Giovanni Della Casa

Orazione a Carlo V. Imperatore

Intorno  alla restituzione della città di Piacenza

Edizione di riferimento:

Biblioteca Enciclopedica Italiana vol. XI – Agnolo Firenzuola – Giovanbatista Gelli – Pierfrancesco – Giambullari – Baldassar Castiglione – Giovanni della Casa – Annibal Caro – Torquato Tasso – Milano per Nicolò Bettoni e comp. M.DCCC.XXXl

Siccome noi veggiamo intervenire alcuna volta. Sacra Maestà, che quando o cometa o altra nuova luce è apparita nell’aria, il più delle genti rivolte al cielo, mirano colà dove quel maraviglioso lume risplende; così avviene ora del vostro splendore, e di voi, perciocchè tutti gli uomini, e ogni popolo e ciascuna parte della terra risguarda in verso di voi solo. Nè creda Vostra Maestà, che i presenti Greci e noi Italiani, ed alcune altre nazioni dopo tanti e tanti secoli si vantino ancora e si rallegrino della memoria de’ valorosi antichi principi loro, ed abbiano in bocca pur Dario e Ciro e Serse e Milziade e Pericle e Filippo e Pirro e Alessandro e Marcello e Scipione e Mario e Cesare e Catone e i Metello; e questa età non si glorii e non si dia vanto di aver voi vivo e presente: anzi se ne esalta, e vivene lieta e superba. Per la qual cosa io sono certissimo, che essendo voi locato in sì alta e sì riguardevol parte, ottimamente conoscete che al vostro altissimo grado si conviene, che ciascun vostro pensiero ed ogni vostra azione sia non solamente legittima e buona, ma insieme ancora laudabile e generosa; e che ciò che procede da voi, sia non solamente lecito e conceduto ed approvato ma magnanimo insieme e commendato e ammirato; conciossiacosachè la vostra vita, i vostri costumi e le vostre maniere e tutt’i vostri preteriti e presenti falli sieno non solamente attesi e mirati, ma ancora raccolti e scritti e diffusamente narrati da molti, sì che non gli uomini soli di questo secolo, ma quelli che nasceranno dopo noi, e quelli che saranno nelle future età, e nella lunghezza e nella eternità del tempo avvenire, udiranno le opere vostre, e tutte ad una ad una le saperanno, e, come io spero, le approveranno tutte, siccome diritte e pure e chiare e grandi e maravigliose; e quanto il valore e la virtù fia cara agli uomini ed in prezzo, tanto fia il nome di Vostra Maestà sommamente lodato e venerato. Vera cosa è, che molti sono, i quali non lodano così pienamente ch’ella ritenga Piacenza, come essi sono costretti di commendare ogni cosa che insino a quel dì era stata fatta da voi. E quantunque assai chiaro indizio possa essere a ciascuno, che questa opera è giusta, poichè, ella è vostra e da voi operata, nondimeno, perocchè ella nella sua apparenza e quasi nella corteccia di fuori non si confà colle altre vostre azioni, molti sono coloro che non la riconoscono e non l’accettano per vostro fatto; non contenti che ciò che ha da voi origine, si possa a buona equità difendere; ma disiderosi che ogni vostra operazione si convenga a forza lodare. E veramente (se io non sono ingannato) coloro che così giudicano, quantunque eglino forse in ciò si dipartano dalla ragione, nondimeno largamente meritano perdono da Vostra Maestà; perciocchè se essi attendono e ricercano da lei, e fra le ricchezze della sua chiarissima gloria, oro finissimo e senza mistura, e ogni altra materia quantunque nobile e preziosa rifiutano da voi, la colpa è pure di Vostra Maestà, che avete avvezzi ed abituati gli animi nostri a pura e fine magnanimità per sì lungo e sì continuo spazio. Perchè se quello che si accetterebbe da altri per buono e per legittimo, da voi si rifiuta; e non come non buono ma come non vostro, e non come scarso ma come non vantaggiato non si riceve, e perchè voi lo scambiate, vi si rende; ciò non si dee attribuire a biasimo de’ presenti vostri fatti, ma è laude delle vostre preterite azioni. E quantunque l’avere Vostra Maestà, non dico tolta, ma accettata Piacenza, si debba forse in sè approvare; nondimeno, perciocchè questo fatto verso di voi e con le altre vostre chiarissime opere comparato, per rispetto a quelle, molto men riluce e molto men risplende, esso non è da’ servidori di Vostra Maestà, com’io dissi, volentier ricevuto, nè lietamente collocato nel patrimonio delle vostre divine laudi. E veramente egli pare da temer forte, che questo atto possa arrecare al nome di Vostra Maestà, se non tenebre, almeno alcuna ombra, per molte ragioni, le quali io priego Vostra Maestà che le piaccia di dire da me diligentemente, non mirando quale io sono, ma ciò ch’io dico. E perchè alcuni accecati nella avarizia e nella cupidità