Dante Alighieri

Epistole

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Riassunto

I

[primavera 1304]

Scritta a nome dei fuoriusciti fiorentini di parte bianca e del loro capitano generale (Alessandro da Romena) a Niccolò Albertini da Prato, vescovo di Ostia e Velletri, nonché legato apostolico a Firenze (dove era stato incaricato da Benedetto XI di tentare una riconciliazione tra Bianchi e Neri), la lettera, che risponde a una missiva del cardinale, esordisce scusando il proprio ritardo, causato non da ignavia o negligenza, ma dalla necessità di concordare all’interno della Fraternitas dei Bianchi una risposta comune all’ambasciatore del pontefice. Dopo aver dichiarato di aver preso le armi contro Firenze solo per difendere la libertà e la pace dei suoi abitanti, libertà e pace che agli esuli stanno a cuore tanto quanto al cardinale, Dante ringrazia l’Albertini per la sua opera di mediazione, meritevole di ricompense celesti, assicurandolo che egli e i suoi compagni sono pronti a porre fine alle ostilità in qualsiasi momento. La lettera, che preannuncia un’altra risposta di carattere ufficiale, si conclude con una professione d’obbedienza incondizionata degli esuli nei confronti del cardinale.

II

[1304]

In questo epistola, indirizzata a Oberto e Guido dei Conti Guidi, Dante esprime il suo cordoglio per la morte di Alessandro da Romena, zio dei due destinatari, nonché signatario, insieme al poeta e agli altri esuli di parte bianca, della lettera scritta al cardinale Albertini (Ep. I). Dopo aver lodato la magnificenza e le altre virtù del defunto capitano generale degli esuli bianchi, virtù veramente all’altezza del motto di cui si fregiava il suo eroico blasone ("scuticam vitiorum fugatricem ostendimus") e ora adeguatamente rimunerate nei cieli, Dante invita al lutto il casato dei Guidi, i sudditi e gli amici dello scomparso. Tra questi ultimi il poeta include anche sé stesso, che nell’amicizia con il capitano generale aveva trovato un grande conforto alle proprie sventure. Esortati Oberto e Guido a consolarsi della perdita di Alessandro, considerando la beatitudine eterna a cui egli è approdato, Dante invita i suoi interlocutori a raccogliere l’eredità morale del defunto e si congeda scusandosi per non aver potuto partecipare alle esequie dell’amico, a causa dello stato di povertà in cui lo ha gettato l’esilio.

III

[1304-1306]

La lettera, comitatoria del sonetto Io sono stato con Amore insieme, risponde a un testo di Cino da Pistoia, Dante, quando per caso s’abbandona, che interroga il poeta "utrum de passione in passionem possit anima transformari ... secundum eandem potentiam et obiecta diversa numero sed non specie" (cioè "se l’anima possa passare da una passione a un’altra .... secondo la stessa potenza e per oggetti diversi di numero ma non di specie"). Ringraziato il suo interlocutore per avergli offerto la possibilità di accrescere la propria fama, chiamandolo a rispondere a un quesito molto dibattuto, Dante ammette che la passione per un oggetto possa affievolirsi e infine estinguersi, contemporaneamente al formarsi, nell’anima, dell’amore per un altro oggetto. Per dimostrare ciò il poeta ricorre a un sillogismo, le cui premesse, maggiore e minore, dichiara di lasciare alla dimostrazione di Cino: ogni potenza che non si esaurisce con l’estinzione di un atto si conserva naturalmente per un altro; le potenze sensitive, permanendo l’organo, non si esauriscono col cessare di un solo atto e si riservano naturalmente per un altro; poiché la potenza del desiderio, che è la sede dell’amore, è una delle potenze sensitive è evidente che dopo l’estinguersi di una passione tale potenza rimane disponibile per un’altra passione. Rinviando per un’adeguata esemplificazione ad alcuni brani delle Metamorfosi ovidiane (III 611; IV 192), Dante invita l’amico a sopportare con paziente rassegnazione le avversità della Fortuna, leggendo Seneca e meditando sul versetto evangelico (Johannes xv 19) "Si de mundo fuissetis, mundus quod suum erat diligeret".

