Cono A. Mangieri

Purgatorio I, vv. 23-24

Dante e la sua «prima gente»  1

 

Cono A. Mangieri

Dante e la sua «prima gente» 1

 Uscendo dall’Inferno attraverso un «pertugio tondo» (If. XXXIV 138), la prima cosa che Dante vede, quale protagonista vivente del poema, è il cielo australe col suo pianeta dell’amore, Venere, 2 che riluce nel «dolce color d’orïental zaffiro»  e ridona al viaggiatore ultramondano il piacere di ritrovarsi all’aperto (Pg. I 13 sgg.).  Riempiendosi i polmoni di aria pura e volgendo lo sguardo alla cupola celeste, il Protagonista si incammina poi con Vergilio sopra una landa sconosciuta ed apparentemente spopolata:  egli non si accorge della smisurata montagna del Purgatorio, che torreggia alle sue spalle, ma ben delle stelle piccole e lontane.  Si accorge di queste ultime, perché ovviamente vuole accorgersene di proposito:  infatti si tratta di un desiderio allegorico antico, tenuto vivo durante un faticoso viaggio infernale svoltosi sotto «l’aere sanza stelle», dunque appunto senza i simbolici corpi siderei congedati in If. III 23.

Esattamente allo stesso numero di verso, però nel primo canto del Purgatorio, il Protagonista rivede le sue care stelle: non è affatto un caso fortuito, bensì un meticoloso calcolo infrastrutturale, giacché Dante sa servirsi anche del numero di verso per rinforzare il senso recondito della sua invenzione polisema, così come si serve qua e là di altri accorgimenti retorico-tecnici (per esempio, di acrostici).  Il messaggio del numero è per Dante altrettanto importante quanto il messaggio dell’allegorismo stesso, del quale in effetti fa parte; e noi sappiamo bene, grazie a Convivio ed a Vita Nuova, quante parole egli abbia dedicato a questo argomento esoterico, pitagorico o boeziano che dir si voglia.3 Nelle opere minori dantesche non si trova nulla che non sia presente anche nel poema, per diritto o per traverso, giacché in realtà esse sono il completamento oppure l’esplicazione analogica del poema stesso: se il poeta si dilunga ad esplicare qualcosa nelle opere minori, possiamo star certi che questa ‘qualcosa’  sia da rinvenirsi conglobata nel senso letterale o nei sensi reconditi del poema, specie nelle prime due cantiche.  Al guinzaglio di questo nuovo assioma esegetico, effettivamente, noi possiamo interpretare adeguatamente anche il passo di Pg. I 23-4, che ha dato tanto filo da torcere ai critici di quasi sette secoli.

2.

È l’ora del crepuscolo mattutino, quando il biancore dell’alba si mostra primamente sull’orizzonte orientale, non ancora in grado di rivelare ad occhio umano il contorno netto delle piante o dei monti, dunque lasciando il Creato ancora per qualche momento nella sua notturna vaghezza.  Guardando allora in cielo, nel mese di aprile e ad aria serena, si può vedere il pianeta cilestrino di Venere, il quale, secondo una informazione di Convivio II xiii 14, «appare da mane, quando dinanzi al viso de l’uditore lo rettorico parla».

Questa frase trattiene in verità una certa importanza per l’interpretazione del preludio purgatoriale, giacché secondo me Dante ha inteso dire con essa: Lettori, dall’apparire mattutino di Venere nei miei versi potrete comprendere che, da quel punto in avanti, si rende necessaria ed obbligatoria una interpretazione fatta secondo i quattro sensi retorici. 4 A mio parere, la succitata frase conviviale non è altro che un suggerimento analogico rivolto a far compenetrare più sagacemente il senso letterale del Purgatorio; un suggerimento che equivale concettualmente a quello rinvenibile anche in Pg. I 7-8:

 

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse ...

 

Quasi tutti i commentatori sono del parere che Dante abbia qui inteso riferirsi alla poesia della cantica precedente, la quale, trattando delle Anime infernali ‘morte’ ad ogni effetto ultramondano, sarebbe stata indicata appunto con quella metonimia.  A mio giudizio, invece, la «morta poesì» che deve risorgere, qui sul principio della cantica purgatoriale, sarebbe quella perfettamente polisema (cioè letterale, morale, allegorica ed anagogica) che non solo era stata messa da parte tra If. III 1 e If. XXXIV 75, dove io non scorgo vera e propria anagogia,5 ma risultava pure essere in estremo disuso fra i poeti italiani contemporanei.  In effetti l’ultimo cultore italico di poesia polisema volgare era stato proprio il ‘precettore’ di Dante, ser Brunetto Latini, il quale però si era visto costretto a troncare per penuria basica (ossia per difetto di vera religiosità, vista la sua indole sodomitica) il tentativo intrapreso col Tesoretto.  Componendo a sua volta la Commedia, indubbiamente Dante ha inteso imitare e superare il suo antico maestro (come reconditamente  suggerisce la messinscena di If. XV); anzi, egli deve essere stato perfettamente conscio di potersi denominare il primo poeta moderno, cioè volgare, ad utilizzare i quattro sensi retorici nella maniera più coerente, superando così finanche i classici dell’Antichità: il primo e l’ultimo, si può ammettere postumamente 6.  Non per nulla egli si sforza di farlo sapere al lettore, in Vita Nuova e in Convivio; non per nulla egli, nella canzone Tre donne intorno al cor mi son venute, ci presenta un ulteriore allegorismo costruito intorno ai tre sensi reconditi, tutti metaforicamente intenti a lagnarsi del disinteresse degli intellettuali contemporanei:

 

Ciascuna par dolente e sbigottita,

come persona discacciata e stanca,

cui tutta gente manca

e cui vertute né  beltà non vale.

Tempo fu già nel quale,

secondo il lor parlar, furon dilette;

or sono a tutti in ira ed in non cale.

Queste così solette

venute son come a casa d’amico,

ché  sanno ben che dentro è quel ch’io dico.

(vv. 9-18)

 

Si ha un bel dire, quando si interpretano le Tre Donne come simboli di Giustizia Universale, Diritto Naturale e Giustizia Umana rispettivamente (per tacere di altre congetture esegetiche): a mio parere, nel testo della canzone manca ogni appiglio linguistico-simbologico capace di corroborare una simile interpretazione.  Soltanto vedendo nella prima Donna («Drittura») un simbolo della Poesia Morale (ovvero del Senso Tropologico), nella seconda un simbolo della Poesia Allegorica (‘figlia’ della Tropologia, vv. 45-51) e nella terza un simbolo della Poesia Anagogica (‘nipote’ della Tropologia, vv. 52-4), risulta possibile interpretare e giustificare coerentemente la canzone 7.

Giacché di cos’altro dovrebbero lamentarsi queste Tre Donne ‘discacciate e stanche’, se non del fatto che la poesia polisema non trovasse più degni cultori fra i poeti italici posteriori a Vergilio e a Stazio, la cui polisemia vien fatta rilevare per il tramite di alcuni esempi interpretativi nel Convivio e nello stesso Purgatorio?  Soltanto vedendo nelle tre simboliche donne i tre sensi reconditi della vera poesia polisema si può capire che la «matre» di «Amore» sia la Poesia Didattica, che nel linguaggio metaforico dantesco e stilnovistico in genere equivale a Poesia Amorosa in quanto  AMORE  significa  STUDIO  8, e che può dirsi appunto ‘sorella’ della Poesia Morale, qui chiamata Drittura», perché ‘suggeritrice di drittura morale’ nella maniera insegnata  – stando al Convivio –  anche nei poemi di Vergilio e Stazio.

Difatti è come discepolo di questi due poeti classici latini, che il Protagonista vivente della Commedia può salire verso l’Eden della massima perfezione o felicità terrena.  È al piede del Monte Purgatorio, inoltre, che Dante lascia sentire i versi che intendiamo compenetrare (Pg. I  22-7):

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

a l’altro Polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:

oh settentrïonal vedovo sito,

poi che privato se’ di veder quelle! 9

3.

Com’è noto ai lettori della Commedia, Dante ha situato l’isola del Purgatorio e dell’Eden agli antipodi di Gerusalemme, in quella parte di globo terracqueo che, per l’urto degli Angeli ribelli scaraventati giù dal cielo, sarebbe stata sospinta fuori della superficie terrestre, formando una sorta di escrescenza conica nell’emisfero australe.  Questa posizione del Purgatorio dantesco differisce da quella avuta in mente dai teologi medioevali, che su questo punto non armonizzavano fra di loro, però in maggioranza credevano che il Regno Mediano fosse un reparto dell’Inferno, dunque anch’esso sotterraneo e pieno di fuoco, sebbene di finalità purificante e temporanea rispetto al fuoco infernale.  Di questa concezione ecclesiastica Dante ha trattenuto pochissimo, vale a dire solo le fiamme del Girone dei Lussuriosi (Pg. XXVII), con le quali egli ha inteso creare sia una sorta di contrappasso sensitivo, sia una specie di catarsi del fuoco quale ultima prova anteriore all’altipiano della vetta.

Per ciò che riguarda l’Eden stesso, invece, le idee dei Padri e dei Dottori ecclesiastici erano chiare e concordi, giacché di questo Giardino parlava distesamente il Genesi, libro biblico che Dante non avrebbe potuto travisare senza rischiare accuse di eresia religiosa.  Fra quei Padri si trovava infatti l’autorevole Sant’Agostino, il quale aveva dedicato all’argomento una considerevole parte del suo lavoro esegetico concludendo che l’Eden esistesse tuttora, in qualche zona del pianeta, anche se ben isolato e reso inaccessibile da Dio. 10. Il Santo aveva opinato che il Paradiso Terrestre dovesse essere stato creato sull’altro emisfero, agli antipodi di Gerusalemme, affinché il genere umano non avesse più l’opportunità di rientrarvi senza il permesso divino.  Che il biblico giardino di delizie si trovasse sull’emisfero australe poteva desumersi da Genesi 3, 23-4, versetto che nell’antica versione latina così informava:

 

Et (Deus) eiecit Adam et habitare fecit contra paradisum voluptatis.

 

L’espressione «contra paradisum voluptatis» poteva significare solamente qualcosa come ‘agli antipodi dell’Eden’;  fatto che, anche dal punto di vista simbolico, rappresenterebbe la distanza più grande e perciò l’allontanamento più rigoroso dal mondo meraviglioso delle origini umane.  Secondo il ragionamento del Santo, dunque, il progenitore Adamo era stato cacciato dall’Eden e messo il più lontano possibile;  onde, siccome l’emisfero settentrionale era di quei tempi l’unico creduto abitato dai discendenti di Adamo ed Eva, pareva logico pensare che il Giardino fosse stato creato nel bel mezzo dell’emisfero meridionale, in qualche zona orientale ed agli antipodi di Gerusalemme, la Città Santa creduta situata al centro dell’emisfero boreale. 11.