loro, affermano che Vostra Maestà non consentirà mai di lasciar Piacenza, che che disponga sopra ciò la ragion civile, conciossiachè la ragion degli stati nol comporta; dico che questa voce è non solamente poco cristiana, ma ella è ancora poco umana; quasi l’equità e l’onestà, come i vili vestimenti e grossi si ailoperano ne’ dì da lavorare e non ne’ solenni, così sia da usare nelle cose vili e meccaniche e non ne’ nobili affari; anzi è il contrario, perocchè la ragione alcuna volta, come magnanima, risguarda le picciole cose private con poca attenzione, ma nelle grandi e massimamente nelle pubbliche vegghia ed attende; siccome quella che N. S. Dio ordinò ministra, facendola quasi ufficiale sopra la quiete e sopra la salute della umana generazione: in che in niuna altra cosa consiste, che nella conservazione di sè e di suo avere a ciascuno; e però chiunque la contrasta, e spezialmente nelle cose di stato, e in occupando le altrui iurisdizioni o possessioni, niuna altra cosa fa che opporsi alla natura e prender guerra con Dio: perocchè se la ragione, con la quale gli stati sono governati e retti, attende solo il comodo e l’utile, rotto e spezzato ogn’altra legge ed ogn’altra onestà; in che possiamo noi dire che sieno differenti fra loro i tiranni ed i re, e le città e i corsali, o pure gli uomini e le fiere? Per la qual cosa io sono certissimo, che sì crudele consiglio non entrò mai nel benigno animo di Vostra Maestà, nè mai vi fia ricevuto; anzi sono io sicuro che le vostre orecchie medesime abborriscono cotal voce barbara e fiera: nè di ciò puote alcuno con ragione dubitare, se si arà diligentemente risguardo alla preterita vita di Vostra Maestà, e alle maniere che ella ha tenute ne’ tempi passati; conciossiachè ella potendo agevolmente spogliar molti stati della loro libertà, anzi avendola in sua forza, l’ha loro renduta, ed hannegli rivestiti, ed ha voluto piuttosto, usando magnanimità provare la fede altrui con pericolo, che operando iniquità, macchiar la sua con guadagno. Avete dunque lasciato i Genovesi e i Lucchesi, e molte altre città, nella loro franchezza, essendo in vostro potere il sottomettergli alla vostra signoria per diversi accidenti: ed oltre a ciò non foste Voi lungo tempo dipositario di Modona e di Reggio? E se a voi stava il ritener quelle due città, ed il renderle, perchè eleggeste voi di darle al duca di Ferrara? o perchè gliele rendeste? Certo non per altro, se non che la giustizia e l’onestà vinse e superò la cupidigia e l’appetito; e fu nella grandezza dell’animo vostro in più prezzo la ragione dannosa, che l’inganno utile; e per questa cagione medesima rendè eziandio Vostra Miestà Tunisi a quel re moro e barbaro. Io lascio stare e Bologna e Fiorenza e Roma e molti altri stati, de’ quali voi peravventura areste potuto agevolmente in diversi tempi farvi signore, ma non parendovi di far bene e giustamente, ve ne siete astenuto. Perchè se l’utile vi consiglia a ritener Piacenza, secondo che questi vogliono che altri creda, l’onore e la giustizia, troppo migliori consiglieri e di troppo maggior fede degni, dall’altro lato ve ne sconsigliano essi, e non consentono che quello invitto ed invincibile animo, il quale, non ha gran tempo passato, per pacificare i Cristiani fra loro ch’erano in dissensione, non ricusò di dare altrui tutto lo stato di Milano, che era suo; ora per ritener Piacenza sola, e forse non sua, voglia turbare i Cristiani che sono in pace, e porgli in guerra e in ruina. Per la qual cosa quantunque, costoro, seguendo il pusillanimo appetito di guadagnare, molto lusinghino Vostra Maestà; io son certo che ella per niun partito s’indurrà giammai ad ascoltarli, nè vorrà sofferire che i suoi nimici, o coloro che nasceranno dopo noi, possano eziandio falsamente, fra le sue chiarissime palme e fra le sue tante e sì diverse e sì gloriose vittorie annoverare nè mostrare a dito, furto, nè inganno, nè rapina. E certo quelle fortissime braccia, le quali con tanto vigore hanno Lamagna armata e contrastante scossa ed abbattuta, non degneranno ora di ricogliere in terra e nel sangue e tra gl’inganni le spoglie miserabilissime d’un morto; nè la vostra coscienza, avvezza ad aver candida non pure la vista di fiori, ma i membri e le interne parti tutte, comporterà ora di essere, non secondo il suo costume bella e formosa, ma solamente ornata e lisciata. Alla qual cosa fare alcuni peravventura la consigliano, e voglion nascondere sotto il nome della ragione l’opera della fraude e della violenza, e l’impresa, che è cominciata con la forza, voglion