Dante Alighieri

Monarchia

traduzione di Pio Gaja

Edizione di riferimento:

Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986

LIBRO PRIMO

I

Gli uomini tutti, cui la natura superiore ha infuso l'im pulso ad amare la verità, sembrano dare il massimo valore al fatto di lavorare per i posteri, onde questi ricavino un arricchimento dalle loro fatiche, così come essi stessi sono stati arricchiti dal lavoro degli antichi. Stia quindi pur certo di aver mancato al proprio dovere colui che, dopo aver fruito di tanti insegnamenti forniti dalla società, non si cura poi a sua volta di recare qualche contributo al bene comune: egli infatti non è un «albero che lungo il corso delle acque porta frutti nella sua stagione», ma piuttosto è una voragine perniciosa che ingoia sempre senza mai restituire quanto ha ingoiato. Perciò, ripensando spesso fra me queste cose e non volendo un giorno essere tacciato di aver colpevolmente sotterrato il mio talento, desidero non solo accrescere la mia cultura, ma anche portare frutti per il bene pubblico, dimostrando delle verità che altri non hanno mai affrontato. Quale frutto infatti arrecherebbe chi volesse dimostrare di nuovo un teorema di Euclide, oppure chi cercasse di ridefinire la felicità, già chiarita da Aristotele, o riprendesse a difendere la vecchiaia, già difesa da Cicerone? Decisamente nessuno, anzi tali noiose e superflue ripetizioni non arrecherebbero che fastidio. Siccome poi, tra le altre verità nascoste ma utili, quella relativa alla monarchia terrena è la più utile e la più nascosta e non è stata affrontata da nessuno, in quanto non offre la prospettiva di un guadagno immediato, mi sono proposto di strappare tale verità dai suoi nascondigli, nell'intento sia di rendere le mie laboriose veglie utili al mondo, e sia anche di riportare per primo, a mia gloria, la palma di una così nobile impresa. Certamente affronto un'opera ardua e superiore alle mie forze, ma confido non tanto nelle mie capacità, quanto nella luce di quel Dispensatore «che dà a tutti copiosamente senza rinfacciare mai».

II

Innanzitutto dobbiamo chiarire che cosa sia quell'istituto i detto «Monarchia temporale», partendo da una sua definizione nominale e dal concetto comune. La Monarchia temporale, detta anche Impero, è un unico principato che ha potere su tutti gli uomini e si esercita nel tempo, cioè in quelle questioni e sopra quelle istituzioni che hanno carattere temporale. A proposito di essa si fanno tre questioni principali, in quanto si discute per sapere: primo, se essa sia necessaria al benessere del mondo; secondo, se il popolo romano si sia attribuita di diritto la funzione di monarca; terzo, se l'autorità del monarca dipenda immediatamente da Dio o da qualche ministro o vicario di Dio.

Siccome ogni verità, ad eccezione dei princìpi evidenti, si dimostra attraverso la verità di un qualche principio, è necessario, in qualunque ricerca, conoscere il principio al quale risalire analiticamente al line di certificare tutte le proposizioni che successivamente, vengono ad esso connesse. Ora, essendo il presente trattato una ricerca, ci pare necessario innanzitutto trovare un principio sul cui valore [di verità] si possano fondare le proposizioni che successivamente emetteremo. Occorre sapere che vi sono certe realtà, quali le realtà matematiche, fisiche e divine, che, non essendo assolutamente soggette al nostro potere, noi possiamo soltanto conoscere, ma non fare. Vi sono invece altre realtà che, essendo soggette al nostro potere, noi possiamo non solo conoscere, ma anche fare, e in questo caso il fare non è in funzione del conoscere, ma questo è in funzione di quello, poiché in tali realtà il fine è appunto la stessa operazione. Ora, siccome il nostro argomento riguarda l'ordinamento civile, anzi la fonte e il principio di ogni giusto ordinamento civile, e siccome ogni realtà riguardante la vita civile è soggetta al nostro potere, è evidente che il presente argomento attiene primariamente non alla teoria, ma alla pratica. Inoltre, poiché nell'attività pratica il principio e la causa di tutte le azioni è il fine cui tende in ultimo l'operazione — questo infatti costituisce il primo movente per il soggetto agente —, ne consegue che la specifica modalità delle azioni ordinate ad un fine va desunta esclusivamente dal fine stesso. Infatti la modalità nel tagliare il legno per la costruzione di una casa è diversa da quella per la costruzione di una nave. Pertanto se esiste un fine della convivenza civile di tutto quanto il genere umano, questo fine costituirà quel principio che chiarificherà sufficientemente tutte le nostre tesi che dovremo in seguito dimostrare. Sarebbe stoltezza del resto supporre che esista un fine di questa o di quella comunità civile e che non esista invece un fine unico comune a tutte le società prese nel loro complesso.

III

Dobbiamo dunque vedere quale sia il fine di tutta quanta la società umana: scoperto questo, avremo compiuto più della metà della nostra fatica, come dice il Filosofo nell'Etica a Nicomaco. Per rendere più immediatamente intuitivo l'oggetto della nostra indagine, occorre osservare che, come c'è un fine per cui la natura produce il pollice e un altro, diverso dal primo, per cui produce tutta la mano e un altro ancora, diverso dai primi due, per cui produce il braccio, ed infine un altro, diverso da tutti i precedenti, per il quale produce tutto l'uomo, così vi è un fine al quale essa ordina il singolo uomo, un altro al quale ordina la comunità famigliare, un altro ancora a cui ordina il villaggio, un quarto a cui ordina la città, un quinto a cui ordina il regno e per ultimo quel fine ottimo in vista del quale Dio eterno, attraverso la sua arte, che è la natura, chiama all'esistenza tutto il genere umano. [1] Ed è appunto questo fine che noi qui cerchiamo di individuare quale principio direttivo della nostra indagine. Per scoprirlo bisogna innanzitutto tener presente che «Dio e la natura non fanno mai nulla di inutile», ma tutti gli esseri creati esistono in vista di una propria operazione. Infatti l'ultimo fine presente nell'intenzione del creatore, in quanto creatore, non è l'essenza creata, ma l'operazione propria di quell'essenza, e di conseguenza non esiste l'operazione per l'essenza, ma l'essenza per l'operazione. C'è dunque un'operazione specifica, propria di tutta la società umana, alla quale è ordinata l'intera umanità in tutti i suoi innumerevoli componenti; a tale operazione però non può giungere né un uomo singolo, né una sola famiglia, né un solo villaggio, né una sola città e neppure un regno particolare. Ora quale sia questa operazione risulterà chiaro se riusciremo ad evidenziare la più alta facoltà propria di tutti gli uomini. Intanto io affermo che nessuna facoltà che sia condivisa da più individui di specie diversa può essere la facoltà più alta di qualcuno di essi, poiché, essendo la facoltà più alta il costitutivo della specie, ne seguirebbe che un'unica essenza specifica apparterrebbe a più specie diverse, il che è impossibile. Quindi la facoltà più alta dell'uomo non è quella semplicemente di esistere, perché tale facoltà è condivisa anche dai quattro elementi; e neppure quella di essere dotato di certe disposizioni qualitative, poiché questo si verifica anche nei minerali; né quella di esistere in modo animato, poiché così esistono anche le piante; né quella di conoscere semplicemente, poiché anche i bruti partecipano di tale facoltà; ma quella di conoscere per mezzo dell'intelletto possibile, il che non compete a nessun altro essere superiore o inferiore all'uomon. Infatti, sebbene vi siano altri esseri forniti di intelletto, tuttavia il loro non è l'intelletto possibile come quello dell'uomo, poiché tali esseri non sono altro che specie intellettive, il cui essere non è altro che l'intuire le essenze delle cose, il che avviene senza la mediazione empirica, altrimenti non sarebbero eterne. È chiaro quindi che la più alta facoltà dell'umanità è la facoltà o potenza intellettiva. E poiché tale potenza non può essere tutta quanta simultaneamente tradotta in atto da parte di un solo uomo o di qualcuna di quelle società particolari suaccennate, occorre necessariamente che nel genere umano vi sia una moltitudine di uomini, ad opera dei quali quella potenza venga totalmente attuata, così come è necessaria una moltitudine di cose generabili affinché tutta la potenza della materia prima sia sempre attuata, altrimenti esisterebbe una potenza separata [dall'atto], il che è impossibile. Con tale giudizio concorda Averroè nel commento al De anima. Quella potenza intellettiva di cui sto parlando non è orientata solo alle forme universali o specie, ma, per una certa estensione, anche alle forme particolari, per cui si usa dire che l'intelletto speculativo per estensione diventa pratico e, come tale, ha per fine l'agire e il fare. Intendo riferirmi, per esempio, alle azioni regolate io dalla saggezza politica e alle produzioni di oggetti che sono regolate dall'arte: sia le une che le altre sono subordinate alla speculazione come al fine più alto, per raggiungere il quale la Bontà Prima chiamò all'esistenza il genere umano. Già da questo si comprende chiaramente l'affermazione della Politica che «gli uomini dotati di vigoroso intelletto sono per natura dominatori degli altri».

IV

È stato così chiarito sufficientemente che l'operazione specifica del genere umano preso nella sua totalità è quella di attuare sempre tutta la potenza dell'intelletto possibile, prima mediante l'attività speculativa e poi, in forza e per estensione di questa, mediante l'attività pratica. Siccome nell'uomo singolo avviene che, vivendo in condizioni di calma e di tranquillità, si perfezioni in saggezza e in sapienza, è chiaro che — secondo il detto che ciò che vale per la parte vale per il tutto — anche il genere umano, vivendo nella quiete, cioè nella tranquillità della pace, può compiere, nel modo più libero e facile, la sua attività specifica [2] che è quasi divina, secondo il detto: «Lo facesti di poco inferiore agli angeli». Di qui appare evidente che la pace universale è il massimo dei beni che sono ordinati alla nostra felicità. Ed è appunto per questo che la voce dall'alto non annunciò ai pastori né ricchezze, né piaceri, né onori, né lunga vita, né salute, né forza, né bellezza, ma pace. Infatti la milizia celeste cantò: «Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà». Ed è ancora per questo che il Salvatore degli uomini salutavi con le parole: «Pace a voi»; si addiceva infatti al Sommo Salvatore usare la massima forma di saluto, della quale poi i suoi discepoli e Paolo vollero conservare l'uso nell'in viare i loro saluti, come tutti possono constatare. Da queste chiarificazioni risulta quale sia la condizione migliore, anzi ottima, attraverso la quale il genere umano può pervenire alla sua operazione specifica, e di conseguenza si è potuto individuare nella pace universale il mezzo più immcdinlo per giungere a quella felicità cui sono ordinate, come a fine ultimo, tutte le nostre attività; dobbiamo quindi assumere questa pace come principio che sorregge tutti i ragionamenti successivi, principio che era necessario stabilire, come si è detto, quale punto di riferimento prefissato cui ricondurre, come a verità assiomatica, tutte le altre verità che emergeranno dalle nostre dimostrazioni.

V

Riprendendo quindi quanto si diceva all'inizio, tre sono gli interrogativi e le questioni principali che si pongono a proposito della monarchia temporale, che più comunemente viene detta Impero; su tali questioni è mio proposito fare un'indagine, come si è detto, partendo dal principio sopra stabilito e procedendo secondo l'ordine già indicato. Pertanto, la prima questione è questa: se la Monarchia temporale sia necessaria al buon ordinamento del mondo. La risposta affermativa si può dimostrare con argomenti chiarissimi e validissimi che non sono contraddetti da nessuna istanza di ragione o di autorità. Il primo di tali argomenti si può desumere dalla sentenza del Filosofo il quale, nella sua Politica afferma, con veneranda autorità, che quando più elementi sono ordinati ad un unico fine, occorre che uno guidi, cioè governi e gli altri siano guidati, cioè governati. Tale affermazione va accettata non solo per il glorioso nome dell'Autore, ma anche in forza di un ragionamento induttivo. Infatti, se prendiamo in considerazione un singolo uomo, constatiamo che, pur essendo tutte le sue facoltà orientate a conseguire la felicità, la facoltà intellettiva è quella che dirige e governa tutte le altre, altrimenti quell'uomo non potrebbe raggiungere la felicità. Se prendiamo in considerazione una famiglia, il cui fine è quello di preparare i suoi componenti al ben vivere, è necessario che vi sia uno che la diriga e la governi, il cosiddetto padre di famiglia oppure chi ne fa le veci, secondo quanto dice il Filosofo: «Ogni casa è governate dal più anziano». Il suo compito, come dice Omero, è quello di dirigere tutti e di imporre leggi agli altri; per questo è passata in proverbio quell'imprecazione: «Che tu abbia in casa uno pari a te». Se consideriamo un villaggio, il cui fine è quello di un più facile soccorso di persone e di cose, è necessario che vi sia un capo che diriga gli altri, sia esso imposto da un'altra autorità, oppure eletto, per comune consenso, quale persona più eminente fra tutti; altrimenti non solo non si giunge a quel reciproco aiuto nel procurarsi il sufficiente per vivere, ma talvolta, quando appunto più persone vogliono comandare, tutto il villaggio può andare in rovina. Se poi consideriamo una città, il cui fine è il ben vivere e il vivere con sufficienza di mezzi, [3] è necessario che vi sia un unico governo, e questo non soltanto nell'ordinamento politico giusto, ma anche in quello corrotto; in caso contrario non solo non si raggiunge più il fine della vita civile, ma anche la città cessa di essere quella di prima. Se infine consideriamo un regno particolare, il cui fine è identico a quello della città, ma con una maggior sicurezza per la conservazione della tranquillità, è necessario che vi sia un solo re che regni e governi, altrimenti non solo i sudditi non conseguono il loro fine, ma anche il regno va in rovina, secondo il detto dell'infallibile Verità: «Ogni regno diviso in se stesso andrà in rovina». Se dunque ciò si verifica in queste comunità e in quante sono ordinate ad un fine, allora la tesi ammessa sopra è vera; ora noi sappiamo che tutto il genere umano è orientato ad un fine, come si è già dimostrato precedentemente; quindi è necessario che vi sia uno che lo guidi e lo governi, e questi va chiamato Monarca o Imperatore. E così risulta dimostrato che la Monarchia, o Impero, è necessaria al buon ordinamento del mondo.

VI

Inoltre come la parte sta al tutto, così l'ordine della parte sta all'ordine del tutto; ora la parte sta al tutto come al fine e alla perfezione; quindi anche l'ordine della parte sta all'ordine del tutto come al fine e alla perfezione. Da ciò consegue che la bontà dell'ordine parziale non supera la bontà dell'ordine totale, ma è vero piuttosto il contrario. Pertanto, essendoci nelle cose un duplice ordine, quello delle parti fra loro e quello delle parti rispetto ad un elemento che non è parte — come, per esempio, l'ordine delle parti di un esercito fra di loro e l'ordine di queste parti rispetto al comandante —, l'ordine delle parti rispetto a quell'elemento unitario è migliore, in quanto tale ordine è il fine del primo ordine: questo infatti esiste in funzione di quello e non viceversa. Perciò, se la forma di quell'ordinamento «ad unum» si trova nei gruppi parziali della moltitudine umana, tanto più deve trovarsi nella moltitudine come tale, ossia nella società umana globale, in forza del precedente sillogismo, in quanto tale ordine è migliore, ossia è la forma dell'ordine; ora quell'ordine si trova effettivamente in tutti i gruppi parziali della moltitudine umana, come risulta in modo abbastanza chiaro da quanto detto nel capitolo precedente; quindi si deve trovare anche nella società umana globale. E così tutti i predetti raggruppamenti parziali inferiori ai regni, e gli stessi regni, devono essere ordinati ad un unico principe, ovvero ad un unico principato, cioè al Monarca, ovvero alla Monarchia.

VII

Inoltre, la società umana è un tutto rispetto a certe parti ed a sua volta è una parte rispetto ad un ulteriore tutto. Infatti è un tutto rispetto ai regni particolari e ai popoli, come si è visto sopra, ed è una parte rispetto alla totalità dell'universo, come risulta di per sé evidente. Pertanto, come i raggruppamenti parziali della società umana si inquadrano ordinatamente in essa, così essa deve inquadrarsi ordinatamente nel tutto di cui fa parte; ora i raggruppamenti parziali si inquadrano ordinatamente nella società umana per il fatto che sono retti da un unico capo, come si può facilmente rilevare da quanto detto sopra; quindi anche la società umana si inquadra con perfetto ordine nell'universo e in rapporto al suo principe, che è Dio e Monarca, in quanto anch'essa è guidata da un unico capo, cioè dall'unico principe. Da ciò si deduce che la Monarchia è necessaria al buon ordinamento del mondo.

VIII

Ancora, tutti gli esseri sono bene, anzi perfettamente ordinati, se sono conformi all'intenzione della causa prima che è Dio (il che è di per sé evidente, tranne per chi nega che la bontà divina raggiunga il sommo grado di perfezione); ora l'intenzione di Dio è che ogni creatura porti impressa in sé la somiglianza divina nella misura in cui la sua natura è capace di riceverla (per questo fu detto: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza», e benché la espressione «ad immagine» non possa applicarsi agli esseri inferiori all'uomo, tuttavia l'espressione «a somiglianza» si può riferire ad ogni creatura, in quanto tutto l'universo non è che un vestigio della bontà divina); quindi il genere umano è bene, anzi ottimamente ordinato, quando esso presenta una somiglianza con Dio secondo la possibilità della sua natura. Ma il genere umano è massimamente somigliante a Dio quando è massimamente uno (solo in Dio infatti si realizza veramente l'unità nella sua essenza formale, secondo quanto è scritto: «Ascolta, Israele: il Signore Dio tuo è uno»); ora il genere umano è massimamente uno quando è totalmente unificato in un unico organismo, il che non può verificarsi se non è totalmente soggetto ad un unico principe, come è evidente di per sé; quindi il genere umano, quando è soggetto ad un solo principe, assomiglia massimamente a Dio, e di conseguenza è massimamente conforme all'intenzione divina, e quindi è bene, anzi ottimamente ordinato, come si è dimostrato all'inizio di questo capitolo.

IX

Parimenti ogni figlio raggiunge una buona, anzi una perfetta maturazione, quando, nei limiti concessi dalla propria natura, imita le orme di un padre perfetto; ora il genere umano è figlio del cielo, che è perfettissimo in ogni opera sua (infatti l'uomo e il sole generano l'uomo, come è detto nel secondo libro della Fisica); quindi il genere umano raggiunge la sua perfezione quando, nei limiti consentiti della sua natura, imita l'immagine del cielo. E siccome tutto il cielo in tutte le sue parti, sia nei suoi moti che nei suoi motori, è regolato da un unico moto, quello del primo mobile, e da un unico motore, che è Dio — come la ragione umana, filosofando, arriva a conoscere in modo evidentissimo, se ha ragionato a rigor di logica —, così il genere umano è ottimamente ordinato quando i suoi motori [cioè i governanti] ed i suoi movimenti sono regolati da un unico principe, quale unico motore, e da un'unica legge, quale unico moto. Perciò, per il buon ordinamento del mondo, sembra necessaria l'esistenza della Monarchia, cioè di un unico principato chiamato «Impero». Tale motivo era sfiorato da Boezio in questa sospirante esclamazione:

O degli uomini stirpe felice,

se gli animi vostri reggesse

l'amor che il ciel governa.

X

Inoltre, ovunque possa sorgere una lite, deve intervenire una sentenza dirimente, altrimenti vi sarebbe uno stato di cose imperfetto, senza un rimedio che lo risani, il che è impossibile, poiché Dio e la natura non vengono meno nelle cose necessarie; ora tra due prìncipi qualsiasi, di cui l'uno non è assolutamente soggetto all'altro, può sorgere una lite, sia per colpa loro oppure per colpa dei sudditi, come è di per sé evidente; quindi è necessario che tra essi intervenga un giudizio dirimente. E siccome uno non può inquisire e giudicare l'altro per il fatto che uno non è soggetto all'altro — il pari infatti non ha potere sul suo pari —, è necessario che vi sia una terza persona investita di più ampia giurisdizione, la quale, nell'ambito della sua competenza, abbia potere su entrambi. Costui sarà il Monarca, oppure no: se è il Monarca, è raggiunto l'intento; se no, egli si troverà a sua volta di fronte ad un altro di pari grado, fuori dell'ambito della sua giurisdizione, ed allora sarà necessario ricorrere ad un terzo giudice. E così, o si avrà un processo all'infinito, che è impossibile, oppure bisognerà giungere ad un primo e supremo giudice, dal cui giudizio vengano definite, direttamente o indirettamente, tutte le liti, e questi sarà il Monarca o Imperatore. La Monarchia dunque è necessaria al mondo.

Questa tesi era ben presente al Filosofo quando diceva: «Le cose non sopportano di essere disposte male; ora la pluralità dei principati è un male; quindi il principe deve essere uno solo».

XI

Inoltre, il mondo è ordinato nel modo più perfetto quando in esso domina sovrana la giustizia — è per questo che Virgilio, volendo celebrare la nuova età, che sembrava stesse per sorgere ai suoi tempi, cantava nelle sue Bucoliche:

Già ritorna la Vergine, ritornano i regni di Saturno.

«Vergine» infatti era detta la giustizia, che veniva pure chiamata «Astrea», e «regni Saturni» erano chiamati i tempi felicissimi, denominati anche età dell'oro —; ora la giustizia domina sovrana solo sotto il monarca; quindi l'esistenza della Monarchia o Impero è richiesta per un perfetto ordinamento del mondo. Per dimostrare la minore, bisogna osservare che la giustizia, considerata in sé e nella propria natura, è una certa rettitudine o una regola che respinge quanto da una parte o dall'altra si scosta dalla via retta, e perciò non accoglie in sé il più e il meno, analogamente alla bianchezza considerata nel suo concetto astratto. Vi sono infatti certe forme di tal natura che, pur trovandosi accidentalmente in un composto, [prese in sé stesse] consistono in una essenza semplice ed invariabile, come giustamente afferma il Maestro dei Sei Principii. Tuttavia tali qualità accolgono in sé il più e il meno da parte dei soggetti nei quali si concretizzano e nella misura in cui in tali soggetti si mescolino più o meno le qualità contrarie. Pertanto il massimo di giustizia si ha dove è minima la mescolanza con il contrario della giustizia sia riguardo all'abito che riguardo all'operazione; ed allora ad essa sono veramente applicabili le parole del Filosofo: «Né Espero né Lucifero è così ammirabile» poiché allora è simile a Febe quando da posizione diametralmente opposta guarda al fratello nel cielo purpureo di un sereno mattino. Ora, per quanto riguarda l'abito, la giustizia trova talvolta il suo contrario nella volontà, poiché, quando la volontà non è scevra da ogni cupidigia, anche se in essa c'è giustizia, questa tuttavia non risplende in tutto il fulgore della sua purezza, perché trova nel soggetto una qualche resistenza, seppur minima; per questo motivo, coloro che cercano di influenzare emotivamente il giudice vengono giustamente espulsi [dai tribunali]. Per quanto invece riguarda l'operazione, la giustizia può trovare il suo contrario nel potere, ed infatti, essendo la giustizia una virtù che regola i rapporti con gli altri, come potrà operare secondo giustizia chi non ha il potere di rendere a ciascuno il suo?. Da questo risulta evidente che quanto più grande è il potere del giusto, tanto maggiore sarà la giustizia nel suo operare.

Sulla base di questi chiarimenti si può fare la seguente argomentazione: la giustizia regna sovrana nel mondo quando risiede in un soggetto dotato di fortissima volontà e di sommo patere; ora, solo il Monarca è un soggetto di tal genere; quindi la giustizia regna sovrana nel mondo soltanto quando risiede nel Monarca. Questo prosillogismo appartiene alla seconda figura, presenta una negazione intrinseca, ed è simile a questo: ogni B è A; ora solo C è A; quindi solo C è B; o meglio: ogni B è A; ora nessuno, tranne C, è A; quindi nessuno, tranne C, è B. La premessa maggiore è evidente per i chiarimenti forniti precedentemente; la minore si dimostra con l'argomentazione che segue e che riguarda dapprima la volontà e poi il potere. Per dimostrare il primo punto [relativo alla volontà], bisogna osservare che alla giustizia è massimamente contraria la cupidigia, come afferma Aristotele nel quinto libro dell'Etica a Nicomacou. Eliminata radicalmente la cupidigia, non vi rimane più nulla che si opponga alla giustizia; onde la sentenza del Filosofo è che non vada lasciato alla discrezionalità del giudice quanto si può stabilire per legge. Tale prassi si impone per tema della cupidigia che facilmente travia le menti umane. Pertanto, dove non c'è nulla da desiderare, non vi può essere cupidigia, poiché le passioni non possono più sorgere una volta eliminati i loro oggetti; ora il Monarca non ha più nulla da desiderare, poiché la sua giurisdizione è limitata soltanto dall'oceano (il che non si verifica per gli altri prìncipi i cui dominii confinano con altri dominii, come, per es., quello del re di Castiglia, che confina con quello del re di Aragona); quindi il Monarca, tra tutti gli uomini, è il soggetto di giustizia più esente da ogni cupidigia. Inoltre, come la cupidigia, per quanto piccola sia, offusca l'abito della giustizia, così la carità, cioè il retto amore, lo rende più forte e più illuminato. Perciò, la persona che è capace di raggiungere il più alto grado di retto amore può attingere il massimo livello di giustizia; ora, questa persona è il monarca; quindi, con il monarca si instaura, o può instaurarsi, il massimo di giustizia. Che poi il retto amore produca tali effetti si può dedurre dal fatto che la cupidigia, spregiando il Bene supremo degli uomini, cerca altri beni, mentre la carità, spregiando tutti gli altri beni, cerca Dio e l'uomo, e di conseguenza il vero bene dell'uomo. E siccome, fra tutti i beni dell'uomo, grandissimo è quello di vivere in pace, come si è detto sopra, e questo bene si raggiunge principalmente ed essenzialmente attraverso la giustizia, questa riceverà grandissimo vigore dalla carità, e tanto più quanto più quest'ultima sarà intensa. Che poi nel monarca debba trovarsi in sommo grado il retto amore degli uomini si dimostra nel modo seguente: ogni oggetto amabile è tanto più amato quanto più è vicino a chi l'ama; ora gli uomini sono più vicini al monarca che agli altri principi; quindi essi sono o debbono essere amati dal monarca più che da ogni altro. La premessa maggiore è evidente se si considera la natura degli agenti e dei pazienti; la minore è dimostrata dal fatto che agli altri prìncipi gli uomini sono vicini solo in parte, al monarca invece nella loro totalità. Si aggiunga che gli uomini si avvicinano agli altri prìncipi attraverso il monarca e non viceversa, e quindi la cura del monarca verso tutti gli uomini è originaria ed immediata, mentre quella degli altri prìncipi passa attraverso la mediazione del monarca in quanto deriva dalla sua cura suprema. Inoltre, quanto più una causa è universale, tanto più è causa (la causa inferiore infatti non è causa se non in forza di quella superiore, come risulta dal libro «Delle cause»), e quanto più una causa è causa, tanto più ama il suo effetto, poiché tale amore è conseguenza diretta dell'essere causa; ora, il monarca è, tra gli uomini, la causa più universale del loro ben vivere (mentre gli altri prìncipi sono causa attraverso la mediazione del monarca, come si è detto); quindi il monarca ama il bene degli uomini più di ogni altro.