IV

[1306 c.]

Scritta a Moroello Malaspina, marchese di Lunigiana, presso il quale Dante aveva trovato ospitalità per un certo tempo, la lettera accompagna la canzone Amor, da chel convien pur ch’io mi doglia, illustrandone le circostanze della composizione. Dopo aver dichiarato che scopo dell’epistola è quello di manifestare la sua devozione al marchese, nonché di evitare che false dicerie e discorsi riferiti con errori e malintesi possano farlo apparire negligente nei confronti del suo signore, Dante racconta che, ritornato sulle rive dell’Arno dopo il suo soggiorno presso il Malaspina, Amore si era impadronito di lui mettendo fine al suo "propositum illud laudabile quo a mulieribus suisque cantibus astinebat", e governandolo nel modo che illustra la canzone.

V

[settembre-ottobre 1310]

Indirizzata dall’"humilis ytalus Dantes Alagherii florentinus et exul immeritus" agli "universis et singulis Ytalie Regibus et Senatoribus alme Urbis nec non Ducibus Marchionibus Comitibus atque Populis", la lettera, dopo aver annunciato l’avvento di una nuova èra di pace e di giustizia, invita l’Italia a rallegrarsi per l’imminente discesa del suo sposo, il neoeletto imperatore Arrigo VII, il quale porrà riparo alle discordie intestine che la affliggono. Biasimata la barbarie della stirpe lombarda, ribelle al potere imperiale, Dante esorta gli italiani ad assecondare la venuta del nuovo "Hectoreus pastor", la cui autorità discende direttamente da Dio, come dimostra la storia stessa dell’impero romano, giunta al suo apice in quei dodici anni della pax augustea che la divina Provvidenza aveva predisposto per l’incarnazione di Cristo. Ricordando che lo stesso Figlio di Dio "quasi dirimens duo regna, sibi et Cesari universa distribuens, alterutri iussit reddi que sua sunt", Dante invita a onorare in Arrigo VII colui che lo stesso papa Clemente V (con l’enciclica Exultet in terris) illumina della luce della sua apostolica benedizione.

VI

[31 marzo 1311]

Composta nella medesima occasione a cui si riferisce la lettera precedente, questa epistola, diretta agli "scelestissimis Florentinis intrinsecis", esordisce ricordando che l’impero romano fu predisposto dalla Maestà Divina per assicurare agli uomini una società ordinata e pacifica, circostanza provata dal fatto che quando il seggio imperiale è vacante l’intero genere umano esce dal retto cammino e l’Italia cade in preda a laceranti lotte intestine. Rivolgendosi poi direttamente ai Fiorentini che, vittime della loro insaziabile cupidigia, si rifiutano di fare atto di sottomissione ad Arrigo VII e si preparano a opporgli resistenza armata, Dante invita i suoi concittadini a desistere dai loro empi propositi, ammonendoli sulla punizione riservata da Dio a chi contrasta la sua volontà. Dopo aver contestato il fatto che la lunga latitanza del potere imperiale in Italia possa decretarne la caduta in prescrizione, Dante mette in guardia Firenze dalla vendetta dell’imperatore, preannunciandole le molteplici devastazioni di un lungo assedio (distruzioni, incendi, eccidi, carestie ecc.) e di una infausta capitolazione (prigionia, esilio ecc.). Ricordato, infine, che la vera libertà consiste nella lieta e spontanea sottomissione alle leggi dell’impero, fatte a immagine della "iustitia naturalis", Dante inveisce contro la miserabile stirpe fiesolana, a cui profetizza una imminente seconda distruzione (dopo quella attribuita dalla tradizione ad Attila, re degli Unni). La lettera, che esorta i Fiorentini a pentirsi per tempo della loro folle presunzione, si chiude con la seguente sottoscrizione, recante la data cronica e topica: "Scriptum pridie Kalendas Apriles in finibus Tuscie sub fontem Sarni, faustissimi cursus Henrici Cesaris ad Ytaliam anno primo".

