Virgilio

Eneide

Libro sesto

Traduzione e note di Giuseppe Bonghi

Edizione di riferimento:

Produzione: Classicitaliani.it

vv. 1-13

Cuma e il tempio di Apollo

Così dice, lacrimando, e allenta le briglie [1]  alla flotta e finalmente approda alle spiagge Euboiche [2]  di Cuma [3]. Girano le prore verso il mare; allora con dente tenace l'àncora teneva ferme le navi e le curve poppe coprono i lidi. Una schiera di giovani ardente balza sul lido Esperio; parte cerca i semi della fiamma nascosti nelle vene della selce, parte percorre le selve, folti rifugi di fiere e segnala i fiumi trovati. Il pio Enea si avvia verso la rocca [4], che l'alto Apollo [5]  protegge, e lontano verso i luoghi segreti, antro smisurato, dell'orrenda Sibilla, cui il vate Delio [6]  infonde la sua grande conoscenza e la sua volontà e svela il futuro.

vv. 14-33

Dedalo e le porte del tempio

Dedalo [7], come è noto, fuggendo dal regno Minoico [8], su penne veloci osò affidarsi al cielo, e per l'insolito cammino volò fino alle gelide Orse e leggero infine si fermò sulla rocca calcidica. E qui, appena toccata la terra, a te, o Febo, consacrò le ali ed eresse un tempio immane. Sulle porte era raffigurata la morte di Androgeo [9], quindi i Cecropidi [10]  obbligati - miserando tributo - a dare come pena ogni anno sette corpi di figli e sta raffigurata l'urna da cui si estraevano le sorti. Di contro compare la terra di Cnosso elevata sul mare: qui vi è il crudele amore del toro e Pasifae posta sotto al toro con un'astuzia [11]  e il Minotauro [12], razza mescolata e prole biforme, segno di un amore scellerato [13]; qui la casa, opera famosa [14] col suo inestricabile errare; ma in verità lo stesso Dedalo, preso da pietà per il grande amore della regina [15]  sciolse l'inganno dei giri e rigiri nel Labirinto guidando con un filo i ciechi passi [16]. Tu pure, o Icaro [17], avresti una parte importante in questo grande lavoro, se lo permettesse il dolore. Due volte aveva tentato di raffigurare l'evento [18]  nell'oro, due volte caddero le paterne mani.

vv. 33-41

davanti all'antro della Sibilla

Certo cogli occhi avrebbero esaminato immediatamente ogni cosa se già Acate, mandato innanzi, non fosse tornato ed insieme a lui Deifobe [19]  figlia di Glauco, sacerdotessa di Febo e di Diana Trivia [20], che tali cose dice al re:

       - Il tempo presente non richiede per sé questi spettacoli; ora sarà meglio immolare sette giovenchi di un'intatta mandria e altrettante pecore di due anni scelte secondo il rito.

       Dopo aver detto queste cose ad Enea, - né gli uomini si attardano davanti ai sacri ordini, - la sacerdotessa chiama i Teucri nell'alto tempio.

vv. 42-53

la Sibilla invasata

L'immenso fianco della rupe Euboica s'apre in un antro, dove si può entrare per cento larghi accessi, per cento porte, donde erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla. Erano giunti all'ingresso, quando la vergine disse:

       - È tempo di chiedere i Fati: il dio, ecco il dio!

       E a lei che così parlava, si tramutarono all'improvviso il volto e il colore e le composte chiome; il petto è ansante e il cuore selvaggio si gonfia di furore e sembra più grande e non ha voce mortale, perché ispirata dalla volontà ormai vicina dio. E Disse:

       - Indugi nei voti e nelle preghiere, Troiano Enea? Indugi? Né si apriranno prima le grandi porte dalla casa invasata dal dio.

vv. 53-76

preghiera di Enea ad Apollo

promessa: costruire un tempio e istituire feste in onore di Apollo

E dette queste parole, tace. Un gelido timore corre per le dure ossa dei Teucri e il re effonde preghiere dal profondo petto:

       - O Febo, che hai sempre avuto pietà dei gravi affanni di Troia e hai diretto le armi Dardane e la mano di Paride contro il corpo dell'Eacide [21]  e sotto la tua guida penetrai in tanti mari che circondano vaste terre e fra le genti dei Massili, cacciate in profondità lontano dalle coste e nei campi distesi dinanzi alle Sirti, finalmente ora teniamo le spiagge della sfuggente Italia; che solo fin qui ci abbia seguito la malasorte Troiana! Voi pure ormai è giusto che risparmiate la gente Pergamea [22], DEI e DEE, tutti, ai quali si oppose Ilio e la grande gloria della Dardania. E tu, o santissima Sibilla, presaga dell'avvenire, concedi, - non chiedo regni non dovuti dai miei Fati, - che i Teucri e gli erranti DEI Penati e i travagliati DEI di Troia si stanzino nel Lazio. Allora innalzerò a Febo e a Trivia un tempio [23]  di solido marmo e giorni di festa [24]  dal nome di Febo. Anche te grandi penetrali attendono nel nostro regno: qui, infatti, io conserverò i tuoi responsi e gli arcani destini, predetti al mio popolo e consacrerò, o divina, uomini eletti. Solo: non affidare i tuoi responsi alle foglie [25], affinché confusi non volino nel gioco dei venti: ti prego di svelarli colla tua stessa voce.

       E pose fine con la bocca al parlare.

vv. 77-97

il responso della Sibilla

parallelismo tra: la guerra Troiana e la guerra che Enea dovrà sostenere nel Lazio;

nozze straniere

Ma non ancora in stato di esaltazione [26]  per opera di Febo, gigantesca nell'antro la veggente infuria come una Baccante nel tentativo di scacciare dal petto il grande dio, tanto più Apollo tormenta la bocca rabbiosa, domando l'indomito cuore, e docile la rende stringendola con forza. E già le cento grandi porte dell'antro si spalancano da sole e portano per l'aria i responsi della veggente:

       - O scampato finalmente ai grandi pericoli del mare, - ma restano quelli più gravi di terra, - nel regno di Lavinio giungeranno i Dardanidi, allontana questo affanno dal petto, ma vorranno non esservi giunti. Guerre, orride guerre vedo e il Tevere spumeggiante di molto sangue. Non il Simoenta né lo Xanto né gli accampamenti dorici [27]  ti mancheranno: già un altro Achille [28]  è stato partorito per il Lazio, anch'egli nato da una dea; né mai mancherà Giunone, ostile ai Teucri; e allora tu, supplice, quali genti italiche e quali città non avrai mai pregato! Causa di tanto male di nuovo una moglie [29]  straniera per i Teucri e per la seconda volta nozze straniere [30]. Tu non cedere ai mali, ma affrontali più audace di quanto ti permetta la sorte. La prima via di salvezza, cosa che non crederesti minimamente, ti sarà aperta da una città greca [31].

vv. 98-123

Enea chiede alla Sibilla di poter scendere nel Tartaro per vedere il padre

Con tali parole la Sibilla di Cuma dai penetrali annunzia orrende parole velate e rimbomba nell'antro, avvolgendo il vero con l'oscuro: tali redini [32] Apollo scuote sulla furente Sibilla e le conficca sproni nel petto . Appena cessato il furore e la rabbiosa bocca rimane quieta, l'eroe Enea comincia:

       - O vergine, nessuna specie di travagli mi si presenta nuova o inaspettata; tutto ho provato e considerato nell'animo, tra me. Una cosa sola ti prego: poiché si dice che qui si trovino la porta del re dell'inferno e la tenebrosa palude formata dal rigurgito dell'Acheronte [33], che io possa andare alla presenza dell'anima dell'amato genitore; insegnami la via ed aprimi le sacre porte [34]. Io lo portai su queste spalle attraverso le fiamme e mille dardi che c'inseguivano e lo salvai dalle mani nemiche; egli accompagnandomi nel viaggio, ha sopportato con me tutti i mari e tutte le minacce del mare e del cielo, invalido, oltre le sue forze e la sorte della vecchiaia. Egli stesso, anzi, pregando mi dava ordine che io supplice venissi da te e mi recassi alle tue soglie. O divina, ti supplico, abbi pietà del figlio e del padre; tu puoi, infatti, ogni cosa né Ecate [35]  ti prepose invano ai boschi dell'Averno: se Orfeo [36]  poté evocare l'ombra della sposa fidando nella tracia cetra e nelle corde canore, se Polluce [37]  riscattò il fratello coll'alterna morte e va e torna tante volte per quella via. Perché ricordare Teseo [38]? Perché il grande Alcide [39]? anch'io discendo dal sommo Giove [40].

vv. 124-155

la Sibilla acconsente

Cocito

palude Stigia

 

ricerca dell'aureo ramo consacrato a Giunone infera

invita a seppellire il compagno Miseno

Con tali parole pregava e abbracciava gli altari, quando così la veggente cominciò a parlare:

       - O generato dal sangue degli DEI, Troiano figlio di Anchise, facile è la discesa nell'Averno: notte e giorno è aperta la porta dell'oscura Dite [41], ma ritrarre il passo ed uscire all'aria superna, questo è il problema, qui sta l'impresa. Pochi, nati da DEI, che il benigno Giove amò o il sublime valore sollevò al cielo poterono. Selve occupano tutto il centro e Cocito [42]  le circonda con oscure sinuosità. Poiché se tanto amore e così grande desiderio si trova nel tuo animo di solcare due volte la palude Stigia [43]  e vedere due volte il nero Tartaro [44]  e ti piace affrontare questa folle fatica, ascolta ciò che prima deve essere fatto. Un aureo ramo, con foglie e gambo pieghevole, consacrato a Giunone infernale [45], è nascosto sotto un albero ombroso: lo copre tutto il bosco e le ombre lo chiudono in oscure convalli. E non si può entrare nei luoghi segreti della terra prima di aver staccato dall'albero il virgulto dalle fronde d'oro. Proprio questo dono la bella Proserpina ordinò che le fosse portato; strappato il primo, ne nasce un altro pure d'oro e il virgulto mette frondi d'uguale metallo. Dunque, cerca profondamente cogli occhi e, trovato il virgulto d'oro, strappalo con la mano secondo il rito [46]; ed infatti ti seguirà facilmente e di buon grado se i Fati ti chiamano; altrimenti con nessuna forza potrai vincerlo né strapparlo con duro ferro [47]. Inoltre il corpo di un tuo amico giace privo di vita, - ohimé tu lo ignori, - e contamina col cadavere insepolto la flotta, mentre implori responsi e ti trattieni sulla nostra soglia. Riportalo prima nella sua estrema dimora e componilo nel sepolcro. Conduci nere pecore [48], e siano queste le prime offerte, così vedrai alfine i boschi dello Stige e i regni inaccessibili ai vivi.

       Disse, e, chiusa la bocca, tacque.

vv. 156-174

la storia della morte di Miseno ad opera di Tritone

Enea, lasciando l'antro, cammina cogli occhi fissi a terra e lo sguardo triste e medita tra sé sugli oscuri eventi. Va con lui Acate, compagno fidato, e muove lenti passi con uguali affanni. Di molte cose discorrevano tra loro e con opinioni diverse, di quale compagno estinto e quale corpo da seppellire parlasse la veggente. Ed ecco che essi, non appena giunsero sull'asciutto lido, vedono Miseno figlio di Eolo [49], strappato da un'indegna morte [50], del quale nessuno era più capace di eccitare i soldati con la tromba e infiammare col suono la battaglia. Costui era stato compagno del grande Ettore, al fianco di Ettore affrontava le battaglie, famoso sia per la sua tromba [51]  che per la capacità nel maneggiare l'asta. Ma dopo che Ettore fu spogliato della vita dal vincitore Achille, il fortissimo eroe si aggiunse come compagno al Dardano Enea, seguendo imprese non inferiori. Ma allora per caso, mentre con la cava conchiglia fa risuonare i mari, e, stolto, chiama gli dei a gareggiare col canto, il rivale Tritone [52], se è giusto credere, aveva sommerso nell'onda spumeggiante tra i sassi quel guerriero preso alla sprovvista.

vv. 175-189

Funerale di Miseno

Per questo tutti si lamentavano intorno con alte grida, specialmente il pio Enea. Allora piangenti s'affrettano ad eseguire senza indugio gli ordini della Sibilla, e gareggiano nel costruire con tronchi l'ara del sepolcro e innalzarla al cielo. Si va in una selva antica, nascosta dimora di fiere, s'abbattono i pioppi, risuona il leccio percosso dalle scuri e i tronchi del frassino e si spacca coi cunei la quercia [53]  fendibile e immensi orni [54] rotolano dai monti. Anche Enea, primo fra tali opere, esorta i compagni e lavora con i loro stessi attrezzi. E col suo cuore afflitto pensa queste cose, guardando l'immensa selva e forse così prega:

       - Oh! Se si mostrasse ora quel ramo d'oro da un albero in questo sconfinato bosco, dal momento che la veggente, ahimé, ha detto di te cose purtroppo vere.

vv. 190-211

Ritrovamento del ramo d'oro

similitudine

Aveva appena pronunciato queste parole che per caso due colombe volando sopraggiunsero dal cielo sotto lo sguardo di Enea e si posarono sul verde suolo. Allora il grande eroe riconobbe gli uccelli [55]  cari alla madre e lieto prega:

       - Siate le mie guide, se c'è un qualche sentiero e per l'aria dirigete il volo nei boschi, dove l'aureo ramo ombreggia la pingue terra. E tu, o madre divina, non abbandonarmi in questa incerta impresa.