[Per il secondo punto], chi potrebbe mettere in dubbio che il monarca abbia il massimo potere per attuare la giustizia se non colui che non intende che cosa significhi quel nome? Se egli infatti è effettivamente monarca, non può avere nemici. E così è stata sufficientemente dimostrata 20 la premessa minore del sillogismo principale, e pertanto è certa la conclusione che la monarchia è necessaria per un perfetto ordinamento del mondo.

XII

Inoltre, il genere umano vive nella sua condizione più perfetta quando è massimamente libero. Questo risulterà chiaro se si mette in luce qual'è il principio della libertà. Bisogna infatti tener presente che il principio primo della nostra libertà è il libero arbitrio, che molti hanno sulle labbra, ma pochi nella mente. Molti infatti arrivano ad affermare — e dicono il vero — che il libero arbitrio è il libero giudizio circa la volontà, ma sfugge loro il vero significato di queste parole (cosa che capita continuamente ai nostri dialettici riguardo a certe proposizioni inserite, a mo' di esempi, nei trattati di logica, come questa: «Il triangolo ha tre angoli uguali a due retti»). Perciò io affermo che il giudizio sta in mezzo tra la semplice conoscenza e l'appetito: dapprima infatti si apprende l'oggetto, poi si giudica se l'oggetto appreso è buono o cattivo e infine si raggiunge o si fugge l'oggetto. Quando il giudizio muove totalmente l'appetito senz'essere per nulla prevenuto da questo, allora è libero; quando invece il giudizio è mosso dall'appetito, che in qualsiasi modo lo previene, allora non può essere libero, poiché non si determina più da sé, ma è servilmente determinato da un altro. Ne consegue che i bruti non possono avere un libero giudizio, poiché i loro giudizi sono sempre prevenuti dall'appetito. Parimenti se ne può dedurre che le sostanze intellettive, le cui volontà sono immutabili, nonché le anime separate che si dipartono santamente da questo mondo, non perdono il libero arbitrio per l'immutabilità della loro volontà, ma lo conservano nel modo più perfetto e pieno.

Messo in chiaro questo punto, si può concludere con altrettanta evidenza che questa libertà, o meglio questo principio di ogni nostra libertà, è il massimo dono fatto da Dio alla natura umana — come ho già detto nel Paradiso della Commedia — perché, grazie ad esso, possiamo raggiungere la felicità su questa terra come uomini e nell'aldilà come dèi. Stando così le cose, chi potrà negare che il genere umano si trova nella sua condizione più perfetta quando possa godere pienamente di quel principio [della libertà]? Ora, esso gode della massima libertà proprio quando vive sotto il monarca. Per convincersene bisogna tener presente che è libero quell'essere che è padrone di se stesso e non dipende da un altro, come afferma il Filosofo nella Metafisica: quello infatti che dipende da un altro è necessitato da questo, come la via è necessariamente determinata dalla meta. Ora, soltanto sotto la signoria del monarca il genere umano è padrone di se stesso e non dipende servilmente da altri: solo con la monarchia, infatti, vengono corrette le forme degenerate di governo, cioè le demagogie, le oligarchie e le tirannidi che riducono in servitù il genere umano — come risulta evidente a chi le esamini singolarmente —, mentre il re, gli aristocratici, detti ottimati, ed i promotori della libertà del popolo possono instaurare un buon governo, poiché il Monarca, amando massimamente gli uomini, come si è accennato, vuole che tutti diventino buoni, cosa che non può realizzarsi con governanti corrotti. Per questo il Filosofo, nella sua Politica, afferma che in una forma corrotta di governo l'uomo buono è un cattivo cittadino, mentre in una forma retta di governo l'uomo buono e il cittadino buono si identificano. Queste forme rette tendono a promuovere la libertà, cioè a far sì che gli uomini vivano per sé. Infatti non i cittadini sono in funzione dei consoli, né il popolo del re, ma, al contrario, i consoli sono in funzione dei cittadini e il re del popolo, poiché, come l'ordinamento politico non è fatto per le leggi, ma anzi le leggi si fanno per l'ordinamento politico, così coloro che vivono secondo la legge non sono ordinati al legislatore, ma piuttosto questo è ordinato a quelli, come afferma anche il Filosofo negli scritti lasciatici sull'argomento. Dal che risulta evidente che il console o il re, sebbene siano signori degli altri riguardo ai mezzi, sono invece ministri degli altri riguardo al fine, e in modo particolare lo è il Monarca, che va ritenuto indubbiamente il ministro di tutti. Da questo si può altresì comprendere cime il Monarca nel fare le leggi sia necessariamente vincolato da un fine che gli è precostituito. Si conclude quindi che il genere umano, vivendo sotto il Monarca, si trova nella sua condizione più perfetta. E da ciò consegue che la monarchia è necessaria per il buon ordinamento del mondo.

XIII

Ancora: chi può essere perfettamente idoneo a governare può anche rendere perfettamente idonei gli altri, poiché in ogni azione l'agente, sia che agisca per necessità di natura o per libera volontà, tende soprattutto a produrre qualcosa di simile a se stesso. Onde avviene che ogni agente, in quanto tale, trova gioia nell'agire, poiché, se ogni ente desidera il proprio essere, e l'essere dell'agente in qualche modo si perfeziona nell'azione, esso raggiunge necessariamente la gioia, in quanto questa è sempre connessa al possesso dell'oggetto desiderato. Nessun ente dunque agisce, se non possiede già in atto le qualità che il paziente deve acquisire — per cui il Filosofo nella Metafisica scrive: «Ogni ente che passa dalla potenza all'atto passa in virtù di un ente già in atto» —, e se un ente cercasse di agire senza possederle in atto, il suo sforzo sarebbe vano. Con ciò si può sconfìggere l'errore di coloro che credono di poter plasmare vita e costumi altrui parlando bene, ma operando male, dimentichi che le mani di Giacobbe ebbero un potere di persuasione maggiore delle sue parole, quantunque quelle persuadessero il falso e queste invece il vero. Perciò il Filosofo nell’Etica a Nicomaco dice: «In quanto concerne le passioni e i comportamenti, le parole sono meno credibili delle opere». Di qui si spiega anche la domanda rivolta dall'alto a Davide peccatore: «Perché vai celebrando le mie opere di giustizia?», quasi a voler dire: «Tu parli a vuoto, perché sei diverso da quello che predichi». Da queste considerazioni si può dedurre che chi vuole creare le migliori disposizioni negli altri deve egli stesso possedere tali disposizioni. Ora solo il Monarca è la persona che può avere le migliori disposizioni per poter governare. Il che si dimostra nel seguente modo: ogni essere tanto più facilmente e perfettamente possiede una disposizione ad assumere un abito e a tradurlo nell'azione, quanto minori sono in esso gli elementi contrastanti tale disposizione, onde coloro che non hanno mai udito parlare di filosofia arrivano a formarsi l'abito della verità filosofica più facilmente e perfettamente di quelli che ne sentirono parlare a lungo, ma sono stati imbevuti di false opinioni; per questo giustamente Galeno afferma che «costoro hanno bisogno di un tempo doppio per acquisire il sapere». Ora, ammesso quanto sopra dimostrato, che cioè solo il Monarca, tra tutti gli uomini, non ha alcun incentivo alla cupidigia, o l'ha in minimo grado, — il che non si verifica per gli altri prìncipi —, e ammesso che solo la cupidigia corrompe il giudizio e ostacola la giustizia, ne consegue che solo il monarca può avere, assolutamente o più di tutti, la miglior disposizione per governare, dato che più di tutti gli uomini egli è in grado di possedere giudizio e senso di giustizia, due qualità che si addicono soprattutto al legislatore e all'esecutore della legge, secondo la testimonianza di quel santissimo re che, volendo chiedere a Dio quanto fosse necessario al re e al figlio di re, diceva: «Dio, concedi al re il tuo giudizio e al figlio di re la tua giustizia». Pertanto è giusta l'affermazione fatta nella premessa minore, che cioè solo il monarca è quello che può trovarsi nella migliore disposizione per governare e quindi solo lui può creare simili disposizioni negli altri [prìncipi]. Ne consegue che la Monarchia è necessaria per una perfetta organizzazione del mondo.

XIV

Inoltre, un effetto che si può ottenere con una sola causa i è meglio si ottenga con quella sola che con più cause. Il che si dimostra nel modo seguente: A sia una causa capace da sola di produrre un certo effetto, A e B siano due cause che possono produrre ugualmente lo stesso effetto; ora, se il medesimo effetto ottenuto da A e B può essere ottenuto anche solo da A, è inutile ricorrere a B, poiché l'aggiunta di B non produce nulla, dato che quell'effetto è già ottenuto dal solo A. E siccome tale aggiunta è totalmente oziosa, cioè superflua, e ogni cosa superflua dispiace a Dio e alla natura, e ciò che dispiace a Dio e alla natura è male — come di per sé è evidente —, ne consegue non soltanto che è meglio che un effetto sia ottenuto possibilmente da una sola causa piuttosto che da più, ma che il venir prodotto da una sola è bene, da più è assolutamente male. Inoltre una cosa si dice migliore in quanto è più vicina all'ottimo, ed il fine ha valore di ottimo; ora, l'esser prodotto da una sola causa è più vicino al fine; quindi è cosa migliore. E che sia più vicino al fine si dimostra nel seguente modo: C sia il fine; A sia l'unica causa [di quel fine]; A e B siano più cause [subordinate]; è chiaro che la via da A attraverso B fino a C è più lunga che il passaggio immediato da A a C. Ora il genere umano può essere governato da un solo principe supremo che è il Monarca. A questo proposito occorre però avvertire che l'affermazione: «il genere umano può essere governato da un solo principe supremo» non va intesa nel senso che da lui solo possano direttamente provenire i decreti regolanti, nei minimi dettagli, ogni singolo municipio (quantunque anche le leggi municipali siano talora difettose e debbano essere interpretate, come risulta dal Filosofo che, nel quinto libro dell'Etica a Nicomaco, raccomanda l'epiìkia [4], poiché le nazioni, i regni, le città hanno usi e costumi diversi tra loro, che vanno regolati con leggi diverse, in quanto la legge è la regola direttiva del vivere. E infatti le leggi che regolano gli Sciti viventi oltre la settima zona climatica, costretti a subire la grande diversità di durata dei giorni e delle notti e quindi afflitti da un freddo rigido quasi intollerabile, devono essere diverse da quelle dei Garamanti che, abitando sotto il circolo equinoziale, con la luce del giorno di ugual durata delle tenebre della notte, non sopportano alcun indumento, per l'eccessiva calura dell'atmosfera. Quell'affermazione invece va intesa nel senso che il genere umano deve essere governato dall'imperatore nella sfera degli interessi comuni che riguardano tutti gli uomini, e dev'essere guidato alla pace mediante una legge universale. I prìncipi particolari devono ricevere da lui tale legge, così come l'intelletto pratico, per arrivare alla conclusione relativa all'azione, riceve dall'intelletto speculativo il principio universale sotto cui sussume l'azione particolare, che è il suo oggetto proprio, per concludere al giudizio particolare su tale azione. Quella funzione regolativa universale non solo può, ma deve essere esercitata da uno solo, per evitare qualsiasi confusione sui principii universali. Mosè scrive nella Legge di aver proceduto lui stesso in questo modo, in quanto, scelti i capi delle tribù dei figli di Israele, lasciava a loro le decisioni minori, riservando a sé le decisioni di maggior importanza e di interesse generale, delle quali poi i capi si avvalevano nelle loro tribù, applicandole alle situazioni di ognuna. Quindi è meglio che il genere io umano sia governato non da più, ma da uno solo, cioè dal Monarca, che significa appunto principe unico; e se ciò è meglio, è più accetto a Dio, perché Dio vuole sempre ciò che è meglio. E siccome tra due termini posti a confronto soltanto tra loro quello che è migliore si identifica con «il migliore», ne consegue che tra quell'«uno» e quei «più» il primo non solo è più accetto a Dio, ma è anche «il» più accetto. Dal che si deduce che il genere umano si trova nella 11 condizione più perfetta quando è governato da uno solo, e che quindi la Monarchia è necessaria per il buon ordinamento del mondo.

XV

Inoltre affermo che l'ente, l'uno e il buono stanno tra loro in quest'ordine di priorità, secondo il quinto modo di considerare tale priorità. Infatti l'ente precede l'uno per natura, e l'uno a sua volta precede il buono, per cui il massimo ente è il massimo uno e il massimo uno è il massimo buono, e quanto più un essere si allontana dal massimo ente, tanto più si allontana dall'essere uno e di conseguenza dall'essere buono. Per tale motivo, in ogni genere di realtà, quella che è massimamente una è pure ottima, come dice il Filosofo nella Metafisica. Per cui, sul piano ontologico, l'uno sembra costituire la radice del buono e il molteplice la radice del male; ed è per questo motivo che Pitagora, nelle sue correlazioni, poneva l'uno dalla parte del bene e il molteplice dalla parte del male, come risulta dal primo libro della Metafisica. Se ne può dedurre che il peccare non è altro che lo sprezzante abbandono dell'uno per tendere al molteplice, come ben vedeva il Salmista quando disse: «Dal frutto del frumento, del vino e dell'olio sono stati moltiplicati». È certo dunque che tutto ciò che è bene lo è per il fatto di essere uno. E poiché la concordia, in quanto tale, è un bene, è evidente che essa si fonda su qualche unità che ne costituisce la radice. Tale radice si renderà manifesta se consideriamo la natura, cioè il concetto, della concordia. La concordia infatti è un moto uniforme di più volontà, e da questa definizione risulta che l'unità dei voleri, espressa con le parole «moto uniforme», è la radice della concordia o la concordia stessa. Infatti, a quel modo che possiamo chiamare «concordi» più zolle per il loro simultaneo tendere al centro della terra, o più fiamme per il loro simultaneo ascendere verso la circonferenza del mondo (se ciò facessero con moto volontario), così chiamiamo «concordi» più uomini per il loro tendere volontariamente tutti insieme ad un unico fine, che è presente come forma nelle loro volontà, allo stesso modo che nelle zolle è presente come forma un'unica qualità, cioè la gravità, e nelle fiamme è presente un'unica qualità, cioè la leggerezza. Infatti la facoltà volitiva è una potenza, mentre l'idea del bene appreso è la sua forma, e questa forma, in se stessa unica, al pari delle altre si moltiplica col moltiplicarsi della materia che la riceve, come avviene per l'anima, il numero e le altre forme presenti nei composti.

Dopo queste premesse, fatte per chiarire la proposizione che intendiamo assumere per il nostro scopo, si faccia il seguente ragionamento: ogni concordia dipende dall'unità esistente nelle volontà; ora il genere umano, quando esiste nella sua condizione più perfetta, costituisce una specie di concordia (infatti, come un singolo uomo in perfette condizioni di spirito e di corpo costituisce una certa concordia, e altrettanto dicasi di una famiglia, di una città e di un regno, così lo è anche tutto quanto il genere umano); quindi il genere umano, nella sua condizione più perfetta, dipende dall'unità esistente nelle volontà. Ma questa unità non può verificarsi se non c'è una volontà unica che domini e regoli tutte le altre verso un unico fine, poiché le volontà dei mortali, a causa degli allettanti piaceri della giovinezza, hanno bisogno di una guida, come insegna il Filosofo nelle ultime pagine dell'Etica a Nicomaco. E questa volontà unica non può esistere se non c'è un unico sovrano reggitore di tutti e la cui volontà possa dominare e dirigere il volere di tutti gli altri. Se tutte le conclusioni precedenti sono vere, e lo io sono, è necessario che nel mondo vi sia un monarca, affinché il genere umano si trovi nella sua condizione più perfetta, e di conseguenza la Monarchia è necessaria per il buon ordinamento del mondo.

XVI

Tutte le argomentazioni precedenti trovano conferma in un evento memorabile, vale a dire in quell'ordinamento politico degli uomini che il Figlio di Dio, quando gli piacque, attese, oppure preparò egli stesso, prima di assumere la natura umana per la salvezza degli uomini. Infatti se ripercorriamo con la memoria le condizioni politiche dell'umanità nelle varie epoche storiche, [a partire] dalla caduta dei progenitori, che fu il principio di tutti i nostri traviamenti, troveremo che solo sotto il monarca divo Augusto il mondo godette ovunque di una pace universale, essendovi allora una monarchia perfetta. E che allora il genere umano fosse felice nella tranquillità di una pace universale lo attestano tutti gli storici, l'attestano illustri poeti e si è degnato di attestarlo lo stesso scrittore che ci parlò della mansuetudine di Cristo; ed infine Paolo chiamò quello stato felicissimo «pienezza del tempo». E davvero quel tempo e tutti i suoi eventi furono «pieni», poiché nessuna funzione promotrice della nostra felicità restò priva del suo operatore. Ma come le condizioni del mondo mutarono da quando quella veste inconsutile [5] subì la prima lacerazione dall'artiglio della cupidigia lo possiamo apprendere dalle letture, e volesse il cielo che non ci tocchi mai più vederlo.

O misero genere umano! quante procelle, quante sventure, quanti naufragi devono fatalmente abbattersi su di te da quando, diventato un mostro dalle molte teste, [6] lotti per raggiungere fini contrastanti! Sei infermo in ambedue gli intelletti ed anche nel sentimento: non cerchi di risanare l'intelletto superiore con verità irrefragabili, né quello inferiore con i dati dell'esperienza e neppure il sentimento con la dolcezza della suadente esortazione divina che ti risuona attraverso la tromba dello Spirito Santo: «Come è bello e giocondo che i fratelli vivano uniti!».

LIBER SECUNDUS

I

«Perché fremettero le genti e i popoli meditarono vani i disegni? Insorsero i re della terra e i principi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. Spezziamo le loro catene e rigettiamo il loro giogo»

Come, di solito, ci meravigliamo di un fatto nuovo in 2 quanto non riusciamo a vederne la causa, così, appena ne conosciamo la causa, guardiamo con una certa sprezzante derisione quelli che persistono nella meraviglia. Io pure, un tempo, mi meravigliavo del fatto che il popolo romano avesse potuto ottenere il dominio del mondo senza incontrare resistenza alcuna, poiché, guardando la cosa soltanto in superficie, pensavo l'avesse ottenuto unicamente con la violenza delle armi, senz'alcun diritto. Ma quand'ebbi penetrato a fondo con gli occhi della mente e compreso, attraverso indizi irrefragabili, che quel fatto era stato opera della divina Provvidenza, cessata ogni meraviglia, sopraggiunse in me un certo qual disprezzo pieno di derisione, pensando che dei popoli fossero insorti contro la supremazia del popolo romano, vedendo che altri popoli meditano vani disegni — come solevo vaneggiare anch'io un tempo —, e constatando infine con dolore che re e principi si trovano d'accordo su un punto solo, nell'avversare il loro Signore e il loro Unto, il principe romano. Per questo motivo, deridendoli, seppur con dolore, posso ripetere per il glorioso popolo [romano] e per Cesare quel grido di lamento fatto per il Principe del cielo: «Perché fremettero le genti e i popoli meditarono vani disegni? Insorsero i re della terra e i principi si allearono contro il Signore e contro il suo Cristo». Tuttavia, poiché il naturale amore non sopporta che la derisione duri a lungo, ma preferisce, superando la derisione, diffondere la luce della correzione — simile al sole estivo che, dissipate all'alba le nebbie mattutine, irraggia la sua fulgida luce —, io, sull'esempio del santissimo Profeta, e facendo mie le sue parole: «Spezziamo le loro catene e scuotiamo da noi il loro giogo», troverò il coraggio di spezzare le catene dell'ignoranza di tali re e prìncipi, e di mostrare il genere umano libero del loro giogo. Questi due risultati saranno sufficientemente raggiunti quando avrò condotto a termine la seconda parte del mio trattato e indicata la vera soluzione del problema propostomi. Una volta dimostrato infatti che l'Impero Romano fu fondato sul diritto, non solo si dissiperà la nebbia dell'ignoranza dagli occhi dei re e dei principi che usurpano per sé il governo della cosa pubblica, falsamente convinti che anche il popolo romano abbia compiuto simile usurpazione, ma tutti gli uomini si riconosceranno liberi dal giogo di simili usurpatori [7]. Inoltre la verità di questa tesi 7 può essere dimostrata non solo con la luce della ragione umana, ma anche con il raggio dell'autorità divina e, quando queste due forze concorrono ad uno stesso risultato, è segno indubbio che cielo e terra si trovano d'accordo. Sostenuto 8 pertanto da questa fiducia, e affidandomi alla testimonianza della ragione e dell'autorità, mi accingo a risolvere il secondo problema.

II

Dopo aver svolto un'indagine sufficiente, nella misura consentita dall'argomento, sulla vera soluzione del primo problema, resta ora da cercare la verità riguardo al secondo problema, cioè se il popolo romano si sia arrogato di diritto la dignità imperiale. Come punto di partenza di tale ricerca bisogna stabilire una verità alla quale possano ricondursi, come a loro principio, le argomentazioni della nostra indagine. Occorre pertanto notare che, come l'arte può trovarsi su tre piani, cioè nella mente dell'artista, nello strumento e nella materia informata dall'arte 3, similmente la natura si può considerare su tre piani, cioè nella mente del primo Motore che è Dio, poi nel cielo che funge da strumento, e infine nella mutevole materia in cui, attraverso il cielo, si effettua la somiglianza della bontà eterna. E come un eventuale difetto nell'opera d'arte è imputabile unicamente alla materia, supposto che l'artista sia perfetto e lo strumento in ottimo stato, così ogni difetto riscontrabile nelle cose terrene è dovuto alla soggetta materia, ed è estraneo all'intenzione di Dio naturante e del cielo, poiché Dio realizza il massimo della perfezione, ed il cielo, suo strumento, non manca minimamente della perfezione dovuta, come risulta dalle riflessioni filosofiche che leggiamo nel De caelo; e d'altra

parte tutto quanto c'è di buono nelle cose terrene, non potendo derivare dalla materia, che è solo in potenza6, deriva primariamente dall'artefice divino e secondariamente dal cielo, che è strumento dell'arte divina, la quale comunemente viene detta «natura». Da quanto detto risulta ormai chiaro che il diritto, essendo un bene, è primariamente nella mente di Dio (secondo quel detto: «Ciò che fu fatto era vita in Lui»), e siccome Dio vuole massimamente se stesso, ne consegue che il diritto, in quanto è in Lui, sia voluto da Dio. E poiché in Dio la volontà e l'oggetto voluto si identificano, ne deriva l'ulteriore conseguenza che la volontà divina è lo stesso diritto. Da questo inoltre si può dedurre che il diritto negli esseri creati non è altro che un'immagine del volere divino, per cui quanto non concorda col volere divino non può essere diritto e quanto invece concorda è di per sé diritto. Chiedersi pertanto se una cosa sia avvenuta secondo il diritto equivale a chiedersi, seppure con altre parole, se quella cosa sia avvenuta secondo il volere di Dio. Stabiliamo quindi come principio questa verità: quello che Dio vuole nella società umana deve ritenersi come vero e puro diritto. Bisogna inoltre ricordare ciò che il Filosofo insegna all'inizio dell’Etica a Nicomaco, che cioè non si deve cercare in tutte le scienze lo stesso tipo di certezza, ma solo quella consentita dalla natura del soggetto. Per questo motivo, le nostre argomentazioni, svolte alla luce del principio appena stabilito, raggiungeranno una sufficiente certezza se l'indagine sul diritto di quel popolo glorioso sarà basata su chiari segni esterni e sulle testimonianze dei dotti. Invero la volontà di Dio per se stessa è invisibile, ma le cose invisibili di Dio si percepiscono con l'intelletto attraverso le sue opere visibili; la cera infatti che reca l'impronta di un sigillo ce ne dà una chiara raffigurazione, anche quando il sigillo ci resti occulto. Non c'è da meravigliarsi se la volontà divina debba conoscersi per mezzo di segni esterni, dal momento che anche la volontà umana non può essere percepita, all'infuori del soggetto volente, se non per mezzo di segni esteriori.