Pur mettendo in mostra tanta perspicacia esegetica, al grande Padre della Chiesa mancava la conoscenza della lingua ebraica, posseduta invece da San Gerolamo.  Nato nel 311 a Stridone, nella Dalmazia romana, San Gerolamo ebbe un grande vantaggio rispetto a Sant’Agostino (nato nel 254 a Tagaste, nella Numidia romana):  quello di conoscere non solo il latino, ma anche il greco, l’ebraico e l’aramaico.  Perciò gli venne in mente di tradurre nuovamente la Bibbia, che fino a quel tempo aveva circolato nella versione latina effettuata su quella greca dei Settanta (sarebbe la versione latina chiamata ‘Italica’  negli scritti agostiniani).  Durante la traduzione, San Gerolamo si accorse che l’Italica, volendo seguire pedissequamente l’antigrafo greco, aveva finito con l’assorbirne anche gli errori, i quali non si limitavano alla scorretta interpretazione di certi numeri e di certe date, ma si estendevano al testo letterario.  Per esempio, mentre nella Vetus Italica si trovava la notizia che situava l’Eden «ad orientem», nel testo originale ebraico si rinveniva invece l’espressione traducibile col latino «ab exordio» oppure «a principio». Un errore più grave venne però alla luce nel succitato versetto di Genesi 3, 23-4, la cui esatta traduzione latina doveva essere questa:

 

Et (Deus) eiecit Adam, et collocavit ante paradisum voluptatis Cherubim et flammeum gladium atque versatilem ad custodiendam viam ligni vitae.12

In una siffatta traduzione scompariva effettivamente l’espressione «contra paradisum voluptatis», e perciò scompariva la base testuale su cui Sant’Agostino aveva fondato la conclusione che Adamo, subito dopo il suo peccato, fosse stato collocato ‘agli antipodi dell’Eden’, ossia nell’emisfero boreale.  Questa innovazione testuale causò parecchio sconcerto nei credenti, ma non riuscì a cambiar molto nella tradizione scaturita dalla Vetus Italica: infatti Adamo era stato comunque cacciato dall’Eden, l’unico emisfero creduto abitato era il boreale, l’Eden non risultava presente in questo emisfero e pertanto appariva logico, sebbene la nuova traduzione lo lasciasse in bianco, che Adamo ed Eva avessero formato famiglia e discendenza ‘agli antipodi dell’Eden’.

4.

Una cosa era certa:  Dio aveva creato il Paradiso Terrestre in una zona inaccessibile, affinché il genere umano che ne era stato espulso non trovasse il modo di rientrarvi; e l’unica parte di mondo atta a garantirne l’assoluto isolamento era quella australe, che durante tutta l’Antichità, anzi fino alle circumnavigazioni del Cinquecento, è stata creduta disabitata e ricoperta da oceani innavigabili (Dante lo riconferma con l’episodio di Ulisse, If. XXVI).  Sant’Agostino non aveva nutrito dubbi sull’esistenza perpetua dell’Eden in quell’emisfero proibito; anzi, lo aveva affermato con tanti argomenti probativi da fissare un assioma teologico che poi avrebbe sfidato i secoli.  Per tal motivo, neppure grandi intelletti speculativi posteriori, come San Gregorio Magno, San Beda, Sant’Alberto Magno o San Tommaso d’Aquino, riuscirono a trovare punti deboli, sebbene il ragionamento agostiniano fosse condizionato dalle imperfettissime cognizioni scientifiche e geografiche di quei tempi.

In effetti, Sant’Agostino stesso si era visto costretto a fare salti mortali nel tentativo intellettuale di risolvere plausibilmente alcune questioni di carattere subordinato, ma non prive di importanza.  La maggiore di tali questioni era quella relativa al senso letterale della Bibbia: se questo riportava il nome dei quattro fiumi edenici (Phison, Gihon, Iddekel e Frath, intesi rispettivamente come Gange, Nilo, Tigri ed Eufrate), i quali risultavano ben visibili nell’emisfero abitato, ciò voleva dire che anche l’Eden dovesse trovarsi nella parte di globo che ospitava quei fiumi.  Come si spiegava allora il fatto che nessun essere umano fosse riuscito a localizzarlo?  La domanda aveva assalito già i Dottori ebraici, ed ora si riproponeva con le identiche misure ai Dottori cristiani.  Fu proprio Sant’Agostino il primo esegeta cristiano a tentare di aggirare l’ostacolo, ipotizzando che i fiumi edenici sprofondassero sottoterra in un immenso lago situato al centro della Terra (il cosiddetto Nilides) e risalissero quindi alla superficie nell’emisfero boreale, dov’essi erano attualmente segnalati come Nilo, Gange, Tigri ed Eufrate.  Egli non approfittò dell’idea di un esegeta anteriore, Filone di Alessandria, il quale per primo aveva interpretato la Bibbia in maniera polisema ed aveva dato all’Eden un valore tutto allegorico, secondo il quale i quattro fiumi simboleggerebbero le Virtù Cardinali.  Lavorando su questa idea, si sarebbe potuto opinare che i quattro fiumi boreali rappresentassero soltanto una commemorazione allegorico-onomastica dei fiumi edenici, anziché l’inverosimile continuazione del loro corso australe dopo un ancor più inverosimile tragitto sotterraneo.

Ma il misticizzante Sant’Agostino, vescovo in quella stessa Numidia dove quattro secoli avanti si era rifugiato Catone «col popolo di Roma, la segnoria di Cesare fuggendo»,13 non poteva ancora pensare a una cosa del genere, visto che di quei tempi l’emisfero australe era paurosamente inesplorato (si rammenti che le sorgenti del Nilo sono state scoperte solo nel secolo XIX).  Anche per scopi puramente pastorali, dunque, deve essergli sembrato più plausibile credere ed insegnare che l’Eden esistesse tuttora nel mezzo dei mari australi, irraggiungibile per i viventi, ma accessibile all’anima di chi fosse vissuto secondo i precetti della Chiesa.  Resta arduo indovinare se Dante stesso abbia prestato fede ai ragionamenti agostiniani circa i quattro fiumi edenici. A me pare più attendibile che egli, come uomo di grande ingegno analitico-realistico, abbia giudicato fantastica la proposta esegetica di Sant’Agostino, lasciando tuttavia intatta la propria stima per l’intelletto religioso dell’Africano.  A tal proposito, si potrebbe quasi affermare che Dante deve essersi comportato come il suo coetaneo scozzese Giovanni Duns Scoto (1266-1308), professore di teologia e di filosofia all’Università di Oxford e di Parigi, il quale usava fare netta distinzione tra l’attività teologico-religiosa e quella filosofico-scientifica.14. Anzi mi pare che a Dante non siano state ignote neppure le idee dell’altro Scoto, Giovanni Eriugena (810-877), il quale aveva sostenuto che le osservazioni esegetiche dei Padri Ecclesiastici fossero attendibili solo nel caso che mettessero in mostra logica e razionalismo allo stato quasi perfetto.  Eppure bisogna ammettere, a questo punto, che qualcosa dei ragionamenti agostiniani circa i fiumi edenici sia rimasta impigliata nella mente dantesca, influenzandone vagamente la creatività poetica.  Ciò si può dedurre dal fatto che anche Dante faccia sprofondare le acque di un suo fiume edenico, il Letè (e forse pure quelle dell’Eunoè), verso il centro della Terra,15 dove esse si mescolano con quelle provenienti dal veglio di Creta e formano una grande palude infernale, dalla quale pigliano inizio i quattro fiumi dell’Inferno.16 Ed è appunto grazie al rumore prodotto dall’acqua precipitante del Letè, che il Protagonista riesce a rinvenire con Vergilio il «cammino ascoso» che lo porta «a riveder le stelle».

5.

Pertanto quando egli sbuca fuori del «pertugio tondo», al piede del Monte Purgatorio, le prime cose che vede rappresentano l’antitesi di quanto ha visto finora: il cielo australe, l’aria serena e Venere, «lo bel pianeto che d’amar conforta».  Al sentimento di odio simboleggiato da Dite, il poeta contrappone intenzionalmente il sentimento di amore simboleggiato da Venere; alla natura diabolica di Satana contrappone la natura angelica di Lucifero. Precedentemente agghiacciato dalla visione di Dite/Satana, ora il Protagonista si ristora alla vista di Venere/Lucifero, poi si gira  verso il Polo Sud e vede

 

quattro stelle

non viste mai fuor ch’a la prima gente.

 

Che questi movimenti e queste stelle facciano parte di una lunga serie di allegorismi non è più dubitabile, specie se si nota la presenza di Venere nel cielo mattutino australe.  Sul significato recondito delle stelle vi è infatti parecchio accordo fra i critici, da quando il Proto le individuò come simboli delle quattro Virtù Cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza;17 prediletta da Catone Uticense, personaggio che difatti si fa subito vedere sulla costa antipurgatoriale.  I quesiti sorti nella scia di questa interpretazione allegorica non sono né pochi né futili, tuttavia; ed essi vengono imposti esclusivamente dal v. 24, che, secondo la maggioranza dei critici, non collimerebbe col senso dei versi successivi.  Su questi versi si è perciò concentrata l’azione di due correnti esegetiche fondamentalmente diverse, la semplicistica e la complicante, che paradossalmente hanno portato a conclusioni pressoché identiche.18   Ma un vecchio adagio giuridico avverte che la verità si trova talvolta nel mezzo; ed allo scopo di dimostrare che nel caso attuale questa via mediana avrebbe portato all’unica giusta soluzione ermeneutica, io vorrei preporre al mio esame un breve riepilogo storico-critico relativo alle «quattro stelle» ed alla «prima gente», senza pretendere di essere esaustivo nella citazione dei pareri esegetici.

Avendo di mira l’invenzione dantesca solamente dal punto di vista scientifico-letterale, cioè senza badare ai significati reconditi, il dantista-astronomo Angelitti affermò che sarebbe inammissibile opinare che le Quattro Stelle possano trattenere un riferimento astronomico alla costellazione antartica della Croce del Sud, perché nei tempi danteschi non v’era cognizione della sua esistenza nel lontano ed ignoto cielo australe.19 Un erudito critico ottocentesco, Gabriele Rossetti, fu invece del parere che Dante potesse averne conosciuto l’esistenza, perché la costellazione era stata già segnalata da Tolomeo nel suo trattato astronomico Almagesto.20 A corroborare l’opinione di Angelitti, nondimeno, sembra intervenire Dante medesimo scrivendo appunto il contraddittorio v. 24:

 

non viste mai fuor ch’a la prima gente.

