Messer Giovanni della Casa

Trattato degli uffici comuni

tra gli amici inferiori e superiori

Edizione di riferimento

Giovanni Della Casa Prose ed alcune rime Biblioteca scelta di opere italiane antiche e moderne, Volume unico, per Giovanni Silvestri, Milano 1826

Biblioteca Enciclopedica Italiana vol. XI Milano per Nicolò Bettoni e comp. M.DCCC.XXXI, Prosatori del secolo XVI Agnolo Firenzuola – Giovanbatista Gelli –Pierfrancesco – Giambullari – Baldassar Castiglione – Giovanni della Casa – Annibal Caro – Torquato Tasso – Milano per Nicolò Bettoni e comp. M.DCCC.XXXl

1.

Io istimo, che di un grande e continovo travaglio privi fossero gli antichi, li quali non di uomini liberi, come quasi è nostra usanza, ma di servi la famiglia loro fatta avevano, della cui opera, e per agio del vivere, e per farsi riputare, e per gli altri bisogni della vita si servivano. Imperciocchè, essendo la natura dell’uomo nobile, ampia e diritta, e al comandar assai più che all’ubbidire atta; dura e odiosa impresa coloro si pigliano, i quali sopra essa gagliarda e intiera di forze, la maggioranza, come oggidì si fa, vogliono esercitare. Agli antichi non fu, al mio parere, difficile o noiosa cosa il comandare a quelli che già domati e quasi dimesticati erano, come gente a cui o le catene, o le lunghe fatiche, o l’animo infino dalla fanciullezza servile, avesse l’orgoglio e la forza levata. Noi per lo contrario con animi robusti, gagliardi e quasi feri abbiamo affare, i quali pel vigore della natura lo star soggetto rifiutano e odiano, e per conoscersi liberi a’ padroni fanno resistenza, o almeno ricercano e dimandano (il che spesso con ragione, ma talvolta ancora senza, da essi vien fatto) che nel comandargli alcuna regola si servi. Da che nasce, che di querele, di rimbrotti, di quistioni ogni cosa è piena. Ed è così certo; perciocchè noi delle cose nostre siamo giudici ingiusti, e essendo vero che ognuno le cose sue più che le altrui, quantunque di valore uguali, oltre al convenevole apprezzi, e perciò si persuada sempre avere dato più che ricevuto, la cosa non può con pari passo andare. Quinci nasce la noiosa querela dell’uno: – Io a casa tua consumato mi sono; e il rimproverare dell’altro: – Io mantenuto ti ho, e pasciuto e onorato. Emmi per questo paruto cosa degna dell’ufficio dell’uomo, e a me non disdicevole, operare sì che, se possibile fia, cotai discordie e rammarichi s’acquetino e si levino via. Perchè sopra ciò molte fiate considerato avendo, insieme ho raunato alcuni ammaestramenti, e quasi composto un’arte di quella amicizia, la quale è tra gli uomini potenti e ricchi, e le persone basse e povere, e a cui l’odioso nome della servitù, per la simiglianza che con lei ha, è stato posto: acciocchè per opera mia, se pure ottenere lo potrò, all’uno e all’altro il modo si dia, col quale possa ciascuno che attarvisi voglia, tranquilla e pacificamente godere di quello, perchè a vivere in tale amicizia sè stesso recato avesse, la quale molto più che tutte l’altre, di turbazioni piena pare che sia. Volendo noi adunque di una sola e certa compagnia e amicizia di uomini gli ammaestramenti dare, e diverse trovando essere le maniere delle amicizie, quale ad un fine e quale ad un altro riguardanti, necessaria cosa giudico quella, di cui al presente ragionar intendiamo, distinguere dalle altre, acciocchè quantunque di tutte insiememente alcuna dottrina dare si soglia, la quale a più copiosa e più profonda scienza appartiene, nondimeno essendoci ancora di questa i suoi particolari ammaestramenti, quelli siano da noi chiaramente d’uno in uno dimostrati,

2.

Gli uomini adunque a vivere e dimorar insieme si riducono, ovvero tirati dalla dolcezza de’ piaceri e del desiderio di sentir i diletti, ovvero mossi dalla cupidigia delle ricchezze, degli onori, delle potenze e delle altre cose simiglianti; quelle d’acquistare e aumentare ingegnandosi, il che sotto il nome dell’utilità viene ad esser contenuto; ovvero accesi della bellezza dell’onestà e dello splendore della virtù. Della prima ragione (per fare la cosa cogli esempi più chiara) sono gli amori lascivi, e le cose che dilettano i sentimenti del corpo, e le altre, le quali Piaceri sono chiamate. Della seconda è l’utilità; la quale a molte cose si stende, cioè al corpo tutto della città primieramente, e poi a ciascuna delle parti d’essa: imperciocchè tra i cittadini è generata una comune amicizia, affinchè tutti insieme salvi e sicuri essere possano. Oltre a questa, molte ce ne sono delle particolari, trovate solamente per guadagnare e acquistare. Della terza è quella, la quale abbraccia l’amicizia non di uomini volgari e meccanici, ma di virtuosi e buoni, quando quello, ch’è onesto e lodevole, non per utile alcuno, ma per la sua propria forza e dignità, gli uomini della virtù amatori con fortissimo legame insieme annoda e strigne. Quando gli uomini bassi alle amicizie de’ primi della città s’accostano; e per lo contrario quando i grandi, ricchi e potenti, le persone vili e povere in casa loro ricevono; amendue pare che della vaghezza dell’onestà non si curino punto, ma solamente alla utilità, ovvero al diletto intenti sieno. La quale cosa da questo conoscer si può, che quelli non ad uomini da bene, giusti, valorosi e costumati, ma a liberali e ricchi, se pure l’uno e l’altro possono ritrovare, procacciano di servire; questi all’incontro altri, che faticosi, sagaci, diligenti, utili e moderati, non ricercano, tali apprezzando più che qualunque virtuoso. Perchè gli ammaestramenti della vera e propria amistà, la quale gli animi de’ buoni e virtuosi colla simiglianza de’ costumi di fermo e caritativo amore annoda insieme, a questa servire non potranno; conciossiacosachè a diverse ragioni di cose i medesimi ammaestramenti non convengono. Ma che queste siano cose diverse da’ fini loro, i quali diversi sono, si comprende.

3.

Sono oltre a ciò tra sè divise le amicizie degli uomini; perciocchè o elle sono tra persone uguali, come tra l’uno fratello e l’altro; o elle sono tra disuguali, come tra ‘l padre e il figliuolo. Ma a volere truovare le ragioni di questi uffici, grandemente giova il vedere in quale di queste due sia da porre l’amicizia, di cui parliamo, benchè la cosa sia manifesta; conciossiacosachè dubitare non si possa, ch’ella non sia della seconda ragione, cioè tra persone disuguali. Ma quantunque il fatto così si stia, la cosa non per tanto è poco, o almeno non compiutamente intesa. Il perchè è da stabilire e conchiudere quale sia quella cosa, la quale in questa ragione d’amicizia il primo luogo tiene, acciocchè non la sapendo, a tentoni non andiamo, se adunque da sapere, che in ciò non è, come in molte altre cose, il primo luogo alla dottrina, non alla età, non alla nobiltà, non alla virtù, ma sì alle ricchezze, alla dignità e alla potenza dato. Le quai tre cose è da desiderare che ci si trovino tutte, altrimenti, all’una d’esse almeno servire conviene. E ciò esser vero, di qui apertamente si conosce, che sovente per la mutazione dell’una di osse, la condizione dell’amicizia parimente si muta, e avviene che molti non solamente pari divengono a quegli, cui già comandarono, ma ancora tal volta minori; e coloro alle dignità e ricchezze saliti, riveriscono e onorano, laddove prima da loro riveriti e onorati erano.

4.

