Dante Alighieri

Rime

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[parte seconda]

                             XVI
[Com più vi fere Amor co' suoi vincastri]
Ad autore ignoto in risposta ad un componimento sconosciuto, sul mal d'amore che non pesa la sesta parte della dolcezza e del bene che l'amore stesso può dare all'uomo.

      Com più vi fere Amor co' suoi vincastri,
Più li vi fate in ubidirlo presto,
Ch'altro consiglio, ben lo vi protesto,
Non vi si può già dar: chi vuol, l'incastri.

      Poi, quando fie stagion, coi dolci impiastri
Farà stornarvi ogni tormento agresto,
Ché 'l mal d'Amor non è pesante il sesto
Ver' ch'è dolce lo ben. Dunque ormai lastri

      Vostro cor lo cammin per seguitare
Lo suo sommo poder, se v'ha sì punto
Come dimostra 'l vostro buon trovare;

      E non vi disviate da lui punto,
Ch'elli sol può tutt'allegrezza dare
E' suoi serventi meritare a punto.

                       XVII
[Sonetto, se Meuccio t'è mostrato]
Si pensa a Meo de' Tolomei da Siena, di cui si possiedono violente invettive contro la madre e il fratello; anche Cino da Pistoia gli ha indirizzato un sonetto

      Sonetto, se Meuccio t'è mostrato,
Così tosto 'l saluta come 'l vedi,
E va' correndo e gittaliti a' piedi,
Sì che tu paie bene accostumato.

      E quando se' con lui un poco stato,
Anche 'l risalutrai, non ti ricredi;
E poscia a l'ambasciata tua procedi,
Ma fa' che 'l tragghe prima da un lato;

      E di': «Meuccio, que' che t'ama assai
De le sue gioie più care ti manda,
Per accontarsi al tu' coraggio bono».

      Ma fa' che prenda per lo primo dono
Questi tuo' frati, e a lor sì comanda
Che stean con lui e qua non tornin mai.

                        XVIII
[De gli occhi de la mia donna si move]

      De gli occhi de la mia donna si move
Un lume sì gentil che, dove appare,
Si veggion cose ch'uom non pò ritrare
Per loro altezza e per lor esser nove:

      E de' suoi razzi sovra 'l meo cor piove
Tanta paura che mi fa tremare
E dicer: «Qui non voglio mai tornare»;
Ma poscia perdo tutte le mie prove:

      E tornomi colà dov'io son vinto,
Riconfortando gli occhi paurusi,
Che sentiêr prima questo gran valore.

      Quando son giunto, lasso, ed e' son chiusi;
Lo disio che li mena quivi è stinto:
Però proveggia a lo mio stato Amore.

                         XIX
[Ne le man vostre, gentil donna mia]

      Ne le man vostre, gentil donna mia,
Raccomando lo spirito che more:
E' se ne va sì dolente ch'Amore
Lo mira con pietà, che 'l manda via.

      Voi lo legaste a la sua signoria,
Sì che non ebbe poi alcun valore
Di poter lui chiamar se non: "Signore,
Qualunque vuoi di me, quel vo' che sia".

      Io so che a voi ogni torto dispiace:
Però la morte, che non ho servita,
Molto più m'entra ne lo core amara.

      Gentil mia donna, mentre ho de la vita,
Per tal ch'io mora consolato in pace,
Vi piaccia agli occhi miei non esser cara.

                         XIX
[Ne le man vostre, gentil donna mia]

      Ne le man vostre, gentil donna mia,
Raccomando lo spirito che more:
E' se ne va sì dolente ch'Amore
Lo mira con pietà, che 'l manda via.

      Voi lo legaste a la sua signoria,
Sì che non ebbe poi alcun valore
Di poter lui chiamar se non: "Signore,
Qualunque vuoi di me, quel vo' che sia".

      Io so che a voi ogni torto dispiace:
Però la morte, che non ho servita,
Molto più m'entra ne lo core amara.

      Gentil mia donna, mentre ho de la vita,
Per tal ch'io mora consolato in pace,
Vi piaccia agli occhi miei non esser cara.

