Messer Giovanni della Casa

Galateo

overo de li costumi

Nel quale sotto la persona d’un vecchio idiota

ammaestrante un suo giovanetto si ragiona

de’ modi che si debbono tenere o schifare

nella comune conversazione.

Edizione di riferimento

Biblioteca Enciclopedica Italiana, vol. XI,  Prosatori del secolo XVI Agnolo Firenzuola – Giovanbatista Gelli – Pierfrancesco  Giambullari – Baldassar Castiglione – Giovanni della Casa – Annibal Caro – Torquato Tasso – Milano per Nicolò Bettoni e comp. M.DCCC.XXXl

1.

Conciossiacosachè tu incominci pur ora quel viaggio del quale io ho la maggior parte, siccome tu vedi, fornito; cioè questa vita mortale; amandoti io assai, come io fo, ho proposto meco medesimo di venirti mostrando quando un luogo e quando altro, dove io, come colui che gli ho sperimentati, temo che tu, camminando per essa, fossi agevolmente o cadere o come che sia errare; acciocchè tu ammaestrato da me, possi tenere la diritta via con salute dell’anima tua e con laude e onore della tua orrevole e nobile famiglia: e perciocchè la tua tenera età non sarebbe sufficiente a ricevere più principali e più sottili ammaestramenti, riserbandogli a più convenevole tempo, io incomincierò da quello che peravventura potrebbe a molti parer frivolo; cioè quello che io stimo che si convenga di fare, per potere in comunicando ed in usando colle genti essere costumato e piacevole e di bella maniera: il che nondimeno è o virtù o cosa molto a virtù somigliante: e comechè l’esser liberale o costante o magnanimo sia per sè senza alcun fallo più laudabil cosa e maggiore, che non è l’essere avvenente e costumato; nondimeno forse che la dolcezza de’ costumi e la convenevolezza de’ modi e delle maniere e delle parole giovano non meno a’ possessori di esse, che la grandezza dell’animo, e la sicurezza altresì a’ loro possessori non fanno: perciocchè queste si convengono esercitare ogni dì molte volte, essendo a ciascuno necessario di usare; con gli altri uomini ogni dì, ed ogni dì favellare con essoloro: ma la giustizia, la fortezza e le altre virtù più nobili e maggiori si pongono in opera più di rado; nè il largo e il magnanimo e astretto di operare ad ogni ora magnificamente, anzi non è chi possa ciò fare in alcun modo molto spesso; e gli animosi uomini e sicuri similmente rade volte sono costretti a dimostrare il valore e la virtù loro con opera. Adunque quanto quelle di grandezza, e quasi di peso vincono queste; tanto queste in numero ed in ispessezza avanzano quelle.

2.

E potre’ ti, se egli stesse bene di farlo, nominare di molti, i quali essendo per altro di poca stima, sono stati e tuttavia sono apprezzati assai per cagion della loro piacevole e graziosa maniera solamente; dalla quale aiutati e sollevati, sono pervenuti ad altissimi gradi, lasciandosi lunghissimo spazio addietro coloro che erano dotati di quelle più nobili e più chiare virtù, che io ho dette: e come i piacevoli modi e gentili hanno forza di eccitare la benivolenza di coloro co’ quali noi viviamo; così per lo contrario i zotichi e rozzi incitano altrui ad odio e a disprezzo di noi.

3.

Per la qual cosa, quantunque niuna pena abbiano ordinata le leggi alla spiacevolezza ed alla rozzezza de’ costumi, siccome a quel peccato che loro è paruto leggieri ( e certo egli non è grave ), noi veggiamo nondimeno, che la natura istessa ce ne gastiga con aspra disciplina; privandoci per questa cagione del consorzio e della benivolenza degli uomini.

4.

E certo come i peccati gravi più nuocono, così questo leggieri più noia, o noia almeno più spesso: e siccome gli uomini temono le fiere selvatiche, e di alcuni piccioli animali, come le zanzare sono e le mosche, niuno timore hanno; e nondimeno per la continua noia che eglino ricevono da loro, più spesso si rammaricano di questi, che di quelli non fanno: così addiviene, che il più delle persone odia altrettanto gli spiacevoli uomini ed i rincrescevoli, quanto i malvagi, o più.

5.

Per la qual cosa niuno può dubitare, che a chiunque si dispone di vivere non per le solitudini, o ne’ romitorii, ma nella città e tra gli uomini, non sia utilissima cosa il sapere essere ne’ suoi costumi e nelle sue maniere grazioso e piacevole.

6.

Senza che le altre virtù hanno mestiero di più arredi, i quali mancando, esse nulla o poco adoperano: dove questa, senz’altro patrimonio, è ricca e possente, siccome quella che consiste in parole e in atti solamente.

7.

Il che acciocchè tu più agevolmente apprenda di fare, dèi sapere, che a te convien temperare e ordinare i tuoi modi, non secondo il tuo arbitrio, ma secondo il piacer di coloro co’ quali tu usi, ed a quello indirizzargli; e ciò si vuol fare mezzanamente: perciocchè chi si diletta di troppo secondare il piacere altrui nella conversazione e nella usanza, pare piuttosto buffone o giuocolare, o per avventura lusinghiero, che costumato gentiluomo: siccome per lo contrario chi di piacere o di dispiacere altrui non si dà alcuno pensiero, è zotico e scostumato e disavvenente.

8.

Adunque conciossiachè le nostre maniere sieno allora dilettevoli, quando noi abbiamo risguardo all’altrui e non al nostro diletto; se noi investigheremo quali sono quelle cose che dilettano generalmente il più degli uomini, e quali quelle che noiano, potremo agevolmente trovare quali modi sieno da schifarsi nel vivere con essoloro, e quali sieno da eleggersi.

9.

Diciamo adunque, che ciascuno atto che è di noia ad alcuno de’ sensi; e ciò che è contrario all’appetito; ed oltre a ciò quello che rappresenta alla immaginazione cose male da lei gradite; e similmente ciò che lo ‘ntelletto ave a schifo, spiace e non si dee fare: perciocchè non solamente non sono da fare in presenza degli uomini le cose laide o fetide o schifo o stomachevoli, ma il nominarle anco si disdice; e non pure il farle e il ricordarle dispiace, ma eziandio il ridurle nella immaginazione altrui con alcun atto, suol forte noiar le persone.

10.

E perciò sconcio costume è quello di alcuni che in palese si pongono le mani in qual parte del corpo vien loro voglia.

11.

Similmente non si conviene a gentiluomo costumato apparecchiarsi alle necessità naturali nel conspetto degli uomini; nè quelle finite, rivestirsi nella loro presenza. Nè pure quindi tornando, si laverà egli, per mio consiglio, le mani dinanzi ad onesta brigata; conciossiachè la cagione per la quale egli se le lava rappresenti nella immaginazione di coloro alcuna bruttura.

12.

E per la medesima cagione non è dicevol costume, quando ad alcuno vien veduto per via (come occorre alle volte) cosa stomachevole, il rivolgersi a’ compagni e mostrarla loro. E molto meno il porgere altrui a fiutare alcuna cosa puzzolente, come alcuni soglion fare con grandissima instanza, pure accostandocela al naso, e dicendo: – Deh sentite di grazia, come questo pute; anzi doverebbon dire: – Non lo fiutate, perciocchè pute.

13.

E come questi e simili modi noiano quei sensi a’ quali appartengono; così il dirugginare i denti, il sufolare, lo stridere, e lo stropicciar pietre aspre, e il fregar ferro, spiace agli orecchi, e deesene l’uomo astenere più che può. E non sol questo, ma deesi l’uomo guardare di cantare, specialmente solo, se egli ha la voce discordata difforme; dalla qualcosa pochi sono che si riguardino: anzi pare, che chi meno è a ciò atto naturalmente, più spesso il faccia.

14.

Sono ancora di quelli che tossendo, o starnutendo, fanno sì fatto lo strepito, che assordano altrui; e di quelli che in simili atti, poco discretamente usandoli, spruzzano nel viso a’ circonstanti.

15.

E truovasi anco tale che, sbadigliando, urla o ragghia come asino. E tale con la bocca tuttavia aperta vuol pur dire e seguitare suo ragionamento: e manda fuori quella voce, o piuttosto quel rumore che fa il mutolo, quando egli si sforza di favellare; le quali sconce maniere si voglion fuggire, come noiose all’udire e al vedere.

16.

Anzi dee l’uomo costumato astenersi dal molto sbadigliare, oltra le predette cose, ancora perciocchè pare che venga da un cotal rincrescimento e da tedio; e che colui che così spesso sbadiglia, amerebbe di esser piuttosto in altra parte, che quivi; e che la brigata ove egli è, ed i ragionamenti ed i modi loro gli rincrescano. E certo, comechè l’uomo sia il più del tempo acconcio a sbadigliare; nondimeno, se egli è soprappreso da alcun diletto, o da alcun pensiero, egli non ha a mente di farlo; ma scioperato essendo ed accidioso, facilmente se ne ricorda: e perciò quando altri sbadiglia colà dove sieno persone oziose e senza pensiero, tutti gli altri, come tu puoi aver veduto far molte volte, risbadigliano incontinente; quasi colui abbia loro ridotto a memoria quello che eglino arebbono prima fatto, se essi se ne fossino ricordati. E ho io sentito molte volte dire a savi letterati, che tanto viene a dire in latino sbadigliante, quanto neghittoso e trascurato. Vuolsi adunque fuggire questo costume, spiacevole, come io ho detto, agli occhi od all’udire ed allo appetito; perciocchè usandolo, non solo facciamo segno che la compagnia, con la qual dimoriamo, ci sia poco a grado, ma diamo ancora alcuno indizio cattivo di noi medesimi; cioè di avere addormentato animo e sonnacchioso; la qual cosa ci rende poco amabili a coloro coi quali usiamo.

17.

Non si vuole anco, soffiato che tu ti sarai il naso, aprire il moccichino e guatarvi entro, come se perle o rubini ti dovessero esser discesi dal celabro; che sono stomachevoli modi, ed atti a fare, non che altri ci ami, ma che se alcuno ci amasse, si disinnamori: siccome testimonia lo spirito del Labirinto ( chi che egli si fosse ), il quale per ispegnere l’amore onde messer Giovanni Boccaccio ardea di quella sua male da lui conosciuta donna, gli racconta, come ella covava la cenere, sedendosi in sulle calcagna, e tossiva ed isputava farfalloni.

18.

Sconvenevol costume è anco, quando alcuno mette il naso in sul bicchier del vino che altri ha a bere, o su la vivanda che altri dee mangiare, per cagion di fiutarla: anzi non vorre’ io, che egli fiutasse pur quello che egli stesso dee bersi o mangiarsi; posciachè dal naso possono cader di quelle cose che l’uomo ave a schifo, eziandio che allora non caggiano. Nè per mio consiglio porgerai tu a bere altrui quel bicchier di vino al quale tu arai posto bocca, ed assaggiatolo; salvo se egli non fosse teco più che domestico. E molto meno si dee porgere pera, o altro frutto, nel quale tu arai dato di morso. E non guardare, perchè le sopraddette cose ti paiano di picciolo momento; perciocchè anco le leggieri percosse, se elle sono molte, sogliono uccidere.

19.

E sappi che in Verona ebbe già un vescovo molto savio di scrittura, e di senno naturale, il cui nome fu messer Giovanni Matteo Giberti; il quale, fra gli altri suoi laudevoli costumi, si fu cortese e liberale assai a’ nobili gentiluomini, che andavano e venivano a lui onorandogli in casa sua con magnificenza non soprabbondante, ma mezzana; quale conviene a cherico. Avvenne, che passando in quel tempo di lì un nobile uomo, nomato conte Ricciardo, egli si dimorò più giorni col vescovo, e con la famiglia di lui; la quale era per lo più di costumati uomini e scienziati; e perciocchè gentilissimo cavaliere parea loro, e di bellissime maniere, molto lo commendarono ed apprezzarono; se non che un picciolo difetto avea ne’ suoi modi; del quale essendosi il vescovo, che intendente signore era, avveduto; ed avutone consiglio con alcuno de’ suoi più domestichi; proposero, che fosse da farne avveduto il conte, comechè temessero di fargliene noia. Per la qual cosa, avendo già il conte preso commiato, e dovendosi partir la mattina vegnente; il vescovo, chiamato un suo discreto famigliare, gli impose, che montato a cavallo col conte, per modo di accompagnarlo, se ne andasse con essolui alquanto di via: e quando tempo gli paresse, per dolce modo gli venisse dicendo quello che essi aveano proposto tra loro. Era il detto famigliare uomo già pieno d’anni, molto scienziato, e oltre ad ogni credenza piacevole e ben parlante e di grazioso aspetto; e molto avea de’ suoi dì usato alle corti de’ gran signori; il quale fu, e forse ancora è chiamato M. Galateo; a petizion del quale, e per suo consiglio, presi io da prima a dettar questo presente Trattato. Costui, cavalcando col conte, lo ebbe assai tosto messo in piacevoli ragionamenti; e di uno in altro passando, quando tempo gli parve di dover verso Verona tornarsi, pregandonelo il conte, ed accommiatandolo, con lieto viso gli venne dolcemente così dicendo: « Signor mio, il vescovo mio signore rende a V. S. infinite grazie dell’onore che egli ha da voi ricevuto; il quale degnato vi siete di entrare e di soggiornar nella sua picciola casa: ed oltre a ciò in riconoscimento di tanta cortesia da voi usata verso di lui, mi ha imposto che io vi faccia un dono per sua parte; e caramente vi manda pregando, che vi piaccia di riceverlo con lieto animo; ed il dono è questo: Voi siete il più leggiadro ed il più costumato gentiluomo che mai paresse al vescovo di vedere; per la qual cosa avendo egli attentamente risguardato alle vostre maniere, ed esaminatole partitamente, niuna ne ha tra loro trovata che non sia sommamente piacevole e commendabile, fuori solamente un atto difforme che voi fate con le labbra e, con la bocca, masticando alla mensa con un nuovo strepito molto spiacevole ad udire: questo vi manda significando il vescovo, e pregandovi, che voi v’ingegniate del tuttodì rimanervene; e che voi prendiate in luogo di caro dono la sua amorevole riprensione ed avvertimento; perciocchè egli si rende certo, niuno altro al mondo essere che tale presente vi facesse ». Il conte, che del suo difetto non si era ancora mai avveduto, udendoselo rimproverare arrossò così un poco; ma come valente uomo, assai tosto ripreso cuore, disse: «Direte al vescovo che se tali fossero tutti i doni che gli uomini si fanno infra di loro, quale il suo è, eglino troppo più ricchi sarebbono, che essi non sono; e di tanta sua cortesia e liberalità verso di me ringraziatelo senza fine; assicurandolo, che io del mio difetto senza dubbio per innanzi bene diligentemente mi guarderò; ed andatevi con Dio ».

20.

Ora che crediamo noi, che avesse il vescovo e la sua nobile brigata detto a coloro che noi veggiamo talora, a guisa di porci col grifo nella broda tutti abbandonati, non levar mai alto il viso; e mai non rimuovere gli occhi e molto meno le mani dalle vivande? e con amendue le gole gonfiate, come se essi sonassero la tromba o soffiassero nel fuoco, non mangiare, ma trangugiare: i quali imbrattandosi le mani poco meno che fino al gomito, conciano in guisa le tovagliuole, che le pezze degli agiamenti sono più nette? Con le quai tovagliuole anco molto spesso non si vergognano di rasciugare il sudore, che per lo affrettarsi e per lo soverchio mangiare gocciola e cade loro dalla fronte e dal viso e dintorno al collo; ed anco di nettarsi con esse il naso, quando voglia loro ne viene. Veramente questi così fatti non meriterebbono di essere ricevuti non pure nella purissima casa di quel nobile vescovo, ma doverebbono essere scacciati per tutto, laddove costumati uomini fossero. Dee adunque l’uomo costumato guardarsi di non ugnersi le dita sì che la tovagliuola ne rimanga imbrattata; perciocchè ella è stomachevole a vedere. Ed anco il fregarle al pane che egli dee mangiare, non pare pulito costume.

21.

I nobili servidori, i quali si esercitano nel servigio della tavola, non si deono per alcuna condizione grattare il capo, nè altrove dinanzi al loro signore quando e’ mangia; nè porsi le mani in alcuna di quelle parti del corpo che si cuoprono; nè pure farne sembiante, siccome alcuni trascurati famigliari fauno, tenendosele in seno, o di dietro nascoste sotto a’ panni; ma le deono tenere in palese e fuori d’ogni sospetto; ed averle con ogni diligenza lavate e nette, senza avervi su pure un segnuzzo di bruttura in alcuna parte.

22.