Per la qual cosa, se ad alcuno piace così, questo dell’altre amicizie sia il modo, e quasi la forma, cioè; che elle abbiano la ragione fatta di quanto vaglia ciascuno, e chiunque sè stesso tanto apprezzi, quanto merita, nè più disideri o comporti esser dall’amico apprezzato. Ma a noi convien intender, che questa cosa altrimenti stia; perciocchè la maggior parte degli uomini s’inganna, il cui errore è da levar via, acciocchè, come è loro usanza, non abbiano a confondere ogni cosa. Eglino adunque, quando ciò nell’animo rivolgeranno, doveranno ricordarsi, che non a tutte le cose, ma solamente alle ricchezze e alla potenza riguardo s’ha da avere: conciossiacosacchè totale amicizia sia fermata con patto, che il tutto a’ ricchi e potenti si conceda, per ciò solamente che ricchi e potenti siano. Il perchè coloro i quali confessano, anzi co’ fatti dimostrano, di non poter sofferire la povertà, e hanno bisogno delle altrui facultà e potenza, astengansi dal rimproverarci, nè tanta stima facciano dello ingegno, o della nobiltà, o della dottrina (nelle quali cose, quantunque per altro lodevoli, essi ancora poco si confidano), che perciò sè dover essere agguagliati, ovvero proposti a’ superiori, si persuadano. Ma dirammi alcuno: – Io son migliore, più dotto e più nobile, e in altro non sono da meno, che in una sola cosa, la quale veramente non è posta nella virtù, ma dipende dalla fortuna. Or sia pure comunque si voglia; io lascio andare, che questi tali per lo più sono troppo grandi amatori di sè stessi, e troppo s’apprezzano; ciò è sempre da avere innanzi agli occhi; niuno luogo in questa amicizia rimaso esser alle cose, delle quali eglino si vantano; ma il pregio alle ricchezze e alla potenza essersi riserbato. Laonde a quello è di acchetarsi che una fiata piacque. Fu da rifiutare la condizione allora quando ella si offeriva loro, ovvero da non biasmare posciachè vi si accordarono

5.

Era legge degli Etiopi di fare lor re colui, il quale tra loro di più alta statura essere si truovava. Se adunque uno filosofo, il quale di picciola statura fosse stato, avesse procurato di farsi re dell’Etiopia, non doveva egli per ciò della sua prosonzione, secondo quella legge, esser castigato? O, non è egli più da stimare la sapienza, che l’alta statura, o qualunque altra forma corporale? Certo sì: ma non per tanto que’ popoli vivono sotto quella legge, la quale cosa ingiusta a guastare sarebbe. Così noi quella legge osservare dobbiamo, la quale l’usanza e ‘l viver comun ci ha dato, e noi medesimi ancora imposta ci siamo. Perciocchè, non che ad alcumo sii da concedere più di quello a che egli ha voluto aversi riguardo, ma molte volte si vede una istessa cosa, per la giunta di qualcun’altra eziandio lodevole, più vile divenire. Le meretrici quanto più di vergogna hanno, tanto sono da meno, perciorchè l’officio loro è di compiacere per danari a chiunque le richiede; perciò lo avere vergogna, quantunque per sè cosa lodevole sia, men compiute nell’officio loro a fare ne le viene; laddove l’esserne senza, che di sua natura è biasimevole, da molto più divenire le fa. Sono alcune città le quali hanno per usanza di mandar in esilio a volontà del popolo que’ cittadini, quantunque innocenti, i quali veggano essere in qualche virtù più degli altri eccellenti, e questa usanza non è molto biasimata da Aristotile maestro di coloro che sanno; nè per altra cagione ciò in quelle città si fa, se non perchè volendo esse, che tutte le cose loro pubbliche con pari passo procedesseco, giudicavano ogni cosa, qual ch’ella si fosse, la quale si trovasse più eccellente dell’altre, essere da tagliare, e quasi da abbassare, sì veramente che alla virtù, la quale troppo s’innalzasse, niuno riguardo s’avesse. Laonde poichè alle ricchezze l’onore e la signoria s’è dato, quelle solo, gittato tutto il resto dopo le spalle, s’apprezzino, a quelle solo la virtù, la nobiltà, la dottrina si sottoponga. Quelli che ciò fare non vogliono, de’ quali la moltitudine è grande, tali in questa amicizia riputati esser deono, quali nelle città i cittadini di nimicizie e scandali commettitori. Questa amicizia è tra coloro, i quali di ricchezze e d’autorità sono disuguali; e quello che insieme li congiunge, non è amore, ma utilità. Da che si conchiude, molto, come s’è detto, ingannarsi coloro, i quali colle leggi della vera e propria amistà, questa di governare si presumono; anzi fastidioso è chi alcuna grande benivolenza in essa desidera, di scambievole e fervente amore piena.

6.

Egli fa di mestieri a distinguere l’una ragione d’amicizia dall’altra, acciocchè in una sola il tutto da ciascuno pazzamente non si li cerchi. Perciocchè il credere che coloro, i quali non ad altro che alla utilità propria intenti sono, di tanto benevoli essere ci debbiano, che più stimino l’altrui profitto che ’l suo, è cosa da uomo nel desiderare disordinato e nel considerare trascurato. Con tutto ciò non è ad amendue la medesima utilità proposta, ma i potenti le fatiche e i servigi da’ bassi ricercano; i bassi all’incontro ricchezze e dignità dai potenti disiderano. Quinci avviene, che gli nomini potenti, siccome quelli che di ricchezze abbondevoli sono, d’alcuno guadagno non si curano, ma solamente si appagano del vedere questa così fatta amicizia allo splendore della dignita essergli onorevole, agli agi del vivere, al farsi riputare, al fornire delle bisogne loro, e a molte altre cose non pure diletto, ma utile ancora donargli. Ma gli uomini bassi, siccome poveri e bisognosi di dignità e danari, e siccome deboli, potenti e ricchi, quasi per sostegno loro, ricercando vanno. Essendo adunque le cose sì fattamente ordinate, e giovando in ogni altra cosa il sapere con cui affare s’abbia, in questa sopra tutto grandemente giova il conoscere gli animi, le volontà e i desiderii di quegli co’ quali a vivere abbiamo, acciocchè sappiamo, o a quelli attarci, o del tutto rifiutare il partito; e perciò di grandissima utilità fia investigare, e quanto per me si potrà, mettere innanzi agli occhi di ciascuno, e quasi far assaggiare la natura de’ ricchi e potenti, e dei bassi e poveri altresì.

7.

Ma non per tanto non vorrei, che da me si aspettasse che io di queste cose molto sottilmente disputassi: perciocchè nè in tutte le cose ad un modo medesimo è da ricercare la sottigliezza, nè in questo è da volere, che più minutamente se ne ragioni che non la natura e la qualità del suggello permette. I ricchi adunque sono superbi e fastidiosi oltre modo; perciocchè vivono quasi come se di qualunque bene abbondantissimi fossero. E perciocchè ogni cosa al danajo apprezzar si suole, e con quello il tutto si compera, istimano essi, per la molta copia che ne posseggono, appresso di sè avere il prezzo delle cose tutte, e perciò beati si tengono. Aggiugnesi a questo, ch’essi veggono gran parte degli uomini in acquistare e aumentare delle facultà occupata, e con tutto l’animo alle ricchezze intenta; perciò di quelle, come d’un singulare, maraviglioso e da tutti desiderato bene si gloriano, sprezzando altrui, e per nulla tenendo. Questa superbia e arroganza molto maggiore ancora, e certo non senza ragione, diventa, perciocchè molti molte cose da’ ricchi chiedere sono sforzati; e ancora perciocchè delle signorie degni si credono, stimando che le signorie e gli stati per le ricchezze, delle quali essi largamente abbondano, sieno desiderati. Sono adunque le ricchezze di vanagloria e orgoglio pieno, e la licenza, compagna della superbia, se ne menano seco; perciocchè difficil cosa è, se la ragione e la prudenza per avventura non vi s’intramettono, a non levarsi in superbia per li favori della fortuna. Sogliono ancora i ricchi oltra misura essere morbidi; perciocchè sono dilicati e femminili; e colla dimostrazione delle facoltà beati vogliono essere riputati. E, per dirlo in una parola, pazza cosa, ma fortunata e avventurosa è la ricchezza. E questi difetti nelle ricchezze nuove sono peggiori, che nelle antiche; imperciocchè coloro, i quali di subito son divenuti ricchi, con assai poco giudizio della liberalità e della magnificenza usano, siccome di molti nella città di Roma si vede. Nel che, se alcuno peravventura fosse, il quale ciò per suo biasimo da me esser detto presumesse, questi vorrei io che stimasse me, non degli uomini, ma della cosa propriamente ragionare. I costumi de’ potenti alla natura e alla usanza de’ ricchi sono in parte simiglianti, e in parte alquanto migliori; perciocchè in essi è il desiderio dell’onore, l’animo generoso e all’operare pronto, conciossiacosachè la potenza gliene presti la via, e la dignità gli aggiunga alcuna gravità.