                           XX
[E' m'incresce di me sì duramente]

      E' m'incresce di me sì duramente
Ch'altrettanto di doglia
Mi reca la pietà quanto 'l martiro,
Lasso, però che dolorosamente
Sento contro mia voglia
Raccoglier l'aire del sezza' sospiro
Entro 'n quel cor che i belli occhi feriro
Quando li aperse Amor con le sue mani
Per conducermi al tempo che mi sface.
Oimè, quanto piani,
Soavi e dolci ver' me si levaro,
Quand'elli incominciaro
La morte mia, che tanto mi dispiace,
Dicendo: «Nostro lume porta pace».

      «Noi darem pace al core, a voi diletto»,
Diceano a li occhi miei
Quei de la bella donna alcuna volta;
Ma poi che sepper di loro intelletto
Che per forza di lei
M’era la mente già ben tutta tolta,
Con le insegne d'Amor dieder la volta,
Sì che la lor vittoriosa vista,
Poi non si vide pur una fiata:
Ond'è rimasta trista
L'anima mia che n'attendea conforto,
E ora quasi morto
Vede lo core a cui era sposata,
E partir la convene innamorata.

       Innamorata se ne va piangendo
Fora di questa vita
La sconsolata, ché la caccia Amore.
Ella si move quinci sì dolendo,
Ch'anzi la sua partita
L'ascolta con pietate il suo fattore.
Ristretta s'è entro il mezzo del core
Con quella vita che rimane spenta
Solo in quel punto ch'ella si va via;
E ivi si lamenta
D'Amor, che fuor d'esto mondo la caccia;
E spessamente abbraccia
Li spiriti che piangon tuttavia,
Però che perdon la lor compagnia.

       L'imagine di questa donna siede
Su ne la mente ancora,
Là 've la pose quei che fu sua guida;
E non le pesa del mal ch'ella vede,
Anzi vie più bella ora
Che mai e vie più lieta par che rida;
E alza li occhi micidiali, e grida
Sopra colei che piange il suo partire:
«Vanne, misera, fuor, vattene omai».
Questo grida il desire
Che mi combatte così come sole,
Avvegna che men dole,
Però che 'l mio sentire è meno assai
Ed è più presso al terminar de' guai.

       Lo giorno che costei nel mondo venne,
Secondo che si trova
Nel libro de la mente che vien meno,
La mia persona pargola sostenne
Una passion nova,
Tal ch'io rimasi di paura pieno;
Ch'a tutte mie virtù fu posto un freno
Subitamente, sì ch'io caddi in terra,
Per una luce che nel cuor percosse:
E se 'l libro non erra,
Lo spirito maggior tremò sì forte,
Che parve ben che morte
Per lui in questo mondo giunta fosse:
Ma or ne incresce a quei che questo mosse.

       Quando m'apparve poi la gran biltate
Che sì mi fa dolere,
Donne gentili a cu' i' ho parlato,
Quella virtù che ha più nobilitate,
Mirando nel piacere,
S'accorse ben che 'l suo male era nato;
E conobbe 'l disio ch'era creato
Per lo mirare intento ch'ella fece;
Sì che piangendo dissi a l'altre poi:
«Qui giugnerà, in vece
D'una ch'io vidi, la bella figura,
Che già mi fa paura;
Che sarà donna sopra tutte noi,
Tosto che fia piacer de li occhi suoi».

       Io ho parlato a voi, giovani donne,
Che avete li occhi di bellezze ornati
E la mente d'amor vinta e pensosa,
Perché raccomandati
Vi sian li detti miei ovunque sono:
E 'nnanzi a voi perdono
La morte mia a quella bella cosa
Che me n'ha colpa e mai non fu pietosa.

                          XXI
[Lo doloroso amor che mi conduce]
Questa canzone è l'unica poesia in cui Dante fa esplicitamente il nome di Batrice (v. 14: "Per quella moro c'ha nome Beatrice".); la morte di Beatrice ha tolto e continua tuttora a togliere agli occhi la vera luce degli occhi.