VII

[17 aprile 1311]

Ultimo elemento del trittico epistolare legato alla discesa di Arrigo VII in Italia, questa lettera, scritta dall’"exul immeritus" a nome suo e degli altri fuoriusciti fiorentini (definiti "omnes Tusci qui pacem desiderant"), si rivolge direttamente all’imperatore, salutandolo come sole a lungo bramato, sorto a segnare l’alba di un’èra finalmente felice. Dopo aver ricordato ad Arrigo che la giurisdizione del suo impero si estende per diritto naturale su tutte le terre del pianeta e che lo stesso Cristo, sottomettendosi al censimento della popolazione decretato dall’editto di Augusto, sancì la legittimità del potere imperiale, Dante esorta il principe romano, allora intento a sedare la rivolta di alcune città lombarde, affinché rotto ogni indugio scenda risolutamente in Toscana per estirpare la vera radice di quella ribellione, annidata nella città di Firenze. Questa, infatti, non solo fomenta l’insurrezione delle altre città italiane contro l’imperatore, come una pecora infetta che contagia il gregge del suo padrone ("languida pecus gregem domini sui sua contagione commaculans"), ma cerca anche di seminare discordia tra lui e il pontefice. La lettera, che si chiude con l’auspicio di un prossimo rientro degli esuli nella città toscana, finalmente ricondotta sotto il vessillo augusteo, reca la sottoscrizione "scriptum in Tuscia sub fonte Sarni XV Kalendas Maias, divi Henrici faustissimi cursus ad Ytaliam anno primo".

VIII

[maggio-autunno 1311]

Diretta a Margherita di Brabante, moglie di Arrigo VII, questa lettera fu scritta da Dante per conto di Gherardesca, figlia di Ugolino, nonché moglie del conte Guido da Battifolle. Rispondendo a una missiva dell’imperatrice che la informava dei successi della campagna militare italiana del consorte, Gherardesca si rallegra per la fortuna che arride alla coppia imperiale, augurandosi che la Provvidenza divina conceda un prospero seguito ai felici esordi del loro regno. La lettera si chiude invocando sulla contessa la protezione e la benevolenza di Margherita.

IX

[maggio-autunno 1311]

In questa lettera, scritta sempre a nome della contessa di Battifolle in risposta a un’altra missiva dell’imperatrice, Gherardesca, dopo aver ringraziato Margherita per l’onore che le ha fatto informandola dello stato di salute suo e del consorte, invoca sulla maestà imperiale la ricompensa divina per la sua benevolenza, augurando alle imprese dell’imperatore un esito conforme alle sue aspettative.

X

[18 maggio 1311]

Scritta ancora per conto di Gherardesca di Battifolle in risposta a una terza epistola dell’imperatrice, questa lettera, come le precedenti, esprime il compiacimento di Gherardesca per il felice svolgimento dell’impresa di Arrigo VII, rammentando peraltro all’augusta corrispondente la fedeltà del suo casato alla famiglia imperiale. L’epistola, nella quale la contessa adempiendo a una richiesta di Margherita riferisce all’imperatrice circa lo stato di salute dei propri congiunti, si conclude con la sottoscrizione "Missum de Castro Poppii XV Kalendas Iunias, faustissimi cursus Henrici Cesaris ad Ytaliam anno primo".