 

Difatti se nessuno aveva mai visto queste quattro stelle, all’infuori della misteriosa «prima gente», vuol dire che nei tempi danteschi non v’è stata cognizione universale della loro esistenza nel gruppo che fu poi detto ‘Croce del Sud’ (quattro stelle disposte in forma di croce latina).  Ciò è anche logico in quanto queste stelle si trovano nel cielo di un emisfero, le cui acque –  secondo Dante stesso  –  non erano mai state navigate da «omo, che di tornar sia poscia esperto» (Pg. I 132); onde si capisce che, fino a Dante, nessuno fosse mai stato in grado di riferire circa la loro esistenza.

Però una sorta di «gente» aveva potuto vederle, fa sapere nel contempo Dante, sicché sarebbe inesatto affermare che nessuno dell’emisfero boreale le avesse «mai viste».  D’altra parte, se nessuno le aveva mai viste, come poteva Dante segnalarle con tanta precisione numerica e come faceva egli a sapere che quella «gente» le avesse «viste»? Si potrebbe ipotizzare (come s’è fatto) che egli lo sapesse da qualche libro: ma quale? La Bibbia non ne fa motto; non ne parlano i classici noti al poeta; non le conta o descrive neppure Tolomeo; ed è da escludere che Dante abbia potuto desumerlo leggendo il Milione di Marco Polo, ammesso che il libro gli sia stato noto anche contenutisticamente.  Infine, la cerchia di studiosi formatasi a Padova intorno al medico-filosofo-arabista-astronomo Pietro d’Abano, nel cui ambiente si è intrufolato anche Dante nel 1304-6 e nel 1313-15 (ma quest’ultimo periodo sarebbe posteriore alla versificazione del Purgatorio), non poteva saperne più del resto degli intellettuali trecenteschi, visto che Pietro stesso ripeteva nozioni rigorosamente tolemaiche.21 Pertanto restiamo con la conclusione che una «gente» v’era stata o v’era tuttora (si faccia ben attenzione: il contesto purgatoriale non esclude a priori questo secondo tempo d’azione), e Dante può qualificarla «prima gente».  Onde, siccome questa «prima gente» deve pur averglielo riferito o fatto capire in qualche modo, noi ci vediamo costretti a scoprire anzitutto ciò che il poeta ha inteso significare col binomio in questione.

Nel far questo, dobbiamo sempre ricordare che il significato del senso letterale dantesco è basilare nei riguardi del senso allegorico, il quale diventa logico e giustificato soltanto attraverso la compenetrazione dell’altro (ciò vale anche per i sensi morale ed anagogico).  Solo intendendo nel giusto modo il senso letterale, ossia il linguaggio utilizzato dal poeta nella descrizione di una situazione poetica, si è in grado di capire correttamente la portata dei sensi reconditi, avverte difatti Dante medesimo: «E in dimostrar questo (senso allegorico), sempre lo litterale dee andare innanzi, sì come quello ne la cui sentenza li altri (sensi) sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile e inrazionale intendere a li altri, e massimamente a lo allegorico».22

6.

Nel tentativo di compenetrare simultaneamente lettera ed allegoria, il dantista americano C. S. Singleton giunse a una suggestiva soluzione nel suo saggio Viaggio a Beatrice: 23 le Quattro Stelle simboleggerebbero i quattro fiumi dell’Eden biblico, qui idealizzati secondo il valore allegorico dato loro da Filone Alessandrino; vale a dire il valore di Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.  Niente di male, se il critico si fosse fermato qui; invece egli volle fare un ulteriore passo esegetico per giustificare l’identificazione della «prima gente» con Adamo ed Eva: infatti fece rilevare che le Virtù cardinali dei progenitori biblici non furono ‘acquisite’ (come fu poi il caso coi discendenti boreali), bensì ‘infuse’ direttamente da Dio nel momento della creazione. A parere di Singleton, ciò potrebbe spiegare l’intero passo purgatoriale in quanto col binomio «prima gente» sarebbero indicati i due progenitori prima del peccato, allorché vivevano nel Paradiso Terrestre.

A causa del loro peccato, tutta la discendenza boreale avrebbe perduto il beneficio delle Virtù Cardinali ‘infuse’, ragion per cui essa ha dovuto poi faticare per tentare di acquisirle con l’intelletto e con la volontà.  La teologia cristiana fa perciò distinzione fra Virtù Cardinali Infuse e Virtù Cardinali Acquisite, cosa che anche Dante avrebbe fatto in questo caso poetico, scrivendo «non viste mai fuor ch’a la prima gente» per significare ‘non osservate mai da altri, fuori che da quella «gente» che fu la «prima» del genere umano e l’unica a vivere per qualche tempo su quest’isola australe, cioè nell’Eden sulla cima del Monte Purgatorio.  Pertanto l’intero contesto dei vv. 25-6 esprimerebbe il ‘rimpianto’ di Dante (e dell’Umanità) per la perdita della benevolenza divina, che aveva permesso ad Adamo ed Eva di usufruire di quelle preziose virtù allo stato infuso e perciò anche perfetto.

Come detto, la soluzione è molto suggestiva, anche se si conforma all’interpretazione canonica per ciò che riguarda la «prima gente».  Nondimeno esiste una valida considerazione razionale atta a farci rigettare come incoerente l’idea che le Quattro Stelle simboleggino, dopo i quattro fiumi biblici, le Virtù Cardinali Infuse; ed è la considerazione che scaturisce da Pg.I 37-9:

 

Li raggi de le quattro luci santee

fregiavan sì la sua faccia di lume,

ch’i’  ‘l vedea come ‘l sol fosse davante.

 

Anche qui è obbligatorio passare dal letterale all’allegorico, e quest’ultimo senso ci dice che Catone fosse tutto illuminato in viso dalle quattro virtù cardinali simboleggiate dalle quattro stelle.  Ciò rispecchia certamente quel che il personaggio fu in vita, ossia un uomo pieno di virtù civili e di moralità personale, senza dubbio degno  –  a giudizio di Dante  –  della sua ‘promozione’ ultramondana: però egli non può aver avuto in dono da Dio il possesso delle Virtù Cardinali Infuse.  Checché ne ragioni il Singleton e checché sembri suggerire Dante medesimo, è teologicamente impossibile attribuire a Catone uticense le virtù cardinali allo stato infuso, perché anch’egli rappresenta in effetti un disgraziato discendente boreale di Adamo, dunque nato, cresciuto e morto senza questo privilegio divino.  Pertanto ci tocca forzatamente concludere che non possa trattarsi delle Virtù Cardinali Infuse, bensì di quelle Acquisite, le quali vengono difatti accordate dai teologi anche ai grandi Pagani, cioè a coloro che Dante chiama opportunamente «spiriti magni».24

Si potrebbe obiettare che, se Catone si trova a far la guardia ai «sette regni» del Purgatorio, ciò vorrebbe dire che Dante gli accorda il possesso delle Virtù Cardinali Infuse secondo il proprio modo di giudicare i vivi e i morti.  Una obiezione del genere urta però contro la semplice osservazione che, se Catone avesse posseduto tali virtù allo stato infuso e perciò perfetto,  o si dica pure quasi perfetto, egli non avrebbe commesso per tutta la vita l’errore di considerare l’Impero una tirannia, né l’imprudenza delle azioni militari, né  l’intemperanza matrimoniale, né l’atto di debolezza implicito nel suicidio stoico.  È certamente puerile, anzi specioso, opinare che il poeta, con tutta l’accortezza analitico-allegorica messa in mostra nel poema, in questa occasione non sia stato capace di giungere a una conclusione così elementare per un cristiano.  Non si può neppure pensare che egli abbia accordato virtù infuse al Catone ultramondano, personaggio che ha finalmente capito che l’Impero fosse una istituzione divinamente predestinata, che la Repubblica fosse qualcosa di quasi-imperfetto e che, dunque, il proprio curriculum primae vitae sia stato in realtà poco edificante.  Per inficiare un simile pensiero esegetico basta ricordare che, per Dante allegorico, ‘vedere’ queste Quattro Stelle od esserne ‘fregiato’ dal lume equivale a possedere le virtù da esse simboleggiate:  sia Vergilio sia il protagonista vedono le stelle in questione, e mi sembra assurdo pensare che anche questi due personaggi posseggano od abbiano posseduto le Virtù Cardinali Infuse.

Effettivamente se nel v. 27 si legge «poi che privato se’ di veder quelle», e noi interpretiamo allegoricamente ‘poiché non le possiedi né le metti in atto’, è logico che anche al «vidi» del v. 23 si debba attribuire l’identico valore allegorico, altrimenti si misurerebbe con due misure diverse.  Interpretando coerentemente con misura allegorica uniforme, noi faremmo invece certamente ciò che è doveroso fare, però ci troveremmo di fronte ad almeno tre personaggi in possesso delle Virtù Cardinali Infuse: tre personaggi che non sono dirette creazioni divine e che, anzi, posseggono indubbiamente qualche magagna anagogico-religiosa.  Infatti se Catone e Vergilio fossero stati perfetti come si addice a chi possiede virtù divinamente infuse, essi non si troverebbero nell’Antipurgatorio e nel Limbo rispettivamente.  Dal canto suo, il Protagonista non avrebbe affatto avuto bisogno di visitare l’Oltretomba per scopi emendativi e informativi, come si deduce dalle parole pronunciate da Beatrice in Pg. XXX 136-8:

 

Tanto giù cadde, che tutti argomentii

a la salute sua eran già corti,

fuor che mostrarli le perdute genti.

 

La situazione allegorica prospettata dall’interpretazione del Singleton non è stata mai dichiarata possibile o plausibile da qualche teologo o dal poeta stesso, nel poema o nelle opere minori.  Onde ci vediamo costretti ad assegnare alle Quattro Stelle il simbolismo delle Virtù Cardinali Acquisite, perché solo in tal caso tanti disparati personaggi danteschi potrebbero ‘vederle’ e, di conseguenza, ‘possederle’ più o meno perfettamente, a seconda dell’abito elettivo o del grado di permeabilità intellettiva individuale. 

7.