terminare coi piati e con le liti; i quali turbano e confondono l’ordine delle cose e della natura, in quanto la forza naturalmente debbe esser ministra ed esecutrice della ragione; ed eglino, ora che Piacenza è venuta in man vostra colla forza, ricorrendo alle liti e a’giudicii, fanno la giustizia della violenza serva e seguace: e quando a Vostra Maestà sarebbe stato lodevol cosa il chiedere giustizia, essi usarono i fatti e le opere; ma ora che il fare e l’operare è commendabile e debito a Vostra Maestà, voglion che ella usi le parole e le cautele, e che ella col mezzo della falsa ragione prenda la difesa della loro vera ingiustizia. A’ quali, se io ho ben conosciuto per lo passato il valore e la grandezza dell’animo vostro, niuna udienza darà ora Vostra Maestà, non che ella consenta loro alcuna cosa intorno a questo fatto; i quali assai chiaramente confessano di quanta riverenza sia degna la ragione; poichè essi medesimi, che la contrariano, sono costretti di rifuggire a lei. E se non che io crederei col raccontare i giusti fatti degli antichi valorosi uomini offendere Vostra Maestà; quasi la sua dirittura fosse retta e regolata con gli altrui esempi, e non con la sua natural virtù; io produrrei molte istorie, per le quali chiaramente apparirebbe, la ragione e l’onestà in ogni tempo essere state più del guadagno e più dell’utile apprezzate e riverite; e direi che gli Ateniesi, per lo cui studio la virtù stessa si dice essere divenuta più leggiadra e più vaga e più perfetta, per niuna condizione si volsero attenere al consiglio di Temistocle; perciocchè egli non si poteva onestamente usare, tuttochè fosse senza alcun fallo utilissimo; e che il vostro antico Romano rifiutò di prendere i nobili fanciulli, che il loro scellerato maestro gli appresentava, quantunque egli non parentado, nè amistà, ma scoperta guerra avesse, e palese inimicizia con essoloro. E non tacerei, che la cupidigia consigliava parimente i Romani che ritenessero Reggio, terra possente in quel tempo, e situata così di costa alla Sicilia, come Piacenza a Cremona e a Milano è dirimpetto: ma l’onestà e la ragion vera e legittima richiedeva, che essi la restituissero; perocchè per furto e per rapina la possedevano. Per la qual cosa quel valoroso e diritto popolo il quale Vostra Maestà rappresenta ora, e dal quale lo ’mperio del mondo ancora ha suo nome, comechè naturalmente fosse feroce e guerriero, non solamente non accettò la male acquistala possession di Reggio, ma con aspra vendetta e memorabile punì que’ suoi soldati che l’avevano occupata a forza, non guardando che quell’utile, che oggi si chiama ragion di stato, consigliasse altramente. Ma perocchè io sono certissimo, che il buon volere di Vostra Maestà non ha bisogno di stimolo alcuno, non è necessario che io dica più avanti de’ giusti fatti degli antichi uomini, che molti e molto chiari ne potrei raccontare. Invano adunque si affaticano coloro che fanno due ragioni, l’una torta e falsa e dissoluta e disposta a rubare ed a mal fare, ed a questa han posto nome di ragion di stato, ed a lei assegnano il governo de’ reami e degl’imperii; e l’altra semplice e diritta e costante, e questa sgridano dalla cura e dal reggimento delle città e de’ regni, e caccianla a piatire e a contendere tra i litiganti. Imperocchè Vostra Maestà l’una sola delle due conosce, e quella sola ubbidisce ed ascolta, così nel governo del supremo ufficio, al quale la Divina Maestà l’ha eletta, come nelle differenze private e negli affari civili nè più nè meno; e quell’altra fiera e inumana ragione abborrisce ed abbomina in ogni suo fatto, e più nei più illustri e più riguardevoli: e seguendo non il comodo della utilità e dello appetito (perciocchè questa è la ragione degli animali e delle fiere), ma osservando il convenevole della giustizia, che la legge è degli uomini, è divenuto pari e superiore a quelli più nomati e più lodati antichi; i quali se ignoranti del verace cammino, e fra le tenebre della lor cecità e del loro paganesimo, pure la luce della giustizia quasi palpitando e carpone seguirono; che si conviene ora di fare a noi, illuminati da Dio stesso, e per la sua divina mano guidati e indirizzati? Niuna utilità adunque puote essere tanto grande, che la giustizia e la dirittura di Vostra Maestà debba torcere, nè piegare giammai. Ma posto ancora quello che non è da chiedere, nè da consentire in alcun modo, cioè che i principi, postergata la ragione, vadano dietro alla cupidigia ed all’avarizia; ancora ciò presupposto, dico io, che Vostra Maestà non doverebbe negar di