mi pare, così non vorrei che essi fossero severi, malinconici e intollerabili.

89. Saviamente nel vero fece Deioce, come colui il quale tra’ barbari e in una signoria nuova era, tuttochè molte cose spiacevoli provare gli abbisognasse, e sopra tutte l’esser privato della presenza e della famigliarità dei compagni, de’ parenti e de’ cittadini suoi.

90. Mantengano adunque i potenti la dignità e grado loro, ma con buon modo, e coll’animo libero grata udienza prestino agli amici domestici; rispondan loro umani e benignamente; invitingli eziandio essi qualche volta a parlare, e con esso loro, amichevolmente scherzando e alla piacevolezza inchinandosi, favellino, acciocchè conoscano se non da servi esser trattati; conciossiacosachè l’uomo di sua natura lo star soggetto abborrisca; e perciò la somiglianza della servitù, la quale molti affettuosamente s’ingegnano di fare che ne’ suoi, appaia, con somma diligenza è da nascondere e da ricoprire.

CAPO XII.

Essere ingiustizia abbondare nelle maniere cortesi

per scarseggiare con gl’inferiori nella mercede.

 91. Havvi oltre a ciò di quegli ne’ quali alcuna mansuetudine si trova, ma tutta di malizia coperta. Costoro, per potere più lungamente e senza costo delle fatiche altrui godere, pascono di speranza uomini miseri e vili, e di finta clemenza e bontà li nudriscono, acciocchè le fatiche di molti anni con alquante lusinghe voli parole lor si compensino. Lievisi questa di meretrici propria usanza; scaccinsi le frodi e gl’inganni non solamente da questa amicizia, ma ancora da tutti gli altri umani affari. E se il torre ad alcuno la roba cosa vituperevole stimiamo, perché dovrem noi riputare cosa giusta o onesta il privare altrui dei frutti della età, coloro sotto specie di bontà ingannando i quali o amici o almeno famigliari, ma senza dubbio poveri o d’aiuto privi sono?

92. Astuti ancora e maliziosi essere paionmi coloro i quali assai si credono aver rimunerato le fatiche, le vigilie, gli stenti, i travagli, i disagi e i danni tutti degli amici bassi, e largamente soddisfatto avergli col non avere dell’autorità e della maggioranza sua contro di loro ingiusta e perversamente usato; ma benevoli e mansueti essere loro stati, come da principio riguardato si fosse ad iscambiare l’una amorevolezza coll’altra, e non colle ricchezze e coi guadagni.

93. Non sarebbero costoro ingiusti, se avendo essi prima condotto alcuno suonatore, il quale chi, suono del suo strumento, mentre a tavola sedessero, li dilettasse, e demandando poi esso la mercede sua, eglino allo incontro sedere a tavola e toccando essi un altro istrumento, altrettanto suono eziandio più soave udire ne lo facessero? Certo sì; perciocchè colui quello diletto non gli prestò per riaverne altrettanto ma quasi glielo vendette.

CAPO XIII.

Essere proprio della dolcezza e umanità dei superiori

il comportare i difetti e gli errori delle parsone soggette.

94. Ma come a’ poveri conviene con pazienza umiltà soffrire quando sprezzati e straziati sono da’ superiori, così scambievolmente devono i superiori con pieghevole animo e senza ira comportare, quando in alcuna cosa gl’inferiori errassero, ovvero quando nella natura o costumi loro difetto alcuno fosse ritrovato.

95. Quanto malagevole cosa sia a chi vive secondo il volere e secondo il sentimento altrui, sì fattamente che tutti i detti, tutti i fatti e finalmente tutti i movimenti e tutti i gesti all’altrui volontà abbia ad attare, a non fallire mai, a non incappare in qualche errore, di qui si può conoscere che noi avvegnachè secondo il giudicio e il parer nostro viviamo, a noi medesimi senza difficoltà grandissime soddisfare non possiamo.