       Detto così, fermò i passi osservando quali indizi offrano, per dove continuino a dirigersi. Pascendosi le colombe volando avanzano fin dove con lo sguardo potessero giungere gli occhi di chi le seguiva. Quindi, quando giunsero all'ingresso del maleodorante Averno, veloci si levano in volo e discese per l'aria limpida, si posano nel luogo desiderato sull'albero dalla doppia natura [56], da cui rifulse pei rami lo scintillio dell'oro. Come il vischio, che si riproduce su un albero, suole nel freddo invernale verdeggiare di fronda novella nei boschi, e avvolgere i tronchi rotondi con gialli aurei frutti, tale era l'aspetto dell'oro frondoso sull'elce ombroso, così la sottile foglia d'oro tintinnava al vento leggero. Subito Enea afferra ed avido strappa il ramo che resiste e lo porta alla dimora della veggente Sibilla.

vv. 212-235

il funerale di Miseno

(continua)

Frattanto i Teucri sulla spiaggia piangevano Miseno e rendevano gli estremi onori alle fredde ceneri. Per prima cosa innalzano una grande pira grassa per i pini resinosi e con quercia tagliata, rivestendone i fianchi di scure fronde e davanti collocano funerei cipressi e sopra lo adornano di armi fulgenti. Alcuni preparano calde acque e bronzei vasi bollenti sulle fiamme, lavano e ungono il freddo corpo. Cresce il lamento. Allora depongono sul feretro il corpo compianto e vi gettano sopra purpuree vesti e gli abiti suoi consueti. Parte s'avvicina alla grande pira, - triste compito, - e volti all'indietro secondo l'usanza degli avi, sotto vi tengono ferma una fiaccola ardente. Si bruciano i doni raccolti d'incenso, le carni, i vasi d'olio versatovi sopra. Dopo che le ceneri caddero e s'acquietò la fiamma, con vino aspersero i resti e le ceneri assorbenti e Corineo racchiuse le ossa raccolte in un'urna di bronzo. Egli stesso tre volte girò tra i compagni con acqua lustrale, spruzzandoli con stille leggere ed un ramo fecondo d'ulivo, purificò gli uomini e pronunciò l'estremo saluto. E il pio Enea innalza sulle ceneri un sepolcro d'immensa mole e le sue armi e il remo e la tromba sotto un monte elevato che ora da lui viene chiamato Miseno e nei secoli eterno il nome mantiene.

vv. 236-254

il sacrificio notturno

Compiute queste cose, esegue subito gli ordini della Sibilla. C'era una grotta profonda e immensa per la sua vasta apertura, rocciosa, protetta da un nero lago e dalle tenebre dei boschi, sulla quale nessun volatile impunemente poteva dirigere il proprio volo con le ali, tali erano le esalazioni che, effondendosi dalla nera apertura, si levavano alla volta del cielo. [Per questo i Greci chiamarono il luogo col nome di Aorno [57] . Qui per prima cosa la sacerdotessa dispone quattro giovenchi dal dorso nero, versa vino sulla loro fronte e tagliando tra le corna gli ispidi peli più lunghi, li getta sui sacri fuochi, come prima offerta votiva invocando ad alta voce Ecate [58]  potente nel cielo e nell'Erebo [59]. Altri immergono i coltelli alla gola delle vittime e raccolgono nelle tazze il tiepido sangue. Lo stesso Enea immola con la spada un'agnella dal nero vello alla madre [60] delle Eumenidi [61] e alla grande sorella [62]  e a te, Proserpina [63], una vacca sterile. Poi innalza al re [64]  dello Stige notturne are e getta sulle fiamme intere membra [65] di tori versando grasso olio sulle viscere in fiamme.

vv. 255-263

l'entrata nel Tartaro

Quand'ecco ai primi chiarori del sorgere del sole mugghiare la terra sotto i piedi e le cime delle selve cominciare a tremare e le cagne [66]  sembrano ululare attraverso l'oscurità all'avvicinarsi della dea [67].

       - Lontani, state lontani, o profani, - grida la veggente, - e allontanatevi da tutto il bosco; e tu intraprendi la via e strappa la spada dal fodero: ora, o Enea, ci vuole coraggio, ora ci vuole un animo risoluto.

       Detto questo entrò furente nell'antro aperto; ed egli con passo sicuro eguaglia la guida che avanza.

vv. 264-267

invocazione

O dei che avete il dominio sulle anime, ombre silenziose e Caos e Flegetonte, vasti luoghi silenziosi nella notte, concedetemi di raccontare quel che udii e col vostro consenso rivelare le cose sepolte nella terra profonda e nell'oscurità.

vv. 268-281

il vestibolo del Tartaro

i mali dell'uomo

Andavano oscuri nella notte solitaria attraverso le tenebre e le vuote case di Dite e i regni delle ombre vane come è il cammino nelle selve al debole lume dell'incerta luna quando Giove nasconde il cielo nell'ombra e la nera notte toglie il colore alle cose. Proprio davanti al vestibolo [68]  e sul primo ingresso dell'Orco, hanno il loro giaciglio il Lutto e gli Affanni vendicatori e vi abitano le pallide Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura e la Fame cattiva consigliera, la turpe Miseria, fantasmi terribili a vedersi, la Morte e il Dolore; quindi il Sonno, fratello della Morte, e i malvagi Piaceri dell'animo e sull'opposta soglia la Guerra portatrice di morte, i letti di ferro delle Eumenidi, la pazza Discordia coi capelli di vipere cinti con bende sanguinanti.

vv. 282-294

il vestibolo del Tartaro

(continua)

In mezzo un ombroso immenso olmo stende i rami e le sue vecchie braccia, dimora che, dicono, i Sogni fallaci occupano a frotte e restano attaccati sotto ogni foglia. E inoltre numerose figure mostruose di diverse fiere hanno dimora sulle porte: i Centauri [69] e le Scille biformi [70], Briàreo [71] dalle cento braccia e l'idra di Lerna [72], che stride orribilmente e la Chimera [73]  armata di fiamme, le Gorgoni [74] e le Arpie [75] e il fantasma [76] dell'ombra dai tre corpi. Qui Enea, tremante per un improvviso terrore, afferra la spada e presenta la punta aguzza alle ombre che avanzano e se non l'avvisasse l'esperta compagna, che si tratta di vite leggere senza corpo che volteggiano sotto una vuota immagine di forme, si sarebbe precipitato e invano col ferro avrebbe squarciato le ombre.

vv. 295-316

Caronte

similitudini

l'attesa delle anime

Di qui comincia la via che porta alle onde del Tartareo Acheronte, qui un gorgo torbido di fango ribolle in una vasta voragine ed erutta tutta la sua melma nel Cocito. Queste acque e i fiumi custodisce Caronte [77], orrendo nocchiero nella sua terribile asprezza, che porta sul mento una folta e incolta barba bianca, stanno fissi gli occhi fiammeggianti e un sordido mantello gli pende dalle spalle legato con un nodo. Egli stesso spinge la barca con un palo, la governa colle vele e traghetta sulla navicella di cupo colore, ormai vecchio, ma per il dio quella vecchiaia è ancor fresca e verde. Qui, sparsa sulle rive, si precipitava tutta la turba, madri e uomini e corpi privati della vita di magnanimi eroi, fanciulli e nubili fanciulle e giovani posti sui roghi sotto gli occhi dei genitori: come numerose nelle selve cadono le foglie staccandosi al primo freddo dell'autunno, o come numerosi gli uccelli si rifugiano sulla terra venendo dall'alto mare quando la fredda stagione li mette in fuga dai luoghi posti oltre il mare e li sospinge verso terre assolate. Le anime stavano ferme e pregavano di compiere per prime il tragitto e tendevano le mani per il desiderio della riva opposta. Ma l'iracondo aspro nocchiero accoglie ora queste ora quelle e scaccia gli altri, sospinti lontano dalla riva.

vv. 317-336

l'attesa delle anime insepolte

Enea, certamente meravigliato e commosso dal tumulto, esclama:

       - Dimmi, o vergine, la folla presso il fiume? E cosa chiedono le anime? Per quale discernimento queste lasciano le rive e quelle solcano coi remi la livida palude?

       Così gli rispose brevemente la sacerdotessa carica d'anni:

       - Figlio di Anchise, legittimo discendente di dei, vedi i profondi stagni del Cocito e la palude Stigia, queste anime che vedi sono la turba misera e insepolta; quel nocchiero è Caronte; questi, che l'onda trasporta, sono stati sepolti. E non è concesso traghettare le orrende rive e le correnti che risuonano sordamente, prima che le ossa abbiano trovato riposo nei sepolcri. Errano per cento anni e s'aggirano intorno a questi lidi e allora, infine, ammessi rivedono gli stagni bramati.

       S'arrestò il figlio di Anchise e fermò i passi, pensando a molte cose e commiserando in cuor suo l'iniqua sorte. Ivi scorge mesti e privi dell'onore della sepoltura Leucaspi [78] ed Oronte [79] capo della flotta di Licia, che Austro sommerse insieme, mentre navigavano da Troia sui mari tempestosi, inghiottendo nell'onde la nave e gli uomini.

vv.336-371

Enea incontra Palinuro

la storia della morte di Palinuro

la richiesta di Palinuro

Ecco si fa avanti Palinuro, il nocchiero che poco prima durante la navigazione libica, mentre osservava le stelle era caduto dalla poppa gettato in mezzo alle onde. Quando lo riconobbe, a stento nella nera ombra, così per primo gli parlò:

       - O Palinuro, quale dio ti ha strappato a noi e ti sommerse nel profondo del mare? Orsù, parla. E infatti Apollo, che mai prima ho trovato bugiardo, solo con questo responso ha deluso il mio animo, quando profetizzava che saresti scampato al mare e saresti giunto sulle terre Ausonie. È questa, forse, la fede promessa?

       E Palinuro rispose:

       - Né il tripode di Apollo ti ingannò, o duce figlio di Anchise, né un dio sommerse me nel mare. Infatti, trascinai con me il timone strappato con molta forza, al quale ero aggrappato, col quale governavo la navigazione e che mi era stato dato da custodire. Giuro sui mari tempestosi di non aver preso nessun grande spavento tanto per me quanto per la tua nave, che, spogliata degli strumenti e privata del nocchiero potesse naufragare allo scatenarsi di così grandi marosi. Il violento Noto per tre notti tempestose mi trascinò sull'acqua per gli immensi mari; appena al sorgere della quarta alba scorsi l'Italia sollevato sulla cima di un'onda, lentamente m'avvicinavo a nuoto alla terra, già in salvo l'avevo raggiunta, se una gente crudele non mi avesse assalito col ferro e ignara non mi avesse giudicato una facile preda gravato com'ero dalla veste bagnata mentre cercavo di afferrare colle mani adunche le aspre sporgenze di una rupe. Ora mi tiene l'onda e mi rivoltano i venti sul lido. Perciò ti prego per lo splendore giocondo del cielo e per le brezze, per il genitore e per le speranze di Iulo che cresce, i invitto, strappami da questi mali; o ricoprimi di terra (e tu lo puoi ben fare) e cerca i porti di Velia, oppure, se c'è qualche modo, se la divina tua madre te ne mostra qualcuna, infatti non credo che ti prepari senza la volontà degli dei a traversare così grandi fiumi e la palude Stigia, porgi la destra a un infelice e conducimi con te sulle onde affinché almeno nella morte io possa riposare in una dimora tranquilla.

vv. 372-383

la Sibilla a Palinuro

Aveva detto queste parole, quando la veggente gli rispose così:

       - Da dove ti arriva, o Palinuro, un desiderio così empio? Insepolto tu vedrai le acque Stigie e il crudele fiume delle Eumenidi e raggiungerai la riva senza aver ricevuto l'ordine di Caronte? Smettila di sperare che i decreti degli dei si possano mutare pregando. Ma afferra riconoscente queste parole, conforto della tua dura sorte. Infatti, i popoli vicini, spinti in lungo e largo per le città da prodigi celesti cercheranno di placare le tue ossa e innalzeranno un tumulo e sulla tua tomba condurranno vittime sacre e il luogo avrà in eterno il nome di Palinuro.

       Da queste parole vengono rimossi gli affanni e per un poco è scacciato il dolore dal triste cuore: si rallegra Palinuro per il nome dato alla terra.

vv. 384-397

Caronte ad Enea

Quindi proseguono il cammino intrapreso e si avvicinano al fiume. Quando il nocchiero fin dall'onda Stigia li scorse andare per il bosco silenzioso e volgere i passi verso la riva, così per primo li assale con queste parole e li apostrofa ad alta voce:

       - Chiunque tu sia che ti dirigi armato al nostro fiume, orsù, di lì dimmi perché vieni e ferma il passo. Questo è il luogo delle Ombre, del Sonno e della soporifera Notte; non è permesso trasportare corpi viventi sulla barca Stigia. Né in verità mi rallegrai d'aver accolto sul lago l'Alcide [80] che andava né Teseo [81] e Piritoo [82], benché fossero stati generati da dei e invitti per la loro forza. Con la violenza Ercole mise in catene il custode del Tartaro [83] e tremante lo trascinò via dal trono stesso del re; questi tentarono di portar via dal talamo la regina di Dite [84].

vv.398-416

la risposta della Sibilla

il passaggio del fiume

Contro queste parole brevemente parlò la veggente Anfrisia [85]:

       - Qui non ci sono tali insidie, cessa di adirarti; né le armi portano violenza; l'immane portinaio [86] atterrisca pure le pallide ombre latrando in eterno nel suo antro e la casta Proserpina custodisca pure la casa dello zio paterno [87]. Il Troiano Enea, insigne per la pietà e per le armi, scande da padre tra le ombre del profondo Erebo. Se alcun pensiero di così grande pietà ti muove, riconosci almeno questo ramo.