conceder Piacenza al duca suo genero e a’ suoi nipoti; perciocchè ella, ritenendola, perde, e concedendola, guadagna: che dove ella al presente ha Piacenza sola, averà allora Piacenza e Parma. Ed oltre a questo, cessando le cause degli sdegni e de’ sospetti fra Nostro Signore e Vostra Maestà, sarà parimente a favore ed a voglia di lei tutto lo stato e tutte le forze di santa Chiesa, le quali ora mostrano di starsi sospese. E quantunque io abbia ferma credenza, che il muover guerra a Vostra Maestà, ed opporsele, sia non porgerle affanno, nè angoscia, ma recarle occasion di vittoria; perciocchè contro al valore ed alla virtù vostra niuno schermo, per mio avviso, e niun contrasto è nè buono nè sicuro, fuori che cederle e ubbidirle (siccome io veggio che per isperienza hanno apparato di fare le maggiori e le miglior parti del mondo); nondimeno questa novella briga potrebbe, non dico chiudere il passo, onde ella saglie alla sua divina gloria, ma il cammino allungarle; e se lo spazio della vita nostra fosse pari a quello dell’altezza dell’animo vostro, poco sarebbe forse da prezzar questa tardanza, ma egli è brieve e spesse volte anco si rompe a mezzo il corso, e manca. Il ritenere adunque

Piacenza, per così fatto modo acquistata, non vi è vantaggio, ma danno; non solo perchè ciò vi partorisce briga ed impaccio, senza alcun frutto i vostri pensieri dal primo loro sentiero (siccome io ho dello) torcendo; ma ancora perchè ciascun principe per questo fatto, avvegnachè giusto si possa credere, pure perchè egli è nuovo, e la sua forma esteriore può parere a molti aspera e spaventevole, come quella che è fuori del costume di Vostra Maestà, prendono sospetto e guardia di lei, e di domestichi le sono diventati salvatichi; e per questa cagione temendovi più che prima, e meno che prima amandovi, dove solcano addolciti dalla vostra benignità disiderar la vostra felicità e la vostra esaltazione, ora da questo fatto, che in vista è spiacevole, inaspriti, e (come ho detto) inselvatichiti, e quantunque forse a torto, vorranno e procureranno il contrario: e nè Vostra Maestà, nè alcuno altro può vedere i futuri accidenti e varii casi e dubbii della fortuna; i quali potrebbon per mala ventura essere di sì fatta maniera, che questa salvatichezza e questo mal volere dei principi arebbe forza e potere di nuocervi: il che Dio cessi, come io spero, che Sua Divina Maestà farà, mirando quanto ella vi ha sempre nella sua santissima grazia tenuto, siccome suo fedel campione per lei e ne’ suoi servigi militante. Assai chiaro è adunque. Vostra Maestà ritener Piacenza con suo danno e con sua perdita, ed oltre a ciò con grave querimonia di molti, e con molto sospetto generalmente di tutti. Veggiamo ora se il lasciarla le porge utile, o se le reca maggiore incomodo e disavvantaggio. E certo se ella, dando quella città non la ritenesse, ed investendone altri non ne privilegiasse sè medesima, forse potrebbe dire alcuno, che lo spogliarsi di sì guernito e sì opportuno luogo non fosse utile nè sicuro consiglio; ma ora, concedendo Voi Piacenza al Duca Ottavio vostro genero e vostro servidore, ed a madama eccellentissima vostra figliuola, e a’due vostri elettissimi nipoti, voi non ve ne private, anzi la fate più vostra che ella al presente non è, in mano ora di questo ora di quell’altro vostro ministro, i quali servono Vostra Maestà (siccome io credo) con molta fede ; ma nondimeno per loro volontà, e tratti dalle loro speranze, e le sono del tutto stranieri e i loro figliuoli e i loro comodi privati, non dico amano più, ma certo a loro sta di più d’amarli, che quelli di lei; laddove il duca Ottavio la serve e servirà perpetuamente non solo con leanza incomparabile, come suo signore, ma ancora con somma affezione e con volonteroso cuore, come suo suocero e come avolo de’ suoi dolcissimi figliuoli, ubbidendola e rivenendola sempre, non pur di suo volere, nè invitato dal guadagno solamente, ma eziandio costretto e sforzato dalla natura e dalla necessità; conciossiachè egli niuna cosa abbia così sua, nè tanto propria che sia in parte alcuna divisa, nè disgiunta da voi: non la moglie, non i figliuoli, non le amicizie, non le speranze, non i pensieri, non la volontà istessa. Essendo egli avvezzo poco meno che fin dalle fasce a non volere, nè disvolere, se non quanto è stato voglia e piacere di Vostra Maestà, in niuna maniera potrebbe dimenticar la sua usanza, nè altro costume apprendere; e se egli pur si provasse di farlo, niuno troverebbe che gli credesse; e se lo trovasse, in nessun modo potrebbe offendere Vostra