96. Se adunque avverrà che delle cose alle quali di giorno in giorno da fare occorrono alcuna men pulita e men attamente riesca; ovvero che gli amici bassi nell’eseguire delle imprese loro assegnate così squisita diligenza o sagacità o prestezza non usino com’essi vorrebbero, si dovranno perciò i superiori guardarsi di non accendersi di subita ira e di non lasciarsi da quella trasportare, come alcuni fanno, i quali in ferventissimo furore, e non di rado, trascorrono; perciocchè niente e più agevole che col pensiero disegnare in qual maniera meglio si possa qualunque cosa tu vogli da un altro esser fatta, ma il mandarla ad esecuzione non è così leggieri, per esserci molte cose le quali impediscono, disturbano e tirano indietro gli esecutori.

97. Perchè onesta cosa è perdonare a’ poveri quando errano, e esaminare sè stessi e vedere se negli animi suoi alcun difetto per avventura nascoso si stesse, per non aver a dar altrui quel biasimo che essi meritassero: perciocchè molte volte addiviene che per leggerezza o per ritrosia o per fretta o per ira de’ superiori le cose ben ordinate si guastano, e le imprese con diligenza e saviezza in assetto messe al contrario riescono. Laonde nella commedia antica è stato detto:

Quant’è misera cosa, o sommo Giove,

Divertir servo di padrone sciocco!

Guardinsi dunque da questo ancora; nè sopra gli amici l’ira loro rivolgano, dovendola piuttosto sopra sè stessi rivolgere.

CAPO XIV.

Esser obbligo del padrone dar la mercede e rimunerare

i servigi della famiglia: non dover esso lasciarle mancare

il bisognevole nè scarsamente somministrarglielo; dover

ognun procurare che i suoi lieti e volenterosi li servano.

98. Ora poichè al giogo di questa amicizia gli uomini non per amore o per carità, ma per speranza di guadagno sottentrano, è da porre ogni studio in fare che quelli i quali nell’ufficio loro diligentemente portati si sono, e riverenti pronti, fedeli sono stati, del frutto e della mercede delle fatiche loro privi non rimangano.

99. E come agli amici inferiori bene sta a non mostrarsi nel domandar alcuna cosa acerbi nè fastidiosi odimportuni, ma solamente ammonire e pregare, ciò anco vergognosamente facendo (chè chiunque il fine di ogni sua ragione minutamente vuol vedere, dall’ubbidienza e dalla osservanza molto s’allontana; e perciò a’ padri sommamente dispiace l’essere dai figliuoli dinanzi a’ giudici dimandati, perciocchè non vogliano a quegli esser agguagliati), così è cosa da uomo dubitoso e disposto ad ingiuriare il differire e aspettare il ricordo a pagare ciò che deve: conciossiachè senza dubbio tenuti siamo a guiderdonare coloro la cui vita ne’ servigi nostri si consuma.

100. Perchè i potenti e ricchi, quando a coloro i quali meritevoli ne sono usando della liberalità donano delle loro ricchezze, non si persuadono operare in essi beneficio alcuno, ma si premiarli de’ servigi e dell’onore da loro ricevuto anzi vorrei io che la mercede ne gli rendessero con quella misura colla quale ad essi le fatiche imposte hanno, o colla quale hanno voluto essere serviti a guisa della terra facendo, la quale maggior copia de’ frutti rende a chi nel coltivarla con più industria s’affatica: perciocchè, oltre che faranno quello che gli conviene, utilità grande ancora ne trarranno, essendone graziosi e benigni riputati: di che avverrà che gli animi degli amici tutti ad ubbidirgli, a servirli e a compiacerli, con ogni cura e sollecitudine s’accenderanno.

101. Gran diligenza è ancora da porre intorno a questa cosa, nella quale sogliono errare molti, cioè che i famigliari e domestici amici non infermino, non patiscano freddo, non disagio di mangiare o bere, o non siano delle più vili e più sprezzate vivande pasciuti: conciossiacosachè non in iscambio di beneficio, ma di mercede sia da porre il dare a ciascuno secondo la di lui dignità e grado.