Dunque si deve forzatamente ammettere che si tratti delle virtù cardinali allo stato ‘acquisito’ o ‘acquisibile’, diciamo pure ‘normale’: esse formano una costellazione a parte, nel cielo allegorico dantesco, proprio perché sono le virtù più prettamente umane, quelle che per cinquemila anni hanno illuminato in qualche modo il pensiero e l’azione del genere umano post-edenico, prima che venissero le «tre facelle» delle virtù teologali cristiane a prenderne il posto ed a porle in una posizione di minore importanza («son di là basse», Pg. VIII 92), ovviamente perché assorbite dal nuovo concetto cristiano della Carità.25 Per tal motivo, restando sempre in coerenza creativo-cronologico-analogica, Dante può mostrarcele poi nell’Eden, diventate colà «ninfe» sulla sinistra del Carro, che più tardi conducono il Protagonista verso le Virtù teologali e formano con esse un unico gruppo, indubbiamente perché nel Mondo ideale simboleggiato dall’Eden dantesco necèssitano tutte insieme.

A questo punto, qualche lettore più sagace potrebbe obiettare che, se nel linguaggio meraforico dantesco ‘vedere’ equivale a ‘possedere’,  allora bisogna concludere che Dante abbia immaginato il suo Vergilio come un possessore delle Virtù Teologali cristiane, giacché il Pietolano guarda verso le «tre facelle» simboliche di Pg. VIII, indotto dal comportamento del Protagonista.  In realtà l’obiezione metterebbe in evidenza solo una cattivissima lettura del passo purgatoriale, perché con nessuna parola il poeta suggerisce che Vergilio abbia levato il viso in su per ‘vedere’ le Tre Facelle.  Infatti, a un certo punto della scalata, vedendo il Protagonista guardare per aria, Vergilio domanda (VIII 88):

Figliuol, che là su guarde?,

al che l’altro risponde (vv. 89-90):

A quelle tre facelle

di che ‘l polo di qua tutto quanto arde;

onde Vergilio replica (vv. 91-3):

Le quattro chiare stelle

che vedevi staman, son di là basse,

e queste son salite ov’eran quelle.

Dunque Vergilio non guarda affatto queste simboliche Tre Facelle, ma risponde invece rivolgendosi direttamente al Protagonista, senza seguirne lo sguardo e solo accontentandosi di udirne le parole, giacché Dante ha immesso questo dialogo privo di poesia appunto per far capire al lettore che il Latino non è autorizzato a ‘vedere’ le stelle in questione, che sono simboli di virtù prettamente cristiane.   Dai succitati vv. 91-3 possiamo invece dedurre con sicurezza che il Pietolano abbia ben visto e guardato le Quattro Stelle:  difatti in Pg. I  i due poeti non scambiano neanche un motto circa quei corpi celesti; però adesso, in Pg. VIII, improvvisamente ci si fa comprendere che Vergilio abbia visto le stesse stelle viste dal Protagonista, e che le abbia contate per sapere ch’erano quattro, e che le abbia osservate per sapere ch’erano «chiare», e che le abbia poi viste tramontare per poter dire che «son di là basse».  Vergilio non guarda né ‘vede’ direttamente le Tre Facelle, invece, perché egli non le ha mai ‘possedute’ nei sensi reconditi del racconto dantesco.  Il personaggio resta sempre la Ragione Filosofica Peripatetica del Protagonista, finché gli si affianca, però Dante non dimentica di mettere il senso letterale in perfetta corrispondenza con i sensi reconditi. Vergilio storico (che è quello del senso letterale) non ha mai conosciuto Fede, Speranza e Carità della religione cristiana (com’è invece il caso con il Protagonista), ma si è reso soltanto degno o capace di prevederne l’avvento entro i limiti moral-religiosi imperfetti e indiretti della IV Egloga.  Quella stessa per cui lo loda e ringrazia Stazio in Pg. XXII 64-73:

Tu prima m’invïasti

verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

e prima appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,

che porta il lume dietro e sé non giova,

ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: «Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenïe scende dal ciel nova».

Per te poeta fui, per te cristiano.

Grazie a tale fatto ‘storico’, sul quale tanto si è scritto nel Medioevo, e grazie al primo contatto con la Giustizia Divina, che per adesso lo ha relegato nel Limbo dantesco appunto per quel ‘fatto storico’, Vergilio antipurgatoriale è in grado di fornire al Protagonista la superficiale esplicazione relativa al movimento sidereo delle Tre Facelle (si badi che l’esplicazione non ha nessuna implicazione di carattere religioso: è puro raziocinio laico), però non è capace (perché impedito dai sensi reconditi) di alzare il viso in su per ‘vederle’, azione che nel linguaggio metaforico dantesco implica conoscenza diretta e possesso del loro valore simbolico.

A tal proposito debbo necessariamente far rilevare che neppure sulla vetta edenica viene permesso al «savio gentile» di ‘vedere’ le tre Ninfe Teologali, giacché esse procedono accanto alla ruota destra del Carro e perciò sono nascoste alla vista di Vergilio, che si trova tutto stordito sulla sponda sinistra del Letè.  Anzi, per una più coerente interpretazione allegorica, è opportuno credere che Vergilio sia scomparso giusto un attimo prima che le Ninfe Teologali diventassero per lui perfettamente visibili, e giusto un attimo dopo della sua dimostrazione di stupore (Pg. XXIX 55-7), sebbene il Protagonista si accorga soltanto più tardi (Pg. XXX 49-51) della sua scomparsa. Così tanto meticoloso è Dante Alighieri nella strutturazione dei propri allegorismi.

In quanto alla logica domanda, se Catone vede anche le Tre Facelle e ne viene illuminato, è mio fermo parere che essa debba ricevere risposta altrettanto negativa:  come personaggio storico vissuto prima di Cristo (e per di più morto suicida), l’Uticense non può ‘vedere’ nel senso letterale queste simboliche stelle, perché i sensi reconditi lo impediscono.  Peraltro Dante medesimo ce lo suggerisce:  difatti non dice egli che Catone e le Quattro Stelle compaiono all’alba, col che si deve intendere che tale combinazione si verifica solo di giorno?  E non dice ancora che vi sono «grotte» in cui è di casa Catone;  che le Quattro Stelle scompaiono di sera e subentrano le Tre Facelle, col che si deve intendere che Catone si ritira nottetempo ed è perciò impossibilitato a vedere questi fenomeni notturni?  Ma anche se Catone fungesse pure da guardiano notturno, ugualmente egli non potrebbe ‘vedere’ le Tre Facelle teologali  cristiane, né potrebbe esserne illuminato, perché non le ha conosciute nella prima vita.  L’allegorismo intorno a tutti questi corpi celesti verte appunto sulla potenzialità terrena delle Virtù Cardinali e delle Virtù Teologali da essi simboleggiate:  le prime rappresentano il corredo virtuoso posseduto più o meno perfettamente durante la ‘giornata esistenziale’, ossia fino al pentimento in extremis; le seconde rappresentano il corredo virtuoso posteriore al pentimento in extremis, grazie al quale le Anime sono sfuggite al pericolo della ‘notte eterna’ (= morte spirituale =  Biscia).   Ma Catone, anche se si fosse suicidato per pentimento, non ha avuto la possibilità di rivolgersi a Cristo od a qualche altro personaggio intercessore (la Vergine Maria) nato nell’ambito del Cristianesimo.

8.

Da quanto si è detto finora appare palese che le Quattro Stelle simboleggiano esclusivamente le Virtù Cardinali Acquisite.  Poiché si tratta di queste, esse non possono aver illuminato anche la faccia di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, visto che, stando alle regole teologiche, i nostri due biblici progenitori di quel tempo possedevano allo stato ‘infuso’ tutte le virtù umane, ossia le Morali, le Intellettuali e le Teologali.  Il peccato tolse questo privilegio sia a loro sia ai discendenti, però essi ricevettero da Dio la possibilità di vivere molto a lungo per acquisire almeno le Morali e le Intellettuali, affinché cinquemila anni più tardi sull’emisfero boreale vi fossero l’ordinamento civile e la potenzialità intellettiva con cui accogliere Rivelazione e Redenzione.  Sono state appunto queste ultime, infatti, a permettere che gli uomini di buona volontà potessero pervenire anche alle Virtù Teologali, onde salire prima verso la massima felicità terrena (= Paradiso Terrestre) e poi verso la beatitudine celestiale (= Empireo).

Con ciò siamo giunti al punto in cui si può dire che la situazione creata da Dante, attraverso l’allegorismo delle «quattro stelle» e delle «tre facelle», non possa essere intesa come riferita esclusivamente all’isola australe o alla parte orientale di essa, anzitutto perché l’Eden è allegoricamente tutt’altro che l’Antipurgatorio, poi perché Adamo ed Eva hanno posseduto nell’Eden soltanto virtù ‘infuse’, e finalmente perché le virtù ‘acquisite’ sono tipiche del genere umano posteriore al peccato adamitico.26 Infatti Dante poeta pensa proprio al genere umano post-edenico, quando fa sentire il suo ‘lamento’:

Oh settentrïonal vedovo sito,

poi che privato se’ di veder quelle!

In quale maniera bisogna interpretare questo lamento, che sembra mostrarci un emisfero boreale incapace di ‘vedere’ le Quattro Stelle, dunque incapace di acquisire e di mettere in atto le quattro virtù cardinali?  Tanto per cominciare, bisogna innanzi tutto assodare se il poeta si riferisce a una incapacità totale e perpetua, oppure a una incapacità parziale e (con)temporanea.  Leggendo «settentrional vedovo sito», infatti, si è facilmente portati a intendere tutto l’emisfero boreale con tutta la sua popolazione;  inoltre, poiché le Quattro Stelle si trovano nel cielo del Polo Sud, si è pure indotti a credere che l’emisfero boreale, e perciò il genere umano, sia stato «privato» della loro visione fin dalla Creazione o per lo meno subito dopo il peccato adamitico, ragion per cui quasi tutti i commentatori hanno visto Adamo ed Eva nella «prima gente».  Benvenuto da Imola si accorse però della insostenibilità di una simile interpretazione, ed opinò che nell’idea dantesca la ‘privazione’ debba essere avvenuta dopo Catone Uticense;  onde con «prima gente» si dovrebbero intendere gli antichi Romani.  Anche questo pensiero esegetico va ritenuto difettoso e illogico, tuttavia, in quanto gli Antichi Romani non possono essere considerati «prima gente», se con ciò si intende una condizione cronologica.  Inoltre con la definizione ‘Antichi Romani’ si deve forzatamente pensare a tutti gli antichi cittadini di Roma, tesi assolutamente priva di realismo: dalla logica della definizione non si può escludere una relatività contenutistica (c’erano i Romani virtuosi e c’erano quelli depravati), mentre Dante lo esclude invece perentoriamente scrivendo:

non viste mai fuor ch’a la prima gente,

espressione indicante eccezione radicale.  Vale a dire che nessuno, proprio nessuno all’infuori della «prima gente», ha visto o vede «mai» queste Quattro Stelle nel senso storico, e perciò solamente questa «prima gente» acquisisce e possiede nel senso allegorico l’insieme delle Virtù Cardinali.  Interpretando come Benvenuto, noi dovremmo ammettere che, dopo degli antichi Romani, nessuno più avrebbe acquisito le Virtù Cardinali, nessuno più le avrebbe messe in atto, neppure i Dottori e i Padri ecclesiastici dell’èra cristiana, neppure quel Boezio che ha introdotto Dante nello studio della Filosofia.   Ma Dante non potrebbe mai affermare una cosa del genere, così come non può aver asserito che solamente Adamo ed Eva abbiano posseduto le Virtù Cardinali, perché allora egli sarebbe diventato incoerente nei riguardi del suo racconto stesso.