       Lo doloroso amor che mi conduce
A fin di morte per piacer di quella
Che lo mio cor solea tener gioioso,
M'ha tolto e toglie ciascun dì la luce
Che avean li occhi miei di tale stella
Che non credea di lei mai star doglioso:
E 'l colpo suo, c'ho portato nascoso,
Omai si scopre per soverchia pena,
La qual nasce del foco
Che m'ha tratto di gioco,
Sì ch'altro mai che male io non aspetto;
E 'l viver mio (omai esser de' poco)
Fin a la morte mia sospira e dice:
«Per quella moro c'ha nome Beatrice».

       Quel dolce nome, che mi fa il cor agro,
Tutte fiate ch'i' lo vedrò scritto
Mi farà nuovo ogni dolor ch'io sento;
E de la doglia diverrò sì magro
De la persona e 'l viso tanto afflitto,
Che qual mi vederà n'avrà pavento.
Ed allor non trarrà sì poco vento
che non mi meni, sì ch'io cadrò freddo;
E per tal verrò morto,
E 'l dolor sarà scorto
Con l'anima che sen girà sì trista;
E sempre mai con lei starà ricolto,
Ricordando la gio' del dolce viso,
A che niente par lo paradiso.

       Pensando a quel che d'Amore ho provato,
L'anima mia non chiede altro diletto,
Né il penar non cura il quale attende;
Ché, poi che 'l corpo sarà consumato,
Se n'anderà l'amor che m'ha sì stretto
Con lei a Quel ch'ogni ragione intende;
E se del suo peccar pace no i rende,
Partirassi col tormentar ch'è degna,
Sì che non ne paventa;
E starà tanto attenta
D'imaginar colei per cui s'è mossa,
Che nulla pena avrà ched ella senta;
Sì che, se 'n questo mondo l'ho perduto,
Amor ne l'altro men darà trebuto.

       Morte, che fai piacere a questa donna,
Per pietà, innanzi che tu mi discigli,
Va' da lei, fatti dire
Perché m'avvien che la luce di quigli
Che mi fari tristo, mi sia così tolta:
Se per altrui ella fosse ricolta,
Falmi sentire, e trarrà' mi d'errore,
E assai finirò con men dolore.

                      XXII
[Di donne io vidi una gentile schiera]

       Di donne io vidi una gentile schiera
Questo Ognissanti prossimo passato,
E una ne venia quasi imprimiera,
Veggendosi l'Amor dal destro lato.

       De gli occhi suoi gittava una lumera,
La qual parea un spirito infiammato;
E i' ebbi tanto ardir ch'in la sua cera
Guarda', e vidi un angiol figurato.

       A chi era degno donava salute
Co gli atti suoi quella benigna e piana,
E 'mpiva 'l core a ciascun di vertute.

       Credo che de lo ciel fosse soprana,
E venne in terra per nostra salute:
Là 'nd'è beata chi l'è prossimana.

                    XXIII
[Onde venite voi così pensose?]

       Onde venite voi così pensose?
Ditemel, s'a voi piace, in cortesia,
Ch'i' ho dottanza che la donna mia
Non vi faccia tornar così dogliose.

       Deh, gentil donne, non siate sdegnose,
Né di ristare alquanto in questa via
E dire al doloroso che disia
Udir de la sua donna alquante cose;

       Avvegna che gravoso m'è l'udire:
Sì m'ha in tutto Amor da sé scacciato
Ch'ogni suo atto mi trae a ferire.

       Guardate bene s'i' son consumato,
Ch'ogni mio spirto comincia a fuggire,
Se da voi, donne, non son confortato.

                           XXIV
[«Voi, donne, che pietoso atto mostrate]

      «Voi, donne, che pietoso atto mostrate,
Chi è esta donna che giace sì venta?
Sarebbe quella ch'è nel mio cor penta?
Deh, s'ella è dessa, più non mel celate.

      Ben ha le sue sembianze sì cambiate,
E la figura sua mi par sì spenta,
Ch'al mio parere ella non rappresenta
Quella che fa parer l'altre beate».

      «Se nostra donna conoscer non pòi,
Ch'è sì conquisa, non mi par gran fatto,
Però che quel medesmo avvenne a noi.

      Ma se tu mirerai il gentil atto
De li occhi suoi, conosceraila poi:
Non pianger più, tu se' già tutto sfatto».