E quelli che arrecano i piattelli, o porgono la coppa, diligentemente si astengano in quell’ora da sputare, da tossire, e più, da starnutire: perciocchè in simili atti tanto vale, e così noia i signori la sospezioue, quanto la certezza: e perciò procurino i famigliari di non dar cagione a’ padroni di sospicare; perciocchè quello che poteva addivenire, così noia come se egli fosse avvenuto. E se talora averai posto a scaldare pera dintorno al focolare, o arrostito pane in sulla brage, tu non vi dèi soffiare entro, perchè egli sia alquanto ceneroso; perciocchè si dice, che mai vento non fu senza acqua; anzi tu lo dèi leggiermente percuotere nel piattello, o con altro argomento scuoterne la cenere. Non offerirai il tuo moccichino, comechè egli sia di bucato, a persona: perciocchè quegli a cui tu lo proferi, noi sa; e potrebbelsi avere a schifo.

23.

Quando si favella con alcuno, non se gli dee l’uomo avvicinare sì, che se gli aliti nel viso; perciocchè molti troverai che non amano di sentire il fiato altrui; quantunque cattivo odore non ne venisse. Questi modi ed altri simili, sono spiacevoli, e vuolsi schifargli; perciocchè posson noiare alcuno de’ sentimenti di coloro co’ quali usiamo, come io dissi di sopra.

24.

Facciamo ora menzione di quelli che, senza noia d’alcuno sentimento, spiacciono allo appetito delle più persone, quando si fanno. Tu dèi sapere che gli uomini naturalmente appetiscono più cose e varie; perciocchè alcuni vogliono soddisfare all’ira, alcuni alla gola, altri alla libidine, ed altri alla avarizia, ed altri ad altri appetiti: ma in comunicando solamente infra di loro, non pare che chieggano, nè possano chiedere nè appetire alcuna delle sopraddette cose; conciossiachè elle non consistano nelle maniere, o ne’ modi e nel favellar delle persone, ma in altro. Appetiscono adunque quello che può conceder loro questo atto del comunicare insieme; e ciò pare che sia benivolenza, onore e sollazzo; o alcuna altra cosa a queste simigliante. Perchè non si dee dire, nè fare cosa, per la quale altri dia segno di poco amare o di poco apprezzar coloro co’ quali si dimora. Laonde poco gentil costume pare che sia quello che molti sogliono usare, cioè di volentieri dormirsi colà dove onesta brigata si segga e ragioni; perciocchè così facendo dimostrano che poco gli apprezzino, e poco lor caglia di loro e de’ loro ragionamenti; senza che, chi dorme, massimamente stando a disagio, come a coloro convien fare, suole il più delle volte fare alcuno atto spiacevole ad udire o a vedere; e bene spesso questi cotali si risentono sudati e bavosi.

25.

E per questa cagione medesima il drizzarsi ove gli altri seggano e favellino, e passeggiare per la camera, pare noiosa usanza. Sono ancora di quelli che così si dimenano e scontorconsi e prostendonsi e sbadigliano, rivolgendosi ora in su l’un lato ed ora in su l’altro, che pare che gli pigli la febbre in quell’ora: segno evidente che quella brigata con cui sono, rincresce loro.

26.

Male fanno similmente coloro che ad ora ad ora si traggono una lettera della scarsella e la leggono. Peggio ancora fa chi, tratte fuori le forbicine, si dà tutto a tagliarsi le unghie; quasi che egli abbia quella brigata per nulla, e però si procacci d’altro sollazzo per trapassare il tempo.

27.

Non si deono anco tener quei modi che alcuni usano; cioè cantarsi fra’ denti, o sonare il tamburino con le dita, o dimenare le gambe; perciocchè questi così fatti modi mostrano che la persona sia non curante d’altrui.

28.

Oltre a ciò non si vuol l’uom recare in guisa che egli mostri le spalle altrui; nè tenere alto l’una gamba sì, che quelle parti che i vestimenti ricuoprono, si possano vedere; perciocchè cotali atti non si soglion fare, se non tra quelle persone che l’uomo non riverisce. Vero è, che se un signor ciò facesse dinanzi ad alcuno de’ suoi famigliari, o ancora in presenza di un amico di minor condizione di lui, mostrerebbe non superbia, ma amore e dimestichezza.

29.

Dee l’uomo recarsi sopra di sè; e non appoggiarsi, nè aggravarsi addosso altrui.

30.

E quando favella, non dee punzecchiare altrui col gomito, come molti soglion fare ad ogni parola, dicendo: Non dissi io vero? Eh voi? Eh messer tale? e tuttavia vi frugano col gomito.

31.

Ben vestito dee andar ciascuno, secondo sua condizione, e secondo sua età; perciocchè, altrimenti facendo, pare che egli sprezzi la gente. E perciò solevano i cittadini di Padova prendersi ad onta, quando alcun gentiluomo viniziano andava per la loro città in saio; quasi gli fosse avviso di essere in contado. E non solamente vogliono i vestimenti essere di fini panni; ma si dee l’uomo sforzare di ritrarsi più che può al costume degli altri cittadini, e lasciarsi volgere alle usanze, comechè forse meno comode o meno leggiadre che le antiche per avventura non erano, o non gli parevano a lui. E se tutta la tua città averà tonduti i capelli, non si vuol portar la zazzera; o dove gli altri cittadini sieno con la barba, tagliarlati tu; perciocchè questo è un contraddire agli altri; la qual cosa, cioè il contraddire nel costumar con le persone, non si dee fare se non in caso di necessità, come noi diremo poco appresso; imperocchè questo, innanzi ad ogni altro cattivo vezzo, ci rende odiosi al più delle persone. Non è adunque da opporsi alle usanze comuni in questi cotali fatti, ma da secondarle mezzanamente; acciocchè tu solo non sii colui che nelle tue contrade abbia la guarnaccia lunga fino in sul tallone, ove tutti gli altri la portino cortissima poco più giù che la cintura: perciocchè, come avviene a chi ha il viso forte ricagnato ( che altro non è a dire, che averlo contra l’usanza, secondo la quale la natura gli fa ne’ più ) che tutta la gente si rivolge a guatar pur lui; così interviene a coloro che vanno vestiti non secondo l’usanza de’ più, ma secondo l’appetito loro, e con delle zazzere lunghe; o che la barba hanno raccorciata o rasa: o che portano le cuffie, o certi berrettoni grandi alla tedesca, che ciascuno si volge a mirarli, e fassi loro cerchio, come a coloro i quali pare che abbiano preso a vincere la pugna incontro a tutta la contrada ove essi vivono.

32.

Vogliono essere ancora le veste assettate e che bene stiano alla persona; perchè coloro che hanno le robe ricche e nobili, ma in maniera sconce che elle non paiono fatte a lor dosso, fanno segno dell’una delle due cose; o che eglino niuna considerazione abbiano di dover piacere, nè dispiacere alle genti, o che non conoscano che si sia nè grazia, nè misura alcuna. Costoro adunque co’ loro modi generano sospetto negli animi delle persone con le quali usano, che poca stima facciano di loro; e perciò sono mal volentier ricevuti nel più delle brigate, e poco cari avutivi.

33.

Sono poi certi altri che più oltre procedono che la sospezione; anzi vengono a’ fatti e alle opere sì, che con essoloro non si può durare in guisa alcuna; perciocchè eglino sempre sono l’indugio, lo sconcio e il disagio di tutta la compagnia; i quali non sono mai presti, mai sono in assetto, nè mai a lor senno adagiati: anzi quando ciascuno è per ire a tavola, e sono preste le vivande, e l’acqua data alle mani, cossì chieggono che loro sia portato da scrivere o da orinare, o non hanno fatto esercizio; e dicono: – Egli è buon’ora: ben potete indugiare un poco sì; che fretta è questa stamane? E tengono impacciata tutta la brigata, siccome quelli che hanno riguardo solo a sè stessi e all’agio loro, e d’altrui niuna considerazione cade loro nell’animo. Oltre a ciò vogliono in ciascuna cosa essere avvantaggiati dagli altri, e coricarsi ne’ miglior letti e nelle più belle camere, e sedersi ne’ più comodi e più orrevoli luoghi, e prima degli altri essere serviti e adagiati; a’ quali niuna cosa piace giammai, se non quello che essi hanno divisato; a tutte le altre torcono il grifo, e par loro di dover essere attesi a mangiare, a cavalcare, a giucare, a sollazzare.

34.

Alcuni altri sono sì bizzarri e ritrosi e strani, che niuna cosa a lor modo si può fare, e sempre rispondono con mal viso, che che loro si dica; e mai non rifinano di garrire a’ fanti loro e di sgridargli; e tengono in continua tribolazione tutta la brigata: – A bell’ora mi chiamasti stamane! Guata qui, come tu nettasti bene questa scarpetta! E anco non venisti meco alla chiesa! Bestia: io non so a che io mi tenga, che io non ti rompa cotesto mostaccio. Modi tutti sconvenevoli e dispettosi, i quali si deono fuggire come la morte: perciocchè quantunque l’uomo avesse l’animo pieno di umiltà, e tenesse questi modi, non per malizia, ma per trascuraggine e per cattivo uso, nondimeno perchè egli si mostrerebbe superbo negli atti di fuori, converrebbe ch’egli fosse odiato dalle persone: imperocchè la superbia non è altro che il non istimare altrui, e, come io dissi da principio, ciascuno appetisce di essere stimato, ancora che egli noi vaglia.

35.

Egli fu, non ha gran tempo, in Roma un valoroso uomo, e dotato di acutissimo ingegno e di profonda scienza, il quale ebbe nome messer Ubaldino Bandinelli. Costui solea dire, che qualora egli andava o veniva da palagio, come che le vie fossero sempre piene di nobili cortigiani e di prelati e di signori, e parimente di poveri uomini, e di molta gente mezzana e minuta; nondimeno a lui non parea d’incontrar mai persona mai persona che da più fosse, nè da meno di lui: e senza fallo pochi ne potea vedere, che quello valessero che egli valea; avendo risguardo alla virtù di lui, che fu grande fuor di misura.

36.

Ma tuttavia gli uomini non si deon misurare in questi affari con sì fatto braccio; e deonsi piuttosto pesare con la stadera del mugnaio, che con la bilancia dell’orafo: ed è convenevol cosa lo esser presto di accettarli, non per quello che essi veramente vagliono, ma, come si fa delle monete, per quello che corrono. Niuna cosa è adunque da fare nel cospetto delle persone, alle quali noi desideriamo di piacere, che mostri piuttosto signoria che compagnia: anzi vuole ciascun nostro atto avere alcuna significazione di riverenza e di rispetto verso la compagnia nella quale siamo.

37.

Per la qual cosa quello che fatto a convenevol tempo non è biasimevole, per rispetto al luogo e alle persone è ripreso: come il dir villania a’ famigliari e lo sgridarli; della qual cosa facemmo di sopra menzione; e molto più il battergli: conciossiachè ciò fare è uno imperiare ed esercitare sua giurisdizione; la qual cosa niuno suol fare dinanzi a coloro ch’egli riverisce; senza che se ne scandalezza la brigata, e guastasene la conversazione: e maggiormente se altri ciò farà a tavola, che è luogo d’allegrezza e non di scandalo. Sicchè cortesemente fece Currado Gianfigliazzi di non multiplicare in novelle con Chichibio, per non turbare i suoi forestieri, comechè egli grave castigo avesse meritato, avendo piuttosto voluto dispiacere al suo signore che alla Brunetta; e se Currado avesse fatto ancora meno schiamazzo, che non fece, più sarebbe stato da commendare: che già non conveniva chiamar messer Domeneddio, che entrasse per lui mallevadore delle sue minacce, siccome egli fece. Ma tornando alla nostra materia, dico, che non istà bene, che altri si adiri a tavola che che si avvenga; e adirandosi, nol dee mostrare, nè del suo cruccio dee fare alcun segno, per la cagion detta dinanzi: e massimamente se tu arai forestieri a mangiar con esso teco; perciocchè tu gli hai chiamati a letizia ed ora gli attristi; conciossiachè, come gli agrumi, che altri mangia te veggente, allegano i denti anco a te, così il vedere che altri si cruccia, turba noi.

38.

Ritrosi sono coloro che vogliono ogni cosa al contrario degli altri; siccome il vocabolo medesimo dimostra; che tanto è a dire a ritroso, quanto a rovescio. Come sia adunque utile la ritrosia a prendere gli animi delle persone e a farsi ben volere, lo puoi giudicare tu stesso agevolmente; posciachè ella consiste in opporsi al piacere altrui; il che suol fare l’uno inimico all’altro, e non gli amici infra di loro. Perchè sforzinsi di schifar questo vizio coloro che studiano di essere cari alle persone, perciocchè egli genera non piacere, nè benivolenza, ma odio e noia: anzi conviensi fare dell’altrui voglia suo piacere, dove non segua danno o vergogna; ed in ciò, fare sempre e dire piuttosto a senno d’altri, che a suo.

39.

Non si vuole essere nè rustico, nè strano, ma piacevole e domestico; perciocchè niuna differenza sarebbe dalla mortine al pugnitopo, se non fosse che l’una è domestica e l’altro selvatico.

40.

E sappi che colui è piacevole, i cui modi di tenere gli amici infra di loro; laddove chi è strano, pare in ciascun luogo straniero; che tanto viene a dire, come forestiero: siccome i domestici uomini per lo contrario pare che sieno, ovunque vadano, conoscenti ed amici di ciascuno.

41.

Per la qual cosa conviene, che altri si avvezzi a salutare e favellare e rispondere per dolce modo, e dimostrarsi con ognuno quasi terrazzano e conoscente; il che male sanno fare alcuni che a nessuno mai fanno buon viso, e volentieri ad ogni cosa dicon di no; e non prendono in grado nè onore, nè carezza che loro si faccia, a guisa di gente, come detto è, straniera e barbara; non sostengono di essere visitati ed accompagnati; e non si rallegrano de’ motti, nè delle piacevolezze, e tutte le profferte rifiutano. – Messer tale m’impose dianzi, che io vi salutassi per sua parte. – Che ho io a fare de’ suoi saluti? – E messer cotale mi dimandò come voi stavate. – Venga, e sì mi cerchi il polso. Sono adunque costoro meritamente poco cari alle persone.

42.

Non istà bene di essere maninconoso, nè astratto laddove tu dimori: e comechè forse ciò sia da comportare a coloro che per lungo spazio di tempo sono avvezzi nelle speculazioni delle arti che si chiamano, secondo che io ho udito dire, liberali; agli altri senza alcun fallo non si dee consentire; anzi quelli stessi, qualora vogliono pensarsi, farebbon gran senno a fuggirsi dalla gente.

43.

L’esser tenero e vezzoso anco si disdice assai; e massimamente agli uomini; perciocchè l’usare con siffatta maniera di persone, non pare compagnia, ma servitù. E certo alcuni se ne trovano che sono tanto teneri e fragili, che il vivere e dimorar con essoloro, niuna altra cosa è, che impacciarsi fra tanti sottilissimi vetri: così temono essi ogni leggier percossa, e così conviene trattargli e riguardargli; i quali così si crucciano, se voi non foste così presto e sollecito a salutargli, a visitargli, a riverirgli ed a risponder loro, come un altro farebbe di una ingiuria mortale; e se voi non date loro così ogni titolo appunto, le querele asprissime e le inimicizie mortali nascono di presente. – Voi mi diceste messere, e non signore: E perchè non mi dite voi V. S.? io chiamo pur voi il signor tale io: Ed anco non ebbi il mio luogo a tavola. E ieri non vi degnaste di venire per me a casa, come io venni a trovar voi l’altr’ieri: questi non sono modi da tenere con un mio pari. Costoro veramente recano le persone a tale, che non è chi gli possa patir di vedere; perciocchè troppo amano sè medesimi fuor di misura; ed in ciò occupati, poco di spazio avanza loro di poter amare altrui; senza che, come io dissi da principio, gli uomini richieggono, che nelle maniere di coloro co’ quali usano, sia quel piacere che può in cotale atto essere; ma il dimorare con sì fatte persone fastidiose, l’amicizia delle quali sì leggermente, a guisa d’un sottilissimo velo, si squarcia, non è usare, ma servire; e perciò non solo non diletta, ma ella spiace sommamente. Questa tenerezza adunque, e questi vezzosi modi si voglion lasciare alle femmine.

44.

Nel favellare si pecca in molti e varii modi; e primieramente, nella materia che si propone: la quale non vuole essere frivola, nè vile; perciocchè gli uditori non vi badano; e perciocchè non ne hanno diletto, anzi scherniscono i ragionamenti ed il ragionatore insieme. Non si dee anco pigliar tema molto sottile, nè troppo isquisito: perciocchè con fatica s’intende dai più. Vuolsi diligentemente guardare di far la proposta tale, che niuno della brigata ne arrossisca, o ne riceva onta. Nè di alcuna bruttura si dee favellare (comechè piacevole cosa paresse ad udire) perciocchè alle oneste persone non istà bene studiar di piacere altrui, se non nelle oneste cose.

45.