XI

[maggio-giugno 1314]

Indirizzata ai cardinali italiani riuniti nel conclave che avrebbe portato all’elezione di Giovanni XXII (1316), la lettera, che si apre con la citazione di un versetto delle Lamentazioni di Geremia (I, i), esordisce paragonando la Gerusalemme assediata e distrutta, pianta dal profeta, a Roma, la sede apostolica consacrata dal sangue dei santi Pietro e Paolo, ma abbandonata dai pontefici dopo il trasferimento di Clemente V ad Avignone. Denunciato lo scherno di cui è fatto oggetto il culto cristiano da parte degli infedeli, dei giudei e dei pagani a causa dell’esilio del papato in terra di Francia, Dante accusa i cardinali di aver condotto il carro della Chiesa fuori dalla via tracciata da Cristo e rammenta loro la punizione divina che li attende. Pur riconoscendosi ultima pecora del gregge cristiano, il poeta confida di poter suscitare con le sue rampogne sentimenti di vergogna e di pentimento in quei pastori della Chiesa che sono animati, non dalla giustizia o dalla carità, bensì dalla cupidigia. Dopo aver dichiarato che il suo sdegno è condiviso da molti, rinnova ai propri interlocutori l’invito a pentirsi e, rivolgendosi in particolare ai cardinali romani (Napoleone Orsini, Francesco Gaetani, Jacopo e Pietro Colonna), cerca di muoverli a compassione per la sorte della loro città natale. Infine, rimproverati Napoleone Orsini e Jacopo Gaetano Stefaneschi per aver assecondato, in nome d’interessi personali, il trasferimento della sede pontificia in Francia, Dante invita i cardinali italiani a fare ammenda delle loro colpe adoperandosi per riportare a Roma la sede del papato.

XII

[maggio 1315] 

In questa epistola, diretta al cosiddetto "amico fiorentino" (che l’appellativo di pater riservatogli dal poeta consente di identificare in un religioso), Dante ringrazia il destinatario per essersi prodigato in favore del suo rientro a Firenze. Riassunte brevemente le condizioni imposte ai fuoriusciti per la revoca del provvedimento d’esilio e per la reintegrazione nei loro diritti civili e politici (pagamento di una multa e oblazione di sé a San Giovanni durante una pubblica cerimonia), Dante rifiuta con sdegno la proposta dell’amico, giudicandola lesiva della sua dignità. Dopo aver dichiarato di essere disposto ad accettare qualsiasi altro accordo in grado di salvaguardare il suo onore e la sua fama, Dante conclude di esser comunque pronto a non fare più rientro in patria se non si troverà una soluzione che egli possa considerare onorevole.

XIII

[1316 c.]