       Allora s'acquietò il cuore gonfio d'ira, né aggiunse altre parole a queste. Ammirando il venerabile dono del fatale ramo d'oro, veduto dopo lungo tempo, gira la cerulea poppa e s'avvicina alla riva. Quindi allontana le altre anime che siedono sui lunghi banchi e sgombra le corsie [88] e nello stesso tempo accoglie nello scafo il pesante Enea. Gemette sotto il peso la navicella di giunchi intrecciati rivestiti di cuoio e piena di fessure ricevette molta acqua. Infine la veggente e l'eroe depose incolumi al di là del fiume sul fango informe e sulla verdazzurra erba palustre.

vv. 417-425

Cerbero

L'enorme Cerbero[89] col suo latrato da tre fauci rintrona questi regni giacendo immane davanti all'antro. La veggente, vedendo ormai i suoi tre colli diventare irti di serpenti gli getta una focaccia soporosa con miele ed erbe affatturate. Quello, spalancando con fame rabbiosa le tre gole l'afferra e sdraiato per terra illanguidisce l'immane dorso e smisurato si stende in tutto l'antro. Enea sorpassa l'entrata essendo il custode sommerso nel sonno, e veloce lascia la riva dell'onda donde non si può tornare.

vv. 426-439

Minosse

Subito si udirono voci e un immenso lamento e sul limitare anime piangenti di infanti, che appena nati alla dolce vita il nero giorno portò via e strappati dal seno materno sprofondò in una morte immatura. Accanto a questi i condannati a morte per un'ingiusta accusa. (Né invero queste dimore vengono assegnate senza sorte e senza giudice. Minosse, inquisitore, scuote l'urna, convoca il concilio dei morti silenziosi e apprende le vite e le colpe). Quindi occupano luoghi vicini le anime dolenti di coloro che si diedero la morte di propria mano e provando tedio per la vita gettarono le anime. Quanto vorrebbero sopportare ora nell'aria pura la povertà e i duri affanni della vita. La legge si oppone e la tenebrosa palude dell'onda odiosa li rinchiude e lo Stige scorrendo nove volte li rinserra.

vv. 440-466

L'incontro con Didone

le parole di Enea: facciamo ciò che il fato comanda

        Né lontano di qui vengono indicati i campi del Pianto estesi in ogni direzione: così, con questo nome li chiamano. Qui occulti sentieri celano coloro che un amore crudele consumò con disumano struggimento e intorno li copre una selva di mirti: neanche nella morte sono lasciati in pace dagli affanni. In questi luoghi vede Fedra [90] e Procri [91] e la mesta Erifile [92] che mostra le ferite inferte dal figlio crudele, Evadne [93] e Pasifae [94], con queste come compagna va Laodamia [95] e Ceneo [96], giovinetto un tempo, femmina ora, di nuovo cambiata dalla morte nell'antica forma. Tra queste la Fenicia Didone, ancor fresca di ferita, errava nella vasta selva. Appena l'eroe Troiano le fu vicino e la riconobbe indistinta fra le ombre come chi o vede o crede di aver visto la luna attraverso le nubi al cominciar del mese, si mise a piangere e parlò con dolce amore:

        - O infelice Didone, mi era dunque giunta vera la notizia che eri morta e che avevi seguito il tuo fato col ferro? Ahimé, io sono stato la causa della tua morte? Giuro per le stelle e per gli dei celesti e se qualche fede esiste sotto la profonda terra, contro voglia, o regina, mi sono allontanato dal tuo lido. Ma gli ordini degli dei, che ora mi costringono ad andare tra queste ombre, per questi orridi luoghi infernali e per la profonda notte mi spinsero coi loro comandi. Né ho potuto credere di arrecarti un così grande dolore con la mia partenza. Ferma il passo e non sottrarti al nostro sguardo. Chi fuggi? Questa è l'ultima volta che il fato mi concede di parlarti.

vv. 467-476

il silenzio di Didone

        Con queste parole Enea cercava di lenire l'animo ardente di Didone che guardava in modo torvo e scoppiava in lacrime. Lei ostile teneva gli occhi fissi al suolo, col volto immobile, mentre parlavo, come la dura selce o la rupe Marpesia[97]. Infine si allontana e nemica si rifugia nella selva ombrosa dove l'antico coniuge Sicheo corrisponde ai suoi affanni ed uguaglia il suo amore. Nondimeno Enea, scosso dall'iniqua sventura di Didone, prosegue per lungo tratto in lacrime e prova dolore per lei che si allontana.

vv. 477-493

i Dardanidi

.

        Quindi prosegue il cammino concesso. E già percorrevano gli ultimi campi appartati che abitano gli illustri in guerra [98]. Qui gli si fa incontro Tideo [99], qui Partenopeo [100]  famoso nell'uso delle armi e l'immagine del pallido Adrasto [101]; qui, gemette scorgendoli tutti in lunga fila, i Dardani caduti in guerra che molto erano stati pianti sulla terra: Glauco [102], Medonte, Tersiloco, i tre Antenoridi [103], Polibete [104]  consacrato a Cerere, Ideo [105] che teneva ancora il cocchio e le armi. Intorno gli stanno frementi le anime a destra e a sinistra. Né basta averlo visto una volta; ma piace loro indugiare a lungo e muovere insieme i passi e conoscere i motivi della sua venuta. Ma i capi Danai e le falangi di Agamennone, quando videro l'eroe e le armi fulgenti tra le ombre trepidarono di profondo timore: parte volta la schiena come quando correvano verso le navi, parte leva un esile grido ma il grido si strozza nella gola.

vv. 494-508

Enea e Deifobo

        E qui vede il Priamide Deifobo [106]  dilaniato in tutto il corpo e crudelmente mutilato in viso, il viso ed ambe le mani e le tempie private delle orecchie strappate e le narici troncate da una ripugnante ferita. Lo riconobbe a stento tremante di paura mentre cercava di coprirsi le atroci ferite e per primo gli rivolse la parola con voce nota:

        - O Deifobo valoroso nelle armi, discendente del nobile sangue di Teucro, chi decise di sottoporti a così crudele supplizio? A chi fu lecito agire così contro di te? A me giunse notizia che tu nell'ultima notte, stanco della grande strage di Pelasgi, eri caduto su un mucchio di confusi cadaveri. Allora, proprio io innalzai un tumulo vuoto sul lido Reteo e per tre volte chiamai a gran voce i tuoi Mani. Il nome e le armi conservano il luogo; te, o amico, non potei rivedere e seppellire nella terra patria allontanandomi.

vv. 509-534

il racconto

di Deifobo

        A queste parole rispose il figlio di Priamo:

        - Nulla è stato tralasciato da te, o amico; ogni obbligo hai adempiuto verso Deifobo e verso l'ombra del suo cadavere. Ma i miei Fati e la funesta scelleratezza della Spartana [107] mi hanno sommerso in questi mali: lei lasciò questi segni. Ed infatti tu sai come abbiamo trascorso tra false gioie la notte suprema, ed è purtroppo necessario ricordarlo. Quando il fatale cavallo venne d'un salto sull'alta Pergamo [108] e pesante accolse nel suo ventre soldati armati, quella simulando un coro [109] danzante portava in giro donne Frigie celebrando orge; lei stessa in mezzo a loro reggeva una grande fiaccola e chiamava i Greci dall'alto della rocca. Allora l'infelice talamo [110] mi accolse vinto dagli affanni e gravato dal sonno e mi vinse giacendo una dolce quiete, profonda e molto simile alla placida morte. Intanto quella singolare moglie porta via dalla casa tutte le armi e toglie da sotto il mio capo la fida spada; chiama dentro la casa Menelao e apre le porte, sperando, s'intende, che questo fosse un gran dono per il marito e potesse così cancellare il disonore delle antiche colpe. Ma perché mi dilungo? Irrompono nel talamo e s'unisce come consigliere di scelleratezze l'Eolide [111]. O dei, restituite ai Greci tali mali, se chiedo la punizione con mente pia. Ma orsù, dimmi a tua volta quale sorte ti abbia condotto qui ancor vivo. Arrivi forse sospinto dal tuo errare sul mare o per ordine degli dèi? O quale Fato ti incalza a raggiungere le tristi dimore senza sole, questi foschi luoghi?

vv. 535-547

Deifobo

e la Sibilla

        Durante questo scambio di parole, l'Aurora sulla rosea quadriga aveva già oltrepassato la metà dell'asse nella sua corsa attraverso i cieli; e forse parlando trascorrerebbero tutto il tempo concesso, ma la sua guida, la Sibilla, lo ammonì e parlò brevemente:

        - La notte passa, Enea; e noi trascorriamo le ore piangendo. Questo è il luogo dove la via si divide in due direzioni: la destra che tende verso le mura del grande Dite [112]. Questa è la via che ci porta verso l'Eliso; invece la sinistra tiene vive le pene dei malvagi e conduce all'empio Tartaro.

        E Deifobo aggiunse:

        - Non essere crudele, grande sacerdotessa; mi allontanerò, completerò nuovamente il numero delle ombre e mi restituirò alle tenebre. Va, o nostra gloria, va: possa tu godere di fati migliori.

        Solo questo disse, e parlando voltò i suoi passi.

vv. 548-561

visione di Tisifone

        Enea si volta a guardare: e subito sotto una rupe a sinistra vede vaste mura circondate da un triplice baluardo che il Tartareo Flegetonte, fiume dalla rapida corrente, lambisce con fiamme roventi e travolge risuonanti macigni. Di fronte si trova una porta enorme e colonne di solido acciaio, che nessuna forza di uomini né gli stessi dèi abitatori del cielo potrebbero distruggere con la guerra; s'eleva ferrea la torre nell'aria e Tisifone [113] sedendo, avvolta in una veste insanguinata, di notte e di giorno è l'insonne custode del vestibolo. Qui si odono gemiti e risuonano crudeli percosse, poi uno stridore di ferro e catene trascinate. Si fermò Enea ed atterrito ascoltò lo strepito.

        - O vergine, svelami: che genere di delitti vi sono puniti? O da quali pene sono oppressi? Quale lamento così grande si leva nell'aria?

vv.562-572

Tisifone

vv.562-627

Sibilla descrive il Tartaro

        Allora la veggente così cominciò a parlare:

        - Glorioso capo dei Teucri, a nessun'anima pura è lecito soffermarsi sulla soglia scellerata; ma Ecate quando mi prepose ai boschi Averni, ella stessa mi mostrò i castighi degli dèi e mi condusse per tutti i luoghi. Radamanto [114] di Cnosso governa questi regni tanto dolorosi, castiga, ascolta le colpe e costringe a confessare le colpe commesse tra i vivi che qualcuno, lieto dell'inutile frode, rimandò di espiare oltre la morte lontana. Subito dopo la vendicatrice Tisifone armata di un flagello [115] sferza oltraggiando i colpevoli e agitando minacciosa i contorti serpenti con la sinistra chiama la crudele schiera delle sorelle.

vv.573-607

 

gemelli Aloidi

Salmoneo

Tizio

 

Lapiti

Issione

Pirìtoo

        - Allora finalmente si aprono le porte maledette stridendo con orribile suono sul cardine. Vedi quale custode siede nel vestibolo? Quale figura è a guardia delle porte? Più crudele di questa l'Idra [116] immane con cinquanta nere bocche spalancate ha qui dentro la sua sede. Poi il Tartaro stesso si apre come un precipizio e si stende sotto l'oscurità per due volte tanto quanto la vista del cielo si estende fino all'etereo Olimpo [117]. Qui l'antica prole della Terra, la gioventù dei Titani abbattuti dal fulmine, si voltola nel basso profondo. Qui vidi anche i gemelli Aloidi [118] dall'immenso corpo che tentarono di rovesciare colle loro mani il grande cielo e di cacciare Giove dai regni superni. Vidi anche Salmoneo [119] che scontava pene crudeli per aver imitato i fulmini di Giove e il tuono dell'Olimpo. Questi, trascinato da quattro cavalli e agitando una fiaccola andava trionfante fra i popoli Greci e per le città in mezzo all'Elide e chiedeva per sé l'onore riservato agli dèi: folle, che simulava i nembi e l'inimitabile fulmine col bronzo e col galoppo dei cavalli dalle unghie di corno. Ma il padre onnipotente tra le dense nubi scagliò un dardo, non come Salmoneo agitava le fiaccole o le fiamme fumose d'una torcia, e in un turbine immenso lo gettò a capofitto. E così pure si poteva vedere Tizio [120] figlio della Terra madre di tutto, che si estende per nove iugeri [121] interi e un immane avvoltoio rodendo col becco adunco il fegato immortale e le viscere feconde di tormenti scava per il suo banchetto ed abita nel profondo petto né viene concessa un po' di requie alle fibre che sempre ricrescono. E dovrei ricordare anche i Lapiti [122], Issione [123]  e Piritoo [124] sui quali è sospesa una nera rupe che sta lì lì per cadere e somiglia ad una che sta per cadere? Splendono auree testate negli alti triclinii festosi e vivande imbandite davanti agli occhi con lusso regale; sta sdraiata la più vecchia delle Furie [125] lì vicino e impedisce di toccare le mense con le mani e si leva agitando una fiaccola e urlando con voce tonante.

vv.608-627

pene e dannati

 

Teseo

Flegias

        - Qui si trovano coloro che odiarono i fratelli mentre durava la vita o percossero il padre o ordirono qualche frode a un protetto o coloro che da soli guardarono ammassate ricchezze e non le divisero coi loro parenti (questa è la folla più grande), e quelli che furono uccisi per adulterio o seguirono empie armi o non esitarono a tradire il giuramento fatto ai padroni: rinchiusi qui aspettano la pena. Non chiedere di sapere quale pena o quale tipo di scelleratezza o destino abbia sommerso questi uomini. Alcuni rotolano un sasso immenso e pendono legati ai raggi delle ruote; siede e starà seduto in eterno l'infelice Teseo [126]; e lo sventurato Flegias [127] ammonisce tutti e testimonia ad alta voce nell'oscurità:

        - Ammoniti dal mio esempio imparate la giustizia e non disprezzate gli dèi.