Nè contra Dio, nè contra Santi, nè daddovero, nè molleggiando, si dee mai dire alcuna cosa; quantunque per altro fosse leggiadra e piacevole. Il qual peccato assai sovente commise la nobile brigata del nostro messer Giovan Boccaccio ne’ suoi ragionamenti sì, che ella merita bene di esserne agramente ripresa da ogni intendente persona. E nota che il parlar di Dio gabbando, non solo è difetto di scellerato uomo ed empio, ma egli è ancora vizio di scostumata persona; ed è cosa spiacevole ad udire: e molti troverai che si fuggiranno di là dove si parli di Dio sconciamente. E non solo di Dio si convien parlare santamente; ma in ogni ragionamento dee l’uomo schifare quanto può, che le parole non siano testimonio contra la vita e le opere sue; perciocchè gli uomini odiano in altrui eziandio i loro vizii medesimi. Simigliantemente si disdice il favellare delle cose molto contrarie al tempo ed alle persone che stanno ad udire; eziandio di quelle che per sè, ed a suo tempo dette, sarebbono e buone e sante. Non si raccontino adunque le prediche di frate Nastagio alle giovani donne, quando elle hanno voglia di scherzarsi; come quel buono uomo che abitò non lungi da te, vicino a s. Brancazio, faceva.

46.

Nè a festa, nè a tavola si raccontino istorie maninconose; nè di piaghe, nè di malattie, nè di morti o di pestilenzie, nè di altra dolorosa materia si faccia menzione ricordo: anzi se altri in sì fatte rammemorazioni fosse caduto, si dee per acconcio modo e dolce scambiargli quella materia; e mettergli per le mani più lieto e più convenevole soggetto; quanlunque, secondo che io udii già dire ad un valente uomo nostro vicino, gli uomini abbiano molte volte bisogno sì di lagrimare, come di ridere. E per tal cagione egli affermava essere stale da principio trovate le dolorose favole, che si chiamarono tragedie; acciocchè raccontate ne’ teatri, come in quel tempo si costumava di fare, tirassero le lagrime agli occhi di coloro che avevano di ciò mestiere; e così eglino piangendo, della loro infirmità guarissero. Ma, come ciò sia, a noi non istà bene di contristare gli animi delle persone con cui favelliamo; massimamente colà dove si dimori per aver festa e sollazzo, e non per piagnere: che se pure alcuno è che infermi per vaghezza di lagrimare, assai leggier cosa fia di medicarlo con la mostarda forte, o porlo in alcun luogo al fumo. Per la qual cosa in niuna maniera si può scusare il nostro Filostrato della proposta che egli fece piena di doglia e di morte a compagnia di nessuna altra cosa vaga, che di letizia. Conviensi adunque fuggire di favellare di cose maninconose, e piuttosto tacersi.

47.

Errano parimente coloro che altro non hanno in bocca giammai, che i loro bambini e la donna e la balia loro. – Il fanciullo mio mi fece iersera tanto ridere: udite: voi non vedeste mai il più dolce figliuolo di Momo mio: la donna mia è cotale: la Cecchina disse: certo voi noi credereste del cervello che ell’ha. Niuno è sì scioperato, che possa nè rispondere, nè badare a sì fatte sciocchezze; e viensi a noia ad ognuno.

48.

Male fanno ancora quelli che tratto tratto si pongono a recitare i sogni loro con tanta affezione, e facendone sì gran maraviglia, che è uno sfinimento di cuore a sentirli: massimamente che costoro sono per lo più tali, che perduta opera sarebbe lo ascoltare qualunque s’è la loro maggior prodezza, fatta eziandio quando vegghiarono. Non si dee adunque noiare altrui con sì vile materia come i sogni sono, spezialmente sciocchi, come l’uom gli fa generalmente. E comechè io senta dire assai spesso, che gli antichi savii lasciarono ne’ loro libri più e più sogni scritti con alto intendimento e con molta vaghezza, non perciò si conviene a noi idioti, nè al comun popolo di ciò fare ne’ suoi ragionamenti. E certo di quanti sogni io abbia mai sentito riferire, comechè io a pochi soffera di dare orecchio, niuno me ne parve mai d’udire che meritasse che per lui si rompesse silenzio; fuori solamente uno che ne vide il buon mess. Flaminio Tomarozzo gentiluomo romano, e non mica idiota nè materiale, ma scienziato e di acuto ingegno: al quale, dormendo egli, pareva di sedersi nella casa di un ricchissimo speziale suo vicino; nella quale poco stante, qual che si fosse la cagione, levatosi il popolo a remore, andava ogni cosa a ruba; e chi toglieva un lattovaro, e chi una confezione, e chi una cosa e chi altra, e mangiavalasi di presente; sicchè in poco d’ora nè ampolla nè pentola nè bossolo nè alberello vi rimanea che voto non fosse e rasciutto. Una guastadetta v’era assai picciola, e tutta piena di un chiarissimo liquore, il quale molti fiutarono, ma assaggiare non fu chi ne volesse; e non istette guari, che egli vide venire un uomo grande di statura, antico e con venerabile aspetto, il quale riguardando le scatole ed il vasellamento dello spezial cattivello, e trovando quale voto e qual versato, e la maggior parte rotto, gli venne veduto la guastadetta che io dissi: perchè postalasi a bocca, tutto quel liquore sì ebbe tantosto bevuto sì, che gocciola non ve ne rimase; e dopo questo se ne uscì quindi, come gli altri avean fatto: della qual cosa pareva a mess. Flaminio di maravigliarsi grandemente: perchè rivolto allo speziale, gli addimandava: – maestro, questi chi è? e per qual cagione sì saporitamente l’acqua della guastadetta bevve egli tutta, la quale tutti gli altri aveano rifiutata? A cui parea che lo speziale rispondesse: – Figliuolo, questi è messer Domeneddio; e l’ acqua da lui solo bevuta, e da ciascun altro, come tu vedesti, schifata e rifiutata, fu la discrezione; la quale, siccome tu puoi aver conosciuto, gli uomini non vogliono assaggiare per cosa del mondo.

49.

Questi così fatti sogni dico io bene potersi raccontare, e con molta dilettazione e frutto ascoltare; perciocchè più si rassomigliano a pensiero di ben desta, che a visione di addormentata mente, o virtù sensitiva, che dir dobbiamo: ma gli altri sogni senza forma e senza sentimento quali la maggior parte dei nostri pari gli fanno (perciocchè i buoni e gli scienziati sono, eziandio quando dormono, migliori e più savii che i rei e che gl’idioti), si deono dimenticare, e da noi insieme col sonno licenziare.

50.

E quantunque niuna cosa paia che si possa trovare più vana de’ sogni, egli ce n’ha pure una ancora più di loro leggiera, e ciò sono le bugie: perocchè di quello che l’uomo ha veduto nel sogno, pure è stato alcuna ombra e quasi un certo sentimento; ma della bugia nè ombra fu mai, nè immagine alcuna. Per la qual cosa meno ancora si richiede tenere impacciati gli orecchi e la mente di chi ci ascolta con le bugie che co’ sogni; comechè queste alcuna volta siano ricevute per verità; ma a lungo andare i bugiardi non solamente non sono creduti, ma essi non sono ascoltati; siccome quelli le parole de’ quali niuna sostanza hanno in sè, nè più nè meno come s’eglino non favellassero, ma soffiassero.

51.

E sappi che tu troverai di molti che mentono, a niun cattivo fine tirando, nè di proprio loro utile, nè di danno o di vergogna altrui, ma perciocchè la bugia per sè piace loro; come chi bee non per sete, ma per gola del vino. Alcuni altri dicono la bugia per vanagloria di sè stessi, millantandosi, e dicendo di avere le maraviglie e di essere gran baccalari.

52.

Puossi ancora mentire tacendo, cioè con gli atti e con l’opere; come tu puoi vedere che alcuni fanno, che essendo essi di mezzana condizione, o di vile, usano tanta solennità nei modi loro, e così vanno contegnosi, e con sì fatta prerogativa parlano, anzi parlamentano, ponendosi a sedere pro tribunali e pavoneggiandosi, che egli è una pena mortale pure a vedergli.

53.

E alcuni si trovano i quali, non essendo però di roba più agiati degli altri, hanno dintorno al collo tante collane d’oro, e tante anella in dito e tanti fermagli in capo e su per li vestimenti appiccati di qua e di là, che si disdirebbono al sire di Castiglione; le maniere de’ quali sono piene di scede e di vanagloria, la quale viene da superbia, procedente da vanità.

54.

Sicchè queste si deono fuggire come spiacevoli e sconvenevoli cose. E sappi che in molte città, e delle migliori, non si permette per le leggi, che il ricco possa gran fatto andare più splendidamente vestito che il povero: perciocchè a’ poveri pare di ricevere oltraggio, quando altri, eziandio pure nel sembiante, dimostra sopra di loro maggioranza: sicchè diligentemente è da guardarsi di non cadere in queste sciocchezze.

55.

Nè dee l’uomo di sua nobiltà, nè di suoi onori, nè di ricchezza, e molto meno di senno vantarsi: nè i suoi fatti o le prodezze sue o de’ suoi passati molto magnificare, nè ad ogni proposito annoverargli, come molti soglion fare: perciocchè pare, che egli in ciò significhi di volere o contendere co’ circostanti, se eglino similmente sono o presumono di essere gentili e agiati uomini e valorosi, o di soperchiarli, se eglino sono di minor condizione; e quasi rimproverar loro la loro viltà e miserie: la qual cosa dispiace indifferentemenle a ciascuno. Non dee adunque l’uomo avvilirsi, nè fuori di modo esaltarsi; ma piuttosto è da sottrarre alcuna cosa de’ suoi meriti, che punto arrogervi con parole; perciocchè ancora il bene, quando sia soverchio, spiace. E sappi che coloro che avviliscono sè stessi con le parole fuori di misura, e rifiutano gli onori che manifestamente loro s’appartengono, mostrano in ciò maggiore superbia, che coloro che queste cose, non ben bene loro dovute, usurpano. Per la qual cosa si potrebbe peravventura dire, che Giotto non meritasse quelle commendazioni, che alcun crede, per aver egli rifiutato di essere chiamato maestro; essendo egli non solo maestro, ma senza alcun dubbio singular maestro, secondo quei tempi. Ora che che egli o biasimo o loda si meritasse, certa cosa è, che chi schifa quello che ciascun altro appetisce, mostra ch’egli in ciò tutti gli altri o biasimi o disprezzi; e lo sprezzar la gloria e l’onore, che cotanto è dagli altri stimato, è un gloriarsi e onorarsi sopra tutti gli altri: conciossiachè niuno di sano intelletto rifiuti le care cose, fuori che coloro i quali delle più care di quelle stimano avere abbondanza e dovizia. Per la qual cosa nè vantare ci dobbiamo de’ nostri beni, nè farcene beffe: che l’uno è rimproverare agli altri i loro difetti, e l’altro schernire le loro virtù; ma dee di sè ciascuno, quanto può, tacere; o se la opportunità ci sforza a pur dir di noi alcuna cosa, piacevol costume e di dirne il vero rimessamente, come io ti dissi di sopra.

56.

E perciò coloro, che si dilettano di piacere alla gente, si deono astenere ad ogni poter loro da quello che molti hanno in costume di fare; i quali sì timorosamente mostrano di dire le loro openioni sopra qual si sia proposta, che egli è un morire a stento il sentirgli; massimamente se eglino sono per altro intendenti uomini e savii. – Signor, V. S. mi perdoni, se io nol saprò così dire: Io parlerò da persona materiale, come io sono e, secondo il mio poco sapere, grossamente: e son certo che la V. S. si farà beffe di me; ma pure per ubbidirla: e tanto penano e tanto stentano, che ogni sottilissima quistione si sarebbe diffinita con molto manco parole ed in più brieve tempo; perciocchè mai non ne vengono a capo.

57.

Tediosi medesimamente sono, e mentono con gli atti nella conversazione e usanza loro alcuni che si mostrano infimi e vili; ed essendo loro manifestamente dovuto il primo luogo ed il più allo, tuttavia si pongono nell’ultimo grado; od è una fatica incomparabile a sospingerli oltra; perocchè tratto tratto sono rinculati, a guisa di ronzino che aombri. Perchè con costoro cattivo partito ha la brigata alle mani, qualora si giugne ad alcuno uscio: perciocchè eglino per cosa del mondo non vogliono passare avanti, anzi si attraversano e tornano indietro; e sì con le mani e con le braccia si schermiscono e difendono, che ogni terzo passo è necessario ingaggiar battaglia con essoloro, e turbarne ogni sollazzo e talora la bisogna che si tratta.

58.

E perciò le cirimonie, le quali noi nominiamo, come tu odi, con vocabolo forestiero, siccome quelli che il nostrale non abbiamo (perocchè i nostri antichi mostrano che non le conoscessero, sicchè non poterono porre loro alcun nome), le cirimonie, dico, secondo il mio giudicio, poco si scostano dalle bugie e da’ sogni, per la loro vanità; sicchè bene le possiamo accozzare insieme e accoppiare nel nostro Trattato, poichè ci è nata occasione di dirne alcuna cosa.

59.

Secondo che un buon uomo mi ha più volte mostrato, quelle solennità che i cherici usano dintorno agli altari e negli uffici divini, e verso Dio e verso le cose sacre, si chiamano propriamente cirimonie: ma poichè gli nomini cominciarono da principio a riverire l’un l’altro con artificiosi modi fuori del convenevole, ed a chiamarsi padroni e signori tra loro, inchinandosi e storcendosi e piegandosi in segno di riverenza, e scoprendosi la testa, e nominandosi con titoli isquisiti, e baciandosi le mani, come se essi le avessero, a guisa di sacerdoti, sacrate; fu alcuno che, non avendo chiesta nuova e stolta usanza ancora nome, la chiamò cirimonia; credo io per istrazio; siccome il bere ed il godere si nominano per beffa trionfare: la quale usanza senza alcun dubbio a noi non è originale, ma forestiera e barbara, e da poco tempo in qua, onde che sia, trapassata in Italia: la quale, misera, con le opere e con gli effetti abbassata ed avvilita, è cresciuta solamente e onorata nelle parole vane e ne’ superflui titoli.

60.

Sono adunque le cirimonie, se noi vogliamo aver risguardo alla intenzione di coloro che le usano, una vana significazione di onore e di riverenza verso colui a cui essi le fanno; posta ne’ sembianti e nelle parole, dintorno ai tiloli e alle profferte: dico vana, in quanto noi onoriamo in vista coloro, i quali in niuna riverenza abbiamo, e tal volta gli abbiamo in dispregio; e nondimeno per non iscostarci dal costume degli altri, diciamo loro lo illustrissimo signor tale e lo eccellentissimo signor cotale; e similmente ci profferiamo alle volte a tale per deditissimi servidori, che noi ameremmo di diservire piuttosto che servire.

61.

Sarebbono adunque le cirimonie non solo bugie, siccome io dissi, ma eziandio scelleratezze e tradimenti; ma perciocchè queste sopraddette parole, e questi tiloli hanno perduto il loro vigore, e guasta, come il ferro, la tempera loro per lo continuo adoperarli che noi facciamo; non si dee aver di loro quella sottile considerazione, che si ha delle altre parole, nè con quel rigore intenderle. E che ciò sia vero, lo dimostra manifestamente quello che tutto dì interviene a ciascuno; perciocchè se noi riscontriamo alcuno mai più da noi non veduto, al quale per qualche accidente ci convenga favellare; senza altra considerazione aver de’ suoi meriti, il più delle volte, per non dir poco, diciamo troppo; e chiamiamolo gentiluomo e signore a tal ora che egli sarà calzolaio o barbiere; solo che egli sia alquanto in arnese. E siccome anticamente si solevano avere i titoli determinati e distinti per privilegio del papa o dello ‘mperadore; i quali titoli tacer non si potevano senza oltraggio ed ingiuria del privilegiato, nè per lo contrario attribuire senza scherno a chi non avea quel cotal privilegio; così oggidì si deono più liberamente usare i detti titoli e le altre significazioni d’onore ai tiloli somiglianti: perciocchè la usanza, troppo possente signore, ne ha largamente gli uomini del nostro tempo privilegiati. Questa usanza adunque, così di fuori bella e appariscente, è di dentro del tutto vana, e consiste in sembianti senza effetto ed in parole senza significato: ma non per tanto a noi non è lecito di mutarla; anzi siamo astretti, poichè ella non è peccato nostro ma del secolo, di secondarla; ma vuolsi ciò fare discretamente.

62.

Per la qual cosa è da aver considerazione che le cirimonie si fanno o per utile o per vanità o per debito. E ogni bugia, che si dice per utilità propria, è fraude e peccato e disonesta cosa, comechè mai non si menta onestamente; e questo peccato commettono i lusinghieri, i quali si contraffanno in forma di amici, secondando le nostre voglie, quali che elle si sieno, non acciocchè noi vogliamo, ma acciocchè noi facciamo lor bene; e non per piacerci, ma per ingannarci. E quantunque sì fatto vizio sia per avventura piacevole nell’usanza, nondimeno, perciocchè verso di sè è abominevole e nocivo, non si conviene agli uomini costumati; perciocchè non è lecito porger diletto nocendo; e se le cirimonie sono, come noi dicemmo, bugie e lusinghe false, quante volte le usiamo a fine di guadagno, tante volte adoperiamo come disleali e malvagi uomini: sicchè per sì fatta cagione niuna cirimonia si dee usare.

