Dante Alighieri

De vulgari eloquentia

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Libro primo 

         Definito il volgare lingua appresa senza norma alcuna imitando la nutrice, nonché eloquio più nobile del latino e del greco, in quanto universale e naturale [I], il trattato esordisce dimostrando come la parola sia una prerogativa esclusivamente umana, non necessaria né agli angeli né agli animali [II-III]. Contestando la testimonianza delle Sacre Scritture, che registrano come prime parole pronunciate dal genere umano quelle rivolte da Eva al serpente, Dante ritiene più verosimile che il primo verbo proferito da una lingua mortale fosse la parola El (in ebraico "Dio"), rivolta da Adamo al Creatore. L’ebraico, lingua parlata da Cristo, sarebbe stato dunque il primo idioma dell’uomo, creato insieme al progenitore Adamo [IV-VI]. Dopo aver ricondotto l’origine delle varie loquele al castigo inflitto da Dio al gigante Nembrot e ai suoi seguaci (che avevano osato sfidarlo con l’empia costruzione della torre di Babele) [VII], Dante spiega la propagazione del genere umano dal sito originario in cui era apparso alle diverse plaghe abitabili della terra come effetto della suddetta confusione linguistica. Una parte di questo flusso migratorio si rivolse a Occidente, portando con sé un triplice idioma ("ydioma tripharium"). Ripartiti in tre insediamenti principali, nell’Europa settentrionale, meridionale e orientale, i popoli migrati in Occidente svilupparono tre idiomi distinti, ciascuno dei quali articolato al suo interno in un certo numero di varietà. Nell’Europa meridionale queste varietà furono tre: la lingua d’oc (parlata nel sud della Francia e nella Spagna settentrionale), la lingua d’oïl (parlata nella Francia del nord) e la lingua del sì (parlata in Italia) [VIII]. Contrapposto l’ebraico, lingua della grazia e perciò stabile, alle lingue prodotte dall’uomo, soggette a evolversi con il passare del tempo e a variare col mutare dei luoghi, Dante presenta la gramatica, cioè il latino, come un idioma regolato "communi consensu multarum gentium" e inventato per consentire la trasmissione del sapere umano attraverso i secoli e nei diversi luoghi della terra. [IX]. Dopo aver riconosciuto che tanto la lingua d’oïl quanto quelle d’oc e del sì hanno buoni motivi per vantare la loro eccellenza (essendo la prima indiscutibilmente superiore nelle prose di romanzi, la seconda autorevole iniziatrice della lirica volgare e l’ultima eloquio più degli altri vicino alla gramatica, nonché raffinato strumento di poesia in mano a coloro che, come Cino da Pistoia e Dante, "dulcius subtiliusque poetati vulgariter sunt"), Dante inizia un’accurata ricognizione delle varietà dialettali italiane, distribuite sui due versanti della dorsale appenninica. Censite le varietà principali in un numero non inferiore a 14 e affermato che contando anche le varietà secondarie e terziarie si potrebbe facilmente