        - Questo per oro vendette la patria ed impose un potente tiranno, per denaro fissò le leggi e le abrogò; quello penetrò nel talamo della figlia, illecito imeneo [128]; tutti osarono commettere un esecrando delitto e compirono il delitto osato. Se avessi cento lingue e cento bocche e una ferrea [129] voce, non potrei descrivere tutte le forme di delitti ed enumerare tutti i nomi delle pene.

vv. 628-639

i preparativi sulla porta di Dite

        Quando la longeva sacerdotessa di Febo ebbe detto tutte queste cose, esclamò:

        - Ma adesso, orsù, prendi la via e completa il compito intrapreso. Affrettiamoci: scorgo le mura costruite nelle fucine dei Ciclopi[130] e di fronte le porte ad arco dove le regole ci comandano di deporre questi doni.

        Aveva parlato e, avanzando insieme per il buio delle vie percorrono in fretta lo spazio intermedio e si avvicinano alle porte. Enea occupa la soglia e si asperge il corpo di acqua lustrale [131] e affigge il ramo sulla porta opposta. Finalmente, dopo aver fatto questo e offerti i doni alla dea, raggiunsero i luoghi beati e l'ameno verde dei boschi fortunati e le beate sedi.

vv. 640-647

l'Eliso

Orfeo

        Qui un cielo più ampio avvolge in una luce purpurea i campi che hanno un sole proprio e proprie stelle. Parte esercitano le membra in palestre erbose, gareggiano nel gioco e lottano sulla fulva arena; parte ritmano danze coi piedi e recitano versi. Anche il sacerdote Tracio [132] con una lunga veste fa risuonare ritmicamente la lira a sette corde, ora toccandole con le dita ora con l'eburneo plettro [133].

vv. 648-659

gli eroi Troiani

il fiume Eridano

        Qui l'antica stirpe di Teucro, prole bellissima, magnanimi eroi, nati in anni migliori, Ilo [134], Assaraco [135] e Dardano [136] fondatore di Troia. Ammira le armi in disparte e i vuoti carri degli eroi. A terra stanno piantate le lance e cavalli senza briglia pascolano qua e là per il campo. L'amore che ebbero da vivi per i carri e le armi, la cura nell'allevare splendenti cavalli ora li segue anche sottoterra. Ecco, a destra e a sinistra ne vede altri che banchettano sull'erba e cantano in coro un lieto peana [137] in mezzo a un odoroso bosco di alloro, dal quale scorre abbondante il fiume Eridano [138], arrivando fin sulla terra.

vv. 660-678

Museo

        Qui la schiera che subirono ferite combattendo per la patria e i sacerdoti che furono casti finché durò la vita o i pii veggenti che diedero vaticini degni di Febo o coloro che incivilirono la vita coll'invenzione delle arti e quelli che per meriti si imposero all'altrui ricordo: a tutti le tempie sono avvolte con una candida benda. Così parlò la Sibilla a quelli che le si stringevano intorno e sopra tutti a Museo [139]  (infatti una folla numerosa lo tiene in mezzo e lo ammira mentre sovrasta tutti colle alte spalle:

        - Dite, o anime felici e tu, grande poeta, quale luogo ospita Anchise? Per lui siamo venuti e abbiamo attraversato i fiumi dell'Erebo.

        E l'eroe così con poche parole le diede risposta:

        - Nessuno ha una dimora certa; abitiamo in selve ombrose e occupiamo i giacigli delle rive e i freschi prati vicino ai ruscelli. Ma voi, se questo desiderio vi spinge nel cuore, superate questa altura e vi indirizzerò su un sentiero già facile.

        Disse e si incamminò davanti a noi mostrando dall'alto i campi risplendenti; quindi lasciarono la sommità del colle.

vv. 679-702

incontro tra Anchise ed Enea

        Intanto il padre Anchise nel fondo di una valle verdeggiante percorreva con lo sguardo meditando (riflettendo) con attenzione le anime racchiuse e destinate ad uscire alla luce superna e a caso passava in rassegna tutta la schiera dei suoi e gli amati nipoti e i destini e le vicende e i costumi e le imprese di quegli uomini. E quando vide Enea che gli veniva incontro sul prato, lieto tese entrambe le mani e lacrime gli rigarono il volto e queste parole gli uscirono dalla bocca:

        - Finalmente sei arrivato e la tua pietà, tanto aspettata dal padre, ha vinto il difficile cammino? Mi è concesso, o figlio, guardare il tuo volto e udire e farti udire la conosciuta voce? Così veramente sentivo nell'animo e credevo che sarebbe avvenuto numerando i giorni né mi ingannò la mia ansia. Io ti accolgo, figlio, dopo che hai attraversato tante terre e tanti mari e sei stato sballottato da tanti pericoli! Quanto ho temuto che ti potesse nuocere il regno della Libia [140].

        Ed Enea:

        - La tua, o padre, la tua triste immagine apparendomi molto spesso mi ha spinto a venire a queste soglie; le mie navi son ferme sul mare Tirreno. Dammi, da stringere la destra, concedimelo, o padre, e non sottrarti al nostro abbraccio.

        Così discorrendo insieme, rigava il viso di largo pianto. Tre volte tentò di circondargli il collo con le braccia; tre volte l'ombra invano abbracciata sfuggì alle sue mani, simile ai venti leggeri, simile ad un sogno alato.

vv. 703-723

la valle del Lete

Enea chiede perché quelle anime desiderano tornare sulla terra

        Frattanto vede in una valle appartata un bosco isolato e i fruscianti rami della selva e il fiume Lete [141] che scorre vicino alle dimore. Vi si aggiravano intorno genti e popoli numerosi, come nei prati quando le api durante l'estate serena si posano sui variopinti fiori, sciamano intorno ai candidi gigli e ogni campo risuona per il loro ronzio. Stupisce l'ignaro Enea alla vista improvvisa e ne chiede le cause, quale sia quel fiume lontano e quali uomini abbiano riempito le rive in schiera così numerosa. Allora il padre Anchise:

        - Le anime, che altri corpi avranno dal destino, bevono le acque prive di inquietudini del fiume Leteo e lunghi oblii. In verità già da tempo desidero ricordarti queste anime e mostrartele e contare ad uno ad uno questi miei discendenti perché tu possa maggiormente rallegrarti con me d'aver raggiunto l'Italia.

        - O padre, si deve proprio credere che alcune anime ritornino di qui al cielo terrestre si rivestano dei corpi pesanti? Quale desiderio così funesto hanno questi miseri?

        - Te lo dirò e non ti terrò sospeso nell'ansia, o figlio, -

        risponde Anchise e spiega ogni cosa con ordine.

vv. 724-751

l'origine della vita terrena e delle pene infernali

        - Innanzitutto uno spirito vivifica dentro il cielo e le terre e le liquide distese e il globo luminoso della luna e l'astro Titanio [142] e un'anima diffusa per tutte le parti del mondo muove la massa terrestre e si mescola al grande corpo. Di qui ha origine la stirpe degli uomini e degli animali e le vite degli uccelli e i mostri che il mare produce sotto la distesa marmorea delle acque. Questi semi [143] hanno un'energia ignea e un'origine celeste finché corpi nocivi non li rendono lenti e non li rendono ottusi gli organi terreni e le membra mortali. Per questo temono e bramano, si dolgono e godono e, chiuse le anime dalle tenebre e nell'oscuro carcere corporeo, non scorgono il cielo. Anzi, quando la vita nell'estremo giorno le ha lasciate, ogni male e tutte le malattie del corpo non si allontanano completamente dalle meschine anime, ma è destino che molti vizi, a lungo induritisi, attecchiscano profondamente in strani modi. Per questo sono gravate dalle pene e pagano le pene di antiche colpe. Alcune sospese sono distese ai venti leggeri, per altre il delitto commesso è lavato sotto un vasto gorgo ed è bruciato dal fuoco; ognuno soffre i suoi Mani; in seguito siamo mandati nel vasto Eliso e pochi occupiamo i lieti campi, finché un lungo giorno, compiuto il grande ciclo del tempo, cancella la macchia contratta e lascia puro lo spirito celeste e il fuoco della luce purificata. Tutte queste anime, quando per mille anni avrà finito di girare la ruota, il dio chiama al fiume Letè in grande schiera, s'intende affinché immemori rivedano le volte celesti e comincino a desiderare di voler tornare di nuovo nei corpi.

vv. 752-853

ROMA

vv.752-776

personaggi e città prima di Romolo -

Alba Longa

Capi - Numitore

Gabii - Nomento

Fidene

        Dopo aver detto queste cose, Anchise condusse il figlio insieme alla Sibilla in mezzo a un'adunanza e a una rumorosa folla di anime e raggiunge un'altura donde potesse passare in rassegna tutti coloro che in lungo ordine gli stavano di fronte e riconoscere il volto delle anime che venivano.

        - Ecco, ora ti spiegherò [144] con le parole quale gloria raggiungerà in futuro la prole di Dardano, quali discendenti rimarranno della gente italica, anime illustri destinate a portare il nostro nome e ti ammaestrerò sui tuoi destini. Vedi quel giovane [145] che si appoggia a una semplice asta [146], occupa per sorte i luoghi più vicini alla luce, per primo sorgerà all'aria eterea misto di Italo sangue, Silvio, nome Albano, tua postuma prole che nato tardi a te ormai vecchio la sposa Lavinia alleverà nelle selve come re e padre di re da cui la nostra stirpe dominerà Alba Longa. Quello vicino a lui è Proca [147], gloria del popolo Troiano, e Capi [148] e Numitore [149] e Silvio Enea [150] che porterà il tuo stesso nome, parimenti egregio nella pietà e nelle armi se mai avrà ottenuto di regnare su Alba. Che giovani! Guarda che grande forza dimostrano! E portano le tempie ombreggiate di quercia [151] civile. Questi ti costruiranno Nomento [152] e Gabii [153] e la città di Fidene [154], questi altri sui monti le rocche Collatine [155], Pomezia [156], la Fortezza di Inuo [157], Bola [158] e Cora [159]. Questi saranno allora i nomi, mentre ora sono terre senza nome.

vv. 777-787

le origini di ROMA

        Ecco che al suo avo si aggiungerà come compagno Romolo [160] figlio di Marte, che una madre Troiana [161] del sangue di Assaraco alleverà. Vedi come si erge il duplice cimiero sul capo e il padre stesso lo fregia dell'onore proprio degli dèi? Ecco, o figlio, sotto i suoi auspici la Roma gloriosa eguaglierà il suo impero alle terre e il suo spirito all'Olimpo. Essa sola circonderà con mura sette colli, fortunata d'una stirpe di eroi; come la madre Berecinzia [162] con la corona turrita è trasportata sul cocchio per le città della Frigia lieta per la sua prole divina, abbracciando cento nipoti, tutti abitatori del cielo, tutti occupanti alti posti elevati.

vv. 788-807

la potenza di ROMA

        Ora volgi qua i tuoi occhi, guarda questa gente e i tuoi Romani. Qui Cesare [163] e tutta la discendenza di Iulo che verrà sotto l'ampia volta del cielo; questo è l'uomo. Questo è colui che molto spesso ti senti promettere, Cesare Augusto, figlio del Divo [164], che di nuovo riporterà nel Lazio il secolo d'oro per i campi un tempo dominati da Saturno [165] ed estenderà il suo dominio sui Garamanti [166] e sugli Indi [167], sulle terre che si estendono oltre le vie dell'anno e del sole, fin dove Atlante [168] reggitore del cielo regge sulle spalle la volta celeste cosparsa di stelle ardenti. Già ora per il suo arrivo rabbrividiscono i regni del Caspio [169] e la terra Meotica [170] per i responsi degli dèi e si turbano le trepide foci del Nilo dalle sette ramificazioni. Nemmeno Eracle discendente d'Alceo percorse tanta vastità di terre, sebbene abbia trafitto la cerva [171] dai piedi di bronzo e avesse reso sicuri i boschi d'Erimanto [172] e fatto tremare col suo arco l'Idra di Lerna [173] né Libero [174] che vittorioso guida il carro con redini intrecciate di pampini, spingendo le tigri giù dall'alta vetta del Niso [175]. E ancora dubitiamo di estendere il dominio col valore o la paura ci impedisce di fermarci nella terra Ausonia?

vv. 808-825

i re romani

la Repubblica

Bruto

Decii - Drusi - Torquato - Camillo

        E chi è laggiù che porta gli arredi sacri riconoscibile per i rami d'olivo? Conosce i capelli e il mento canuto del re romano [176] che fonderà con le leggi la nuova città, chiamato dalla piccola Curi [177] e da una povera terra a un grande potere. A lui succederà poi Tullo Ostilio [178] che infrangerà la quiete della patria e spingerà alle armi gli uomini tranquilli e le schiere già disavvezze ai trionfi. Lo segue da vicino il troppo presuntuoso Anco [179] che anche ora qui si compiace del favore popolare. Vuoi vedere i re Tarquini [180] e l'anima superba del vendicatore Bruto [181] e i fasci [182] recuperati? Questi per primo riceverà il potere di console e le crudeli scuri e, padre, chiamerà al supplizio [183] i figli in difesa della bella libertà, sventurato, comunque i posteri giudicheranno quei fatti: vincerà l'amor di patria e l'immensa brama di gloria. Guarda inoltre laggiù i Decii [184] e i Drusi [185] e Torquato [186] inesorabile con la scure [187] e Camillo che riportò le insegne.