63.

Restami a dire di quelle che si fanno per debito, e di quelle che si fanno per vanità. Le prime non istà bene in alcun modo lasciare, che non si facciano; perciocchè chi le lascia, non solo spiace, ma egli fa ingiuria; e molte volte è occorso, che egli si è venuto a trar fuori le spade solo per questo, che l’un cittadino non ha così onorato l’altro per via, come si doveva onorare, perciocchè le forze della usanza sono grandissime, come io dissi, e voglionsi avere per legge in simili affari. Per la qual cosa, chi dice voi ad un solo, purchè colui non sia d’infima condizione, di niente gli è cortese del suo: anzi se gli dicesse tu, gli torrebbe di quello di lui, e farebbegli oltraggio e ingiuria, nominandolo con quella parola con laquale è usanza di nominare i poltroni e i contadini.

64.

E se bene altre nazioni e altri secoli ebbero in ciò altri costumi, noi abbiamo più questi: e non ci ha luogo il disputare quale delle due usanze sia migliore; ma convienci ubbidire non alla buona, ma alla moderna usanza; siccome noi siamo ubbidienti alle leggi, eziandio meno che buone, per fino che il comune, o chi ha podestà di farlo, non le abbia mutate. Laonde bisogna che noi raccogliamo diligentemente gli atti e le parole, con le quali l’uso e il costume moderno suole e ricevere e salutare e nominare, nella terra ove noi dimoriamo, ciascuna maniera d’uomini; e quelle in comunicando con le persone osserviamo.

65.

E non ostante che l’ammiraglio, siccome il costume de’ suoi tempi peravventura portava, favellando col re Pietro d’Aragona, gli dicesse molte volte Tu; diremo pur noi a’ nostri re Vostra Maestà, e la Serenità Vostra, così a bocca, come per lettere: anzi siccome egli servò l’uso del suo secolo, così dobbiamo noi non disubbidire a quello del nostro.

66.

E queste nomino io cirimonie debile; conciossiachè elle non procedono dal nostro volere, nè dal nostro arbitrio liberamente; ma ci sono imposte dalla legge, cioè dall’usanza comune. E nelle cose che niuna scelleratezza hanno in sè, ma piuttosto alcuna apparenza di cortesia, si vuole, anzi si conviene ubbidire a costumi comuni, e non disputare, nè piatire con essoloro.

67.

E quantunque il baciare per segno di riverenza si convenga dirittamente solo alle reliquie de’ santi corpi e delle altre cose sacre, nondimeno se la tua contrada arà in uso di dire nelle dipartenze: – Signore, io vi bacio la mano; o io son vostro servidore; o ancora, vostro schiavo in catena; non dèi esser tu più schifo degli altri; anzi e partendo e scrivendo, dèi e salutare e accommiatare non come la ragione, ma come l’usanza vuole che tu facci; e non come si soleva o si doveva fare, ma come si fa: e non dire: – E di chi è egli signore? o È costui forse divenuto mio parrocchiano, che io li debba così baciar le mani? perciocchè colui che è usato di sentirsi dire Signore dagli altri, e di dire egli similmente Signore agli altri, intende che tu lo sprezzi, e che tu gli dica villania, quando tu il chiami per lo suo nome; che tu gli di’ Messere, o gli dai del Voi per lo capo.

68.

E queste parole di signoria e di servitù, e le altre a queste somiglianti, come io di sopra ti dissi, hanno perduta gran parte della loro amarezza; e siccome alcune erbe nell’acqua, si sono quasi macerate e rammorbidite dimorando nelle bocche degli uomini; sicchè non si deono abominare come alcuni rustici e zotichi fanno; i quali vorrebbon, che altri cominciasse le lettere che si scrivono agl’imperadori ed ai re, a questo modo; cioè: – Se tu, e tuoi figliuoli siate sani, bene sta; anch’io son sano: affermando che cotale era il principio delle lettere de’ latini uomini scriventi al comune loro di Roma: alla ragion de’ quali chi andasse dietro, si ricondurrebbe passo passo il secolo a vivere di ghiande. Sono da osservare eziandio in queste cirimonie debite alcuni ammaestramenti, acciocchè altri non paia nè vano, nè superbo.

69.

E prima, si dee aver risguardo al paese dove l’uom vive; perciocchè ogni usanza non è buona in ogni paese; e forse quello che s’usa per li Napoletani, la città de’ quali è abbondevole di uomini di gran legnaggio, e di baroni d’alto affare, non si confarebbe per avventura nè a’ Lucchesi, nè a’ Fiorentini, i quali per lo più sono mercatanti e semplici gentiluomini, senza aver fra loro nè prencipi, nè marchesi, nè barone alcuno. Sicchè le maniere di Napoli signorili e pompose traportate a Firenze (come i panni del grande messi indosso al picciolo sarebbono soprabbondanti e superflui) nè più nè meno, come i modi de’ Fiorentini alla nobiltà de’ Napoletani, e forse alla loro natura, sarebbono miseri e ristretti.

70.

Nè perchè i gentiluomini viniziani si lusinghino fuor di modo l’un l’altro per cagion de’ loro uffici, e de’ loro squittinii, starebbe egli bene, che i buoni uomini di Rovigo o i cittadini d’Asolo tenessero quella medesima solennità in riverirsi insieme per nonnulla; comechè tutta quella contrada, s’io non m’inganno, sia alquanto trasandata in queste sì fatte ciancie, siccome scioperata; o forse avendole apprese da Vinegia loro donna: imperocchè ciascuno volentieri seguita i vestigi del suo signore, ancora senza saper perchè.

71.

Oltre a ciò bisogna avere risguardo al tempo, all’età, alla condizione di colui con cui usiamo le cirimonie, e alla nostra; e con gl’infaccendati mozzarle del tutto, o almeno accorciarle più che l’uom può, e piuttosto accennarle che isprimerle; il che i cortigiani di Roma sanno ottimamente fare: ma in alcuni altri luoghi le cirimonie sono di grande sconcio alle faccende, e di molto tedio. – Copritevi, dice il giudice impacciato, al quale manca il tempo: e colui, fatte prima alquante riverenze, con grande stropiccio di piedi, rispondendo adagio, dice: – Signor mio, io sto ben così. – Ma pur, dice il giudice, copritevi. Quegli, torcendosi due o tre volte per ciascun lato, e piegandosi fino in terra, con molta gravità, risponde: – Priego V. S. che mi lasci fare il debito mio: e dura questa battaglia tanto e tanto tempo si consuma, che il giudice in poco più arebbe potuto sbrigarsi di ogni sua faccenda quella mattina.

72.

Adunque benchè sia debito di ciascuno minore onorare i giudici, e l’altre persone di qualche grado; nondimeno dove il tempo nol sofferisce, diviene noioso atto, e deesi fuggire, o modificare.

73.

Nè quelle medesime cirimonie si convengono a’ giovani, secondo il loro essere, che agli attempati fra loro; nè alla gente minuta e mezzana si confanno quella che i grandi usano l’un con l’altro.

74.

Nè gli uomini di grande virtù ed eccellenza soglion farne molte; nè amare, o ricercare che molte ne siano fatte loro, siccome quelli che male possono impiegar in cose vane il pensiero. Nè gli artefici e le persone di bassa condizione si deono curare di usar molto solenni cirimonie verso i grandi uomini e signori; che le hanno da loro a schifo anzi che no; perciocchè da loro pare, che essi ricerchino ed aspettino piuttosto ubbidienza che onore. E per questo erra il servidore che profferisce il suo servigio al padrone; perciocchè egli se lo reca ad onta, e pargli che il servidore voglia mettere dubbio nella sua signoria; quasi a lui non istia l’imporre e il comandare.

75.

Questa maniera di cirimonie si vuole usare liberalmente; perciocchè quello, che altri fa per debito, è ricevuto per pagamento, e poco grado se ne sente a colui che ‘l fa; ma chi va alquanto più oltre di quello che egli è tenuto, pare che doni del suo, ed è amato e tenuto magnifico. E vammi per la memoria di avere udito dire, che un solenne uomo greco, gran versificatore, soleva dire, che chi sa carezzar le persone, con picciolo capitale fa grosso guadagno. Tu farai adunque delle cirimonie, come il sarto fa de’ panni; che piuttosto gli taglia vantaggiati che scarsi; ma non però sì, che dovendo tagliar una calza, ne riesca un sacco, nè un mantello. E se tu userai in ciò un poco di convenevole larghezza verso coloro che sono da meno di te, sarai chiamato cortese. E se tu farai il somigliante verso i maggiori, sarai detto costumato e gentile: ma chi fosse in ciò soprabbondante e scialacquatore, sarebbe biasimato siccome vano e leggiere; e forse peggio gli avverrebbe ancora, che egli sarebbe avuto per malvagio e per lusinghiero; e, come io sento dire a questi letterati, per adulatore: il qual vizio i nostri antichi chiamarono, se io non erro, piaggiare: del qual peccato niuno è più abominevole, ne che peggio stia ad un gentiluomo. E questa è la terza maniera di cirimonie, la qual procede pure dalla nostra volontà, e non dalla usanza.

76.

Ricordiamoci adunque, che le cirimonie, come io dissi da principio, naturalmente non furono necessarie; anzi si poteva ottimamente fare senza esse; siccome la nostra nazione, non ha però gran tempo, quasi del tutto faceva: ma le altrui malattie hanno ammalato anco noi e di questa infermità e di molte altre. Per la qual cosa, ubbidito che noi abbiamo all’usanza, tutto il rimanente in ciò che è superfluità, è una cotal bugia lecita; anzi pure da quello innanzi non lecita, ma vietata; e perciò spiacevole cosa e tediosa agli animi nobili, che non si pascono di frasche e di apparenze.

77.

E sappi che io non confidandomi della mia poca scienza, stendendo questo presente Trattato, ho voluto il parere di più valenti uomini scienziati, e trovo che un re, il cui nome fu Edipo, essendo stato cacciato di sua terra, andò già ad Atene al re Teseo per campare la persona, chè era seguitato da’ suoi nimici; e dinanzi a Teseo pervenuto, sentendo favellare una sua figliuola, e alla voce riconoscendola, perciocchè cieco era, non badò a salutar Teseo, ma, come padre, si diede a carezzar la fanciulla; e ravvedutosi poi, volle di ciò con Teseo scusarsi, pregandolo gli perdonasse. Il buono e savio re non lo lasciò dire, ma disse egli: – Confortati, Edipo, perciocchè io non onoro la vita mia con le parole d’altri, ma con le opere mie: la qual sentenza si dee avere a mente; o comechè molto piaccia agli uomini, che altri gli onori nondimeno, quando si accorgono di essere onorati artatamente, e lo prendono a tedio, e più oltre, lo hanno anco a dispetto: perciocchè le lusinghe, o adulazioni che io debba dire, per arrota[1] alle altre loro cattività e magagne, hanno questo difetto ancora, che i lusinghieri mostrano aperto segno di stimare, che colui cui essi carezzano, sia vano e arrogante, e oltre a ciò tondo e di grossa pasta e semplice sì, che agevole sia d’invescarlo e prenderlo. E le cirimonie vane ed esquisite e soprabbondanti sono adulazioni poco nascose, anzi palesi e conosciute da ciascuno, in modo tale che coloro che le fanno a fine di guadagno, oltra quello che io dissi di sopra della loro malvagità, sono eziandio spiacevoli e noiosi.

78.

Ma ci è un’altra maniera di cirimoniose persone, le quali di ciò fanno arte e mercatanzia, e tengonne libro e ragione. Alla tal maniera di persone un ghigno, ed alla cotale un riso; e il più gentile sedrà in sulla seggiola, e il meno sulla panchetta: le quai cirimonie credo che sieno state traportate di Spagna in Italia; ma il nostro terreno le ha male ricevute, e poco ci sono allignate; conciossiachè questa distinzione di nobiltà così appunto, a noi è noiosa: e perciò non si dee alcuno far giudice a decidere chi è più nobile o chi meno.

79.

Nè vender si deono le cirimonie e le carezze, a guisa che le meretrici fanno; siccome io ho veduto molti signori fare nelle corti loro, sforzandosi di consegnarle agli sventurati servidori per salario.

80.

E sicuramente coloro che si dilettano di usar cirimonie assai fuora del convenevole, lo fanno per leggerezza e per vanità, come uomini di poco valore; e perciocchè queste ciance s’imparano di fare assai agevolmente, e pure hanno un poco di bella mostra, essi le apprendono con grande studio: ma le cose gravi non possono imparare, come deboli a tanto peso; e vorrebbono che la conversazione si spendesse tutta in ciò, siccome quelli che non sanno più avanti, e che sotto quel poco di pulita buccia niuno sugo hanno, e a toccarli sono vizzi e mucidi: e perciò amerebbono che l’usar con le persone non procedesse più addentro di quella prima vista: e di questi troverai tu grandissimo numero.

81.

Alcuni altri sono che soprabbondano in parole e in atti cortesi, per supplire al difetto della loro cattività e della villana e ristretta natura loro; avvisando, se eglino fossero sì scarsi e salvatici con le parole, come sono con le opere, gli uomini non dovergli potere sofferire.

82.

E nel vero così è, che tu troverai che per l’una di queste due cagioni i più abbondano di cirimonie superflue, e non per altro; le quali generalmente noiano il più degli uomini; perciocchè per loro s’impedisce altrui vivere a suo senno; cioè la libertà, la quale ciascuno appetisce innanzi ad ogni altra cosa.

83.

D’altrui, nè delle altrui cose non si dee dir male; tutto che paia, che a ciò si prestino in quel punto volentieri le orecchie, mediante la invidia che noi per lo più portiamo al bene ed all’onore l’un dell’altro: ma poi alla fine ognuno fugge il bue che cozza, e le persone schifano l’amicizia de’ maldicenti, facendo ragione, che quello che essi dicono d’altri a noi, quello dicano di noi ad altri.

84.

E alcuni che si oppongono ad ogni parola e quistionano e contrastano, mostrano che male conoscano la natura degli uomini; che ciascuno ama la vittoria, e lo esser vinto odia, non meno nel favellare che nello adoperare: senzachè il porsi volentieri al contrario ad altri è opera di nimistà, e non d’amicizia. Per la qual cosa colui che ama d’essere amichevole e dolce nel conversare, non dee aver così presto, il – Non fu così, e lo – Anzi sta, come vi dico io, nè il metter su de’ pegni; anzi si dee sforzare di essere arrendevole alle openioni degli altri d’intorno a quelle cose che poco rilevano; perciocchè la vittoria in sì fatti casi torna in danno; conciossiachè vincendo la frivola quistione, si perde assai spesso il caro amico, e diviensi tedioso alle persone sì, che non osano di usare con esso noi, per non essere ognora con esso noi alla schermaglia; e chiamanci per soprannome mess. Vinciguerra o ser Contrapponi o ser Tuttesalle, e talora il Dottor sottile.

85.

E se pure alcuna volta avviene, che altri disputi invitato dalla compagnia, si vuol fare per dolce modo, e non si vuol essere sì ingordo della dolcezza del vincere, che l’uomo se la trangugi; ma conviene lasciarne a ciascuno la parte sua; e torto o ragione che l’uomo abbia, si dee consentire al parere de’ più o de’ più importuni, e loro lasciare il campo; sicchè altri, e non tu, sia quegli che si dibatta e che sudi e trafeli; che sono sconci modi e sconvenevoli ad uomini costumati; sicchè se ne acquista odio e malavoglienza: e oltre a ciò sono spiacevoli per la sconvenevolezza loro, la quale per sè stessa è noiosa agli animi ben composti; siccome noi faremo per avventura menzione poco appresso. Ma il più della gente invaghisce sì di sè stessa, che ella mette in abbandono il piacere altrui; e per mostrarsi sottili e intendenti e savi, consigliano e riprendono e disputane e inritrosiscono a spada tratta, a niuna sentenza s’accordano, se non alla loro medesima.

86.

Il profferire il tuo consiglio, non richiesto, niuna altra cosa è, che un dire di esser più savio di colui cui tu consigli; anzi un rimproverargli il suo poco sapere e la sua ignoranza. Per la qual cosa non si dee ciò fare con ogni conoscente; ma solo con gli amici più stretti, e verso le persone, il governo e reggimento delle quali a noi appartiene, o veramente quando gran pericolo soprastesse ad alcuno, eziandio a noi straniero: ma nella comune usanza si dee l’uomo astenere di tanto dar consiglio, e di tanto metter compenso alle bisogne altrui: nel quale errore cadono molti, e più spesso i meno intendenti, perciocchè agli uomini di grossa pasta poche cose si volgon per la mente; sicchè non penano guari a diliberarsi, come quelli che pochi partiti da esaminare hanno alle mani; ma come ciò sia, chi va profferendo e seminando il suo consiglio, mostra di portar openione, che il senno a lui avanzi e ad altri manchi. E fermamente sono alcuni che così vagheggiano questa loro saviezza, che il non seguire i loro conforti non è altro che un volersi azzuffare con essoloro, e dicono: – Bene sta; il consiglio de’ poveri non è accettato: e il tale vuol fare a suo senno: e il tale non mi ascolta. Come se il richiedere che altri ubbidisca il tuo consiglio, non sia maggiore arroganza, che non è il voler pur seguire il suo proprio.