salire a più di mille [X], il poeta intraprende il vaglio dei dialetti principali allo scopo di individuare la più decorosa e illustre favella italiana. Tra i volgari municipali un particolare riguardo è accordato al siciliano, a causa del prestigio che gli deriva dal fatto di aver tenuto a battesimo la prima lirica d’arte in Italia (esemplificata da Dante nelle canzoni di Guido delle Colonne Anchor che l’aigua per lo foco lassi e Amor che lungiamente m’ài menato). Dopo aver ricondotto l’eccellenza di tale volgare al clima favorevole, per la cultura e per l’arte, instaurato in Sicilia dalla politica di Federico II, si precisa che il siciliano d’arte, quello che fluisce "ab ore primorum Siculorum", poco o nulla ha in comune con il volgare parlato dai "terrigene mediocres" (di cui si allega, a titolo d’esempio, il terzo verso del Contrasto di Cielo d’Alcamo). La rassegna dei volgari locali prosegue poi con l’apulo, usato con eleganza e forbitezza di vocaboli da alcuni illustri poeti, come Giacomo da Lentini (Madonna, dir vi volglio) e Rinaldo d’Aquino (Per fino amore vo sì letamente) [XI-XII]. Per quanto riguarda il volgare toscano, una volta bollata come municipale la produzione di Guittone d’Arezzo, Bonagiunta da Lucca, Gallo Pisano, Mino Mocato e Brunetto Latini, Dante indica in Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Cino da Pistoia e sé stesso i poeti di quella regione che hanno attinto alla "vulgaris excellentiam" [XIII]. Passando al versante adriatico della penisola Dante inizia la disamina dei dialetti orientali, soffermandosi in particolare sul bolognese, giudicato senz’altro la migliore parlata municipale, ma non per questo identificabile nel volgare aulico e illustre (circostanza quest’ultima dimostrata dal fatto che dalla favella di Bologna si sono allontanati i più grandi poeti di quella terra, da Guido Guinizzelli a Guido Ghisilieri, da Fabruzzo a Onesto) [XIV-XV]. Escluso, dunque, che il volgare illustre, cardinale, aulico e curiale possa identificarsi con uno dei tanti idiomi parlati in Italia [XVI], Dante procede a illustrare il significato degli attributi da lui usati per definire il volgare eccellente. Esso dunque è illustre perché, fra l’altro, sublimato e raffinato dai rozzi vocaboli, accenti e costruzioni dei volgari municipali, nonché reso chiaro, perfetto e di urbana finezza (come appare nelle canzoni di Cino e di Dante) [XVII]; cardinale perché "cardine", cioè punto di riferimento, di tutta la famiglia dei volgari italiani; aulico perché se in Italia vi fosse una corte ("aula") sarebbe il volgare parlato nel Palazzo; curiale perché proprio della "curia" italiana, cioè di quella comunità spirituale e civile, politicamente dispersa nelle sue membra, ma idealmente unita per grazia di una divina luce intellettiva ("gratioso lumine rationis") [XVIII]. Il libro si conclude preannunciando gli argomenti che saranno svolti nel prosieguo dell’opera [XIX].