III

Sulla presente questione affermo pertanto che il popolo romano si appropriò di diritto e senza usurpazione dell'ufficio di monarca su tutti gli uomini, ufficio che vien detto «Impero». Questa tesi si dimostra anzitutto nel modo seguente: al popolo più nobile spetta la signoria su tutti gli altri popoli; ora il popolo romano fu il più nobile; quindi ad esso spettò la signoria su tutti gli altri. La premessa maggiore si dimostra con questo ragionamento: «L'onore è premio della virtù»; ora ogni signoria è un onore; quindi ogni signoria è premio della virtù. Ora, è noto che la virtù, sia quella propria che quella degli antenati, rende gli uomini nobili [8] (infatti per il Filosofo della Politica «nobiltà è virtù e antica ricchezza», e per Giovenale

sola ed unica nobiltà d'animo è la virtù,

e queste due sentenze si riferiscono alle due nobiltà, quella propria e quella degli antenati); quindi il premio della signoria spetta ai nobili per effetto di virtù. E siccome i premi vanno proporzionati ai meriti (secondo il detto evangelico: «con la stessa misura con la quale misurerete sarete misurati»), a chi è più nobile spetta la signoria più grande. La premessa minore invece è dimostrata in modo persuasivo dalle testimonianze degli antichi: il nostro divino poeta Virgilio [9] infatti in tutta l'Eneide attesta a sempiterna memoria che padre del popolo romano fu il gloriosissimo re Enea, e questa testimonianza è confermata da Tito Livio, illustre storico delle imprese dei Romani, nella prima parte del suo volume che inizia dalla presa di Troia. Non sarei in grado di illustrare adeguatamente quanta sia stata la nobiltà di questo padre invittissimo e piissimo, considerando non solo la sua virtù personale, ma anche quella dei suoi antenati e delle sue spose, la cui nobiltà confluì in lui per diritto ereditario, tuttavia «cercherò di farlo per sommi capi».

Per quanto riguarda dunque la sua nobiltà personale ascoltiamo il nostro Poeta che, nel primo libro, introducendo Ilioneo, gli fa dire:

Era nostro re Enea di cui nessuno fu più giusto,

né più pio, né più valoroso in guerra e nelle armi.

Ascoltiamo ancora lo stesso poeta nel sesto libro dove, parlando della morte di Miseno (il quale in guerra era stato lo scudiero di Ettore e, dopo la morte di questi, era passato al servizio di Enea), afferma che tale Miseno «non si era messo al seguito di un eroe inferiore» [al precedente], paragonando così Enea ad Ettore, che Omero glorifica più di tutti, come riferisce il Filosofo nell'Etica a Nicomaco, dove parla dei costumi da evitare. Per quanto poi riguarda io la nobiltà ereditaria, sappiamo che tutte e tre le parti del mondo lo avevano reso nobile sia attraverso gli antenati che attraverso le sue mogli. L'Asia infatti lo rese nobile con gli antenati più prossimi, come Assaraco, e gli altri che regnarono in Frigia, regione dell'Asia, onde il nostro Poeta nel terzo libro dice:

Dopo che agli dèi piacque distruggere i regni

d'Asia e l'innocente progenie di Priamo .

L'Europa poi lo rese nobile con l'antichissimo avo Dardano [10] ed anche l'Africa con l'antichissima ava Elettra, nata da Atlante, re di grande fama, come per ambedue rende testimonianza il nostro Poeta nell'ottavo libro, dove Enea così parla ad Evandro:

Giunse primo fra i Teucri il padre Dardano, fondatore

della città di Ilio, nato, come affermano i Greci,

dall'atlantide Elettra, figlia del fortissimo Atlante,

che sulle spalle sostiene la volta celeste.

Che poi Dardano fosse di origine europea lo canta il nostro Poeta nel terzo libro con queste parole:

«C'è un luogo che i Greci chiamano Esperia,

terra antica, forte nelle armi e dalle fertili zolle.

L'abitano gli Enotri; ora è fama che i posteri

Italia la chiamarono dal nome di un loro capo.

Queste sono le nostre sedi, di qui trasse origine Dardano».

Che inoltre Atlante venisse dall'Africa lo testimonia il monte che ivi prese nome da lui e che Orosio, nella sua descrizione del mondo, afferma trovarsi in Africa con queste parole: «L'estremo suo confine è il monte Atlante e le isole dette Fortunate»; dice «suo», cioè dell'Africa, poiché di essa egli stava parlando.

Similmente Enea, come mi risulta, fu reso nobile anche dai suoi matrimoni. Infatti la sua prima moglie fu Creusa, figlia del re Priamo, nativa dell'Asia, come si può desumere da quanto detto sopra. E che ella fosse sua moglie lo attesta il nostro Poeta nel terzo libro, dove Andromaca chiede notizie del figlio Ascanio al padre Enea:

Che ne è del piccolo Ascanio? è ancora in vita e respira

aria pura, lui che Creusa ti generò quando Troia era in fiamme?

Seconda moglie fu Didone, regina e madre dei Cartaginesi in Africa; che fosse sua moglie lo canta il nostro Poeta nel quarto libro, dicendo di Didone:

Non più lo considera un amore furtivo Didone;

maritaggio lo chiama e con tale nome la sua colpa coprir vuole.

La terza fu Lavinia, madre degli Albani e dei Romani, figlia e, ad un tempo, erede del re Latino, se è vera la testimonianza del nostro Poeta nell'ultimo libro, ove presenta il vinto Turno che rivolge supplichevole questa preghiera ad Enea:

Hai vinto e gli Ausoni hanno visto me vinto

tendere le palme: ora Lavinia è tua sposa.

Quest'ultima moglie era originaria d'Italia, la più nobile regione d'Europa. Dopo tutte le precedenti considerazioni fatte per dimostrare la premessa minore, chi non è ancora sufficientemente persuaso che il padre del popolo romano, e quindi il popolo romano stesso, sia stato il più nobile esistente sotto il cielo? O chi non scorgerà una divina predestinazione in quel duplice confluire del sangue, da ogni parte del mondo, in un sol uomo?

IV

Ciò che si realizza mediante il concorso dei miracoli è voluto da Dio e di conseguenza avviene di diritto 1. E che questa proposizione sia vera è chiaro, perché il miracolo è un evento compiuto da Dio fuori dall'ordine naturale comunemente stabilito, come dice Tommaso nel terzo libro della sua Somma contro i Gentili. Quindi egli dimostra che solo a Dio compete operare miracoli, il che è confermato dall'autorità di Mosè là dove, di fronte alla piaga delle cavallette, i maghi del Faraone, dopo aver applicato i rimedi naturali secondo le loro arti ed aver fallito, esclamarono: qui c'è il dito di Dio. Se dunque il miracolo è un intervento immediato del primo Agente, senza la cooperazione degli agenti secondi — come lo stesso Tommaso dimostra a sufficienza nel libro su citato —, quando esso interviene a favore di qualcosa, è empio affermare che tale cosa, così favorita dal miracolo, non sia stata provvidenzialmente voluta da Dio in quanto a lui gradita. Perciò è sacrosanto affermare il contrario di tale empietà, e cioè che l'Impero Romano, nel suo processo di realizzazione, fu sostenuto dal favore dei miracoli; dunque esso fu voluto da Dio e di conseguenza fu ed è di diritto. Che poi Dio sia intervenuto con miracoli per realizzare l'Impero Romano è dimostrato dalla testimonianza di illustri scrittori. Livio, nella prima parte della sua opera, ci attesta che sotto Numa Pompilio, secondo re dei Romani, mentre questi faceva un sacrificio secondo il rito pagano, un ancile [11] cadde dal cielo nella città eletta dal Dio. Di tal miracolo fa menzione Lucano nel nono libro della Farsaglia (ove descrive l'incredibile violenza dell'Austro, cui è esposta la Libia) con queste parole:

Così certamente

caddero innanzi a Numa, mentre offriva sacrifìci,

quegli ancili che l'eletta gioventù patrizia or agita sul capo;

Austro e Borea strappati li avevano a popoli che li portavano.

E ancora Livio e molti illustri scrittori concordemente attestano che, quando i Galli, dopo aver occupato il resto della città, stavano avvicinandosi furtivamente, col favore delle tenebre, al Campidoglio, ultimo baluardo prima della totale rovina del nome stesso di Roma, un'oca, mai vista prima in quei luoghi, segnalò con le sue grida la presenza dei Galli, svegliando le guardie perché difendessero il Campidoglio. Dell'avvenimento si ricordò il nostro Poeta nell'ottavo libro quando descrive lo scudo di Enea; egli infatti canta così:

In cima alla rupe Tarpea stava Manlio di guardia

davanti al tempio, occupando l'alto Campidoglio.

La reggia era ancora irta di romulee canne;

e quivi un'argentea oca, per gli aurati portici svolazzando,

annunziava con grida che i Galli eran già sulla soglia.

Quando inoltre la nobiltà romana, incalzata da Annibale, era in piena rotta, tanto che sarebbe bastato l'assalto finale dei Cartaginesi alla città per provocare la completa rovina della potenza di Roma, i vincitori non poterono conseguire la vittoria finale per lo scompiglio prodotto da un'improvvisa e intollerabile grandine, come racconta Livio, assieme ad altri eventi delle guerre puniche. E non fu forse miracolosa la traversata del Tevere compiuta da Clelia la quale, durante l'assedio di Porsenna, pur essendo donna e per giunta prigioniera, spezzate le catene, attraversò a nuoto il fiume, miracolosamente aiutata da Dio, come a sua gloria ricordano quasi tutti gli scrittori di storia romana? [12] Questi interventi si addicevano perfettamente a Colui che dall'eternità dispose tutte le cose in un bell'ordine armonico: Colui infatti che, rendendosi visibile, avrebbe operato miracoli per il regno invisibile, mentre era invisibile, ne operò per il regno visibile.

V

Inoltre: chi si propone il bene pubblico, si propone il 1 fine del diritto. Che tale implicazione sia consequenziale si mostra in questo modo: il diritto è un rapporto proporzionale, sia reale che personale, dell'uomo con l'altro uomo, e tale rapporto, finché vien conservato, conserva la società umana, quando invece viene violato, la porta alla rovina. — La descrizione datane dal Digesto non definisce propriamente l'essenza del diritto, ma si limita a descriverlo sulla base dell'uso che se ne fa —. Se quindi la definizione data coglie bene l'essenza e il motivo del diritto, e se, d'altra parte, il fine di ogni società è il bene comune degli associati, bisogna ammettere necessariamente che il fine di ogni diritto è il bene comune, e che è impossibile ci sia un diritto che non miri al bene comune. Perciò giustamente Tullio, nella Prima Retorica, dice che «le leggi vanno sempre interpretate in vista dell'utilità della repubblica». Che se le leggi 3 non sono rivolte all'utilità di coloro che vi sono soggetti, sono leggi solo di nome, ma non possono esserlo di fatto, poiché la funzione delle leggi è quella di vincolare gli uomini tra loro per l'utilità comune. Per questo Seneca dà una giusta definizione della legge quando, nel libro Delle quattro virtù, la chiama «il vincolo della società umana». È dunque dimostrato che chiunque si prefigga il bene pubblico si propone il fine del diritto. Se pertanto i Romani mirarono a realizzare il bene pubblico, si potrà dire con verità che essi si proponevano il fine del diritto. Ora, che il popolo romano, nel sottomettere il mondo, intendesse realizzare il bene pubblico, lo dimostrano chiaramente le sue imprese nelle quali, bandendo ogni cupidigia, che è sempre nemica della repubblica, e dimostrando di amare la pace universale e la libertà, quel santo, pio e glorioso popolo sembra aver trascurato il proprio interesse, al fine di procurare quello pubblico per la salvezza del genere umano. Onde giustamente fu scritta la frase: «L'Impero Romano nasce dalla fonte della pietà».

Ma siccome l'intenzione di tutti i soggetti liberi non può apparire al di fuori se non attraverso dei segni esterni, e poiché gli argomenti vanno trattati con metodo adeguato al loro contenuto — come già è stato detto—, per dimostrare l'intenzione del popolo romano [di perseguire il bene pubblico] ci basterà indicare dei segni indubitabili, sia nell'attività degli organi collegiali che delle singole persone. Infatti, quanto agli organi collegiali, attraverso cui le persone sembrano legate in qualche modo alla repubblica, basta la sola testimonianza autorevole di Cicerone nel secondo libro Dei doveri: «Finché il governò della repubblica era esercitato praticando benefici e non offese, finché le guerre si facevano per difendere gli alleati e per mantenere l'impero, e le loro conseguenze erano lievi o derivanti da necessità, il senato era porto e rifugio dei re, dei popoli e delle nazioni, mentre i nostri magistrati e i nostri comandanti ambivano soprattutto ricevere l'elogio di aver difeso le province e gli alleati con equità e lealtà. Un tale governo perciò si poteva chiamare un "patrocinio" del mondo piuttosto che un dominio». Queste le parole di Cicerone.

Quanto poi alle singole persone, procederò per cenni sintetici. Non bisogna forse dire che cercarono il bene comune coloro che col sudore, con la povertà, con l'esilio, con la perdita dei figli, con la mutilazione delle membra, e infine con l'offerta della vita stessa, si sforzarono di accrescere il pubblico bene? Il celebre Cincinnato non ci lasciò forse un santo esempio di come deporre spontaneamente la carica alla sua scadenza, quando, strappato all'aratro e fatto dittatore, come narra Livio, dopo la vittoria e il trionfo, restituì ai consoli lo scettro del comando e tornò spontaneamente all'aratro, a sudare dietro ai buoi? E proprio per io lodare ta e generoso comportamento, Cicerone, discutendo contro Epicuro nel libro Dei fini, lo ricordò con queste parole: «Anche i nostri antenati strapparono all'aratro il celebre Cincinnato perché fosse dittatore». Forse che ii Fabrizio non ci lasciò un alto esempio di resistenza all'avidità quando, pur essendo povero, per la fedeltà che lo legava alla repubblica, schernì l'offerta di una grande quantità d'oro e poi la rifiutò con disprezzo, pronunciando parole degne di lui? La memoria di questo fatto ci è stata conservata anche dal nostro Poeta nel sesto libro, ove canta di

Fabrizio

potente nella povertà.

Non fu forse per noi un memorabile esempio di come si 12 debbano preferire le leggi ai propri interessi quel Camillo che, secondo Livio, dopo aver liberata la patria assediata e restituite a Roma le spoglie romane, condannato all'esilio, se ne partì dalla città santa, nonostante l'opposizione di tutto il popolo, e non vi ritornò prima che gli fosse giunto dall'autorità del senato il permesso di rimpatriare? Anche questo uomo magnanimo il Poeta ricorda con encomio nel sesto libro, ove parla di

Camillo che riporta le insegne.

Forse che non ci insegnò a posporre i figli e tutti gli altri alla libertà della patria quel famoso primo Bruto, del quale Livio narra che, essendo console, mandò a morte i propri figli che cospiravano col nemico? La sua gloria è immortalata nel sesto libro dal nostro Poeta che di lui canta:

«Per la bella libertà il padre condannò alla pena

di morte i figli che ordivano nuove guerre».

Che cosa non ci insegnò ad osare per la patria Muzio quando, dopo aver assalito l'incauto Porsenna, guardava bruciare la mano, responsabile del colpo fallito ma pur sempre sua, con lo stesso sguardo con cui avrebbe osservato il supplizio di un nemico? Anche Livio, attestando questo fatto, ne è preso da ammirazione. A questi esempi si può ancora aggiungere il supremo sacrificio dei Decii che immolarono le loro vite, votandole alla salvezza della patria, come racconta ancora Livio, glorificandoli secondo le sue capacità, non secondo il loro merito. Si aggiunga inoltre quell'inenarrabile sacrificio di Marco Catone, severissimo difensore della vera libertà. I primi, per la salvezza della patria, non paventarono le tenebre della morte; quest'ultimo, per accendere nel mondo l'amore della libertà, ne dimostrò l'immerso valore preferendo morire da libero piuttosto che vivere senza libertà. Il nome di tutti costoro rimarrà glorioso nelle ardenti parole di Tullio. Nel libro II fine dei beni infatti, Tullio così parìa dei Decii: «Il console Publio Decio, il membro più illustre di quella famiglia, quando, sferzando il cavallo, irruppe in mezzo alle schiere dei Latini votandosi alla morte, poteva forse pensare ai suoi piaceri, a dove e quando coglierli, mentre sapeva che la morte era imminente, ed anzi la cercava con più ardore di quanto Epicuro ritenga si debba mettere nel cercare il piacere? E se quel suo gesto non fosse stato giustamente esaltato, il figlio non l'avrebbe imitato nel suo quarto consolato, e tanto meno il figlio di questi, nella guerra con Pirro, sarebbe caduto in battaglia mentre era console, sacrificandosi alla repubblica come terza vittima successiva della famiglia». Inoltre, nei libri Dei doveri, dice di Catone: «Marco Catone non si trovò in una condizione diversa da quella degli altri che in Africa si arresero a Cesare. Ma forse agli altri sarebbe stato imputato a colpa un loro eventuale suicidio, poiché la loro vita era più leggera e i costumi più facili; Catone invece, avendogli la natura dato un'incredibile gravità, rafforzata da una costanza incrollabile, ed essendo sempre stato irremovibile nelle sue decisioni ed opinioni, doveva morire piuttosto che vedere la faccia del tiranno».

Abbiamo dimostrato fin qui due cose: primo, che chiunque si propone il bene della cosa pubblica, si propone il fine del diritto; secondo, che il popolo romano, assoggettando il mondo, si propose il bene pubblico. Ora, per concludere la nostra tesi, si deve fare questo ragionamento: chiunque si propone il fine del diritto procede secondo il diritto; ora il popolo romano, assoggettando il mondo, si propose il fine del diritto (come è stato chiaramente dimostrato con le precedenti prove in questo capitolo); quindi il popolo romano, assoggettando il mondo, lo fece secondo il diritto, e di conseguenza si arrogò legittimamente la dignità imperiale. E affinché questa conclusione sia ricavata da premesse tutte chiare, dobbiamo precisare l'affermazione: chiunque si propone il fine del diritto procede secondo il diritto. Per chiarire tale affermazione, bisogna osservare che ogni essere esiste in vista di un qualche fine, altrimenti sarebbe inutile, il che non è possibile, come si è detto sopra. E come ogni realtà esiste in funzione del proprio fine, così ogni fine suppone una specifica realtà di cui è fine, per cui è impossibile, propriamente parlando, che due realtà, in quanto due (specificamente diverse), tendano allo stesso fine, poiché ne seguirebbe il suddetto inconveniente, che cioè una di esse sarebbe inutile. Essendoci dunque un preciso fine del diritto — come già si è dimostrato —, è necessario che, posto quel fine, sia posto il diritto, essendo tale fine un effetto proprio e necessario del diritto. E siccome in ogni nesso consequenziale è impossibile che esista l'antecedente senza il conseguente (per esempio l'umanità senza l'animalità, come risulta chiaro quando si affermi il primo elemento negando l'altro), è impossibile tendere al fine del diritto senza il diritto, perché ogni essere, in rapporto al proprio fine, sta come il conseguente rispetto all'antecedente: infatti è impossibile raggiungere il benessere delle membra senza la salute. Perciò è chiarissimo che chi si propone il fine del diritto se lo propone necessariamente con il diritto. Né vale l'istanza che si è soliti ricavare dalle parole del Filosofo a proposito dell'eubulia. [13] Dice infatti il Filosofo: «Si dà anche il caso che con un falso sillogismo si giunga a quella conclusione cui si deve arrivare, ma con un mezzo non valido, poiché il termine medio è falso». Infatti, se da una premessa falsa si giunge in qualche modo ad una conclusione vera, ciò avviene accidentalmente, nel senso che quella verità è introdotta dalle parole del sillogismo, poiché il vero di per sé non deriva mai dal falso, e tuttavia le parole che esprimono il vero possono tavolta derivare da parole che esprimono il falso. La stessa cosa accade nel campo dell'azione: infatti, sebbene un ladro con i beni rubati soccorra il povero, non si può affermare che ciò sia un'elemosina, ma è un'azione che potrebbe avere natura di elemosina se fosse compiuta con i propri averi. Lo stesso si può dire del fine del diritto, poiché, se si potesse raggiungere un certo risultato analogo al fine del diritto senza però il diritto, tale risultato sarebbe fine del diritto, cioè il bene comune, allo stesso titolo che l'offerta di un avere malamente acquisito è elemosina; e così, siccome nella nostra proposizione parliamo del fine del diritto realmente esistente e non soltanto del diritto apparente, l'obbiezione non ha valore. Pertanto l'oggetto dell'indagine resta dimostrato.

VI

E ancora, ciò che la natura ha predisposto si mantiene di diritto, poiché la provvidenza della natura non è inferiore a quella dell'uomo in quanto, se lo fosse, l'effetto supererebbe in bontà la sua causa, il che è impossibile. Ora noi vediamo che chi istituisce un organo collegiale non prende in considerazione soltanto i reciproci rapporti gerarchici tra i colleghi, ma anche il potere da accordare loro per l'esercizio del proprio ufficio, il che equivale a precisare i limiti del diritto conferito al collegio in generale o ai vari gradi gerarchici, poiché il diritto non si estende oltre il potere conferito. Quindi la natura, nelle cose da essa ordinate, non può essere da meno di questa provvidenza umana. Pertanto è chiaro che la natura ordina le cose in rapporto alle loro capacità e questo rapporto è il fondamento del diritto posto dalla natura nelle cose. Ne consegue che l'ordine naturale nelle cose non può mantenersi senza il diritto, poiché il fondamento del diritto è inseparabilmente connesso con tale ordine; è necessario quindi che tale ordine si mantenga di diritto. Ora il popolo romano fu preordinato dalla natura ad imperare, il che si dimostra in questo modo: come mancherebbe della perfezione dell'arte chi badasse solo alla forma finale e non si curasse dei mezzi per raggiungere tale forma, così mancherebbe la natura se tendesse soltanto ad attuare nell'universo la forma universale della somiglianza divina, ma ne trascurasse i mezzi; ora la natura non manca di alcuna perfezione, essendo opera dell'intelligenza divina; quindi essa adopera tutti i mezzi per arrivare al suo scopo finale. Essendo dunque il fine del genere umano un mezzo necessario a raggiungere il fine universale della natura, bisogna che la natura tenda ad attuarlo — infatti il Filosofo nel secondo libro della Fisica dimostra giustamente che la natura agisce sempre per un fine. — E poiché la natura non può raggiungere quel fine attraverso un solo uomo, poiché le molte operazioni necessarie al raggiungimento di tale fine richiedono una moltitudine di agenti, è necessario che la natura produca una moltitudine di uomini predisposti ad operazioni diverse, e a tale diversificazione contribuiscono molto, oltre l'influsso degli astri, le forze e le caratteristiche delle regioni della terra. Per questo noi vediamo che alcuni individui ed anche alcuni popoli sono nati con l'attitudine a comandare, ed alcuni altri con l'attitudine ad essere soggetti ed a servire, come il Filosofo dimostra nella Politica; e per questi ultimi, come egli dice, non solo è vantaggioso essere governati, ma anche giusto, sebbene vi siano costretti. Se le cose stanno così, non vi è dubbio che la natura ha predisposto nel mondo un luogo e un popolo per il dominio universale; altrimenti sarebbe venuta meno a se stessa, il che è impossibile. Quale poi sia stato questo luogo e questo popolo, è abbastanza chiaro — in base a quanto detto sopra e a quanto dovremo ancora dire — che furono Roma e i suoi cittadini, cioè il popolo romano. Anche il nostro Poeta vi accenna con fine gusto nel sesto libro, introducendo Anchise che rivolge ad Enea, padre dei Romani, questo ammonimento:

Altri, credo, modelleranno in più morbide forme

animati bronzi e dal marmo trarranno figure viventi;

altri peroreranno meglio le cause e meglio tracceranno

con la bacchetta i moti celesti, e il sorgere degli astri prediranno.

Tu, o Romano, ricordati che devi reggere i popoli con potere imperiale,

Queste saranno le tue arti: stabilire leggi di pace,

perdonare a chi si è sottomesso e debellare i superbi.

Al luogo predisposto [dalla natura] accenna poi con finezza nel quarto libro, quando introduce Giove che così parla a Mercurio di Enea:

Non tale ce lo promise la bellissima madre,

né per questo lo sottrasse per due volte alle armi dei Greci;

ma [promise] che avrebbe governato l'Italia, ricca

di dominii e fremente di guerra.

In tal modo è stato dimostrato a sufficienza che il popolo romano fu destinato dalla natura a imperare: quindi il popolo romano, assoggettando il mondo, giunse di diritto all'Impero.