87.

Simil peccato a questo commettono coloro che imprendono a correggere i difetti degli uomini e a riprendergli, e di ogni cosa vogliono dar sentenza finale; e porre a ciascuno la legge in mano: – La tal cosa non si vuol fare: e Voi diceste la tal parola: e Stoglietevi dal così fare e dal così dire: Il vino che voi beete, non vi è sano, anzi vuol essere vermiglio: e Dovereste usare del tal lattovaro e delle cotali pillole; e mai non finano di riprendere, nè di correggere. E lasciamo stare che a talora si affaticano a purgare l’altrui campo, che il loro medesimo è tutto pieno di pruni e di ortica; ma egli è troppo gran seccaggine il sentirgli. E siccome pochi o niuno è, cui soffera l’animo di fare la sua vita col medico o col confessore, e molto meno col giudice del maleficio; così non si truova chi si arrischi di aver la costoro domestichezza; perciocchè ciascuno ama la libertà, della quale essi ci privano; e parci esser col maestro. Per la qual cosa non è dilettevol costume lo esser così voglioso di correggere e di ammaestrare altrui; e deesi lasciare che ciò si faccia da’ maestri e da’ padri; da’ quali pure perciò i figliuoli e i discepoli si scantonano tanto volentieri, quanto tu sai che e’ fanno.

88.

Schernire non si dee mai persona, quantunque inimica; perchè maggior segno di dispregio pare che si faccia schernendo, che ingiuriando: conciossiachè le ingiurie si fanno o per istizza o per alcuna cupidità; e niuno è che si adiri con cosa per cosa che egli abbia per niente, o che appetisca quello che egli sprezza del tutto; sicchè dello ingiuriato si fa alcuna stima, e dello schernito niuna o picciolissima. Ed è lo scherno, non prendere la vergogna che noi facciamo altrui, a diletto, senza pro alcuno di noi. Per la qual cosa si vuole nell’usanza astenersi di schernire nessuno: in che male fanno quelli che rimproverano i difetti della persona a coloro che gli hanno, o con parole, come fece messer Forese da Rabatta, delle fattezze di maestro Giotto ridendosi; o con atti, come molti usano, contraffacendo gli scilinguali o zoppi o qualche gobbo: similmente chi si ride d’alcuno sformato o malfatto o sparuto o picciolo; o di sciocchezza che altri dica, fa la festa e le risa grandi: e chi si diletta di fare arrossire altrui; i quali dispettosi modi sono meritamente odiati.

89.

E a questi sono assai somiglianti i beffardi, cioè coloro che si dilettano di far beffe e di uccellare ciascuno, non per ischerno, nè per disprezzo, ma per piacevolezza. E sappi che niuna differenza è da schernire a beffare; se non fosse il proponimento e la intenzione, che l’uno ha diversa dall’altro: conciossiachè le beffe si fanno per sollazzo, e gli scherni per istrazio; comechè nel comune favellare, e nel dettare, si prenda assai spesso l’un vocabolo per l’altro: ma chi schernisce, sente contento della vergogna altrui; e chi beffa, prende dello altrui errore non contento, ma sollazzo; laddove della vergogna di colui medesimo per avventura prenderebbe cruccio e dolore. E comechè io nella mia fanciullezza poco innanzi procedessi nella grammatica, pur mi voglio ricordare, che Mizione, il quale amava cotanto Eschine, che egli stesso avea di ciò maraviglia, nondimeno prendea talora sollazzo di beffarlo come quando ei disse seco stesso: – Io vo’ fare una beffa a costui. Sicchè quella medesima cosa a quella medesima persona fatta, secondo la intenzione di colui che la fa, potrà essere beffa, e scherno.

90.

E perciocchè il nostro proponimento male può esser palese altrui, non è util cosa nella usanza il fare arte così dubbiosa e sospettosa; e piuttosto si vuol fuggire, che cercare di esser tenuto beffardo; perchè molte volte interviene in questo, come nel ruzzare o scherzare, che l’uno batte per ciancia, e l’altro riceve la battitura per villania; e di scherzo fanno zuffa; così quegli che è beffato per sollazzo e per dimestichezza, si reca tal volta ciò ad onta e a disonore, e prendene sdegno: senza che la beffa è inganno; e a ciascuno naturalmente duole di errare, e di essere ingannato. Sicchè per più cagioni pare, che chi procaccia di esser ben voluto e avuto caro, non debba troppo farsi maestro di beffe.

91.

Vera cosa è, che noi non possiamo in alcun modo menare questa faticosa vita mortale del tutto senza sollazzo, nè senza riposo; e perchè le beffe ci sono cagione di festa e di riso, e per consequente di ricreazione, amiamo coloro che sono piacevoli e beffardi e sollazzevoli. Per la qual cosa pare, che sia da dire in contrario; cioè che pur si convenga nella usanza beffare alle volte, e similmente motteggiare. E senza fallo coloro che sanno beffare per amichevol modo e dolce, sono più amabili che coloro che nol sanno, nè possono fare; ma egli è di mestiero avere risguardo in ciò a molte cose.

92.

E conciossiachè la intenzion del beffatore è di prendere sollazzo dello errore di colui di cui egli fa alcuna stima; bisogna che l’errore nel quale colui si fa cadere, sia tale, che niuna vergogna notabile, nè alcun grave danno gliene segua; altrimenti mal si potrebbono conoscere le beffe dalle ingiurie. E sono ancora di quelle persone con le quali, per l’asprezza loro, in niuna guisa si dee motteggiare; siccome Biondello potè sapere da messer Filippo Argenti nella loggia de’ Cavicciuli.

93.

Medesimamente non si dee motteggiare nelle cose gravi; e meno nelle vituperose opere; perciocchè pare, che l’uomo, secondo il proverbio del comun popolo, si rechi la cattività a scherzo: comechè a madonna Filippa da Prato molto giovassero le piacevoli risposte da lei fatte intorno alla sua disonestà.

94.

Per la qual cosa non credo io, che Lupo degli Uberti alleggerisse la sua vergogna, anzi la aggravò, scusandosi per motti della cattività e della viltà da lui dimostrata; che potendosi tenere nel castello di Laterina, vedendosi steccare intorno e chiudersi, incontinente il diede, dicendo, che nullo lupo era uso di star rinchiuso. Perchè dove non ha luogo il ridere, quivi si disdice il motteggiare e il cianciare.

95.

E dèi oltre a ciò sapere, che alcuni molti sono che mordono, e alcuni che non mordono. De’ primi voglio, che ti basti il savio ammaestramento che Lauretta ne diede; cioè che i motti, come la pecora morde, deono così mordere l’uditore; e non come il cane; perchè se come il cane mordesse, il molto non sarebbe motto, ma villania; e le leggi quasi in ciascuna città vogliono, che quegli che dice altrui alcuna grave villania, sia gravemente punito: e forse che si conveniva ordinar similmente non leggieri disciplina a chi mordesse per via di motti oltre il convenevole modo: ma gli uomini costumati deono far ragione, che la legge che dispone sopra le villanie, si stenda eziandio a’ molti; e di rado, e leggermente pungere altrui.

96.

E oltre a tutto questo sì dèi tu sapere, che il motto, comechè morda o non morda, se non è leggiadro e sottile, gli uditori niuno diletto ne prendono; anzi ne sono tediati; o se pur ridono, si ridono non del motto, ma del motteggiatore. E perciocchè niuna altra cosa sono i motti, che inganni; e lo ingannare, siccome sottil cosa e artificiosa, non si può fare se non per gli uomini di acuto e di pronto avvedimento, e specialmente improvviso; perciò non convengono alle persone materiali e di grosso intelletto; nè pure ancora a ciascuno il cui ingegno sia abbondevole e buono, siccome per avventura non convennero gran fatto a messer Giovan Boccaccio; ma sono i motti speziale prontezza e leggiadria, e tostano movimento d’animo. Per la qual cosa gli uomini discreti non guardano in ciò alla volontà, ma alla disposizion loro; e provato che essi hanno, una e due volte, le forze del loro ingegno in vano, conoscendosi a ciò poco destri, lasciano stare di pur voler in sì fatto esercizio adoperarsi; acciocchè non avvenga loro quello che avvenne al cavaliere di madonna Oretta. E se tu porrai mente alle maniere di molti, tu conoscerai agevolmente ciò che io ti dico esser vero; cioè che non istà bene il motteggiare a chiunque vuole, ma solamente a chi può.

97.

E vedrai tale avere ad ogni parola apparecchiato uno, anzi molti, di quei vocaboli che noi chiamiamo bisticcichi, di niun sentimento; e tale scambiar le sillabe ne’ vocaboli per frivoli modi e sciocchi; e altri dire, o rispondere altrimenti che non si aspettava, senza alcuna sottigliezza o vaghezza. – Dove è il signore? Dove egli ha i piedi; e – Gli fece ugner le mani con la grascia di s. Giovan Boccadoro; e – Dove mi manda egli? Ad Arno. – Io mi voglio radere: – E’ sarebbe meglio rodere. – Va, chiama il Barbieri: – E perchè non il Barbadomani? I quali, come tu puoi agevolmente conoscere, sono vili modi e plebei. Cotali furono per lo più le piacevolezze e i motti di Dioneo.

98.

Ma della più bellezza de’ motti, della meno, non fia nostra cura di ragionare al presente; conciossiachè altri trattati ce ne abbia, distesi da troppo migliori dettatori e maestri che io non sono; e ancora perciocchè i molti hanno incontinente larga e certa testimonianza della loro bellezza e della loro spiacevolezza; sicchè poco potrai errare in ciò; solo che tu non sii soverchiamente abbagliato di te stesso; perciocchè dove è piacevol motto, ivi è tantosto festa e riso, e una cotale maraviglia. Laonde se le tue piacevolezze non saranno approvate dalle risa de’ circostanti, sì ti rimarrai tu di più motteggiare; perciocchè il difetto fia pur tuo, e non di chi t’ascolta; conciossiacosachè gli uditori, quasi solleticati dalle pronte o leggiadre o sottili risposte, o proposte, eziandio volendo, non possono tener le risa; ma ridono mal lor grado; da’ quali, siccome da diritti e legittimi giudici, non si dee l’uomo appellare a sè medesimo, nè più riprovarsi.

99.

Nè per far ridere altrui si vuol dire parole, nè fare atti vili, nè sconvenevoli, storcendo il viso e contraffacendosi; che niuno dee, per piacere altrui, avvilire sè medesimo; che è arte non di nobile uomo, ma di giocolare e di buffone. Non sono adunque da seguitare i volgari modi e plebei di Dioneo. – Madonna Aldruda, alzate la coda. Nè fingersi matto, nè dolce di sale; ma a suo tempo dire alcuna cosa bella e nuova, e che non caggia così nell’animo a ciascuno, chi può; e chi non può, tacersi: perciocchè questi sono movimenti dello intelletto, i quali se non avvenenti e leggiadri, fanno segno e testimonianza della destrezza dell’animo, e de’ costumi di chi gli dice; la qual cosa piace sopra modo agli uomini, e rendeci loro cari e amabili: ma se essi sono al contrario, fanno contrario effetto; perciocchè pare che l’asino scherzi, o che alcuno, forte, grasso e naticuto, danzi o salti spogliato in farsetto.

100.

Un’altra maniera si trova di sollazzevoli modi, pure posta nel favellare; cioè quando la piacevolezza non consiste in motti che per lo più sono brievi, ma nel favellar disteso e continuato; il quale vuole essere ordinato e bene espresso, e rappresentante i modi, le usanze, gli atti e i costumi di coloro de’ quali si parla; sicchè all’uditore sia avviso non di udir raccontare, ma di veder con gli occhi fare quelle cose che tu narri: il che ottimamente seppero fare gli uomini e le donne del Boccaccio; comechè pure tal volta, se io non erro, si contraffacessero più che a donna o a gentiluomo non si sarebbe convenuto; a guisa di coloro che recitan le commedie: e a voler ciò fare, bisogna aver quello accidente, o novella o istoria che tu pigli a dire, bene raccolta nella mente; e le parole pronte e apparecchiate sì, che non ti convenga tratto tratto dire: – Quella cosa, e Quel cotale; o Quel come si chiama, o Quel lavorio; nè: – Aiutatemelo a dire, e Ricordatemi come egli ha nome; perciocchè questo è appunto il trotto del cavalier di madonna Oretta.

101.

E se tu reciterai uno avvenimento nel quale intervengano molti, non dèi dire: – Colui disse, e Colui rispose; perciocchè tutti siamo colui; sicchè chi ode facilmente erra. Conviene adunque, che chi racconta, ponga i nomi, e poi non gli scambi.

102.

E oltre a ciò si dee l’uomo guardare di non dir quelle cose le quali taciute, la novella sarebbe non meno piacevole, o per avventura ancora più piacevole. – Il tale, che fu figliuol del tale, che stava a casa nella via del Cocomero: nol conosceste voi? che ebbe per moglie quella de’ Gianfigliazzi; una cotal magretta, che andava alla messa in san Lorenzo? Come no? anzi non conosceste altri. – Un bel vecchio diritto, che portava la zazzera: non ve ne ricordate voi? Perciocchè, se fosse tutto uno, che il caso fosse avvenuto ad un altro, come a costui, tutta questa lunga quistione sarebbe stata di poco frutto; anzi di molto tedio a coloro che ascoltano, e sono vogliosi e frettolosi di sentire quello avvenimento; e tu gli aresti fatti indugiare, siccome per avventura fece il nostro Dante:

E li parenti miei furon Lombardi,

E Mantovan per patria ambidui ;

perciocchè niente rilevava, se la madre di lui fosse stata da Gazzuolo, o anco da Cremona.

103.

Anzi apparai io già, da un gran rettorico forestiero, uno assai utile ammaestramento dintorno a questo; cioè, che le novelle si deono comporre e ordinare prima co’ soprannomi, e poi raccontare co’ nomi; perciocchè quelli sono posti secondo le qualità delle persone, e questi secondo l’appetito de’ padri, o di coloro a chi tocca. Per la qual cosa colui che in pensando fu madonna Avarizia, in profferendo sarà messer Erminio Grimaldi; se tale sarà la generale opinione che la tua contrada arà di lui, quale a Guglielmo Borsieri fu detto esser di messer Erminio in Genova. E se nella terra, ove tu dimori, non avesse persona molto conosciuta che si confacesse al tuo bisogno, sì dèi tu figurare il caso in altro paese, e il nome imporre come più ti piace.

104.

Vera cosa è, che con maggior piacere si suole ascoltare, e più aver dinanzi agli occhi quello che si dice esser avvenuto alle persone che noi conosciamo (se l’avvenimento è tale che si confaccia a’ loro costumi) che quello, che è intervenuto agli strani e non conosciuti da noi: e la ragione è questa; che sapendo noi, che quel tale suol far così, crediamo che egli così abbia fatto, e riconosciamolo come presente; dove degli strani non avvien così.

105.

Le parole sì nel favellare disteso, come negli altri ragionamenti, vogliono esser chiare sì, che ciascuno della brigata le possa agevolmente intendere; e oltre a ciò belle in quanto al suono e in quanto al significato; perciocchè se tu arai da dire l’una di queste due, dirai piuttosto il ventre, che l’epa; e dove il tuo linguaggio lo sostenga, dirai piuttosto la pancia, che il ventre, o il corpo; perciocchè così sarai inteso; e non franteso, siccome noi Fiorentini diciamo; e di niuna bruttura farai sovvenire all’uditore. La qual cosa volendo l’ottimo poeta nostro schifare, siccome io credo, in questa parola stessa, procacciò di trovare altro vocabolo; non guardando, perchè alquanto gli convenisse scostarsi per prenderlo di altro luogo; e disse:

Ricorditi, che fece il peccar nostro

Prender Dio, per scamparne,

Umana carne al tuo virginal chiostro.

106.

E comechè Dante, sommo poeta altresì, poco a così fatti ammaestramenti ponesse mente; io non sento perciò, che di lui si dica per questa cagione bene alcuno: e certo io non ti consiglierei, che tu lo volessi fare tuo maestro in quest’arte dello esser grazioso; conciossiacosachè egli stesso non fu; anzi in alcuna cronica trovo così scritto di lui: Questo Dante per suo saper fu alquanto presuntuoso, e schifo, e sdegnoso; e quasi a guisa di filosofo, mal grazioso, non ben sapeva conversar co’ laici. Ma tornando alla nostra materia, dico, che le parole vogliono essere chiare: il che avverrà, se tu saprai scegliere quelle che sono originali di tua terra, che non siano perciò antiche tanto, che elle siano divenute rance e viete, e come logori vestimenti, disposte o tralasciate; siccome spaldo e epa e uopo e sezzaio e primaio. E oltre a ciò se le parole, che tu arai per le mani, saranno non di doppio intendimento, ma semplici; perciocchè di quelle accozzate insieme si compone quel favellare che ha nome enigma; e in più chiaro volgare si chiama gergo:

Io vidi un che da sette passatoi

Fu da un canto all’altro trapassato.