Maestà, che i suoi dolcissimi figliuoli e la sua carissima e nobilissima consorte non fossero di quelle offese medesime con voi insiememente trafitti. E più ancora. Sacra Maestà, che egli ha, già è buon tempo, antiveduta la tempesta, nella quale egli di necessità dee cadere, e la quale naturalmente gli soprastà; e nondimeno niuno altro rifugio ha procacciato a quelle onde ed a quei venti, fuori che la grazia e l’amore di Vostra Maestà: nè altrove ha porto, ove ricoverarsi, in cotanti anni apparecchiato, che nella tutela che Vostra Maestà dimostrò già di prendere di lui; anzi ha egli ciascuna altra parte, per rispetto di voi, sospetta e nimica. Per la qual cosa ben dee Vostra Maestà avere fidanza in lui, poichè egli in voi solo, e non in altro, tutte le sue speranze ha poste e collocate: ma nondimeno quantunque assai noto sia a ciascuno che Vostra Maestà, siccome magnanima e di gran cuore, suole sicuramente fidarsi, ella può ancora sì fattamente essere assicurata del duca, che niuna cagione aranno eziandio i pusillanimi e paurosi di sospirare che egli la inganni. Voi avete nella vostra men lieta e possente fortuna ritenuto lo stato di Milano tanti e tanti anni, non avendo voi Piacenza; dovete voi temere, essendo tanto cresciuto, di non poterlo mantenere ora senza quella città? anzi pure con Piacenza insieme e con Parma? le quali due città, essendo elle de’ vostri nipoti, saranno vostri amendue senza alcuna spesa e senza alcun vostro travaglio. Per la qual cosa non è da credere che Vostra Maestà prenda consiglio di, ritenendo Piacenza, prender Parma e tante altre terre; ed oltre a ciò, quello che è di troppo maggior prezzo che due e che molte città, cioè la benivolenza che gli uomini generalmente vi portano; perciocchè niuna cosa ha tanto potere in accendere gli animi delle genti di vera carità, e infiammargli di amore, quanto le. magnifiche opere; siccome per lo contrario le vili e pussillanime e distorte azioni i già caldi e ferventi intiepidiscono e raffreddano in un momento. Nè creda Vostra Maestà che sia alcuno che grande stupore abbia della vostra potenza, o della vostra mirabile e divina fortuna. Invidia e dolore ne hanno ben molti, forse in maggior dovizia che a voi bisogno non sarebbe; perocchè tanta forza e tanta ventura genera e timore e invidia eziandio ne’ benevoli e negli amici, i quali temendo insieme odiano; conciossiachè quelle cose che spaventano, si inimicano, ed al loro accrescimento ciascuno, quanto può, si oppone; ma la prodezza del cuore e la bontà dell’animo, e le cose magnificamente fatte, siccome le vostre passate opere sono, commuovono con la loro bellezza e col loro splendore ancora gli avversarii e nimici ad amore ed a maraviglia; anzi a riverenza e a venerazione. E certo niuna grazia può l’uomo chiedere a Dio maggiore, che di vivere questa vita in sì fatta maniera, che egli si senta amare e commendare da ogni lato e da tutte le genti ad una voce; e massimamente se egli stesso non discorda poi dall’universale opinione, anzi seco medesimo e con la sua coscienza si può senz’alcuno rimordimento rallegrare e beato chiamare; felicità senza alcun fallo troppo maggiore che le corone e i reami e gli imperii, a’ quali si perviene assai spesso con biasimevoli fatti, e con danno e con rammarico de’ vicini e de’ lontani. Nè a me può in alcun modo caper nell’animo, che a coloro che si sentono così essere dagli altri uomini odiati ed abbominati, come i nocivi e venenosi animali sì temono e ti schifano, possa pnre un poco giovar delle loro ricchezze, nè della loro potenza; il che senza alcun fallo (cioè di essere odiato e fuggito dagli uomini a guisa di serpe o di lupo) interviene di necessità a ciascuno, che si volge ad usar la forza e la violenza fuori di ragione e di giustizia. Perciocchè quale animo potrebbe essere mai sì barbaro, che amasse e lodasse quello antico Attila, o alcun altro di simile condizione? o che tale appetisse di essere egli i suoi discendenti, quale colui fu, tuttochè egli poco men che l’Africa e l’Europa signoreggiasse? Certo non Vostra Maestà, nè alcun altro a lei somigliante. Perchè abbiansi le loro soverchie forze e i loro alti gradi coloro che possono sofferir di vivere a Dio in ira, e alla loro spezie medesima in odio e in abbominazione: dal pensiero de’ quali se io non fossi più che certo Vostra Maestà essere molto lontana, anzi molto contraria e del tutto inimica, poco senno mostrerei di avere sotto queste già bianche e canute chiome, essendo io tanto oltre scorso con le parole, perocchè io pregare e supplicare volendovi, verrei