Filomnesto  il  Giovane.

Notizia filologica e bibliografica

De tribus impostoribus

ed. Daelli 1854

Edizione di riferimento:

De Tribus impostoribus, Biblioteca rara pubblicata   da   G.  Daelli e C. Editori Milano MDCCCLXIV tip. Guglielmini. Testo latino collazionato sull’esemplare del Duca  de  la  Vallière ora esistente nella biblioteca imperiale di parigi con l’aggiunta delle varianti di parecchi manoscritti e di una notizia filologica e bibliografica di Filomnesto  il  Giovane.

TRIBUS IMPOSTORIBUS

(M  D   IIC)

AVVERTENZA DEGLI EDITORI

Ecco, noi ristampiamo come una curiosità e senza temer di eccitare altro sentimento che la curiosità un libro che fece fremere il medio evo, e che parve un attentato satanico tremendo ed inespiabile. Il medio evo ridea alla novella dei tre anelli; i tre fratelli credevano ciascuno che il suo fosse il vero; ma non avevano gli altri due per falsi assolutamente. ‒ Ora l’autore dei Tre Impostori dichiarava ch’eran falsi tutti e tre, spezzava le Tavole della legge, abbatteva la croce, bruciava il Corano, e l’uman genere parea restar senza Dio. Il libro non esisteva o non si trovava e vedea mai; bastava il titolo a spaventar le coscienze, e a rinnovar nelle menti le tenebre e gli orrori del caos.

Questo sgomento si prolungò pei secoli, e la storia di questo libro, narrata così minutamente da Filomneste Juniore, fa l’effetto di un ghigno mefistofelico a traverso le preci e le estasi dei fedeli. Incerto il libro, incerto l’autore, ma l’atterrita imaginazione popolare e la stolta sapienza sacerdotale si commoveano contro questi untori dell’intelligenza, e perseguitavano e percotevano a tentoni. Quel titolo era più pericoloso che tutti i dubbj e le disputazioni dei filosofi, e potea più facilmente penetrare il duro cranio della plebe.

Noi demmo il testo tale e quale, e facemmo tradurre le illustrazioni, sì piene, che non crediamo vi sia troppo da aggiungere. Solo noteremo non esser precisamente vero che di Fausto, o Bastiano Fausto da Longiano (castello tra Cesena e Rimini ) non si possano trovar notizie (come si afferma a pag. xiv). [1] Non si sa l’appunto della nascita e della morte, ma si conoscono gli studj, i viaggi, le opere, e che nelle cose della fede era zoppo, secondo notò già il Muzio. Il Tiraboschi ne parla a lungo. Così è inesatto che il Mantovani scrivesse la vita di Cardano (come si afferma a pag. lxiv); egli tradusse in italiano le notizie che quel famoso scienziato e visionario lasciò di se. Ora tocca ai Renan lo scandolezzare i credenti. L’autore dei Tre Impostori, fosse anche un Imperatore, aveva il far rotto del demonio del medio evo, che era loico, ma non gentiluomo. Il tomawack del selvaggio è fuor di moda; torna meglio un sottil veleno locusteo o una fina lama d’acciaio, che fugga le indagini degli Orfila, o le sanzioni dei Troplong. Noi non facciam vedere che la prima fessura dello schifo che, vinta la tempesta, credeva scorrer sicuro sul lago di Tiberiade.

De tribus impostoribus

NOTIZIA BIBLIOGRAFICA

intorno al libro

De tribus impostoribus

I.

In sul cominciare del secolo XVII, la libertà del pensiero per sì lunga pezza compressa, in conseguenza delle controversie religiose corse tra cattolici e riformati, si ridestò; e alcuni animosi oltrepassarono ben anco il limite di così fatte contese. Quando Giordano Bruno e il Vanini [2] esposero in opere scritte con meditata oscurità temerarie asserzioni, che scontarono colla vita, era già passato un buon pezzo dacchè Rabelais aveva messo in beffa, sotto un velo anzi che no trasparente, ciò che sino a quel punto era stato oggetto della più profonda venerazione. [3]

Teofilo Viaud e i suoi seguaci si mostrarono poco meno che a visiera alzata; ciò che il padre Garasse nella sua Doctrine Curieuse chiama: « apprentifs de l’athèisme, enroolez en cette maudite confrerie qui s’appelle la CONFRERIE DES BOUTEILLES. [4]»

Appunto allora ne’ dotti circoli si diffusero delle voci intorno ad un libro, del quale non si parlava che con terrore; la cui mira, dicevasi, era di provare che il genere umano fu successivamente ingannato da tre impostori. Quindi il titolo De tribus Impostoribus dato a quest’opera, vero capolavoro d’empietà, che nessuno aveva mai veduta, e nondimeno dava luogo a dicerie sconnesse e vaghe che correvano sul suo conto.

Uno fra i primi a farne espressa menzione fu un monaco spagnuolo dell’ordine dei Carmelitani, Geronymo de la Madre de Dios. In un libro pubblicato a Brusselles nel 1611 col il titolo di: Diez lamentaciones del miserabile estado de los Atheistas il reverendo padre si dichiara in questi sensi: Uno desta Secta (de los Atheistas libertinos) compuso un libro intitulado: De los tres Engañadores del Mundo : Moysen, Christo y Mahoma, que no se lo dexaron imprimir en Alemanna, el anno pasado de 1610.

Nel corso del secolo XVII, e nel principio del XVIII, un numero grande d’autori continuò a parlare del libro De tribus Impostoribus; niuno però che asserisse d’averlo veduto; ma i più ripetevano ciò che se ne diceva dall’universale, aggiungendovi alle volte circostanze non molto verisimili. Più tardo critici più giudiziosi manifestarono il dubbio che forse non si trattasse d’un libro imaginario. Un letterato ingegnoso, la memoria del quale è rimasta cara agli amici dei buoni studj, Bernardo de La Monnoye autore dei faimosi Noei borgognoni, in appoggio di quest’ultima opinione, pose in campo diversi argomenti esposti in una sua dissertazione. Codesto scritto trovò oppositori, ma, mentre i dotti discutevano, l’opera per sè, restò invisibile.

In questo mezzo l’avevano cercata con vivo ardore. Si volle che un diplomatico svedese, Salvius, fosse arrivato a porvi su le mani; si aggiunse che la regina Cristina si sia trattenuta dal richiedernelo mentre viveva, ma come tosto riseppe la morte del suo antico plenipotenziario, abbia mandato Bourdelot, suo primo medico, a pregare la vedova di appagare la sua curiosità. Ma n’ebbe in risposta che l’infermo, preso da rimorso, la vigilia della sua morte l’avea fatta abbruciare dinanzi ai proprii occhi (Menagiana) t. IV. ).

Prima di La Monnoye, Gabriele Naudè, del quale è noto l’amore pei libri, e che per fermo nulla avrebbe lasciato intentato per aggiungere anche questo alla ricca biblioteca che stava formando pel cardinale Mazzarino, scrisse: “Non mi venne mai veduto il libro De tribus Impostoribus; credo che non sia mai stato stampato, e reputo menzogna tutto ciò che ne fu detto ”». Grozio (App. ad Comment. de Antichristo, p. 133 ) s’accorda in simile sentenza.

Un teologo di ardite idee per l’età in cui visse, il primo fra i cattolici (almeno crediamo) a venire in sospetto che il Pentateuco fosse poi veramente opera di Mose, Riccardo Simon, prete dell’Oratorio, nelle sue Lettere scelte (Rotterdam 1702 7.1 pp. 166 e 202) palesa l’opinione, che il Liber de tribus Impostoribus non abbia mai esistito; le false voci diffuse sul suo conto, derivano dalla malignità che cercava di diffamare un personaggio che si voleva screditare.

Anche Bayle s’attenne a codesta opinione; in una nota apposta all’articolo ch’egli consacra all’Aretino (Diz. isl.) dice: « È molto probabile che codesto libro non abbia mai esistito; il signor de La Monnoye ha dimostrato con argomenti assai forti che esso è puro sogno. Il padre Mersenne (in Genesim, pag. 1830) ha detto che uno de’ suoi amici, il quale aveva letto il libro in discorso, v’avea riconosciuto lo stile dell’Aretino. Le son tutte baje».

Avremo più sotto occasione di parlare di qualcuno degli scrittori che hanno fatta menzione del Liber de tribus Impostoribus e che l’hanno attribuito a questo o a quel personaggio; alle quali si possono aggiungere anco altre testimonianze. Un filosofo francese venuto a domiciliarsi in Italia, gli scritti del quale improntati d’uno scetticismo poco celato , suscitarono vive ire fra i teologhi, Claudio di Beauregard, (Beringaldo) nel suo Circolus Pisanus, [5] pag. 230 (Patavii, 1661) parlando dei miracoli di Mose attribuiti ad arte magica, s’esprime: “Tot viri sancti et Christus ipse Mosem secuti satis eum vindicant ab hac calunnia quidquid affectus contra liber impius De tribus Impostoribus omnia refundens in Dæmonem potentiorem cujus ope magi alii aliis videntur præstantiores quo etiam refertur illud fictum a Boccaccio de tribus annulis. ”

Un gesuita che si segnalò per gran vastità di dottrina, per fecondità inesauribile e per un’indipendenza di spiriti rara nella sua Compagnia, Teofilo Raynaud [6] da parte sua dichiarò ( in Hopoplot, sez. II, p.259): “Opus de Tribus magnis impostoribus Mose, Christo, Mahomete, exitiale fuisse Wechelio, insigni alios typographo. Sed ejus libri pestifero attactu funditus everso, referunt, quod legerunt fide digni testes, mihi incestare oculos tam infandæ scriptionis lectione ad ingens scelus videtur pertinere.”

Niente s’è potuto rinvenire che potesse convalidare il fatto che Wechel abbia stampato alcun che di simile; ed è possibile che Raynaud abbia avuto sott’occhio un’opera d’Antonio Cornelius un tempo stimata, dove s’incontrano alcune idee poco ortodosse: Exactissima infantium in limbo clausorum querela adversus divinum judicium. Wechel appose il suo nome al volume stampato nel 1531; pel quale rimandiamo il lettore a Bayle (art. Wechel), a Davide Clement (Bibliothèque curieuse, t. VII, p. 302 ) a Schaelhorn, (Amænitates litterariæ, t. V, p. 287 ).

Florimondo de Raymond (cioè il gesuita Richcomme) parla egli pure con isdegno del libro del quale ci occupiamo, intorno alla cui esistenza egli non nutre il menomo dubbio: “Nefandus ille libellus in Germania excusus horribili titulo inscriptus, ex ipsis infernis faucibus libellum hunc eructatum, non argumentum solum, sed titulus ostendit” (Nel trattato De Origine hæresim, lib. II, cap. 16). Egli aggiunge d’averlo veduto nella sua infanzia in mano a Pietro Ramus (si veda la dissertazione di La Monnoye); ma così fatti asserti sono avuti per pochissimo degni di fede.

Nel 1581, un dottore partigiano sfegatato della Lega, Gilberto Génébrard, parlò, in termini a dir vero piuttosto vaghi, del libellus, quasi che girasse palesemente. Disputando con un riformato (Lamberto Daneau) egli si esprime così, avendo di mira i cattolici. “Non Blandratum, non Alciatum, non Ochinum ad Mahometismum impulerunt; non Valleum ad Atheismi professionem induxerunt [7]; non alium quendam ad spargendum libellum De tribus Impostoribus, quorum secundus esset Christus Dominus, duo alii Moïses et Mahometes, pellexerunt.

II.

Ipotesi intorno all’Autore.

Egli era non poco malagevole l’esprimersi chiaramente circa l’esistenza d’un libro, del quale non si conosceva che il titolo accompagnato da qualche incerto romore; era cosa impossibile l’additare l’autore d’uno scritto, contro il quale si sarebbe scatenata grave tempesta. Le congetture pertanto andarono di buon passo; e i bibliografi, i letterati, che s’occuparono del libro di cui parliamo, mandarono innanzi alcuni nomi senza poi giustificare le loro asserzioni; e si attaccarono ai personaggi che sin dai primordj del medio evo si segnalarono per principj irreligiosi, piuttosto rari in quell’età.

L’imperatore Federigo Barbarossa morto nel 1190, è il primo che si presenta in ordine cronologico: i suoi litigi colla corte di Roma, i suoi costumi poco castigati, fecero nascer dei dubbj sulla purezza della sua fede. Il filosofo arabo Averroe o Ibn Roschd, morto nel 1193 diè luogo a sospetti pei sentimenti ostili cui si dice nutrisse tanto contro l’islamismo, quanto contro le dottrine di Moisè, e la fede cristiana. Secondo il signor Renan, che ha pubblicato intorno all’averroismo un libro notevolissimo, la filosofia di Averroè, interpretazione piuttosto libera delle dottrine d’Aristotile, e interpretata a sua volta in modo ancora più libero, si ridusse a questo: Negazione del soprannaturale, dei miracoli, degli angeli, dei demonj, dell’intervento divino; spiegazione delle religioni e delle credenze morali mediante l’impostura.

Non tutti i nostri lettori potendo procurarsi il dotto lavoro del signor Renan, pensiamo di far loro cosa gradita recando qui alcune linee, dove quest’abile critico parla colla sua usata lucidità intorno all’argomento che forma l’oggetto della presente notizia.