8.

L’avere infin a qui detto de’ costumi dei ricchi e de’ potenti, voglio che mi basti. Nella povertà e nella bassezza le cose del tutto contrarie si ritrovano; il perchè i poveri e i bassi doveranno verso i ricchi e i potenti sì fattamente portarsi, che non solamente sopportino volentieri, ma eziandio nascondano amorevolmente le ingiurie, le offese, le melensaggini loro, amandogli quanto più per loro si può, o almeno in ogni parte onorandogli e avendogli in riverenza, perciocchè d’esser amati gli è sommamente caro; parendo loro che chi gli ama, gli appruovi. Talchè istimandosi i ricchi d’ogni cosa degni, sentono gran piacere di vedersi dagli amici onorati e serviti, perciocchè giudicano quelli appruovare il giudicio, il quale essi di sè stessi fanno. Difficile cosa è certo lo amare uno, il quale tu non appruovi; e che uno di tali costumi, chenti detti si sono, da te approvato non sia, è facilissima cosa, ma non per tanto

Poichè la povertà t’è in odio tanto,

come già disse Tiresia, trangugiarlasi conviene, e quello che ammendare non si può, con buon animo sofferire, essendo massimamente il legame di questa amicizia, non la bontà o la virtù, ma l’utile e il guadagno. Laonde cosa sciocca e a sè stessi dannosa fanno coloro, i quali a guisa di Davo, di cui ne’ Sermoni ha scritto Orazio, usando al dicembre la libertà contro a’ padroni, dicono:

Essendo tu qual io, e forse peggiore.

Di niuno profitto sono queste maniere, e spezialmente a chi contra la potenza e contra la superbia le usasse, anzi non si possono senza danno pensare, non che ridire, perciocchè elle ci levano dalla servitù e dalla osservanza dell’amico potente, senza il quale questa amicizia non può durare.

9.

Non è difetto minore, ma è danno uguale di coloro, i quali in qualunque ragionamento biasimano e offendono gli amici superiori, laddove riverirli e onorarli sarebbe più utile, non che più onesto. Di due cose adunque costoro da riprendere sono, tra perchè mancano dell’ufficio loro, e perchè le parole co’ fatti non s’accordano: perciocchè in effetto con quelli vivendo dimorano, cui con parole biasimano. È il vero, che i superbi e arroganti sono da esortare e ammonire, che da questo studio essi ancora si ritraggano; conciossiacosachè niente si ritruovi più contrario al farsi ubbidire e onorare, che l’orgoglio e l’arroganza. Quegli s’onorano e riveriscono, i quali per alcuna cosa lodevole, a noi superiori esser sono creduti; ma chi a sè stesso il tutto attribuisce, dà a vedere, sè non essere per ubbidire ad alcuno: anzi ritruovansi di quelli, i quali non s’affaticano in altro, che in dimostrare sè a chi che sia non volersi umiliare in qualsivoglia cosa, nè del suo punto lasciarvi; questi più che la morte in odio hanno il sentirsi nominare inferiori: ben d’esser poveri detti sono contenti: gente altiera, ritrosa e malagevole, e nel fare delle cose tutte severa e intollerabile; i quali, se pure nominar si sentono, di subito alle ragioni corrono; le cose altrui e le loro in sulle dita annoverano, e sottilmente vedere le vogliono, cosa ingiusta riputando l’iscostarsi punto da quelle, per cagione di chi che sia. Questi, come di sopra è stato detto, ad altri esercizii sono da indrizzare, acciocchè in istenti e crucci l’età lor non ispendano, e ispesala, indarno la fortuna come poco favorevole non accusino, siccome sogliono, essendone la colpa di essi. A noi fa di bisogno di uomo mansueto e d’ingegno facile e pieghevole, il quale un poco del torto pigliarsi, e alla fortuna con l’animo gioioso, od almen quieto, ubbidire sappia, talmente che per forza farlo non paia: niuno certo malvolentieri a quelli ubbidisce, cui egli ha in riverenza.

10.

Adunque posciachè alla superbia resistere pur bisogna, nè cosa è che a ciò fare più potente sia, che l’ubbidienza e l’osservanza, doveranno i poveri e bassi amici affaticarsi in far ogni onore e ogni servigio a’ superiori, il che parte ne’ detti e parte ne’ fatti mostrerassi. Nei detti dunque e ne’ ragionamenti piacevole e dolce esser conviene, con alcuna riverenza, lontana però da ogni adulazione, di cui poco dappoi si ragionerà. E questa è cosa da farne gran conto; perciocchè più spesso, che ‘l fare, a favellare ci occorre, nel quale a guadagnarsi gli animi altrui gran forza è posta. Nelle parole adunque gran diligenza sopra tutto usare ci bisogna, in fare ch’elle siano umili, rimesse e pressochè sprezzate; perciocchè a tempi dilicati abbattuti ci siamo, ne’ quali seguendo l’errore loro, niuna cagione è, per la quale d’imitare altrui vergognare ci dobbiamo. Cosa prosontuosa è non solamente l’avvisare, ma ancora il dar consiglio; ma il riprendere non è da essere tollerato. Troppo lungo sarei se io volessi le cose tutte ad una ad una raccontare; il perchè l’averne il principio dimostrato sarà, secondo il mio parere, assai. Oltre a ciò, se in alcuna cosa da resistere fosse, ciò fare si deve a poco a poco, e timidamente e di rado, e solamente quando la necessità ci strignesse, perciocchè il far resistenza non è di uomo ubbidiente segnale. Sogliono alcuna volta ne’ ragionamenti e ne’ conviti nascere quistioni di cose dubbiose e sottili; nel che scioccamente parmi che facciano alcuni dotti e ingegnosi uomini, i quali il parlare, come cosa di ragione sua, subitamente ripigliano, garriscono, disturbano ogni cosa, contraddicono ostinatamenle, e alla fine riprendono, ciò con parole spiacevoli e agre facendo. Questi non sono segni di osservanza, nè di ubbidienza. Ma diranno essi, qual mia colpa è, se un uom senza isperienza, senza lettera, e forse ancora senza ingegno, di cose difficili ed oscure favellando, viene ad incitarmi e mettere in quistione, avendo io principalmente nella cosa, di cui si ragiona, posto tutto il mio studio? Anzi non è da fare a questo modo, ma conviene aver rispetto, e come con un compagno e non con un nemico si lottasse, risparmiare le forze: perciocchè il tirarsi alcuna volta indietro e lasciarsi vincere, profitto ci apporta; laddove il voler esser vincitore sovente danno ci arreca. Da che ne nacque l’antico proverbio della Vittoria di Cadmo. Quivi replicheranno essi, malagevole cosa essere questa da fare; massimamente quando gli animi sono già nella contesa riscaldati; e oltre a ciò sè non potere sofferire, che altri vegga loro confessarsi d’altrui vinti in quello di che essi maestri si tengano. Or dicano essi ciò che piace loro; io di questa cosa più disputare non intendo; anzi, se così vogliono pure, gliela concedo. Tengo ben per cosa certa, e sì gliele annunzio, che ’l farlo, di niuna utilità gli fie, ma sì di danno. Perciò la superbia dopo le spalle gettino, e l’alterezza dell’animo abbassino, ovvero di non sapere vivere in questa amicizia confessino.