Infatti, a parte il fatto che il secondo Regno ospita solo Anime vissute dopo Catone (il quale non va contato, al pari degli Angeli), bisogna ricordare che anche Ciacco parla dell’esistenza boreale di «due giusti» (If. VI 73), dei quali non si può mettere in dubbio il possesso delle Virtù Cardinali;  mentre pure Marco Lombardo rileva nell’emisfero boreale la presenza di «tre vecchi» (Pg. XVI 121) ripieni di antiche virtù civili.  Ovviamente questi numeri sono stati tirati in causa da Dante appunto per indicare la scarsità di gente virtuosa nell’emisfero abitato;  però ciò non toglie che anche nel «settentrional vedovo sito»  del 1300 si potessero trovare per lo meno cinque persone non ancora ‘private’ della visione di queste Quattro Stelle:  e tutte eran «fuor» di Adamo ed Eva, oltre che «fuor» degli antichi Romani.

9.

Adesso comincia ad apparire palese che col binomio «prima gente» Dante non abbia voluto intendere soltanto quelle due categorie di esseri umani, e basta: Dio ne salvi!  Che razza di emisfero sarebbe allora stato quello in cui egli stesso viveva?  Dove sarebbe andato a finire il suo ‘divino’ Arrigo VII, che nel 1300 contava giusto trent’anni, e quale faccia avrebbero avuto quelle persone virtuose e devote a cui si raccomandano le Anime del suo Purgatorio, per ottenere un accorciamento della loro pena?  Sia tenendo conto della cronologia fittizia (1300), sia tenendo conto della cronologia creativa (1313), risulta impossibile credere che Dante pensasse alla totalità degli esseri viventi sull’emisfero boreale fin dal trasloco di Adamo ed Eva  contra paradisum voluptatis, o fin dal suicidio di Catone, perché in tal caso egli medesimo (impersonato dal Protagonista) sarebbe stato indegno di ‘vedere’ le Quattro Stelle.  Infatti questo Protagonista effettua il viaggio ultramondano in carne ed ossa, ossia da vivo, dunque come abitatore del recriminato «vedovo sito».  E’un dato di fatto, invece, che il nostro poeta si sia reputato letteralmente «sesto tra cotanto senno», sia nella metafora di If. IV 97-102 sia in quella di Pg. I  22-7.

A questo punto, diventa palese che, se si vuol venire a capo di questo imbroglio ermeneutico, bisogna veramente «alzar le vele per correr miglior acque», seguendo così anche metaforicamente l’avvertimento elargito dal poeta in principio di canto e di cantica.  Cominciando di bel nuovo, dunque, si deve anzitutto raccogliere il sugo delle nostre precedenti considerazioni:  il binomio «prima gente» include sia intelletti pagani sia intelletti cristiani, ed esso non può essere inteso in senso cronologico (come è il caso con «anima prima» di Pg. XXXIII 62, riferito ad Adamo);  inoltre l’espressione «settentrional vedovo sito» non può essere ricondotta al significato ‘assolutamente nessuno dell’emisfero boreale’.  Se si esclude che «prima gente» esprima una condizione cronologica, allora siamo costretti a vedere nel binomio l’unico altro valore possibile, anzi finanche tipico dell’allegoria purgatoriale:  vale a dire il valore ‘intellettuale’,  che implica virtuosità morale e intellettiva, però non rende obbligatoria la virtuosità religiosa cristiana.   Per giungere al significato allegorico or ora proposto bisogna passare attraverso il senso letterale, e per determinare se la lettera giustifica l’illazione bisogna tener conto del linguaggio metaforico utilizzato abitualmente dal poeta sia nel poema sia nelle opere minori, sia in volgare sia in latino.

Ora, nel resto degli scritti danteschi non si rinviene più la locuzione «prima gente» in questa forma e in questa accezione ‘intellettuale’;  però in Pd. I 106  si riscontra l’espressione «alte creature», con la quale vengono indicati gli uomini di alto intelletto, come i filosofi, i teologi, gli astronomi/astrologi, gli scienziati e gli studiosi in genere, tutti capaci di riconoscere la sapienza divina nella perfezione dell’universo:

Qui veggion l’alte creature l’orma

de l’eterno valor, il quale è fine

al quale è fatta la toccata norma.

Per dire il vero, in questo luogo (che presenta «veggion», antica variante poetica di ‘vedono’) il binomio «alte creature» viene diversamente inteso dagli antichi commentatori, alcuni dei quali (Benvenuto, Lana, Ottimo) pensano alle Intelligenze Celesti;  ma è per me sintomatico che sia stato proprio il figlio di Dante, Pietro, a porre decisamente da parte gli Angeli e ad optare invece per i filosofi e i teologi.  Anche se non in tutti i casi esegetici, Pietro poteva qui sapere meglio di tutti gli altri quel che aveva inteso dire il padre col binomio, visto che fra i due c’è stata comunicazione orale durante la versificazione di Paradiso.27

Io penso che non debba essere ritenuto estraneo a questo caso metaforico, o al modo di esprimersi dantesco in genere, il fatto che il poeta dica di aver raggiunto già in vita la vetta edenica, luogo ‘alto’ e perciò accessibile soltanto ad «alte creature» nel senso metaforico dell’espressione.  Infatti l’Eden dantesco simboleggia la massima felicità terrena, sicché il raggiungerlo significa comunque l’acquisizione e il successivo possesso della massima perfezione intellettuale terrena in parecchi campi dello scibile.28

La più chiara indicazione linguistica in direzione del binomio purgatoriale «prima gente», tuttavia, si rinviene in una frase latina del De vulgari eloquentia, opera dantesca di carattere appunto ‘intellettuale’:  discorrendo dei volgari italici, a un certo punto Dante si sofferma a parlare della Scuola Poetica Siciliana e ne definisce il linguaggio come «primorum Siculorum», ossia ‘di primi Siciliani’.29 Questi ‘Primi Siciliani’ danteschi sono i poeti della Magna Curia fredericiana, in seno alla quale si possono reperire intellettuali come Pier della Vigna, Iacopo da Lentini, Odo delle Colonne, Guido delle Colonne, Rinaldo d’Aquino, lo stesso Federico II e finanche il suo sfortunato figlio Enzo che, durante la prigionia, insegnò ai Bolognesi a poetare, secondo Angelo Monteverdi.30

Assieme con altri, costoro furono per Dante ‘Primi Siciliani’, non perché fossero stati i primi abitanti della Sicilia o del Regno Svevo Siciliano, bensì perché ne avevano rappresentato gli ingegni più alti:  dunque noi potremmo anche tradurre concettualmente con  ‘primi intelletti siciliani’.  Poiché erano poeti, possiamo dire pure: ‘primi intelletti poetici del loro tempo e del loro paese’.  Però nel Medioevo, specialmente da parte di Dante, i grandi poeti venivano considerati anche filosofi, sicché possiamo per di più tradurre il binomio latino con ‘primi intelletti poetici e filosofici siciliani dell’epoca sveva’.

Ora, secondo Dante medesimo, sia i poeti sia i filosofi sono in grado di acquisire le Virtù Cardinali già durante l’arco della breve vita terrena, giacché altrimenti essi non potrebbero discuterne o insegnarle nei loro scritti;  onde si capisce che siano proprio costoro a poter ‘vedere’ le Quattro Stelle.  Infatti, essendone più che convinto, Dante le fa risplendere sulla faccia di Catone considerato filosofo;  consente al poeta-filosofo Vergilio di guardarle, contarle e qualificarle;  poi fa in modo che il poeta-filosofo Sordello salga con Vergilio e col poeta-filosofo Dante verso la Valletta dei principi (dove tutti, fuorché Vergilio, possono ‘vedere’ anche le Tre Facelle Teologali); quindi ci presenta il poeta-filosofo Stazio, col quale si porta verso intelletti come Buonagiunta da Lucca, Guido Guinizzelli e Arnaldo Daniello, raggiungendo finalmente la vetta edenica in compagnia di Vergilio e di Stazio, considerati i più alti ingegni poetico-filosofici dell’antichità italica.  Costoro sono tutti membri e rappresentanti dell’esiguo gruppo di gente fornita di un alto Intelletto Possibile e pertanto anche in grado di acquisire, con lo studio e la volontà, l’insieme delle Virtù Cardinali simboleggiate dalle Quattro Stelle.  Con ‘filosofo’, inoltre, Dante intendeva pure un astronomo e un astrologo (il cui valore medioevale era quasi inverso all’odierno): Aristotele aveva parlato di astronomia e di astrologia;  Pitagora, Platone, Cicerone, Vergilio, Stazio, Boezio, eccetera,  avevano fatto lo stesso, mentre egli medesimo si cimentava lodevolmente in questo ramo dello scibile, come possiamo constatare nel poema e nelle opere minori.  Ovviamente anche Tolomeo era un ‘filosofo’, e come tale questi si trova non solo nel Limbo assieme con altri «spiriti magni», ma anche in più luoghi del Convivio, per esempio, ivi citato come autorità scientifica.  E San Gerolamo, Sant’Agostino, Sant’Alberto Magno, San Tommaso d’Aquino: essi sono per Dante tutti alti intelletti boreali in possesso delle Virtù Cardinali, e perciò anche degni di ‘vedere’ sia l’onnipotenza divina nella perfezione siderale, sia le Quattro Stelle del Polo Sud, al pari di Catone, di Vergilio e di Dante.  Solo che quei primi, durante l’arco della loro esistenza terrena, si dedicarono con tale ardore alla speculazione religiosa cristiana da poter essere ‘ripinti al Cielo’ direttamente, senza passare attraverso il Purgatorio o l’Eden.31

E d’altronde:  quando noialtri Moderni parliamo di ‘prima donna’ o di ‘prima ballerina’, o di ‘primo violino’, o di ‘primo ministro’, vogliamo forse significare che queste persone siano le più vecchie o antiche di un teatro, di un balletto, di una orchestra o di un Gabinetto rispettivamente?  O non intendiamo, per l’appunto, che esse abbiano raggiunto con l’ingegno e con l’abilità quella posizione privilegiata?  E’ veramente questo il caso anche adesso:  nel linguaggio metaforico dantesco, il binomio «prima gente» indica quelle «alte creature» che torreggiano col proprio intelletto al di sopra di tutte le altre persone viventi nel «settentrional vedovo sito», ponendo se stesse nella condizione privilegiata di poter ‘vedere’ le Quattro Stelle non solo letteralmente (come avevano fatto Tolomeo, o come fa adesso il Protagonista vivente della Divina Commedia, che le vede anche fisicamente, dunque storicamente), ma anche allegoricamente, tropologicamente ed anagogicamente, essendo cultrici di quelle scienze (tutte assieme dette ‘Filosofia’) che avvicinano il genere umano all’essenza del Creatore e lo rendono «di poco inferiore agli angeli».32

10.