VII

Per cogliere compiutamente la verità nella presente indagine, occorre inoltre sapere che il giudizio divino sulle cose talvolta è manifesto agli uomini e talvolta invece è nascosto. Può essere manifesto in due modi, sia per mezzo della ragione e sia per mezzo della fede. Vi sono infatti alcuni giudizi di Dio a cui la ragione umana può giungere con le proprie forze, come per esempio questo: che l'uomo deve sacrificare se stesso per la salvezza della patria; e infatti se la parte deve esporsi per la salvezza del tutto, l'uomo, essendo una parte della città — come risulta chiaro dal Filosofo nella sua Politica —, deve sacrificare se stesso per la patria, come un bene minore per un bene maggiore. Onde il Filosofo nell'Etica a Nicomaco afferma: «[Il bene] è desiderabile anche quando riguarda una sola persona, ma è più bello e più divino se riguarda un popolo e una città». E questo è appunto il giudizio di Dio; se così non fosse, la ragione umana, giudicando rettamente, non seguirebbe l'intenzione della natura, il che è impossibile . Vi sono poi dei giudizi di Dio ai quali la ragione umana, pur non potendo giungere con le proprie forze, si eleva tuttavia con l'aiuto della fede in quelle verità rivelateci nelle Sacre Scritture, come per esempio questa: che nessuno, per quanto perfettamente dotato di virtù morali ed intellettuali, tanto secondo l'abito che secondo l'atto, può salvarsi senza la fede, dato che non abbia mai sentito parlare di Cristo. La ragione umana da sola non può comprendere come ciò sia giusto, ma con l'aiuto della fede lo può. Infatti sta scritto nell'Epistola agli Ebrei: «Senza fede è impossibile piacere a Dio»; e nel Levitico: «Chiunque della casa di Israele ucciderà un bue o una pecora o una capra nell'accampamento o fuori di esso, e non lo porterà davanti alla porta del tabernacolo per offrirlo al Signore, sarà reo di sangue». La porta del tabernacolo è figura di Cristo che è la porta del conclave eterno, come si può desumere dal Vangelo; l'uccisione degli animali raffigura le azioni degli uomini. Occulto invece è quel giudizio di Dio a cui la ragione umana non può giungere né in base alla legge di natura, né mediante la legge della Scrittura, ma vi arriva talvolta per una grazia speciale, e questo avviene in più modi: talora per una diretta rivelazione, talora per una rivelazione mediante una prova. La diretta rivelazione del giudizio di Dio può avvenire in due maniere: o per libera iniziativa di Dio o perché egli è sollecitato dalla preghiera. Per libera iniziativa di Dio si verifica a sua volta in due modi: o in modo esplicito, oppure per mezzo di un segno; in modo esplicito, come quando a Samuele fu rivelato il giudizio contro Saul; per mezzo di un segno, come quando al Faraone fu rivelata, mediante dei segni, la decisione di Dio relativa alla liberazione dei figli di Israele. Il modo di rivelazione provocato da preghiera di domanda era ben noto a coloro che, nel secondo libro dei Paralipomeni, così si esprimevano: «Quando non sappiamo che cosa dobbiamo fare, l'unica risorsa che ci resta è di rivolgere a Te i nostri occhi». La rivelazione invece mediante una prova avviene in due modi: o mediante un sorteggio o mediante un certame («certare» infatti si disse nel senso di «certum facere»). Talvolta il giudizio di Dio si rivela agli uomini attraverso un sorteggio, come risulta dalla sostituzione di Mattia negli Atti degli Apostoli. Il giudizio di Dio mediante un certame invece può manifestarsi in due modi: o per urto di forze, come si verifica nel combattimento di due lottatori che si chiamano appunto «duelliones» [14]; oppure attraverso una gara di più concorrenti che si sforzano di superarsi nel raggiungere un segno prestabilito, come avviene nella corsa degli atleti che gareggiano per giungere primi al traguardo. Il primo di questi due modi è rappresentato presso i pagani da quel duello tra Ercole e Anteo, del quale fa menzione Lucano nel quarto libro della Farsaglia e Ovidio nel nono libro delle Metamorfosi; il secondo è rappresentato, sempre presso i pagani, dalla corsa fra Atalanta e Ippomene, riportata nel decimo libro delle Metamorfosi. Inoltre non bisogna trascurare il fatto che tra questi due tipi di competizione esiste questa differenza: che nel primo i contendenti, per esempio i duellanti, possono legittimamente provocarsi impedimenti a vicenda, mentre nel secondo ciò non è consentito: i corridori infatti non devono recarsi impedimento l'un l'altro, benché il nostro Poeta sembri sia stato di diverso avviso nel quinto libro dell'Eneide, quando fece premiare Eurialo. [15] Più giustamente quindi Tullio, nel terzo libro Dei doveri, lo proibisce, seguendo il parere di Crisippo; scrive infatti: «Come spesso avveniva, Crisippo saggiamente disse: il corridore nello stadio deve sforzarsi di lottare fino allo spasimo per vincere, ma non deve in nessun modo fare lo sgambetto al compagno di gara». Fatte queste distinzioni nel presente capitolo, possiamo trarne due argomentazioni che servono efficacemente per il nostro assunto: una ricavata dalla gara dei corridori e l'altra dal combattimento dei lottatori; svolgerò tali argomentazioni nei capitoli immediatamente seguenti.

VIII

Quel popolo dunque che ebbe il sopravvento su tutti gli altri che gareggiavano per l'impero del mondo, prevalse per giudizio di Dio [16]. Infatti, siccome a Dio sta più a cuore dirimere una lite universale che non una particolare, e siccome in talune liti particolari noi cerchiamo di conoscere il giudizio di Dio ricorrendo al combattimento di atleti (secondo il noto proverbio: «A chi Dio concede la vittoria anche Pietro dia la sua benedizione»), non vi è alcun dubbio che la vittoria, ottenuta nella gara dei campioni che concorrono per il dominio del mondo, sia stata la conseguenza di un giudizio di Dio. Il popolo romano ebbe il sopravvento su tutti i popoli concorrenti al dominio del mondo, e questo risulterà chiaro se, nel prendere in considerazione i contendenti, si consideri anche il traguardo ossia la meta. Traguardo o meta fu quello di dominare su tutti gli uomini, ed è questo infatti che noi chiamiamo «Impero». Ma questo non toccò a nessun altro all'infuori del popolo romano, il quale non solo fu il primo, ma anche l'unico che raggiunse la meta della gara, come si vedrà subito. Infatti il primo dei mortali che aspirò a quel traguardo fu Nino, re degli Assiri, il quale, sebbene insieme alla sua consorte Semiramide tentasse per novantanni e più, come dice Orosio, di procurarsi con le armi il dominio del mondo, e sottomettesse tutta l'Asia, tuttavia non riuscì mai ad assogettare le parti occidentali della terra. Di entrambi fa menzione Ovidio nel quarto libro delle Metamorfosi dove, parlando di Piramo, dice:

Semiramide cinse la città con mura di mattoni

e più sotto:

Si rechino al sepolcro di Nino e si nascondano nell'ombra.

Il secondo che aspirò a quel traguardo fu Vesoge, re d’Egitto, il quale, quantunque abbia portato sconquasso al sud e al nord dell'Asia, come ricorda Orosio, tuttavia non riuscì mai ad occupare la metà del mondo, anzi fu distolto dalla sua impresa temeraria dagli Sciti, quand'era già quasi a metà percorso fra gli atloteti [17] e la meta. In seguito tentò l'impresa Ciro, re di Persia, il quale, distrutta Babilonia e trasferito l'impero babilonese ai Persiani, sotto Tamiri, regina degli Sciti, abbandonò ad un tempo la vita e il suo progetto, senza neppure essere venuto a contatto con i paesi d'Occidente. Dopo costoro, Serse, figlio di Dario e re dei Persiani, invase il mondo con un numero così grande di uomini e con mezzi così imponenti da superare, con un ponte tra Sesto e Abido, il tratto di mare che separa l'Asia dall'Europa; Lucano ricordò tale mirabile impresa nel secondo libro della Farsaglia dove canta:

È fama che l'ambizioso Serse costruì delle strade sul mare.

Ma alla fine, costretto miseramente a rinunciare all'impresa, non potè raggiungere la meta. Oltre costoro e dopo di essi, Alessandro, re macedone, che più di ogni altro stava avvicinandosi alla palma della monarchia, proprio quando, attraverso i suoi ambasciatori, aveva intimato la resa ai Romani e prima di aver ricevuta la risposta, cadde nelle vicinanze dell'Egitto, quasi a metà della corsa, come narra Livio. Anche del suo sepolcro esistente in Egitto ci dà testimonianza Lucano nel libro ottavo dove, inveendo contro Tolomeo, re d'Egitto, dice:

Ultimo e degenere rampollo della stirpe dei Lagidi,

che, sull'orlo della morte, stai per cedere lo scettro all'incestuosa sorella,

mentre il Macedone vien conservato nella tomba a te destinata.

«O immensa ricchezza della scienza e della sapienza di Dio»! Chi potrà non provare stupore di fronte a te per questo evento? Poiché, mentre Alessandro tentava di ostacolare nella corsa il concorrente romano, tu lo strappasti dalla gara, affinché la sua temerità non si ingigantisse ulteriormente.

Ma che sia stata Roma a conseguire la vittoria in una gara così importante è comprovato da molte testimonianze. Dice infatti il nostro Poeta nel primo libro:

Dalla rinnovata stirpe di Teucro, col volgere degli anni,

un giorno sarebbero sorti i condottieri romani,

che avrebbero dominato su tutte le terre e i mari.

Anche Lucano nel primo libro dice:

Vogliono spartirsi il regno con le armi, ma la Fortuna

del popolo potente, dominatrice del mare, della terra e di tutto il mondo

non permise di accogliere due signori.

E inoltre Boezio, nel secondo libro, parlando del principe dei Romani, dice:

Egli reggeva con lo scettro i popoli

che Febo abbraccia col suo sguardo, da quando sorge

a quando i suoi raggi sotto le onde ripone,

quei popoli che il gelo del nord stringe in una morsa,

e quelli che il violento Noto brucia con secco calore

che infuoca le sabbie ardenti.

La stessa testimonianza ci offre Luca, lo scriba di Cristo, che dice sempre il vero, in questo passo della sua narrazione: «Uscì un editto di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto il mondo»; da queste parole possiamo chiaramente intendere che i Romani avevano allora la giurisdizione su tutto il mondo. Da tutte queste testimonianze risulta chiaro che il popolo romano prevalse su tutti gli altri popoli che gareggiavano per il dominio del mondo; quindi esso prevalse per giudizio dì Dio, e di conseguenza ottenne il dominio per giudizio divino, il che significa che l'ottenne di diritto.

IX

Inoltre, ciò che si acquista per mezzo del duello s'acquista di diritto [18]. Ogniqualvolta infatti che vien meno il giudizio umano, o perché avvolto dalle tenebre dell'ignoranza o per la mancanza di un giudice che presieda al giudizio, se non si vuole che la giustizia resti negletta, si deve ricorrere a Colui che tanto l'amò che, morendo, col proprio sangue diede soddisfazione a quanto essa esigeva, onde il Salmo dice: «Il Signore è giusto e amò la giustizia». Ora il duello si fa quando, per libero consenso delle parti, non per odio né per amore, ma solo per vivo desiderio di giustizia, si chiede il giudizio di Dio mediante lo scontro violento delle rispettive forze dell'animo e del corpo; questo scontro si chiama «duello» perché in origine fu un combattimento fra due persone. Ma bisogna sempre tener presente che a tale rimedio si deve ricorrere come ultima istanza quando si è costretti dalla necessità della giustizia, e solo dopo aver tentato tutti gli altri mezzi per decidere la vertenza, così come, per quanto riguarda la guerra, bisogna prima esperire tutte le vie della discussione e solo in ultima istanza ricorrere al combattimento — come insegnano concordemente Tullio nel libro Dei doveri e Vegezio nell'Arte militare [19] —, e per quanto riguarda la cura medica, bisogna prima provare tutti gli altri rimedi e solo in ultimo ricorrere al ferro e al fuoco. Due sono dunque le condizioni formali del duello, una è quella indicata or ora, l'altra è quella toccata prima, che cioè i contendenti o duellanti scendano in campo di comune accordo, non mossi dall'odio o dall'amore, ma solo dallo zelo per la giustizia. Perciò Tullio, trattando di questo argomento, giustamente diceva: «Ma le guerre, la cui posta è la corona dell'Impero, vanno combattute con minore asprezza». Ora, se queste condizioni formali del duello sono state rispettate — perché altrimenti non sarebbe duello —, i due contendenti che, per necessità di giustizia, si sono affrontati di comune accordo, mossi dall'amore della giustizia stessa, non si sono forse riuniti in nome di Dio? E se è così, Dio non è forse in mezzo a loro, dacché egli stesso ce lo promette nel Vangelo? E se Dio è presente, non è forse un'empietà supporre che possa soccombere la giustizia che egli ama in quella misura sopra indicata? E se nel duello non può soccombere la giustizia, ciò che si conquista mediante il duello non si conquista forse con diritto? Anche i pagani, prima dell'annuncio del Vangelo, conoscevano questa verità quando ricercavano il giudizio dalla sorte di un duello. Ecco perché il grande Pirro, nobile sia per il sangue che per i costumi degli Eacidi, quando gli furono inviati gli ambasciatori romani per il riscatto dei prigionieri, diede loro questa bella risposta:

Non chiedo per me oro, né mi dovrete dare un prezzo;

giochiamoci a vicenda la vita combattendo con la spada,

non mercanteggiando la guerra con l'oro.

Vediamo alla prova del valore, qualunque sia la sorte,

se Hera vuole che regniate voi o io.

È cosa certa che io farò grazia della libertà

a coloro che la fortuna della guerra ha risparmiato per il loro valore.

Questi portateli pure via in dono.

Qui Pirro chiamava Hera la Fortuna, cioè quella causa che noi, meglio e più giustamente, chiamiamo «divina provvidenza». Cerchino quindi i contendenti di non proporsi come movente il denaro, poiché allora non si dovrebbe più chiamare duello, ma mercato del sangue e della giustizia; né si creda che in tal caso sia presente come giudice Dio, ma piuttosto quell'antico Avversario che fu istigatore della contesa. [20] Se vogliono essere duellanti e non mercanti di io sangue e di giustizia, entrando in campo, abbiano sempre davanti agli occhi Pirro il quale, guerreggiando per il predominio, sapeva disprezzare l'oro, come si è detto. Se poi contro la verità dimostrata si opponesse la solita obbiezione di una disparità di forze, si ribatta l'obbiezione con la vittoria riportata da Davide su Golia; e se i pagani chiedessero un altro esempio, si confuti l'obbiezione con la vittoria di Ercole su Anteo. È infatti cosa stoltissima supporre che in un campione le forze sostenute da Dio possano risultare inferiori.

È ormai abbastanza chiaro che quanto si acquista con il duello si acquista con diritto. Ora il popolo romano con il duello acquistò l'Impero, e questo si dimostra con testimonianze degne di fede, esponendo le quali non solo risulterà chiaro quel fatto, ma anche come, fin dai primordi dell'Impero romano, si risolvesse col duello qualunque controversia. La prima volta infatti avvenne quando sorse una contesa circa la sede del padre Enea — che fu il primo padre di questo popolo — per l'opposizione che gli faceva Turno, re dei Rutuli; alla fine, i due re, di comune accordo, ricorsero al duello tra di loro per scoprire il volere di Dio, come si canta alla fine dell'Eneide. E in tale combattimento la clemenza del vincitore Enea fu così grande che, benché vittorioso, avrebbe condonato al vinto la vita e insieme avrebbe offerta la pace — come testimoniano gli ultimi versi del nostro Poeta —, se non avesse scorto il cingolo che Turno aveva sottratto a Pallante dopo averlo ucciso. E quando poi dall'identica radice troiana germogliarono in Italia due popoli, quello Romano e quello Albano, dopo aver conteso a lungo fra loro per l'insegna dell'aquila, per i penati di Troia e per il principato, in ultimo, di comune accordo delle parti, onde definire giustamente la lite, si combatté fra tre fratelli Orazi da una parte e altrettanti fratelli Curiazi dall'altra, alla presenza dei re e dei rispettivi popoli, in attesa fuori dalla cinta. Caduti i tre campioni degli Albani e due dei Romani, la palma della vittoria fu concessa ai Romani, sotto il re Ostilio. Livio, nella prima parte della sua opera, raccolse diligentemente per iscritto tali fatti, ed anche Orosio li attesta. In seguito, come narra Livio, i Romani combatterono per il predominio con i popoli confinanti, coi Sabini e coi Sanniti, osservando tutte le leggi di guerra e attenendosi alla forma del duello, sebbene i combattenti fossero numerosi: in questo modo di combattere con i Sanniti la fortuna quasi si pentì, per così dire, del suo proposito iniziale. Lucano nel secondo libro ricorda, a mo' di esempio, questo fatto con le seguenti parole:

Oppure quante caterve di cadaveri sostenne la porta Collina, quando la città, capo del mondo, e il potere effettivo per poco non mutarono di sede, e il Sannita sperò che le ferite inferte a Roma fossero più gravi delle forche Caudine.

Una volta sedate le contese con i popoli italici, e poiché i Romani non avevano ancora combattuto con i Greci e con i Cartaginesi per conoscere il giudizio di Dio, in quanto sia gli uni che gli altri aspiravano all'Impero, Fabrizio per i Romani e Pirro per i Greci si affrontarono con eserciti numerosi per conquistare la gloria del predominio, e l'ottenne Roma. E quando Scipione per gli Itali e Annibale per gli Africani si fecero guerra in forma di duello, gli Africani soccombettero agli Itali, come Livio ed altri storiografi romani hanno cura di attestare. Chi dunque è ancora di mente così ottusa da non vedere che quel popolo glorioso si guadagnò la corona del dominio universale per diritto di duello? Un romano avrebbe veramente potuto dire come l'Apostolo a Timoteo: «A me fu riservata la corona di giustizia», «riservata» cioè nell'eterna provvidenza di Dio. Vedano ora i giuristi presuntuosi [21] quanto essi siano distanti da quella specola della ragione, da cui la mente umana contempla questi principi, e tacciano, accontentandosi di dare consigli e giudizi conformi al senso della legge.

Ormai è stato chiarito che il popolo romano conquistò l'Impero per mezzo del duello; dunque lo conquistò di diritto; il che è proprio l'assunto principale di questo libro.

X

Fin qui l'assunto è stato dimostrato con argomenti che si basano sostanzialmente sui principii di ragione, ma d'ora in poi occorrerà provarlo con i principii della fede cristiana. Giacché quelli che massimamente «fremettero e meditarono vani disegni» contro il principato romano sono quelli che si proclamano zelatori della fede cristiana, ma non hanno compassione dei poveri Cristiani, poiché non solo questi vengono defraudati delle rendite delle chiese, ma gli stessi patrimoni ecclesiastici vengono quotidianamente depredati, e la Chiesa viene impoverita, mentre essi, simulando giustizia, rifiutano Colui che è l'esecutore della giustizia. Ma già questo depauperamento della Chiesa non può avvenire senza il volere di Dio, dal momento che con i beni della Chiesa non si soccorrono più i poveri cui appartengono in patrimonio, né si posseggono con senso di gratitudine verso l'Impero che li ha concessi: [22] tornino donde sono venuti, vennero bene e ritornano male, poiché sono stati dati bene, ma posseduti male. Ma ciò che importa a simili pastori? Che importa loro se le sostanze della Chiesa si disperdono? Purché si accrescano le proprietà dei loro parenti. Ma forse è meglio proseguire nella nostra ricerca e attendere, in pio silenzio, il soccorso del nostro Salvatore.

Affermo dunque che se l'Impero Romano non fu di diritto, Cristo con la sua nascita sanzionò una cosa ingiusta; ora questa conseguenza è falsa; quindi è vera la contradditoria della premessa ipotetica, poiché le proposizioni contradditorie [a premesse condizionali] si inferiscono da proposizioni di senso opposto [alla conseguenza]. La falsità di quella conseguenza non occorre dimostrarla ai credenti, poiché chi ha fede l'ammette subito, e se non l'ammette non ha fede, e se non ha fede quell'argomento non fa per lui. La consequenzialità logica del suddetto sillogismo la dimostro nel modo seguente: chiunque si sottomette liberamente ad un editto, con tale fatto lo avalla come giusto (e tale avallo è più persuasivo di una approvazione puramente verbale, poiché i fatti sono più persuasivi delle parole, come afferma il Filosofo alla fine dell'Etica); ora Cristo, come ci attesta il suo biografo Luca, volle nascere dalla Vergine Madre in occasione dell'editto dell'autorità romana, affinché il Figlio di Dio incarnato fosse censito come uomo in quello straordinario censimento del genere umano: il che significa appunto sottomettersi a quell'editto (e forse è più giusto ritenere che l'editto fu promulgato da Cesare proprio per volontà divina, affinché Colui che per tanto tempo era stato atteso fra gli uomini si annoverasse personalmente tra gli uomini stessi); quindi Cristo confermò con i fatti che l'editto promulgato da Augusto, nella sua veste di capo dei Romani, era giusto. E siccome il promulgare giusti editti suppone la giurisdizione, chi avallò l'editto come giusto avallò come giusta anche la giurisdizione, la quale sarebbe stata ingiusta se non fosse stata di diritto. Va notato inoltre che l'argomento sviluppato per confutare la conseguenza della premessa ipotetica, benché nella sua forma sia valido per un certo locus, tuttavia rivela la sua efficacia dimostrativa alla luce di un sillogismo di seconda figura, quando se ne compia la «reductio per impossibile» ad un sillogismo in prima figura, affermando la premessa maggiore [e sostituendo la minore] del sillogismo precedente. Il sillogismo di cui si opera la «reductio» è questo: ogni cosa ingiusta è convalidata ingiustamente; ora Cristo non convalidò mai ingiustamente; quindi Cristo non convalidò una cosa ingiusta. Affermando ora solo la maggiore, si ha questo sillogismo [impossibile]: ogni cosa ingiusta è convalidata ingiustamente; ora Cristo convalidò qualcosa di ingiusto; quindi Cristo convalidò ingiustamente.

XI

Inoltre, se l'Impero Romano non fu di diritto, il peccato di Adamo non fu punito in Cristo; ora ciò è falso; quindi è vera la contradditoria della premessa ipotetica, da cui appunto consegue quel falso. La falsità della conseguenza si chiarisce col seguente ragionamento: siccome per il peccato di Adamo eravamo tutti peccatori (secondo quanto afferma l'Apostolo: «Come per la colpa di un sol uomo il peccato entrò in questo mondo e attraverso il peccato la morte, così la morte è entrata in tutti gli uomini, poiché tutti hanno peccato in lui»), se la morte di Cristo non avesse data soddisfazione per quel peccato, noi saremmo ancora «figli dell'ira per natura», cioè per la nostra natura corrotta. Ma questo non si verifica, dal momento che l'Apostolo, nell'Epistola agli Efesini, parlando del Padre, dice: «Egli ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà, a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto, nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue e la remissione dei peccati, secondo le ricchezze della sua grazia che ha sovrabbondato in noi»; [e non si verifica] dal momento che Cristo stesso, subendo la punizione in sé, dice nel Vangelo di Giovanni: «Tutto è compiuto», poiché dove tutto è compiuto non resta più nulla da fare. Per cogliere inoltre la consequenzialità logica [del sillogismo ipotetico iniziale], occorre tener presente che la «punizione» non è semplicemente la «pena per chi reca ingiuria», ma «la pena inflitta, a chi reca ingiuria, da parte di chi ha giurisdizione penale», per cui se la pena non è inflitta dal giudice ordinario, non si deve chiamare «punizione», ma piuttosto «ingiuria». Per questo motivo quel tale diceva a Mosè: «Chi ti ha costituito giudice sopra di noi?». Se dunque la pena subita da Cristo non fosse stata inflitta da un giudice ordinario, tale pena non sarebbe stata una punizione. E il giudice ordinario non poteva essere se non chi aveva giurisdizione su tutto il genere umano, dal momento che tutto il genere umano fu punito nella carne di Cristo, il quale, come dice il Profeta, «portava i nostri dolori». E Tiberio Cesare, di cui Pilato era vicario, non avrebbe avuto giurisdizione su tutto il genere umano se l'Impero Romano non fosse stato di diritto. Per questo Erode, benché non sapesse quello che faceva, (come non lo sapeva Caifa quando, per decreto divino, disse la verità), rimandò Cristo a Pilato perché lo giudicasse, come dice Luca nel suo Vangelo. E infatti Erode non faceva le veci di Tiberio sotto le insegne dell'aquila o quelle del Senato, ma era un re che, essendo stato da lui messo a capo di un regno particolare, lo governava sotto le insegne del regno a lui affidato. Cessino dunque di vilipendere l'Impero Romano coloro che si fingono figli della Chiesa, dal momento che constatano come Cristo, suo sposo, lo approvò sia all'inizio che al termine della sua milizia. Penso che ormai sia stato sufficientemente dimostrato che il popolo romano si appropriò di diritto dell'impero del mondo.

O popolo felice, o gloriosa Ausonia, se non fosse mai nato colui che indebolì il tuo Impero, o per lo meno la sua pia intenzione non lo avesse mai tratto in inganno!

LIBRO TERZO

I

«Chiuse la bocca dei leoni ed essi non mi nocquero, i poiché fui trovato giusto al suo cospetto».