11.

Deono ancora, se prima richiesti, e quasi da necessità costretti non fossero, con ogni diligenza guardarsi di non si porre a motteggiare con gli amici potenti: perciocchè nel motteggiare hacci alcuna sicurtà, la quale gli uomini pari essere dimostra, e la superbia risveglia. All’incontro, se essi motteggiati, e da qualche acuta e odiosa parola morsi saranno, si deono perciò eglino con lieta faccia e con piacevolezza rispondere, con ogni loro sforzo adoperandosi a fare, che l’ira la quale veramente non potrà in guisa alcuna star cheta, di fuori non si mostri; e quantunque più agramente del dovere trafitti si sentano, di riscuotersi non si arrischiare; perciocchè non è cosa d’uomo ubbidiente il vendicarsi delle ricevute punture. Io so, che quanto più alcuno sarà ingegnoso e pronto, tanto più malagevolmente ciò potrà fare; perciocchè molte cose argute gli si pareranno davanti, le quali appena ei potrà tacere. Egli è una grande pazienza, essendo tu sovente percosso, a non ripercuotere; massimamente trovandoti l’armi avere in mano. Ma non per tanto l’ira è da raffrenare con grandissima diligenza, ed è da fare sì, che co’ superiori anco a ragione non si contenda: perciocchè se perdono, odianoci; e se restano pari, vinti nondimeno ancora si credono: laonde il pensiero altrove rivolgono, e di coloro da’ quali una volta offesi saranno stati, alcuna stima più non fanno. Come adunque la superbia colla famigliarità, con gli spessi ragionamenti e colla piacevolezza si raddolcisce, così coll’alterezza, colla taciturnità e colla maninconia s’inasprisce. Oltre di questo, grande sciocchezza è a non sofferire i motti di coloro, le cui villanie sopportare ci convenga. Per queste cagioni deono gli amici bassi talmente disporsi, che non solamente ad ingiuria non si rechino la troppa baldanza de’ potenti nel motteggiare, ma ancora confessino se avere loro obbligo dell’essere così dimesticamente trattati. Nel rimanente della vita è da serbare un mezzo tale, che nel ragionare sopra tutto festevoli e gioiosi ci dimostriamo; non già oltre alla convenevolezza, ma sì che ogni nostro parlare alla volontà e desiderio dell’amico superiore si confaccia. Fuggasi la tristezza e taciturnità, le quali non meritano punto d’amore, e per la maggior parte partoriscono odio e sospetto, perciocchè i superiori temono di non soddisfare a coloro, cui veggono stare di mala voglia. Abbiano gli uomini bassi nel parlare misura, il che è segno di riverenza; nè siano essi i primi a favellare, se non quando per fuggire l’ozio, come si suole, fosse loro imposto il ragionare di alcuna cosa; conciossiacosachè a’ superiori appartenga il comandare di qual soggetto vogliono che si ragioni. Onde giusta riprensione merita colui

che prima che ’l padron parlar presume.

12.

Ma perchè di sopra dicemmo l’adulazione essere da rimuovere da questa amicizia, veggiamo ora questo quanto vaglia. Io so molti ritrovarsi all’openione mia contrari, i quali ostinatamente affermando l’adulazione più di tutte l’altre cose giovevole essere, l’esempio di molte persone di niun valore adducono; le quali oltra lo aversi coll’adulare solo molte ricchezze guadagnato, a dignità e ad onori grandi sono ascesi. Ma quantunque a questi nostri ammaestramenti l’utilità sola proposta sia, non per tanto non si deve l’onestà, nè la giustizia lasciar addietro. Perchè guarderannosi molto di non fare per lo guadagno atti vituperevoli, e osserveranno la giustizia, se non quella che di tutti i beni è ’l fondamento, almeno questa che anco al volgo è nota. Se al guadagno solo, e non alla onestà risguardar si dee, rubiamo le case degli amici superiori, e essi nelle mani de’ lor nemici diamo. Deesi adunque, tuttochè il fine di questi ammaestramenti altro che utilità non sia, por mente, che tanto avanti non si scorra che de’ termini della giustizia s’esca. Che cosa, per Dio, è all’onestà più contraria dell’adulazione e delle lusinghe? le quali non solamente i vizii degli uomini mantengono, ma ancora ne gli partoriscono; e ciò molto spesso; perchè dovrà guardarsi l’uomo basso di non fare

In luogo dell’amico lo sfacciato.

13.

Al compiacere vicine sono le lusinghe: oltre a ciò, egli è difficultà grande a volere nelle cose tutte insegnare infin a qual termine a procedere s’abbia, conciossiacosachè i vizii alle virtù quasi vicini siano, ovvero sì fattamente congiunti, che la differenza discernere non se ne può. Ma non per tanto hacci alcuna misura, della quale chi vorrà usare, non trapasserà i termini della onestà, e nondimeno ciò che giovevole fie, potrà procacciarsi. Nei ragionamenti adunque certo mezzo e certa misura si truova, la qual virtù gli Aristotelici, parendo loro ch’ella senza nome fosse, addimandarono Philia, cioè Amicizia, da lei togliendolo in prestanza: perciocchè, chi ha questa virtù, suole in tutti i ragionamenti suoi umano e affabile mostrarsi, non altrimenti che l’uno amico coll’altro mostrar si soglia. Ma questa virtù consiste in questo, cioè, che le cose a voglia non s’abbiano a dire, e nondimeno levata ne sia la baldanza; e la maninconia e l’alterezza dopo le spalle sian gittate. È il vero, che a servare questo mezzo ci è di grande aiuto il conoscere, chi noi siamo, e con cui parliamo. Questo in qual modo sia dea pigliare, si può, come le altre cose tutte, conoscere in quelli, tra i quali alcuna differenza notabile esser si vede, siccome sono padri e figliuoli, sudditi e signori. Imperciocchè chi contra il maestro dicesse cosa, la quale contra alcun privato convenevole detta essere si stimasse, prosontuoso, e di castigamento degno riputato sarebbe. Cosa scellerata è per certo riprendere il padre, e vituperosa riprendere il maestro: ma non disdicevole riprendere quelli che pari ci siano. Questa misura ne’ suoi ragionamenti doverà costui con ogni possibile forza ritenere (essendo facil cosa incappare in alcuno errore) acciò non iscorra nell’adulazione, e nondimeno fugga il nome di morditore, ovver di zotico. Ciò farà egli, s’io non m’inganno, agevolmente, se a luogo e tempo, e di qualche vantaggio loderà quelle cose, le quali nell’amico superiore di loda saranno degne, e tacerà i difetti, se pure alcuno ve ne fosse; perciocchè l’ammonire e il riprendere a’ pari appartiene e non agl’inferiori. Coloro, i quali le cose da sè non appruovate lodano, fanno ufficio d’uomo malvagio, bugiardo e ingannatore.

14.

Oltre a ciò doverà ogni ragionamento esser pieno di vergogna; non solamente perchè a costumata persona bene istà, ma eziandio perchè la baldanza pare che dimostri sicurtà. Lascisi dunque la disonestà, e le cose lorde e puzzolenti non pure a nominare si vengano. Ne’ detti e ne’ fatti tutti, l’uomo basso dia a vedere sè grande stima fare, quale dal superiore di lui s’abbia openione. Ponga mente ancora a fare, che gli atti, i movimenti, l’andare, lo stare, il sedere, il giacere, le mani, gli occhi, la voce non solamente non siano di belle maniere prive (comechè ciò ad altra scienza più che a questa appartenga), ma ancora di riverenza e di osservanza verso l’amico superiore diano segnale. Rimuovansi adunque i risi smoderati, i gridi e alcuni movimenti da lottatore; ischifisi parimente lo spesso sbadigliare e ispurgarsi, e le altre maniere simiglianti. Le cose ad animi liberi e scioperati appartenenti, alle amicizie de’ pari siano riserbate. Usisi ancora nel vestire diligenza, facendo che esso pulito, netto e convenevole sia, perciocchè vogliono i superiori colla dimostrazione delle ricchezze parere beati: senzachè l’avere coloro, della cui opera ne’ lor bisogni si vagliono, orrevoli e appariscenti piuttosto che rozzi e grossamente vestiti, è segno di magnificenza.