Da ciò risulta palese, finalmente, che la metafora delle «quattro stelle / non viste mai fuor ch’a la prima gente» risponde perfettamente alle esigenze poetico-rettoriche del senso letterale e dei sensi reconditi, anche se in Dante è sempre l’allegoria ad ottenere il sopravvento.  Infatti il poeta stesso dice e ripete che nell’allegoria si trova la «verità ascosa sotto bella menzogna», dunque nel senso allegorico va ricercata la ragione esistenziale dell’invenzione mostrata dal fittizio senso letterale, «ne la cui sentenza [leggi: precisione scenico-linguistica]  gli altri sono inchiusi, e senza lo quale sarebbe impossibile e inrazionale intendere a li altri».33 Vale a dire che il linguaggio del senso letterale e la situazione scenica presentata sono il primo ostacolo da superare, se si vuol procedere con successo al denudamento dei sensi reconditi e specialmente del senso allegorico, unico a contenere la «verità» storica del racconto, che nel caso di Dante è sempre la verità autobiografica.

Ciò non vuol dire che siano meno veritiere le implicazioni tropologiche e quelle anagogiche:  il fatto è che queste ultime non possono essere considerate storiche nel vero senso della parola, perché formano un corredo recondito ‘cerebrale’ rispetto a quello allegorico ‘palmare’ insito nelle Quattro Stelle.  Difatti è solo il senso allegorico a dirci che questi corpi siderei simboleggiano le quattro virtù cardinali, in quanto essi fregiano in maniera speciale la faccia dello stoico Catone:  e si sa bene che la Filosofia Stoica riconosceva soltanto le Virtù Cardinali (dunque diversamente dal Peripatetismo, che riconosceva anche altre Virtù Morali, Intellettuali e Divine).34

Per giungere alla tropologia ed alla anagogia del racconto, invece, bisogna effettuare una operazione molto più cerebrale, grazie alla quale si può capire che le Virtù Cardinali del senso allegorico sono pure principio di salvezza morale e di salvezza finale rispettivamente, anche se poi si rende necessario in entrambi i casi l’avvento delle Virtù Teologali.  Pertanto le implicazioni tropologico-anagogiche dipendono interamente dal significato allegorico che, a sua volta, è l’unico a mostrare la «verità», ossia la realtà storica nascosta dietro l’invenzione letterale (nel caso attuale, le Quattro Stelle).  Effettivamente il possesso o la messa in atto (ch’è lo stesso) delle Virtù Cardinali è qualcosa di ‘visibile’ finanche esteriormente («ne l’aspetto di fuori», dice Convivio IV xvii 12), e ben nelle persone che vi si conformano operando con prudenza, con giustizia, con coraggio e con temperanza.  Questa personale situazione virtuosa trapela e irradia da ogni azione, né più né meno di come la faccia di Catone dantesco emana «li raggi de le quattro luci sante».

La metafora costruita con l’aiuto delle Quattro Stelle risulta essere in coerenza con tutti gli elementi poetico-rettorici medioevali, dunque, giacché se nel senso allegorico era la «prima gente», ossia il gruppo degli Intellettuali, a saper approfittare più compiutamente del proprio Intelletto Possibile fino ad acquisire l’insieme delle Virtù Cardinali, è pur vero che nel senso letterale era ancora la «prima gente» a poter vedere le simboliche stelle.  Infatti soltanto le persone scientificamente ben preparate erano (e sono tuttora) in grado di fare o di comprendere i difficilissimi calcoli astronomici, dai quali si poteva dedurre (e quindi ‘vedere’) che nel cielo australe dovesse esserci un ordine siderale antiteticamente simile a quello del cielo boreale.  Tutto il resto della popolazione, cioè quello analfabeta o in altre faccende affaccendato, non sapeva assolutamente nulla di queste «quattro stelle», per il semplice fatto che non potesse vederle né fisicamente (cioè con gli occhi corporali) né metafisicamente (ossia con gli occhi intellettuali).  Anzi, proprio per quest’ultima ragione, Dante piazza la famosa esclamazione che ha deviato l’indagine esegetica di quasi sette secoli:

Oh settentrïonal vedovo sito,

poi che privato se’ di veder quelle!

«Privato» (ora si capisce meglio) per colpa dell’ignoranza, della presunzione e dell’incostanza intellettuale umane, i tre difetti che Dante sembra menzionare come causa della «selva oscura» o, meglio ancora, come causa del proprio arresto dinanzi alle Tre Fiere di If. I, delle quali la Lupa finale lo respinge «là dove ‘l sol tace» (v. 60).  Questi tre difetti, dunque, privano la stragrande maggioranza boreale della visione sia fisica sia metafisica delle simboliche Quattro Stelle, perché la distolgono dallo studio e le impediscono di acquisire per via filosofica (ossia ragionativa) le Virtù Cardinali, che sono quelle primariamente necessarie alla costituzione di un buon ordinamento politico-sociale.

Simile a questo è stato il ragionamento dantesco;  e lo si può dedurre con sicurezza dal Convivio, dove una delle prime frasi a venirci incontro è la seguente: «Veramente, da questa nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che dentro a l’uomo e di fuori da esso lui rimovono da l’abito di scienza».35 Se noi accettiamo il vocabolo «scienza» come sinonimo di «filosofia» (e sinonimo lo fu davvero per Dante, secondo Convivio III xi 16-8), ci accorgiamo allora che il difetto di «molti» abitanti dell’emisfero settentrionale è quello di non interessarsi minimamente degli studi filosofici, i quali permetterebbero di divenire ‘amici di sapienza’ e perciò anche capaci di ‘vedere’ le Quattro Stelle sia letteralmente (nei calcoli astronomici) sia allegoricamente (negli insegnamenti morali dei filosofi, dei teologi, dei poeti, ecc.).  Infatti non aveva già detto «Seneca morale» che la Filosofia può condurre verso Dio e le Virtù, che per uno Stoico come lui erano quelle Cardinali?36

Anche il Protagonista della Divina Commedia giunge a «riveder le stelle» grazie alla Filosofia, alias Scienza o Sapienza Razionale, proprio come Vergilio e specie come Catone, il quale non per altra ragione si vede tratto dal Limbo e collocato sotto il cielo australe.  La luce stellare che illumina la faccia dell’Uticense e dei due savi viaggiatori è pure luce di sapienza, che soltanto pochi personaggi della Storia Boreale sono riusciti ad acquisire, prima o dopo di Cristo.  Si tratta in effetti della stessa luce di cui parla Dante, in un luogo conviviale non molto distante da quello sopra riportato: «De l’abito di questa luce discretiva massimamente le populari persone sono orbate;  però che, occupate dal principio de la loro vita ad alcuno mestiere, dirizzano sì l’animo loro a quello per forza de la necessitate, che ad altro non intendono.  E però che l’abito di virtude, sì morale come intellettuale, subitamente avere non si può, ma conviene che per usanza s’acquisti, ed ellino la loro usanza pongono in alcuna arte e a discernere l’altre cose non curano,impossibile è a loro discrezione avere».37 Nondimeno (sempre secondo Dante) il più grande difetto del «settentrional vedovo sito» non era tanto di dedicarsi ai mestieri, che sono pur necessari all’umano sostentamento e perciò alla conservazione della specie, quanto di non dare retta neppure a coloro che avrebbero potuto offrire consigli morali, culturali, politici e religiosi maggiormente perfezionati.

L’esclamazione presente nei succitati versi purgatoriali, pertanto, si può esplicare molto meglio con le parole di Dante conviviale, non solo quelle già riportate, ma anche quelle che si leggono in Convivio III xv 17-8: «O peggio che morti, che l’amistà di costei [= la Sapienza] fuggite, aprite li occhi vostri e mirate:  che, innanzi che voi foste, ella fu amadrice di voi, acconciando e ordinando lo vostro processo;  e, poi che fatti foste, per voi dirizzare, in vostra similitudine venne a voi [= Cristo, simbolo di Sapienza].  E se tutti al suo conspetto venire non potete, onorate lei ne’ suoi amici [= profeti, filosofi, teologi, poeti morali, ecc.] e seguite li comandamenti loro, sì come quelli che nunziano la volontà di questa etternale imperatrice;  non chiudete li occhi a Salomone che ciò vi dice, dicendo che la via dei giusti è quasi luce splendiente, che procede e cresce infino al die de la beatitudine [= Eden ed Empireo danteschi];  andando loro dietro [= agli ‘amici di sapienza’], mirando le loro operazioni, che essere debbono a voi luce nel cammino di questa brevissima vita». 