All'inizio di quest'opera mi ero proposto di discutere tre questioni, secondo come comportava la materia; delle prime due credo di aver trattato in modo sufficiente nei libri precedenti. Ora rimane da trattare della terza questione, e la vera soluzione che ne darò, non potendo venir prospettata senza fare arrossire alcune persone, sarà forse cagione di qualche risentimento contro di me. Ma poiché la Verità, dal suo immutabile trono, ci scongiura [di dire il vero], e Salomone, entrando nella selva dei suoi Proverbi, ci insegna, pronto ad offrirne personalmente l'esempio, che la verità va meditata e l'empio detestato, e poiché il Filosofo, maestro di morale, ci esorta ad eliminare ogni interesse privato per amore della verità, io, prendendo fiducia dalle parole di Daniele, premesse [al capitolo], nelle quali la potenza divina si erge a scudo dei difensori della verità, indossata la corazza della fede secondo l'esortazione di Paolo, con l'ardore acceso da quel carbone che un Serafino prese dall'altare celeste per toccare le labbra di Isaia, mi accingo ad entrare in campo e, col braccio di Colui che col suo sangue ci liberò dalla potestà delle tenebre, caccerò fuor della palestra, in cospetto al mondo, l'empio e il bugiardo. Che cosa dovrei temere, dal momento che lo Spirito, coeterno al Padre e al Figlio, dice per bocca di Davide: «Il giusto vivrà in eterna memoria e non temerà le voci maligne»?

La presente questione dunque, che sarà oggetto di indagine, verte sul rapporto tra i «due grandi luminari», cioè tra il Pontefice romano e il Principe romano, e consiste nel chiedersi se l'autorità del monarca romano, che di diritto è monarca del mondo, come si è dimostrato nel secondo libro, dipenda immediatamente da Dio oppure da qualche vicario o ministro di Dio, intendendo questi come il successore di Pietro, che detiene veramente le chiavi del regno dei cieli.

II

Per dirimere la presente questione occorre, come si è fatto nelle precedenti, assumere un principio, in forza del quale si possano elaborare gli argomenti utili a scoprire la verità, poiché, senza partire da un principio prestabilito, che giova affaticarsi tanto, sia pure per dire cose vere, quando soltanto il principio è la radice da cui si possono ricavare le argomentazioni che mediano tali verità? Si stabilisca dunque, come punto di partenza, questa inconfutabile verità di principio: Dio è contrario a ciò che ripugna all'intenzione della natura. Se infatti questo principio non fosse vero, non sarebbe falsa la sua contradditoria, che cioè Dio non è contrario a ciò che ripugna all'intenzione della natura. Ma se questa proposizione non è falsa, non sono false neppure quelle che a questa conseguono, poiché quando c'è consequenzialità logica necessaria [tra proposizioni], è impossibile che sia falsa la conseguenza senza che sia falsa la premessa. Ora al puro non-essere-contrario consegue necessariamente una delle due determinazioni, il volere effettivo o il non-volere effettivo, così come al non-odiare consegue necessariamente l'amare o il non-amare (il non-amare infatti non è odiare, come l'effettivo non-volere non è il puro essere contrario, come è evidente di per sé). Quindi se quelle conseguenze non sono false, allora non sarà falsa neppure questa proposizione: «Dio vuole ciò che non vuole», mentre non c'è falsità maggiore di questa. E che sia vero quanto detto lo dimostro così: è chiaro che Dio vuole il fine della natura, altrimenti muoverebbe il cielo senza uno scopo, e questo è inammissibile. Ora, se Dio volesse un impedimento del fine della natura, vorrebbe pure il fine di tale impedimento, altrimenti quel volere sarebbe gratuito; e siccome il fine dell'impedimento è la non realizzazione della cosa impedita, ne seguirebbe che Dio vuole che non si attui il fine della natura, che pur si dice essere da Lui voluto. Se poi Dio non volesse l'impedimento del fine, nel senso di non volerlo promuovere intenzionalmente, da questa sua decisione negativa consegue che egli non si curerebbe più assolutamente di tale impedimento, esista o non esista. Ora chi non si cura dell'impedimento non si cura neppure della cosa che può essere impedita, e di conseguenza non l'ha nella volontà, e quello che non si ha nella volontà non lo si vuole. Perciò, se il fine della natura può essere impedito — come può esserlo —, ne segue necessariamente che Dio non vuole il fine della natura, con la conseguenza che prima dicevamo, cioè che Dio vuole ciò che non vuole. Pertanto quel principio il cui contradditorio porta a conseguenze così assurde è assolutamente vero.

III

Iniziando a trattare l'ultima questione, occorre osservare che la soluzione della prima questione era necessaria più per eliminare l'ignoranza che per risolvere una contesa, mentre la soluzione della seconda questione riguardava quasi ugualmente l'ignoranza e la contesa (si può infatti ignorare molte cose senza però litigare su di esse, per esempio il geometra ignora la quadratura del cerchio, eppure non litiga per essa, il teologo ignora il numero degli angeli, senza tuttavia farne argomento di litigio, l'egiziano ignora la civiltà degli Sciti, senza con questo litigare su di essa). Invece la soluzione di questa terza questione solleva sì grande contesa che, mentre nelle prime due di solito è l'ignoranza la causa della contesa, qui è piuttosto la contesa la causa dell'ignoranza. A certi uomini infatti, pur avvezzi a dirigere la volontà con l'intuito della ragione, può accadere spesso che, abbandonata la luce della ragione per una cattiva passione, si lascino trascinare come ciechi da tale passione, ostinandosi a non riconoscere la loro cecità. E così, molto spesso avviene che non soltanto la falsità trovi chi la difende, ma che molti, oltrepassando i propri limiti, invadano il campo altrui, nel quale, non comprendendo nulla, non possono a loro volta farsi comprendere, e così provocano negli uni l'ira, in altri il disprezzo, in molti il riso. Or dunque, contro la verità che stiamo indagando si accaniscono soprattutto tre categorie di persone. La prima è costituita da coloro che si oppongono alla verità che sto per dimostrare, spinti forse solo dallo zelo e non dalla superbia, come il Sommo Pontefice, vicario di nostro Signore Gesù Cristo e successore di Pietro — al quale dobbiamo tutto ciò che si deve a Pietro, non ciò che si deve a Cristo —, che è spinto forse dallo zelo delle somme chiavi, come pure altri pastori del gregge cristiano ed altri ancora che credo siano mossi solo dallo zelo per la madre Chiesa. La seconda categoria invece comprende quelle persone la cui ostinata cupidigia ha spento il lume della ragione e, mentre hanno il diavolo per padre, si professano figli della Chiesa, e non solo provocano contese sulla presente questione, ma, ripugnando loro persino il nome di Sacro Impero, sarebbero capaci di negare impudentemente i principii assunti nelle precedenti questioni nonché in questa. La terza categoria infine comprende coloro che si dicono decretalisti, [23] i quali, ignari e sprovveduti di ogni sapere teologico e filosofico, sminuiscono l'autorità dell'Impero, basandosi con estrema ostinazione sulle loro Decretali (che per verità io pure considero venerande), e confidando, credo, sul trionfo di queste. Non c'è da meravigliarsene, io dal momento che io stesso ho udito una volta uno di loro affermare e sostenere ostinatamente che le tradizioni della Chiesa sono il fondamento della fede. Valga a strappare quest'empia sentenza dalla mente degli uomini la fede di coloro che, prima delle tradizioni della Chiesa, credettero in Cristo figlio di Dio, o nell'attesa della sua venuta, o durante la sua vita, o dopo la sua passione, e credendo sperarono, e sperando arsero di amore, e ardendo diventarono suoi coeredi, come nessuno può dubitare. Per escludere totalmente tali avversari dal presente dibattito, occorre osservare che esiste una scrittura anteriore alla Chiesa, un'altra contemporanea, ed una terza posteriore alla Chiesa. Anteriori alla Chiesa sono l'Antico e il Nuovo Testamento, che [Dio] «stabilì per l'eternità», come dice il Profeta; in questo senso infatti si esprime la Chiesa rivolgendo allo Sposo le parole: «Conducimi dietro di te». Contemporanei alla Chiesa sono invece quei venerandi Concili principali, ai quali fu presente Cristo, come nessun credente dubita, poiché sappiamo che egli stesso, prossimo all'ascensione, disse ai suoi discepoli: «Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli», come ci attesta Matteo. Contemporanee sono anche le scritture dei dottori, Agostino ed altri, che scrissero con l'aiuto dello Spirito Santo — chi dubita di questo o non ha mai visto i loro frutti, o, se li ha visti, non li ha mai gustati —. Posteriori alla Chiesa sono invece quelle tradizioni dette «decretali» le quali, benché venerande per l'autorità apostolica, vanno indubbiamente posposte alla Scrittura quale fondamento [della Chiesa], dal momento che Cristo ha rimproverato i sacerdoti di aver fatto il contrario. Infatti, quando gli chiesero: «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli anziani?» — poiché essi trascuravano di lavarsi le mani —, Cristo rispose loro, secondo la testimonianza di Matteo: «E perché voi trasgredite il comandamento di Dio per la vostra tradizione?» Con tale risposta fece loro intendere abbastanza chiaramente che la tradizione va posposta (alla Scrittura). Ora se le tradizioni ecclesiastiche sono posteriori alla Chiesa, come è stato chiarito, bisogna ammettere che non è la Chiesa a ricevere autorità dalle tradizioni, ma le tradizioni dalla Chiesa. E pertanto quelli che ritengono solo le tradizioni vanno esclusi — come dicevamo — dal presente dibattito, perché chi ricerca la vera soluzione di questo problema deve procedere, nella sua ricerca, da quelle fonti d'onde deriva l'autorità della Chiesa. Dopo aver esclusi costoro, bisogna escludere ancora quegli altri che, coperti di penne di corvo, si vantano di essere pecore bianche nel gregge del Signore. Costoro sono i figli dell'empietà che, per poter compiere i loro delitti, prostituiscono la madre, [24] cacciano i fratelli ed infine ricusano il giudice. Perché ragionare con essi, dal momento che, prigionieri della loro cupidigia, non riuscirebbero neppure a intendere i princìpi?

Perciò disputerò soltanto con coloro che, mossi da un certo zelo verso la madre Chiesa, ignorano peraltro la verità che stiamo indagando. È con costoro che io, usando quella reverenza che un figlio pio deve al padre e che un figlio pio deve alla madre, dò inizio in questo libro alla mia battaglia per la «salvezza della verità», dimostrandomi pio verso Cristo, pio verso la Chiesa, pio verso il Pastore, pio verso tutti coloro che professano la religione cristiana. [25]

IV

Costoro dunque, contro i quali sarà diretta tutta la disputa, nel sostenere che l'autorità dell'Impero dipende dall'autorità della Chiesa, come un muratore dipende dall'architetto, si fondano su molti e diversi argomenti, che desumono dalla Sacra Scrittura e da alcuni atti sia del Sommo Pontefice che dello stesso Imperatore, sforzandosi infine di produrre la parvenza di qualche argomento di ragione. In primo luogo, basandosi sul testo della Genesi, affermano 2 che Dio fece «due grandi luminari» [26], un luminare maggiore e uno minore, affinché l'uno presiedesse al giorno e l'altro alla notte e, interpretandoli allegoricamente, li considerano come esprimenti i due poteri, lo spirituale e il temporale. Partendo di qui, argomentano che, come la luna, cioè il luminare minore, non ha luce se non in quanto la riceve dal sole, così neppure il potere temporale ha autorità se non in quanto la riceve dal potere spirituale.

Per confutare questo e altri loro ragionamenti, va premesso che confutare un'argomentazione vuol dire metterne in luce gli errori, come dice il Filosofo negli Elenchi Sofistici. E poiché l'errore può trovarsi nella materia e nella forma del ragionamento, si può sbagliare in due modi, o partendo da premesse false o facendo un sillogismo non corretto, due difetti che il Filosofo rimproverava a Parmenide e a Melisso, dicendo che «accettano il falso e non sillogizzano correttamente». E qui io intendo per «falso», in senso largo, anche l'«inopinabile» che, in materia probabile, ha la stessa natura del falso. Ora, se l'errore è nella forma, chi vuole confutare il ragionamento deve impugnarne la conclusione, dimostrando che non si è rispettata la correttezza formale del sillogismo. Se invece l'errore è nel contenuto, ciò dipende dall'aver assunto una premessa assolutamente falsa o relativamente falsa; nel primo caso il sillogismo va confutato sopprimendo tale premessa, nel secondo caso attraverso la distinzione [dei vari aspetti].

Dopo queste considerazioni, al fine di rendere più chiara la confutazione di questo argomento e degli altri che seguono, occorre notare che, nell'interpretazione secondo il senso mistico, [27] si può sbagliare in due modi: o perché lo cerchiamo dove non c'è, o perché lo intendiamo diversamente da come va inteso. Quanto al primo modo, Sant'Agostino, nella Città di Dio, afferma: «Non si deve credere che tutti i fatti narrati abbiano qualche altro significato; tuttavia, grazie a quelli che lo hanno effettivamente, lo si attribuisce anche ad altri fatti che non l'hanno minimamente; solo col vomere si fende la terra, ma perché ciò possa avvenire sono necessarie anche le altri parti dell'aratro». Quanto al secondo modo d'errare, lo stesso autore, nell'opera Della dottrina cristiana, parlando di chi dà alle Scritture un senso diverso da quello inteso da chi le scrisse, afferma che costui «commette lo stesso errore di chi, abbandonando la giusta strada, volesse tuttavia, girovagando, arrivare colà dove quella strada conduce»n, e aggiunge: «Bisogna fargli vedere che, abituandosi a deviare dalla giusta strada, è fatalmente spinto a prendere vie traverse o sbagliate». Poi Sant'Agostino indica il motivo per cui bisogna guardarsi da tali errori nell'interpretazione delle Scritture dicendo: «Se vacilla l'autorità delle Sacre Scritture, sarà titubante la fede». Da parte mia affermo che, se tali errori si commettono per ignoranza, una volta corretto premurosamente l'errante, bisogna perdonarlo, così come si dovrebbe fare con chi avesse paura di un leone sulle nuvole: se invece erra con deliberato proposito, bisogna trattarlo alla stessa stregua dei tiranni che non applicano le leggi dello stato per il pubblico bene, ma cercano di stravolgerle per il proprio vantaggio 14. O estremo delitto, travisare abusivamente l'intenzione dello Spirito eterno, ancorché ciò avvenga in sogno! Poiché non è contro Mosè che si pecca, né contro Davide, né contro Giobbe, né contro Matteo, né contro Paolo, ma contro lo Spirito Santo che parla in essi. Infatti, sebbene molti siano gli scrittori della parola divina, unico ne è il dettatore, Dio, che si è degnato di manifestarci la sua volontà attraverso la penna di moltiI5.

Riprendendo, dopo queste considerazioni, l'argomentazione [degli avversari] fatta sopra, comincio col confutare la loro asserzione che quei due luminari significhino allegoricamente i due poteri, dato che in tale asserzione sta tutta la forza dell'argomentazione. Ora, che tale interpretazione sia assolutamente insostenibile si può dimostrare in due modi. Partendo innanzitutto dal fatto che questi poteri sono qualità accidentali dell'uomo, sembrerebbe che Dio abbia sovvertito l'ordine delle cose, producendo gli accidenti prima del loro naturale soggetto 16 — infatti i due luminari furono creati nel quarto giorno e l'uomo nel sesto, come risulta dal testo biblico —, ma affermare questo di Dio è un'assurdità. In secondo luogo, siccome quei poteri hanno la funzione di dirigere gli uomini verso certi fini — come risulterà più avanti —, se l'uomo fosse rimasto nello stato di innocenza in cui fu creato da Dio, non avrebbe avuto bisogno di tali guide, e pertanto siffatti poteri sono dei rimedi contro l'infermità prodotta dal peccato. Ora, siccome nel quarto giorno non solo non esisteva l'uomo peccatore, ma semplicemente non esisteva affatto l'uomo, produrre quei rimedi sarebbe stata cosa inutile, il che è contrario alla perfezione divina. Stolto infatti sarebbe quel medico che, prima della nascita di un uomo, confezionasse un impiastro per un ascesso futuro. Pertanto non si può affermare che Dio abbia istituito questi due poteri nel quarto giorno, e di conseguenza il senso inteso da Mosè non potè essere quello che immaginano i miei avversari. Pur tollerando la falsa allegoria, si può confutare l'argomentazione dell'avversario anche attraverso una distinzione, giacché una confutazione ottenuta col metodo della distinzione è più riguardosa nei confronti dell'avversario, in quanto questi non fa la figura di aver mentito sotto tutti gli aspetti, come invece sembra fare con la precedente critica distruttiva. Affermo dunque che, sebbene la luna non abbia abbondanza di luce se non in quanto ne riceve dal sole, non ne consegue che la luna in se stessa derivi dal sole. Occorre infatti osservare che una cosa è l'essere della luna in se stessa, un'altra la sua energia, e un'altra la sua operazione. Per quanto riguarda l'essere, in nessun modo la luna dipende dal sole, ed anche riguardo all'energia e all'operazione non ne dipende, assolutamente parlando, poiché il suo movimento deriva dal suo motore proprio, e l'influenza che esercita dipende dai suoi propri raggi, in quanto essa possiede una certa luce autonoma, come si vede nell'eclisse. Però se ci riferiamo ad un suo migliore e più efficace operare essa riceve qualcosa dal sole, cioè un'abbondanza di luce, con la quale può operare in modo più efficace. Allo stesso modo affermo che il potere temporale non riceve il suo essere, né la sua forza, cioè la sua autorità, e neppure, assolutamente parlando, la sua operazione dal potere spirituale, ma riceve certamente da esso la capacità di operare con maggiore efficacia, per la luce della grazia che Dio gli infonde dal cielo e il Sommo Pontefice, con la sua benedizione, sulla terra. Il ragionamento [degli avversari] era viziato quindi 21 nella forma, poiché il predicato della conclusione non è il termine estremo della premessa maggiore, com'è evidente. Esso infatti procede così: la luna riceve la luce dal sole; ora la luna significa il potere temporale, come il sole significa il potere spirituale; quindi il potere temporale riceve l'autorità dal potere spirituale. Ecco come nel termine estremo della premessa maggiore essi pongono la «luce», mentre nel predicato della conclusione pongono l'«autorità», che sono realtà diverse, sia per il soggetto [cui si attribuiscono] e sia nella loro essenza concettuale, come si è visto.

V

Un altro argomento lo desumono dal testo di Mosè, dicendo che dai lombi di Giacobbe scaturirono le figure di questi due poteri, cioè Levi e Giuda, il primo dei quali fu padre del sacerdozio e il secondo invece padre del potere temporale. Partendo da tale presupposto, ragionano così: la Chiesa sta all'Impero nello stesso rapporto in cui Levi stava a Giuda; ora Levi precedette Giuda nella nascita, come risulta dalla Scrittura; quindi la Chiesa precede l'Impero nell'autorità. Anche questo argomento si potrebbe confutare facilmente negandone, come nel caso precedente, il presupposto, che cicè Levi e Giuda, figli di Giacobbe, raffigurino i due poteri; ma concediamolo pure. Però quando essi, nell'argomentazione, concludono: «Come Levi precedette nella nascita, così la Chiesa precede nell'autorità», affermo, anche in questo caso, che il predicato della conclusione è cosa diversa dal termine estremo della premessa maggiore, poiché una cosa è l'«autorità» e altra cosa è la «nascita», sia riguardo al soggetto [di attribuzione] e sia nel loro significato concettuale; quindi c'è un vizio di forma. Un tale processo raziocinativo è analogo a questo: A precede B in C; ora D e E stanno tra loro come A e B; quindi D precede E in F. Ma F e C sono cose diverse. E se facessero istanza, sostenendo che F è conseguenza di C, cioè l'autorità è conseguenza della nascita, e che quindi al posto dell'antecedente (nascita) si può tranquillamente mettere il conseguente (autorità), come se si dicesse animale al posto di uomo, io rispondo che ciò è falso, poiché molti che sono più anziani di nascita non solo non superano in autorità i più giovani, ma anzi ne sono superati, come risulta quando i vescovi sono più giovani dei loro arcipreti. E così l'istanza appare viziata dalla fallacia «non-causa ut causa». [28]

VI

Inoltre dal primo libro dei Re gli avversari assumono [ad argomento] il fatto dell'elevazione a re e della deposizione di Saul, ed affermano che Saul fu elevato al trono e ne fu poi deposto da Samuele, nella sua funzione di vicario di Dio, avendone ricevuto il comando, come risulta dal testo scritturistico. E da questo fatto essi argomentano che, come allora quel vicario di Dio ebbe autorità di dare e togliere il potere temporale e trasferirlo ad un'altra persona, così anche ora il vicario di Dio, capo della Chiesa universale, ha l'autorità di dare e di togliere ed anche di trasferire lo scettro del potere temporale, donde l'indubbia conseguenza che l'autorità dell'Impero dipenderebbe dalla Chiesa, come essi sostengono. Anche per questo argomento bisogna rispondere negando l'assunto che Samuele fosse vicario di Dio, poiché egli eseguì il suo compito non in qualità di vicario, ma come delegato specifico a tale missione, ossia in qualità di nunzio che porta un espresso ordine del Signore, come risulta dal fatto che egli fece e riferì solo quello che Dio gli aveva detto. Per questo bisogna sapere che una cosa è essere vicario e un'altra essere nunzio o ministro, come una cosa è essere dottore e un'altra essere interprete. Il vicario infatti è la persona che ha una giùrisdizione conferitagli per legge o per beneplacito [del suo signore] e quindi, entro i limiti di tale giurisdizione conferitagli per legge o per beneplacito, può prendere iniziative su certi problemi a totale insaputa dello stesso suo signore. Il nunzio invece in quanto tale non ha quel potere [giurisdizionale], ma può agire soltanto come vuole il suo mandante, così come il martello opera solo per la forza del fabbro 3. Perciò, dal fatto che Dio, per mezzo del suo nunzio Samuele, ha compiuto quegli atti [di elevazione e di deposizione] non consegue che il vicario di Dio li possa compiere. Dio invero ha fatto, fa e farà, per mezzo dei suoi angeli, molte cose che il vicario di Dio, successore di Pietro, non potrebbe fare. Pertanto l'argomento degli avversari procede «dal tutto alla parte», e in forma affermativa come quest'altro: «l'uomo può vedere e udire; dunque l'occhio può vedere e udire». Ma tale ragionamento non regge; reggerebbe invece nella forma negativa come questo: «l'uomo non può volare, quindi neppure le braccia dell'uomo possono volare». Per analogia quindi regge anche questo: «Dio, per mezzo di un suo nunzio, non può fare sì che le cose accadute non siano accadute — secondo la sentenza di Agatone —, dunque non lo può neanche il suo vicario».

VII

Anche dal testo di Matteo gli avversari prendono [come argomento] l'offerta dei Magi, affermando che Cristo ricevette insieme incenso ed oro, a significare che egli era signore e amministratore delle cose spirituali e di quelle temporali, e ne deducono che il vicario di Cristo è signore e amministratore delle stesse cose, e di conseguenza ha autorità sulle une e sulle altre. Rispondendo a tale argomentazione, ammetto il senso letterale e quello simbolico del testo di Matteo, ma rifiuto la conseguenza che essi cercano di ricavarne. Il loro sillogismo infatti è questo: «Dio è signore delle cose spirituali e delle temporali; ora, il Sommo Pontefice è vicario di Dio; quindi, egli è signore delle cose spirituali e delle temporali». Le due premesse sono certamente vere, ma cambia il termine medio, per cui si argomenta con quattro termini, e perciò il sillogismo è scorretto nella forma, come risulta chiaro dai trattati sul sillogismo semplice. Infatti una cosa è «Dio», che costituisce il soggetto della maggiore, e un'altra cosa è «vicario di di Dio», che forma il predicato della minore. L'eventuale istanza che vicario equivale a Dio sarebbe inutile, poiché nessun vicariato, sia divino che umano, può equivalere all'autorità principale, com'è facile vedere. Sappiamo infatti che il successore di Pietro non equivale all'autorità divina, almeno per quanto riguarda l'operare nella natura, poiché egli, in forza dell'ufficio affidatogli, non potrebbe far sì che la terra ascenda in alto né che il fuoco discenda in basso. Del resto Dio non potrebbe neppure affidargli tutti i suoi poteri, poiché in nessun modo Dio potrebbe concedere [ad altri] il potere di creare o quello di produrre gli effetti del battesimo, come si può chiaramente dimostare, [29] sebbene il Maestro [delle Sentenze] abbia affermato il contrario nel quarto libro. È noto altresì che il vicario di un uomo non equivale a questi per il fatto di essere il suo vicario, poiché nessuno può dare ciò che non è suo. L'autorità del principato non appartiene al principe se non per l'uso, poiché nessun principe può conferire autorità a se stesso; può bensì riceverla o rinunciarvi, ma non può creare un altro principe, poiché la creazione di un principe non dipende dal principe. Se è così, è chiaro che nessun principe può farsi sostituire da un vicario che equivalga a lui in tutto. Pertanto la suddetta istanza non ha alcuna efficacia.

VIII

Similmente dal testo dello stesso Matteo gli avversari prendono [ad argomento] quel detto di Cristo a Pietro: «E qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legata anche in cielo, e qualunque cosa avrai sciolto sulla terra, sarà sciolta anche in cielo», parole del resto rivolte anche a tutti gli altri apostoli, come apprendono ugualmente dal testo di Matteo ed anche di Giovanni. In base ad esso, argomentano che il successore di Pietro, per concessione di Dio, può sia legare che sciogliere ogni cosa, e ne deducono che egli possa sciogliere le leggi e i decreti dell'Impero, ed anche stabilire leggi e decreti, sostituendosi al potere temporale, cosicché la loro tesi risulterebbe validamente dimostrata. A tale argomentazione bisogna rispondere con una distinzione riguardante la maggiore del sillogismo di cui fanno uso. Il sillogismo è questo: «Pietro ebbe il potere di sciogliere e legare tutto; ora il successore di Pietro ha lo stesso potere di Pietro; quindi il successore di Pietro ha il potere di sciogliere e legare tutto». Perciò ne inferiscono che egli possa sciogliere e legare l'autorità e i decreti dell'Impero. Io concedo la minore, ma la maggiore non la concedo senza fare una distinzione. E pertanto affermo che il termine universale «tutto», che è implicito in quello di «qualunque cosa», non si estende mai oltre l'ambito del soggetto cui si riferisce il termine stesso. Infatti quando dico «tutti gli animali corrono», quel «tutti» si estende a ogni essere compreso nel genere animale; se invece dico «tutti gli uomini corrono», il termine «tutti» non si estende che agli esseri che rientrano nei termine uomo; e se dico tutti i «grammatici», l'estensione si riduce ancora di più.