“Non senza un certo fondamento l’opinione pubblica attribuì ad Averroe la formola dei tre impostori. A quell’età i diversi culti si ravvicinarono, non già per la loro comune origine celeste, ma per le loro pretese impossibilità. Questo pensiero che quasi come sogno affannoso perseguitò il secolo XIII, fu però frutto degli studj arabi ed effetto delle tendenze della corte degli Hohenstaufen. Esso scoppiò senza nome d’autore, senza che persona osasse confessarlo; esso è, per così dire, la tentazione, il Sátana nascosto in fondo al cuore di quel secolo. Avuto dagli uni in conto di bestemmia, dagli altri in conto di calunnia, la parola d’ordine dei tre impostori, fra le mani de’ monaci mendicanti divenne un arme terribile sempre pronta per rovinare i loro nemici. Si voleva diffamare qualcuno facendolo passare per un nuovo Giuda? egli avea detto che vi erano stati tre impostori.... e tale imputazione lo bollava come un marchio d’infamia .... Per scuotere vieppiù l’imaginazione popolare, della formola si fece un libro. Allorchè le opere di Pietro il venerabile, e di Roberto de Rètines intorno al Corano, la crociata, i libri di polemica scritti dai Domenicani, diedero una idea più esatta dell’islamismo, Maometto apparve qual fondatore d’un culto monoteistico, e si arrivò a questa conclusione, che al mondo si danno tre religioni, fondate su principj analoghi, tutte e tre però intrammischiate di favole. Questo fu il pensiero che si tradusse nell’opinione de’ vulghi mediante la bestemmia dei Tre Impostori. L’Italia come la Francia partecipò a questo grande vacillamento delle coscienze. L’antichità pagana v’avea lasciato un pericoloso germe di rivolta contro il cristianesimo. In sul cominciare del secolo. XI, s’udì certo Vilgard, maestro di scuola a Ravenna, dichiarare che il vero era quanto dicevano i poeti antichi, e che convenia credere a questi anzichè ai misteri cristiani. Già nel 1115, a Firenze si trovava una setta d’Epicurèi abbastanza forte per cagionare sanguinosi tumulti. Arnaldo da Brescia trasformava in moti politici la rivolta filosofica e religiosa. Arnaldo di Villanuova passava per l’adepto d’una setta pitagorica diffusa in tutta Italia. Il poema della Discesa di San Paolo all’infemo parla con terrore d’una società secreta che aveva giurato la distruzione del cristianesimo.”

Si pose in campo il nome dell’ imperator Federico II, morto nel 1250, fondandosi sulla imputazione di Gregorio IX, che accusava questo monarca d’aver sostenuto che tre impostori abusarono successivamente della credulità del genere umano [8]. Si pretendeva che l’opera non l’avesse mica scritta lo stesso imperatore, ma il suo cancelliere Pier delle Vigne [9]. Quest’opinione dopo esser girata come vago rumore, verso il cominciamento del secolo XVIII risorse e fu sostenuta e discussa in una dissertazione senza nome d’autore, che noi ripubblichiamo più giù. Nondimeno si tiene che sia destituita di fondamento; e noi aggiungeremo che Federico respinse con gran forza l’accusa che il papa gli lanciò contro, la gravità della quale potea veramente far paura. Intorno a ciò si può consultare le Epistola Petri de Vineis (lib. I, eh. XXXI) ristampate più volte (Haganoae, 1539; Basileae, 1566; Ambergae, 1609; Basileae, 1740,2, vol. in 8.) Notiamo pure che l’imperatore non fu il solo al quale s’addossasse l’accusa pronunciata dal pontefice. Un autore del secolo XIII, (Tommaso de Cantimprè, nella Storia letteraria della Francia, t. XIX p. 477, gli consacrò una notizia), nell’opera allegorica e mistica da lui intitolata Liber de proprietatibus apum, sostiene che a Parigi esisteva un professore, che ai suoi discepoli insegnava che Mose, Cristo e Maometto furono tre impostori. Noi dubitiamo grandemente che un professore, anche nutrendo simili sentimenti, abbia portata l’audacia fino al segno di manifestarsi ai suoi discepoli; il castigo sarebbe stato esemplare.

Un monaco napoletano, un audace pensatore, Tommaso Campanella, fu sospettato d’aver composto il trattato de’ tre Impostori. Egli volle giustificarsi allegando che il libro era già stampato trent’anni [10] prima della sua nascita ( cioè nel 1538 ); ma quest’asserto è esso poi veramente degno di fede? Nulla troviamo che valga a provarlo. Guglielmo Postel nel 1543 parlò d’un trattato de tribus prophetis, che attribuiva a Servet; e su lui stesso cadde il sospetto che avesse scritta quell’opera; egli almeno ne avea ripetuti alcuni pensieri in uno degli scritti da lui dati alla luce: De orbis concordia [11], opera d’un genio inquieto ma potente, analizzata con cura nel Dizionario delle scienze filosofiche (1851, t. VI, p. 183). Si son messi in campo i nomi del Machiavelli, di Rabelais, d’Erasmo, di Stefano Dolet, abbruciato a Parigi nel 1546; di Giordano Bruno, abbruciato a Roma nel 1601; di Giulio Cesare Vanini, abbruciato a Tolosa nel 1616, ma queste confuse attestazioni mancano d’ogni apparenza di prova.

Altri scrittori, facendo risalire a più secoli addietro la composizione di questo celebre trattato, lo posero a carico del Boccaccio, autore la cui ortodossia non è immacolata [12].

Il Campanella pensava che il vero autore di codesto libro non fosse forse quel Poggio, il quale, se bene secretario del papa, era poco devoto, e molto libero in questo particolare, come lo prova la raccolta di Facetia stampata col suo nome; ma il Campanella par che non abbia fatto gran caso di questa opinione, stante che l’Ernst nelle sue Observationes variæ asserisce che a Roma il monaco calabrese gl’indicò Mureto come autore del libro in discorso; ora ciò non s’accorda per nulla colla stampa del libro che avrebbe dovuto precorrere di trentanni la nascita del Campanella; il Mureto, nato nel 1526, nel 1538 non aveva che dodici anni. Altri pronunciò il nome d’Ochino cappuccino, il quale, volte le spalle al cattolicismo, abbracciò i principi della riforma; ma con tutto il suo perseguitare con sillogismi e sarcasmi la chiesa da lui desertata, l’Ochino non negò mai i dogmi fondamentali del cristianesimo. Sicchè anche quest’opinione, che non troviamo se non in uno scrittore del secolo XVII [13], ci pare destituita di fondamento. Altrettanto diciamo rispetto all’Aretino. Il troppo celebre autore dei Ragionamenti e dei Sonetti lussuriosi spinse la licenza a un segno fino allora senza esempio. Ma egli era incapace d’alcuna idea filosofica profonda, e, cercando sopra ogni altra cosa di viver tranquillo e di far danaro, adoperò quella penna che aveva vergate le avventure della Nanna e della Pippa a scrivere libri di devozione [14].

Il filosofo italiano Pomponaccio, morto nel 1524, figura fra gli autori ai quali fu attribuita senza alcuna prova l’opera che forma il soggetto del presente scritto. È noto che codesto ardito pensatore si mostrò favorevole al materialismo e ostile alla chiesa. Le sue opere a Venezia furono abbruciate; ma l’autore dovette all’indulgenza di Leon X, e alla protezione di alcuni cardinali il piacere di morire in pace. Dei diversi passi de’ suoi scritti che hanno provocate le ire de’ suoi coetanei, non ne trascriveremo che uno tolto dal Tractatus de immortalitate animæ (1534, in-12, p. 121): “Ad quartum, in quo dicebatur quod fere totum universum esse deceptum, cum omnes leges ponant, animam immortalem esse. Ad quod dicitur, quod si totum nihil sit, quam sua partes, veluti multi existimant, quum nullus sit homo, qui non decipiatur, ut dixit Plato in de Republica, non est peccatum illud concedere, immo necesse est, concedere aut quod totus mundus decipitur aut saltem maior pars, supposito, quod sint tantum tres leges, scilicet Christi, Moysis et Mahometis. Aut igitur omnes sunt falsa, et sic totus mundus est deceptus, aut saltem duæ earum, et sic maior pars est decepta.

Si parlò eziandio d’un amico dell’Aretino, di Fausto da Longiano, che s’era proposto di scrivere col titolo Il Tempio della verità un libro molto ardito, molto eterodosso, come annunzia egli stesso in una lettera da lui diretta al celebre satirico, stampata nel suo carteggio. Un passo di questa lettera si trova nella dissertazione di La Monnoye che noi ripubblichiamo. Anco ponendo che detta opera sia stata scritta, si comprende come ragioni di gran peso debbano aver impedito la pubblicazione del Tempio della verità. Noi abbiamo inutilmente cercato di procurarci qualche indizio intorno a codesto Fausto. Longiano è una cittaduzza appartenente agli antichi stati romani, presso Forlì.

Fu menzionato il nome del Cardano; quest’uomo tanto erudito quanto bizzarro, i cui scritti presentano uno strano miscuglio di scetticismo e di credulità, piuttosto frequente a trovarsi nel secolo XVI, non temette di comparare fra loro paganesimo, giudaismo, maomettanesimo e cristianesimo, e dopo averli messi a riscontro, senza poi palesare in quale credenza abbia fede, termina col dire: “His igitur arbitrio victoriæ relictis”; lasciando così decidere al caso a qual religione spetti la palma. È però vero: più tardo raddolcì questo passo; ma s’era già attirato, segnatamente da parte dello Scaligero, la taccia di ateo [15].

Si pose l’occhio su Pietro de la Ramèe o Ramus, celebre pei suoi attacchi contro Aristotele, il quale fu accusato d’irreligione a cagione dell’ardimento con cui diè addosso alla vecchia filosofia che spadronava nelle scuole [16].

Un cappuccino, il padre Foly, nel terzo volume delle sue Confèrences sur les mystères sostiene che un ugonotto, Nicola Bernaud, nel 1612 fu scomunicato, per aver composto uno scritto De tribus Impostoribus. Si trattava di Nicola Bernaud de Crest, al quale s’attribuì un’ opera curiosa, il Cabinet du roy de France, dans lequel il y a trois pierres prècieùses, 1581, e si tiene eziandio per autore del Miroir des Francois, 1582, libro che aspira a riforme, il cui compimento si fece attender due secoli [17], e che non si sono nemmen tutte incarnate nei fatti, poichè l’autore domanda il matrimonio dei preti e la riunione del Belgio alla Francia. Alchimista e viaggiatore infaticabile, Bernaud (la vita del quale è pochissimo conosciuta ) era uomo d’audaci propositi; non per questo v’è ragione di dubitare di quanto il cappuccino asserì sul conto suo.

Lo scrittore più moderno, di cui parve doversi tener conto, è Milton, morto nel 1674; ma non si può pensare sul serio ad affermare che l’autore del Paradiso perduto abbia composto un’opera intorno alla quale si disputava molto prima della sua nascita, e che sarebbe stata in perfetto dissenso coi suoi principj, ne’ quali dominava il puritanesimo repubblicano fondato sulla lettura della Bibbia.

Fra gli scrittori tenuti in conto di liberi pensatori, ed ai quali si avrebbe pur potuto attribuire il Liber de tribus Impostoribus, non abbiamo incontrato Bonaventura Des Pèriers; è noto che questo ascetico scrittore si tolse la vita nel verno fra il 1542 e 1543, dopo aver fatto stampare nel 1337 il Cymbalum mundi, libro che tosto fu processato dal Parlamento come contenente di grandi abusi ed eresie. È inutile ripetere che lo stampatore Morin fu incarcerato e tenuto in gran povertà “detenu en grande pauvretè;” che l’edizione originale fu distrutta con tanta cura, che non se ne conosce più che una o due copie.

Di fresco il Cymbalum mundi ebbe due edizioni nuove rivedute l’una da Paolo Lacroix (Parigi, Gosselin, 1841) l’altra da Luigi Lacour (nel I. tomo delle opere di Bonavventura Des Pèriers, Jannet, 1856). Eligio Johanneau scoperse la chiave dei nomi degli interlocutori nascosti sotto il velo dell’anagramma.

“Massime nel secondo dialogo, dice il signor Lacroix, l’autore mette in burla tutte le credenze professate al suo tempo; il Cristo già da lui trasformato in un briccone, qui è apertamente proclamato tale; Lutero, corifeo della riforma, non è rappresentato in modo meno satirico: cattolici e protestanti son messi in mazzo; Des Pèriers si burla del pari e degli uni e degli altri.” La Monnoye aveva indovinata l’allegoria ed aveva espresso il suo pensiero con tutta quella chiarezza, di cui gli fu dato far uso: “S’e’ m’è lecito esprimere il mio sospetto, dirò che in questo scritto si pretende sberteggiare colui che scendendo dal cielo ci portò la verità eterna; dirò che il seguito del discorso di Trigabus è l’empio ed esagerato dileggio di quanto codesta verità ha operato.”

Noi non abbiamo bisogno d’insistere intorno a ciò; è evidente che se il libro De tribus Impostoribus fu realmente stampato nel 1538, come sostiene il Campanella, si potrebbe con qualche verosimiglianza addossarlo a Des Pèriers, il quale v’avrebbe svolta con maggior precisione la tesi da lui velata a disegno nel Cymbalum mundi, che, agli occhi de’ miopi, poteva passare per una beffa lanciata contro il paganesimo. In quei racconti figuravano Mercurio, Cupido ed altre parecchie divinità mitologiche; particolare che si trova eziandio nella famosa opera di Giordano Bruno e che s’intende assai facilmente. I colpi assestati a Giove e a Saturno, avevano ben più alta la mira.

III

Opinioni di alcuni critici moderni intorno al libro De tribus Impostoribus.