vv. 826-853

gli uomini illustri della Repubblica

        E quelle anime che vedi rifulgere in armi, concordi ora finché saranno oppresse dalle tenebre, che terribili guerre combatteranno fra loro, se attingeranno la luce della vita,, che grandi schiere e stragi susciteranno, il suocero [188] discendendo dai contrafforti alpini e dalla rocca di Monaco [189] e il genero [190] schierato cogli avversi Eoi [191]. O fanciulli, non rendete consuete agli animi così gravi guerre e non rivolgete le vostre forze potenti contro le viscere della patria: e tu [192] per primo, tu che trai la tua origine dall'Olimpo, perdona; getta lontano dalle tue mani le armi, o sangue mio! Quello, debellata Corinto [193], guiderà vittorioso il cocchio verso l'alto Campidoglio, e si distingue dagli altri per aver sconfitto i Greci. Quello [194] abbatterà Argo e Micene città di Agamennone e sconfiggerà lo stesso Eacide [195], discendente d'Achille potente nelle armi, vendicando gli avi di Troia e il profanato tempio di Minerva [196]. Chi potrebbe lasciare sotto silenzio te, o grande Catone [197], o te, o Cosso [198]? (Chi potrebbe lasciare sotto silenzio) la stirpe di Gracco [199]  o i due Scipioni [200], due fulmini di guerra, flagello della Libia, e il potente Fabrizio [201] o te, o Serrano [202] che semini nei solchi? Dove mi trascinate già stanco, o Fabii [203]? E tu sei quel Massimo che da solo temporeggiando ci hai restituito lo Stato? Altri foggeranno più elegantemente statue di bronzo che sembrano vive (lo credo davvero) scolpiranno nel marmo volti che sembrano vivi, patrocineranno meglio le cause e descriveranno col compasso le vie del cielo e prediranno il corso degli astri: tu, o Romano, ricordati di governare col tuo imperio i popoli (queste saranno le tue arti) e di dettare le condizioni di pace, risparmiare chi si sottomette e debellare i superbi.

vv. 854-866

Marcello

        Queste parole dice il padre Anchise e aggiunge questo ai due che meravigliati lo ascoltano:

        - Guarda come Marcello [204] avanza distinguendosi per le ricche spoglie e vittorioso sovrasta tutti gli altri guerrieri. Questi come cavaliere [205] sosterrà lo stato Romano mentre è perturbato da una grave lotta, abbatterà il Cartaginese e il Gallo ribelle e per terzo [206] appenderà nel tempio al padre Quirino [207]  le spoglie catturate al nemico.

        E qui Enea (e infatti vedeva andare straordinario per bellezza e per le armi splendenti, ma la fronte non lieta e gli occhi nel volto abbassato a terra):

        - Chi è, padre, quello che così accompagna l'eroe che cammina? È forse il figlio o qualcuno della grande discendenza dei nipoti? Che strepito di compagni lo circonda! Che nobile aspetto in lui! Ma l'oscura notte gli avvolge il capo con funesta ombra.

vv.867-892

Marcello il Giovane

        Allora il padre Anchise, con lacrime che spuntavano dai suoi occhi, cominciò:

        - O figlio! Non chiedere di sapere questo immenso lutto dei tuoi. I Fati lo mostreranno appena e non permetteranno che viva di più. Troppo potente, o dèi, vi sarebbe sembrata la stirpe Romana, se questi doni fossero stati duraturi. Che dolorosi pianti di uomini valorosi si innalzeranno dal quel campo Marzio [208]  verso la grande città di Marte! E che funerali vedrai, o Tevere [209], quando scorrerai vicino al sepolcro recente! Né alcun fanciullo della gente Iliaca solleverà a tanta speranza gli avi latini né un giorno la terra di Romolo si vanterà tanto di qualche suo figlio. O pietà, o fede antica, o destra invitta in guerra! Nessuno impunemente sarebbe andato armato contro di lui sia che come fante sarebbe andato a piedi contro il nemico sia che pungesse con gli speroni i fianchi d'un destriero schiumante. Ahimé, fanciullo degno di compianto, tu sarai Marcello, anche se in qualche modo potrai spezzare i tuoi destini crudeli. Spargete gigli a piene mani, che io sparga fiori purpurei e possa colmare almeno con questi doni l'anima del nipote e compia quest'inutile onore.

        Così qua e là vagano per tutta quella regione nei vasti campi dell'aria e osservano ogni cosa. Dopo che Anchise condusse il figlio in ogni singolo luogo e incendiò il suo animo coll'amore della gloria ventura, ricorda quindi all'eroe le guerre che in seguito dovrà sostenere e lo informa sui popoli di Laurento e sulla città di Latino e in che modo possa sia evitare che sopportare ogni difficoltà.

vv.893-901

l'uscita

        Sono due le porte del Sonno [210]; di esse una si dice sia fatta di corno [211], attraverso la quale è dato alle ombre vere un facile passaggio [212]; l'altra è rilucente e fatta di candido avorio, ma gli dèi Mani inviano al cielo attraverso di essa sogni fallaci. Allora Anchise accompagna il figlio insieme alla Sibilla a queste porte e li fa uscire dalla porta d'avorio [213]. Quello percorre la via verso le navi e rivede i compagni. Poi si reca navigando al porto di Gaeta, lungo il lido diritto. Si getta l'ancora dalla prua; stanno immobili sulla spiaggia le navi.

Note

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[1] briglie: metafora tratta dal mondo ippico: le navi sono paragonate ai cocchi

[2] Euboiche: da Calcide, città dell'Eubea, ebbe inizio la colonizzazione greca dell'Occidente e proprio i Calcidesi fondarono Cuma nell'VIII secolo, dopo il passaggio di Enea; Virgilio, quindi, fa risalire la fondazione della città a un periodo precedente la venuta di Enea in Italia

[3] Cuma: costruita nell'VIII secolo a.C. dai Calcidesi, è la più antica e importante colonia greca dell'Italia meridionale, sulle coste della Campania, fondò Neapolis (Napoli) ed estese il suo dominio su una parte della Campania; nei suoi pressi si trovava l'antro della Sibilla Cumana; nel V secolo fu conquistata dai Sanniti e poco dopo dai Romani

[4] rocca: è la rocca di Cuma, la parte fortificata della città, nella quale si trova il tempio di Apollo

[5] alto Apollo: il santuario di Apollo risaliva all'epoca della colonizzazione greca ed era stato riedificato in epoca augustea. Qui, peraltro, attraverso il richiamo (vv.14-33) a Dedalo, al suo volo e alla sua dedicazione del tempio apollineo come dono votivo, il poeta ne ha sprofondato le origini nell'età della leggenda (E.Paratore)

[6] vate Delio: Apollo, dio della profezia, che aveva il suo santuario più famoso nell'isola di Delo

[7] Dedalo: figlio di Mezione (o Palamaone) e pronipote del re ateniese Eretteo; fuggito da Atene per aver ucciso Talo, si rifugiò presso il re cretese Minosse per il quale costruì il Labirinto, mitica sede nella quale fu rinchiuso il Minotauro, figlio della regina Pasifae moglie di Minosse

[8] regno minoico: regno cretese di Minosse, che avrebbe racchiuso Dedalo, insieme al figlio Icaro, proprio nel Labirinto che egli aveva fatto costruire per serrarvi il Minotauro: sembra che lo volesse punire, secondo un mito per aver favorito gli amori della regina Pasifae col toro (dal quale era nato il mostro), secondo un altro, come si ricava dai vv. 28-30, per per aver dato ad Arianna il filo col quale Teseo poté trovare la giusta direzione nel Labirinto per ritrovare l'uscita dopo aver ucciso il Minotauro. Dedalo fuggì costruendo due ali di penne impastate con cera per sè e per il figlio; durante il volo morì Icaro perché, volando troppo in alto, le sue ali si sciolsero per il calore del sole, per cui, non avendo più sostegno, cadde in mare e annegò. Dedalo si rifugiò proprio a Cuma

[9] Androgeo: figlio di Minosse e di Pasifae, ucciso dagli Ateniesi per invidia perché sconfisse tutti i rivali nelle gare Panatenaiche; per vendicarlo Minosse fece guerra agli Ateniesi, e dopo averli vinti, impose loro come tributo quello di inviare ogni anno sette giovani, estratti a sorte, a Creta da dare in pasto al Minotauro rinchiuso nel Labirinto di Cnosso

[10] Cecropidi: gli Ateniesi, da Cecrope, loro mitico re.

[11] con un'astuzia: secondo una leggenda Dedalo costruì per Pasifae, una vacca di legno nella quale si nascose attirando il toro col quale fece all'amore restando incinta del Minotauro

[12] Minotauro: mostro cretese con corpo umano e testa di toro (o con corpo di toro e testa d'uomo), frutto dell'amore contro natura di Pasifae col toro fatto uscire dalle acque del mare da Poseidone per Minosse, che aveva due fratelli, coi quali venne a lite affermando che solo a lui spettava la signoria di Creta, e quale segno di predilezione da parte degli dèi pregò Poseidone che gli inviasse qualcosa dal mare con la promessa di offrirlo poi in sacrificio. Il dio del mare gli mandò un meraviglioso toro bianco che Minosse rifiutò di sacrificare sostituendolo con uno delle sue mandrie.

[13] amore scellerato: perché contro natura, ispirato secondo un mito dalla crudeltà di Venere (moglie di Vulcano) che infuse in Pasifae l'insana passione per vendicarsi di lei che aveva denunciato a Vulcano l'adultero amore della moglie Afrodite con Ares, secondo un altro mito dallo stesso Poseidone per vendicarsi di Minosse che non gli aveva sacrificato il toro che per lui aveva fatto uscire dalle acque spumose del mare.

[14] casa, opera famosa: il Labirinto

[15] regina: si riferisce ad Arianna innamorata di Teseo

[16] ciechi passi: fu Dedalo a dare ad Arianna il filo col quale Teseo poté ritrovare la strada del ritorno all'uscita dopo aver ucciso il Minotauro

[17] Icaro: figlio di Dedalo e di una schiava di Minosse, di nome Naucrate, fuggito dal Labirinto ove era stato rinchiuso insieme al padre, con ali intessute di cera, ma morì annegando in mare per essersi avvicinato troppo al sole che col suo calore sciolse la cera

[18] - evento: Dedalo aveva tentato di raffigurare nell'oro due volte l'evento della morte del figlio Icaro

[19] Deifobe: la famosa Sibilla di Cuma, figlia di Glauco, deità marina, già pescatore in Beozia

[20] Trivia: è Diana, figlia di Giove e di Latona, sorella di Apollo

[21] Eacide: Achille, pronipote di Eaco, secondo la leggenda era stato ucciso da una freccia scoccata da Paride e guidata dallo stesso Apollo nell'unico punto vulnerabile del corpo dell'eroe greco: il tallone

[22] Pergamea: da Pergamo, il nome della rocca di Troia

[23] tempio: riferimento al tempio che Augusto fece innalzare sul Palatino, consacrato il 9 ottobre del 28 a.C.

[24] festa: si tratta dei ludi Apollinares, celebrati in luglio sin dal tempo della seconda guerra punica; ricordiamo che Apollo viene chiamato anche Febo, il suo più noto appellativo, che significa luminoso, e simboleggia la benefica luce del sole.

[25] foglie: vedi libro III, 445 e sgg. Tutti i vaticini, che scrisse su foglie, la vergine (Sibilla) dispone in ordine e li lascia rinchiusi nell’antro. I responsi rimangono immoti nel luogo né vengono disordinati; in verità, quando si gira il cardine e si apre la porta un leggero venticello li fa vibrare e dalla porta scompiglia le tenere fronde, e mai in seguito si cura di prendere le foglie volteggianti nel cavo antro e rimetterle in ordine o ricongiungere i responsi. Allora i visitatori se ne vanno senza la risposta dell’oracolo e odiano l’antro della Sibilla. Qui non ti sia grave nessun dispendio di tempo nell’attesa, anche se i compagni dovessero protestare e la rotta dovesse chiamare con forza le vele al largo e tu potessi gonfiarne le pieghe di favorevole vento: non visitare l’indovina, non chiedere con preghiere i vaticini, ma lei stessa parli e apra di sua volontà la bocca e pronunci le parole del responso. Ella a te spiegherà i popoli dell’Italia e le guerre future e ti spiegherà come sopportare o superare ogni affanno e venerata ti indicherà una favorevole rotta.