Indirizzata a Cangrande della Scala, signore di Verona, nonché vicario imperiale di Arrigo VII dal 1311, la lettera, firmata da "Dantes Alagherii florentinus natione non moribus", esordisce raccontando al destinatario come il poeta, colpito dalla fama dello Scaligero (che riteneva eccessiva) si fosse recato a Verona, dove, ricoperto dai favori di Cangrande, aveva potuto constatare che i meriti di quel signore erano di gran lunga superiori alla sua magnifica reputazione. Professatosi amico del suo benefattore (malgrado la disparità delle loro condizioni), Dante dichiara di voler donare a Cangrande, in cambio dei benefici ricevuti, la cantica della Commedia denominata Paradiso, che il poeta con la presente lettera intitola, offre e raccomanda allo Scaligero. Ciò premesso, Dante inizia a stendere un’introduzione all’opera che intende offrire a Cangrande. Stabilito che per introdurre degnamente il Paradiso occorre presentare il tutto di cui è parte, cioè la Commedia, si enunciano i sei aspetti che si devono indagare nei principi di un’opera dottrinale, vale a dire soggetto, autore, forma, fine, titolo e genere della sua dottrina; successivamente si indicano in tre di essi (soggetto, forma, titolo) gli elementi che variano per il Paradiso rispetto al resto dell’opera. Precisato poi che due sono i livelli di significato della Commedia, letterale e sovraletterale (quest’ultimo detto anche allegorico o morale o anagogico), Dante dà un saggio delle due chiavi di lettura nell’esegesi del salmo In exitu Israel de Egipto [Ps. 123]. Passando poi alla Commedia, si precisa che il soggetto dell’opera preso letteralmente è lo "status animarum post mortem simpliciter sumptus", preso allegoricamente è l’"homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem iustitie premiandi et puniendi obnoxius est". Per quanto riguarda la forma, si distingue la forma del trattato dalla forma del trattare. La forma del trattato si esplica in una triplice divisione, essendo l’opera ripartita in tre cantiche, ogni cantica in canti, ogni canto in gruppi ritmici. Il modo di trattare è invece molteplice e, più esattamente, "poeticus, fictivus, descriptivus, digressivus, transumptivus, et cum hoc diffinitivus, divisivus, probativus, improbativus et exemplorum positivus". Ricondotto il titolo di Commedia a "comos" + "oda", vale a dire a "canto del villaggio" ("cantus rusticus"), si presenta la commedia come un genere di narrazione diverso dalla tragedia ("tragos" + "oda", cioè "cantus hircinus", "canto caprino") sia sotto l’aspetto della materia (in quanto "tragedia in principio est admirabilis et quieta, in fine seu exitu est fetida et horribilis", mentre la commedia "inchoat asperitatem alicuius rei, sed eius materia prospere terminatur"), sia sotto l’aspetto dell’espressione (dato che alla tragedia si conviene una elocuzione elevata e sublime, alla commedia dimessa e umile). Appropriato, dunque, è il titolo di Commedia dato a quest’opera, che "si ad materiam respiciamus, a principio horribilis et fetida est, quia Infernus, in fine prospera, desiderabilis et grata, quia Paradisus"; mentre per quanto attiene al "modus loquendi" esso è "remissus ... et humilis, quia locutio vulgaris in qua et muliercule comunicant". Scendendo poi a trattare del Paradiso, si precisa che il soggetto della cantica in senso letterale è lo stato delle anime beate dopo la morte, in senso allegorico è l’uomo che con il suo buon operato si rende meritevole dei premi celesti. La forma del trattato è duplice, essendo soltanto due i livelli di divisione, in canti e in gruppi ritmici. Passando poi a indagare il fine dell’opera, tralasciate le distinzioni possibili tra un fine prossimo e uno remoto, si dichiara che "finis totius et partis est remore viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis"; mentre per quanto riguarda il genere di dottrina ("genus phylosopie") secondo il quale si procede esso è indicato nella morale, essendo il fine dell’opera pratico e non speculativo. Iniziando l’esposizione letterale del testo si divide il Paradiso in prologo (I 1-36) e parte esecutiva (I 37 sgg.). Precisato, sulla scorta della Retorica aristotelica, che "prologo" e non "esordio" è il nome dell’incipit di un testo poetico (mentre "proemio" è quello di un testo in prosa e "preludio" quello di una musica), si individua all’interno dell’esordio poetico, accanto all’indicazione della materia dell’opera, l’invocazione "a substantibus superioribus" (ad Apollo in Par. I 13-36), dopodiché si afferma che nella prima parte del prologo i dettami della retorica ciceroniana (De inventione I xx 15) richiedono che si renda l’ascoltatore benevolo, attento e docile. Trattate alcune questioni relative al diverso grado di splendore della gloria di Dio nell’universo (I 1-3) e all’esperienza del "trasumanar" (I 70) e delle difficoltà memoriali a essa connesse (vv. 8-9), si ritorna all’invocazione che viene divisa in due parti: la prima dove si chiede invocando (vv. 13-21), la seconda dove si persuade Apollo ad accordare il suo aiuto al poeta in vista di una ricompensa (vv. 22-36). Dopo aver ulteriormente distinto nella prima parte dell’invocazione la richiesta d’aiuto (vv. 13-15) dalla spiegazione della necessità di tale aiuto (vv. 16-21), si rimanda ad altra occasione un’esposizione più dettagliata della seconda parte dell’invocazione. Infine, passando alla parte esecutiva del Paradiso, si dice semplicemente che il racconto procede saltando di cielo in cielo e illustrando la gloria delle anime beate a cui vengono poste molte domande.

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Ultimo aggiornamento: 04 ottobre 2007