                      XXV
[Un dì si venne a me Malinconia]

      Un dì si venne a me Malinconia
E disse: «Io voglio un poco stare teco»;
E parve a me ch'ella menasse seco
Dolore e Ira per sua compagnia.

       E io le dissi: «Partiti, va' via»;
Ed ella mi rispose come un greco:
E ragionando a grande agio meco,
Guardai e vidi Amore, che venia

       Vestito di novo d'un drappo nero,
E nel suo capo portava un cappello;
E certo lacrimava pur di vero.

       Ed eo li dissi: «Che hai, cattivello?»
Ed el rispose: «Eo ho guai e pensero
Ché nostra donna mor, dolce fratello».

                      XXVI
          [A Forese Donati]
Il sonetto è dedicato a Forese Donati, fratello di Corso e Piccarda ed è il primo della famosa tenzone tra Dante e Forese. I sonetti, scritti tra il 1283, anno della morte del padre di Dante cui lo stesso Donati si riferisce, e il 1296, anno della morte dello stesso Forese. Il sonetto è imperniato sul tema della povertà e dell'impotenza sessuale.

      Chi udisse tossir la malfatata
Moglie di Bicci vocato Forese,
Potrebbe dir ch'ell'ha forse vernata
Ove si fa 'l cristallo, in quel paese.

       Di mezzo agosto la truovi infreddata:
Or sappi che de' far d'ogni altro mese...;
E non le val perché dorma calzata,
Merzé del copertoio c'ha cortonese.

       La tosse, 'l freddo e l'altra mala voglia
No l'addovien per omor' ch'abbia vecchi,
Ma per difetto ch'ella sente al nido.

       Piange la madre, c'ha più d'una doglia,
Dicendo: "Lassa, che per fichi secchi
Messa l'avre' 'n casa del conte Guido".

                      XXVII
          [A Forese Donati]
Risposta al sonetto L'altra notte mi venne una gran tosse, con cui forse Forese Donati (Bicci) ha risposto al sonetto precedente (n. XXVI), toccando i temi dell'ingordigia (che Dante tratta nel III cerchio dell'nferno, dove si trovano i golosi) e della ladroneria.

      Ben ti faranno il nodo Salamone,
Bicci novello, e' petti de le starne,
Ma peggio fia la lonza del castrone,
Ché 'l cuoio farà vendetta de la carne;

       Tal che starai più presso a San Simone,
Se tu non ti procacci de l'andarne:
E 'ntendi che 'l fuggire el mal boccone
Sarebbe oramai tardi a ricomprarne.

      Ma ben m'è detto che tu sai un'arte
Che, s'egli è vero, tu ti puoi rifare,
Però ch'ell'è di molto gran guadagno;

       E fa sì, a tempo, che tema di carte
Non hai, che ti bisogni scioperare;
Ma ben ne colse male a' fi' di Stagno.

                     XXVIII
              [A Forese Donati]
Risposta al sonetto Vai rivesti San Gal prima che dichi, con cui forse Forese Donati ha replicato al precedente sonetto di Dante (n. XXXVII). Al verso due compare Monna Tessa, o Contessa, madre di "Bicci" Forese Donati. Forese risponderà col sonetto Ben so che fosti figliuol d'Alaghieri, col quale termina la tenzone.

      Bicci novel, figliuol di non so cui
(S'i' non ne domandasse monna Tessa),
Giù per la gola tanta roba hai messa
Ch'a forza ti convien tòrre l'altrui.

       E già la gente si guarda da lui,
Chi ha borsa a lato, là dov'e' s'appressa
Dicendo: «Questi c'ha la faccia fessa,
È piuvico ladron negli atti sui».

      E tal giace per lui nel letto tristo,
Per tema non sia preso a lo 'mbolare,
Che gli appartien quanto Giosepp'a Cristo.

       Di Bicci e de' fratei posso contare
Che, per lo sangue lor, del malacquisto
Sanno a lor donne buon' cognati stare.

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© 1999 - by prof. Giuseppe Bonghi
E-mail: Giuseppe.Bonghi@mail.fausernet.novara.it
Ultimo aggiornamento: 05 dicembre 2006