102. Di doppio biasimo degni sono quelli i quali come a servi strettamente danno il vivere, e quello di cose cattive e grosse, ovvero quando alcuno in qualche errore incappa, col diminuimento del mangiare e del bere ne lo castigano; perciocchè primieramente contro di sè gli odii e i rammarichi di coloro incitano da cui amati e riveriti esser desiderano, dappoi sono cagione che da quelli istessi da quali vorrebbero la loro magnificenza e liberalità essere palesata (non facendo essi cotante spese ad altro fine) l’avarizia e miseria loro a discoprirsi venga.

103. Aggiungasi a questo che gli uomini così aspramente e così miseramente trattati, tosto che la speranza della benignità del superiore una volta perduta hanno, nell’avvenire alcuna stima di lui non fanno; per la qual cosa d’acquistarsi la grazia sua più non si curano, e l’acquistata facilmente andar ne lasciano, non volendo essi amare indarno nè anco esser amati, se di ciò alcun profitto non gliene segue. Quindi avviene che o niuno, o colui che è più cattivo, fa quello che deve, perciocchè, levatane la utilità, da cui cotale amicizia si costituisce, d’amicizia istessa si discioglie.

104. Per questa cagione devono gli uomini potenti credere che di utilità gli fia adoperarsi in fare che gli amici loro inferiori, quanto si possa il più lieti e di buona speranza pieni siano e gli portino amore e volonterosamente e senza rimbrotti gli ubbidiscano. Il che essi conseguiranno, se della maggioranza useranno con mansuetudine e amorevolezza, e se benignamente e largamente coloro guiderdoneranno i quali meritato l’avranno.

105. Ma ne’ presenti tempi quasi ognuno segue le leggi di alcune città, non già delle più savie, le quali colla sola paura de’ supplicii e delle pene gli uomini malvagi e rei dalla scellerata via ritrarre si sforzano; e par loro assai ottenere che i ribaldi conoscano il mal fare non essere loro d’utilità, ma sì di danno. Ma meglio è l’esempio di quelle imitare le quali talmente ordinate sono che non solamente è punito chi mal fa, ma ancora è, guiderdonato chi virtuosamente opera.

106. Pongano adunque ogni studio gli uomini grandi in fare sì che da lor famigliari siano volontariamente ubbiditi; perciocchè allora è dolce la potenza quando a persone volonterose d’ubbidire si comanda. A coloro veramente par mi che Iddio abbia dato signoria sopra genti ritrose e pronte a resistere, cui esso giudicò degni di vivere a guisa di Tantalo, quale dai poeti è finto nell’inferno essere da paura di continua morte cruciato.

CAPO XV.

Mal fare chi gode di tenere i suoi famigliari tra sè divisi

e parimente chi gode di tenerli avviliti.

 107. Da esser beffato è ancora di coloro il parere, comechè loro ottimo paia, i quali la famiglia concordi temono, e perciò in seminar discordie e inimicizie tra quella, il mantenervi odii e aumentarvegli del continuo s’affaticano; persuadendosi ch’ella, mentre seco stessa in concordia si rimane ai danni de’ padroni sempre intenda, ma tra sè divisa il ben loro procuri. Sciocco pensiero; perciocchè se a malvagi e sleali abbattuti si saranno, perchè aver piuttosto a guardarsi da loro che castigarli o privarsene del tutto? Se a costumati e leali, perchè temerli? Oltre di ciò quali servigi dagli amici tra sè divisi aspettar si possono?

108. Imparino dunque i superiori l’arte di saper usare della maggioranza, perciocchè ella non è cosa facile nè da ciascuno conosciuta; anzi, se il vero investigar vorremo, non opera del tutto umana, ma per una grandissima parte divina essere ne la troveremo. Ma questa dottrina, da altra scienza è da pigliare, e chiunque lo saprà, otterrà per certo e facilmente d’essere molto amato e riverito eziandio da quelli i quali tra sè di fratellevole amore saranno congiunti.

109. Ma non pertanto quella scienza un utilissimo ammaestramento ci dà, il quale è, che a qualche maggioranza procacci la volontà e l’amore di coloro guadagnarsi i quali ha per soggetti; perciocchè a questo modo la signoria viene ad essere più riguardevole e più sicura, e l’uso de’ soggetti più utile o più dilettevole.