107.

Ancora vogliono esser le parole, il più che si può, appropriate a quello che altri vuol dimostrare; e meno che si può comuni ad altre cose; perciocchè così pare, che le cose istesse si rechino in mezzo; e che elle si mostrino non con le parole, ma con esso il dito: e perciò più acconciamente diremo: – Riconosciuto alle fattezze, che alla figura, o alla immagine: e meglio rappresentò Dante la cosa detta, quando e’ disse:

Che li pesi

Fan così cigolar le lor bilance,

che se egli avesse detto o gridare, o stridere, o far romore. E più singolare è il dire: – il ribrezzo della quartana, che se noi dicessimo il freddo: e – La carne soverchio grassa stucca; che se noi dicessimo sazia: e – Sciorinare i panni; e non Ispandere: e – i Moncherini; e non le Braccia mozze: e – all’orlo dell’acqua d’un fosso

Stan li ranocchi pur col Muso fuori.

e non con la Bocca: i quali tutti sono vocaboli di singolare significazione: e similmente – il Vivagno della tela piuttosto, che l’estremità.

108.

E so io bene, che se alcun forestiero per mia sciagura s’abbattesse a questo trattato, egli si farebbe beffe di me, e direbbe, che io t’insegnassi di favellare in gergo, ovvero in cifera; conciossiachè questi vocaboli siano per lo più così nostrani, che alcuna altra nazione non gli usa; e usati da altri, non gl’intende. E chi è colui che sappia ciò che Dante si volesse dire in quel verso:

Già Veggia per Mezzul perdere, o Lulla?

Certo io credo, che nessun altro, che noi Fiorentini: ma nondimeno, secondo che a me è stato detto, se alcun fallo ha pure in quel testo di Dante, egli non l’ha nelle parole; ma, se egli errò, piuttosto errò in ciò, che egli, siccome uomo alquanto ritroso, imprese a dire cosa malagevole ad isprimere con parole, e per avventura poco piacevole ad udire, che perchè egli la isprimesse male.

109.

Niuno puote adunque ben favellare con chi non intende il linguaggio nel quale egli favella; nè perchè il Tedesco non sappia latino debbiam noi per questo guastar la nostra loquela, in favellando con essolui, nè contraffarci a guisa di maestro Brufaldo; siccome soglion fare alcuni che per la loro sciocchezza si sforzano di favellar nel linguaggio di colui con cui favellano, quale egli si sia; e dicono ogni cosa a rovescio: e spesso avviene, che lo Spagnuolo parlerà italiano coll’Italiano, e l’Italiano favellerà per pompa e per leggiadria con esso lui spagnuolo: e nondimeno assai più agevol cosa è il conoscere ch’amendue favellano forestiero, che il tener le risa delle nuove sciocchezze che loro escono di bocca.

110.

Favelleremo adunque noi nell’altrui linguaggio, qualora ci farà mestiero di essere intesi per alcuna nostra necessità; ma nella comune usanza favelleremo pure nel nostro, eziandio men buono, piuttosto che nell’altrui migliore; perciocchè più acconciamente favellerà un Lombardo nella sua lingua, quale s’è la più difforme, ch’egli non parlerà toscano, o d’altro linguaggio; pure perciò che egli non arà mai per le mani, per molto che egli si affatichi, sì bene i propri e particolari vocaboli come abbiamo noi Toscani. E se pure alcuno vorrà aver risguardo a coloro co’ quali favellerà; e perciò astenersi da’ vocaboli singolari, de’ quali io ti ragionava; ed in luogo di quelli, usare i generali e comuni, i costui ragionamenti saranno perciò di molto minor piacevolezza.

111.

Dee oltre a ciò ciascun gentiluomo fuggir di dire le parole meno che oneste. E la onestà de’ vocaboli consiste o nel suono e nella voce loro, o nel loro significato; conciossiacosachè alcuni nomi vengano a dire cosa onesta, e nondimeno si sente risonare nella voce istessa alcuna disonestà, siccome rinculare; la qual parola, ciò non ostante, si usa tutto dì da ciascuno: ma se alcuno, o uomo o femmina, dicesse per simil modo e a quel medesimo ragguaglio, il farsi innanzi, che si dice il farsi indietro, allora apparirebbe la disonestà di cotal parola: ma il nostro gusto per la usanza, sente quasi il vino di questa voce, non la muffa.

Le mani alzò con amendue le fiche

disse il nostro Dante; ma non ardiscono di così dire le nostre donne, anzi, per ischifare quella parola sospetta, dicono piuttosto le castagne; comechè pure alcune poco accorte nominino assai spesso disavvedutamente quello che se altri nominasse loro in pruova, elle arrossirebbono; facendo menzione per via di bestemmia di quello ond’elle sono femmine: e perciò quelle che sono o vogliono essere ben costumate, procurino di guardarsi non solo dalle disoneste cose, ma ancora dalle parole; e non tanto da quelle che sono, ma eziandio da quelle che possono essere, o ancora parere o disoneste o sconce e lorde: come alcuni affermano essere queste pure di Dante.

Se non ch’al viso, e di sotto mi venta;

o pur quelle:

Però ne dite, ond’è presso pertugio:

E un di quegli spirti disse: Vieni

Diretro a noi, che troverai la buca.

112.

E dèi sapere che, comechè due o più parole vengano tal volta a dire una medesima cosa, nondimeno l’una sarà più onesta, e l’altra meno, siccome è a dire: – Con lui giacque: e – Della sua persona gli soddisfece; perciocchè questa istessa sentenza, detta con altri vocaboli, sarebbe disonesta cosa ad udire. E più acconciamente dirai il Vago della Luna, che tu non diresti il Drudo; avvegnachè amendue questi vocaboli importino lo amante. E più convenevol parlare pare a dire la Fanciulla e l’Amica, che la Concubina di Titone: e più dicevole è a donna, e anco ad uomo costumato, nominare le meretrici, femmine di mondo; come la Belcolore disse, più nel favellare vergognosa che nello adoperare, che a dire il comune lor nome: Taide è la puttana: e come il Boccaccio disse: la potenza delle meretrici e de’ ragazzi. Che se così avesse nominato dall’arte loro i maschi, come nominò le femmine, sarebbe stato sconcio e vergognoso il suo favellare.

113.

Anzi non solo si dee altri guardare dalle parole disoneste e dalle lorde, ma eziandio dalle vili, e spezialmente colà dove di cose alte e nobili si favelli; e per questa cagione forse meritò alcun biasimo la nostra Beatrice, quando disse:

L’alto fato di Dio sarebbe rotto,

Se Lete si passasse, e tal vivanda

Fosse gustata senza alcuno scotto

Di pentimento...

che non per mio avviso stette bene il basso vocabolo delle taverne in così nobile ragionamento. Nè dee dire alcuno la Lucerna del mondo, in luogo del Sole: perciocchè cotal vocabolo rappresenta altrui il puzzo dell’olio e della cucina: nè alcuno considerato uomo direbbe, che s. Domenico fu il Drudo della Teologia; e non racconterebbe che i Santi gloriosi avessero dette così vili parole, come è a dire:

E lascia pur grattar, dov’è la rogna;

che sono imbrattate della feccia del volgar popolo, siccome ciascuno può agevolmente conoscere.

114.

Adunque ne’ distesi ragionamenti si vogliono avere le sopraddette considerazioni, e alcune altre; le quali tu potrai più adagio apprendere da’ tuoi maestri, e da quella arte che essi sogliono chiamare Rettorica. E negli altri bisogna che tu ti avvezzi ad usare le parole gentili e modeste, e dolci sì, che niuno amaro sapore abbiano: e innanzi dirai: – Io non seppi dire che Voi non m’intendete: e Pensiamo un poco, se così è come noi diciamo; piuttosto che dire – Voi errate, o E’ non è vero, o Voi non la sapete; perocchè cortese e amabile usanza è lo scolpare altrui, eziandio in quello che tu intendi d’incolparlo: anzi si dee far comune l’error proprio dello amico; e prenderne prima una parte per sè, e poi biasimarlo o riprenderlo. – Noi errammo la via; e Noi non ci ricordammo ieri di così fare; comechè lo smemorato sia pur colui solo, e non tu. E quello che Restagnone disse a’ suoi compagni non istette bene: – Voi, se le vostre parole non mentono; perchè non si dee recare in dubbio la fede altrui: anzi, se alcuno ti promise alcuna cosa, e non te la attende, non istà bene che tu dichi: – Voi mi mancaste della vostra fede; salvo se tu non fossi costretto da alcuna necessità, per salvezza del tuo onore, a così dire: ma se egli ti arà ingannato dirai; – Voi non vi ricordaste di così fare: e se egli non se ne ricordò, dirai piuttosto: – Voi non poteste; o Non vi tornò a mente; che Voi vi dimenticaste; o Voi non vi curaste di attenermi la promessa: perciocchè queste sì fatte parole hanno alcuna puntuta, e alcun veneno di doglienza e di villania; sicchè coloro che costumano di spesse volte dire cotali motti, sono riputati persone aspere e ruvide; e così è fuggito il loro consorzio, come si fugge di rimescolarsi tra’ pruni e tra’ triboli.

115.

E perchè io ho conosciute di quelle persone che hanno una cattiva usanza e spiacevole; cioè che così sono vogliosi e gelosi di dire, che non prendono il sentimento, ma lo trapassano e corrongli dinanzi, a guisa di veltro che non assanni; perciò non mi guarderò io di dirli quello che potrebbe parer soverchio a ricordare, come cosa troppo manifesta; e ciò è: Che tu non dèi giammai favellare, che non abbi prima formato nell’animo quello che tu dèi dire; che così saranno i tuoi ragionamenti parto, e non isconciatura; che bene mi comporteranno i forestieri questa parola, se mai alcuno di loro si curerà di legger queste ciancie. E se tu non ti farai beffe del mio ammaestramento, non ti avverrà mai di dire: – Ben venga messer Agostino, a tale che arà nome Agnolo o Bernardo; e non arai a dire: – Ricordatemi il nome vostro: e non ti arai a ridire, nè a dire: – Io non dissi bene: nè Domin ch’io lo dica: nè a scilinguare o balbotire lungo spazio per rinvenire una parola: – Maestro Arrigo; no: Maestro Arabico: O ve’ che lo dissi! Maestro Agabito: che sono a chi t’ascolta tratti di corda.

116.

La voce non vuole essere nè roca, nè aspera. E non si dee stridere; nè per riso o per altro accidente cigolare; come le carrucole fanno. Nè mentre che l’uomo sbadiglia, pur favellare. Ben sai, che noi non ci possiamo fornire nè di spedita lingua, nè di buona voce a nostro senno. Chi è o scilinguato o roco, non voglia sempre essere quegli che cinguetti; ma correggere il difetto della lingua col silenzio e con le orecchie; e anco si può con istudio scemare il vizio della natura. Non istà bene alzar la voce a guisa di banditore; nè anco si dee favellare sì piano, che chi ascolla non oda. E se tu non sarai stato udito la prima volta, non dèi dire la seconda ancor più piano: nè anco dèi gridare; acciocchè tu non dimostri d’imbizzarrire, perciocchè ti sia convenuto replicare quello che tu avevi detto.

117.

Le parole vogliono essere ordinate secondo che richiedo l’uso del favellar comune, non avviluppate e intralciate in qua e in là, come molti hanno usanza di fare per leggiadria; il favellar de’ quali si rassomiglia più a notaio che legga in volgare lo istrumento che egli dettò latino, che ad uom che ragioni in suo linguaggio; come è a dire:

Immagini di ben seguendo false:

Del fiorir queste innanzi tempo tempie,

I quali modi alle volte convengono a chi fa versi, ma a chi favella si disdicono sempre.

118.

E bisogna, che l’uomo non solo si discosti in ragionando dal versificare, ma eziandio dalla pompa dello arringare; altrimenti sarà spiacevole e tedioso ad udire; comechè per avventura maggior maestria dimostri il sermonare, che il favellare; ma ciò si dee riservare a suo luogo. Che chi va per via, non dee ballare, ma camminare; con tutto che ognuno non sappia danzare, e andar sappia ognuno; ma conviensi alle nozze, e non per le strade. Tu ti guarderai adunque di favellar pomposo. Credesi per molti filosofanti ... e tale è tutto il Filocolo, e gli altri trattati del nostro messer Giovan Boccaccio, fuori che la maggior opera, e ancora più di quella forse il Corbaccio.

119.

Non voglio perciò che tu ti avvezzi a favellare sì bassamente, come la feccia del popolo minuto, e come la lavandaia e la trecca; ma come i gentiluomini, la qual cosa come si possa fare, ti ho in parte mostrato di sopra; cioè se tu non favellerai di materia nè vile, nè frivola, nè sozza, nè abominevole: e se tu saprai scegliere fra le parole del tuo linguaggio le più pure e le più proprie, e quelle che miglior suono e miglior significazione avranno; senza alcuna rammemorazione di cosa brutta, nè laida, nè bassa; e quelle accozzare, non ammassandole a caso, nè con troppo scoperto studio mettendole in filza. E oltre a ciò se tu procaccerai di compartire discretamente le cose che tu a dire arai. E guarderati di congiugnere le cose difformi tra sè, come:

Tullio, e Lino, e Seneca Morale.

O pure:

L’uno era Padovano, e l’altro Laico.

E se tu non parlerai sì lento come svogliato; nè si ingordamente, come affamato; ma come temperato uomo dee fare. E se tu profferirai le lettere e le sillabe con una convenevole dolcezza, non a guisa di maestro che insegni leggere e compitare a’ fanciulli: nè anco le masticherai nè inghiottiraile appiccate e impiastricciate insieme l’una con l’altra. Se tu arai dunque a memoria questi e altri sì fatti ammaestramenti, il tuo favellare sarà volentieri e con piacere ascoltato dalle persone; e manterrai il grado e la dignità che si conviene a gentiluomo bene allevato e costumato.

120.

Sono ancora molti che non sanno restar di dire; e come nave spinta dalla prima fuga, per calar vela non s’arresta, così costoro traportati da un certo impeto scorrono, e mancata la materia del loro ragionamento, non finiscono perciò, anzi o riducono le cose già dette o favellano a voto.

121.

E alcuni altri tanta ingordigia hanno di favellare, che non lasciano dire altrui. E come noi veggiamo talvolta su per l’aie de’ contadini l’un pollo tôrre la spica di becco all’altro; così cavano costoro i ragionamenti di bocca a colui che gli cominciò, e dicono essi. E sicuramente che eglino fanno venir voglia altrui di azzuffarsi con esso loro; perciocchè, se tu guardi bene, niuna cosa muove l’uomo più tosto ad ira, che quando improviso gli è guasto la sua voglia e il suo piacere, eziandio minimo; siccome quando tu arai aperto la bocca per isbadigliare, e alcuno te la tura con mano; o quando tu hai alzato il braccio per trarre la pietra, e egli t’è subitamente tenuto da colui che t’è di dietro.

122.

Così adunque come questi modi, e molti altri a questi somiglianti, che tendono ad impedir la voglia e l’appetito altrui, ancora per via di scherzo e per ciancia sono spiacevoli, e debbonsi fuggire, così nel favellare si dee piuttosto agevolare il disiderio altrui che impedirlo. Ver la qual cosa, se alcuno sarà tutto in assetto di raccontare un fatto, non istà bene di guastargliele, nè di dire, che tu lo sai: o se egli anderà per entro la sua istoria spargendo alcuna bugiuzza, non si vuole rimproverargliele nè con le parole, nè con gli atti, crollando il capo, o torcendo gli occhi, siccome molti soglion fare, affermando sè non potere in modo alcuno sostener l’amaritudine della bugia: ma egli non è questa la cagione di ciò; anzi è l’agrume e lo aloè della loro rustica natura e aspera, che sì gli rende venenosi e amari nel consorzio degli nomini, che ciascuno gli rifiuta. Similmente il rompere altrui le parole in bocca, è noioso costume, e spiace non altrimenti che quando l’ uomo è messo a correre e altri lo ritiene.

123.

Nè quando altri favella, si conviene di fare sì, che egli sia lasciato e abbandonato dagli uditori, mostrando loro alcuna novità, e rivolgendo la loro attenzione altrove: che non istà bene ad alcuno licenziar coloro che altri e non egli invitò.

124.

E vuolsi stare attento, quando l’uomo favella, acciocchè non ti convenga dire tratto tratto: – Eh? o, – Come? il qual vezzo sogliono avere molti. E non è ciò minore sconcio a chi favella, che lo intoppare ne’ sassi a chi va. Tutti questi modi, e generalmente ciò che può ritenere, e ciò che gi può attraversare al corso delle parole di colui che ragiona, si vuol fuggire.

125.