15.

Ma quantunque colle parole molta riverenza ed osservanza si mostri, non per tanto molta ancora se ne può co’ fatti dimostrare. Il perchè gl’inferiori stiano apparecchiati e ubbidiscano e compiacciano a’ superiori, non solamente col fare le cose loro comandate, ma ancora col farle in guisa che di fuori veduti siano: perciocchè niuno bisogno ci strigne a tenere in casa tanti famigliari, ma ciò fassi per pompa, e per esserne da più riputato; e perciò quest’altre cose addietro non lascino, ma si mostrino presenti, compaiano davanti, e accompagnino; siano diligenti, guardandosi nondimeno di non essere fastidiosi, e pensando non una sola essere la loro impresa nella casa; perciocchè di qualunque è l’uno d’essi, comuni sono gli uffici tutti. Quelli, i quali truovano l’iscuse, ovvero sono negligenti e tardi, a questa amicizia sono dannosi; e essendo essi nell’eseguire le cose loro imposte pigri e avari, persuadono quasi l’amico superiore e potente, che la mano della sua liberalità ristringerdo in ogni cosa, ver di loro pigro e avaro altresì divenga. Nel recare ad effetto le cose che a trattar avranno, fedeli e leali siano; sì perchè egli è onesta e giusta cosa il così fare; sì ancora perchè egli è giovevole; perciocchè i superiori a coloro del tutto si danno, cui fedeli esser conoscono, e per questa cagione ancora a fare loro beneficio sono astretti. Usino eziandio diligenza, prontezza e sagacità, quale nelle sue proprie cose userebbono, e tanto maggiore ancora, se possibile fie, quanto la cura dell’altrui più malagevole esser si vede.

16.

Ma queste cose sono eziandio alle altre amicizie comuni. Di questa è proprio e particolare, che l’inferiore a quello non abbia da risguardare, ch’egli in qualunque cosa più comodo e più convenevole giudichi, ma a quello che al superiore più a grado sia. E questo in una cosa conosciuto, nelle altre tutte potrà valere. La maggior parte di coloro, i quali a qualche dignità sono ascesi, procaccia d’aver appresso di sè uomini dotti, e al comporre usi, i quai di tutte le cose opportune in nome loro le lettere compongano. Quivi molte volte avviene, che ad uomini ignoranti, e della bellezza e della leggiadria dello stile dispregiatori, le cose artificiosamente e secondo gli ammaestramenti con grandissime fatiche apparati fatte, non piaceranno; quello che meglio e più leggiadramente sarà posto, essi via ne levano, ogni cosa sottosopra rivolgono, rifanno ogni cosa. Che ci consigli tu dunque a fare? ciò che nelle Fenisse scritto ci ha lasciato Euripide:

De’ grandi la sciocchezza è da soffrire:

e doversi (quantunque malagevole sia il farlo) co’ pazzi far del pazzo. Laonde e nello scrivere e nelle altre operazioni terranno gli uomini bassi la volontà e il giudicio de’ potenti per regola, alla quale s’atterranno, con essa tutti i detti e fatti lor misurando, nè ch’ella o diritta o torta sia, riguarderanno; ma solamente in conoscerla e con diligenza osservarla s’affaticheranno, e con ogni loro industria s’ingegneranno di recar al fine le cose imposte loro, non secondo che a loro ben fatto parrà, ma secondo che la volontà del superiore essere conosceranno. Per la qual cosa doverà l’inferiore pratico farsi de’ comandamenti del superiore, acciocchè nel viso guardatolo, ciò che ei voglia intenda. Questi sono quasi gli uffici degli uomini bassi, ovvero, per dir meglio, le radici e cominciamenti, da’ quali nati e prodotti sono. Perciò a voler dopo raccontati e dichiarati i principii generali, distinguere e trattare le parti tutte ad una ad una, opera infinita e fatica soverchia c’è paruta.

17.

A’ ricchi e potenti conviene con assai maggior attenzione, acciocchè non errino, raccogliere e osservare questi ammaestramenti; perciocchè la potenza s’ella non è con arte e con ragione governata, per sè è propriamente licenza: il perchè se sciolta e libera alquanto gire ne lasci, tosto ch’ella le forze ha pigliato, innalzasi e da niuno freno ritenuta, qua e là strabocchevolmente scorre. E certo quai possono essere i meriti d’alcuno che voglia sofferire la spietata e barbaresca superbia d’alcuni, i quali è più onesto accennare che nominare? I quali veramente di tanto odio sono degni, che niuna maraviglia a sè ci ha di quelli i quali, tuttochè vilissimi, piuttosto in estrema povertà vivere vogliono, che pure guardarli, non che tollerarli. Gli uomini poveri e di bassa condizione dalla istessa necessità sono abbondevolmente fatti accorti di quello che loro di fare appartenga, e se pure in qualche errore incappano, mancargli non può chi gli ammendi. Stimino adunque i ricchi sè ancora alle leggi sottoposti essere (quando la autorità de’ padri sopr’a’ figliuoli è stata dalla natura quasi d’una siepe intorniata, la quale, chi passasse, cosa vituperosa e scellerata farebbe), nè coloro cui di ricchezze e dignità avanzano, sprezzando del tutto abbandonino e tengano per nulla; nè tutti ancora da tutti ugualmente una vilissima e alla servitù simigliantissima maniera d’osservanza ricerchino, perciocchè la differenza de’ gradi delle persone ora è molta, ora è poca: secondo la qualità dunque di quegli, agli amici bassi le imprese assegnare si deono; perciocchè manco i superiori sono tutti d’un medesimo grado. Noi adunque (perciocchè quello, che insegnar intendiamo, coll’esempio delle cose tra sè diversissime sarà chiaramente inteso) onoriamo e adoriamo Iddio: ma se un uomo alquanto più ricco volesse che da un povero gli si facesse sacrificio sopra l’altare, non sarebbe egli da riputare pazzo? Vedesi ancora, che i valorosi e illustri cittadini non sono riveriti con quello onore, col quale il re della Persia riverire si suole.

18.

Come adunque gl’inferiori sono tenuti a fare l’ufficio loro non isforzatamente, nè aspettando sempre il ricordo, ma volentieri e da sè; così all’incontro a’ superiori appartiene non usare oltra alla convenevolezza della diligenza loro, nè comandargli superbamente; ma tenere per cosa ferma, sè usare dell’opera loro libera e volontaria, postochè non senza costo n’usino, e non comandare a’ servi perciocchè sono liberi, non solamente secondo le leggi, siccome è chiaro ma ancora secondo la natura; se pure secondo la natura è servo colui, del quale altro principalmente non adoperiamo, se non l’uso delle membra corporali, e il quale della ragione è sì fattamente partecipe, che col sentimento la conosca, ma non la possegga: ma quelli i quali da principio chiamai amici inferiori, non come lavoratori e portatori di pesi, per la forza delle braccia e della persona, ma piuttosto per l’industria, per l’ingegno, per la isperienza delle cose, e finalmente per lo valore dell’animo e non del corpo, sono stimati e avuti cari. Eglino adunque sono liberi; e tuttochè l’usanza del parlare al congiungimento di questa amicizia l’odioso nome della servitù, come di sopra dicemmo, abbia dato, è il vero che perciò negare non si può, che l’usanza istessa non abbia cotal nome raddolcito; imperciocchè coloro ancora, i quali sono superiori, per esser tale usanza, di quelli servidori si confessano, cui essi amano, quantunque bassi siano; talmente che questo già s’è fatto segno d’amore e di riverenza, e non nome di servitù. Ma gl’investigatori del vero deono essere, al parer mio, della cosa più che del nome solleciti. Mentre le guerre provvedettero agli antichi dei servi, e dalle leggi non fu il ritenergli vietato, poco bisogno s’ebbe dell’opera e de’ servigi degli uomini liberi: perchè non dee esser maraviglia a niuno, se alla cosa, la quale conosciuta quasi non era, il suo proprio nome non è stato posto. Ma poichè la virtù delle armi cominciò ne’ nostri uomini a venir meno, e abbominevole cosa parve il tener sotto il giogo della servitù quelli, i quali di religione compagni ci fossero; credere si può, che al principio alcune persone vili, da un poco di guadagno tratte, cominciassero a servire a’ ricchi in iscambio di servi, e che messa da poi la cosa in uso, gli uomini ancora di qualche stima, cotali guadagni non abbiano rifiutato. Ma tardi questa usanza nacque, cioè nel tempo che già mancati erano coloro, i quali nome convenevole dare e quasi fabbricare ne le potevano: laonde non conviene, secondo il mio giudicio, che in cosa nuova nome antico usurpiamo, e il farne un nuovo non ci si concede, perciocchè nostra intenzione è di trattare questo soggetto con quelle parole solamente, le quali già gran tempo innanzi che questa amicizia ritrovata fosse, tralasciate erano.