110. Laonde maggior biasimo quelli meritano i quali co’ lor famigliari continua guerra fanno, e non solamente non li difendono, ma ancora li straziano e a guisa di nemici, quanto possono il più, li danneggiano; e quanto più sagace e più fedele alcuno ne conoscono, tanto più lo avviliscono, temendo non colui, se pure una fiata di valore alcuno diventi, per un altro lo abbandoni, ovvero al suo particolare utile attenda.

CAPO XVI.

Per persuadere a’ grandi lo stringere vera e pastosa amicizia

co’ loro famigliari dopo averli sperimentati fedeli e conosciuti

degni, si mostra l’utilità che da ciò verrebbe e la facilità

di farlo: e con questo si dà fine al trattato.

 111. Meglio veramente sarebbe che come gli antichi que’ servi da’ quali erano stati fedelmente serviti franchi facevano, così noi i nostri dalla servile famigliarità alla graziosa e libera introducessimo: nè ciò solamente meglio, ma di più profitto ancora ci sarebbe. Qual podere, per Iddio, qual campo si trova tanto grasso, tanto fertile, tanto d’ogni maniere di frutti abbondevole? Oltre a ciò non è egli da stimare molto più che e le persone e le cose nostre siano governate da veri e graziosi amici che da uomini nei quali non che amore alcuno, ma non pure ombra d’amore appaia?

112. Veramente coloro i quali la vita loro quasi ad usura prestano, fare non possono che alla mercede delle loro fatiche e alla dubbiosa speranza della utilità non risguardino, di niuna altra cosa che di sè stessi solleciti e crucciosi, perciò, come i lavoratori della terra, i quali non i suoi, ma gli altrui campi lavorano, non piantano alberi, non ingrassano campi, non acconciano nè abbelliscono edifici, ma solamente quello attendono che con pochissima spesa grandissima copia di frutti lor rende; e così essi, mentre a guisa di lavoratori servono, niente ad utilità de’ Superiori fanno, niuno studio in conservare, non che in aumentare le cose loro pongono, nè quando ancora ignudi e mendichi fossero, si curano; ma di rubare quanto più e quanto più tosto possono con ogni arte s’ingegnano.

113. Ma perchè, dalla viltà del guadagno tolti, alla carità e alla libera e graziosa amicizia introdotti sono, tantosto non come padroni lavoratori de’ poderi, non solamente all’utile e comodo che di quella amicizia d’anno in anno traggono sono intenti, ma eziandio in fare che noi bene e agiatamnete stiamo con ogni studio s’affaticano.

114. E così, caramente amandoci, ogni fatica prendono, ad ogni periglio s’arrischiano, per noi non meno che per sè stessi: non si stancano, non cessano mai, non cosa alcuna senza nostra saputa si procacciano.

115. Questa si fatta amistà, se noi colla superbia nostra non calpestiamo l’umanità, e, deposta la natura d’uomo, quella di fiera non vestissimo, da sè stessa certo nascerebbe e andrebbe crescendo. E veramente niuna cosa può ad uomo più comoda avvenire che la dimestichezza d’un altro uomo, specialmente conforme, avere; talchè dicono gl’intendenti di simile materia non potere savio, il quale solo si trovi, esser beato.

116. Ma certo non è cosa veruna da fare più agevole e tenere grandemente cari coloro dalla cui grata famigliarità sentiamo diletto. Oltre a ciò, grande è la forza del vivere e dell’abitare insieme ad operare che gli uomini si amino l’uno e l’altro. E ciò esser vero si conosce dal desiderio il quale mostrano alcuni animali quando da quelli sono disgiunti coi quali solevano andarsene pascendo, talmente che allanatura umana forza mi paiono fare coloro i quali non amano col cuore e non guiderdonano amorevolmente colui il quale sagace, fedele e costumato esser comprendono, e dal quale sè amati e riveriti essere conoscono per la esperienza.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 31 dicembre 2009