Dante Alighieri

Ecloghe

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Riassunto

Dantis Alagherii Iohanni de Virgilio. 

Ecloga I

Scritta in risposta a un carme di Giovanni del Virgilio, professore allo studio di Bologna, carme nel quale si invitava il poeta a comporre opere in latino su argomenti tratti dalla storia contemporanea, l’ecloga racconta, servendosi del codice pastorale che le è proprio, come Titiro (Dante) avesse ricevuto il carme di Mopso (Giovanni) mentre si trovava a pascere caprette insieme a Melibeo (l’esule fiorentino Dino Perini). Interrogato da quest’ultimo sul contenuto del testo di Mopso, Titiro risponde dapprima in maniera evasiva. Richiesto allora da Melibeo che gli apprenda le melodie di Mopso affinché egli le canti alle sue caprette, Titiro rivela al compagno che Melibeo lo invita presso di sé a coltivare le sacre frondi di Apollo. Rispondendo ancora all’amico che gli chiede se intende rinunciare alla corona poetica per coltivare la poesia bucolica, Titiro dichiara di temere "saltus et rura ignara deorum" (cioè la città di Bologna, ostile all’autorità imperiale), preferendo cingersi della corona d’alloro a Firenze, quando avrà terminato di cantare il regno dei cieli (Paradiso), così come ha già fatto con i regni inferiori (Inferno e Purgatorio). Il tutto purché Mopso - che critica lo stile comico e la lingua volgare - glielo conceda. Per vincere le avversità di Mopso Titiro si dice pronto a mandargli dieci vasi di latte pregiato, munti da una sua ovis gratissima (la Commedia).

Dantis Alagherii Iohanni de Virgilio. 

Ecloga II

Il carme risponde a un’altra ecloga di Giovanni del Virgilio, scritta in replica al testo precedente. Nel suo componimento il maestro bolognese aveva rinnovato a Dante l’invito affinché si recasse nello studio della città emiliana dove si era formato un cenacolo di suoi discepoli. Il testo di Dante risponde presentando Titiro (Dante stesso) e Alfesibeo (il medico certaldese Fiducio de’ Milotti esule a Ravenna) intenti a riposarsi, nell’ora mediana di un pomeriggio di fine Aprile, in una selva di frassini, tigli e platani. Mentre Alfesibeo esprime lo stupore suo e di tutti i pastori che come lui abitano i fertili campi di Sicilia circa il fatto che Mopso (Giovanni) preferisca a quei pascoli gli "arida Ciclopum ... saxa sub Ethna" (cioè Bologna), sopraggiunge correndo, accaldato e ansante, Melibeo (Dino Perini). Tra l’ilarità dei pastori che lo interrogano sui motivi di tanta fretta, Melibeo fa uscire dal suo flauto il verso Forte sub inriguos colles, ubi Sarpina Rheno (cioè l’incipit del secondo carme di Giovanni del Virgilio). Colpito dal prodigio del flauto parlante che invita Titiro nell’antro del Ciclope, Alfesibeo esorta l’amico a non lasciare i "roscida ruri Pelori" (Ravenna), che per la sua presenza destano invidia nello stesso Panchino (Verona). Pur dichiarandosi pago della pace bucolica che regna in Sicilia, Titiro ammette, tuttavia, che se non temesse Polifemo (la violenza politica che infuriava a Bologna negli anni 1320-21) si recherebbe volentieri a far visita a Mopso. Convinto a non partire dalle preghiere di Alfesibeo, sull’ora del tramonto Titiro ritorna con gli altri pastori alle sue greggi. Nella chiusa del carme si rivela che a riferire l’episodio in esso narrato era stato il "callidissimus Iolla" (Guido da Polenta, ospite di Dante a Ravenna), il quale aveva assistito, nascosto tra i cespugli, al dialogo tra Titiro e Alfesibeo.

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Ultimo aggiornamento: 04 ottobre 2007