Libro secondo

         Dopo aver stabilito che il volgare illustre può essere usato sia per la prosa che per la poesia, ma solo dagli scrittori dotati di una certa altezza d’ingegno [I], Dante viene a determinare nella triade salus-venus-virtus (ovvero armorum probitas, amoris accensio e directio voluntatis) gli argomenti degni di esser trattati in questa lingua, non senza ricordare, tra i cultori della materia politica e guerresca (filone non ancora rappresentato nella lirica italiana), il provenzale Bertran de Born, tra quelli della materia amorosa Arnaut Daniel e Cino da Pistoia, tra quelli della materia etica Guiraut de Bornelh e sé stesso [II]. La forma metrica più idonea a trattare i soggetti indicati è la canzone; a essa, nella gerarchia dei metri della poesia d’arte, fanno seguito la ballata e il sonetto [III]. Rimandata l’illustrazione di questi due metri al quarto libro del trattato, dedicato al volgare "mediocre", nonché ricordato il noto precetto oraziano che invita ad assumere una materia idonea alle proprie capacità, Dante presenta i tre stili che si possono usare nella scrittura, ossia lo stile tragico, il comico e l’elegiaco. Mentre allo stile tragico si addice il volgare illustre e il metro della canzone, lo stile comico richiede il volgare mezzano o il volgare umile e lo stile elegiaco soltanto il volgare umile. Scendendo a trattare in dettaglio dello stile tragico, Dante indica come sue componenti essenziali la profondità del pensiero ("gravitas sententie"), la magnificenza dei versi ("superbia carminum"), l’elevatezza dei costrutti ("constructionis elatio") e l’eccellenza dei vocaboli ("excellentia vocabulorum") [IV]. Stabilito che i contenuti relativi agli argomenti rappresentati da salus, venus e virtus costituiscono sententie sufficientemente graves da trattare nello stile tragico, Dante passa a esaminare i tipi di verso che convengono a questo stile, attribuendo la palma all’endecasillabo, il più "superbo" dei metri sia per durata ritmica, sia per capacità di pensiero, di costrutto e di vocaboli. Nella classifica dei metri più "degni", stilata da Dante, all’endecasillabo seguono il settenario (di cui si consiglia l’impiego nella canzone, ma in proporzioni rigorosamente inferiori a quelle del verso principe), il quinario e il trisillabo. Censurati, invece, oltre al novenario (che Dante dichiara caduto in disuso per la sua monotonia ritmica di "trisillabum triplicatum"), i versi parisillabi, metri senz’arte raramente usati nella poesia volgare [V]. Successivamente, definiti i quattro livelli possibili di costruzione sintattica con gli aggettivi "insipidus", "sapidus", "sapidus et venustus" e "sapidus, venustus et excelsus", Dante individua in quest’ultimo tipo (di cui offre una nutrita esemplificazione dalla poesia provenzale e italiana) il costrutto che si conviene allo stile tragico [VI]. Sul versante del lessico, dopo aver distinto i vocaboli in "puerili", "femminei" e "virili" ("puerilia", "muliebria", "virilia"), questi ultimi in "boscherecci" e "urbani" ("silvestria" e "urbana") e gli urbani in "pettinati e lisci" ("pexa et lubrica") e in "villosi e ispidi" ("yrsuta et reburra"), Dante riconosce come pertinenti allo stile tragico solo i "pettinati" e i "villosi". I primi sono "illa, que trisillaba vel vicinissima trisillabitati, sine aspiratione, sine accentu acuto vel circumflexo, sine z vel x duplicibus, sine duarum liquidarum geminatione vel positione immediate post mutam, dolata quasi, loquentem cum quadam suavitate relinquunt, ut amore, donna, disio, vertute, donare, letitia, salute, securtate, defesa"[VII], mentre i "villosi" sono "quendam monosillaba ut sí, no, me, te, sé, à, è, i’, ò, u’, interiectiones ... polysillaba, que, mixta cum pexis, pulcram faciunt armoniam compaginis, quamvis asperitatem habeant aspirationis et accentus et duplicium et liquidarum et prolixitatis, ut terra, honore, speranza, gravitate, alleviato, impossibilità, impossibilitate ...". Ritornato al metro della canzone, presentato come un collegamento in stile tragico di stanze uguali che svolge un pensiero unitario [VIII], Dante si sofferma sulla struttura della stanza, analizzandone la divisione melodica, la proporzionata disposizione delle parti, il numero e la qualità dei versi [IX]. Per quanto riguarda la suddivisione melodica, oltre alla ripartizione fondamentale tra "fronte" e "sirma", collegate da un verso detto "chiave" o "diesis" che segna il passaggio tra due frasi melodiche, si indicano con i termini "piedi" e "volte" le possibili articolazioni delle due parti della stanza [X]. Dopo aver osservato che la disposizione proporzionata delle parti della stanza si realizza, al di là dei molti schemi possibili, nella reciproca analogia dei versi che formano i "piedi" e di quelli che formano le "volte" [XI] e che l’endecasillabo, che deve essere il primo verso della stanza, può essere anche il solo verso della canzone (altrimenti lo si può usare insieme ai settenari e ai quinari - questi ultimi però mai in numero superiore a due) [XII], Dante raccomanda di osservare nei "piedi" e nelle "volte" una perfetta rispondenza dell’ordine delle rime, evitando le equivoche e le aspre, a meno di non associarle alle soavi. Il trattato si interrompe con l’osservazione relativa al fatto che l’estensione della stanza dipende dal sentimento che ispira il poeta [XIV].


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Ultimo aggiornamento: 29 maggio, 2002