col mio ragionamento ad avervi offeso e turbato; il che nè a me si conviene di fare in alcun tempo, nè la presente mia intenzione sostiene che io il faccia in alcun modo. Qual cagione adunque m’ha mosso a fare menzione nelle mie parole della miseria degl’iniqui e rapaci principi? Niuna, Sacra Maestà, se non questa; acciocchè ponendo io dinanzi agli occhi vostri le altrui brutture, voi meglio e più chiaramente conosciate la vostra bellezza e la vostra bontà, e di lei e di voi medesimo rallegrandovi, e felice e fortunato tenendovi, procuriate di così mondo e di così splendido conservarvi, e vi rivolgiate per l’animo, che quantunque le vostre vittorie e i vostri felici avvenimenti siano stati molti e molto maravigliosi in ogni tempo, nondimeno più beata e più fortunata si conobbe essere Vostra Maestà in una sola avversità che ella ebbe in Algeri, che ella non si era dimostrata in tutte le sue maggiori e più chiare felicità trapassate. Perocchè chi fu in quel tempo che del vostro fortunoso caso amaramente non si dolesse? o chi della vostra vita, come di molto amata e molto prezzata cosa, non istette pensoso e sollecito? o chi non porse a Dio con pietoso cuore ardentissimi prieghi per la vostra salute? Certo nessuno, che animo e costume umano avesse. Che parlo io degli uomini? Questa terra, Sacra Maestà, e questi liti parea che avessono vaghezza e desiderio di farvisi allo ‘ncontro, ed il vostro travagliato e combattuto navilio soccorrere, e ne’ loro seni e ne’ lor porti abbracciarlo. Nè i vostri nimici medesimi erano arditi di rallegrarsi della vostra dissavventura, nè il vostro pericolo aver caro; del quale poichè la felicissima novella venne, che Vostra Maestà era fuori, niuna allegrezza fu mai sì grande, nè sì conforme ugualmente in ciascuno, come quella che tutti i buoni insiememente sentirono allora. Sì fatto privilegio hanno, Sacra Maestà, le giuste opere e magnanime, che esse sono eziandio nelle avversità felici e nelle perdite utili e ne’ dolori liete e contente. I quali effetti, se noi vogliamo risguardare il vero, non si sono così pienamente veduti ora in questo novello acquisto che voi fatto avete in Piacenza, come in quella perdita di Algeri si sentirono; anzi pare che una cotale tacilurnità, che è stata nelle genti dopo questo fatto, piuttosto inchini a biasimar di ciò i vostri ministri che a commendarneli. Il che acciocchè voi più chiaramente conosciate, io priego Vostra Maestà per quel puro affetto che a prendere la presente fatica mi ha mosso, e se ella alcuna considerazione merita da voi, che non abbiate a schifo di ricevere nell’animo per brieve spazio una poco piacevole finzione, e che voi degniate d’immaginarvi che tutte le città, che voi ora legittimamente possedete, siano cadute sotto la vostra giurisdizione non con giusto titolo, nè per eredità, nè per successione, o con ragionevole guerra e reale, ma che in ciascuna di esse si sieno commossi in diversi tempi alcuni, i quali il loro signore congiunto e parente di Vostra Maestà insidiosamente ucciso avendo, la lor patria sforzata ed oppressa a voi con iscellerata mano e sanguinosa abbiano porta ed assegnata, e voi come vostra ritenuta ed usata l’abbiate; talchè tutto lo ‘mperio e i reami e tutti gli stati che voi avete, ad uno ad uno, così in Ispagna come in Italia e in Fiandra e nella Magna, sieno divenuti vostri in quella guisa nella quale costoro vi hanno acquistata Piacenza, contaminati di fraude e di violenza, e del puzzo de’ morti corpi de’ loro signori fetidi, e nel sangue tinti e bruttati e bagnati, e di strida e di rammarico e di duolo colmi e ripieni ; ed in questa immaginazione stando, consideri Vostra Maestà come ella tale essendo, dispiacerebbe a sè stessa e ad altrui, e più a Dio; dinanzi al severo ed infallibil giudizio del quale, per molto che altri tardi, tosto dobbiamo in ogni modo venir tutti, non per interposta persona, nè con le compagnie, nè con gli eserciti, ma soli e ignudi e per noi stessi, non meno i re e gl’imperadori che alcun altro quantunque idiota e privato: e certo misero e dolente colui che a sì fatto tribunale la sua coscienza torbida e maculata conduce. Io dico adunque (liberando Vostra Maestà da questa falsa e spiacevole immaginazione ) che quello che essendo in tutti gli stati che voi possedete attristerebbe voi, e le genti chiamerebbe al vostro odio ed al vostro biasimo, e commoverebbe la Divina Maestà ad ira ed a vendetta contro di voi, non può essere eziandio in una sola città senza rimordimento della vostra coscienza, nè senza riprensione degli