A questo punto, si può capire e giustificare che la «prima gente» in grado di ‘vedere’ in tutti i sensi rettorici le Quattro Stelle delle Virtù Cardinali Acquisite non possa essere altra, se non quella formata dalle «alte creature» di questo mondo, ossia dai filosofi, dai teologi, dai grandi poeti e da tutti quegli Intelletti i quali, attraverso lo studio, sono riusciti a portarsi tanto in alto da poter dare consiglio e insegnamento al resto della popolazione.  Purtroppo (dice Dante nel segreto allegorico del suo ‘lamento’ purgatoriale) questa «prima gente» è così scarsamente distribuita ed ascoltata, che l’intero emisfero boreale sembra essersi attualmente trasformato in un «settentrional vedovo sito» incapace di discernere l’utilità e la necessità delle Virtù Cardinali simboleggiate dalle Quattro Stelle. Ma si prenda questa espressione poetica con un grano di sale, giacché anche in quel «vedovo sito» esistevano per lo meno cinque savi in possesso delle buone virtù civili. Un paese, dove su mille donne sposate novecentonovantacinque sono vedove, si può benissimo chiamare ‘un paese di vedove’, senza tener conto delle cinque donne tuttora fornite di marito.

11.

Non vorrei chiudere queste considerazioni, senza toccare la questione sorta fra i critici moderni, se Dante abbia immaginato queste stelle, oppure ne abbia conosciuto effettivamente l’esistenza.  A tal proposito mi sembra ragionevole dire che Dante, così come ha immaginato l’isola nel mare australe, similmente avrebbe potuto immaginare le 4 + 3 stelle nel cielo australe, di cui il primo gruppo ricorda a noi moderni la Croce del Sud.  Era un azzardo esclusivamente poetico-allegorico, il quale per tal motivo non è apparso temerario ai contemporanei del poeta, filosofi o teologi o astrologi che fossero: tutto il Medioevo intellettualistico partiva da una concezione astronomica tolemaica completamente accettata dalla Chiesa Cattolica, perché anch’essa vedeva nell’ordine siderale una simmetria divina (come appare già dal succitato passo di Pd. I 106-8).  Attraverso una dottrina così geometricamente impostata, non era arduo ai cultori di astronomia/astrologia  (e Dante lo era)  immaginare che sul Polo Sud esistessero per lo meno sette stelle, come esistevano sul Polo Nord nella costellazione dell’Orsa.  Neppure Tolomeo s’era mai portato personalmente al di sotto dell’Equatore, eppure egli aveva segnalato la presenza di infinite costellazioni australi, alcune delle quali dovevano avere molta simmetria antitetica con quelle boreali.  Questa era una probabilità che veniva accettata quasi come una certezza, perché scaturiva dalla teoria circa la perfetta posizione simmetrica degli astri e dei pianeti, ch’era stata caldeggiata fin dai tempi di Pitagora e di Platone.  La stessa geometrica simmetria antitetica di cui si serve Dante, nell’architettura del suo Aldilà e del suo poema, evidenzia l’effetto di una siffatta concezione sugli intelletti creativi medioevali.  Questi avevano immaginato l’Eden agli antipodi di Gerusalemme e l’Albero della Scienza agli antipodi del Golgota: per la fantasia allegorica di Dante era del tutto logico che questa meravigliosa antitesi si estendesse anche agli spazi siderei e portasse il marchio della Sapienza Divina.  Anche Dante è stato un tipico intelletto del Medioevo, e come tale egli «non ha mai dimenticato che qualunque cosa sarebbe assurda, se il suo significato si limitasse alla sua funzione immediata e alla sua forma fenomenica, e che tutte le cose si estendono per gran tratto nell’aldilà».38  In effetti il contrasto fra le stelle del Polo visibile e le eventuali stelle del Polo invisibile costituiva un’antitesi allegorica che il poeta polisemo non poteva lasciarsi sfuggire.  Certamente non è un caso fortuito se egli, nel Convivio, si sofferma ad avvertirci che il cielo stellato ha una grande similitudine con la Filosofia, giacché «per lo Polo che vedemo significa le cose sensibili, de le quali, universalmente pigliandole, tratta la Fisica; e per lo Polo che non vedemo significa le cose che sono sanza materia, che non sono sensibili, de le quali tratta la Metafisica».39

A mio giudizio, questo passo conviviale giustifica più della sola assenza di tangibilità nei riguardi delle Anime purgatoriali: esso giustifica anche l’ideologia tutta simbolicamente antitetica che ha guidato il poeta nella creazione del suo Oltretomba.  Pertanto mi sembra illogico chiedersi se egli ha saputo effettivamente della Croce del Sud, senza chiedersi ulteriormente se ha saputo della Nuova Zelanda e del Monte Cook ... Tutto fa parte della simmetrica antitesi geo-siderea che il poeta ha voluto immettere nella Divina Commedia, il poema « al quale ha posto mano e cielo e terra» (Pd. XXV 2).  Il fatto che sul Polo Sud esistano veramente quattro stelle  è uno di quei colpi di fortuna che, talvolta, si vedono cadere in sorte a qualche grande genio speculativo od operativo di questo mondo: si pensi pure a Jules Verne ed a Cristoforo Colombo.

Note

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1 Il saggio presenta un leggero rimaneggiamento dell’omonimo articolo comparso in <Testo> 29-30 (1995), pp. 72-103.  Tra i recensori della redazione originale: Marta Ceci, «Rassegna della letteratura italiana», s. 8ª, 100 (1996) , 2-3, p. 231.

2 Il saggio presenta un leggero rimaneggiamento dell’omonimo articolo comparso in <Testo> 29-30 (1995), pp. 72-103.  Tra i recensori della redazione originale: Marta Ceci, «Rassegna della letteratura italiana», s. 8ª, 100 (1996) , 2-3, p. 231.

3  Sul significato esoterico che Dante potrebbe aver visto nei numeri, ha scritto un estroso libretto anche J.J.GUZZARDO, Dante: Numerological Studies, New York 1987.

4 Dante espone in Convivio II 1  la propria concezione del polisenso retorico, però i critici non si sono ancora messi d’accordo né sul modo di interpretare il suo brano conviviale, né sul modo di interpretare la sua allegoria, la quale per tal motivo è stata soggetta a numerosi tentativi ermeneutici che vanno dal tipo ‘poetico’ al tipo ‘esoterico’ attraverso quello ‘religioso’.  Io mi attengo a una interpretazione allegorica che tiene il mezzo fra tutti questi indirizzi esegetici.

5  Io dubito che Inferno presenti tutti i sensi retorici, dal canto III al canto XXXIV, e sono invece incline a credere che ne mostri solamente tre (letterale, allegorico e tropologico), riuscendomi arduo vedere un senso anagogico nella calata del Protagonista verso Dite, azione che rappresenta l’antitesi di ciò che caratterizza l’anagogia, ossia un’ascesa verso Dio.  Io reputo nondimeno probabile che Dante abbia considerato ‘anagogico’ il preludio e il finalino della cantica (ossia la salita del Protagonista su per il «dilettoso monte» e la salita dello stesso per «riveder le stelle»), che sottintendono azioni di carattere possibilmente anagogico.

6 E.PARATORE avvertiva giustamente: «Si tenga presente che Dante ritiene possibile (e lo dimostra componendo il poema sacro con piena coscienza della sua eccezionalità) di fare arte superiore dopo aver assimilato i classici, mentre i veri umanisti non avrebbero mai osato pensare di poter far meglio dei maestri» (cfr. Tradizione e struttura in Dante, Firenze, Sansoni 1968, p. 68, n. 29).

7 La canzone Tre donne dovrebbe essere stata scritta intorno al 1310, secondo me, ed esterna in linguaggio metaforico il proponimento dantesco di scrivere in seguito poesia perfettamente polisema (io penso appunto al Purgatorio). Dalla nuova interpretazione allegorica delle Tre Donne consegue che il «Nilo» (v. 46), sulla cui «vergin onda» sarebbero nate, l’una dopo l’altra, Madonna Tropologia, Madonna Allegoria e Madonna Anagogia, simboleggi il Senso Letterale, alimentatore di tutti i sensi reconditi (onde cfr. Convivio II i 8-15).  Nel Medioevo, sui rapporti di parentela esistenti tra i vari sensi retorici circolavano parecchie metafore. Eccone un’altra similare, tramandataci dal retore-grammatico francese GARNIER DE ROCHEFORT (sec. XII-XIII): «Has namque quatuor intelligentias, videlicet historiam, allegoriam, tropologiam, anagogiam, quatuor Matris Sapientiae filias vocamus» (cfr. La vie et les ouvres de Prévostin, Kain-Belgio 1927, p. 118).

8 Cfr. DANTE, Convivio II xv 10: «Ond’è da sapere che per ‘Amore’, in questa allegoria, sempre s’intende esso Studio, lo quale è applicazione de l’animo innamorato de la cosa ne la cosa».  Cfr. pure ivi, III xii 2: «Per ‘amore’ intendo lo studio, lo quale io mettea per acquistare l’amore di questa donna (= la Filosofia).  Ove si vuole sapere che studio si può qui doppiamente considerare:  e uno ‘studio’ lo quale mena l’uomo a l’abito de l’arte e de la scienza, e un altro ‘studio’ lo quale ne l’abito acquistato adopera, usando quello».

9  Avverto che in quest’ultimo verso mi allontano dalla lezione «mirar» adottata da parecchi editori, tra i quali anche G. Petrocchi.  La variante «mirar » di alcuni Codici è stata spesso preferita, perché porta una sorta di elevazione stilistica nel contesto, dove in poco spazio di versi si leggono ancora «vidi» (23) e «viste» (24), con a breve distanza nuovamente «vidi» (31) e «vedea» (39).  Alcuni copisti, commentatori e critici hanno pensato di rendere un favore al poeta ed hanno quindi alleviato l’iterazione verbale (vd. a tal riguardo PETROCCHI, La ‘Divina Commedia’ secondo l’antica vulgata, cit., vol. III, p. 6 in nota).  Essi hanno dimenticato, forse, che Dante spesso si compiace di simili reiterazioni, talvolta nello stesso verso (si pensi a If. XIII 25: «cred’io ch’ei credette ch’io credesse», tanto per menzionare il caso più indicativo).  A mio parere, giusto la presenza di tanti deverbali similari in così poco spazio deve indurre a trattenere qui la forma infinitiva «veder», che si rinviene in quattro Codici dichiarati attendibili in altri casi (Laurenziano, Braidense, Riccardiano, Trivulziano).  Va rilevato che specie nel linguaggio dantesco i due verbi, nonostante i contrassegni sinonimici, trattengono ben diverse origini semantiche e differenti finalità metaforiche.  «Mirare» significa ‘guardare con curiosità, con stupore, con desiderio o con qualche altro intento dell’animo’, però non necessariamente con coscienza di ciò che si guarda; «vedere» significa invece ‘accorgersi ocularmente, rendersi conto di ciò che si guarda, discernere intellettivamente ciò che la vista propone’ (e di tutto questo si rinviene un chiarissimo esempio in Pg. VIII 46-8, dove Dante usa entrambi i verbi in successione, ma con diversa accezione:  «Solo tre passi credo ch’i’scendesse, /  e fui di sotto, e vidi un che mirava / pur me, come conoscer mi volesse»). Onde, siccome Dante si lagna appunto per il fatto che le Quattro Stelle, anzitutto nel loro valore allegorico, non sono ‘viste, conosciute o possedute’ da quasi nessuno dell’emisfero boreale, io giudico giustificato preferire la lezione «veder» alla lezione «mirar».

