Dante Alighieri

Monarchia

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Riassunto

Libro primo

Essendosi riproposto di svolgere un’opera di pubblica utilità trattando un argomento intentato da altri, vale a dire l’essenza della monarchia [I], Dante procede dapprima a una definizione generale dell’istituzione monarchica, detta "unicus principatus et super omnes in tempore vel in hiis et super hiis que tempore mensurantur" (cioè "principato unico che sta sopra tutti gli altri nel tempo, ossia domina tutte le questioni di ordine temporale"), secondariamente formula i tre quesiti che saranno oggetto del trattato, cioè se la monarchia sia necessaria al benessere dell’umanità, se l’ufficio di monarca spetti di diritto al popolo romano e se l’autorità imperiale dipenda da Dio direttamente o per tramite di quella pontificia [II].

Stabilito in via preliminare che il fine della società è quello di consentire all’uomo di tradurre in atto, sia sul piano speculativo sia quello pratico, la sua "potentia sive virtus intellectiva" [III] e accertato che la pace universale è la condizione necessaria per la realizzazione di questo fine, Dante dimostra l’opportunità che tale processo sia guidato da un singolo [IV-V], presentando, fra l’altro, la sottomissione delle varie strutture politiche (città, regni ecc.) a un unico monarca come un atto indispensabile per realizzare nella società mondana un ordinamento unitario che rispecchi quello celeste [V-IX].

"Auctoritas super partes", l’imperatore non solo è necessario per dirimere le controversie che possono sorgere tra i principi e i popoli [X], ma è anche l’unico che, essendo dotato di volontà perfetta e della maggiore potenza possibile, è in grado garantire il pieno esercizio della giustizia. L’estensione illimitata del territorio su cui esercita la propria giurisdizione rende infatti l’imperatore immune dalla passione della cupidigia, che Aristotele (nell’Etica nicomachea) considera il maggiore ostacolo alla giustizia [XI].

Una terza condizione, oltre alla pace e alla giustizia, necessaria all’uomo per attingere alla perfezione della propria natura è la libertà. Posto al vertice di tutti gli ordinamenti politici e legali (i quali sono concepiti proprio per assicurare all’individuo la sua indipendenza), l’imperatore è di fatto il ministro di tutti e, dunque, il primo garante della libertà dell’uomo [XII].

Dopo aver precisato che le competenze del potere imperiale sono di carattere generale, in quanto riguardano la sfera degli interessi universali della collettività [XIII-XIV], e che il benessere degli uomini dipende dalla loro concordia (quest’ultima realizzabile solo quando un’unica volontà, quella del monarca, regola e dirige verso un’unica meta quelle degli altri) [XV], Dante conclude il primo libro adducendo come prova suprema della necessità della monarchia universale il fatto che Cristo attese a incarnarsi che il mondo avesse raggiunto l’unità politica sotto l’impero romano al tempo di Augusto [XVI]. 

Libro secondo

Accingendosi a trattare la seconda questione proposta, cioè se l’impero universale spetti di diritto al popolo romano, Dante informa il lettore che un tempo aveva creduto che i discendenti di Enea fossero divenuti signori del mondo solo in virtù dei loro successi militari, mentre poi si era convinto che la supremazia delle armi romane era stata voluta dalla stessa Provvidenza divina, circostanza quest’ultima che rendeva senz’altro legittimo il primato di Roma [I]. Asserita dunque l’identità di "ius" e "divina voluntas", Dante si dispone a illustrare i "segni", rinvenibili nella Sacra Scrittura e nella storia antica, che mostrano l’impero romano come frutto di un disegno divino [II]. Nobile più di ogni altro popolo, in quanto disceso da un capostipite illustre più di ogni altro uomo, sia per natura che per stirpe, come fu Enea [III], il popolo romano, la cui affermazione fu accompagnata da una serie di eventi prodigiosi (l’ancile caduto dal cielo, l’oca capitolina ecc.) [IV], perseguì sempre il bene comune, che è il fine del diritto, dimostrando così la legittimità del suo potere (quest’ultimo conforme anche alle leggi di natura le quali impongono che un popolo domini sugli altri) [V-VI]. Dopo aver affermato che il volere divino si manifesta anche nell’esito di alcune prove, come le gare o le competizioni armate (purché condotte nel rispetto di certe condizioni) e che, dunque, quanto si acquista in duello o in combattimento si acquista col diritto, Dante dichiara legittimo il potere romano sugli altri popoli, in quanto tale potere fu conseguito appunto per giudizio divino. Alla meta dell’impero, del resto, la storia romana era giunta attraverso una lunga serie di giusti duelli, a cominciare da quello che aveva contrapposto Turno a Enea [VII-X]. La legittimità dell’impero romano, riconosciuta dallo stesso Cristo che si lasciò censire secondo il decreto di Augusto [XI], è provata infine da un argomento di ordine teologico: se il potere di Roma sul mondo intero fosse stato illegittimo, la morte di Cristo, decretata dalla legge romana, non avrebbe potuto redimere il peccato originale dell’intera umanità (il che sarebbe contrario a uno dei più importanti dogmi della Chiesa) [XII]. 