Perciò bisogna sempre osservare a quali soggetti il termine «tutto» vada riferito e, una volta conosciuta la natura e l'ambito dei soggetti cui si riferisce quel termine, si vedrà facilmente quanto ampia sia la sua estensione. Di conseguenza, quando si dice «qualunque cosa avrai legato», se quel «qualunque cosa» fosse preso in senso assoluto, sarebbe vera la tesi degli avversari, e il successore di Pietro non solo potrebbe fare quello che essi dicono, ma potrebbe anche sciogliere la moglie dal marito e legarla ad un altro, pur essendo il primo ancora in vita, cosa che invece non può assolutamente fare; potrebbe anche assolvere me senza che io mi penta, ciò che neppure Dio potrebbe fare. Date tali conseguenze, è chiaro che quel termine «tutto» non va preso in senso assoluto, ma in senso relativo. A che cosa poi esso si riferisca risulta abbastanza evidente se si considera ciò che vien concesso a Pietro, e come, in riferimento a tale concessione, venga introdotto il successivo termine «tutto». Dice infatti Cristo a Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli», cioè «ti farò custode del regno dei cieli». Poi soggiunge: «e qualunque cosa», cioè «tutto ciò», vale a dire: «tutto ciò che avrà attinenza a questo ufficio tu lo potrai sciogliere e legare». E così il termine «tutto», implicito nel «qualunque cosa», è limitato, nella sua estensione, dall'ufficio delle chiavi del regno dei cieli. Presa in questo senso, la proposizione [degli avversari] è vera, invece, in senso assoluto, non è vera, come è evidente. Perciò affermo che, sebbene il successore di Pietro possa sciogliere e legare secondo le esigenze dell'ufficio affidato a Pietro, non ne consegue tuttavia che possa sciogliere e legare i decreti o le leggi dell'Impero, come quelli sostenevano, a meno che non si dimostrasse ulteriormente che tale potere spetta all'ufficio delle chiavi: ma più avanti dimostrerò il contrario.

IX

[Gli avversari] si appigliano anche al passo di Luca con le parole che Pietro dice a Cristo: «Ecco qui due spade» [30], e sostengono che quelle due spade significano i due predetti poteri, che Pietro disse trovarsi proprio là dov'era lui, intendendo dire che gli appartenevano, dal che essi deducono che quei due poteri, per quanto riguarda l'autorità, risiedono ora nel successore di Pietro. Anche a questa conclusione devo rispondere invalidando l'interpretazione allegorica sulla quale si fonda la loro argomentazione. Essi infatti affermano che le due spade accennate da Pietro significano i due predetti poteri, ma tale affermazione va assolutamente respinta, sia perché quella risposta non sarebbe stata conforme all'intenzione di Cristo, e sia perché Pietro di solito rispondeva senza riflettere, guardando solo alla superficie delle cose.

Che la risposta non sarebbe stata conforme all'intenzione di Cristo risulterà chiaro tenendo presente le parole che la precedono e il movente di quelle parole. Non bisogna invero dimenticare che quella frase fu pronunciata il giorno della Cena — Luca infatti poco avanti comincia così la narrazione : «Or venne il giorno degli azzimi in cui si doveva uccidere l'agnello pasquale» —, e durante la cena Cristo preannunciò l'imminente passione che doveva separarlo dai suoi discepoli. Bisogna inoltre ricordare che, quando quella frase fu pronunciata, i dodici discepoli erano riuniti tutti insieme, tant'è vero che Luca, poco dopo le parole citate, dice: «E quando fu ora, si mise a tavola e i dodici apostoli con lui». In seguito, continuando il colloquio, Cristo uscì in queste parole: «Quando vi mandavo senza borsa, senza bisaccia e senza scarpe, vi è forse mancato qualcosa? Ed essi risposero: nulla. E allora disse loro: Ora invece chi ha una bisaccia la prenda e prenda anche la borsa, e chi non l'ha venda la tunica e comperi una spada». Da queste parole risulta abbastanza chiara l'intenzione di Cristo, il quale infatti non disse: «comprate o possedete due spade», ma addirittura dodici, poiché è ai dodici discepoli che diceva: «chi non l'ha, la compri», affinché ciascuno ne avesse una. E questo lo diceva anche per preavvisarli della persecuzione e del disprezzo cui andavano incontro, quasi volesse dire: «Finché io fui con voi eravate bene accolti, ora sarete cacciati via, per cui bisogna che vi procuriate, per vostra necessità, anche quelle cose che prima vi ho proibito (di possedere)». Pertanto se la risposta di Pietro, che si riferisce a questo discorso, avesse avuto quell'intenzione attribuitagli, non sarebbe stata conforme all'intenzione di Cristo, e di ciò Cristo l'avrebbe rimproverato, come lo rimproverò molte altre volte, quando rispondeva senza riflettere. Qui invece non l'ha fatto, ma lasciò perdere il discorso, dicendogli semplicemente: «Basta», quasi volesse dire: «Dico questo per il caso di necessità, ma se ognuno non può avere la propria spada, due possono bastare».

E che Pietro, di solito, parlasse con superficialità lo 9 dimostra quella sua avventatezza5 pronta e irriflessiva, cui lo spingeva non solo la sincerità della fede, ma, credo, la sua naturale schiettezza e semplicità. Di questa sua avventatezza tutti gli evangelisti rendono testimonianza. Scrive io infatti Matteo che, quando Gesù interrogò i discepoli: «Chi dite che io sia», Pietro rispose prima di tutti gli altri: «Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivente». Scrive inoltre che, quando Cristo disse ai discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molti mali, Pietro lo prese in disparte e cominciò a rimproverarlo dicendo: «Lungi da te, o Signore; questo non ti accadrà»; e Gesù, volgendosi a lui, lo sgridò dicendo: «Vattene indietro, Satana». E ancora scrive che, sul monte della trasfigurazione, al cospetto di Cristo, di Mosè, di Elia e dei due figli di Zebedeo, egli disse: «Signore, è bello stare qui! Se vuoi facciamo qui tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Scrive anche che, mentre di notte i discepoli erano sulla barca e Cristo camminava sull'acqua, Pietro disse: «Signore, se sei tu, ordinami di venire a te sulle acque». Inoltre scrive che, quando Cristo predisse ai suoi discepoli la loro defezione, Pietro rispose: «Anche se tutti si scandalizzeranno a motivo di te, io non mi scandalizzerò mai»; e più avanti: «Anche se dovrò morire con te, non ti rinnegherò». E queste testimonianze sono confermate anche da Marco. Luca, a sua volta, scrive che Pietro, poco prima delle parole su citate a proposito delle spade, disse ancora a Gesù: «Signore, io sono pronto ad andare con te in carcere e alla morte». Giovanni poi racconta di lui che, quando Cristo voleva lavargli i piedi, Pietro disse: «Signore, tu lavare i piedi a me?»; e più oltre: «Non mi laverai i piedi in eterno». Racconta anche che egli colpì con la spada un servo del ministro, la qual cosa è narrata da tutti e quattro gli evangelisti. Inoltre Giovanni racconta che egli, giunto al sepolcro, entrò subito dentro, pur vedendo l'altro discepolo indugiare sull'entrata. E ancora narra che, trovandosi Gesù sulla spiaggia dopo la risurrezione, «Pietro, udito che era il Signore, si cinse la tunica, poiché era nudo, e si gettò in mare». Infine narra che Pietro, vedendo Giovanni, chiese a Gesù: «Signore, e di questi che ne sarà?». È stato opportuno aver raccolto insieme [31] questi episodi sul nostro Archimandrita a lode della sua schiettezza, poiché da essi risulta chiaramente che, quando parlava delle due spade, rispondeva a Cristo con semplicità d'intenzione, senza sottintesi. Se poi si vuol dare alle parole di Cristo e di Pietro un senso allegorico, non vanno stiracchiate nel senso preteso dai miei avversari, ma vanno intese nel senso di quella spada di cui Matteo così scrive: «Non pensate quindi che io sia venuto a portare la pace sulla terra: non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a mettere il figlio contro il padre» ecc.. E questa missione si adempie tanto con le parole che con le opere; perciò Luca parlava a Teofilo di quelle cose «che Gesù prese a fare e ad insegnare». È una spada di questo genere che Cristo comandava di acquistare, e a proposito della quale Pietro rispondeva, a sua volta, che presentemente ne possedevano due, nel senso che essi erano pronti alle parole e alle opere, onde adempiere ciò che Cristo diceva di essere venuto a fare con la spada, come si è detto.

X

Alcuni inoltre sostengono che l'imperatore Costantino, mondato dalla lebbra per intercessione di Silvestro, allora Sommo Pontefice, donò [32] alla Chiesa la capitale dell'Impero, cioè Roma, con molti altri dominii imperiali [33]. Sulla base di questo fatto, argomentano che da allora nessuno può possedere quei dominii se non li riceve dalla Chiesa alla quale, secondo essi, appartengono; e da ciò conseguirebbe logicamente che l'una autorità dipende dall'altra, come essi pretendono.

Dopo aver esposto e confutato gli argomenti che sembravano avere le loro radici nella Sacra Scrittura, restano ora da esporre e confutare quelli che si fondano su eventi umani e su ragionamenti umani. Tra questi il primo è proprio quello su accennato e che i suoi sostenitori traducono nel seguente sillogismo: «quelle cose che appartengono alla Chiesa nessuno può averle di diritto se non dalla Chiesa — questo lo concedo —; ora, l'Impero romano appartiene alla Chiesa; dunque, nessuno può averlo di diritto se non dalla Chiesa». E dimostrano la premessa minore con quanto si è detto sopra a proposito di Costantino. Io invece nego quella minore, e sostengo che la dimostrazione che adducono è priva di valore, poiché Costantino non poteva alienare i dominii imperiali, né la Chiesa poteva accettarli. [34] E poiché essi insistono con pertinacia sulla loro tesi, io posso dimostrare la mia nel modo seguente: a nessuno è consentito valersi dell'ufficio affidatogli per compiere atti contrari all'ufficio stesso (poiché una stessa cosa in quanto tale sarebbe contraria a se stessa, il che è impossibile); ora, scindere l'Impero è contrario all'ufficio affidato all'imperatore (poiché il suo ufficio è tenere il genere umano sottomesso ad un'unica volontà, come facilmente si può vedere nel primo libro di questo trattato); quindi all'imperatore non è consentito scindere l'Impero. Pertanto se Costantino avesse alienato — come affermano — dei dominii imperiali, e questi fossero passati in possesso della Chiesa, sarebbe stata lacerata quella tunica inconsutile che non ardirono lacerare neppure coloro che trafissero con la lancia il Cristo vero Dio. Inoltre, come la Chiesa ha il suo fondamento, così anche l'Impero ha il suo; il fondamento infatti della Chiesa è Cristo, d'onde le parole dell'Apostolo ai Corinzi: «Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che è stato posto, cioè Gesù Cristo». Egli è la roccia su cui fu edificata la Chiesa. Invece il fondamento dell'Impero è il diritto umano. [35] Ora io dico che, come non è lecito alla Chiesa andare contro il suo fondamento, ma deve sempre poggiare su di esso — secondo quel detto dei Cantici: «Chi è costei che sale dal deserto, colma di grazia e appoggiata sul suo diletto?» —, così non è lecito all'Impero compiere atti contro il diritto umano; ma se l'Impero distruggesse se stesso, andrebbe contro il diritto umano; quindi non è lecito all'Impero distruggere se stesso. Pertanto, siccome scindere l'Impero equivarrebbe a distruggerlo, dal momento che l'Impero si regge sull'unità della Monarchia universale, è chiaro che alla persona investita dell'autorità imperiale non è lecito scindere l'Impero. Che poi distruggere l'Impero sia contro il diritto umano risulta chiaro da quanto fu detto sopra.

Inoltre, ogni giurisdizione è anteriore al suo giudice io — il giudice infatti è ordinato alla giurisdizione e non viceversa —; ora, l'Impero è una giurisdizione che comprende nel suo ambito ogni altra giurisdizione temporale; quindi questa giurisdizione precede il suo giudice, che è l'Imperatore, essendo l'Imperatore ordinato ad essa e non viceversa. Da ciò risulta chiaro che l'Imperatore in quanto tale non può alterare, con alienazioni, tale giurisdizione imperiale, in quanto è in forza di questa che egli è Imperatore. Ora io n dico: quando Costantino fece la donazione alla Chiesa — come sostengono — o era imperatore oppure no; se non lo era, è ovvio che non poteva donare nulla di ciò che appartiene all'Impero; se lo era, non poteva ugualmente farlo in quanto imperatore, poiché tale donazione sarebbe stata una diminuzione della giurisdizione. Inoltre, se un imperatore potesse sottrarre alla giurisdizione dell'Impero una piccola parte di questo, un altro potrebbe fare altrettanto. E siccome la giurisdizione temporale è finita, e ogni cosa finita si consuma a forza di sottrazioni parziali, ne seguirebbe che la primitiva giurisdizione potrebbe venire annullata, il che è irragionevole. Ancora, siccome chi dà funge da agente e chi riceve da paziente, come dice il Filosofo nel quarto libro dell'Etica a Nicomaco, affinché una donazione sia lecita si richiede non solo la capacità del donante, ma anche quella del ricevente «poiché sembra che l'atto delle cause agenti sia ricevuto nel paziente disposto a riceverlo». Ora la Chiesa non aveva affatto la capacità di ricevere beni temporali per questo espresso divieto che si legge in Matteo: «Non possedete oro, né argento, né denaro nelle vostre cinture, né bisaccia per il viaggio» ecc.16. E sebbene in Luca troviamo una dispensa da questo divieto riguardo ad alcuni oggetti, [36] tuttavia non mi è più capitato di trovare, dopo quel divieto, che la Chiesa fosse autorizzata a possedere oro e argento. Perciò, se la Chiesa non poteva ricevere, anche ammesso che da parte sua Costantino potesse donare, tale atto di donazione non era valido per l'incapacità del donatario [a ricevere]. È quindi chiaro che né la Chiesa poteva ricevere a titolo di proprietà, né Costantino poteva donare sotto forma di alienazione. [37] Tuttavia l'Imperatore, per la tutela della Chiesa, poteva assegnarle un patrimonio ed altre risorse, salvo sempre il dominio sovrano dell'Impero, la cui unità non ammette divisioni. Ed anche il vicario di Dio poteva ricevere quei beni, non però come proprietario, ma come dispensatore dei proventi a beneficio della Chiesa e dei poveri di Cristo, ciò che gli Apostoli già facevano, com'è noto.

Affermano ancora che papa Adriano invocò la protezione di Carlo Magno per sé e per la Chiesa contro gli attacchi dei Longobardi, al tempo del loro re Desiderio, e che Carlo ricevette da lui la dignità imperiale, nonostante che Michele fosse imperatore a Costantinopoli. [38] Per questo fatto sostengono che tutti gli imperatori romani che gli succedettero sono anch'essi difensori della Chiesa, e tali debbono essere da questa ritenuti; [39] da ciò conseguirebbe proprio quella dipendenza [dell'Impero] che essi pretendono appunto dedurre. Per confutare questo argomento, affermo che esso non prova nulla, perché l'usurpazione di un diritto non crea diritto. Poiché se fosse così, si potrebbe dimostrare, allo stesso modo, che l'autorità della Chiesa dipende dall'Imperatore, dal giorno in cui l'imperatore Ottone rimise sul seggio papale Leone e depose Benedetto, e lo condusse esule in Sassonia.

XI

Gli avversari portano poi un argomento di ragione. Utilizzando infatti un principio del decimo libro della Metafisica, essi argomentano così: tutti gli esseri appartenenti ad uno stesso genere si riconducono ad uno, che è misura di tutti gli altri inclusi in quel genere; ora tutti gli uomini appartengono allo stesso genere; quindi vanno ricondotti ad uno come misura di tutti quanti. Se questa conclusione è vera, il Sommo Pontefice e l'Imperatore, essendo uomini, vanno ricondotti ad un solo uomo. Ma poiché non è possibile ricondurre il Papa ad altri, resta che l'Imperatore, insieme a tutti gli altri uomini, deve essere ricondotto al Papa come misura e regola; e così anche con questo ragionamento arrivano alla conclusione da essi voluta. Per confutare tale ragionamento, ammetto come vera la loro affermazione che «tutti gli esseri appartenenti allo stesso genere debbono ricondursi ad un essere di quel genere, che, nell'ambito di questo, costituisce la misura»; come pure è vera l'affermazione che tutti gli uomini appartengono ad un medesimo genere; ed è vera altresì la conclusione ricavata da tale premessa, che cioè tutti gli uomini vanno ricondotti ad un'unica misura nell'ambito del loro genere. Ma quando da questa conclusione essi inferiscono la conseguenza applicativa nei confronti del Papa e dell'Imperatore, incorrono nella fallacia dell'accidente [40] 4. Per afferrare bene 4 questo bisogna tener presente che una cosa è essere uomo e un'altra essere Papa, come d'altra parte una cosa è essere uomo e un'altra essere Imperatore, così come una cosa è essere uomo e un'altra essere padre e signore. L'uomo infatti è quello che è per la sua forma sostanziale, in forza della quale rientra in una specie e in un genere, ed è posto nella categoria della sostanza; il padre invece è tale per una forma accidentale che è la relazione, per la quale rientra in una specie e in un genere particolari, ed è posto nella categoria dell'«ad aliquid», cioè della «relazione». Se così non fosse, tutto si ricondurrebbe — ma ciò è falso — alla categoria della sostanza, dal momento che nessuna forma accidentale può sussistere per se stessa senza il supporto di una sostanza sussistente. Pertanto Papa e Imperatore essendo ciò che sono in forza di certe relazioni (quelle appunto dell'autorità papale e dell'autorità imperiale, la prima delle quali rientra nell'ambito della paternità e l'altra nell'ambito del dominio), è chiaro che Papa e Imperatore, in quanto tali, devono essere posti nella categoria della relazione e quindi essere ricondotti ad un elemento rientrante in tale categoria. Quindi affermo che altra è la misura cui debbono essere ricondotti in quanto uomini, ed altra in quanto Papa e Imperatore. Infatti, in quanto uomini, vanno ricondotti all'uomo perfetto (che è misura di tutti gli altri e, per così dire, loro modello ideale, chiunque esso sia), come a quello che è sommamente uno nel suo genere, come si può rilevare dai capitoli finali dell'Etica a Nicomaco. Invece, in quanto sono termini di relazione, allora, com'è evidente, o vanno ricondotti l'uno all'altro (se l'uno è subalterno all'altro o se sono accomunati nella specie per la natura della relazione), oppure ad un terzo elemento come alla loro comune unità. Ora, non si può affermare che uno sia subalterno all'altro, poiché, in tale caso, l'uno si predicherebbe dell'altro, il che è falso (noi infatti non diciamo che l'Imperatore è Papa e nemmeno viceversa); e neppure si può affermare che siano accomunati nella specie, in quanto l'essenza formale di Papa è diversa da quella di Imperatore in quanto tale. Quindi si riconducono a qualcos'altro, in cui devono trovare la loro unità.

A questo proposito bisogna tener presente che i soggetti delle relazioni stanno tra di loro come le rispettive relazioni. Ora quelle particolari relazioni d'autorità che sono il Papato e l'Impero vanno ricondotte ad una [suprema] relazione d'autorità, da cui quelle discendono con le loro determinazioni particolari; quindi i soggetti di quelle relazioni, cioè il Papa e l'Imperatore, andranno anch'essi ricondotti a qualche soggetto unitario che realizzi la relazione d'autorità nella sua essenza formale, al di fuori di ogni determinazione particolare. E questo soggetto unitario sarà o Dio stesso, in cui tutte le relazioni particolari trovano la loro unificazione assoluta, oppure una qualche sostanza inferiore a Dio, nella quale la relazione d'autorità, che proviene da quella relazione assoluta, si particolarizza attraverso una differenziazione nel grado d'autorità. E così diventa chiaro che Papa e Imperatore, in quanto uomini, vanno ricondotti ad un elemento comune, mentre, in quanto formalmente Papa e Imperatore, ad un elemento comune diverso. Attraverso questa distinzione si risponde all'argomento di ragione [portato dagli avversari].

XII

Una volta esposti e confutati i falsi ragionamenti, sui i quali di preferenza si fondano coloro che fanno dipendere l'autorità dell'Impero romano dal Pontefice romano, occorre riprendere il filo del discorso, per dimostrare qual è la vera soluzione di questa terza questione, che fin dall'inizio abbiamo prospettato come oggetto di discussione. La vera soluzione emergerà in modo sufficientemente chiaro se, conducendo l'indagine alla luce del principio prestabilito, riuscirò a dimostrare che la predetta autorità dipende immediatamente dall'Essere che sta al vertice della realtà, cioè da Dio. E tale dimostrazione sarà raggiunta sia stabilendo che l'autorità imperiale non dipende dalla Chiesa (la controversia infatti non riguarda altra autorità), sia dimostrando, in modo diretto e positivo, che essa dipende immediatamente da Dio. Ora, che l'autorità della Chiesa non sia la causa dell'autorità imperiale si dimostra nel modo seguente: quando un essere possiede tutto il suo potere prima dell'esistenza o dell'influsso di un altro essere, quest'ultimo non è la causa del potere del primo; ora l'Impero ebbe tutto il suo potere prima dell'esistenza e dell'influenza della Chiesa; quindi la Chiesa non è causa del potere dell'Impero, e di conseguenza neppure della sua autorità, poiché il suo potere si identifica con la sua autorità. (Indichiamo con A la Chiesa, con B l'Impero e con C l'autorità, ossia il potere dell'Impero; se, pur non esistendo A, C è in B, è impossibile che A sia la causa del fatto che C è in B, essendo impossibile che l'effetto esista prima della causa. Ancora, se, senza alcuna azione di A, C è in B, necessariamente A non è la causa del fatto che C è in B, essendo indispensabile per la produzione di un effetto una precedente azione della causa, in particolare della causa efficiente, che qui ci interessa). La premessa maggiore di quella dimostrazione risulta evidente dai suoi stessi termini; la minore è confermata da Cristo e dalla Chiesa: da Cristo con la sua nascita e la sua morte, come si è detto sopra, dalla Chiesa con le parole di Paolo dette ad Efeso, secondo gli Atti degli Apostoli: «Sto davanti al tribunale di Cesare, dove devo essere giudicato», e con le parole dell'angelo di Dio dette poco dopo a Paolo: «Non temere, Paolo, devi comparire davanti a Cesare», ed infine nuovamente con le parole di Paolo dette ai giudici esistenti in

Italia: «Per l'opposizione dei giudei sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, non perché avessi qualche accusa da muovere al mio popolo, ma per strappare la mia vita alla morte». Se Cesare non avesse avuto già fin d'allora autorità per giudicare delle cose temporali, né Cristo ci avrebbe indotti a crederlo, né l'angelo avrebbe pronunciato quelle parole, né colui che diceva: «Desidero morire ed essere con Cristo» avrebbe fatto appello ad un giudice incompetente. Se anche Costantino non avesse avuto tale autorità, non avrebbe potuto di diritto assegnare alla Chiesa quei beni dell'Impero che le assegnò per la sua tutela, e così la Chiesa godrebbe ingiustamente di quelle donazioni, poiché Dio vuole che le offerte siano immacolate, secondo il precetto del Levitico: «Ogni oblazione che farete al Signore sarà senza fermento». Questo precetto, sebbene sembri rivolto a chi fa l'offerta, non di meno è rivolto, di conseguenza, anche a chi la riceve, poiché è stolto credere che Dio permetta che si riceva ciò che egli proibisce di dare, dal momento che nello stesso libro si dà ai Leviti anche questo precetto: «Non contaminate le anime vostre, né toccate alcune di quelle cose per non essere immondi» Ora, dire che la Chiesa goda ingiustamente del patrimonio ad essa assegnato è molto sconveniente; quindi, è falsa quell'ipotesi da cui deriva (logicamente) tale affermazione.