Uno degli scrittori che maneggiò con gran fortuna tutti i mezzi della lingua francese, un bibliofilo appassionato, Carlo Nodier nelle sue Questions de littèrature legale (1828), riepilogò giudiziosamente ciò che si sa, o piuttosto ciò che non si sa, riguardo al famoso e irreperibile trattato ch’è l’oggetto delle nostre ricerche: “ Per secoli di questo libro non esistette che il solo titolo; una parola uscita dalle labbra d’un principe celebre ne potè fornire l’idea; ma nessuna penna avrebbe osato vergarlo in un’età, nella quale simile ardimento sarebbe stato troppo pericoloso! Fondandosi sulle voci che s’erano sparse in una certa classe di letterati, gli si attribuì una realtà impossibile; si andò tant’oltre da nominare perfino gli stampatori che dovevano averlo pubblicato, i quali per avventura diedero qualche appiglio a così fatta accusa, e perchè increduli e perchè persone abili; i Wechtel fra gli altri; ma ciò avvenne senza che poi si potesse fiancheggiare tale opinione con autorità di qualche rilievo. Che pensare quindi degli esemplari di questo trattato presentemente conosciuti, la data dei quali s’accorda abbastanza bene col tempo, nel quale, secondo tutte le ipotesi, dovette apparire? Questa scoperta forse non distrugge i ragionamenti più speciosi, e resta egli ancora qualche cosa a dire contro resistenza d’un libro, il titolo del quale è ripetuto in più cataloghi di seguito?

“Codesto problema esige una doppia soluzione: sì, esiste, un trattato De tribus Impostoribus, i cui esemplari sono estremameute rari; no, il trattato De tribus Impostoribus, che occupò i bibliologhi del secolo XVII, non esiste. ”

Il Nodier aggiunge d’aver posseduto nella sua infanzia un esemplare di codesto libro, in tutto conforme alla descrizione che si dà di quelli che si sono veduti in vendita: era un piccolo in-8 di 46 pagine e due di frontispizio stampato in sant’Agostino romano, su carta pochissimo consistente, vecchia, bruna, e forse ingiallita; portava, senz’altro contrassegno, l’anno 1598, che alcuni bibliografi, considerando la forma moderna dei caratteri, ritennero posto in luogo del 1698. Può darsi che non sia stato stampato nè in quello nè in questo, comechè a quel tempo non mancassero ragioni atte a consigliare tale sostituzione. La regina Cristina di Svezia alcuni anni prima aveva offerto trentamila lire a colui che sapesse procurargliene una copia, e questo era un motivo forte abbastanza per mettere alla prova l’industria dagli editori. In appresso la libertà del pensare, e in certi paesi quella della stampa, giunsero al colmo. L’Olanda e la Germania rigurgitavano di audaci fuorusciti, ai quali tal opera sarebbe parsa un trastullo, e allora lo stamparla non avrebbe offerto punto maggiori ostacoli di quello che le ardite teorie di Hobbes e di Spinosa.

A ogni modo è cosa indubitabile che il trattato De tribus Impostoribus, non fu mai dato alla regina Cristina; ed è difficile il credere che se fosse stato stampato sin d’allora nel minor numero di copie possibile, non ne sia pervenuto alcun sentore a La Monnoye, la cui dissertazione dev’essere stata pubblicata soltanto qualche anno appresso.

Eppoi, come spiegare che questo libro sia sfuggito alle ricerche dei dotti e laboriosi bibliografi del secolo XVIII, di Prospero Marchand, di Sallengre, di Davide Clement, di Bauer, di Vogt, di De Bure e di tant’altri, e che non si sia trovato in nessuna di quelle grandi e rare biblioteche, di cui noi possediamo i cataloghi?

In Germania si ritiene per cosa certa, e si asserì in diverse opere (la Bibliotheca historiæ litterariæ selecta di Jugler, t. III, p. 1665), che il volume di 46 pagine che porta la data del mdiic, fu stampato nel 1753 a spese e per cura d’un libraio di Vienna, Straube; egli ne vendette alcune copie al prezzo di 20 e più monete d’oro, e per questo fu gettato e detenuto a lungo nelle prigioni di Brunswick.

Se l’edizione che si suppone appartenere al secolo XVI esisteva realmente; se si potesse attribuirla ad Dolet, a Enrico Stefano od anche a Postel, allora al pregio d’una straordinaria rarità unirebbe anco altri vantaggi, particolarmente questo, di manifestarci i sentimenti d’uno scrittore valente, e di risolvere una molto celebre questione di bibliografia.

Il marchese Du Roure )Analecta biblion, 1.1, p. 422), analizza lo scritto datato del 1593 in una copia fatta da un laborioso bibliografo, l’abate Mercier di Saint-Lèger, copia da lui posseduta. Egli opina che La Monnoye dopo aver confutato senza fatica ciò che Arpe sosteneva fondato sull’autorità d’un aneddoto puerile, sia andato tropp’oltre negando l’esistenza d’un trattato De tribus impostoribus anteriore al 1716. « Per quanto grande si fosse l’astio di Federico II contro la potenza pontificale, è ridicolo l’attribuire, vuoi a questo imperatore, vuoi anche al suo cancelliere, un’opera che mente umana non avrebbe potuto concepire nel 1230; opera del resto, nella quale la mano moderna si palesa in ogni frase. A ogni modo converrà pure concedere che un tal libro ha potuto esister verso il 1553, come ce ne assicurano Guglielmo Postel e il gesuita Richeomme conosciuto col nome di Florimondo de Remond, Come mai il mondo erudito avrebbe potuto ingannarsi fino al segno da cercare dovunque l’autore d’un libro che non fosse mai esistito, d’attribuirlo successivamente al Boccaccio, a Servet, al Poggio, all’Aretino e a tanti altri? che? Tanto fracasso per nulla! Tanto fumo senza foco! Ciò non è mica possibile!

Il signor Renouard, possessore d’un esemplare, di cui parleremo nel seguente paragrafo, nel Catalogne de la libliothèque d’un amateur (1818, p. 19), consacra una lunga nota a questo trattato. Dopo aver rifiutato la storiella troppo leggermente ammessa nel Dictionnaire des anonymes, appoggiandosi alla quale l’abate Mercier di Saint-Lèger avrebbe fabbricato questo libro, egli aggiunge: “È molto probabile che questo libro sia uscito fuori o, come vuole la sua data, nel 1598, o, ciò ch’io credo, nel corso del secolo seguente. Del resto, questo gioiello tanto prezioso, questo libello di venti luigi, non va considerato che qual rarità bibliografica. È una lunga argomentazione scritta in latino piuttosto cattivo, nella quale si vuol provare che Mose e Maometto, e massime il primo, furono insigni impostori, che i libri degli Ebrei non sono d’ispirazione divina, anche per testimonianza di san Paolo, del quale si riferiscono diversi passi. Quanto a Gesù Cristo, ch’è il terzo, a cui allude il titolo del libro, se ne dice ben poco; sembra che l’autore abbia avuto paura. Una frase biasima le pie frodi di coloro che hanno fondato la religione Cristiana sulle ruine del giudaismo, e anche questa frase sembra imbrogliata a bello studio. Dall’altro canto si attesta un gran rispetto per l’evangelo. Infine questa è l’opera d’un uomo, che avrebbe certo finito sul rogo, dove avesse confessato, d’esser l’autore di questo libro, ma che professa il deismo, e non è nè più nè meno empio di molti i quali a’ nostri dì, in materia di religione, si credono le persone meno censurabili del mondo.

Convien rimpiangere che, senza dubbio trattenuto dalle esigenze dei confini che s’era assegnati, l’oracolo della bibliografia, l’autore del Manuel du Librane non abbia consacrato al trattato in discorso che un breve articolo, dove rigetta l’aneddoto già combattuto dal signor Renouard, pur senza toccare con ciò le altre questioni che gli si presentavano. Speriamo che nella quinta edizione del Manuale, alla cui pubblicazione ora si sta attendendo, il signor G. C. Brunet concederà due o tre colonne alla discussione d’un punto oscuro della scienza dei libri; niuno può chiarirlo meglio di lui.

IV.

Opere oggi esistenti e intitolate Dei tre Impostori.

1. Opere in lingua latina.

Nel Manuel du libraire è registrata un’edizione col millesimo MDIIC (1598), in piccolo 8, di 46 pagine; e osserva che con certezza non se ne conosce che tre esemplari: quello registrato nel catalogo d’un celebre amatore olandese, Crevenna, la cui biblioteca fu venduta nel 1790 [18]; quello che nel 1784 [19] alla vendita dei libri del duca de la Vallière, fu pagato 474 lire (somma straordinaria in quel tempo, nel quale i libri rari erano ben lontani dall’avere il valore che hanno acquistato più tardi); infine l’esemplare del signor Renouard: quest’ultimo, notato nel Catalogo della biblioteca di questo amatore (1818, 4 vol. in-8), t. I, p. 118, figura come comperato nel 1812 nella vendita dei libri del professore Allamand che in fronte a quel volume scrisse d’averlo ricevuto in dono a Rotterdam nel 1762 [20].

Secondo Barbier (Dictionnaire des anonymes) e secondo il Manuale del libraio, questa edizione fu stampata a Vienna nel 1753 da P. Straube. Aggiungono che questo tipografo come testo si servì di qualcuno dei manoscritti che giravano da lungo tempo; poichè nel 1716 uno di essi fu comperato pel principe Eugenio di Savoia al prezzo di 80 imperiali alla vendita della biblioteca di Federico Mayer a Berlino. Prospero Marchand, che nota questo particolare nel suo Dictionnaire historique (1724) riferisce le prime parole del manoscritto, e son quelle che si leggono nel volume datato il 1598.

Si disse che la biblioteca di Dresda possedesse un quarto esemplare, ma secondo l’opera di M. Falkenstein (Beschreibung der Königlichen öffentlichen Bibliothek zu Dresden 1839 p. 503) non si tratta che della ristampa senza luogo nè data, fatta a Giessen nel 1792 (dal libraio Krieger), della quale non andò attorno che un numero assai scarso di copie, l’intera edizione essendo stata sequestrata e messa sottosuggello in una sala dell’università di Giessen dove secondo Falkenstein si trova tuttora. Questa edizione a ogni modo conta 64 pagine; si distingue dunque a prima vista da quella che n’ha 46.

Il testo latino, dopo una trentina d’anni (nel 1833) fu di nuovo pubblicato in Germania; un laborioso scrittore, il dottore F. G. Genthe, al quale, fra le altre dotte opere, dobbiamo un curioso saggio intorno alla poesia macaronica [21], lo fece ristampare a Lipsia, usando di due manoscritti diversi, e lo corredò di una notizia, della quale ci siamo serviti, ma aggiungendovi non poche cose. A questo testo dell’edizione del 1833 per mala sorte mancano le tre ultime pagine dell’edizione del 1598, che nell’edizione presente abbiamo integralmente restituite. Nel 1846 un altro bibliografo che dimora generalmente in Zurigo, il signor Emilio Weller di bel nuovo diede fuori il testo latino, e l’arricchì d’una traduzione tedesca. Pigliando però la cosa da un lato diverso de’ suoi predecessori, il signor Weller stima che il volume datato del 1598 abbia realmente veduta la luce in quell’anno. L’edizione non gli è parsa per nulla moderna, e pensa che questa stampa abbia preceduto i manoscritti che si sono divulgati più tardi, un de’ quali ha servito alla ristampa fatta da Straube, la quale sequestrata con gran diligenza è divenuta irreperibile.

Ecco dunque per lo meno quattro edizioni successivamente pubblicate dalle tipografie tedesche, batave o elvetiche, d’un lavoro che forse non è nemmanco il trattato, a cui hanno accennato gli scrittori del secolo XVII, ma che però non è indegno d’essere conosciuto. Le edizioni recenti, essendo pochissimo divulgate in Francia, e accompagnate da schiarimenti in lingua conosciuta da pochi, pel nostro pubblico è come se non esistessero.

Molti critici (fra gli altri i signori Genthe e Weller) tengono per indubitato che il testo latino, quale è stampato, possa essere stato scritto nel secolo XVI, ma la scorrezione dello stile e il difetto di nesso filosofico nelle idee sono motivi bastanti per istabilire ch’esso a ogni modo non è uscito dalla penna dì nessuno degli scrittori, il cui nome fu messo in campo [22]. Si può credere che sia lavoro d’un uomo che aveva studiata la storia e aveva viaggiato, condotto poscia allo scetticismo dalle dispute religiose, che presero le mosse dalla riforma. Egli pose in carta le sue idee per proprio uso. Il secolo XVI produsse gran numero di codesti liberi pensatori, che si chiamavano Lucianisti (miram ejusmodi hominum fuisse frequentiam qui Lucianistæ dicti sunt eo quod omnes religiones derideant; così s’esprime Florimondo deRemond). Può darsi che l’opera andando attorno manoscritta, sia stata alterata e interpolata; e convien notare che vi si fa menzione di sant’Ignazio, il quale non fu canonizzato che nel 1622 (An vero credendum est quia bona foeminunculæ Franciscum, Ignatium, Dominicum et similes tanto cultu prosequantur...). Una lunga tirata contro la religione mosaica al parere di Genthe, è un frammento appiccicatovi in seguito, e che non ha a che fare col rimanente.

Verso il principio del secolo XVIII i giudizj sin a quel tempo assai titubanti rispetto al libro De tribus Impostoribus cominciarono a farsi più precisi.

Pier Federico Arpe, che nel 1712 aveva pubblicato un’apologia del Vanini, nel 1716 diede alla luce una risposta alla dissertazione del La Monnoye, e s’annunziò come possessore dell’opera che menava tanto rumore.