uomini, nè senza offesa della divina severità. Per la qual cosa io, che sono uno fra’ molti, anzi sono uno fra la innumerabil turba, che levai al miracolo della vostra virtù, è gran tempo, gli orchi, supplicemente la priego, che ella non permetta che il suo nome, per la cui luce il nostro secolo è fin qui stato chiarissimo e luminoso, possa ora essere offuscato di alcuna ruggine; anzi lo purghi e lo rischiari, e più bello e più maraviglipso e più sereno lo renda, e seco medesima e con gli uomini e con Dio si riconcilii, ed imponga oggimai il silenzio a quella maligna e bugiarda voce e sfacciata, la quale è ardita di dire che Vostra Maestà fu consapevole della congiura contro l’avolo de’ vostri nipoti fatta, e rassereni la mente de’ buoni che ciò, già è gran tempo, da voi sospesi attendono e dell’indugio si gravano. Piacenza al vostro umilissimo figliuolo ed ubbidientissimo genero e fedelissimo servidore assegnando, acciocchè la vostra fama lunghissimo spazio vivendo, e canuta e veneranda fatta, possa raccontare alle genti che verranno, come l’ardire e il valore e la scienza della guerra e la prodezza e la maestria delle armi fu in voi virtù e magnanimità, e non impeto nè avarizia, e che quella parte dell’animo che Dio agli uomini diede robusta e spinosa e feroce e guerriera, con la ragione e con la umanità in voi componendosi e mescolandosi, quasi salvalico albero co’ rami delle domestiche piante innestato, divenne dolce e mansueta in tanto, che voi la vostra fortezza in niuna parte allentando nè minuendo, di benigno ingegno foste e pietoso e pieghevole; la qual loda di pietà tanto è maggiore ne’ virili animi ed altieri, e fra le armi e nelle battaglie, quanto ella più rade volte vi s’è veduta, e quanto più malagevole è che la temperanza e la mansuetudine sieno congiunte con la licenza e con la potenza. Vuole adunque Vostra Maestà dal nobilissimo stuolo delle altre sue magnifiche laudi scompagnare questa difficile e rara virtù? e se ella non vuole che la sua gloria scemi e impoverisca di tanto, dove potrà ella mai impiegare la sua misericordia con maggior commendazione degli uomini, e con più merito verso Dio che nel duca Ottavio? il quale per la disposizione delle leggi è vostro figliuolo, e per la vostra vostro genero, e per la sua vostro servidore. Senza che quando bene egli di niun parentado vi fosse congiunto, ad ogni modo il suo molto valore e i suoi dolci costumi e la sua fiorita età doverebbono poter indurre a compassione di sè non solo gli strani, ma gl’inimici e le fiere salvatiche istesse; e voi, la cui usanza è stata sino a qui di rendere gli stati non solo a’ principi strani, ma eziandio a’ re barbari e saracini, sostenete che egli vada disperso e sbandito e vagabondo, e comportate che quella vita, la quale pur dianzi ne’suoi teneri anni si pose combattendo per voi in tanti pericoli, ora per voi medesimo tapinando, sia cotanto misera ed infelice ? Oh gloriose, oh ben nate e bene avventurose anime, che nella pericolosa ed aspra guerra della Magna seguiste il duca e di sua milizia foste, e le quali per la gloria e per la salute di Cesare i corpi vostri abbandonando, e alla tedesca fierezza del proprio sangue e di quel di lei tinti lasciandoli, dalle fatiche e dalle miserie del mondo vi dipartiste! Vedete voi ora in che dolente stato il vostro signore è posto? Io son certo che sì, e come quelle che lo amaste e da lui foste sommamente amate, tengo per fermo che misericordia e dolore de’ suoi duri e indegni affanni sentite. Ecco i vostri soldati, Sacra Maestà, e la vostra fortissima milizia fino dal cielo vi mostra le piaghe, che ella per voi ricevette; e vi priega ora che ‘l vostro grave sdegno per l’altrui forse non vera colpa conceputo, per la costui innocente gioventù s’ammollisca, e che voi non al duca, ma a’ vostri nipoti non rendiate come loro, ma doniate come vostra quella città, la qual voi possedete ora, se non con biasimo, almeno senza commendazione. E potrà forse alcuno fare a credere alle età che verranno dopo noi, che l’altiero animo vostro, avvezzo ad assalire con generosa forza, e a guisa di nobile uccello a viva preda ammaestrato, in questo atto dichini ad ignobilità, e quasi di morto animale si pasca, quella città, non con la vostra virtù nè con le vostre forze, ma con gli altrui inganni e con l’altrui crudeltà acquistata, ritenendo? Di ciò vi priegano similmente lo misere contrade d’Italia e i vostri ubbidientissimi popoli, e gli altari e le chiese e i sacri luoghi, e le religiose vergini e gl’innocenti fanciulli e le timide e spaventate madri