XIII

Inoltre, se la Chiesa avesse il potere di conferire autorità al Principe romano, tale potere o l'avrebbe da Dio, o da se stessa, o da qualche Imperatore, o dal consenso di tutti gli uomini o per lo meno dei migliori fra essi, non esistendo altra fonte da cui abbia potuto pervenire alla Chiesa tale potere; ora la Chiesa non l'ha avuto da nessuna di queste fonti; quindi essa non ha tale potere. Che poi non l'abbia avuto da nessuna fonte si può dimostrare nel modo seguente: se l'avesse ricevuto da Dio, ciò sarebbe avvenuto o per legge divina o per legge naturale (ciò che si riceve dalla natura infatti si riceve da Dio, sebbene non si verifichi il contrario). Ma essa non l'ha ricevuto per legge naturale, poiché la natura impone la sua legge solo ai fatti naturali, non essendo ammissibile che Dio non sia in grado di produrre qualcosa senza il concorso delle cause seconde. Onde, non essendo la Chiesa un fatto naturale, ma un'opera di Dio (il quale ha detto: «Sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa», e altrove: «Ho portato a compimento l'opera che mi hai affidato»), è evidente che la natura non può aver dato legge alla Chiesa. Ma essa non ha ricevuto quel potere nemmeno per legge divina, poiché ogni legge divina è contenuta nei due Testamenti, nei quali però io non riesco proprio a trovare che all'antico o al nuovo sacerdozio sia mai stata affidata la sollecitudine o la cura delle cose temporali. Trovo anzi che gli antichi sacerdoti ne furono esclusi con un ordine preciso, come risulta dalle parole di Dio a Mosè, come pure lo furono i nuovi sacerdoti in forza delle parole di Cristo ai discepoli. Ora non sarebbe possibile che essi siano stati esclusi da quella cura, se l'autorità del regime temporale derivasse dal sacerdozio, poiché a questo sarebbe almeno spettata la sollecitudine nel provvedere a conferire ad altri tale autorità, e altresì la continua sorveglianza affinché la persona investita di quell'autorità non deviasse dalla via della giustizia. Che poi la Chiesa non abbia potuto ricevere il potere da se stessa si comprende facilmente, poiché nessuno può dare quello che non ha, per cui occorre che ogni agente che produce qualcosa possieda già in atto quello che si propone di produrre, come è detto nella Metafisica. Ora se la Chiesa ha conferito a se stessa quel potere, è chiaro che non l'aveva prima di darselo, e così si sarebbe dato quello che non aveva, il che è impossibile. Inoltre, che non abbia ricevuto tale potere da qualche Imperatore risulta abbastanza evidente dalle prove precedentemente fornite. Ed infine che non l'abbia ricevuto neppure per il consenso di tutti gli uomini o dei migliori fra di essi chi potrà porlo in dubbio, dal momento che non solo tutti gli abitanti dell'Asia e dell'Africa, ma persino la maggior parte degli abitanti dell'Europa sono avversi a tale potere? [41] È davvero cosa fastidiosa dover addurre prove in cose che sono evidentissime.

XIV

Similmente, ciò che è contrario alla natura di un essere 1 non si può annoverare tra le sue facoltà (infatti le facoltà di qualunque essere derivano dalla sua natura per il raggiungimento del proprio fine); [42] ora la facoltà di conferire l'autorità a questo nostro regno mortale è contro la natura della Chiesa; quindi essa non si può annoverare tra le sue facoltà. Per dimostrare pei la premessa minore, bisogna sapere che la natura della Chiesa è la forma della Chiesa (infatti, sebbene per natura si intenda il composto di materia e forma, tuttavia per prima cosa si intende la forma, come si è dimostrato nella Fisica; ora, la forma della Chiesa non è altro che la vita di Cristo quale è espressa nelle parole e nei fatti, poiché la vita di lui fu il tipo ideale e il modello della Chiesa militante, in particolare dei pastori, e soprattutto del Sommo Pastore, cui spetta pascere gli agnelli e le pecore. (Per questo egli, sul punto di lasciare la «forma» della sua vita, dice nel Vangelo di Giovanni: «Vi ho dato l'esempio, affinché come ho fatto io per voi, facciate anche voi», e nello stesso Vangelo, rivolgendosi in modo particolare a Pietro dopo avergli affidato l'ufficio di pastore, dice: «Pietro, seguimi»). Ma Cristo, davanti a Pilato, negò di possedere il potere terreno dicendo: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei ministri certamente combatterebbero perché non venga consegnato ai Giudei; ora invece, il mio regno non è di quaggiù». Questa affermazione non va intesa nel senso che Cristo, che è Dio, non sia signore di questo regno terrestre, dal momento che il Salmista dice: «Suo è il mare, perché è lui che l'ha fatto e le sue mani hanno fondato anche la terra», ma nel senso che Egli, come esempio per la Chiesa, non si era preso cura del regno di quaggiù. [43] (È come se un sigillo d'oro dicesse di sé: non sono unità di misura per nessun genere [di oggetti]; ora tale affermazione non è certamente vera se riferita all'oro del sigillo, poiché l'oro è unità di misura nel genere dei metalli, ma è vera se riferita a quella certa impronta [del sigillo] che può essere ricevuta per impressione). Quindi, elemento formale della Chiesa è il parlare e sentire allo stesso modo di Cristo, mentre parlare e sentire in modo opposto è contrario alla forma della Chiesa, cioè alla sua natura, che è la stessa cosa. E da ciò si deduce che la pretesa di conferire l'autorità al regno terreno è contraria alla natura della Chiesa. La contrarietà infatti nel pensiero o nella parola è conseguenza della contrarietà esistente nell'oggetto di cui si parla o si pensa [44], allo stesso modo che il vero o il falso nel discorso è causato dall'essere o non essere del suo contenuto, come ci insegna la dottrina delle Categorie. Con le argomentazioni sviluppate sopra abbiamo pertanto dimostrato in modo sufficiente, mediante la riduzione all'assurdo, che l'autorità dell'Impero non dipende affatto dalla Chiesa.

XV

Sebbene nel capitolo precedente sia stato provato, con la riduzione all'assurdo, che l'autorità dell'Impero non deriva dall'autorità del Sommo Pontefice, tuttavia non è stato affatto dimostrato che essa dipenda immediatamente da Dio, se non in quanto ciò ne risulta di conseguenza. È logico infatti dire che, se non dipende dal Vicario di Dio, debba dipendere da Dio. Perciò, per una trattazione completa dell'assunto, occorre dimostrare in modo diretto che l'Imperatore, cioè il Monarca del mondo, dipende immediatamente dal Signore dell'universo, che è Dio. Per comprendere questa tesi, bisogna osservare che, tra tutti gli esseri, soltanto l'uomo tiene il posto intermedio tra le cose corruttibili e quelle incorruttibili, e perciò giustamente viene dai filosofi paragonato all'orizzonte che si trova in mezzo tra i due emisferi. Se infatti si considera l'uomo secondo ambedue i suoi componenti essenziali, cioè l'anima e il corpo, egli è corruttibile, [45] se invece si considera solo secondo un componente, cioè l'anima, egli è incorruttibile. E per questo il Filosofo, nel secondo libro Dell'anima, riferendosi a questo elemento in quanto è incorruttibile, dice: «Solo questo, in quanto immortale, può separarsi dall'elemento corruttibile». Se pertanto l'uomo è qualcosa di mezzo tra gli esseri corruttibili e quelli incorruttibili, deve necessariamente partecipare della natura di ambedue, dato che ogni essere intermedio partecipa della natura degli estremi. E siccome ogni natura è ordinata ad un suo fine ultimo, ne consegue che il fine dell'uomo è duplice, cosicché egli, come è l'unico tra tutti gli esseri a partecipare dell'incorruttibilità e della corruttibilità, così è l'unico fra tutti ad essere ordinato a due fini ultimi, ad uno in quanto è corruttibile, all'altro in quanto è incorruttibile. [46]

L'ineffabile Provvidenza ha posto dunque innanzi al l'uomo due fini cui tendere: la felicità di questa vita, che consiste nell'esplicazione della propria specifica facoltà, ed è simboleggiata nel paradiso terrestre, e la felicità della vita eterna, che consiste nel godimento della visione di Dio, e costituisce il paradiso celeste; ad essa quella facoltà specifica dell'uomo non può elevarsi senza il soccorso della luce divina. A queste [due] beatitudini, come a [due] fini diversi, occorre giungere con mezzi diversi. Alla prima infatti perveniamo per mezzo degli insegnamenti filosofici, [47] purché li mettiamo in pratica operando secondo le virtù morali e intellettuali; [48] alla seconda invece perveniamo per mezzo degli insegnamenti divini che trascendono la ragione umana, purché li seguiamo operando secondo le virtù teologiche della fede, speranza e carità. Sebbene quel fine e quei mezzi [naturali] ci siano stati additati dalla ragione umana, quale si è manifestata a noi compiutamente attraverso i filosofi, e sebbene quel fine e quei mezzi [soprannaturali] ci siano stati indicati dallo Spirito Santo, che ci ha rivelato la verità soprannaturale a noi necessaria attraverso i profeti, gli scrittori ispirati, Gesù Cristo, figlio di Dio a lui coeterno, ed i suoi discepoli, tuttavia la cupidigia umana indurrebbe a dimenticarli, se gli uomini, come cavalli spinti dalla loro bestialità a percorrere vie traverse, non fossero trattenuti sulla retta strada «con la briglia e con il freno». Per questo l'uomo ebbe bisogno di una duplice guida, [49] in corrispondenza del duplice fine, cioè del Sommo Pontefice, per condurre il genere umano alla vita eterna mediante la dottrina rivelata, e dell'Imperatore, per dirigere il genere umano alla felicità terrena attraverso gli insegnamenti della filosofia. E siccome a questo porto n [della felicità terrena] nessuno o pochi, ed anche questi con eccessiva difficoltà, potrebbero approdare, se il genere umano — sedati i flutti della cupidigia esposta ad ogni seduzione — non riposasse libero nella tranquillità della pace, il governatore del mondo, detto Principe Romano, deve tendere con tutte le sue forze a questo scopo, cioè a far sì che in questa aiuola umana si possa vivere nella libertà e nella pace. E siccome la disposizione di questo mondo è conseguenza della disposizione propria dei moti celesti [50], affinché le utili iniziative [imperiali] di libertà e di pace possano trovare applicazione adatta ai luoghi e ai tempi, è necessario che quel governatore del mondo sia stabilito da chi ha una visione complessiva ed immediata della disposizione globale dei cieli. Ora questi è soltanto Colui che ha preordinato tale disposizione come mezzo per poter subordinare provvidenzialmente tutte le cose ai suoi piani. Ma se è così, solo Dio elegge, egli solo conferma, non avendo altri superiori a sé. Dal che si può ricavare questa ulteriore conseguenza, che né gli elettori attuali, né quelli che, in qualunque modo, sono stati detti «elettori» si possono chiamare con tale titolo, ma piuttosto vanno considerati come «annunciatori della scelta provvidenziale di Dio». Onde avviene che talvolta coloro, cui è stata conferita questa carica di annunciatori, sono travagliati da discordie, dovute al fatto che tutti o alcuni di essi, ottenebrati dalla nebbia della cupidigia, non riescono ad individuare chiaramente l'elezione fatta da Dio. Così dunque risulta evidente che l'autorità del monarca temporale gli deriva, senza intermediario alcuno, dalla fonte stessa di ogni autorità, fonte che, pur essendo tutta raccolta nella roccaforte della sua semplicità, si espande in molteplici ruscelli per la sovrabbondanza della sua bontà.

Mi pare ormai di aver raggiunto la meta che mi ero proposto. Difatti è stata dimostrata la vera soluzione della questione se al buon ordinamento del mondo sia necessario l'ufficio del Monarca, dell'altra questione se il popolo romano si sia appropriato di diritto dell'Impero, ed infine dell'ultima questione se l'autorità del monarca dipenda immediatamente da Dio o da qualcun altro. La soluzione data all'ultima questione non va però intesa in senso così stretto, da escludere che il Principe romano non sottostia in qualcosa al romano Pontefice, poiché la felicità di questa vita mortale è ordinata, in qualche modo, alla felicità immortale [51].

Cesare pertanto usi verso Pietro di quella reverenza che il figlio primogenito deve usare verso il padre, affinché, illuminato dalla luce della grazia paterna, possa illuminare con maggior efficacia la terra, al cui governo è stato preposto solo da Colui che è il reggitore di tutte le cose spirituali e temporali. [52]

 

Note

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[1] Tutto il periodo è importante per la visione organicistica che Dante ha della società umana strutturata in varie communitates particolari necessarie che, pur avendo dei fini specifici, vengono armonizzate gerarchicamente in un processo in cui l'una è un presupposto finalisticamente orientato all'altra, e tutte insieme sono in funzione del bene del tutto, che a sua volta garantisce l'ordine e il bene delle parti in un mutuo servizio. Tale organismo si forma quindi dal basso, ma nello stesso tempo dall'alto, in quanto il monarca della società perfetta irradia la sua forma e le sue leggi sulle altre comunità per animarle e stringerle in un complesso unitario.

[2] Che è appunto la « speculatio », cioè la contemplazione della verità. Che la pace sia condizione necessaria per giungervi l'afferma anche S. Tommaso, che però intende «pace » non solo in senso politico-civile, ma anche in senso etico-psicologico come ordine armonico del corpo e dello spirito.

[3] La civitas è la comunità perfetta, cioè autosufficiente nel raggiungere il fine del vivere e del bene vivere.

[4] Aristotele, Eth. Nicom., V, 14, 1137a, 31-1138a 3: « (L'epiìkia) è una correzione della legge dove essa è difettosa a causa della sua generalità ». Anche per S. Tommaso l'osservanza rigorosa di una legge generale, e valida per i casi più comuni, talvolta «est contra aequalitatem iustitiae et contra commune bonum quod lex intendit», e allora bisogna tralasciare la lettera della legge e seguirne lo spirito e l'intenzione profonda, adattandola ai casi particolari. In questo senso l'epiìkia è superiore alla giustizia legale ed è sua norma direttiva (il dantesco directivo), « nam legalis iustitia dirigitur secundum epicheiam unde epicheia est quasi superior regula humanorum actuum » (S. Theol., II-II, 120, 1-2). L'epiìkia è la nostra «equità».

[5] La tunica inconsutile (formata cioè da un unico pezzo di stoffa) di Cristo, che i soldati si giocarono a sorte per non dividerla (Ioann., 19, 23) sta a simboleggiare l'unità dell'Impero, che fu lacerato con la donazione di Costantino per cupidigia di possesso della Chiesa (cfr. Mon., III, 10). Già S. Cipriano, De cath. eccl. unitate, 7 vedeva simboleggiata nella tunica inconsutile l'unità indissolubile della Chiesa cattolica, che resiste intatta contro tutte le eresie. Tale immagine come simbolo dell'unità divenne tradizionale nell'ecclesiologia medievale, e vi attinge anche Bonifacio VIII nella bolla Unam Sanctam: «Haec. est tunica illa Domini inconsutilis, quae scissa non fuit» (Extrav. decret. communium, I, 8, 1).

[6] L'immagine della belva policefala, che viene trascinata in direzioni opposte, raffigura il genere umano che, privo dell'unica guida dell'Imperatore, che ne garantisce la concordia orientandolo al fine del bene comune e della pace, si è scisso in molteplici principati in lotta tra loro, perché tendono a fini particolari e contrapposti di dominio. Il Nardi, Nel mondo di Dante, p. 138, n. 3 rimanda ad Enghelberto, De ortu, XVIII, per il quale i singoli regni e re autonomi e «sine omni subiectione et obedientia Imperii» costituirebbero «multorum capitum unum monstrum».

[7] La falsa convinzione dei re era espressa nella lettera inviata da Roberto d'Angiò al Pontefice (v. n. 3) per spiegargli che lo smenbramento dell'Impero («deminutum, mutilatum, laceratum et occupatum a pluribus et diversis principibus») era un giusto ritorno al pristino stato di diritto naturale, infranto dall'usurpazione romana. — L'invito di Dante ai popoli di riconoscersi liberi dal giogo degli attuali Signori, il cui potere è illegale, è sembrato ad alcuni (Zingakelli, op. cit., p. 685) una istigazione alla ribellioni, un'azione di guerra.

[8] L'idea della doppia fonte della nobiltà, cioè la virtù personale e quella degli antenati, viene a Dante dalla testimonianza aristotelica, nella quale si è imbattuto dopo la composizione del Convivio, ove invece (IV, 14-15) combatte tale idea senza riconoscerla come aristotelica, in base alla propria convinzione che la vera nobiltà dell'uomo deriva esclusivamente dalla sua virtù e non dalla schiatta o da un popolo che, in quanto pura somma di individui (paragonato ad una massa di grano), è fatto nobile dalla nobiltà dei componenti (e. 28, 8 segg.). Sul concetto di « nobilitade » nel Conv. cfr. il commento del Busnelli, II, 373 segg. Che quell'idea sia ancora rimasta nel pensiero di Dante risulta da Par., XVI, 1 segg. ove è detto che la nobiltà degli antichi romani è un manto che non s'è raccorciato sotto la forbice del tempo, perché ad ogni generazione i romani hanno rinnovato in sé la nobiltà dei padri. Questa successione non passiva ed ereditaria, ma attiva e volontaristica va imputata ad un disegno provvidenziale di Dio, dal quale solo, attraverso gli influssi celesti, deriva ogni virtus.

[9] Per Dante, come per i suoi contemporanei, Virgilio non è solo poeta, profeta, teologo e filosofo, ma è anche storico che narra il più bello degli eventi («rerum... pulcherrima Roma»: Georg., II, 534), cioè la storia di Roma nella sua genesi e missione imperiale, proiettata nel disegno della Provvidenza che ha guidato Enea, attraverso mille peripezie, a fondare Roma (Inf., II, 20; XXVI, 60; Conv., IV, 5, 3-8; 4, 11) e la Monarchia universale, che per Dante è necessaria alla pace del mondo e preparazione all'incarnazione redentrice di Cristo. Dante crede alla storicità delle narrazioni dell'Eneide, come ai fatti naturali e soprannaturali che accompagnarono le gesta di Enea, onde si spiegano i frequenti riferimenti ad essa nei vari aperçus storici su fatti e personaggi romani del II libro.

[10] Aen., VIII, 134-7. Dardano è considerato da Virgilio figlio di Giove e di Elettra, figlia dell'africano Atlante; nato a Corito in Italia, dopo l'uccisione del fratello Iasio, fuggì coi Penati in Frigia, fondò Troia, e, dopo la distruzione, ricondusse i Penati in Italia. Gli antenati di Enea sono i figli di Dardano.

[11] ancile: scudo sacro

[12] Cfr. Livio, Ab urbe condita, II, 13, 6-11. La fanciulla Clelia era ostaggio, con altre compagne, del re Porsenna che aveva gli accampamenti non lontano dal Tevere; ingannati i custodi, guidò la traversata del fiume «inter tela hostium», riuscendo a restituire ai parenti le ragazze romane; fu poi restituita dai Romani come pegno del trattato di pace, su richiesta del re Porsenna che la protesse e onorò per il suo valore. Ne parla anche Orosio, Hist., II, 5: «Virgo Clelia, admirabili trasmeati fluminis audacia».

[13] Aristotele, Eth. Nicom., VI, 10, 1142a-b. L’ eubulia è l'habitus della « buona deliberazione », del « buon consiglio » che dispone a ricercare (inquisitio) con rettitudine, cioè con razionalità, come si deve agire per raggiungere un fine buono. Aristotele la definisce così: «La buona deliberazione sarà una rettitudine conforme all'utilità in vista di un fine determinato, di cui la saggezza dà il giudizio ». S. Tommaso, In Eth.: «Eubulia... est rectitudo consilii... per quam aliquis adipiscitur bonum finem ». Tale eubulia non è scienza, essendo semplice inquisitio, non è una buona congettura, essendo ragionamento, non è l'acuta intuizione immediata, essendo lenta riflessione, non è un'opinione vera o falsa ma già definita, essendo pura indagine o consultazione che non enuncia verità, ma affronta un problema in vista di un bene; essa viene inclusa nell'ambito della saggezza (ϕρόνησις). Avendo però carattere di ragionamento, può avvenire che talvolta accidentalmente si raggiunga una conclusione buona da premesse false.

[14] Qui Dante fornisce una testimonianza sconcertante di quanto fosse radicato il pregiudizio sul duello giudiziario, poiché l'assume come criterio conoscitivo della volontà (giudizio) di Dio nella storia, nonostante che Innocenzo III, nel Concilio Lateranense del 1215 (can. 18), avesse confermato ufficialmente tutte le proibizioni ecclesiastiche, e che sia lo spirito di scetticismo, alimentato dalla forte critica di Federico II, e sia la diffusione del diritto romano, con la crisi del sistema feudale e l'emergere della borghesia, stessero per far scomparire il duello dagli statuti dei liberi comuni. Raimondo da Peñafort e l'Hostiensis avevano definito il duello un omicidio; Alessandro d'Ales (Stimma, III, 46, 3) aveva eliminato il precedente paradigmatico di Davide-Golia (ricordato anche da Dante, cfr. II, 9, 11), vedendovi una prefigurazione del trionfo di Cristo su Satana; S. Tommaso, oltre averlo invalidato come giudizio di Dio, perché l'esito dipende dalla forza dei campioni (S. Theol., II-II, 95, 8), l'aveva condannato come «irrationabile quia hoc est committere se fortunae» (In Pol., IV, 13), anche se poi l'ammette in caso di estrema necessità, per lasciare decidere la sorte.

[15] Virgilio, Aen., V, 286-361. Nella corsa dei cinque corridori a Trapani Niso, che era primo, scivola e cade, ma, per impedire la vittoria a Salio che lo tallonava, lo urta facendolo cadere, per cui vince l'amico Eurialo che era in terza posizione, seguito da Elimo e Diore. Per le proteste di Salio, Enea interviene e premia anche i caduti.

[16] Questo principio ermeneutico d'interpretazione della storia universale come lotta per il dominio del mondo, ove chi vince domina per giudizio di Dio, non è collocabile in nessun orizzonte culturale che non sia quello mitico della superstizione, cui Dante si aggrappa nel suo fervore contro i nemici dell'Impero: non è collocabile nell'orizzonte positivistico del fatto del successo che crea il diritto, né in quello storicistico-immanentistico della Weltgeschichte come Weltgericht, e neppure in quello teologico-trascendente della visione cristiana della storia basata sull'evento salvifico di Cristo e non sul giochetto dell'ordalia. Poco convincenti alcuni generosi tentativi di cercare un significato plausibile, come quello del Vinay (148): «Roma ha vinto perché l'animo dei suoi figli l'ha fatta grande e Dio consacra questa grandezza... In Dante l'apriori divino riposa sempre sull'aposteriori umano»; però Dante dice esattamente il contrario: «Nullum dubium est quin prevalentia in athletis pro imperio mundi certantibus Dei iudicium sit secuta». Più plausibile la spiegazione del Nardi che si richiama al sistema aristotelico della natura, che metteva Dio come causa prima motrice e direttrice di tutte le cose attraverso le intermediazioni astrologiche, però non bisogna dimenticare che tale governo di Dio avviene nell'ambito del finalismo intrinseco degli esseri, complicato dall'ambiguità della materia e dal capriccio del caso come sospensione d'attività teleologica (Arist., Phys., II, 5, I97a 5), per cui il legame tra l'evento e la volontà di Dio risulta sempre problematico.

[17] Immagine simbolica volta a precisare che era quasi a metà della corsa. Gli «athloteti» infatti non erano gli atleti, ma i giudici di gara, come risulta da Aristotele, Eth. Nicom., I, 2, 1095b 1. Tali giudici stavano all'inizio dello stadio, mentre il traguardo era all'estremità opposta. Cfr. S. Tommaso, In Eth., I, 2, n. 51: «Erant enim quidam athlothetae, idest praepositi athletis currentibus in stadio. Qui quidem athlothetae stabant in principio stadiorum. Quandoque igitur athletae incipiebant currere ab athlothetis et procedebant usque ad terminimi, quandoque autem e converso».

[18] Contro questo principio Federico II aveva già scritto: «Absit illa abusio quod qui vicit in campo sit in iure potior». Per Federico il duello è un abuso, perché incita ai delitti e alle risse, pretende di ricavare la giustizia dalla forza (poiché nei duelli «fortiores semper triunphant»), ed è un tentare Dio (contro il Vangelo); quest'ultimo motivo è frequente nella denuncia dei papi (Nicolò I) e dei pubblicisti (Pietro Cantore).

[19] Cfr. la definizione del grande canonista Raimondo da Peñafort, Summa, 1. II, tit. 3: «Duellum est singularis pugna inter aliquos ad probationem veritatis (Dante dice "iustitiae"), ita videlicet ut qui vicerit probasse intelligitur; et dicitur duellum quasi duorum bellum. Dicitur etiam vulgo... iudicium, eo quod ibi Dei iudicium expectatur». La condizione dell'esclusivo motivo della giustizia si trova affermata in un'ordinanza di Filippo il Bello del 1306: «Se l'interesse, sans orgueil ne mal talent, pour son bon droit seulement, requiert bataille ne doit doubter engin ne force, car le vrai juge (Dio) sera pour lui» (cit. da E. C. Lea, Forza e superstizione, Piacenza, 1910, p. 221, n. 1 e vedi tutta la parte II dedicata al Duello giudiziario, pp. 93-245). Il Vinay (168, n. 3) ritiene che Dante, sottolineando la motivazione dell'amore di giustizia e coinvolgendo nel duello anche le forze spirituali, voglia quasi riscattarlo dalla sua violenta brutalità materiale, per considerarlo indice dei «virtuosi mores romanorum» che hanno fatto grande Roma. È una deduzione esorbitante, come eccessiva ed equivoca la valutazione del Nardi (417) che tale giudizio di Dio implichi un supremo atto di fede religiosa, poi smarrita, mentre è un semplice residuo acritico di superstizione popolare che Dante getta nel calderone del suo provvidenzialismo quasi fanatico.

[20] Qui Dante pone il diavolo come ispiratore del duello fatto non per amore di giustizia ma di denaro; il Concilio di Trento nel 1563 stigmatizzerà il duello in se stesso come opera del demonio, cfr. Conc. Trid., Sess. XXV, De Reform., cap. XIX: «Detestabilis duellorum usus fabricante diabolo introductus».