Egli racconta che nel 1706, trovandosi presso un libraio a Francoforte sul Meno, v’incontrò un ufficiale tedesco che voleva vendere un libro italiano (Lo Spaccio della Bestia trionfante di Giordano Bruno) e due manoscritti latini, di cui s’era impadronito nel saccheggio di Monaco dopo la battaglia di Hochstett: domandava 500 risdalleri (circa 2000 lire italiane). Arpe, avendo fatto ubbriacare quest’ufficiale, ottenne a prestanza uno de’ due manoscritti, il famoso trattato De tribus Impostoribus. Arpe gli promise con sacramento, che non sarebbe ricopiato; ma stimò transigere colla propria coscienza pigliando il partito di tradurlo; fatta questa versione in fretta e in furia con l’aiuto d’un amico, rese all’ufficiale il manoscritto che fu, coi due altri volumi, venduto per 500 risdalleri (il prezzo richiesto) a un principe della casa di Sassonia.

Arpe in appresso fece un cenno intorno a questo libro, secondo lui, diviso in sei capitoli; anche la sua pretesa traduzione fu poscia stampata; ma essa non ha alcun riscontro nè per l’estensione, nè per la divisione, nè per la sostanza coll’opera latina che Arpe per fermo non ha tampoco veduta. Del resto di questo Tedesco non si conosce verun’opera scritta in francese, di maniera che non è la più certa cosa del mondo che appartenga propriamente a lui la dissertazione francese pubblicata col suo nome. Noi a ogni modo la ripubblichiamo come uno degli atti di questo processo letterario, e v’aggiungiamo la replica con cui La Monnoye la confutò.

2. Opere in lingua francese ed in altre lingue.

In francese esiste un’opera intitolata: Traitè des trois Imposteurs; fu ristampata più volte e con tutto ciò non si trova troppo facilmente. Ma in sostanza questo libro non è altro che quello che andava attorno manoscritto nel principio del secolo XVIII col titolo di Esprit de Spinosa; il quale, lavoro d’autore rimasto ignoto, subì diverse modificazioni; stampato nel 1719 a l’Aja, secondo Prospero Marchand (Dictionnaire historique, t. I, p. 325) fu in gran parte abbruciato; il Manuel du Libraire intorno a ciò dà raggualio che sarebbe superfluo trascrivere. Un’altra compilazione fu fatta verso il 1720; stampata a Rotterdam, presso Michele Bohm 1721 in 60 pagine in-4. colla data di Francoforte. La sola differenza che v’abbia fra questa e il libro descritto da Arpe è che gli otto capitoli dell’Esprit furono ridotti a sei; e quelli che dapprima portavano i numeri 3, 4 e 5 ne formano un solo.

Alcuni librai, cercando di trar profitto dalla cecelebrità del titolo, sul frontispizio posero: Trattato dei tre Impostori [23]. Sembra per altro che siasi fatto qualche mutamento anche al manoscritto. Alcuni passi tolti di peso dalle opere di Charron e dalle Considèrations di Naudè sur les coups d’Etat, furono introdotti nei capitoli III e IV. L’edizione datata il CICDCCXIX senza indicazione di luogo (Olanda) è un piccolo in-8 di 200 pagine preceduto da una notizia intorno a Spinosa e da un elenco de’suoi scritti. Di fronte si trova un ritratto del filosofo colla seguente quartina:

Si, faute d’un pinceau fidelle,

Du fameux Spinosa l’on n’a pas peint les traits,

La sagesse ètant immortelle,

Les ècrits ne mourront jamais.

Quest’edizione è molto rara; ma al tempo in cui i libri così detti filosofici si moltiplicavano sotto la penna del barone d’Holbach, di Naigeon e dei loro amici, le ristampe si successero rapidamente. Noi ne abbiamo veduta una coll’indicazione di Tverdon 1768, senza luogo, 1775 (Olanda) e 1776 (Germania), 152 pagine: Amsterdam (Svizzera?) 1776, di 138 pagine. Ne esiste anche una più antica che fa parte, col titolo: De l’Imposture sacerdotale, d’una raccolta di scritti vari pubblicati nel 1767 in un volume in-8. Un’altra edizione datata del 1796 fu data alla luce da Mercier de Compiègne; preceduta da una ristampa fatta nel 1793, epoca poco notevole nella storia dell’arte tipografica in Francia.

Una traduzione tedesca, additata come rara, porta il titolo di Spinosa II, oder Subiroth Supim. Rom, bei der Witwe Bona Spes, 5770.

Abbiamo sott’occhio una traduzione inglese pubblicata a Dundee nel 1844, J. Myles in 12, intitolata: The Three Impostors (96 pag.). In calce ad una dissertazione di 25 pagine, la quale nulla insegna che già non si sapesse, si trova una traduzione della Rèponse à La Monnoye e l’estratto delle Mèmoires littèraires (all’Aja 1716). Il preambolo della traduzione anonima è molto breve; lo rechiamo in italiano come qui appresso:

“Il traduttore di questo trattatello stima necessario dire una parola circa l’oggetto da lui avuto in mira colla presente pubblicazione. Essa non è già fatta all’intento di difendere lo scetticismo, o di propagare l’incredulità: ma unicamente a fine di sostenere i diritti del giudizio individuale. Nessun ente umano è in condizione di leggere nell’uman cuore, e di decidere con giustizia della fede o della condotta da’ suoi simili; e gli attributi della divinità sono tanto al di sopra della nostra debile ragione, che per comprenderli converrebbe che l’uomo diventasse egli stesso un Dio. Ne deriva che ogni biasimo severo delle azioni e delle opinioni altrui dev’essere messo da banda, ed ognuno deve porsi in istato di poter dichiarare con un umano, nobile filosofo:

Homo sum, humani nihil a me alienum puto.”

Il traduttore ha traslatate in inglese le note che accompagnano il testo francese (correggendo, per modo d’esempio, la parola canonico dove si tratta d’un rabbino) e v’aggiunse quattro o cinque brevissime citazioni, tolte da Tito Livio, Bolingbroke e Volney. Questa traduzione inglese dell’edizione francese d’Amsterdam, 1776, fu ristampata nel 1846, a Nuova York, da G. Vale, 3, Franklin-Square.

Riepilogando, dalla traduzione tedesca (e incompleta) del signor Em. Weller infuori, noi non conosciamo in veruna lingua, nessuna vera traduzione del trattatello latino De tribus Impostoribus, di cui ripubblichiamo il testo in tutta la sua integrità.

V.

Opere aventi titolo simile a quello del Liber de tribus Impostoribus.

Il grido di cui godeva il libro di cui favelliamo, il mistero che lo velava, dovette facilmente spingere qualche scrittore a porre in fronte ai suoi lavori un titolo che in certo qual modo rammentasse un’opera che si cercava dovunque senza trovarla. Era un mezzo di stimolare la curiosità e di conciliarsi un poco di attenzione; il che non si sarebbe ottenuto dove l’opera si fosse pubblicata con un titolo insignificante. Quest’ è il motivo per cui apparve: Vincentii Panurgi Epistola ad cl. virum Joannem Baptistam Morinum Dr. med. etc. De tribus Impostoribus, Parisiis apud Matthæum Bouliette, 1644, in-12; 1654, in-4.

L’autore di questo libro fu lo stesso G. B. Morin, e i tre impostori sono Gassendi, Naudè e Bernier che s’erano burlati dei suoi sogni astrologici.

Uno scritto intitolato: De tribus Nebulonibus apparve in Olanda composto da un Olandese. I tre nebulones erano Masaniello, Cromwello e Mazarino. Pare che il cardinale, a dispetto della indifferenza sincera o simulata ch’egli ostentava riguardo ai libri scritti contro di lui, abbia trovato il mezzo di spegnere interamente questa edizione; pare eziandio Che i bibliografi non abbiano conosciuta quest’opera, e non ci venne fatto trovarla in nessun catalogo.

Nel 1667 a Londra fu dato alla luce un libro in-8°, intitolato: History of the three late famous Impostors. Questi tre personaggi erano due individui che volevano spacciarsi per principi ottomani, e Sabbathi Levi per terzo, che, nel 1666 volle rappresentare fra i Giudei dell’Oriente la parte di Messia [24].

Codesto libro fu tradotto in tedesco: Amburgo 1669 in-8; una edizione nuova, con una prefazione di Martino Schmizel vide la luce nel 1739. Ne esiste altresì una traduzione francese (Paris, Robinet 1673, in-12), e quella istoria si trova per intero anche nell’opera di G. B. de Rocoles, les Imposteurs insignes (Amsterdam, Wolfgang 1683, in-12).

Nel 1680, uno scrittor danese pubblicò il Liber de tribus magnis Impostoribus (nempe Eduardo Herbert de Cherbury [25], Thoma Hobbes et Benedicto de Spinosa), Kiloni apud Richelium. Questo scritto, dirizzato contro tre impugnatori della rivelazione, fu ristampato con qualche aggiunta da un figliuolo dell’autore ad Amburgo nel 1700, e tradotto in tedesco da un pastore luterano, Michele Bora.

Giovanni Decker in un capitolo d’una delle sue opere (De scriptis adespotis, sect. XIX), raccostò Campanella, Hobbes e Spinosa, intitolando le sue considerazioni sul loro conto: De tribus maximis hujus seculi philosophis, e vi pose in fronte quest’epigrafe presa da Orazio (Od., 1. I, 3).

Nil mortalibus arduum est

Cœlum ipsum petimus stultitia, neque

Per nostrum patimur scelus

Iracunda Jovem ponere fulmina [26]

Diversi altri scrittori, come sarebbe dire G. E. Ursino, de Severin Lintrup e de Letdecker, nei loro scritti si piccarono di unire in un mazzo tre personaggi. F. E. Kettner nella sua Dissertatio de duobus Impostoribus, B. Spinosa et B. Beckero [27] Lipsiae 1694, in-4, stette pago a due.

Il signor Graesse fa menzione anco d’un’opera pubblicata a Londra e intitolata Les Trois Imposteurs; si tratta di Maometto, d’Ignazio Loiola, e di Giorgio Fox fondatore della setta dei quaccheri.

VI.

Testimonianze dei bibliografi rispetto al libro De tribus Impostoribus.

Il signor Genthe annovera novantun’autori diversi che parlarono del Trattato de’ tre Impostori; ma questa lista potrebbe essere vieppiù accresciuta; il bibliografo tedesco, a quanto sembra poco versato ne’ libri francesi, non ha citato nè G. C. Brunet, nè A. A. Renouard; a questi tennero dietro Du Roure, Quèrard (Supercheries littèraires, I. 371), l’autore anonimo d’una lettera inserita nel Bulletin des Arts (1846, t. V, p. 99), e d’un’altra lettera pubblicata nel Journal de l’amateur de Livres (Paris, Jannet, N. del 1 agosto 1849). Non ci venne fatto di procurarci tre speciali dissertazioni di cui parla il signor Genthe: Emmanuele Weber: Programma de tribus Impostoribus, ecc., Giessen 1713; G. Cr. Haremberg: De secta non timentium Deum, exhibens origitiem famosi dicterii ac commentitior. script de tribus Impostoribus, Brunswigae 1756, in-8; G. M. Mehling, Das erste Schlimme Buch, oder Abhandlung von der Schrift de tribus Impostoribus, Chemnitz 1764, in-8. È noto quanto sia difficile il procacciarsi molto tempo dopo la pubblicazione, e lontano dal luogo dov’hanno veduta la luce simili opuscoli accademici usciti dalle università. Manco male, del resto: perocchè non sappiamo se essi potrebbero poi dar qualche utile informazione. Del libro di cui parliamo è fatto cenno anche in un periodico inglese: The Blackwood Magazine, t. VIII, p. 306.

Avevamo l’intenzione di trascrivere a parte a parte l’elenco fatto da Genthe, e di recare i passi degli autori ch’egli addita; ma rinunziammo a questa idea, poichè le notizie che que’ libri, per la più parte dimenticati, somministrano intorno al trattato de tribus Impostoribus non meritano di venir ripetute. Citeremo a ogni modo, come adatti a essere consultati da coloro che volessero conoscere ciò che fu scritto su questo soggetto:

B. G. Struve, De doctis Impostoribus dissertatio, Jenæ 1703; ibid. 1706, § 9-23, ristampato ma scorrettamente nell’Oudini Commentt, de Scriptt. Ecclesiaste t. III. ‒ Ioh. Friedr. Mayer, Prof, in Disputt, de Comitiis Taboriticis, cf. Placcius de Anonym., pp. 185-188 seqq. ristampato separatamente, Greifswald 1702, in-4. Christ. Thomasius, Observat. Halenses ad rem Litt., t. I, observat, VII, p. 78 seqq. ‒ Vincenzo Placcius, Theatr. Anonymor., cap. II, N. 89 ; p. 184 seqq. Calmet, Dictionn. de la Bible, art. Imposteurs. ‒ Giornale dei Letterati, pubblicato in Firenze per i mesi d’aprile, maggio e giugno, mdccxlii. ‒ Job. Godof. Schmutger, Dissertatio de Friderici II. in rem Litterariam meritis. ‒ Observations upon the report of the horrid Blasphemy of the three grand Impostors, by some affirm’d to have been of late years uttered and published in print. (vid. Catal. Msstor. Angliae, t. II, p. 213), ‒ Jugement de M. Maturin Veissier la Croze, bibliothècaire et antiquaire du roi de Prusse et membre de l’Acad. roy. à Berlin, sur le traitè : De tribus Impostoribus. Biblioth. Reimann. Hildesheim, 1731, in-8, p. 980. ‒ Morhof, Polyhist. litt. t. I, cap. VIII. Heumanni, Conspectus Reipubl. litter., cap. VI, § 33. ‒ Biblioth. Uffenbachiana, t. III, p. 681. ‒ Kochii Observatt. miscell., t. Il, p. 364. ‒ Bierlingii, Pyrrhon. hist., cap. V, p. 256. ‒ Fabricii, Scriptt. de veritat. Relig. Christ, cap. XXII, p. 475. ‒ Annal. Acad. Julia, semestr. II. ‒ Coleri, Antholog. p. 196. ‒ Ant. Maria Gratianus, in vit. Card. Commendoni, t. II, p. 9. ‒ Ioh. Dekherus, de Scriptt. adespotis, p. 119. ‒ Sam. Maresius, De Johanna Papissa. Naudœana, p. 129. ‒ Mûlleri, Atheismus delictus. Prol., cap. II, pag. 19. ‒ Melch. Adam, in Vit. Calvini, p. 41. ‒ Spizelius, de Atheismo, p. 15 e 18. ‒ Tentzelii, Biblioth. curiosa, etc., p. 491, ann. 1704. Histoire des Ouvrages des Savans, fevr. 1694, p. 278. ‒ Aubert Miraei, Biblioth. eccles., p. 226. ‒ Hebhenstreit, de variis Christianor. nominib., cap. I, p. 30. ‒ Observatt. Halenses, t. X, observ. 9, p. 218; t. IV, p. 261, observ. 20. ‒ Reimanni, Introductio in Histor. litt., t. III, p. 246. ‒ Ittigii. Diss. de Postelo, 1700, § 26, p. 34. ‒ Olearii, Diss. de Vanino.