Libro terzo

Venendo al terzo quesito del trattato, cioè se il potere dell’imperatore derivi da Dio o dal pontefice, Dante dichiara che fra gli avversari della sua teoria ignorerà, oltre a quelli in mala fede, i cosiddetti Decretalisti (ignari di filosofia e di teologia), mentre prenderà in considerazione soltanto coloro che si oppongono all’autorità imperiale per amore sincero della Chiesa [I-III]. Gli argomenti addotti da questi ultimi a sostegno della superiorità del papa sull’imperatore sono tratti sia dalla Bibbia sia dalla storia antica. Il primo di questi argomenti paragona il pontefice e l’imperatore rispettivamente al sole e alla luna: come l’astro minore splende della luce riflessa dell’altro, così il potere temporale deriva il suo fondamento da quello spirituale. Dopo aver osservato che anche la luna ha una sua propria luce e che, perciò, anche l’autorità imperiale ha una sua indipendenza da quella spirituale [IV], Dante passa a esaminare la seconda argomentazione dei suoi avversari, i quali pretendono che la primogenitura di Levi rispetto a Giuda, simboli l’uno del potere spirituale l’altro di quello temporale, stia a rappresentare la superiorità dell’auctoritas pontificia su quella imperiale, interpretazione contestata dal poeta in base al fatto che precedenza di nascita non significa precedenza nell’autorità [V]. Ugualmente non decisivi sembrano gli altri argomenti prodotti a favore del primato del pontefice. Se è vero, infatti, che il re degli Ebrei Saul fu prima eletto e poi deposto dal sommo sacerdote Samuele, è vero altresì che questi non fu vicario di Dio, ma semplice procuratore, provvisto di un’autorità limitata e circoscritta nel tempo [VI]. Considerato, d’altra parte, che non tutto ciò che è dovuto a Cristo è dovuto al suo vicario (il quale non può avere un potere equivalente a quello di colui che lo ha investito), ai fini della dimostrazione che si intende svolgere appare irrilevante il rimando dei sostenitori della supremazia della Chiesa al dono, fatto dai Magi a Cristo, di oro e incenso, attributi tradizionali dell’autorità regia e di quella spirituale [VII]. Riferito, poi, al solo ufficio spirituale il potere simboleggiato dalle due chiavi attribuite a san Pietro e contestato che le due spade che il primo apostolo disse a Cristo di avere presso di sé nel giardino del Getsemani rappresentino i due poteri [VIII-IX], Dante giunge al cuore del dibattito, evocando l’evento storico dal quale si faceva dipendere il primato della Chiesa sull’Impero. Secondo i fautori della legittimità del potere temporale dei papi la donazione di Roma, fatta da Costantino a Silvestro I, aveva comportato la cessione delle prerogative imperiali al pontefice, tanto che da allora nessuno aveva potuto assumere legittimamente il titolo di imperatore senza l’investitura del papa, a cui dunque restava soggetto. A tale argomento Dante oppone l’osservazione che né Costantino aveva il potere di alienare i diritti e le prerogative imperiali (dato che nessuno può valersi dell’ufficio affidatogli per compiere atti contrari a esso), né Silvestro aveva il diritto di accettare tali prerogative, e ciò in virtù del divieto evangelico che impediva alla Chiesa di possedere qualsiasi tipo di ricchezza [X]. Negato poi che l’usurpazione sia fonte del diritto e che quindi il conferimento della dignità imperiale da parte di papa Adriano a Carlo Magno abbia reso la Chiesa legittima dispensatrice dell’autorità temporale [XI], Dante si dispone a dimostrare dapprima l’indipendenza dell’autorità imperiale rispetto a quella della Chiesa, successivamente la dipendenza del potere dell’imperatore direttamente da Dio. Per quanto attiene alla prima fase della dimostrazione, dopo aver dichiarato che la virtù dell’Impero era già interamente operante prima dell’esistenza della Chiesa, alla quale né Dio né gli uomini hanno mai attribuito poteri temporali [XII-XIV], Dante ricorda che Cristo stesso negò di fronte a Pilato che il suo regno fosse di questo mondo [XV]. Passando alla seconda parte della dimostrazione, Dante osserva che l’uomo, essendo provvisto di una duplice natura, fisica e spirituale, ha pure un duplice fine da realizzare, quello cioè della felicità terrena e quello della felicità eterna (da raggiungere attraverso l’esercizio l’una delle virtù morali e intellettuali l’altra delle virtù teologali). In virtù del loro ruolo di guide degli uomini lungo i percorsi che conducono alla realizzazione delle due felicità, sia il papa sia l’imperatore ricevono il loro potere direttamente da Dio. Il trattato si conclude con l’osservazione che l’indipendenza dei due poteri non impedisce che il principe romano possa, anzi debba usare verso il pontefice quella riverenza che il figlio primogenito deve al padre, e ciò in virtù del fatto che la felicità terrena è funzionale al conseguimento di quella eterna [XVI].

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 04 ottobre 2007