[26] esaltazione: perché non ancora sottomessa alla volontà di Febo

[27] dorici: le guerre che affronteranno i Troiani in Italia ricordano la guerra di Troia, con i due fiumi e gli accampamenti achei; dorici sta ad indicare sia i Greci che hanno combattuto a Troia che i Dori venuti in Italia in un periodo successivo alla conquista di Troia

[28] Achille: continua il parallelismo tra la guerra di Troia e le guerre da sostenere nel Lazio; un altro Achille è Turno, re dei Rutuli, figlio della ninfa Venilia

[29] moglie: si allude a Lavinia, figlia del re Latino

[30] seconda volta: allusione alle prime nozze straniere con Didone

[31] città greca: si riferisce a Pallanteo, costruita da Evandro sul Palatino, proveniente dall'Arcadia

[32] redini...sproni: metafora per indicare il dominio di Apollo sulla Sibilla, come il cavaliere deve dominare il cavallo; la metafora serve a spiegare visivamente il dominio di Apollo sulla Sibilla nella sua opera per renderla docile alla sua volontà

[33] Acheronte: palude tra il lago Miseno e Cuma in Campania, oggi lago di Fusaro; nell'Inferno è il fiume del dolore che le anime dovevano passare, traghettate da Caronte, portando in bocca una moneta per pagare il viaggio

[34] porte: sono quelle dell'ingresso dell'Inferno, sacre perché a nessun mortale era concesso attraversarle, in quanto questo avrebbe rappresentato una profanazione del luogo

[35] Ecate: figlia di Perse, o Perseo, e di Asteria, appartenente ai Titani; secondo altri è figlia di Zeus e di Demetra o di Era; domina in cielo, in mare e sulla terra, per cui fu detta trimorfa, apportando felicità e vittoria, sapienza nelle adunanze e nei tribunali, fortuna nella navigazione e nella caccia

[36] Orfeo: figlio di Oeagros e della Musa Calliope, marito di Euridice. Il mito narra che quando la sposa, fuggendo Aristeo che la inseguiva, morì per il morso di una serpe, egli discese nell'Averno per riprendere l'amata; attraverso la folla dei morti, giunse alla presenza di Persefone, la regina delle ombre, e di Ades, il dio degli Inferi, e li pregò di restituirgli l'amata Euridice o, qualora non fosse stato possibile, di morire anche lui. Accompagnò il suo canto soave col dolce suono della sua cetra: al canto, ogni cosa si fermò nell'Erebo; gli DEI si commossero, tanto che permisero ad Euridice di tornare nel mondo dei vivi con lo sposo, ad un patto: che Orfeo durante il ritorno non si voltasse indietro a guardarla prima che fossero totalmente usciti dall'Oltretomba. Ma prima di giungere alla superficie terrestre, Orfeo, temendo che la moglie si perdesse e ansioso di vederla, volse gli occhi; ma Euridice all'istante ricadde, ed egli, tendendo le braccia, invano tentò di abbracciarla, e non riuscì a stringere che una vana ombra. Invano per sette giorni e scongiurò: Euridice era perduta per sempre.

[37] Polluce: figlio di Giove e di Leda, moglie di Pindaro. Leda una notte giacque per metà tempo con Giove e per metà tempo col marito; da quelle unioni nacquero quattro figli: Polluce ed Elena da Giove, Castore e Clitennestra dal marito Tindareo. Alla morte di Castore, Polluce, che era un dio, avrebbe dovuto ascendere al cielo e chiese a Giove che o tutti e due sarebbero stati eterni o tutti e due mortali; Giove allora permise che a turno, un giorno ciascuno, sarebbero stati immortali.

[38] Teseo: discese nell'Averno coll'amico Piritoo, re dei Lapiti, per rapire Proserpina; fallì l'impresa e fu liberato da Ercole

[39] Alcide: Ercole, nipote di Alceo discese due volte nell'Averno per liberare Teseo e per riprendere l'ombra di Alceste, moglie di Admeto

[40] Giove: Enea era figlio di Anchise e della della dea Venere (secondo Omero figlia di Giove e di Dione): era quindi nipote del re degli DEI (La versione più diffusa del mito di Afrodite segue Esiodo, che la fa nascere nei pressi dell'isola di Cipro dalle spume del mare fecondate da Urano: sospinta dallo Zefiro, la bellissima fanciulla giunse sulla spiaggia, dove fu accolta dalle Ore e accompagnata su un carro d'alabastro tirato da candide colombe alla reggia degli DEI)

[41] Dite: nome greco di Plutone; in generale sta ad indicare anche semplicemente l'Averno, di cui Plutone è il re insieme a Persefone-Kore o Proserpina

[42] Cocito: è un altro dei quattro fiumi infernali: circonda la parte centrale dell'Inferno

[43] Stige: il fiume infernale dell'Odio; in nome dello Stige gli DEI facevano i loro giuramenti

[44] Tartaro: è la voragine della parte più profonda dell'inferno, dove erano puniti i malvagi

[45] Giunone: (Hera) figlia di Crono e di Rea, allevata da Oceano e da Teti, o dalle Ore e dalle ninfe; secondo Esiodo fu la settima moglie di Giove, di cui era sorella; uno dei tanti aspetti di Giunone, anche se secondario, è proprio quello infernale

[46] secondo il rito: il rituale non permetteva l'uso del ferro

[47] amico: Miseno, il trombettiere della flotta di Enea: nessuno si era accorto che era stato trascinato in mare dal dio Tritone per essere poi restituito cadavere sulla spiaggia; secondo la leggenda Miseno aveva osato sfidare Tritone nel suono della tromba

[48] pecore nere: il colore nero indicava appunto che l'offerta era fatta agli dei inferi del nero Tartaro; agli DEI del cielo venivano offerte vittime di colore bianco o comunque molto chiaro

[49] Eolo: è da intendersi: degno di essere un figlio di Eolo, re dei venti, figlio di Ippote (o di Poseidone) e di Arne; fu amico di Zeus che gli diede in custodia i venti; aveva la sua reggia in una delle isole Lipari, dove, come narra Virgilio nel I libro dell'Eneide (vv. 89-106) in un vasto antro teneva a freno i venti.

[50] indegna morte: indegna sia perché aveva osato sfidare gli dei nel suono della tromba, sia perché procurata dall'ira di un dio, da cui non avrebbe potuto difendersi, che si era vendicato della temerarietà dell'uomo

[51] - tromba: è il lituo, specie di tromba ricurva che veniva suonata durante la battaglia per incitare i soldati

[52] Tritone: figlio di Nettuno e della ninfa Salacia, divinità e demone del mar Mediterraneo, percorre i flutti su un cocchio tirato da destrieri o da mostri marini; per ordine di Nettuno calma i flutti agitati dando fiato a una conchiglia marina o li agita quando sono calmi

[53] quercia: il suo legno si fende facilmente, perché tenero, usando opportunamente i cunei

[54] orno: specie di frassino selvatico

[55] uccelli: le colombe erano sacre a Venere

[56] doppia natura: sia di vegetale che aureo

[57] Aorno: dal greco aornov, cioè senza uccelli, a causa delle puzzolenti esalazioni che si levavano dal lago ed erano mortali per gli uccelli; da Aorno deriva Averno

[58] Ècate: figlia di Perse, o Perseo, e di Asteria, appartenente ai Titani; secondo altri è figlia di Zeus e di Demetra o di Era; domina in cielo, in mare e sulla terra; per questo fu detta trimorfa, dea dalla triplice forma. Essa è venerata come dea sia del giorno che della notte; come dea del giorno veniva ritenuta portatrice di felicità nella vita quotidiana e vittoria sia nei rapporti con gli altri uomini o con altri popoli in tempo di pace sia la vittoria militare in tempo di guerra; donatrice di sapienza nelle adunanze e nei tribunali; di fortuna nella navigazione e nella caccia.

[59] Èrebo: il regno dei morti; nella mitologia Èrebo, dio delle tenebre, è figlio del Caos e si unì in amore con la sorella Notte generando Etere e Giorno

[60] madre: è la dea Notte, una delle prime forze della Cosmogonia, figlia del Caos e sorella dell'Erebo, e procrea da se stessa Tanatos, Moros, Cher

[61] Eumenidi: dette anche Furie o Erinni, divinità infernali, figlie dell'Averno e di Gea (la Terra), o di Acheronte e della Notte, o ancora (secondo Esiodo) nate dalle gocce del sangue di Urano mutilato con un falcetto dal figlio Crono; sono tre (secondo Euripide): Tesifone la punitrice, Megera l'odio, Aletto il turbamento: punivano i colpevoli dei delitti di sangue, specie quelli consumati contro familiari e amici, perseguitandoli da vivi e da morti; a loro venivano sacrificate pecore nere ed offerte senza vino; qui vengono chiamate Eumenidi, col suo valore positivo di benigne

[62] grande sorella: la Terra

[63] Proserpina: figlia di Giove e di Demetra; presso Omero è moglie di Hades, spaventosa signora delle tenebre che domina nell'Averno sulle anime dei morti, per sei mesi all'anno mentre per gli altri sei masi vive con gli altri dei sull'Olimpo accanto alla madre Demetra

[64] re: è Hades-Plutone, marito di Proserpina

[65] membra: ricordiamo che agli DEI infernali le vittime sacrificate venivano bruciate per intero o intere venivano gettate nel mare, mentre agli DEI celesti venivano sacrificate solo le parti meno pregiate e le altre servivano per il banchetto, riservando le parti migliori ai capi

[66] cagne: la muta di cagne che segue sempre Ecate, anch'essa rappresentata spesso come cagna nera

[67] dea: Ecate

[68] vestibolo: zona antistante l'ingresso del Tartaro (o Orco o Erebo); in esso Virgilio colloca la personificazione dei mali dell'uomo

[69] Centauri: secondo una leggenda comune sono figli di Issione e di Nefele, una nuvola formata da Giove simile ad Era, per metà cavalli e per metà uomini

[70] Scille biformi: mostri marini, metà donne e metà pesci ad immagine di Scilla, figlia di Forco e di Crateis (secondo altri di Tifone e di Echidna); di lei si innamorò perdutamente il dio marino Glauco, che, non riuscendo a farsi riamare, pregò la maga Circe di preparare una pozione magica per piegare la fanciulla ai suoi voleri. Ma Circe preparò un veleno e lo getto nella fonte dove Scilla era solita fare il bagno: non appena la ninfa toccò le acque si mutò in un orribile mostro con sei teste dal lungo collo e tre file di denti per ciascuna delle sei bocche. Inorridita dalla vista delle proprie sembianze si gettò in mare rifugiandosi nelle cavità di uno scoglio vicino all'antro di Cariddi, dalle quali sporgeva le sei teste quando vedeva qualche nave passare afferrando colla bocca altrettanti marinai (Vedi Omero, Odissea, XII, 123 e segg.)

[71] Briàreo: figlio di Gea e di Urano, gigante come i fratelli Cotto e Gia, aveva cento braccia e cinquanta teste; avrebbe partecipato alla guerra dei Titani contro gli DEI e sarebbe stato schiacciato dal monte Etna lanciatogli contro da Poseidone; rappresenta insieme ai fratelli la potenza rovinosa dell'acqua

[72] Lerna: lago paludoso a 40 stadi a sud-ovest di Argo ( circa 7 Km e 400 metri - uno stadio misurava 185 metri) presso la spiaggia dell'Argolide; secondo la leggenda il luogo era dominato da un'idra uccisa da Ercole (cioè Ercole aveva regolato il corso delle acque evitando che producessero danni con la loro stagnazione). Nella palude le quarantanove Danaidi gettarono le teste dei loro cugini e mariti dopo averli trucidati durante la prima notte di nozze (una sola non uccise il marito

[73] Chimera: essere mostruoso, figlio di Tifone e di Echidna, con testa di leone, corpo di capra e coda di drago, ucciso da Bellerofonte

[74] Gorgoni: Steno, Euriale e Medusa, figlie di Forco, furono uccise da Perseo

[75] Arpie: uccelli col volto di donna viventi nelle isole Strofadi, comandate da Celeno (le altre sono Aello e Ocipete)

[76] fantasma: era Gerione, che nutriva le sue mandrie con carne umana e fu ucciso da Ercole

[77] Caronte: figlio dell'Erebo e della Notte, negli Inferi aveva il compito di traghettare le anime dei morti al di là dello Stige e del Flegetonte in cambio di un obolo; per questo si usava mettere in bocca ai defunti una moneta d'oro o d'argento. Le anime che non portavano l'obolo erano destinate a vagare per l'eternità al di qua dei due fiumi, a meno che non sfuggivano a Caronte entrando negli Inferi attraverso una porta secondaria. Nessun vivente poteva essere accolto nella barca di caronte se non portava un ramo d'oro destinato a Persefone

[78] Leucaspi: personaggio nominato solo in questo punto, annegato insieme ad Oronte

[79] Oronte: il capo di una delle navi della flotta Troiana affondata durante la tempesta scatenata da Eolo che spinse le navi troiane sul suolo libico vicino Cartagine

[80] Alcide: Ercole, nipote di Alceo, per due volte scese negli Inferi contro la volontà di Caronte e riuscì a liberare Teseo

[81] Teseo: insieme a Piritoo scese agli Inferi per rapire Proserpina, ma il tentativo fallì.

[82] Piritoo: re dei Lapiti, figlio di Giove e di Dia, moglie di Issione; partecipò alla spedizione degli Argonauti e alla caccia del cinghiale calidonio; sposò Ippodamia e al banchetto di nozze furono invitati tutti gli DEI, escluso Ares che si vendicò dell'affronto, attraverso Eurizione, uno dei Centauri, che, in preda ai fumi dell'alcool tentò di rapire Ippodamia, di cui si era invaghito; sul suo esempio ciascun Centauro rapì la donna che più gli piaceva. Ne nacque una guerra durante la quale i Lapiti sconfissero i Centauri uccidendone un gran numero

[83] custode del Tartaro: Cerbero; qui si allude alla XII fatica di Ercole

[84] Regina di Dite: Proserpina-Persefone, sposa di Plutone-Ade, che era stata da questi rapita alla madre Demetra in Sicilia

[85] Anfrisia: la Sibilla era profetessa di Apollo, che era stato custode dei buoi del re Admeto in Tessaglia, lungo le rive del fiume Anfriso

[86] portinaio: Cerbero, il cane a tre teste che era stato trascinato via legato da Ercole e riportato nel Tartaro

[87] zio paterno: Proserpina, figlia di Giove e Demetra, era stata rapita da Ade-(Plutone) che era fratello dello stesso Giove

[88] banchi...corsie: le anime erano già salite sulla nave e si erano accomodate sia sedute sui banchi che in piedi nelle corsie tra una fila e l'altra

[89] Cerbero: figlio di Echidna e di Tifone, mostro a tre teste, custode dell'ingresso dell'Inferno

[90] Fedra: figlia di Minosse e Pasifae (e sorella del Minotauro), fu sposa di Teseo e matrigna di Ippolito, di cui si innamorò; sconvolta dalla vergogna per la sua insana passione, Fedra si impicca, lasciando una lettera nella quale accusa il figliastro di aver tentato di sedurla. Teseo, allora, maledice il figlio e lo caccia dal suo regno. Ippolito si difende e giura su Zeus che mai ha toccato la sposa del padre. Scacciato Ippolito raggiunge sulle rive del mare i suoi servi e ordina di aggiogare al cocchio quattro cavalli, per allontanarsi per sempre dalla sua terra. Sale sul cocchio, sprona i cavalli e si allontana sulla strada che porta verso Argo ed Epidauro; ma quando giunge sulla spiaggia, appare un toro che spaventa le cavalle, trascinano il carro con forza lontano dal toro che sembra diventato onnipresente, verso le rocce contro le quali una ruota si infrange. Il cocchio si frantuma contro le rocce ed Ippolito batte la testa e le membra si dilaniano. Trasportato nella Reggia, verrà scoperto l'inganno, ma troppo tardi.