VII

Degli scritti di alcuni autori ai quali si attribuì il libro De tribus Impostoribus.

Dicemmo che Servet, Giordano Bruno, Vanini ed altri ancora, furono additati, ma senza verosimi^ glianza e senza fondamento, come autori di questo celebre trattato che sfuggiva a ogni ricerca. Tali asserzioni s’appoggiavano alle opinioni poco ortodosse manifestate da codesti scrittori, segnatamente dai tre che abbiamo pur ora mentovati, vittime dell’ intolleranza, il cui regno era ancora in vigore in tutta Europa. In universale, gli scritti «che gli condussero al rogo sono pochissimo noti ; non sarà dunque inutile il farne qui un cenno.

Cominciamo da Michele Servet. La condanna che lo colpì a Ginevra lo rese oggetto d’attenzione al tutto particolare. La relazione del suo processo, cogli atti che l’appoggiano, si trova nelle Mèmoires de la Sociètè d’histoire et d’archèologie de Genève, t. III, pp. 1-158. Non è nostro pensiero di parlare della vita di quell’uomo celebre. Moltissimi scrittori, se ne sono occupati. Si vedano le Mèmoires de d’Artigny, t. II ; l’Histoire de France d’Enrico Martin, t. IX, p. 606; l’Histoire de Calvin d’Audin t. II, pp. 253-324; il Bulletin de la Sociètè de l’histoire du protestantisme français, luglio 1S53 e maggio 1858.

La sua vita scritta in tedesco da Mosheim 1748, in-4, è molto prolissa. Reputata è l’opera tedesca di Trechsel: Gli Antitrinitari protestanti prima di Sotino. Libro primo. Servet (Heidelberg 1839). Segnalato dM1 Athenaum français come notevole, è uno Studio intorno al processo di Servet di E. Schase (Strasburgo 1853, in-8).

Il più celebre scritto di Servet è quello che porta per titolo: Christianismi restitutio 1553, in-8, di 734 p. Stampato a Vienna presso Baldassare Arnollet, fu dato alle fiamme, e non furono salvate che sole due o tre copie. Una di queste, che aveva appartenuto al dottore inglese Mead ed all’archeologo francese de Boze, si trova nella biblioteca imperiale; e contiene diverse pagine abbruciacchiate. Questa copia era quella di Colladon, uno degli accusatori di Servet, il quale sottosegnò le proposizioni più ardite. (Si veda un articolo di M. Flourens nel Journal des Savants, aprile 1854, p. 193).

Per somministrare un’idea del sistema esposto in questo volume, che accese tante collere, ci serviremo dell’analisi che Emilio Saisset inserì nel Dictionnaire des sciences philosophiques (tomo VI). Servet piglia le mosse dal punto, che Dio, considerato nella profondità della sua essenza increata, è assolutamente invisibile; egli è perfettamente uno, perfettamente semplice, sì semplice e sì uno che, a pigliarlo in sè, non è nè intelligenza, nè spirito, nè amore. Pertanto fra un tale Iddio, raccolto in sè medesimo nella sua inalterabile semplicità, e l’onda delle esistenze mobili, divise, mutevoli, abbisogna un legame, un mediatore. Codesto mediatore, codesto legame, sono le idee, tipi eterni delle cose.

Le idee non sono punto separate da Dio, se bene ne sieno distinte. Esse sono la irradiazione eterna di Dio. Ciò che le idee sono alle cose, Dio lo è alle idee per sè stesse. Le cose trovano la loro essenza e la loro unità nelle idee: le idee trovano la loro essenza e la loro unità in Dio. Dio, per sè invisibile, si divide nelle idee: le idee si dividono nelle cose. Dio (per usare del linguaggio di Servet, che qui ricorda a un tratto Plotino e Spinosa) Dio è l’unità assoluta che unifica tutto, l’essenza pura che tutto es-senzia (essentia essentium. Christ. Best lib. IV. p.125).

Riepilogando, v’ ha tre mondi, a un tempo distinti ed uniti: al sommo, Dio, assolutamente semplice , ineffabile ; nel mezzo l’eterno e invisibile lume delle idee ; al basso di questa scala infinita s’agitano gli esseri. Gli esseri sono contenuti nelle idee; le idee son contenute in Dio; Dio è tutto, tutto è Dio; tutto si lega, tutto si compenetra; legge suprema dell’esistenza è l’unità universale. L’unità, l’armonia, la consustanzialità di tutti gli esseri: ecco il principio che sedusse Servet, non meno che Bruno, Spinosa, Schelling e tant’altri nobili ingegni.

Servet alla sua metafisica panteistica aggiungeva una teologia sostanzialmente contraria al cristianesimo. Volendo essere a un tempo cristiano e panteista, egli imaginò la teoria d’un Cristo ideale che non è Dio, che non è nemmanco uomo, ma un mediatore fra l’uomo e Dio ; è l’idea centrale, il tipo dei tipi, l’Adamo celeste modello dell’umanità, e per conseguenza di tutti gli esseri. Per la chiesa, il Cristo è Dio, pel panteismo, il Cristo non è che un uomo, una parte della natura. Servet fra la Divinità, santuario inaccessibile dell’eternità e dell’immobilità assoluta, e la natura regione del moto, della divisione e del tempo, colloca un mondo intermedio, quello delle idee, e del Cristo fa il centro del mondo ideale. Di maniera che egli crede correggere il Cristo ed il panteismo, correggendoli e temperandoli l’un l’altro. Il Cristo è il lume di Dio, la sua più perfetta manifestazione, la sua imagine più pura; tutto emana da lui, tutto ritorna in lui; egli è la causa, il modello, il fine di tutti gli esseri; tutto s’unifica in lui, ed egli tutto unifica in Dio.

Servet svolge quest’idea con vero entusiasmo; è il perno di tutta la sua dottrina. Con essa pretende di ricondurre il cristianesimo alla sua primitiva purezza, spiegando tutti i dogmi, riducendoli ad armonia con un panteismo appurato, colle tradizioni di tutti i popoli, i simboli tutti, le massime di tutti i sapienti. È vero però che codesta teoria del Cristo distrugge totalmente il dogma dell’incarnazione, come la sua dottrina sull’indivisibilità assoluta di Dio distrugge il dogma della Trinità, come il suo concetto d’un mondo intelligibile, che emana da Dio per una legge necessaria, distrugge di pianta il dogma della creazione. Rifiutando l’idea d’una trasmissione del peccato originale ereditario, Servet abolisce il battesimo dei neonati; egli non riconosce la necessità della grazia per salvarsi, nè quella della fede nelle promesse di Gesù Cristo; di maniera che egli salva i maomettani, i pagani, e tutti coloro che saran vissuti secondo la legge di natura. I principi di Servet non restituivano già il cristianesimo, com’egli si confidava, ma lo distruggevano interamente. Avviluppato per profondità e sottigliezza di concetti, così fatto sistema non ha trovato un solo proselite; ma la sincerità della fede di Servet, la nobiltà del suo entusiasmo, l’altezza e originalità delle sue idee, non potrebbero esser poste in forse senza ingiustizia.

Veniamo a Giordano Bruno. I due volumi già da noi mentovati, dal signor Bartholmèss consacrati a codesto filosofo, mi dispensano dal parlarne partitamente. Diremo soltanto che se n’è eziandio fatta parola nell’Histoire des sciences mathèmatiques en Italie del signor Libri; nell’opera del signor Cousin intorno a Vanini; nell’Histoire de France di Enrico Martin, tom. XIII, e va discorrendo. Fra i numerosi scritti di questo audace pensatore, quello che s’attirò le maggiori collere fu lo Spaccio de la Bestia trionfante, proposto da Giove, effectuato dal consiglio, rivelato da Mercurio, Parigi 1584 in-8. Questo rarissimo volume nelle pubbliche vendite del secolo scorso si facea pagare dalle 503 alle 1000 lire italiane [28]; e tuttochè il prezzo dei libri di questa fatta sia di molto diminuito, questo ( unito però a tre altri scritti di Bruno ) alla vendita Dunn Gardner a Londra nel 1854 fu alzato a 20 lire st. 15 se. Esso poi fu ristampato nell’ edizione delle opere italiane di Bruno, pubblicata da Ad. Wagner ( Lipsia 1829, 2 vol. in-8), e ne vien fatta parola nell’Histoire de la littérature italienne di Ginguené, tom. VII, nella Litterature of Europe di Hallam, tom. II. ecc. Si è « quasi sempre parlato di questo libro enigmatico ed oscuro senz’averlo veduto, e spesso ne fu alterato il titolo, mettendo Specchio in luogo di Spaccio. L’opera di Bartholmèss ne offre una lunga analisi, che daremo per sommi capi.

Si tratta della cacciata della bestia (parola presa collettivamente per indicare tutto il regno animale), cioè degli animali collocati dalla mitologia e dall’astronomia nella volta celeste; la credenza allora sì divulgata, che gli astri influissero sui destini e le volontà degli uomini, è combattuta senza riserbo. Bruno a nomi spregevoli o insignificanti, nell’annoverare le costellazioni, vuol sostituire i nomi delle qualità e dei meriti degni della stima e dell’ammirazione degli uomini. Seguendo questo ragionamento, l’autore frammischia all’allegoria la satira; la metafora si confonde coll’allusione. Di mano in mano che ciascuna virtù chiamata a subentrare ai vizj del cielo è inaugurata, essa apprende da Giove ciò che deve fare e ciò che deve cansare. Nell’ignoto espiratoria diretta a sir Filippo Sydney, Bruno dichiara d’aver nello Spaccio seminato a larga mano i principj della sua filosofia morale, senza temere le rughe e il superciglio degli ipocriti, il dente e il naso degli sci oli, la lima ed il sibilo dei pedanti. Fa notare che sarebbe ingiustizia l’attribuirgli le opinioni che mette in bocca a personaggi che si esprimono senza riserva.Certe digressioni, nelle quali l’ambizione e la cupidigia sono segnate adito,non senza ragione, quali cause delle guerre che affliggevano l’Europa, certi attacchi contro i monaci, alcune insinuazioni oscure, ma al certo poco ortodosse, ecco ciò che si trova in molti luoghi di codesti dialoghi, che finiscono quando, sendosi mutato il nome a tutte le costellazioni (all’aquila subentra la magnanimità, al toro la longanimità, al cancro la conversione), Giove invita gli Dei a desinare.

Faremo pure un brevissimo cenno di altre opere di Bruno, ancora molto ricercate dai bibliografi, ma di poco peso, dove si guardino rispetto alla storia dello spirito umano.

La Cabala del cavallo Pegaseo (Parigi, 1583) è uno scritto bizzarro per metà serio, per metà giocoso, nel quale l’ironia v’è profusa a ribocco. Erasmo aveva fatto l’elogio della pazzia: Bruno scrisse il panegirico dell’ignoranza, della scempiaggine, dell’asinità, ma frammischiando a tutto ciò le dottrine della cabala rabbinica. Vien posto in iscena un personaggio chiamato Onorio; in forza della metempsicosi esso passò per istati molto diversi. Primieramente fu asino al servizio d’un giardiniere; in seguito si trasformò nel cavallo Pegaseo; indi passò nel corpo d’Aristotile; e là delirò, più che non abbia fatto lo stesso delirio, sulla natura dei principi, sulla sostanza delle cose.

In altra opera in forma di dialogo: La cena delle ceneri, 1581, Bruno, precedendo Galileo, impugna l’idea dell’immobilità della terra; precorrendo di due secoli e mezzo le idee intorno alla pluralità dei mondi, che di fresco han suscitato vive controversie in Inghilterra, sostiene esistere gran quantità d’altri pianeti di forma e materia pari alla terra, animali sterminati, intellettuali, il cui insieme costituisce un solo essere vivente formato dalla intera creazione. Codesti elevati concetti, cui la moderna filosofia ha ripigliati e svolti, erano nuovi troppo, troppo arditi perchè non urtassero l’ignoranza appoggiata a dispotica autorità. Si confutò perentoriamente il filosofo napoletano col condurlo al rogo.