di questa nobile provincia, piangendo ed a man giunte con la mia lingua vi chieggon mercè, che voi procuriate per Dio , che la crudele preterita fiamma, per la quale ella è poco meno che incenerita e distrutta, e la quale con tanto affanno di vostra Maestà sì difficilmente s’estinse, non sia raccesa ora, e non arda e non divori le sue non bene ancora ristorate nè rinvigorite membra. Di ciò pietosamente e con le mani in croce vi priega Madama Illustrissima, vostra umile serva e figliuola, la quale voi donaste ad Italia, e con sì nobile presente e magnifico degnaste farne partecipi del vostro chiarissimo sangue, acciocchè ella di sì prezioso legnaggio co’ suoi parti questa gloriosa terra arricchisse, e noi lei, siccome nobilissima pianta peregrina, nel nostro terreno translata ed allignata, e la vostra divina stirpe fruttificante, lietissimi ricevemmo, e quanto la nostra umiltà fare ha potuto, l’abbiamo onorata e riverita. Non vogliate ora voi ritorci sì pregiato dono; e se la sua benigna stella le diede, che ella nascesse figliuola d’imperadore, e il suo valore e i suoi regali costumi la fecero degna figliuola di Carlo Quinto imperadore, non vogliate far voi che tanta felicità e bontà sieno ora in doglioso stato; quello che ‘l cielo le concedette, e quello che la sua virtù le aggiunse, togliendole. Assai la fece aspra fortuna e crudele delle sue prime nozze sconsolata e dolente: non la faccia ora il suo generosissimo padre delle seconde, misera e scontenta. Ella non puole in alcun modo essere infelice, essendo vostra figliuola; ma come può ella senza mortal dolore veder colui (cui ella sì affettuosamente, come suo e come da voi datole, ama) caduto in disgrazia di Vostra Maestà, vivere in doglia ed in esilio? Ma se ella pure diponesse l’animo di ardente mogliera, come può ella diporre quello di tenera madre, ed il suo doppio parto, sopra ogni creata cosa vaghissimo e dilicato ed amabile, non amare tenerissimamente? il quale certo di nulla v’offese giammai. Se l’altrui nome all’uno de’ nobili gemelli nuoce cotanto, giovi almeno all’altro in parte il vostro.

Questi le tenere braccia ed innocenti distende verso Vostra Maestà timido e lagrimoso, e con la lingua ancora non ferma mercè le chiede, perciocchè le prime novelle che il suo puerile animo ha potuto per le orecchie ricevere, sono state morte e sangue ed esilio; e i primi vestimenti co’ quali egli ha dopo le fasce ricoperto le sue picciole membra, sono stati bruni e di duolo; e le feste e le carezze che egli ha primieramente dalla sconsolata madre ricevute, sono state lagrime e singhiozzi, e pietoso pianto e dirotto. Questi adunque al suo avolo chiede misericordia e mercè; ed Italia al suo signore chiama pace e quiete; e l’afflitta cristianità di riposo e di concordia il suo magnanimo principe priega e grava; ed io da celato divino spirito commosso, oltra quello che i al mio stato si converrebbe, fatto ardito e prosontuoso, la sua antica magnanimità a Carlo Quinto richieggo, e la sua carità usata gli addimando. La divina bontà guardò il vostro vittorioso esercito da quelle mortali seti africane, e dievvi che voi conquistaste quel regno in sì pochi giorni, acciocchè voi di tanto dono conoscente, la sua santa fede poteste difendere ed ampliare; e non perchè voi la misera cristianità, tutta piagata e monca e sanguinosa, quando ella le sue ferite sanava ed i suoi deboli spiriti rafforzava, a nuove contese e a nuove battaglie suscitaste, per aggiugnere una sola città alla vostra potenza. Questa medesima divina bontà rendè tiepide e serene le pruine ed il verno della Magna, ed i venti e le tempeste del settentrione acquetò per salvare il suo eletto e diletto campione, e diedegli tanta e sì alta vittoria fuori d’ogni umana credenza, non a fine che egli poco appresso, per avanzarsi, imprendesse briga con santa Chiesa, ma acciocchè egli la ubbidisse, e le sparse e divise membra di lei raccozzasse ed unisse, e col capo suo le congiugnesse; siccome Vostra Maestà farà di certo: perciocchè cotanta virtù, quanta in VOI risplende, non puote in alcun modo nè con alcuna onda di utilità estinguersi, nè pure un poco intiepidirsi giammai. Piaccia a colui, al quale essendo egli somma bontà ogni ben piace, queste mie parole, più alla buona intenzione che alla umil fortuna mia convenevoli, nel vostro animo ricevute quello effetto producano, che al suo santissimo Nome sia di laude e di gloria, ed a Vostra Maestà di salute e di consolazione.

Indice Biblioteca Progetto Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 31 dicembre 2009