[21] Per la polemica di Dante contro i giuristi presuntuosi, intellettualmente mediocri e venali cfr. Conv., III, 11, 10: «Né si dee chiamar vero filosofo colui che è amico di sapienza per utilitade, sì come sono li legisti, (li) medici e quasi tutti li religiosi ». L'accento di animosità di Dante si spiega con le sue dolorose esperienze vissute per colpa dei giudici fiorentini, che nel marzo 1302 lo condannarono a multe elevate e poi al confino, determinando la sua sfiducia nelle istituzioni giuridiche soggette a pressioni politiche e interessi particolari. Ma forse Dante mira più in alto, agli stessi teorici del diritto dello Studio bolognese, favorevoli alle tesi temporaliste della Santa Sede, come Francesco Accorsi, Dino da Mugello, Guglielmo Durante ecc. Cfr. Solmi, Il pens. poi. di Dante, p. 54; Chiappelli, La polemica contro i legisti dei sec. XIV, XV e XVI, in « Arch. giurid. », XXVI (1881), pp. 295 segg.

[22] Il cenno all'offerente Imperio richiama già la donazione di Costantino, di cui riconosce la pia ìntentio («bene data»; «venerunt bene»), e le successive donazioni imperiali, ma serve soprattutto per condannare l'assenza di gratitudo che non è tanto il sentimento di riconoscenza quanto ì'obsequium feudale verso l'Impero, al cui bene, in caso di necessità, le proprietà concesse debbono servire, nel senso già precisato da Ugo di S. Vittore, De sacram., II, p. n, e. 7 PL 176, 420: «Si ratio postulaverit et necessitas... ipsa possessio ab ecclesiasticis personis obtenta, obsequium, quod regiae potestati prò patrocinio debetur, iure negare non potest». Anzi, qui Dante sembra indicare la necessità di una revoca della concessione stessa, e quindi di un ritorno dei beni al donatore: redeant unde venerunt.

[23] I decretalisti erano semplici espositori delle Decretales nelle scuole di diritto canonico, e vanno distinti dai decretisti o doctores decretorum che elaboravano, collezionavano sistematicamente e interpretavano le decretali. Queste sono i decreti pontifici successivi al Decretum di Graziano i quali, raccolti per iniziativa di privati studiosi, confluirono nella codificazione canonica delle Quinque Compilationes, due delle quali riconosciute ufficialmente da Innocenzo III (1210) e Onorio III (1226); le Decretali fino a Gregorio IX vennero sistemate nel Liber extra, quelle fino a Bonifacio VIII nel Liber sextus, mentre Clemente V riunì le proprie e quelle del Concilio di Vienne nelle Clementinae (1314). Dante ritiene venerande le Decretali in quanto rispecchiano antiche tradizioni ecclesiastiche, ma non ignora gli abusi cui dettero luogo, già denunciati da S. Bernardo, S. Francesco, S. Antonio da Padova e dagli pseudo-gioachimiti che criticano lo spirito litigioso, cavilloso, antievangelico, l'avidità di denaro e la superbia dei nuovi scribi e farisei (i decretalisti cavillatori forensi), i quali «sensum Dei non habentes, terrena quaerunt».

[24] La prostituzione della madre può alludere al mercanteggiamento delle cose sacre fatte da uomini di Chiesa (cfr. Par., IX, 139-42) e al loro intromettersi negli affari temporali della politica, il «puttaneggiar coi regi» di Inf., XIX, 108 (cfr. anche Purg., XXXII, 149). La cacciata dei fratelli può riferirsi alle lotte tra le fazioni cittadine con i bandi degli avversari. La ricusazione del giudice si riferisce ai potentati che «executorem iustitiae non admittunt».

[25] Queste nobilissime parole denotano lo stato d'animo di Dante nel prendere le difese dell'autonomia dell'Impero dalla Chiesa; la sua condanna del politicantismo e della sopraffazione papali non annulla la sua sincera e profonda devozione alla Chiesa e al suo capo, anzi trova in questa la sua giustificazione. L'introduzione al terzo libro, ben più ampia delle altre due, ha lo scopo di individuare bene gli avversari onde evitare equivoci, e di precisare Le prospettiva teologica entro cui svolgere la disputa, escludendo esplicitamente quella prettamente giuridica dei canonisti.

[26] L'applicazione allegorica dei due astri alle due autorità risale già al sec. iv.

[27] Il senso scritturale è quel determinato concetto che l'autore (Dio e l'agiografo) intende esprimere con parole, cose, fatti narrati. C'è il senso letterale, che è quello espresso nel significato comune delle parole, e può essere proprio, quando le parole vengono intese nel senso ovvio e nativo, e improprio (metaforico, traslato, figurato, allegorico) se le parole sono prese secondo una figura presentante una certa affinità e analogia con il significato ovvio (Gesù è il buon pastore, è la vite, la porta ecc.). C'è poi il senso tipico che è espresso mediante un'entità o cosa (tipo, figura) che, nell'intenzione dell'autore, è ordinata a significare un'altra entità o cosa (l'antitipo, il figurato), e quindi è conosciuto e rivelato solo da Dio (manna come eucarestia, Adamo figura di Cristo). Tale senso figurativo da Origene e dagli scolastici è detto anche spirituale o mistico, termini che hanno l'inconveniente di essere equivoci, perché vennero usati come equivalenti al «senso accomodatizio» tendente a trascurare la base storica e a dare spazio a ricostruzioni fantastiche («in somniis»). Dante parla del senso tipico con le espressioni typice (§ 12), sensunt mysticum (§ 6), allegorice dieta (§ 2). Egli, che nel Conv., II, 1, 2-3 ha dimostrato di conoscere bene la distinzione dei teologi sui sensi biblici, qui è preso da alto disdegno contro coloro che abusano del senso allegorico (cfr. Par., XXIX, 89-90), seguendo la critica che S. Tommaso aveva già fatto dei sensi non letterali, e che era condivisa anche da Fra' Remigio («Simbolica theologia non est argumentativa»), dal Rex pacificus («Non est nisi unus sensus argumentativus, scilicet historicus vel literalis) e da Giovanni di Parigi («Argumentum... quod innititur allegoria patet quod nullius efficacie est»).

[28] È il noto sofisma di assumere come causa qualcosa che non è causa, ma soltanto occasione, condizione estrinseca o semplice precedenza cronologica, come in questo caso, nel quale allora la fallacia si può esprimere anche nel detto: «post hoc ergo propter hoc». Cfr. Aristotele, De soph. elenchis, I, 5, 167b 21-36; 6, 168b 22-6; Pietro Ispano, Summ. log., VII, 56-7.

[29] Il sillogismo semplice è quello in cui da due giudizi semplici (quelli in cui si confrontano due termini estremi con un medio) deriva una terza proposizione semplice. La prima regola per la sua correttezza formale è riassunta nella formula: «tum re, tum sensu triplex modo terminus esto», cioè tale sillogismo non deve avere più di tre termini, sia nel numero che nel significato, poiché se ne ha quattro (quaternio terminorum), gli estremi non sono più confrontati con lo stesso medio e quindi non corre la conclusione. Nel sillogismo dantesco, per salvare la correttezza formale, la minore dovrebbe essere: Il sommo Pontefice è Dio, ma così si introdurrebbe una falsità sostanziale.

[30] È questo uno degli argomenti classici più diffusi fra i teocratici. La dottrina delle due spade, sintetizzata nella tesi: «Papa habet utrumque gladium», sembra già adombrata in una lettera di Nicolò I (Jaffé, Regesta pontif. roman., n. 2787); nel sec. XI, durante la lotta delle investiture, compare negli scritti del Card. Umberto da Silvacandida (Mirbt, Quellen, n. 277) e in una decretale di Gregorio VII (Mansi, XXI, 331-2); è espressamente formulata per la prima volta nel sec. XII, nel De consideradone, IV, 3, 7 (PL 182, 776) di S. Bernardo che insiste affinché il Papa rifiuti di adoperare la spada temporale; dopo essere stata discussa dai canonisti contemporanei, fu affermata nelle sue implicanze più estreme da Alano Anglico e poi accolta nella Glossa ordinaria di Giovanni Teutonico al Decretum e ammessa dai decretalisti come I'Hostiensis, Stimma super tit. Decr. I, XV, 8; ricorre nel Saxenspiegel dell'inizio del sec. xiii; si incontra anche in S. Tommaso d'Aquino (S. Theol., II-II, 60, 6, ad 3; II Sent., d. 44, q. 2, a. 4 ad 4m; IV Sent., d. 37, q. 2, a. 2), in Ulrico di Strasburgo (Summa de bono, cod. vat. lat. 4297, fol. 99-100), in Giacomo da Viterbo (De regim. christ., ed. Arquillière pp. 288-90), in Agostino Trionfo (Summa de pot. eccl., q. 27, a. 6). La teoria è poi enfatizzata come fondamento alle pretese di dominio universale da Innocenzo IV, per il quale le due spade appartengono de iure alla Chiesa, anche se una è assegnata per l'esercizio all'Imperatore (Mirbt, Quellen, n. 358), e soprattutto da Bonifacio VIII nell'Unam Sanctam dove è cosi formulata: «In hac eiusque potestate duos esse gladios spiritualem videlicet et temporalem evangelicis dictis instruimur. Nam dicentibus Apostolis " ecce gladii duo hic ", in Ecclesia scilicet cum Apostoli… loquerentur, non respondit Dominus nimis esse, sed satis... Uterque ergo est in potestate Ecclesiae, spiritualis scilicet gladius et materialis. Sed is quidem prò Ecclesia, ille vero ab Ecclesia exercendus. Ille sacerdotis, is manu regum et militum, sed ad nutum et patientiam sacerdotis». Una formulazione analoga si trova anche in Egidio Romano, De eccl. potest.

[31] Continuare, nel linguaggio filosofico medievale, equivale a congiungere in modo da comporre un continuum, un tutto senza soluzione di continuità. L'adopera S. Tommaso per parlare della dottrina averroistica, secondo la quale l'intelletto possibile, che è separato da noi non essendo forma del corpo, si congiunge a noi (continuatur nobiscum) attraverso il fantasma sensibile (S. contro, Gent., II, 59).

[32] Questa donazione è contenuta nel Constitutum o Donatio Constantini (testo in Mirbt, Quellen, pp. 107 segg.), falso documento che narra come Costantino, in segno di riconoscenza per il (presunto) conferimento del battesimo e la guarigione dalla peste, concesse a Papa Silvestro e ai suoi successori non solo il palazzo del Laterano e la città di Roma ma «et omnes Italiae seu occidentalium regionum provincias, loca, civitates», nonché la insegne imperiali, mentre egli si accontentava della metà orientale dell’Impero con capitale Bisanzio. Non si sa quando e dove sia avvenuta la falsificazione, se in Francia sotto Stefano II (753) o a Roma sotto Paolo I (757-67) per appoggiare pretese curiali sui territori strappati ai Longobardi… Il documento compare integralmente per la prima volta nelle false Decretali pseudo-isidoriane della metà del sec. ix, ed è poi ricordato in alcune collezioni di canoni (di Burcardo di Worms, del Card. Deusdedit, di S. Ivo) del sec. xi, sebbene già nel 1001 Ottone III l'avesse dichiarato un mendacium di Giovanni Diacono dalle Dita Mozze (MGH, Diplom., t. II, p. il, Ottone III, n. 389, p. 820); esso non compare nel Decretimi di Graziano (metà sec. xn), ma il suo primo commentatore, il Paucapalea, vi inserì poi due paleae desunte dalla Donatio, che pertanto ne riceve una consacrazione ufficiale, e assurge a principio giuridico per la rivendicazione del patrimonio della Chiesa e la supremazia in temporalibus…

[33] Dignitates può significare dignità, onori, prerogative oppure insegne, come scettri, corone, come quelle usate neìì'incoronazione imperiale, dì cui la Donatio fa l'elenco, ma indica anche i diritti di dominio imperiale o i domini stessi (in questo senso l'abbiamo inteso).

[34] Dante non nega la Donatio come fatto storico, perché crede all'autenticità del documento, ma nega ogni suo valore giuridico nell'ipotesi, per lui irreale, dell'interpretazione ierocratica della donatio come cessione, che egli crede falsa per l'incapacità di Costantino di alienare l'Impero e per l'incapacità della Chiesa di riceverlo. Si disputa se Dante conoscesse il testo del documento: il Nardi ritiene di no in base al modo incerto di parlarne (dicunt quidam, arguunt...), alla limitazione della donazione a Roma e a multis aliis dignitatibus, al modo d'interpretare il patrimonio ecclesiastico non come dominio politico (altrimenti la donazione avrebbe distrutto la pia intentio che Dante attribuisce a Costantino), ma come «dote» per il sostentamento del clero e dei poveri.

[35] Affermazione icastica e perentoria, con cui Dante rivendica all'Impero la sua autonomia, avendo esso un suo specifico fondamento nel diritto naturale o razionale che ha per fine il bene «de la umana civilitade» (Conv., IV, 4, 1), e che non può confondersi con il ius divinum appartenente alla sfera della grazia. Cfr. S. Tommaso, 5. Theol., II-II, 10, 10: «Ius divinum quod est ex gratia non tollit ius humanum quod est ex naturali ratione». Quel fine è voluto da Dio per cui il monarca universale è vicario di Dio, administrator o procurator del bene comune del genere umano, onde verrebbe meno a tale funzione se distruggesse, con le alienazioni, l'universalità dell'Impero che de iure è del popolo romano (libro II) ed è necessario al buon ordinamento del mondo (libro I). Questo concetto viene sviluppato da Dante in vari momenti polemici che ne precisano la valenza giuridica e filosofica!

[36] Luca, 22, 35-36, Cristo, nell'imminenza della passione, esorta gli Apostoli a prendere la borsa, il sacco e la spada, che sono immagini per indicare la prossima persecuzione, la spogliazione e i pericoli che incontreranno nell'annuncio del Vangelo.

[37] La questione della proprietà ecclesiastica era discussa nelle dispute sulla povertà evangelica sorte all'Università di Parigi tra mendicanti e secolari fra il 1252 e il 1272; era stata enfatizzata e radicalizzata dai movimenti riformatori ed ereticali, che ebbero certamente un influsso su Dante, secondo gli studi di R. Manselli, Dante e l'Ecclesia spiritnalis del suo tempo, in Dante e Roma, Firenze, 1965, pp. 115-35. La posizione di Dante, espressa in forma solenne, è anch'essa radicale in linea di principio sul piano teologico (per il fondamento biblico) e sul piano giuridico, ma subito dopo viene attenuata e, attraverso opportune distinzioni scolastiche, conciliata col fatto pratico del possesso.

[38] Dante incorre in un equivoco storico perché, quando Carlo Magno fu incoronato imperatore, papa Adriano era morto da cinque anni, e infatti l'incoronò Leone III, quando imperatrice d'Oriente era Irene e non Michele I, che dominò dall'811 all'813. Tali confusioni sono forse imputabili a Tolomeo da Lucca, De reg. princ, III, 18 e a Vincenzo di Beauvais, Speculim historiale, XXIII, 168 segg., il quale influenzò anche Nicolò Cusano che ripete lo stesso errore riguardo a papa Adriano (De conc. cath., III. 3. § 3I3). Questo secondo argomento storico è la translatio imperii dai Greci ai Germani, operata dal Papa nella persona di Carlo Magno. L'idea spunta alla metà del sec. IX, emerge nel sec. XI durante la lotta delle investiture, viene teorizzata nei primi anni di Alessandro III, viene invocata da Innocenzo III a sostegno dei diritti sull'elezione imperiale ed è fissata giuridicamente e ufficialmente nella decretale innocenziana Venerabilem del marzo 1202 (Decretimi, X, I, 6 De electione, c. 34 Venerabilem); trionfa poi con Innocenzo IV, ed è utilizzata dai canonisti a favore della potestas directa o indirecta in temporalibus; dopo gli sviluppi dati da Giordano di Osnabrùck (1260) e da Alessandro di Roes (1281), la dottrina è esplicitamente proclamata da Bonifacio VIII nella lettera ai principi elettori tedeschi del 13 maggio 1300 e nella Allegacio del 30 aprile 1303 (Ib., IV, p. 140, 13-15). Alberto d'Austria è costretto a riconoscerla quasi con le stesse parole papali: «Recognoscentes igitur quod romanum imperium per sedem apostolicam de Graecis translatum est in persona magnifici Caroli in Germanos» (ib., IV, p. 155, 13-14). La teoria riceve una sistemazione definitiva dai teologi curialisti come Tolomeo da Lucca che, nel De reg. princ, III, 18 e 10, la collega alla Donatio per comprovare la totale dipendenza dell'impero dal Papa.

[39] Il titolo di advocatus ecclesiae era già in uso sotto Pipino, ma solo con l'incoronazione di Carlo Magno divenne un segno distintivo dell'ufficio imperiale. Dante esalta l’advocatia di Carlo Magno in Par., VI, 94-6. Il Decretum D. 63, cap. 22 Hadrianus recita: «Hadrianus papa Romam venire Carolum regem ad defendendas res ecclesiae postulavit»; la decretale Venerabilem afferma che, se i prìncipi non procedono all'elezione, «sedes apostolica advocatore et defensore carebit». L’advocatia Ecclesiae era sostenuta anche dai giuristi. L'aveva affermata Clemente V in una lettera ad Enrico VII (3 luglio 1309), dove gli ricorda l'«officium specialis advocati et defensoris praecipui circa Ecclesiam».

[40] Il sofisma della fallacia accidentis si ha quando ciò che si dice di un soggetto si fa valere anche per il suo accidente (o viceversa), mentre non necessariamente vale per questo, in quanto sostanza e accidente non sono identici nella loro essenza formale, pur riferendosi allo stesso soggetto. Aristotele fa questo esempio: A è uomo; ora B è diverso da A; quindi B non è uomo, ove la diversità nelle proprietà accidentali individuali (es. uno è biondo, l'altro è bruno) viene erroneamente trasferita alla loro essenza specifica, che invece è identica. Dante prospetta diffusamente il caso inverso di un'identità essenziale (papa e imperatore in quanto uomini sono identici nella specie) che si vorrebbe trasferire ai loro rispettivi accidenti quali sono le funzioni di papa e imperatore, che invece sono relationes diverse e specificamente contrarie, e quindi non mediabili e non riducibili ad unum o riferibili ad una stessa sostanza, per cui chi li identifica o li assoggetta l'uno all'altro va contro la legge di non-contraddizione e cade nella fallacia accidentis.

[41] Nonostante che l'idea dell'imperator dominus totius mundi fosse sempre ripetuta da giuristi e canonisti fino al sec. XV, cominciava a diffondersi nell'epoca di Dante l'opinione che il potere imperiale non era più universale. Che non lo fosse, né de iure de facto, veniva sostenuto dal canonista Oldrado, coredattore della Costituzione Pastoralis cura, contro il quale si scaglia F. Zoannetti in quanto «in Romano Imperio scurriliter sit debachatus». Il giurista Bartolo dice: «Imperator est de iure dominus totius orbis, licet de facto ei non obediant» [ad const. Ad reprimend., v. Totius orbis, n. 8). Praticamente la giurisdizione imperiale si limitava alla Germania e a parte dell'Italia. Se poi si considera che oltre ai regalisti francesi, anche i ghibellini italiani e l'Impero germanico non riconoscevano alla Chiesa un potere temporale (poiché è di questo che parla Dante), esso si limitava alle «terrae Ecclesiae».

[42] Virtus qui ha il chiaro significato di potentia activa o facultas operativa come qualità accidentale che perfeziona la sostanza, rendendola «proxime apta» all'azione. Il principio sostanziale remoto dell'azione è l'essenza (natura), le facoltà sono princìpi accidentali prossimi e immediati che derivano necessariamente da quell'essenza (e quindi non le possono essere contrarie), l'habitus o dispositio (virtus in senso stretto) è un principio qualitativo accidentale che determina ulteriormente quelle facoltà. Le Facoltà poi si diversificano in base alla diversità specifica dell'oggetto formale o fine a cui esse tendono con i loro atti (S. Tommaso, S. Theol., I, 77, 3).

[43] La soluzione di Dante si inquadra nella polemica sul potere regale di Cristo, dal quale i teologi ierocratici e i papi deducevano il potere diretto o indiretto della Chiesa sul temporale. Essa è vicina a quella di Fra' Remigio che affermava: «Licet Christus fuerit dominus temporalium tamen noluit vicario suo pape committere istud dominium, ut scilicet magis spiritualibus possit intendere, ad quod Ecclesia principaliter ordinatur» (cit. da Maccarrone, II terzo libro, p. 110). Anche il teologo ierocratico Giacomo da Viterbo, De reg. christ., p. 290, afferma che Cristo è «rex tam in temporalibus quam in spiritualibus, tamen in terris vivens regnum terrenum temporaliter administrare noluit... ut nobis exemplum tribueret declinandi temporalium implicationem et sollicitudinem». Dante inoltre prende le distanze anche dai polemisti regalisti francesi (Rex Pacificus, Pseudo-Egidio, Giovanni da Parigi) i quali, temendo le conseguenze della potestà diretta o indiretta della Chiesa, negavano più o meno il potere regale di Cristo, almeno come uomo.

[44] Cioè quando gli ecclesiastici pensano e dicono che la Chiesa ha diritto di immischiarsi nel governo temporale, pensano e dicono cosa contraria all'affermazione di Cristo che il suo regno non è di questo mondo, ma ciò avviene come conseguenza del fatto che la Chiesa stessa nel suo essere esistenziale (in re) è in contrasto con quella che dev'essere la sua forma essenziale, cioè la vita di Cristo che è «exemplar Ecclesiae»; insomma le aberrazioni teoriche e pratiche traducono l'alterazione avvenuta nell'essere stesso della Chiesa.

[45] Essendo l'essenza dell'uomo costituita di corpo e anima, l'uomo è corruttibile, poiché tale composto si scioglie con la morte.

[46] La precedente analisi dei due elementi (corpo-anima) del composto umano introduce la considerazione del duplice fine dell'uomo, ma è evidente che i duo ultima non sono il fine del corpo e il fine dell'anima considerati distinti e autonomi, ma il fine terreno e quello trascendente dell'uomo considerato come tutto unitario.

[47] I phylosophica documenta sono i dettami, gli insegnamenti della ragione umana che, operando con proprii autonomi princìpi, in base all'osservazione della natura, giunge alla conoscenza e all'amore naturale di Dio; Dante non li precisa, ma cfr. Conv., IV, e Gilson, Dante et la philosophie, pp. 143-51. Una frase analoga («secundum documenta philosophorum probatorum») si trova all'inizio del De anima intellectiva di Sigieri di Brabante (ed. Mandonnet, p. 87).

[48] I mezzi per raggiungere il fine sono indicati dalla tradizione aristotelico-tomistica negli abiti operativi, detti virtù, che Dante ha analizzato nel Conv., IV, 117, 3 segg. distinguendo, sulla falsariga di Aristotele, undici virtù morali e quattro intellettuali, preposte alla felicità rispettivamente della vita attiva e contemplativa. La massima virtù è la sapienza come contemplazione della verità che è Dio. Per S. Tommaso, 5. Theol., I-II, 66, 5 l'atto della sapienza in questa vita è imperfetto rispetto al suo oggetto (Dio), e quindi la felicità che si può raggiungere «est quaedam incohatio seu partecipatio futurae felicitatis». Dante pone una netta distinzione e indipendenza tra i fini (pur coordinati e gerarchizzati) e tra i mezzi in funzione della distinzione e indipendenza tra Imperatore e Papa, e quindi dell'autonomia dell'ordine politico, che è la conclusione del ragionamento.

[49] Il «duplex directivum» corrisponde ai «duo regimina» del c. 4 e ai «due soli» di Purg., XVI, 107, ed è formulato secondo la visione dualistica gelasiana dei «duo... quibus principaliter mundus hic regitur, auctoritas sacra pontificum et regalis potestas», che aveva dominato il medioevo fino al sec. xiii, e che poteva ancorarsi, in campo civile, alla dottrina dei giuristi derivata dalla VI Novella di Giustiniano.

[50] Per l'influsso che i corpi celesti esercitano sulle condizioni climatiche, le stagioni e i fenomeni naturali della terra, nonché sulle forme, i caratteri e i movimenti degli esseri sublunari cfr. Conv., IV, 2, 6-7; 19, 5-6; Questio, XXI, 5-15; Mon., I, 14, 6; II, 6 e n. 6. La corrispondenza di cui parla qui Dante è di natura cosmologica, non teologica, cioè non è tra l'ordine terreno e l'ordine celeste nel senso di angelico.

[51] La subordinazione del fine naturale al fine soprannaturale era dottrina di S. Tommaso, ripresa dai teologi ierocratici che da essa deducevano la subordinazione del potere temporale alla Chiesa.

[52] Questa conclusione con la ri affermazione solenne dell'origine immediata dell'Impero da Dio dimostra che quella circoscritta dipendenza «in spiritualibus» non muta la continuità del pensiero dantesco entro l'ambito del suo monismo teocratico, sul piano genetico, e del dualismo e parallelismo dei due poteri sul piano funzionale, poteri distinti e autonomi, senz'essere separati, aventi dei fini specifici, e, nella propria sfera, ultimi, raggiungibili gli uni sulla base dei «philosophica documenta» (ragione), gli supremi e consumanti (essendo lo stesso uomo di ambedue i «documenta spiritualia»

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Ultimo aggiornamento: 26 febbraio 2011