Il Vanini c’intratterrà poco. Si è smesso al tutto di leggere l’Ampfitheatrum æternæ providentiæ e il trattato De admirandis natura regina deaque mortalium. Il signor Rousselet nelle Œuvres philosophiques de Vanini ( Parigi, Gosselin 1842 ), recò una completa versione dell’Anfiteatro; della seconda opera non traslatò in francese se non la parte più curiosa; scopo della quale è lo spiegare tutti i secreti della natura, fra cui convien porre anche i fatti avuti in conto di miracoli. Le tre prime parti non sono che un trattato di fisica peripatetica pochissimo interessante, comechè contenga alcune ardite idee. Se non che (osserva il traduttore) solo nel quarto libro, avente per oggetto la Religione dei Pagani, il Vanini spiega tutta la sua vena e la sua audacia. Dietro questo titolo se ne nasconde manifestamente un altro (ciò ch’avea fatto Bonavventura Des Périers nel Cymbalum mundi). “Annoverando fra i fatti naturali i miracoli, gli oracoli, in una parola d’ogni ragione prodigi, e perfino il dono delle favelle impartito agli apostoli, egli passa in rassegna tutte le credenze; le discute con un’ironia, ch’è un distintivo particolare del suo carattere; e finisce col concludere che la vera religione è la legge naturale che Dio ha scolpita nel cuore di ogni uomo. Le imposture dei preti son tutt’altro che passate in silenzio; e le istituzioni che ne derivano, ai suoi occhi non sono che devote frodi.”

Fra gli autori, ai quali s’avrebbe potuto attribuire il trattato De tribus Impostoribus, nel tempo in cui le congetture erano in voga, a nostro credere si lasciò da parte Giovanni Bodin, audace scrittore molto superiore all’età in cui visse. È ben vero che nella sua Démonomanie des sorciers pubblicata nel 1580, ristampata più volte [29], e tradotta in più lingue, inserì sul serio i più assurdi racconti del mondo; ma il suo Universæ naturæ theatrum (Lione 1593) è scritto sotto l’ispirazione d’un panteismo mal simulato, e morendo lasciò manoscritta un’opera ancora più ardita, cui nessuno osò pubblicare. Il Colloquium heptaplomeros ci presenta sette interlocutori: un Cattolico, un Luterano, un Calvinista, un Pagano, un Ebreo, un Maomettano, un Deista. In mezzo a una discussione lunga e imbrogliata, rinzeppata di erudizione pedantesca, e intarsiata di forme straniere, brilla l’idea della tolleranza religiosa, tutte le religioni essendo sorelle, e intendendosi a mezzo della morale.

Nel 1811, un dotto tedesco, G. E. Guhrauer pubblicò a Berlino una notizia intorno a quest’opera; un anno prima un altro tedesco, Vogel, ne formò argomento di due articoli stampati in un giornale bibliografico di Lipsia (il Serapeum). Oltre a un’analisi dell’Heptaplomeros, il Guhrauer diede alla luce due estratti, uno in tedesco, l’altro in latino, accompagnati da una notizia bibliografica. Un periodico che più non vive, la Revue de bibliographie analytique, diede ragguaglio di questo lavoro (1842 p. 749). Noi veramente non sapremmo far di meglio che rimandare il lettore al notevole libro di E. Baudrillart: Bodin et son temps (Parigi 1853 in-8). La parte che riguarda il Colloquium occupa il cap. V, p. 190-221. L’originalità di quest’opera consiste nel conciliare che fa con una credula superstizione l’esame più libero, la critica più audace col giudizio intorno alle credenze esistenti più severo che dar si possa. Tre fra gli interlocutori, un Ebreo, un Mussulmano, un filosofo impugnano acremente il cristianesimo; ai loro ragionamenti inframmettono espressioni irriverenti, che Baudrillart non volle citare, nemmeno in latino, e l’interlocutore cattolico difende la fede con argomenti molto ma molto fiacchi. Un deismo ardente, forma la sostanza di quest’opera tanto controversa e sì poco nota; per tutto esala un vivo sentimento della dignità morale dell’uomo, e vi si mescolano inqualificabili sogni.

Il trattato dei Tre Impostori c’induce in modo al tutto naturale a parlare dei due impostori o piuttosto dei due mentecatti, che a Parigi si spacciavano come Messia, come Figliuoli dell’uomo [30] (29): furono ambidue condannati a morte, anzichè chiusi, come meritavano, in un manicomio.

Il primo di questi sfortunati fu Goffredo Vallèe: nacque ad Orleans, ed aveva appena vent’anni quando fece stampare, nel 1572, un opuscolo di due fogli, intitolato la Béatitude des Chrestiens ou le Fléo de la foy; è un tessuto di stravaganze, a cui si mescolano invettive contro Roma e contro l’autorità in materia religiosa. Il Parlamento di Parigi condannò Vallèe ad essere abbruciato vivo come ateo. Il decreto è contenuto dagli Archives curieuses de l’Histoire de France, t. VIII. ( Si vegg. Mémoires de littérature di Sallengre t. II; Nouveaux Mémoires di d’Artigny, t. II, p. 278; l’Analecta-Biblion di Du Roure, t. II, p. 31; il Bulletin du bibliophile di Techener, 10 serie p. 612-623 ecc.).

Simone Morin è più conosciuto. Michelet, nella sua Histoire du règne de Louis XIV, gli consacrò alcune pagine, che trovano numerosi lettori; questo visionario pretendeva che vi fossero tre regni: quello di Dio padre; il regno della legge, che finisce coll’incarnazione del Figlio; quello del Figlio, il regno della grazia, che finisce nel 1650; quello dello Spirito Santo, il regno della gloria, il regno di Simon Morin medesimo, durante il quale, Dio governa le anime per vie interiori senza bisogno del ministero dei preti. Egli pigliava le mosse da questo principio per chiedere che Luigi XIV gli cedesse la corona. In codesta stravaganza si volle vedere un crimenlese; Morin fu abbruciato nel 1662. I Pensieri, stampati nel 1647, formano un volume rarissimo, il cui prezzo arriva dalle 50 alle 106 lire; fu ristampato verso li 1740. In mezzo a un inintelligibile garbuglio, si può notare qua e là qualche squarcio eloquente, qualche bel verso, fra gli altri questo:

Tu sais bien que l’amour change en lui ce qu’il aime.

Si veggano le Mèmoires di d’Artigny, t. III, p. 249-313; il Bulletin du bibliophile, 1843, p. 31, ecc.

Un dotto bibliografo tedesco, il dottor Graesse, nell’Istoria letteraria universale (in tedesco t. VII, p. 772) fa parola come fosse stata scritta ad Halle nel 1587, d’un’opera ispirata da dottrine deiste ed anticristiane, intitolata Origo et fundamenta religionis Christianæ, e rimanda a Illgen: Zeitschrift für . . . ( Giornale di teologia istorica, VI, 2, 192).

Nell’opera d’un avvocato borgognone, Claudio Gilbert, si trovano violenti attacchi contro il giudaismo e il cristianesimo: Histoire de Calejava, ou l’Isle des hommes raisonnables, avec le parallèle de leur morale et du christianisme; Dijon, 1700, in-12. Benchè lo stampatore v’abbia omesso alcuni squarci, tutta l’edizione fu in progresso di tempo abbruciata dallo stesso autore; si dice che non se ne sia salvata che una sola copia, che nel 1784 si vendeva nella biblioteca del duca de La Vallière per 120 lire. Si veda il Dictionnaire des anonymes di Barbier, n. 7665 che cita Papillon e Mercier di Saint-Lèger. Codesto libro scritto in forma di dialogo è pochissimo conosciuto. Di Claudio Gilbert non è fatta menzione nè nella Biographie universelle pubblicata dai fratelli Michaud, nè nella seconda edizione di questa grand’opera, nè nella Biografie générale data in luce da Didot, sotto la direzione di Hoefer.

Chiudiamo questa rivista dei vari scritti eterodossi notando, che verso la fine del secolo XVII, un altro individuo, il cui cervello era alquanto scompigliato, un impiegato della camera dei conti G. P. Parisot, pubblicò un libro piuttosto oscuro, intitolato: la Foy dévoilée par la raison, 1631, in-8. Grazie ai progressi della tolleranza, rispetto all’autore s’accontentarono d’imprigionarlo; non fu abbruciato che il libro. Fattosi rarissimo, è dall’altro canto poco ricercato; vi si trova una spiegazione molto oscura della dottrina del Verbo divino ( il Logos ), quale è esposta nel Vangelo di san Giovanni. Parisot s’avvisò scoprire nella natura i tre elementi della Trinità: il sale, generatore delle cose, corrisponde al Padre; il mercurio per la sua eccessiva fluidità rappresenta il Figliuolo diffuso in tutto l’universo; il zolfo che ha la proprietà di congiungere, d’unire il sale al mercurio, figura evidentemente lo Spirito Santo, sacro legame delle due prime persone della Trinità. Sarebbe veramente inutile analizzare le fantasticherie di Parisot; curioso è l’osservare che, stimandosi strettamente ortodosso, egli dedicò il suo libro al papa, indirizzandogli una lettera piena di reverenza e di sommissione. Il cardinale Casanata non si prese per certo la cura di leggere la Fede svelata mediante la ragione; e in una risposta datata il giorno 4 delle calende d’aprile 1680, sua Eminenza rispose che l’opera fu letta a Roma con diletto, e ch’era degna di lode.

VIII.

Di alcune opere che misero in campo una tesi simile

a quella che si pretese trovare nel libro De tribus Impostoribus.

È noto che da un secolo in qua le opere irreligiose, che hanno attaccate le basi d’ogni dottrina rivelata, si sono moltiplicate. Noi non ce ne occuperemo: vogliamo solamente far cenno intorno a tre o quattro lavori non molto divulgati, ostili ai legislatori degli Israeliti e dei Cristiani.

Questo non è il luogo d’esaminar il quesito: se Mose fu ispirato, s’egli fu l’autore del Pentateuco; questione vivamente agitata nelle scuole della Germania. Noi ci accontenteremo di far menzione, fra gli scritti ch’han messa in dubbio la realtà istorica dei racconti contenuti nei primi libri della Bibbia, dell’opera d’Adriano Beverland olandese: Peccatum originale philologice elucubratum, stampata più volte in Olanda; in francese ve n’ha diverse traduzioni, o piuttosto imitazioni, circa le quali si può consultare il Dictionnaire des Anonymes di Barbier ed una nota dell’edizione fatta da Leschevin nel 1807 del Chef d’œuvre d’un inconnu, t. II, p. 459. È inutile rammentare che secondo Beverland il pomo [31] (30) è la voluttà, il serpente la concupiscenza d’onde son nate le male inclinazioni della razza umana; nell’albero fatale son figurati gli organi della generazione. Quest’opinione non era nuova; l’avevano già messa in campo alcuni dottori ebrei, segnatamente Rabbi Zahira (vegg. Nork Braminen und Rabbinen, 1836, citato da Rosenbaum, Geschichte der Lustseuche, l. 48). Di questi giorni uno scrittore che si stima molto ortodosso, il signor Guiraud, nella sua Philosophie catholique de l’Histoire (1841, t. II) manifestò quest’opinione: “Il frutto dell’albero proibito preparò e iniziò ciò che noi chiamiamo peccato originale, ma i sensi lo consumarono; e l’effetto fu la moltiplicazione materiale della specie. « Secondo i Catari o Manichei del medio evo, il pomo proibito era l’unione dei due primi uomini; il principio del male aveva posto Adamo ed Eva nel suo falso paradiso, vietando loro di gustare il frutto dell’albero della scienza, il quale non era che la concupiscenza carnale, di cui egli stesso svegliò gli appetiti, seducendo Eva sotto forma di serpente; così, mediante l’unione dei sessi, arrivò a propagare il genere umano (si veda Matter, Histoire du gnosticisme t. III; Schmidt, Histoire des Albigeois, opera notevole, di cui il signor Mignet fece un cenno nel Journal des Savants 1852). Certi settari dei primi secoli, fra gli altri gli Arcontici, vennero in campo coll’opinione che Satana avesse avuto commercio carnale con Eva, commercio, il cui frutto fu Caino (si veda Santo Epifanio Hæres, XL); similmente giudicarono alcuni rabbini; un passo di Rabbi Eliezer (in Pirke, p. 47) fu tradotto così; “Accedit ad eam et eguitabat serpens, et gravida facta est ex Caino.” Dove si voglia scartabellare il Talmud, nei cinque volumi in foglio della Bibliotheca rabbinica di Giulio Bartolocci (Roma 1675-1694) s’incontreranno parecchie altre simili asserzioni. Non istaremo a fermarvici; solo aggiungeremo esistere diverse opere, oggi piuttosto rare, che hanno rinnovata la tesi esposta nell’Etat de l’homme. Tali sono: l’Eclaircessement sur le péché originel par le chevalier de C. (Vedi l’Annèe littéraire 1755, t. IV, p. 139), e un libro tedesco l’Albero della Scienza considerato da un occhio filosofico, Berlino (Erfurt), 1760 in-8. Conchiuderemo osservando che Adelung, il quale nella Istoria della pazzia umana (in tedesco t. 1, p. 20-41) consacrò una notizia a Beverland, dice che un esemplare del Peccatum originale con copiose aggiunte scritte a mano per una nuova edizione, esisteva nella biblioteca del conte di Bunau (oggi unita a quella di Dresda). Per ultimo ci sia permesso di por qui due linee che troviamo in un libro al dì d’oggi affatto dimenticato: “Un improvvisatore fiorentino, parlando d’Eva, manifestò la propria opinione con un sol verso assai bello:

L’ingannò il serpe ch’era grosso e lungo,

e v’aggiunse un gesto espressivo, con cui risolse questa controversia”. Memorial d’un mondain (scritto dal conte di Lamberg), Londra 1776, in-8, t.I, p. 12.