19.

Ma torniamo là, onde ci dipartimmo. Quelli adunque, i quali a guisa di servi gli amici bassi tengono (ma chi così tenergli non si sforza?) non solamente fanno superba e crudelmente, ma ancora ingiustamente e da tiranno. Che grandezza è quella passeggiando per alcun luogo ogni dì gran pezzo, comandare che tutti gli amici innanzi ti vengano, e quale a destra e quale a sinistra, col capo scoperto stiano, senza pure attentarsi di guardarsi addietro? Questi, e altri così fatti modi a’ re lasciar si deono. Chi a simile grado non è asceso, cessi da cotale apparenza così affettuosamente imitare, acciocchè da’ suoi odiato, e dagli altrui schernito non sia. Non meno crudelmente fanno coloro, i quali per ogni minima frasca, le persone, le quali spesse volte nobili saranno, usano di sgridare o ingiuriare con villane parole, e ciò in pubblico e nel cospetto altrui. Che cosa fareste voi a schiavi? Certo quantunque tenuti siano gli uomini bassi a soffrire ogni cosa, nondimeno a voi è richiesto considerare quanto incarico poniate loro sopra le spalle. E perciò istimo io, che quelli, i quali sono arditi e sfrenati sì che le mani addosso d’uomini liberi pongano, siano da castigare agramente, come persone di perduta speranza, e non da ammonire. È sentenza d’Aristotile, niuna cosa essere, nella quale il padrone al servo, in quanto egli è servo, debba rispetto avere: ma non per tanto, posciachè i servi son pure uomini, giudica egli che verso d’essi ancora le leggi dell’umanità s’abbiano ad osservare intieramente. E certo fuor di tempo non fu ciò che quel falso Sauria di Plauto, quantunque servo e malvagio, essendogli da un uomo libero detta villania, rispose dicendo:

Tanto son uomo io quanto tu.

20.

Ma questi tali veramente non pensano gli uomini liberi esser uomini, la condizione de’ quali è appo loro assai peggiore di quella d’alcuni animali, perciocchè grandissimo studio pongono in fare, che a’ cavalli, cui essi sogliono cavalcare, ottimamente atteso sia, non permettendo che molto affaticati siano; ovvero che da poi tanto più ampio ristoro, e tanto più lungo riposo sia lor concesso. Ma agli uomini quando si ha riguardo alcuno? Quando nelle infirmità, negli altri bisogni lor si provvede? Qual sorte d’uomini a Roma e più indegnamente e con più malvagità lacerata, che gli amici bassi dagli uomini potenti? Questo non solamente alla carità e umiltà cristiana, ma anco all’umanità volgare grandemente è contrario. Guardiamci dunque di fare, che l’umanità dalla fortuna non sia spenta, e la libertà dalle ricchezze e dalla potenza non sia oppressa. Gran difficultà è posta in volere nelle cose tutte non solamente osservare la misura, ma eziandio nel pensiero stabilire quale ella sia; perciocchè gli uffici si mutano secondo le persone, i tempi, le età, la natura delle cose, i costumi degli uomini, la usanza de’ luoghi, e secondo altre cose, le quali senza numero quasi sono. La qual varietà di cose chi volesse in un subito vedere e intendere, converrebbe che d’ingegno acuto, e al considerar presto fosse. Io tale non mi reputo ch’io sappia cosa alcuna si sottilmente vedere: oltre a ciò parmi questo non essere al presente molto necessario, perciocchè giudico potervisi soddisfare coll’ammaestrar i superiori ad osservare le cose di sopra dette, le quali sono due. L’una che con clemenza e amorevolezza usino dell’opera e de’ servigj degli amici bassi, risguardando alla condizione e al grado loro: l’altra, che non siano ritrosi, non difficili, non fastidiosi.

21.

Nello imporre adunque delle cose, e nell’assegnare delle imprese, le quali da fare saranno, abbiasi riguardo alla condizione delle persone, talmente che se alcuna cosa lorda ci sarà da trattare, quella al più vile si comandi; nè si faccia (come alcuni di perversa natura fanno) che i nobili iscopino la casa, e le lordure fuori dello camere portino. Le cose di molta fatica a’ deboli non si commettano, nè le vituperose a’ costumati, nè le leggieri e da giuoco agli attempati. Non fa Omero che Fenice, uomo grave e attempato, ad Achille ubbidisca in portargli la coppa da bere; ma cotale ufficio a Patroclo assegna, giovane e d’una età medesima con lui. Oltre a ciò pongano mente in non commettere ad alcuno checchè si sia di maggior carico o fatica o studio, se non per necessità, ovvero per qualche grande cagione, perciocchè le leggi dell’umanità ci comandano a non usare oltre alla convenevolezza, e quasi por ischerzo, della diligenza e della sollecitudine altrui, spezialmente quando si passasse il segno; conciossiacosachè i servi ancora questo malvolentieri sopportar sogliono; e uno ne fu già, che disse:

Quest’importunità di mio padrone,

ch’a quest’ora di notte m’ha svegliato

Contra mia uoglia, e fammi uscir del porto;

Non poteua egli farmi andar di giorno?

22.

Dicesi che Dedalo legnaiuolo aveva le tanaglie, i martelli e gli altri ferri della bottega tutti vivi; ma crederem noi perciò che egli allo scarpello comandasse quello che alla scure di fare s’apparteneva? ovvero che a lei, quando niente v’era da tagliare, vietasse il riposare? Seguitiamo adunque lo esempio di questo legnaiuolo, e facciamo che i comandamenti nostri siano giusti e mansueti. Quelli, i quali acerbamente comandano, e per ogni minima tardanza che veggano, fieramente s’adirano, e per niun modo rappacificar si vogliono, oltrechè ingiustamente fanno, deono pensare sè di nemici piuttosto che di amici esser attorniati. Nel parlare e nel vivere degli uomini superiori hacci una alcuna piacevolezza, anzi severità, condita perciò d’umanità e dolcezza, la quale chi si troverà avere, sarà da’ suoi famigliari a guisa di padre riverito ed amato, e non a guisa di tiranno temuto; e tutti quelli i quali d’alcuno temono, in odio ancora lo hanno; ma la maggior parte delle persone, mentrechè la troppa famigliarità fuggir vuole, parendole non poter a bastanza servare il grado suo appo coloro, cui per famigliari eletti s’avrà, perversa e fera diviene.

23.