E se alcuno sarà pigro nel favellare, non si vuol passargli innanzi, nè prestargli le parole; comechè tu ne abbi dovizia e egli difetto; che molti lo hanno per male, e specialmente quelli che si persuadono di essere buoni parlatori; perciocchè è loro avviso, che tu non gli abbi per quello che essi si tengono, e che tu gli vogli sovvenire nella loro arte medesima; come i mercatanti si recano ad onta, che altri profferisca loro denari; quasi eglino non ne abbiano e siano poveri e bisognosi dell’altrui, E sappi che a ciascuno pare di saper ben dire; comechè alcuno per modestia lo nieghi.

126.

E non so io indovinare donde ciò proceda, che chi meno sa, più ragioni: dalla qual cosa, cioè dal troppo favellare, conviene che gli uomini costumati si guardino, e spezialmente poco sapendo; non solo perchè egli è gran fatto, che alcuno parli molto senza errar molto; ma perchè ancora pare, che colui che favella, soprastia in un certo modo a coloro che odono, come maestro a’ discepoli; e perciò non istà bene di appropriarsi maggior parte di questa maggioranza, che non ci si conviene. E in tale peccato cadono non pure molti uomini, ma molte nazioni favellatrici, e seccatrici sì che guai a quella orecchia che elle assannano.

127.

Ma come il soverchio dire reca fastidio, così reca il soverchio tacere odio; perciocchè il tacersi colà dove gli altri parlano a vicenda, pare un non voler metter su la sua parte dello scotto; e perchè il favellare è uno aprir l’animo tuo a chi t’ode, il tacer per lo contrario pare un volersi dimorare sconosciuto. Per la qual cosa, come que’ popoli che hanno usanza di molto bere alle loro feste e d’inebbriarsi, soglion cacciar via coloro che non beono; così sono questi così fatti mutoli mal volentieri veduti nelle liete e amichevoli brigate. Adunque piacevol costume è il favellare, e lo star cheto ciascuno, quando la volta viene a lui.

128.

Secondo che racconta una molto antica cronica, egli fu già nelle parti della Morea un buono uomo scultore, il quale per la sua chiara fama; siccome io credo, fu chiamato per soprannome maestro Chiarissimo. Costui, essendo già di anni pieno, distese certo suo trattato, e in quello raccolse tutti gli ammaestramenti dell’arte sua; siccome colui che ottimamente gli sapea; dimostrando come misurar si dovessero lo membra umane, sì ciascuno da sè, sì l’uno per rispetto all’altro, acciocchè convenevolmente fossero infra sè rispondenti: il qual suo volume egli chiamò il Regolo; volendo significare, che secondo quello si dovessero dirizzare e regolare le statue, che per lo innanzi si farebbono per gli altri maestri: come le travi e le pietre e le mura si misurano con esso il Regolo: ma conciossiachè il dire è molto più agevol cosa che il fare e l’operare; e oltre a ciò, la maggior parte degli uomini, massimamente di noi laici e idioti, abbia sempre i sentimenti più presti che lo ‘ntelletto; e conseguentemente meglio apprendiamo le cose singolari e gli esempi che le generali e i sillogismi (la qual parola dee voler dire in più aperto volgare le ragioni), perciò avendo il sopraddetto valentuomo risguardo alla natura degli artefici, male atta agli ammaestramenti generali; e per mostrare anco più chiaramente la sua eccellenza, provvedutosi di un fine marmo, con lunga fatica ne formò una statua così regolata in ogni suo membro, e in ciascuna sua parte, come gli ammaestramenti del suo trattato divisavano: e come il libro avea nominato, così nominò la statua, pur Regolo chiamandola.

129.

Ora fosse piacer di Dio, che a me venisse fatto almeno in parte l’una sola delle due cose, che il sopraddetto nobile scultore e maestro seppe fare perfettamente; cioè di raccozzare in questo volume quasi le debite misure dell’arte, della quale io tratto: perciocchè l’altra, di fare il secondo Regolo, cioè di tenere e osservare ne’ miei costumi le sopraddette misure, componendone quasi visibile esempio e materiale statua, non posso io guari oggimai fare: conciossiachè nelle cose appartenenti alle maniere e costumi degli uomini non basti aver la scienzia e la regola, ma convenga oltre ciò, per metterle ad effetto, aver eziandio l’uso; il quale non si può arquistare in un momento, nè in brieve spazio di tempo, ma conviensi fare in molti e molti anni; e a me ne avanzano, come tu vedi, oggimai pochi: ma non per tanto non dèi tu prestare meno di fede a questi ammaestramenti; che bene può l’uomo insegnare ad altri quella via per la quale camminando egli stesso errò; anzi per avventura coloro, che si smarrirono, hanno meglio ritenuto nella memoria i fallaci sentieri e dubbiosi, che chi si tenne pure per la diritta.

130.

E se nella mia fanciullezza, quando gli animi sono teneri e arrendevoli, coloro a’ quali caleva di me, avessero saputo piegare i miei costumi, forse alquanto naturalmente duri e rozzi, e ammollirgli e polirgli, io sarei per avventura tale divenuto, quale io ora procuro di render te, il quale mi dèi essere non meno che figliuol, caro.

131.

Chè quantunque le forze della natura sieno grandi, nondimeno ella pure è assai spesso vinta e corretta dalla usanza: ma vuolsi tosto incominciare a farsele incontro, e a rintuzzarla prima che ella prenda soverchio potere e baldanza; ma le più persone nol fanno; anzi dietro all’appetito sviate, e senza contrasto seguendolo dovunque esso le torca, credono d’ubbidire alla natura; quasi la ragione non sia negli uomini natural cosa; anzi ha ella, siccome donna e maestra, potere di mutar le corrotte usanze, e di sovvenire e di sollevare la natura, ove ella inchini o caggia alcuna volta: ma noi non l’ascoltiamo per lo più, e così per lo più siamo simili a coloro a chi Dio non la diede, cioè alle bestie; nelle quali nondimeno adopera pure alcuna cosa non la ragione, che niuna ne hanno per sè medesimi, ma la nostra; come tu puoi vedere che i cavalli fanno, che molte volte, anzi sempre, sarebbon per natura salvatichi; e il loro maestro gli rende mansueti, e oltre a ciò quasi dotti e costumati: perciocchè molti ne anderebbono con duro trotto, e egli insegna loro d’andare con soave passo; e di stare e di correre; e di girare e di saltare insegna egli similmente a molti: e essi l’apprendono, come tu sai ch’e’ fanno.

132.

Ora se il cavallo, il cane, gli uccelli, e molti altri animali ancora più fieri di questi, si sottomettono all’altrui ragione, e ubbidisconla; e imparano quello che la loro natura non sapea, anzi repugnava, e divengono quasi virtuosi e prudenti quanto la loro condizione sostiene, non per natura, ma per costume: quanto si dee credere, che noi diverremmo migliori per gli ammaestramenti della nostra ragione medesima, se noi le dessimo orecchie?

133.

Ma i sensi amano e appetiscono il diletto presente, quale egli si sia, e la noia hanno in odio e indugianla; perciò schifano anco la ragione, e par loro amara; conciossiachè ella apparecchi loro innanzi non il piacere, molte volte nocivo, ma il bene sempre faticoso, e di amaro sapore al gusto ancora corrotto: perciocchè mentre noi viviamo secondo il senso, sì siamo noi simili al poverello infermo, cui ogni cibo, quantunque dilicato e soave, pare agro salso, e duolsi della servente, o del cuoco, che niuna colpa hanno di ciò; imperocchè egli sente pure la sua propria amaritudine, in che egli ha la lingua rinvolta, con la quale si gusta, e non quella del cibo: così la ragione, che per sè è dolce, pare amara a noi per lo nostro sapore, e non per quello di lei; e perciò, siccome teneri e vezzosi, rifiutiamo di assaggiarla, e ricuperiamo la nostra viltà col dire, che la natura non ha sprone o freno che la possa nè spignere, nè ritenere; e certo se i buoi, o gli asini, o forse i porci favellassero, io credo che non potrebbon profferire gran fatto più sconcia nè più sconvenevole sentenza di questa.

134.

Noi ci saremmo pur fanciulli, e negli anni maturi e nella ultima vecchiezza; e così vaneggeremmo canuti, come noi facciamo bambini, se non fosse la ragione, che insieme con l’età cresce in noi, e, cresciuta, ne rende quasi di bestie uomini; sicchè ella ha pure sopra i sensi e sopra l’appetito forza e potere: ed è nostra cattività e non suo difetto, se noi trasandiamo nella vita e ne’ costumi.

135.

Non è adunque vero, che incontro alla natura non abbia freno, nè maestro; anzi ve ne ha due, che l’uno è il costume, e l’altro è la ragione; ma, come io t’ho detto poco di sopra, ella non può di scostumato far costumato senza la usanza; la quale è quasi parto e portato del tempo.

136.

Per la qual cosa si vuole tosto incominciare ad ascoltarla; non solamente perchè così ha l’uomo più lungo spazio di avvezzarsi ad essere quale ella insegna, e a divenire suo domestico, e ad esser de’ suoi; ma ancora perocchè la tenera età, siccome pura, più agevolmente si tigne di ogni colore; e anco perchè quelle cose alle quali altri si avvezza prima, sogliono sempre piacer più. E per questa cagione si dice, che Diodato, sommo maestro di profferir le commedie, volle essere tuttavia il primo a profferire egli la sua, comechè degli altri che dovessero dire innanzi a lui, non fosse a far molta stima; ma non volea, che la voce sua trovasse le orecchie altrui avvezze ad altro suono, quantunque verso di sè peggior del suo.

137.

Poichè io non posso accordare l’opera con le parole, per quelle cagioni che io ti ho dette, come il maestro Chiarissimo fece, il quale seppe così fare, come insegnare; assai mi fia l’aver detto in qualche parte quello che si dee fare; poichè in nessuna parte non vaglio a farlo io: ma perciocchè in vedendo il buio, si conosce quale è la luce; e in udendo il silenzio, sì s’impara che sia il suono, sì potrai tu mirando le mie poco aggradevoli e quasi oscure maniere, scorgere quale sia la luce de’ piacevoli e laudevoli costumi.

138.

Al trattamento de’ quali, che tosto oggimai arà suo fine, ritornando; diciamo, che i modi piacevoli sono quelli che porgon diletto, o almeno non recano noia ad alcun de’ sentimenti, nè all’appetito, nè alla immaginazione di coloro co’ quali noi usiamo; e di questi abbiamo noi favellato fin ad ora.

139.

Ma tu dèi oltre di ciò sapere, che gli uomini sono molto vaghi della bellezza, e della misura e della convenevolezza; e per lo contrario delle sozze cose e contraffatte e difformi sono schifi: e questo è spezial nostro privilegio; che gli animali non sanno conoscere che sia nè bellezza, nè misura alcuna; e perciò come cose non comuni con le bestie, ma proprie nostre, debbiam noi apprezzarle per sè medesime, e averle care assai; e coloro vie più che maggior sentimento hanno d’uomo, siccome quelli che più acconci sono a conoscerle. E comechè malagevolmente isprimere appunto si possa, che cosa bellezza sia, nondimeno acciocchè tu pure abbi qualche contrassegno dell’esser di lei, voglio che sappi, che dove ha convenevole misura fra le parti verso di sè, e fra le parti e ‘l tutto, quivi è la bellezza: e quella cosa veramente bella si può chiamare, in cui la detta misura si truova.

140.

E per quello che io altre volte ne intesi da un dotto e scienziato uomo, vuole essere la bellezza Uno, quanto si può il più, e la bruttezza per lo contrario è Molti, siccome tu vedi che sono i visi delle belle e delle leggiadre giovani: perciocchè le fattezze di ciascuna di loro paion create pure per uno stesso viso; il che nelle brutte non addiviene; perciocchè avendo elle gli occhi per avventura molto grossi e rilevati, e ‘n naso picciolo e le guance paffute e la bocca piatta e ‘l mento in fuori e la pelle bruna, pare che quel viso non sia di una sola donna, ma sia composto di visi di molte, e fatto di pezzi.

141.

E trovasene di quelle, i membri delle quali sono bellissimi a riguardare ciascuno per sè, ma tutti insieme sono spiacevoli e sozzi; non per altro, se non che sono fattezze di più belle donne, e non di questa una; sicchè pare, che ella le abbia prese in prestanza da questa e da quell’altra. E per avventura che quel dipintore, che ebbe ignude dinanzi a sè le fanciulle calabresi, niuna altra cosa fece, che riconoscere in molte i membri che elle aveano quasi accattato chi uno, e chi un altro da una sola; alla quale fatto restituire da ciascuna il suo, lei si pose a ritrarre; immaginando che tale e così unita dovesse essere la bellezza di Venere.

142.

Nè voglio io che tu ti pensi, che ciò avvenga de’ visi e delle membra o de’ corpi solamente; anzi interviene e nel favellare e nell’operare nè più, nè meno. Che se tu vedessi una nobile donna e ornata posta a lavar suoi stovigli nel rigagnolo della via pubblica, comechè per altro non ti calesse di lei, sì ti dispiacerebbe ella in ciò, che ella non si mostrerebbe pure una, ma più; perciocchè lo esser suo sarebbe di monda e di nobile donna; e l’operare sarebbe di vile e di lorda femmina: nè perciò ti verrebbe di lei nè odore, nè sapore aspero, nè suono, nè colore alcuno spiacevole; nè altramente farebbe noia al tuo appetito; ma dispiacerebbeti per sè quello sconcio e sconvenevol modo e diviso atto.

143.

Convienti adunque guardare eziandio da queste disordinate e sconvenevoli maniere, con pari studio, anzi con maggiore, che da quelle delle quali io t’ho fin qui detto; perciocchè egli è più malagevole a conoscer quando altri erra in queste, che quando si erra in quelle; conciossiachè più agevole cosa si veggia essere il sentire che lo ‘ntendere: ma nondimeno può bene spesso avvenire, che quello che spiace a’ sensi, spiaccia eziandio allo ‘ntelletto; ma non per la medesima cagione, come io ti dissi di sopra: mostrandoti che l’uomo si dee vestire alla usanza che si vestono gli altri, acciocchè non mostri di riprendergli e di correggerli; la qual cosa è di noia allo appetito della più gente, che ama di esser lodata; ma ella dispiace eziandio al giudicio degli uomini intendenti: perciocchè i panni che sono d’un altro millesimo, non si accordano con la persona, che è pur di questo.

144.

E similmente sono spiacevoli coloro che si vestono al rigattiere; che mostra che il farsetto si voglia azzuffar co’ calzari; sì male gli stanno i panni indosso. Sicchè molte di quelle cose che si sono dette di sopra, o per avventura tutte dirittamente, si possono qui replicare; conciossiacosachè in quelle non si sia questa misura servata, della quale noi al presente favelliamo; nè recato in uno, e accordato insieme il tempo e ‘l luogo e l’opera e la persona, come si convenia di fare; perciocchè la mente degli uomini lo aggradisce, e prendene piacere e diletto: ma holle voluto piuttosto accozzare e divisare sotto quella quasi insegna de’ sensi e dello appetito, che assegnarle allo ‘ntelletto, acciocchè ciascuno le possa riconoscere più agevolmente; conciossiachè il sentire e l’appetire sia cosa agevole a fare a ciascuno; ma intendere non possa così generalmente ognuno, e maggiormente questo, che noi chiamiamo bellezza e leggiadria, avvenentezza.

145.

Non si dee adunque l’uomo contentare di fare le cose buone, ma dee studiarle di farle anco leggiadre. E non è altro leggiadria, che una cotale quasi luce che risplende dalla convenevolezza delle cose che sono ben composte e ben divisate l’una con l’altra, e tutte insieme; senza la qual misura eziandio il bene non è bello, e la bellezza non è piacevole. E siccome le vivande quantunque sane e salutifere, non piacerebbono agl’invitati, se elle o niun sapore avessero, o lo avessero cattivo; così sono alcuna volta i costumi delle persone, comechè per sè stessi in niuna cosa nocivi, nondimeno sciocchi e amari, se altri non gli condisce di una cotale dolcezza, la quale si chiama, siccome io credo, grazia e leggiadria.

146.

Per la qual cosa ciascun vizio per sè, senza altra cagione, convien che dispiaccia altrui; conciossiachè i vizii sieno cose sconce e sconvenevoli sì, che gli animi temperati e composti sentono della loro sconvenevolezza dispiacere e noia.

147.

Perchè innanzi ad ogni altra cosa, conviene a chi ama di essere piacevole in conversando con la gente, il fuggire i vizii; e più i più sozzi, come lussuria, avarizia, crudeltà, e gli altri; de’ quali alcuni sono vili, come lo essere geloso e lo inebbriarsi: alcuni laidi, come lo essere lussurioso: alcuni scellerati, come lo essere micidiale: e similmente gli altri, ciascuno in sè stesso, e per la sua proprietà è schifato dalle persone, chi più e chi meno: ma tutti generalmente, siccome disordinate cose, rendono l’uomo nell’usate con gli altri spiacevole, come io ti mostrai anco di sopra.

148.