Il divin mandato di Gesù, la verità dell’Evangelo ebbero fra i loro antagonisti Carlo Blount nato nel 1655, che terminò la vita uccidendosi nel 1693; costui fu uno dei primi e più arditi liberi pensatori dell’Inghilterra. Ne’ suoi Oracoli della ragione (pubblicati dopo la sua morte), impugna la Genesi, il racconto della caduta dell’ uomo, la dottrina delle pene future. ‒ Anche gli altri suoi scritti sono poco ortodossi. Nell’Anima mundi, o Relazione storica delle opinioni degli antichi intorno all’anima umana dopo la morte, 1679, inculca il materialismo; nella sua Grande è la Diana degli Efesj, o dell’Origine dell’idolatria, 1680, col pretesto di combattere l’idolatria, impugna le dottrine della Bibbia. I suoi scritti furono raccolti sotto il titolo di Opere diverse (Miscellaneous Works) Londra 1695 in-12; ma il più famoso, quello che deve chiamare la nostra attenzione, è la sua traduzione dei due primi libri della vita di Apollonio Tianeo scritta da Filostrato, 1680, in foglio, corredata di note dirette contro il cristianesimo; questo libro, sequestrato, suscitò una furiosa tempesta. È noto che Filostrato, nel secolo terzo, scrisse la vita d’Apollonio, filosofo al quale i pagani attribuirono miracoli che contrapposero a quelli di Cristo. L’intenzione che ispirò questo libro era d’indebolire l’autorità dell’Evangelo, opponendogli i pretesi prodigj fatti da Apollonio. Filostrato dipinge questo personaggio come un essere soprannaturale, e quasi come un Dio. Benchè fondata sopra elementi istorici, codesta leggenda non è che una composizione ideale, nella quale predomina l’idea di far spiccare l’eccellenza delle dottrine pittagoriche (si veda un articolo di E. Miller nel Journal des Savants 1849 p. 621 e segg.).

Le note di Blount si trovano nella traduzione francese (fatta da Castillon) dell’opera di Filostrato, Berlino 1774, o Amsterdam 1779, 4 vol. in-8. piccolo.

Del libro di G. F. Baur: Apollonius fon tyana und Christus (Tubinga 1838, in-8) non conosciamo che il titolo.

Qui potremmo pure far cenno intorno a diverse opere di G. Toland, il Tetradymus, Londra 1720, in 8; il Pantheisticon, Cosmopoli (Londini), 1720 in-8, e sovrattutto il Nazarenus, or Jewishli, gentile and mahometan christianity, Londra 1718, in 8. opera di XXV e 48 pag. nella quale si disputa molto intorno a qualcuno degli Evangeli apocrifi (dei quali non restano più che rari frammenti), e intorno agli scritti di san Barnaba: in essa si ripete la dottrina degli Ebioniti [32].

Nel Bibliographisches Lexicon d’Ebert con un richiamo agli Archiven zur neuern Geschichte di Bernouilli, troviamo indicata un’opera italiana che non ci venne mai veduta: Politica e religione trovate insieme nella persona di Giesu Cristo. Nicopoli (Vienna) 1706-7, 4 vol. in-8; quest’opera per fermo molto rara è di G. B. Commazzi; fu sequestrata; Gesù Cristo vi è rappresentato come un impostore politico.

Alla fine del libro nella pag. 3 degli scritti giustificativi si troveranno i nomi di molti altri increduli: il francescano Scot, Jeannin de Solcia ecc., venuti in fama per la loro empietà.

Il secondo punto della tesi che ispirò il trattato De tribus Impostribus, fu svolto con molta franchezza, specialmente in alcuni libri composti da Ebrei; ma codeste opere scritte in lingua ebraica sono tanto meno conosciute, in quanto questi, non volendo dare un pretesto a crudeli persecuzioni, procurarono per lunga pezza di tenerle nascoste colla maggior cura del mondo. Un celebre italiano, G. B. Rossi, consacrò loro un volume di 128 pagine, in Francia abbastanza raro; Bibliotheca judaica anti-christiana, Parma, 1800 in-8.

Un libro di questa fatta conosciuto da alcuni dotti è il Liber Toldos Jeschu. Non si sa l’epoca in cui fu scritto; ma verso la fine del secolo XIII un domenicano, Raimondo Martino, lo inserì in latino in una polemica da lui scritta contro gli Ebrei (Pugio Fidei). Similmente ne usarono il certosino Porchet e altri avversari della religione mosaica. Lutero lo fece traslatare dal latino in tedesco. Il testo ebraico, ignorato per secoli, fu finalmente trovato da Sebastiano Munster, e Buxtorfio (nel suo Lexicon Talmudicum ) promise di pubblicarlo; ma non ne fece nulla. Finalmente un dotto tedesco G. C. Wagenseil, inserì questo testo nella collezione di scritti anticristiani pubblicati da Giudei, a cui impartì il titolo di Tela ignea Satanæ; uscì ad Altdorf nel 1631, 2 vol. in-4.

L’opera in discorso nella detta raccolta consta di 24 pagine di 1 colonne cadauna, il testo ebreo e la traduzione latina; l’editore v’aggiunse una confutatio che prende la pag. 25 alla 45, nè risparmia ingiurie al libro da lui ristampato [33].

Il Liber Toldos Jeschu comincia con questi sensi: Anno sexcentesimo septuagesimo primo quarti millenarii, in diebus Jannaei regis quem alias Alexandrum vocant, hostibus Israelis ingens obtenit calamitas. Prodiit enim quidam ganeo, vir nequam, nulliusque frugis, ex trunco succiso tribus Juda cui nomen Josephus Pandera....

Secondo l’autore ebreo, Jeschu essendosi introdotto furtivamente nel tempio, penetrò nel Sancta sanctorum, v’apprese il nome ineffabile del Signore scolpito sovr’una pietra, lo scrisse sopra un pezzo di pergamena, che, dopo essersi fatto un taglio, ascose nelle proprie carni; in virtù della irresistibile potenza di questo nome egli operò i maggiori miracoli che si fossero veduti mai, guarì i lebbrosi, risuscitò i morti. Egli eseguì così fatti prodigi in presenza della regina Elena, ed essa si dichiarò sua protettrice. Fra i miracoli che gli sono attribuiti ve n’ha di ridicoli, quale è quello d’essersi assiso sopra una macina di molino che sornuotava alle acque del Giordano. Giuda poi si sacrifica per la causa dei Giudei; anch’egli impara il nome ineffabile del Signore, e contrappone i propri ai miracoli di Je-schu; questi ha la peggio ed è lapidato; dopo la sua morte lo si vuol appendere ad una croce; ma tutti i legni si rompono, avendoli egli stregati. Giuda supera anche questa difficoltà. Il corpo di Jeschu è poscia per sua cura sepolto sotto un ruscello del quale s’è sviato il corso ; i discepoli, non trovandolo più, sostengono ch’è salito al cielo; la regina si turba, ma la cosa si spiega all’istante: Dehinc Juda: « Veni, ostendam tibi virum quem quæris; ego enim illum nothum subduxi ex sepulchro, quippe verebar ne forte impia ipsius caterva eum ex tumulo suo furaretur, itaque illum in horto meo condidi, et superinduxi amnem aquarum. » Ad unum igitur omnes confluunt, eumque caudas equina alligatum, protrahunt, cumque ante Reginam illum abjecissent, ajunt: « Ecce tibi hominem de quo affirmaveras eum in aethera ascendisse. »

L’Historia Jeschuae Nazareni fu ristampata a Leida nel 1705, in lingua ebrea e latina, con note d’un altro dotto, G. G. Huldrich, il quale, seguendo le orme di Wagenseil, copre il libro che commenta di titoli oltraggiosi. Crediamo che poscia, e con mire diverse da quelle che ispirarono questi vecchi eruditi, il libro in discorso sia stato ristampato due о tre altre volte; abbiamo tenuto nota d’una Historia de Jeschua Nazareno pubblicata nel 1793, in-8.

Rispetto alle imposture di Maometto, non farà maraviglia il veder gli autori cristiani del medio evo scatenarsi contro di lui. I racconti da loro spacciati intorno al fondatore dell’islamismo talvolta sono d’un’assurdità straordinaria: per gli uni Maometto è l’Anticristo; altri fa di lui un cardinale; tutti s’accordano nell’incolparlo d’una quantità di misfatti e d’eccessi. Qui basterà mentovare il Roman de Mahomet, poema composto nel secolo XIII da un trovatore, Alessandro Dupont, pubblicato a Parigi nel 1831 da Francesco Michel, con note, fra le quali si trovano pur quelle d’un dottissimo orientalista, il signor Reinaud.

FINE DELLA NOTIZIA BIBLIOGRAFICA.

Note

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[1] 1 A pag. 45 si cita un brano del Fausto, che è riportato dal Tiraboschi ne’ seguenti termini: «Ho cominciato un’altra fatica, la quale è intitolata: Tempio di verità, una fantastica faccenda. Sarà divisa forse in trenta libri. Ivi si leggerà la distruzione di tutte le sette, altamente ripetendole da gli primi principj loro: le bugie degli istorici, le verità dei poeti, ed in questi tratterassi della facultade rettorica e della poetica, ove sono introdotti Cicerone ed altri a mostrare gli difetti loro; Virgilio, così gli volgari e gli comentatori ancora. Voi sentirete gli vituperj di Cesare, d’Alessandro e d’Ottaviano; le lodi di Falari, di Nerone e di Sardanapalo; Avicenna vi manifesterà i suoi errori e Ptolomeo gli suoi in astrologia; ed io introduco un astrologo a componere una nuova astrologia contraria a quella degli altri, ec.

[2] Per verità non è questo il luogo più acconcio a parlare di codesti due tanto notevoli pensatori. Quant’è al primo si potrà consultare il dotto lavoro del signor Bartholmèss, Giordano Bruno (Parigi, 1846, 2 voi. in-8); quanto al Vanini un lavoro del signor Cousin pubblicato nella Reme des Deux-Mondes, 1 dicembre 1843, e ristampato in principio ai Fragments de philosophie cartésienne, 1845. Un articolo si trova pure nella Bncyclopédie nouvelle (incompiuto) scritto dai signori Leroux e G. Reynaud. Aggiungiamo ancora che in un’opera importante di Maurizio Carrière, la quale non essendo stata tradotta, in Francia é pressoché sconosciuta ("Die philosophische Wel-tanschaung der Reformationszeit, Stuttgart, 1847, in-8, pag. 635-321) si trova un magnifico giudizio incorno al Bruno e al Vanini.

[3] L’ardimento di Rabelais è già noto; ma un fatto curiosissimo, non avvertito che da poco in qua, è che nelle edizioni originali della immortale sua satira (edizioni delle quali non resta al più se non una o due copie che si pagano tant’ oro) quell’audacia era ancora maggiore ; e parve necessario di raddolcirla alquanto, vuoi allo stesso mastro Francesco, vuoi ai suoi editori. Eccone un esempio : il testo originale del capitolo 23 del libro secondo diceva: * Pantagruel ebbe notizia che suo padre Gargantua era stato trasportato nel paese delle fate da Morgana, come altravolta lo furono Enoch ed Elia, n Codesto paragonare ai racconti delle fate, due fatti recati dall’Antico Testamento suscitò degli scrupoli, e le ristampe più recenti, al patriarca antidiluviano e al profeta, sostituirono due eroi delle epopee cavalleresche, Ogiero ed Arturo. La nuova lezione non poteva offendere anima viva: da allora in poi fu sempre ripetuta tal quale (fra le altre si veda l’edizione Variorum di 9 voi. in-8, t. Ili p. 522).

Un bibliofilo di Bordeaux, il signor Gustavo Bru-net, fu il primo, a nostro credere, a segnare l’antica e notevole variante in una Notizia intorno a un* edizione sconosciuta del PantagrueL II dotto autore del Manuale del Libraio nelle sue Recherches sur les édi-tions originales de Rabelais (Paris, 1852), non mancò di fare osservare, pag. 89, che gli eroi della Tavola Rotonda non furono sostituiti ai due eroi della Bibbia, che cominciando dall’edizione del 1538 in poi. Ci fa meraviglia il non trovare se non la lezione corretta nella bellissima edizione di Rabelais, pubblicata dai signori Burgaud des Marets e Rathery» Parigi^ F.

Didot 1857 (t. I, p. 345) ; nel Rabelais (t. I, p. 286) che il signor Jannet voleva inserire nella Bibliothé-que elzévirienne, del quale disgraziatamente non è comparso che il primo volume (nel 1858), tal variante é notata.

[4] Ci richiamiamo alla notizia intorno a Teofilo, che occupa 136 pagine nel I volume delle (Euvres di codesto scrittore, pubblicate da Alleaume nella Bibliothèque elzévirienne, 1856, 2 voi, in 18.

[5] Notiamo di fuga che il catalogo compilato a Londra per la vendita d’una parte della biblioteca del signor Libri (1860, n. 968), nota che Beauregard nel Circulus Pisanus 1643, (e quindi prima delle famose esperienze di Pascal) accennò all’invenzione del barometro e alla sua applicazione alla misura della altezza dei monti; ma, esaminata la cosa, si trovò che il passo che aveva giustamente attirata l’attenzione e che comincia così: Compertum enim est Aquam.... si trovava bensì nella seconda edizione del Circulus, pubblicata nel 1661, ma mancava in quella del 1643.

[6] Le opere di Raynaud pubblicate a Lione nel 1665 e anni segg. pigliano 20 volumi in foglio, e contengono un centinaio di fatti diversi; e ve n’ha di curiosi, come: De triplici ewinchismo; De sanctis meretricibus; De sotria alterius seni frequentatione per sacros et religiosos homines.

[7] Si tratta di Goffredo Vallèe, del quale faremo cenno più sotto. Rispetto a Giorgio Blandrata e a Giampaolo Alciati, questi due italiani abbracciarono le dottrine del Socino, e cercarono rifugio in fondo alla Germania ; però non è ancora provato ch’e’ non si sien fatti maomettani.