Leggesi nelle Istorie di Erodoto essere stato uno, per nome chiamato Deioce, di nazione medo, uomo saviissimo, il quale, perciocchè giusto era, fu fatto re. Questi ebbe molte cose utilmente ordinate, e tra le altre quella, la quale alla maestà reale si richiedeva; conciofossecosachè egli non volesse udire alcuno de’ sudditi suoi, se non per mezzo degl’interpreti: anzi non voleva egli da alcuno essere veduto; il che per paura dell’invidia faceva, accorgendosi che gli altri cittadini i quali tanto tempo in un medesimo grado con essolui vivuti erano, mal volentieri lui con tanto onore a loro preposto vedevano. Egli adunque a questo male poter rimediare si credette, se non solamente dalla dimestichezza, ma ancora dal cospetto loro tolto si fosse; perciocchè a lui pareva dovere avvenire ch’essi a poco a poco da quello che di lui pensar solevano, disusati, avrebbero cominciato a concepire nelle menti loro non so che di maggior istima. E certo la cosa passa in questo modo, perciocchè il più delle volte noi coll’animo fingiamo e sospichiamo maggiori essere le cose, delle quali niuna contezza o isperienza abbiamo. Già non son io tale, che ammaestri i superiori ad iscoprire e palesare sè stessi agli inferiori amici, come fratelli carnali: serbisi questo alle semplici e pure amistà: ma come ciò ben fatto non mi pare, così non vorrei che essi fossero severi, maninconosi, e intollerabili. Saviamente nel vero il fece Deioce, come colui, il quale tra’ barbari e in una signoria nuova era, tuttochè molte cose spiacevoli provare gli abbisognasse, e sopra tutto l’esser privato della presenza e della famigliarità de’ compagni e de’ parenti e de’ cittadini suoi. Mantengano adunque i potenti la dignità e grado loro, ma con buon modo, e coll’animo libero grata udienza prestino agli amici dimestichi; rispondan loro umanamente e benignamente; invitingli eziandio essi qualche volta a parlare, e con essoloro amichevolmente scherzando e alla piacevolezza inchinandosi, favellino, acciocchè conoscano sè non da servi esser trattati; conciossiacosachè l’uomo di sua natura lo star soggetto abborrisca, e perciò la simiglianza della servitù, la quale molti affettuosamente s’ingegnano di fare che ne’ suoi appaia, con somma diligenza è da nascondere e da ricoprire.

24.

Hacci oltre a ciò di quegli ne’ quali alcuna mansuetudine si truova, ma tutta di malizia coperta. Costoro per potere più lungamente, e senza costo, delle fatiche altrui godere, pascono di speranza uomini miseri e vili, e di finta clemenza e bontà gli nodriscono, acciocchè le fatiche di molti anni con alquante lusinghevoli parole lor si compensino. Lievisi questa di meretrici propria usanza; caccinsi le frodi e gl’inganni non solamente da questa amicizia, ma ancora da tutti gli altri umani affari. E se il torre ad alcuno la roba cosa vituperevole stimiamo, perchè doverem noi riputare cosa giusta e onesta il privar altrui dei frutti della vita e della età, coloro sotto spezie di bontà ingannando, i quali amici o almeno famigliari, ma senza dubbio poveri e d’aiuto privi sono? Astuti ancora e maliziosi essere paionmi coloro i quali assai si credono aver rimunerato le fatiche, le vigilie, gli stenti, i travagli, i disagi e i danni tutti degli amici bassi, e largamente soddisfatto avergli col non avere dell’autorità e della maggioranza sua contra di loro ingiusta e perversamente usato, ma benevoli e mansueti esser loro stati, come se da principio risguardato si fosse ad iscambiare l’una amorevolezza coll’altra, e non colle ricchezze e co’ guadagni. Non sarebbono costoro ingiusti, se avendo essi prima condotto alcuno sonatore, il quale col suono del suo stormento, mentre a tavola sedessero, gli dilettasse, e dimandando poi esso la mercede sua, eglino allo incontro sedere a tavoli, e toccando essi un altro stormento, altrettanto suono eziandio più soave udire ne lo facessero? Certo sì; perciocchè colui quello diletto non gli prestò per riaverne altrettanto, ma quasi glielo vendette.

25.

Ma come a’ poveri conviene con pazienza e umiltà sofferire, quando sprezzati e straziati sono da’ superiori, così scambievolmente deono i superiori, con pieghevole animo e senza ira comportare, quando in alcuna cosa gl’inferiori errassono, ovvero quando nella natura o costumi loro difetto alcuno fosse ritrovato. Quanto malagevole cosa sia a chi vive secondo il volere e secondo ‘l sentimento altrui, e sì fattamente, che tutt’i detti, tutt’i fatti e finalmente tutt’i movimenti e tutt’i gesti all’altrui volontà abbia ad attare, a non fallire mai, a non incappare in qualche erroruzzo, di qui si può conoscere che noi avvengachè secondo il giudicio e ‘l parer nostro viviamo, a noi medesimi senza difficultà grandissime soddisfare non possiamo. Se adunqne avverrà che delle cose le quali di giorno in giorno da fare orcorrono, alcuna men pulita e men attamente riesca; ovvero che gli amici bassi nell’eseguire delle imprese loro assegnate, così esquisita diligenza o sagacità o prestezza non usino, com’essi vorrebbono, si doveranno perciò i superiori guardarsi di non accendersi di subita ira, e di non lasciarsi a quella trasportare, come alcuni fanno, i quali in ferventissimo furore, e non di rado, trascorrono; perciocchè niente è più agevole che col pensiero disegnare in qual maniera meglio fare si possa qualunque cosa tu voglia da un altro esser fatta; ma il mandarla ad esecuzione non è così leggieri, per esserci molte cose le quali impediscono, disturbano e tirano indietro gli esecutori. Perchè onesta cosa è perdonare a’ poveri, quando errano, e esaminare sè stessi, e vedere se negli animi suoi alcun difetto peravventura nascoso si stesse; per non avere a dar altrui quel biasimo che essi meritassero: perciocchè molte volte addiviene, che per leggerezza o per ritrosia o per fretta, o per ira de’ superiori, le cose ben ordinate si guastano, e le imprese con diligenza e saviezza in assetto messe, al contrario riescono. Laonde nella commedia antica è stato detto:

Quant’è misera cosa, o sommo Giove,

Divenir servo di padrone sciocco!

Guardinsi dunque da questo ancora; nè sopra gli amici l’ira loro rivolgano, dovendola piuttosto sopra sè stessi rivolgere.

26.

Ora poichè al giogo di questa amicizia gli uomini non per amore o per carità, ma per isperanza di guadagno sottentrano; è da porre ogni studio in fare che quelli, i quali nell’ufficio loro diligentemente portati si sono, e riverenti, pronti, fedeli sono stati, del frutto e della mercede delle fatiche loro privi non rimangano. E come agli amici inferiori bene sta a non mostrarsi, nel domandar alcuna cosa, acerbi, nè fastidiosi od importuni, ma solamente ammonire e pregare, ciò anco vergognosamente facendo (che chiunque in fine di ogni sua ragione minutamente vuol vedere, dall’ubbidienza e dalla osservanza molto s’allontana; e perciò a’ padri sommamente dispiace l’essere da’ figliuoli dinanzi a’ giudici dimandati, perciocchè non vogliono a quelli esser agguagliati), così è cosa da uomo dubitoso e disposto ad ingiuriare, il differire e aspettare il ricordo a pagare ciò che deve: conciossiacosachè senza dubbio tenuti siamo a guiderdonare coloro la cui vita ne’ servigi nostri si consuma. Purchè i potenti e ricchi, quando a coloro, i quali meritevoli ne sono, usando della liberalità donano delle loro ricchezze, non si persuadano operare in essi beneficio alcuno, ma sì premiargli de’ servigi e dell’onore da loro ricevuto; anzi vorrei io che la mercede ne gli rendessero con quella misura, colla quale ad essi le fatiche imposte hanno, e colla quale hanno voluto essere serviti, a guisa della terra facendo, la quale maggior copia de’ frutti rende a chi nel coltivarla con più industria s’affatica; perciocchè, oltra che faranno quello che gli conviene, utilità grande ancora ne trarranno, essendone graziosi e benigni riputati: di che avverrà che gli animi degli amici tutti ad ubbidirli, a servirli e a compiacerli, con ogni cura e sollecitudine s’accenderanno.

27.