[91] Procri: figlia di Eretteo, re di Atene, e moglie di Cefalo; divenuta gelosa del marito, si nascose, per sorprenderlo, mentre questi era a caccia e fu da lui uccisa dopo che, inavvertitamente, aveva fatto un piccolo rumore ed era stata scambiata per un animale

[92] Erifile: sorella di Adrasto e moglie di Anfiarao; fu uccisa dal figlio Alcmeone poiché aveva rivelato a Polinice, per ottenere la collana di Armonia, dove stava nascosto il marito

[93] Evadne: figlia di Ares (o di Ifi) e di Tebea; fu corteggiata da Apollo, ma preferì sposare Capaneo che partecipò alla guerra dei Sette contro Tebe e nel combattimento appena appoggiò la scala alle mura nel tentativo di salirvi fu colpito al capo da un fulmine di Giove. I parenti dei guerrieri innalzarono un grande rogo funebre ed Evadne, saputa la sorte del marito, ottenne che il marito non fosse messo insieme agli altri secondo l'usanza che un guerriero ucciso da un fulmine doveva avere un rogo a parte e una tomba recintata: quando tutto fu pronto si gettò sul rogo e vi arse viva, desiderosa più di morire piuttosto che di vivere senza il marito

[94] Pasifae: vedi note 8-12-13 - Figlia di Elios e di Perseide, moglie di Minosse e madre di Deucalione, Arianna, Glauco; Poseidone le ispirò un insano amore per il toro che aveva regalato al marito Minosse.

[95] Laodamia: figlia di Acasto, moglie di Protesilao che fu il primo ad essere ucciso nella guerra di Troia: fu trafitto mentre stava mettendo piede a terra da Ettore; quando apprese la morte del marito pregò gli DEI che permettessero a Protesilao di tornare nel mondo per tre ore; la sua preghiera fu ascoltata e quando il marito morì per la seconda volta, si uccise

[96] Ceneo: Figlia di Elatos, re dei Lapiti; amata da Poseidone, chiese al dio di essere trasformata in maschio per partecipare alla guerra contro i Centauri e quando fu uccisa ridivenne donna

[97] rupe Marpesia: monte dell'isola di Paro, celebre per i suoi marmi

[98] regione, che apparteneva in origine ai re Tarquini e consacrata a Marte dopo la loro cacciata; nel campo Marzio avveniva l'adunanza dei comizi centuriati, per cui i giorni del campo erano i giorni dell'elezione

[99] Tideo: figlio di Eneo re di Calidone e di Peribea; fuggì dalla città dopo aver ucciso il fratello di suo padre (o secondo altri suo fratello Olenias) e si rifugiò presso Adrasto che gli diede in moglie Deipile con la quale generò Diomede che parteciperà alla guerra di Troia; sarà uno dei sette re che muoverà guerra contro Tebe

[100] Partenopeo: figlio di Ares (o Milanione o Meleagro) e di Atalanta, fu uno dei sette re che combattè contro Tebe e fu ucciso da da Asphodico (o Periclymeno o Amphidico); un mito più antico lo diceva figlio di Talaos e di Lisimache, quindi fratello di Adrasto; sposato con la ninfa Climene generò Promacos che fece guerra contro Tebe insieme agli Epigoni

[101] Adrasto: Figlio di Talao e di Lisimache, nipote della stirpe di Biante re di Argo; cacciato da Anfiarao, si rifugiò a Sicione presso l'avo Polibo. In seguito si riconciliò con Anfiarao, cui diede in moglie la sorella Erifile. Guidò la spedizione dei sette contro Tebe e fu l'unico a salvarsi: dieci anni dopo guidò una seconda spedizione, detta degli Epigoni, contro Tebe, distruggendo la città abbandonata dai suoi abitanti

[102] Glauco-Medonte-Tersiloco: personaggi citati da Virgilio, compagni di Ettore (Iliade, XVII,216); Tersiloco fu ucciso da Achille

[103] Antenorìdi: i tre figli di Antenore furono Pòlibo, Agènore e Acamante

[104] Polibete: sacerdote di Cerere

[105] Ideo: guerriero Troiano, auriga del re Priamo: accompagna il re presso la tenda di Achille per pregare l'eroe acheo a restituire il corpo di Ettore

[106] Deifobo: figlio di Priamo e di Ecuba, amico di Enea e di Paride, uno dei migliori eroi Troiani; accompagnò Elena vicino al cavallo di Troia e secondo una leggenda la sposò alla morte di Paride e si oppose sempre alla restituzione della donna ai Greci: per questo dopo Paride fu l'uomo più odiato dai Greci; la sua casa fu distrutta da Ulisse e Menelao e tradito da Elena fu vergognosamente mutilato da quest'ultimo

[107] Spartana: Elena, sposa di Menelao re di Sparta, rapita da Paride, che era andata sposa a Deifobo alla morte dello stesso Paride

[108] Pergamo: l'alta rocca di Troia, la parte più fortificata ed alta della città

[109] coro: è quello delle Baccanti; Elena inscena un coro di baccanti inneggianti per poter agitare sulle mura di Troia una grande fiaccola come segnale per i soldati achei

[110] talamo: letto nuziale

[111] Eolide: è Ulisse, chiamato così in modo dispregiativo perché, secondo una tradizione, era nato da Anticlea che era stata rapita da Sisifo, figlio di Eolo, e non da Laerte

[112] Dite: Plutone, il dio Signore dell'inferno

[113] Tisifone: una delle tre Furie-Erinni, vendicatrice degli omicidi (le altre due sono Aletto e Megera)

[114] Radamanto: figlio di Giove e di Europa (figlia di Fenice), fratello di Minosse re di Creta, dal quale fuggì per sottrarsi alla sua ira, rifugiandosi in Beozia, dove sposò Alcmene. Secondo Omero abita nei campi Elisi dopo la sua morte, dove Giove concede ad alcuni eroi e soprattutto a quelli appartenenti al suo sangue, di conservare il corpo anche dopo la morte

[115] flagello: strumento con cui si punivano nell'antica Roma gli schiavi e i malfattori, fatto di un manico e di corde con nodi spesso munite di punte metalliche

[116] Idra: terribile mostro provvisto di un numero variabile di teste (da nove a diecimila: cinquanta è quello più comune) nato da Tifeo e da Echidne e, secondo alcuni, allevato da Giunone; infestava il territorio di Lerna nelle vicinanze di Argo; contro di essa Ercole compì la sua seconda fatica imposta da Euristeo

[117] Olimpo: monte della Tessaglia, sede degli DEI

[118] Aloidi: Oto ed Efialte, figli di Ifimedia e di Aloeo che si credeva fosse stato generato da Poseidone

[119] Salmoneo: figlio di Eolo, re dell'Elide, fondatore di Salmonia; poiché aveva imitato i fulmini di Giove fu scaraventato nell'inferno

[120] Tizio: gigante figlio di Gea, condannato al Tartaro per aver insidiato Latona: un avvoltoio gli rode il fegato che continuamente ricresce

[121] iugero: misura romana: 2520,6 mq (in totale il corpo di Tizio si stendeva per circa 17500 mq)

[122] Lapiti: popolo della Tracia

[123] Issione: figlio di Flegia (o di Ares), re dei Lapiti, padre di Pirìtoo; fece, dopo averlo fatto venire presso di sé, scaraventare in un fosso pieno di fuoco Deioneo che gli aveva chiesto i doni rituali che gli spettavano per avergli dato in moglie la figlia Dia; nessuno ebbe il coraggio di fargli pagare tale delitto. Issione si pentì del delitto commesso e Zeus per dimostrargli il perdono degli DEI, lo fece partecipe dell'immortalità e li invitò alla sua mensa. Issione, insuperbito, non si accontentò della bontà degli DEI, ma tentò di violentare la stessa Giunone. Zeus formò allora una nuvola colle sembianze di Giunone ed Issione si giacque con lei credendo di aver conquistato la dea; mentre l'abbracciava Zeus lo privò di quella illusione e lo fece incatenare da Efesto e da Hermes ad una ruota (di fuoco secondo alcuni) sempre in movimento, su cui erano attorti numerosi serpenti. Dall'unione tra Issione e la nuvola (Nefele) nacquero i Centauri.

[124] Piritoo: figlio di Zeus e di Dia, moglie di Issione, tentò il rapimento di Proserpina dall'Inferno insieme a Teseo (v. Nota 38-81-82)

[125] Furie: la più vecchia è Tisifone

[126] Teseo: incatenato ad una enorme rupe; è il più grande eroe della storia Greca: figlio di Poseidone e di Etra, moglie del re ateniese Egeo; fu allevato dal nonno materno Pitteo, saggio re di Trezene ed educato dal centauro Chirone; raggiunta la giovinezza si recò ad Atene dal padre Egeo. Fu l'eroe che liberò gli Ateniesi dal Minotauro, uccidendolo nel Labirinto con l'aiuto di Arianna e il consiglio di Dedalo

[127] Flegias: figlio di Ares e di Crise, e successore di Eteocle, mitico capostipite dei Minii; morì senza aver discendenti nella signoria del territorio di Orcomeno che dal suo nome sembra si chiamasse Flegiantide. Fu padre di Issìone e di Coronide, che generò Asclepiade dopo essere stata sedotta da Apollo: mentre portava in grembo il figlio di Apollo, si sposò con Ischi e il dio per punirla uccise lei e il marito; mentre stava per morire rivelò di essere incinta: Apollo allora, sconvolto per quanto aveva commesso, trasse dal grembo della madre morta il figlioletto non ancora nato e lo affidò alle cure del centauro Chirone. Incendiò il tempio di Apollo per vendicare la figlia Coronide, ma fu colpito da una saetta del dio e condannato nel Tartaro a una pena.

[128] imeneo: canto nuziale e per conseguenza matrimonio, accoppiamento, dal dio Imeneo, figlio di Dioniso e di Afrodite; secondo il mito era un bellissimo giovane ateniese che, avendo liberato alcune fanciulle rapite dai corsari durante una festa in onore di Demetra, ottenne in premio di poter sposare una ragazza di condizione sociale molto diversa dalla sua ma che egli amava moltissimo. L'unione con la sua sposa fu tanto felice, che il giovane, da allora in poi, venne invocato dagli ateniesi nel giorno delle loro nozze.Imeneo veniva rappresentato con una veste bianca e in mano una fiaccola

[129] ferrea: nel senso di instancabile

[130] Ciclopi: popolo mitico con un solo occhio in mezzo alla fronte, abitante la parte orientale della Sicilia, alle falde dell'Etna: il più celebre fu Polifemo

[131] lustrale: purificatrice; ricordiamo che lustrale in particolare è l'acqua corrente

[132] Tracio: della Tracia, è Orfeo, vedi nota 36

[133] plettro: arnese di metallo, legno o avorio che serviva ai suonatori per suonare strumenti a corda come la lira o la cetra

[134] Ilo: figlio di Troo e di Calliroe (figlia del fiume Scamandro che scorreva alla falde della collina di Troia) era fratello di Ganimede (rapito da Giove che volle farne il coppiere degli dèi) e di Assaraco, padre di Laomèdonte.

[135] Assaraco: fratello di Ilo

[136] Dardano: Dardano, figlio di Giove e di Elettra (moglie di Còrito), col fratello Iasio, lasciata Còrito, città dell’Etruria, sua patria, vicino al lago di Trasimeno, oggi Cortona, si recò in Samotracia. Di qui, essendo stato colpito il fratello dal fulmine di Giove, passò in frigia, dove prese in moglie una figlia di Teucro e diede origine alla nazione Troiana; da lui i Troiani furono chiamati Dardani

[137] peana: canto di vittoria, in particolare è un canto in onore di Apollo

[138] Eridano: nome mitico e poetico del fiume Po

[139] Museo: poeta greco, discepolo di Orfeo

[140] Libia: in effetti il timore veniva da Didone, che col suo amore avrebbe potuto costringere Enea a rimanere in Libia abbandonando il fine di raggiungere l'Italia

[141] Lete: fiume dell'oblio, le cui acque, che le anime sono obbligate a bere, avevano il potere di far dimenticare l'esistenza terrena: scorre nei campi Elisi

[142] astro Titanio: il Sole, figlio del Titano Iperione e di Theia, fratello di Selene e di Eos, si credeva che conoscesse i segreti degli uomini, perché penetra coi suoi raggi per ogni dove

[143] semi: ogni essere vivente è un seme, cioè una particella staccata dall'essere universale

[144] spiegherò: nel senso di svelare il futuro ed esporlo al figlio rendendolo chiaro e comprensibile

[145] quel giovane: si tratta di Silvio, nato da Enea e da Lavinia, figlia di Lavinio re dei Latini (secondo altri figlio di Ascanio e di una moglie italica)

[146] semplice asta: asta di legno con la punta che non è in ferro

[147] Proca: dodicesimo dei re di Alba Longa, a partire da Ascanio, padre di Amulio e Numitore che a sua volta è padre di rea Silvia che partorirà Romolo e Remo al dio Marte

[148] Capi: sesto dei quattordici re di Alba Longa

[149] Numitore: tredicesimo dei re di Alba, scacciato e ucciso insieme alla sua discendenza maschile da Amulio

[150] Enea Silvio: figlio minore di Enea; successe al fratello Ascanio e fu il progenitore della stirpe reale di Alba, da cui provennero Romolo e Remo che 300 anni dopo fonderanno Roma

[151] quercia civile: la corona di quercia era data ai fondatori di città

[152] Nomento: ora Mentana, città a circa 20 KM a nord-est di Roma; la via che la congiunge a Roma si chiama via Nomentana e la porta nelle mura romane si chiamava Nomentana

[153] Gabii: città del Lazio fra Roma e Preneste, sul lago Gabino

[154] Fidene: città posta sopra la collina Giubileo a nord-est di Roma fra il Tevere e l'Aniene. Apparteneva in origine al territorio dei Sabini, ma si alleò sempre con Veio e gli Etruschi per cui i Romani entrarono con essa spesso in conflitto fino a distruggerla nel 437 a.C.