10             Cfr. SANT’AGOSTINO, Genesi ad litteram VIII 7. L’isolamento e l’inaccessibilità dell’Eden divennero assiomi rispettati da tutti gli scrittori ecclesiastici; onde cfr. ad esempio BEDA, Exameron I, Patr. Lat. 91, 43-4: «Nonnulli volunt quod in orientali parte orbis terrarum sit locus paradisi, quamvis longissimo interiacente spatio vel oceani vel terrarum, a cuntis regionibus quas nunc humanum genus incolit secretum; unde nec aquae Diluvii, quae totam nostri orbis superficiem altissime cooperuerunt, ad eum pervenire potueru­nt» ; e PIER LOMBARDO, Sententiarum, II, d. 17, Patr. Lat. 191-2 : «Unde volunt in orientali parte esse paradisum, longo interia­cente spatio vel maris vel terrae a regionibus quas incolunt homines secretum et in alto situm, usque ad lunarem circulum pertingen­tem; unde nec aquae Diluvii illuc pervenerunt» ;  ed ancora PIER MANGIADORE, Historia Scholastica, Patr. Lat. 198: «[Paradisus] est autem locus amenissumus longo terrae et maris tractu, a nostra habitabili zona secretus, adeo elevatus ut usque ad lunarem globum attingat» ;  e finalmente l’AQUINATE, Summa Theologiae  II-II, q. 164 a. 2 ad 5 : «[ ... ]  salvis spiritualis sensus mysteriis, locus ille praecipue videtur esse inaccessibilis propter vehementiam aestus in locis intermediis ex propinquitate solis».  Avverto che, nell’edizione originale cartacea del saggio, veniva suggerita una testimonianza libristica  abusiva.

11            Questa convinzione medioevale circa la centralità boreale di Gerusalemme traeva logicamente origine dalla Bibbia, Ezechiele 5,5: «Ista est Ierusalem: in medio gentium posui eam et in circuitu eius terras».

12            Le annotazioni di SAN GEROLAMO sulle divergenze della Vetus Italica rispetto all’originale ebraico sono raccolte nel Liber hebraicarum quaestionum in Genesim (Patr. Lat. 23-992).  Ecco quella relativa a Genesi 3, 24:: «Non quod ipsum Adam, quem eiecerat Deus, habitare fecit contra paradisum voluptatis; sed quod illo eiecto, ante fores paradisi Cherubim, et flammeum gladium posuerit ad custodiendum paradisi vestibulum, ne quis posset intrare».  Intorno a queste divergenze testuali, San Gerolamo ebbe un vivace scambio epistolare con Sant’Agostino, giungendo persino ad accusarlo di non volergli dar retta per gelosia. Infatti Sant’Agostino, pur prendendo atto della nuova traduzione geronimiana, s’era tuttavia schierato coi tradizionalisti, ma non per spirito di contraddizione o per gelosia, bensì per non disorientare i fedeli, anzitutto quelli africani sottoposti al suo episcopato (egli era vescovo di Ippona, in Numidia).

13             DANTE, Convivio III v 12.

14             Io ritengo probabile che Dante abbia letto gli scritti di DUNS  SCOTO (Opus Oxoniense  e  Reportata Parisiensa) appunto nella biblioteca dell’Università di Parigi, che il poeta avrebbe visitato intorno al 1310, stando a ciò che hanno tramandato Villani e Boccaccio.  Sennò in qualche biblioteca italiana, giacché la dottrina sviluppata da Scoto, specie quella intorno alla supremazia della Volontà sull’Intelletto, si rinviene più o meno intatta negli scritti danteschi.

15             Cfr. DANTE, TE, If.  XXXIV 127-32.

16             DANTE, TE, If. XIV 103-20.

17             Cfr. E.PROTO, Nuove ricerche sul Catone dantesco, <Giornale Storico della Letteratura Italiana> LIX (1912).

18             Dalla trattazione del PROTO (cit.) a quella di F. BRAMBILLA AGENO (Quattro stelle non viste mai ... , <Studi Danteschi> XLIV 1967); dalle considerazioni di F. VIVALDI (Qualche segreto della ‘Divina Commedia’, Firenze 1968) a quelle di V .SERMONTI (Il ‘Purgatorio’ di Dante, Milano 1990): tutti hanno riconosciuto le Virtù Cardinali nelle «quattro stelle», e Adamo ed Eva nella «prima gente».

19             L’ANGELITTI ne diede notizia nel <Bullettino della Società Dantesca> XXI (1914), pp. 185-211.

20             Il ROSSETTI ne scrisse nel suo Comento analitico al ‘Purgatorio’, curato e pubblicato da P.Giannantonio, Firenze 1966.  Ovviamente Tolomeo non menziona la Croce del Sud, né si attarda a riferire qualcosa di preciso in proposito, ma segnala tuttavia la presenza di molte costellazioni nel cielo australe, a somiglianza del cielo boreale.

21             Circa l’influsso esercitato da Pietro d’Abano sul pensiero dantesco vedasi, oltre al saggio basilare del DYROFF (Dante und Pietro d’Abano, <Philos. Jahrbuch der Görresgesellschaft> XXXIII, 1920), anche B.NARDI, Saggi di filosofia dantesca, Milano-Napoli 1930, pp. 40-65.

22             DANTE, Convivio II i 8.

23            Già pubblicato a parte (Bologna 1968), il saggio fu poi conglobato nel suo volume La poesia della ‘Divina Commedia’, Bologna 1978, p. 137 sgg.

24            DANTE, If. IV 119.

25            A tal riguardo cfr. AQUINATE, Summa  I-II, q. 62. a. 4 : «Sic enim caritas est mater omnium virtutum et radix, inquantum est omnium virtutum forma».  Ciò vale anche per le virtù ‘infuse’, secondo I-II, q. 65, a. 3: «Cum Charitate simul infunduntur omnes virtutes morales».  Va ricordato che l’Aquinate, pur distinguendo le quattro virtù cardinali (cfr. specialmente  Summa, I-II, q. 61 a. 2-3 res.), guardava comunque alla classificazione aristotelica, secondo cui le virtù cardinali sono genericamente virtù morali.

26          A tal riguardo, cfr. pure DANTE, Pd. XIII 34 sgg., dove l’anima di san Tommaso fa notare al Protagonista la differenza virtuosa fra Adamo e i suoi discendenti post-edenici.

27          A tal riguardo, vedasi almeno C. RICCI, L’ultimo rifugio di Dante, cur. E.Chiarini, Ravenna 1965; G. PETROCCHI, Vita di Dante, Bari 1983.  Peraltro anche il Buti e il Landino furono propensi ad accettare l’interpretazione di Pietro Alighieri, intendendo le «alte creature» dantesche come «gli angeli e gli uomini di alto intelletto».  Né mi sembra inopportuno ricordare qui anche l’Epistola ai Re d’Italia, par. 8: «[...] si simpliciter interest humanae apprehensioni, ut per motum celi Motorem intelligamus et eius velle»; frase che ribadisce la necessità di conoscere l’ordine siderale e perciò la scienza astronomica, per una migliore comprensione della sapienza e della possanza di Dio.

28           A tal riguardo, vedasi DANTE, Monarchia III xvi 7-8.

29           Cfr. DANTE, De vulgari eloquentia I xii 50 sgg. : «Si autem ipsum [vulgarem] accipere volumus secundum quod ab ore primorum Siculorum emanat».

30           Cfr. A.MONTEVERDI, ERDI, ERDI, Per una canzone di re Enzo, <Studi Romanzi> XXXI (1947), p. 46: «[Re Enzo] portò a Bologna la poesia. Di poesia a Bologna non v’è traccia [...] prima della venuta di Re Enzo. Con lui entrò a Bologna la poesia della scuola siciliana».

31           Un chiaro esempio di ascensione diretta in Empireo viene offerto dal caso dell’Aquinate, in Pg. XX 69:  «Ripinse al ciel Tomaso, per ammenda!».  Ma non solo i Santi salgono direttamente in Empireo, senza soggiorno purgatoriale: in verità tutti i personaggi indigeni del Paradiso hanno raggiunto il loro «sito decreto» senza passare attraverso il Purgatorio e l’Eden, giacché vi si trovano o per grazia divina o per meriti cristiani (ma resta inteso che la Grazia divina sia sempre necessaria).

32         Sarebbe il concetto estraibile da Monarchia I iv 2: «Et quia quemadmodum est in parte sic est in toto, et in homine particulari contingit quod sedendo et quiescendo prudentia et sapientia ipse perficitur, patet quod genus humanum in quiete sive tranquillitate pacis ad proprium suum opus, quod fere divinum est iuxta illud ‘minuisti eum paulo minus ab Angelis’, liberrime atque facillime se habet».

33          DANTE, Convivio II i 8.

34          Nel sistema filosofico aristotelico, le Virtù Cardinali (Consiglio, Giustizia, Fortezza e Temperanza) sono in effetti sconosciute come gruppo a parte, perché vengono trattate come semplici componenti delle undici Virtù Morali.  Fu proprio lo Stoicismo ad eleggerle e a trattarle come virtù fondamentali del vivere civile.

35          DANTE, Convivio I i 2.

36          Cfr. SENECA, Lettere a Lucilio, XVI: «Haec [Philosophia] adhortabitur, ut Deo libenter pareamus et fortunae contumaciter resistamus; haec docebit, ut Deum sequaris, feras casum».

37           DANTE, Convivio I xi 6.

38           J.HUIZINGA, L’autunno del Medioevo, trad. ital. Firenze 1966, p. 282. Non molto diversamente si esprimeva A.PAGLIARO: «niente è più estraneo alla coscienza medioevale di un'arte che sia fine a se stessa,  di una poesia che non porti all'interno di quella realtà soprasensibile» (Simbolo e allegoria nella ‘Divina Commedia’, <L'Alighieri> II, 1963, p. 3. )

39           DANTE, Convivio II xiv 9. Si rammenti che Dante partiva dalla suddivisione scolastica della Filosofia in Morale, Fisica e Metafisica.

 

 

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