[8] Trascriviamo un passo di Voltaire l’Essai sur les moeurs et sur l’esprit des nations, comeché per fermo già noto alla più parte dei nostri lettori: « La Sardegna era ancora argomento di guerra fra l’impero ed il sacerdozio, e quindi di scomuniche. L’imperatore nel 1238 s’impadronì di tutta l’isola; allora Gregorio IX accusò pubblicamente Federico II d’incredulità. — Noi abbiamo la prova (dic’egli, nella sua circolare del 1 luglio 1239) che l’imperatore sostiene pubblicamente che il mondo fu ingannato da tre impostori: Mose, Gesù Cristo e Maometto; ma egli pone Gesù Cristo molto sotto agli altri, perocché dice: quelli vissero ricolmi di gloria, ma questi non fu che un uomo della feccia del volgo che predicava a gente simili a sé. L’imperatore (aggiunge) pretende che un Dio unico e creatore non possa essere nato da donna, e molto meno da una vergine. — Appunto, fondandosi su questa lettera di papa Gregorio IX, a quei tempi si credette che vi fosse un libro intitolato De tribus Impostoribus : si cercò questo libro di secolo in secolo, ma non fu mai trovato. »» Aggiungiamo che la lettera di Gregorio IX si trova nella Collectio conciliorum, edita dal padre Labbè, tom. XIII, col. 1157 e seg. Si vegga l’opera importante di de Cherrier: Histoire de la lutte des papes et des empereurs de la maison de Souabe, 2 ediz. tom. II, pag. 396.

[9] Già si sa come quest’uomo di Stato fosse poco scrupoloso. Egli fu accusato d’aver tentato d’avvelenare l’imperatore; questi gli fece strappare gli occhi, e il cancelliere in un impeto di disperazione, si spaccò la testa contro il muro della prigione. Il suicidio allora era caso quasi senza esempio. Ecco in quali sensi Federico s’espresse rispetto all’ accusa di cui era accagionato: “Inseruit falsus Christi vicarius fabulis suis nos Christiana fidei religionem recte non colere ac dixisse tribus seductoribus mundum esse deceptum, quod absit de nostris labiis processisse cura manifeste confiteamur, unicum Dei fllium esse. « Non ostante così fatte proteste, pare che Federico fosse ben poco credente; alcuni scrittori di quel tempo attestano ch’egli non comparve a Gerusalemme se non per burlarsi apertamente del cristianesimo.

[10] « Deinde accusarunt me quod composuerim librum De tribus Impostoribus, qui tamen invenitur typis excusus annos triginta ante ortum meum ex utero matris. » Si trovano alcuni particolari intorno al Campanella in Brucker Hist. crit. philosophiæ, t. V, p. 106-144, nella Storia della Filosofia di Buhle (trad. francese, t. II, p. 749-770), nel Dictionnaire des sciences philosophiques, t. I, p. 421-424; nell’in. des sciences mathématiques en Italie, del signor Libri, t. IV, p. 149. Il signor Pietro Leroux gli ha consacrato un articolo notevole nell’Encyclopédie nouvelle.

[11] Postel fu un visionario, ma le stravaganze che egli spaccia, le chimere dietro alle quali egli corre, non tolgono che si debba riconoscere in lui straordinaria erudizione ed una mente sommamente investigatrice ed ardita. In altro secolo sarebbe stato un grand’uomo. Nodier ha potuto dire che Leibnizio non fu più dotto, nè Bacone più universale di lui. Egli indovinò il mesmerismo e a dì nostri si videro parecchie sue idee ripetute colle modificazioni che necessariamente porta seco il corso dei secoli. L’apostolato della donna, predicato di poi dai Sansi-moniani, fu una delle sue più vive preoccupazioni.

[12] L’autore anonimo (si sa però ch’è il signor Algernon Herbert) d’un libro inglese, dotto e paradossico, Nimrod, a discours on certain passages of History and Fable (Londra, 1828-30, 4 vol. in-8), fa osservare come le tre prime novelle del Decamerone insegnino sentimenti poco ortodossi. La terza, nella quale si racconta la storia dei tre anelli, parve sospetta; del resto nel medio evo era poco diffusa; si trova nelle Gesta Romanorum, cap. 89, nel Novellino antico pag. 72. Lessing si servì di questa leggenda nel suo dramma Natan il saggio, uno dei capolavori del teatro tedesco. L’idea fondamentale del racconto par che sia d’origine ebraica (si veda un curioso articolo di Michele Nicolas nella Correspondance littéraire, 5 juillet 1857). Aggiungiamo che un’altra opera del Boccaccio, la Genealogia deorum è zeppa di particolari che non si trovan che là, e sembrano derivare dalle dottrine dei gnostici.

[13] D’Ochino parlò un Inglese, Tommaso Browne nella Religio medici, sez. 19. Quest’opera stampata per la prima volta nel 1642 ebbe due numerose edizioni ; la migliore è quella di Londra 1733, colla vita dell’autore scritta dal dottore Johnson. Di questo libro esistono diverse traduzioni latine e una francese (per N. Lefebvre), 1668, la quale non è che un viluppo di controsensi dilavati in uno stile illeggibile. Intorno a Browne si può consultare la Edinburgh Review, ottobre 1836; la Rèvue des Deux Mondes, aprile 1858; l’Analecta biblion del signor Du Roure, t. II, p. 196.

[14] Se l’Aretino non avesse scritto altre opere che la Passione di Giesu, il Genesi e l’humanità di Christo ecc. il suo nome sarebbe da lunga pezza dimenticato. Il signor E. de la Gournerie nell’antica Revue européenne, t. III, p. 297, pubblicò un articolo intorno a queste opere devote tradotte in francese. "Una di dette versioni porta un titolo, che oggi sembra strano anzi che no: La Passion de Jesus-Christ, vivement descrite par le divin Engin de Pierre Aretin (Lyon 1539). S’intende già che engin qui si piglia nel significato di genio, talento, ingegno. Più tardo questa parola si usò in altro significato, come prova una Mazarinade curiosissima: Imprécation contre l’Engin de Mazarin 1649. Fin quando scriveva pei conventi, l’Aretino si ricordava un poco delle opere che componeva per altri luoghi. Nel suo libro intorno al Genesi, delle bellezze d’Eva traccia un ritratto, che nel testo ebraico non si trova: Odoravano le sue chiome di nettare e d’ambrosia. Ella con le treccie giù per le spalle: non dava cura delle mammelle poste nello eburneo del suo petto come gioie della divina natura. (Si veda: Il Genesi di m. Pietro Aretino, con la visione di Noè nella quale vede i misterj del Testamento antico e del nuovo. Diviso in tre libri. Stampato in Venezia. MDXLV. Parte I. pag. 8).

La indulgente morale dell’autore lo porta anche a scusare la condotta di Loth e delle sue figliuole. (Ib. parte II, pag. 51).

[15] L’edizione delle Opera Cardani, Lione 1663, 10 vol. in foglio contiene 222 opere diverse. Tutti gli storici della filosofia fecero giusta estimazione di quest’ uomo di genio, ma pazzericcio. Naigeon gli consacrò un articolo nell’Enciclopédie méthodique (Dict. de philosophie, t. II, p. 873-940); Franck ne fece oggetto d’una memoria letta nel 1844 all’accademia delle scienze morali e politiche. Gl’Inglesi se ne occuparono anch’essi. Noi additeremo un articolo della Retrospective Review, t. I, p. 94-113; un altro nel London Quarterly Review, ottobre 1854; la sua vita fu scritta da Crosley (1836, 2 vol. in-8.) e da Morlay (1854, 2 vol. in 8.). G. Mantovani ne pubblicò una in italiano, Milano 1821, in-8. Humboldt giudicò alcune idee del Cardano degne d’essere citate, (Cosmos, t. II).

[16] Si veda l’articolo di Ramée nel t. V, del Dictionnaire des sciences philosophiques, p. 356-409 e il libro del signor Carlo Waddington, Ramus, sa vie, ses écrits et ses opinions, (Paris, 1855). Il signor Renan parlò di questo lavoro nel Journal des Débats, 5 giugno 1855. Brucker, nella sua Historia critica philosophiæ, t. V, p. 548 non lascia nulla a desiderare. Il signor Bartholmèss, or ha molto (in una lettera pubblicata nel Journal de l’Instruction publique, 21 gennaio 1846) manifestò l’intenzione di dare un’edizione delle opere complete di Ramus; la sua morte prematura lo impedì di mandare ad effetto questo disegno. Chiudiamo osservando che il signor Feugère consacrò a Ramus una notizia che si trova a p. 379-395 del libro di questo scrittore: les Femmes poètes au seizième siècle.

[17] Si veda il Consérvateur, agosto 1757, p. 220-237. Delisle de Sales ci ragguagliò diffusamente intorno a codesto scritto nel suo libro intitolato: Malesherbes, 1803 p. 202-247. Si consulti anche Leber, État de la presse, p. 61.

[18] Sembra che quest’esemplare non sia stato venduto, sia perchè non si trovava all’incanto; sia perchè venne ritirato. Non si sa dove sia andato a finire.

[19] Quest’esemplare, comperato per la Biblioteca del re, vi si trova anco al presente, e noi qui ristampiamo appunto il suo testo rettificato con alcune varianti dell’ edizione di Lipsia, che mettiamo fra parentesi angolari. Detto esemplare di 27 linee per pagina, è esattamente conforme alla descrizione, che fa il Nodier, v. p. XVIII. di questa notizia.

[20] Nel 1854 alla vendita dei libri del signor Renouard, il volume in discorso fu stimato 140 lire italiane (n. 186 del catalogo). Il marchese Du Roure (bibliografo alcuna volta poco accurato) sostiene a torto che l’esemplare di La Vallière sia quello che poscia passò nel gabinetto Renouard.

[21] Il signor Raynouard parlò di quest’opera nel Journal des Savants, dicembre 1831, e il signor G. C. Brunet, nella prefazione della sua edizione delle Œuvres françaises d’Alione d’Asti, sostiene che, non ostante alcuni errori ed omissioni, questo è un libro curioso che mancava alla storia letteraria. Del resto fu ecclissato dall’opera ben più estesa di O. Delepierre; Macaroneana, 1855, in-8.

[22] Gli scrittori moderni che meglio maneggiarono la lingua latina, il Facciolati, Ruhnkenius, Wytten-bach stanno di lunga mano al disotto del Mureto. Non si può dunque fermarsi nemmeno un istante alla idea, che questo sì elegante scrittore abbia avuta la menoma parte nel libellus che noi ristampiamo. Nuove osservazioni si potrebbero aggiungere anche agli altri nomi che furono messi in campo, ma il porle qui sarebbe affatto inutile.

[23] Fra le malizie di questo genere si notò la truffa doppiamente criminosa, che si pretende sia stata realmente commessa da un Inglese, che aveva unito nello stesso volume il Pentateuco di Mosè in lingua ebraica, i quattro Evangelisti e gli Atti degli Apostoli in greco, e l’Alcorano di Maometto in latino, non avendolo potuto trovare nella lingua originale dello stesso formato degli altri, in-8; v’aggiunse una piccola prefazione ed il titolo Libri de tribus Impostoribus.

[24] La Biographie universelle consacrò a questo personaggio un diffuso articolo. Si veda il t. XXXIX, p. 412-418. Vi rimandiamo i nostri lettori. Esiste pure una storia (in tedesco) del falso messia, Sabbathai Zebhi, per C. Anton 1752, in-4.

[25] Gli scritti di questo nobleman inglese lo fecero riguardare a buon dritto com’uno dei primi difensori del deismo. I suoi trattati de Veritate 1624, de Causis errorum (sine loco), 1656, sono notevoli per diversi rispetti.

[26]                             Già nulla è omai difficile

A’ figli della terra:

O siam ebbri d’insania

Al cielo ancor far guerra;

Né i nostri insulti cessano,

Né cessano ognor nuove

Vendicatrici folgori

Armar la destra a Giove.

(Trad. di T. Gargallo)

[27] L’olandese Bekker, morto nel 1698, autore del Belooverde wirild (il mondo stregato) libro che impugna le opinioni allora ammesse rispetto al potere dei demonj e dei sortilegi, fece sorgere una violenta tempesta.

[28] Ne possiede un esemplare la biblioteca Mazarino.

[29] Rispetto a quest’opera si veda un articolo del signor de Puymaigre nella Revue d’Austrasie 1840.

[30] Il catalogo della biblioteca di Carlo Nodier, 1829, n. 66, ci svela l’esistenza d’un libro stampato a Parigi verso il 1827 intitolato: Avvertissement véritable et assuré au nom de Dieu. È l’opera d’un illuminato che si dice File de l’homme, e che promette di risuscitare in tre giorni, dopo essersi fatto gettare nell’acque di Marsiglia legato a una gran pietra con catene di ferro.

[31] Usando di questa parola ci conformiamo a un uso volgare, che però crediamo inesatto. La traduzione del signor Cahen, che rasenta assai da vicino il testo ebraico, non adopera altro che la parola frutto (frutto dell’albero che è in mezzo al giardino). La Vulgata non usa che le espressioni lignum e fructus.

[32] Si sa che questi settarj contemporanei agli apostoli, in Gesù Cristo non vedevano che un uomo, la cui nascita nulla aveva di soprannaturale. Essi possedevano un evangelo che per fermo era interessante, ma non ne resta che appena qualche traccia, che da parte Semler fu oggetto d’una dissertazione speciale. Halle 1777, in-4.

[33] Nel solo preambolo c’incontriamo in frasi di questo conio: “Impietatis, maledicentiæ, imposturaque ultima quasi aggestus cumulus . . . cacatus a Satana liber.”

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Ultimo aggiornamento: 30 novembre 2010