Gran diligenza e ancora da porre intorno a questa cosa, nella quale sogliono errare molti, cioè che i famigliari e dimestichi amici non infermino, non patiscano freddo, non disagio di mangiare o bere, non siano delle più vili e più sprezzate vivande pasciuti: conciossiacosachè non in iscambio di beneficio, ma di mercede sia da porre il dare a ciascuno secondo la di lui dignità e grado. Di doppio biasimo degni sono quelli, i quali come a servi strettamente danno il vivere, e quello di cose cattive e grosse, ovvero quando alcuno in qualch’errore incappa, col diminuimento del mangiare e del bere ne lo castigano: perciocchè primieramente contra di sè gli odii e i rammanchi di coloro incitano, da cui amati e riveriti esser desiderano: dappoi sono cagione che da quelli istessi, dai quali vorrebbono la loro magnificenza e liberalità esser palesata (non facendo essi cotante spese ad altro fine) l’avarizia e miseria loro ad iscoprirsi venga. Aggiugnesi a questo, che gli uomini così aspramente e così miseramente trattati, tosto che la speranza della benignità del superiore una volta perduta hanno, nell’avvenire alcuna stima di lui non fanno; per la qual cosa d’acquistarsi la grazia sua più non si curano, e l’acquistata facilmente andar ne lasciano, non volendo essi amare indarno, nè anco esser amati, se di ciò alcun prefitto non gliene siegue. Quinci avviene che o niuno, o colui solo che è più cattivo, fa quello che deve, perciocchè levatane la utilità, da cui cotale amicizia si costituisce, l’amicizia istessa si discioglie. Per questa cagione deono gli uomini potenti credere, che d’utilità gli fie adoperarsi in fare che gli amici loro inferiori, quanto si possa il più, lieti e di buona speranza pieni siano, e gli portino amore e volonterosamente e senza rimbrotti gli ubbidiscano. Il che essi conseguiranno, se della maggioranza useranno con mansuetudine e amorevolezza, e se benigna e largamente coloro guiderdoneranno i quali meritato l’averanno. Ma ne’ presenti tempi quasi ognuno segue le leggi di alcune città, non già delle più savie, le quali colla sola paura dei supplicii e delle pene, gli uomini malvagi e rei della scellerata vita ritrarre si sforzano; e par loro assai ottenere, che i ribaldi conoscano il mal fare non essere loro d’utilità, ma sì di danno. Ma meglio è l’esempio di quelle imitare, le quali talmente ordinate sono, che non solamente è punito chi mal fa, ma ancora è guiderdonato chi virtuosamente opera.

28.

Pongano adunque ogni studio gli uomini grandi in fare sì che da’ lor famigliari siano volontariamente ubbiditi; perciocchè allora è dolce la potenza, quando a persone volonterose d’ubbidire si comanda. A coloro veramente parmi che Iddio abbia dato signorìa sopra genti ritrose e pronte al resistere, cui esso giudicò degne di vivere a guisa di Tantalo, il quale da’ poeti è finto nell’inferno essere da paura di continua morte crucciato. Da esser beffato è ancora di coloro il parere, comechè loro ottimo paia, i quali la famiglia concorde temono, e perciò in seminar discordie e inimicizie tra quella, in mantenervi odii e aumentarvegli del continovo s’affaticano; persuadendosi ch’ella mentre seco stessa in concordia si rimane, ai danni de’ padroni sempre intenda, ma tra sè divisa, il ben loro procuri. Sciocco pensiero: perciocchè se a malvagi e disleali abbattuti sì saranno, perchè aver piustosto a guardarsi da loro che castigarli o privarsene del tutto? Se a costumati e leali, perche temerli? Oltra di ciò quai servigi dagli amici tra sè divisi aspettar si possono? Apparino adunque i superiori l’arte di saper usare della maggioranza, perciocchè ella non è cosa facile, nè da ciascuno conosciuta; anzi, se ‘l vero investigar vorremo, non opera del tutto umana, ma per una grandissima parte divina essere ne la troveremo. Ma questa dottrina da altra scienza è da pigliare, e chiunqne la saperà, ottenerà per certo, e facilmente, d’essere molto amato e riverito eziandio da quelli, i quali tra sè di fratellevole amore saranno congiunti. Ma non per tanto quella scienza un utilissimo ammaestramento ci dà, il qual è, che chi ha qualche maggioranza procacci la volontà e l’amore di coloro guadagnarsi, i quali ha per soggetti; perciocchè a questo modo la signoria viene ad essere più riguardevole e più sicura, e l’uso de’ soggetti più utile e più dilettevole.

29.

Laonde maggior biasimo quei meritano, i quai co’ lor famigliari continova guerra fanno; e non solamente non gli difendono, ma ancora gli straziano, e a guisa di nemici, quanto possono il più, gli danneggiano; e quanto più sagace e fedele alcuno ne conoscono, tanto più lo avviliscono, temendo non colui, se pure una fiata di valore alcuno diventi, per un altro lo abbandoni, ovvero al suo particolare utile attenda. Meglio veramente sarebbe, che, come gli antichi que’ servi da’ quali erano stati fedelmente serviti, franchi facevano, così noi i nostri dalla servile famigliarità alla graziosa e libera introducessimo, nè ciò solamente meglio, ma di più profitto ancora ci sarebbe. Qual podere, per Dio, qual campo si trova tanto grasso, tanto fertile, tanto d’ogni maniera di frutti abbondevole? Oltre a ciò non è egli da stimare molto più, che e le persone e le cose nostre siano governate da veri e graziosi amici, che da uomini ne’ quali non che amore alcuno, ma non pure ombra d’amore appaia? Veramente coloro, i quali la vita loro quasi ad usura prestano, fare non possono che alla mercede delle lor fatiche e alla dubbiosa speranza della utilità non risguardino, di niuna altra cosa che di sè stessi solleciti e crucciosi; e perciò, come i lavoratori della terra, i quali non i suoi ma gli altrui campi lavorano, non piantano arbori, non ingrassano campi, non acconciano, nè abbelliscono edifici, ma solamente a quello attendono che con pochissima spesa loro grandissima copia di frutti lor rende; così essi, mentre a guisa di lavoratori servono, niente ad utilità de’ superiori fanno, niuno studio in conservare, non che in aumentare le cose loro pongono, nè quando ancora ignudi e mendichi fossero, si curano, ma di rubare quanto più e quanto piuttosto possono, con ogni arte s’ingegnano. Ma perchè dalla viltà del guadagno tolti, alla carità e alla libera e graziosa amicizia introdotti sono, tantosto non come lavoratori ma come padroni de’ poderi, non solamente all’utile e comodo che di quella amicizia d’anno in anno traggono, sono intenti, ma eziandio in fare che noi bene e agiatamente stiamo, con ogni studio s’affaticano. E così caramente amandoci, ogni fatica prendono, ad ogni periglio si arrischiano per noi non meno che per sè stessi; non si stancano, non cessano mai, non cosa alcuna senza nostra saputa si procacciano.

30.

Questa sì fatta amistà, se noi colla superbia nostra non calpestassimo l’umanità, e deposta la natura d’uomo, quella di fiera non vestissimo, da sè stessa certo nascerebbe e andrebbe crescendo. E veramente niuna cosa può ad uomo più comoda avvenire, che la dimestichezza d’un altro uomo, specialmente conforme, avere; talchè dicono gl’intendenti di simile materia, non potere il savio, il quale solo si truovi, essere beato. Ma certo non è cosa veruna da fare più agevole, che amare e tenere grandemente cari coloro della cui grata famigliarità sentiamo diletto. Oltre a ciò, grande è la forza del vivere e dell’abitare insieme, ad operare che gli uomini si amino l’uno l’altro. E ciò esser vero si conosce dal disiderio, il quale mostrano alcuni animali, quando da quelli sono disgiunti coi quali solevano andarsene pascendo, talmente che alla natura umana forza mi paiono fare coloro, i quali non amano col cuore, e non guiderdonano amorevolmente colui, il quale sagace, fedele e costumato esser comprendono, e dal quale sè amati e riveriti essere conoscono per isperienza.

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Ultimo aggiornamento: 31 dicembre 2009