Ma perchè io non presi a mostrarti i peccati, ma gli errori degli uomini, non dee esser mia presente cura il trattar della natura de’ vizii e delle virtù, ma solamente degli acconci e degli sconci modi, che noi l’uno con l’altro usiamo; uno de’ quali sconci modi fu quello del conte Ricciardo, del quale io t’ho di sopra narrato, che come difforme e male accordato con gli altri costumi di lui belli e misurati, quel valoroso vescovo, come buono e ammaestrato cantore suole le false voci, tantosto ebbe sentito.

149.

Conviensi adunque alle costumate persone avere risguardo a questa misura che io t’ho detto, nello andare, nello stare, nel sedere, negli atti, nel portamento e nel vestire e nelle parole e nel silenzio e nel posare e nell’operare. Perchè non si dee l’uomo ornare a guisa di femmina, acciocchè l’ornamento non sia l’uno e la persona un altro, come io veggo fare ad alcuni, che hanno i capelli e la barba innanellata col ferro caldo, e ‘l viso e la gola e le mani cotanto strebbiate e cotanto stropicciate, che si disdirebbe ad ogni femminetta, anzi ad ogni meretrice quale ha più fretta di spacciare la sua mercatanzia e di venderla a prezzo.

150.

Non si vuol nè putire, nè olire, acciocchè il gentile non renda odore di poltroniero, nè del maschio venga odore di femmina o di meretrice. Nè perciò stimo io, che alla tua età si disdicano alcuni odoruzzi semplici di acque stillate.

151.

I tuoi panni convien che sieno secondo il costume degli altri di tuo tempo, e di tua condizione, per le cagioni che io ho dette di sopra; che noi non abbiamo potere di mutar le usanze a nostro senno, ma il tempo le crea e consumale altresì il tempo. Puossi bene ciascuno appropriare la usanza comune. Che se tu arai per avventura le gambe molto lunghe, e le robe si usino corte, potrai far la tua roba non delle più, ma delle meno corte; e se alcuno le avesse o troppo sottili o grosse fuor di modo, o forse torte, non dee farsi le calze di colori molto accesi, nè molto vaghi, per non invitare altrui a mirare il suo difetto.

152.

Niuna tua vesta vuole essere molto leggiadra, nè molto molto fregiata; acciocchè non si dica, che tu ti porti le calze di Ganimede, o che tu ti sii messo il farsetto di Cupido; ma quale ella si sia vuole essere assettata alla persona, e starti bene, acciocchè non paia che tu abbi indosso i panni d’un altro; e sopra tutto confarsi alla tua condizione, acciocchè il cherico non sia vestito da soldato, e ‘l soldato da giocolare. Essendo Castruccio in Roma con Lodovico il Bavero in molta gloria e trionfo, duca di Lucca e di Pistoia e conte di palazzo e senator di Roma, e signore e maestro della corte del detto Bavero, per leggiadria e grandigia si fece una roba di sciamito cremisi; e dinanzi al petto un motto a lettere d’oro: egli è come Dio vuole: e nelle spalle di dietro simili lettere, che diceano: e sarà come Dio vorrà. Questa roba, credo io, che tu stesso conosci che si sarebbe più confatta al trombetto di Castruccio, che ella non si confece a lui. E quantunque i re sieno sciolti da ogni legge, non saprei io tuttavia lodare il re Mafredi in ciò, che egli sempre si vestì di drappi verdi.

153.

Debbiamo dunque procacciare, che la veste bene stia non solo al dosso, ma ancora al grado di chi la porta; e oltre a ciò, che ella si convenga eziandio alla contrada ove noi dimoriamo; conciossiacosachè siccome in altri paesi sono altre misure, e nondimeno il vendere e il comperare e il mercatantare ha luogo in ciascuna terra, così sono in diverse contrade diverse usanze; e pure in ogni paese può l’uomo usare e ripararsi acconciamente.

154.

Le penne che i Napoletani e gli Spagnuoli usano di portare in capo, e le pompe e i ricami male hanno luogo tra le robe degli uomini gravi, e tra gli abiti cittadini; e molto meno le armi e le maglie; sicchè quello che in Verona per avventura converrebbe, si disdirà in Vinegia; perciocchè questi così fregiati, e così impennati e armati non istanno bene in quella veneranda città pacifica e moderata; anzi paiono quasi ortica o lappole fra le erbe dolci e domestiche degli orti; e perciò sono poco ricevuti nelle nobili brigate, siccome difformi da loro.

155.

Non dee l’uomo nobile correre per via, nè troppo affrettarsi; che ciò conviene a palafreniere e non a gentiluomo: senzachè, l’uomo s’affanna e suda e ansa, le quali cose sono disdicevoli a così fatte persone. Nè perciò si dee andare sì lento, nè sì contegnoso, come femmina o come sposa. E in camminando, troppo dimenarsi disconviene: nè le mani si vogliono tenere spenzolate, nè scagliare le braccia, nè gittarle, sicchè paia che l’uomo semini le biade nel campo. Nè affissare gli occhi altrui nel viso, come se egli vi avesse alcuna maraviglia.

156.

Sono alcuni che in andando levano il piè tanto alto, come cavallo che abbia lo spavento; e pare che tirino le gambe fuori d’uno staio. Altri percuote il piede in terra sì forte, che poco maggiore è il romore delle carra. Tale gitta l’uno de’ piedi in fuori, e tale brandisce la gamba; chi si china ad ogni passo a tirar su le calze, e chi scuote le groppe e pavoneggiasi: le quai cose spiacciono non come molto, ma come poco avvenenti.

157.

Che se il tuo palafreno porta per avventura la bocca aperta, o mostra la lingua; comechè ciò alla bontà di lui non rilievi nulla, al prezzo si monterebbe assai, e troverestine molto meno; non perchè egli fosse perciò men forte, ma perchè egli men leggiadro ne sarebbe. E se la leggiadria si apprezza negli animali, e anche nelle cose che anima non hanno, nè sentimento, come noi veggiamo che due case ugualmente buone e agiate non hanno perciò uguale prezzo se l’una averà convenevoli misure, e l’altra le abbia sconvenevoli, quanto si dee ella maggiormente procacciare e apprezzare negli uomini?

158.

Non istà bene grattarsi, sedendo a tavola; e vuolsi in quel tempo guardar l’uomo, più che e’ può, di sputare; e se pure si fa, facciasi per acconcio modo. Io ho più volte udito, che si sono trovate delle nazioni così sobrie, che non isputavano giammai: ben possiamo noi tenercene per breve spazio.

159.

Debbiamo eziandio guardarci di prendere il cibo sì ingordamente, che perciò si generi singhiozzo, o altro spiacevole atto; come fa chi s’affretta sì, che convenga che egli ansi, e soffi con noia di tutta la brigata.

160.

Non istà medesimamente bene a fregarsi i denti con la tovagliuola: e meno col dito, che sono atti difformi. Nè risciacquarsi la bocca, e sputare il vino, sta bene in palese. Nè in levandosi da tavola, portar lo stecco in bocca, a guisa d’uccello che faccia suo nido; o sopra l’orecchia, come barbiere, è gentil costume.

161.

E chi porta legato al collo lo stuzzicadenti, erra senza fallo; che, oltra che quello è uno strano arnese a veder trar di seno ad un gentiluomo, e ci fa sovvenire di questi cavadenti che noi veggiamo salir su per le panche; egli mostra anco, che altri sia molto apparecchiato e provveduto per li servigi della gola; e non so io ben dire perchè questi cotali non portino altresì il cucchiaio legato al collo.

162.

Non si conviene anco l’abbandonarsi sopra la mensa. Nè lo empiersi di vivanda amendue i lati della bocca sì che le guance ne gonfino. E non si vuol fare atto alcuno, per lo quale altri mostri, che gli sia grandemente piaciuta la vivanda, o ‘l vino; che sono costumi da tavernieri e da cinciglioni[2].

163.

Invitar coloro che sono a tavola, e dire: – Voi non mangiate stamane; o – Voi non avete rosa che vi piaccia, o – Assaggiate di questo o di quest’altro; non mi pare lodevol costume, tuttochè il più delle persone lo abbia per famigliare e per domestico: perchè quantunque, ciò facendo, mostrino che loro caglia di colui cui essi invitano; sono eziandio molte volte cagione, che quegli desini con poca libertà, perciocchè gli pare che gli sia posto mente; e vergognasi.

164.

Il presentare alcuna cosa del piattello che si ha dinanzi, non credo che stia bene; se non fosse molto maggior di grado colui che presenta, sicchè il presentato ne riceva onore; perciocchè tra gli uguali di condizione pare che colui che dona, si faccia in un certo modo maggiore dell’altro; e talora quello che altri dona, non piace a colui a chi è donato; senzachè, mostra che il convito non sia abbondevole d’intromessi, o non sia ben divisato, quando all’uno avanza e all’altro manca; e potrebbe il signor della casa prenderlosi ad onta; nondimeno in ciò si dee fare, come si fa, e non come è bene di fare; e vuolsi piuttosto errare con gli altri in questi sì fatti costumi, che far bene solo. Ma che che in ciò si convenga, non dèi tu rifiutar quello che ti è porto; che pare che tu sprezzi o che tu riprenda colui chel ti porge.

165.

Lo invitare a bere, la quale usanza, siccome non nostra, noi nominiamo con vocabolo forestiero, cioè far brindisi, è verso di sè biasimevole; e nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso; sicchè egli non si dee fare. E se altri inviterà te, potrai agevolmente non accettar lo invito; e dire, che tu ti arrendi per vinto, ringraziandolo, o pure assaggiando il vino per cortesia, senza altramente bere.

166.

E quantunque questo brindisi, secondo che io ho sentito affermare a più letterati uomini, sia antica usanza stata nelle parti di Grecia; comechè essi lodino molto un buono uomo di quel tempo, che ebbe nome Socrate, perciocchè egli durò a bere tutta una notte, quanto la fu lunga, a gara con un altro buono uomo, che si faceva chiamare Aristofane; e la mattina vegnente in su l’alba fece una sottil misura per geometria, che nulla errò; sicchè ben mostrava, che ‘l vino non gli avea fatto noia: e tuttochè affermino oltre a ciò, che così come l’arrischiarsi spesse volte ne’ pericoli della morte fa l’uomo franco e sicuro, così lo avvezzarsi a’ pericoli della scostumatezza, rende altrui temperato e costumato; e perciocchè il bere del vino a quel modo, per gara abbondevolmente e soverchio, è gran battaglia alle forze del bevitore; vogliono che ciò si faccia per una cotal pruova della nostra fermezza, e per avvezzarci a resistere alle forti tentazioni, e a vincerle: ciò non ostante a me pare il contrario, e istimo che le loro ragioni sieno assai frivole.

167.

E troviamo, che gli uomini letterati per pompa di loro parlare fanno bene spesso che il torto vince, e che la ragion perde. Sicchè non diamo lor fede in questo; e anco potrebbe essere, che eglino in ciò volessero scusare, e ricoprire il peccato della loro terra, corrotta di questo vizio; conciossiachè il riprenderla parea forse pericoloso; e temeano non per avventura avvenisse loro quello che era avvenuto al medesimo Socrate per lo suo soverchio andare biasimando ciascuno; perciocchè per invidia gli furono apposti molti articoli di eresia, e altri villani peccati; onde fu condannato nella persona, comechè falsamente; che di vero fu buono e cattolico, secondo la loro falsa idolatria: ma certo perchè egli beesse cotanto vino quella notte, nessuna lode meritò; perciocchè più ne arebbe bevuto, o tenuto un tino. E se niuna noia non gli fece, ciò fu piuttosto virtù di robusto celabro, che continenza di costumato uomo.

168.

E che che si dicano le antiche cronache sopra ciò, io ringrazio Dio, che con molte altre pestilenze che ci sono venute d’oltra monti, non è fino a qui pervenuta a noi questa pessima, di prender non solamente in giuoco, ma eziandio in pregio lo inebbriarsi. Nè crederò io mai, che la temperanza si debba apprendere da sì fatto maestro, quale è il vino, e l’ebrezza.

169.

Il siniscalco da sè non dee invitare i forestieri, nè ritenergli a mangiare col suo signore. E niuno avveduto uomo sarà, che si ponga a tavola per suo invito: ma sono alle volte i famigliari sì prosontuosi, che quello che tocca al padrone, vogliono fare pure essi. Le quali cose sono dette da noi in questo luogo più per incidenza che perchè l’ordine, che noi pigliammo da principio, lo richiegga.

170.

Non si dee alcuno spogliare, e spezialmente scalzare in pubblico, cioè laddove onesta brigata sia; che non si confà quello atto con quel luogo. E potrebbe anco avvenire, che quelle parti del corpo, che si ricuoprono, si scoprissero con vergogna di lui, e di chi le vedesse.

171.

Nè pettinarsi, nè lavarsi le mani si vuole tra le persone; che sono cose da fare nella camera, e non in palese; salvo (io dico del lavar le mani) quando si vuole ire a tavola; perciocchè allora si convien lavarsele in palese, quantunque tu niun bisogno ne avessi; affinchè chi intigne teco nel medesimo piattello, il sappia certo.

172.

Non si vuol medesimamente comparire con la cuffia della notte in capo. Nè allacciarsi anco le calze in presenza della gente.

173.

Sono alcuni che hanno per vezzo di torcer tratto tratto la bocca, o gli occhi, o di gonfiar le gote e di soffiare, o di fare col viso simili diversi atti sconci. Costoro conviene del tutto che se ne rimangano. Perciocchè la dea Pallade, secondamente che già mi fu detto da certi letterati, si dilettò un tempo di sonare la cornamusa; ed era di ciò solenne maestra: avvenne, che sonando ella un giorno a suo diletto, sopra una fonte si specchiò nell’acqua; e avvedutasi de’ nuovi atti che sonando le conveniva fare col viso, se ne vergognò, e gittò via quella cornamusa. E nel vero fece bene, perciocchè non è stormento da femmine, anzi disconviene parimente a’ maschi; se non fossero cotali uomini di vile condizione, chel fanno a prezzo, e per arte.

174.

E quello che io dirò degli sconci atti del viso, ha similmente lungo in tutte le membra. Che non istà bene nè mostrar la lingua, nè troppo stuzzicarsi la barba; come molti hanno per usanza di fare. Nè stropicciar le mani l’una con l’altra. Ne gittar sospiri; e metter guai. Nè tremare, o riscuotersi; il che medesimamenle sogliono fare alcuni. Nè prostendersi, e, prostendendosi, gridare per dolcezza: Oimè, oimè; come villano che si desti al pagliaio.

175.

E chi fa strepito con la bocca per segno di maraviglia, e talora di disprezzo, si contraffà cosa laida; siccome tu puoi vedere. E le cose contraffatte non sono troppo lungi dalle vere.

176.

Non si vogliono fare cotali risa sciocche; nè anco grasse o difformi. Nè ridere per usanza, e non per bisogno. Nè de’ suoi medesimi motti voglio che tu ti rida; chè è un lodarti da te stesso. Egli tocca di ridere a chi ode, e non a chi dice.

177.

Nè voglio io che tu ti facci a credere, che, perciocchè ciascuna di queste cose è un picciolo errore, tutte insieme siano un picciolo errore; anzi se n’è fatto e composto di molti piccioli un grande, come io dissi da principio; e quanto minori sono, tanto più è di mestiero, che altri v’affissi l’occhio; perciocchè essi non si scorgono agevolmente, ma sottentrano nell’usanze, che altri non se ne avvede: e come le spese minute, per lo continuare occultamente, consumano lo avere; così questi leggieri peccati di nascosto guastano col numero, e con la moltitudine loro la bella e buona creanza. Perchè non è da farsene beffe.

178.

Vuolsi anco por mente, come l’uom muove il corpo, massimamente in favellando; perciocchè egli aviene assai spesso, che altri è sì attento a quello che egli ragiona, che poco gli cade d’altro. E chi dimena il capo, e chi straluna gli occhi, e l’un ciglio lieva a mezzo la fronte e l’altro china fino al mento; e tale torce la bocca; e alcuni altri sputano addosso e nel viso a coloro co’ quali ragionano. Trovasi anco di quelli che muovono sì fattamente le mani , come se essi ti volessero cacciar le mosche: che sono difformi maniere e spiacevoli.

179.

E io udii già raccontare (che molto ho usato con persone scienziate, come tu sai) che un valente uomo, il quale fu nominato Pindaro, soleva dire, che tutto quello che ha in sè soave sapore e acconcio, fu condito per mano della Leggiadria e della Avvenentezza.

180.

Ora che debbo io dire di quelli che escono dello scrittoio fra la gente con la penna nell’orecchio? e di chi porta il fazzoletto in bocca? o di chi l’una delle gambe mette in su la tavola? e di chi si sputa in su le dita, e di altre innumerabili sciocchezze? le quali nè si potrebbon tutte raccorre, nè io intendo di mettermi alla pruova: anzi saranno per avventura molti che diranno, queste medesime, che io ho dette essere soverchie.

Note

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[1] per arrota: per di più; oltretutto.

[2] cinciglioni: ubriaconi, gaglioffi

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 31 dicembre 2009