[155] rocche Collatine: Collazia, a circa 8 km a oriente di Roma sul fiume Aniene

[156] Pomezia: città volsca nel Lazio conquistata dai Romani sotto Tarquinio il Superbo

[157] Fortezza di Inuo: forte città dei Rutuli, tra Ardea e Anzio, sul mare, sacra al dio Inuo, antica divinità italica

[158] Bola: antichissima città degli Equi, distrutta già ai tempi di Plinio in località vicino a Lugnano o Zagarolo

[159] Cora: antica città del Lazio nel territorio dei Volsci, oggi Cori

[160] Romolo: nascerà insieme al gemello Remo dall'unione tra il dio Marte e la Vestale Rea Silvia, figlia di Numitore re di Alba Longa. Fondatore di Roma. Verso il trentasettesimo anno di vita secondo la leggenda scomparve in un turbine (o fu ucciso da rivali insofferenti del suo dispotismo)

[161] madre Troiana: Rea Silvia, o Ilia, figlia di Numitore re di Alba, vergine Vestale che Marte rese madre di romolo e Remo. Secondo la leggenda fu costretta dallo zio Amulio a farsi Vestale per estinguere la discendenza del fratelli al quale aveva usurpato il trono. Quando fu manifesto che era incinta, fu imprigionata da Amulio e messa a morte dopo il parto (secondo altri morì di stenti in prigione) e il suo corpo fu gettato nell'Aniene (o nel Tevere). Secondo una leggenda fu chiamata Ilia, in quanto figlia di Enea.

[162] Berecinzia: la dea Cibele, così chiamata dal monte Berecinzio che si trova nella Frigia

[163] Cesare: Caio Giulio Cesare, nato nel 100 a. C. da Cesare, che morì nell'84, e da Aurelia.

[164] Divo: Ottaviano era nipote di G. Cesare, che era stato divinizzato dopo la sua morte

[165] Saturno: secondo la leggenda fu scacciato da Giove e trovò rifugio nel Lazio

[166] Garàmanti: abitatori delle oasi della Libia

[167] Indi: genericamente i popoli dell'Asia, al di là della Persia e dell'Asia Minore

[168] Atlante: figlio del Titano Giapeto e di Climene (o di Asia), fratello di Prometeo, Epimeteo e Menezio; qui rappresenta il mondo occidentale dell'Africa settentrionale

[169] Caspio: mare al di là dell'Ellesponto, sulle cui rive si affacciavano conosciuti regni stanziati nell'Asia Minore, l'attuale Turchia

[170] terra Meotica: è la regione della Scizia, che si stendeva vicino al mar d'Azof, chiamato palude meotica

[171] cerva: viveva nelle foreste dell'Acaia, una regione greca, ed Ercole la inseguì fin nel mitico paese degli Iperborei (Ercole, quarta fatica)

[172] Erimanto: monte del Peloponneso dove si nascondeva un feroce cinghiale (Ercole, terza fatica)

[173] Idra di Lerna: Lerna era una palude dell'Argolide dove si trovava un'Idra che Ercole uccise (seconda fatica)

[174] Libero: nome romano di Bacco, portatore di Civiltà

[175] Niso: monte dell'India, dove Bacco fu allevato

[176] re romano: Numa Pompilio, regnò dal 715 al 672, successe a Romolo: celebre per pietà, giustizia e saggezza, proveniente dalla città sabina di Curi

[177] Curi: antichissima capitale dei Sabini, patria di Tito Tazio e di Numa Pompilio, dalla quale forse i Romani presero il nome di Quiriti; oggi è Arci

[178] Tullo Ostilio: terzo re di Roma, regno dal 672 al 640 e fu un re guerriero; combattè prima contro Alba Longa: dopo la morte del re albano Cluilio il successore Mettio Fuffezio gli propose il noto duello tra gli Orazi romani e i Curiazi albani. Nella guerra contro Fidene gli Albani tentarono di tradire Roma, allora dopo la vittoria Tullo uccise Fuffezio e fece trasportare gli abitanti sul monte Celio distruggendo la città. Notevole fu anche la guerra vittoriosa contro i Sabini; si preoccupò solo di guerre e conquiste

[179] Anco: quarto re di Roma, forse nipote di Numa per parte di madre, regnò dal 640 al 616 e rivolse le sue cure a restaurare la religione, promuovere l'agricoltura e sviluppare il commercio

[180] Tarquinio Prisco, quinto re di Roma, e Tarquinio il Superbo, settimo e ultimo re, che verrà scacciato dai Romani per la sua violenza e per vendicare l'ultima offesa fatta contro Lucrezia moglie di Tarquinio Collatino

[181] Bruto: vendicatore dell'onore di Lucrezia insieme a Tarquinio Collatino; entrambi verranno eletti primi consoli della neonata Repubblica nel 509

[182] fasci: verghe d'olmo o di betulla legate con una correggia rossa, dalle quali usciva una scure, simbolo del potere supremo del re e successivamente dei consoli romani; dopo la cacciata dei re furono assegnati ai consoli 12 littori, portante ciascuno un fascio (24 erano assegnati ai dittatori, 6 ai pretori fuori di Roma e ai propretori, 5 ai legati imperiali)

[183] supplizio: in una congiura alla quale parteciparono molti nobili nel tentativo di restaurare la monarchia, Bruto come console fece processare e condannare a morte i congiurati, fra i quali il figlio

[184] Decii: i più importanti furono tre: Decio Mure che nel 340 che nella guerra contro i Latini sacrificò la vita per la vittoria romana, il figlio di questi che morì contro i Sanniti nella battaglia di Sentino dando nuova fiducia alle armi romane; il terzo morì nel 279 nella guerra contro Pirro

[185] Drusi: allude soprattutto a Marco Livio Druso Salinatore che nel 207 vinse la battaglia del Metauro contro l'esercito di Asdrubale fratello di Annibale insieme a Tiberio Claudio Nerone; l'uso del plurale è forse da mettere in relazione col fatto che Livia, la moglie di Ottaviano Augusto, è una discendente di questa famiglia e moglie in prime nozze di un discendente di Tiberio Claudio Nerone vincitore del Metauro al quale aveva generato il futuro imperatore Tiberio e il nobile Druso

[186] Torquato: Tito Manlio Torquato, console nel 340, fece giustiziare, come Bruto, il figlio, per aver sfidato e ucciso un nemico disubbidendo ai suoi ordini

[187] scure: con la quale fu giustiziato il figlio di Tito Manlio Torquato

[188] suocero: Giulio Cesare

[189] rocca di Monaco: promontorio del mar ligure, attuale Monaco

[190] genero: Pompeo

[191] Eoi: Pompeo arruolò un esercito tra i popoli orientali: lo scontro finale tra Pompeo e Cesare avvenne a Farsalo, nei Balcani

[192] tu: Anchise si riferisce al figlio Enea

[193] Corinto: rasa al suolo nel 146 da Lucio Mummio soggiogando l'intera Grecia

[194] quello: si riferisce a L. Emilio Paolo che sconfisse Perseo nel 168 a Pidna

[195] Eacide: della razza di Eaco, discendente di Achille è Pirro che muovendo contro Roma aveva sottolineato la sua origine troiana, quasi a significare che egli era il nuovo Pirro Neottolemo destinato ad espugnare Roma, la nuova Troia; altri critici individuano nell'Eacide Perseo, re di Macedonia, figlio di Filippo V, nipote di Ftia che a sua volta era nipote di Pirro

[196] profanati templi di Minerva: Ulisse e Diomede profanarono il tempio di Minerva trafugando il Palladio; Aiace d'Oileo offendendo Cassandra

[197] Catone: il Censore, pronipote di Catone il Vecchio, uno dei più nobili ed integri personaggi della Repubblica Romana, nato nel 97 a.C., eletto tribuno nel 62 cooperò alla condanna dei complici di Catilina; tentò invano che Crasso e Pompeo fossero eletti consoli; fu eletto pretore nel 54, combattendo con zelo la corruzione e l'illegalità dominanti. famoso per la sua avversione a Cartagine; si suicidò nel 46 a.C.

[198] Cosso: Cornelio Cosso, che nel 428 a.C. avrebbe ucciso in duello Volumnio, re dei Veienti

[199] Gracco: Tiberio Sempronio Gracco e il fratello Gaio Gracco, figli di Cornelia moglie di Scipione. Tiberio Gracco, tribuno della plebe nel 133, si presentò come un riformatore a favore della plebe: propose una distribuzione di terre, una legge secondo la quale le terre che non erano state adeguatamente sfruttate e coltivate dovevano ritornare allo stato senza il pagamento di nessuna imposta; dopo profondi contrasti la legge passò; venne ucciso sul Campidoglio l'anno dopo. Gaio Gracco, eletto tribuno nel 123 riprese i disegni del fratello e presentò alcune proposte facendosi molti nemici e i contrasti scoppiarono furibondi, tanto che il Senato e l'ordine equestre si raccolsero armati nel Foro e il Console occupò il Campidoglio mentre Gracco e i suoi sostenitori si rifugiarono sull'Aventino mentre fallirono tutti i tentativi di trovare un accordo. Gracco si rifugiò poi nel bosco di Furina sulla riva destra del Tevere dove venne trovato cadavere insieme al suo schiavo, che senza dubbio uccise il suo padrone prima di darsi la morte.

[200] Scipioni: l'Africano Maggiore che vinse la battaglia di Zama nel 202 contro i Cartaginesi di Annibale e Scipione il Minore che distrusse Cartagine nel 146

[201] Fabrizio: Caio Fabrizio Luscino che assoggettò i Lucani, i Tarantini, i Sanniti e i Bruzii

[202] Serrano: soprannome di M. Attilio Regolo, il celeberrimo console che nel 256 a.C. si riconsegnò prigioniero ai Cartaginesi, tornando da Roma dopo aver dissuaso il Senato dall'accettare le condizioni di pace dei Cartaginesi di cui era latore; fu eletto console nel 257 durante la seconda guerra punica e la notizia della sua elezione gli venne portata mentre stava arando e seminando.

[203] Fabii: si riferisce principalmente a Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore, vincitore di Annibale nella seconda guerra punica e forse allude alla strage di Cremera del 477 a.C. nella quale i Fabii si sacrificarono tutti nella guerra contro i Veienti, salvo uno che assicurò la continuazione della gens

[204] Marcello: M. Claudio Marcello che nel 222 sconfisse a Casteggio i Galli Insubri uccidendo il loro capo Viridomaro e assicurando a Roma l'obbedienza della Gallia cisalpina; sgominò anche i Cartaginesi nella seconda guerra punica espugnando Siracusa nel 212 e cadendo in combattimento contro la cavalleria cartaginese nel 208 durante il suo quinto consolato. - Dal v. 854 Virgilio comincia l'elogio di Marcello, considerato successore di Ottaviano Augusto e che morirà in giovane età, discendente del Marcello vissuto 200 anni prima

[205] cavaliere: la cavalleria, che aveva determinato la disastrosa sconfitta di Canne contro Annibale nel216, concorse a risollevare le armi romane già a partire dalla battaglia di Nola del 208; lo stesso C. Marcello morirà in uno scontro equestre

[206] terzo: Claudio Marcello è il terzo dopo Romolo e Cossa

[207] Quirino: divinità che i Romani considerarono una cosa stessa con Romolo figlio di Marte e assunto nel novero degli dèi

[208] campo: le esequie di Marcello, morto all'età di 19 anni nel 23 a.C. avvennero nel campo Marzio; il campo era una spianata nella città di Roma, destionata a pubbliche adunanze; ne esistevano otto (secondo altri 17); il più celebre era il Campus Martius, chiamato anche semplicemente Campus, pianura erbosa lungo il Tevere

[209] Tevere: Marcello fu sepolto nel Mausoleo di Augusto, che sorgeva sulle rive del Tevere, eretto nel 28 a.C.

[210] Sonno: figlio della Notte, gemello della morte, portatore di dolce riposo e quindi di momentaneo oblio delle sofferenze della vita; manifesta il suo potere sugli uomini e sugli stessi dèi; l'idea delle due porte è già presente in Omero (Odissea)

[211] porta fatta di corno: la porta delle vere ombre dei morti

[212] passaggio: le ombre dei trapassati attraverso questa porta arrecano ai propri cari sogni veritieri dopo la mezzanotte

[213] porta d'avorio: poiché Enea è ancora un vivente non può uscire dalla porta di corno perché non deve arrecare nessun sogno o visione che annuncia il futuro ai mortali

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 ottobre 2011