Dante Alighieri

LA VITA NUOVA

Edizione di riferimento

La vita nuova di Dante Alighieri a corretta lezione ridotta e con illustrazioni dichiarata da P. J. Fraticelli socio corrispondente dell'Accademia Tiberina Toscana, della Valdarnese del Poggio, di quella del Petrarca d'Arezzo, degl'Incamminati di Modigliana, ec., Firenze dalla tip. di Leop. Allegrini e Gio. Mazzoni nella Badia Fiorentina 1839 -

Dal Codice Balì Niccolò Martelli

In quella parte del libro della mia memoria, dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica [1], la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d'assemprare [2] in questo libello [3], e se non tutte, almeno la loro sentenzia.

Nove fiate già, appresso al mio nascimento, era tornato lo cielo della luce [4] quasi ad un medesimo punto, quanto alla sua propria girazione, quando alli miei occhi apparve prima la gloriosa Donna della mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, e quali [5] non sapeano che si chiamare. Ella era già in questa vita stata tanto che nel suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d'oriente delle dodici parti l'una d'un grado [6]: sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi alla fine del mio nono anno. Ella apparvemi vestita di noblissimo colore umile ed onesto sanguigno, cinta ed ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenia. In quel punto dico veracemente che lo spirito della vita [7], lo quale dimora nella segretissima camera del cuore, cominciò a tremare sì fortemente che apparia ne'menomi polsi orribilmente [8]; e tremando disse queste parole: Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi. In quel punto lo spirito animale, il quale dimora nell'alta camera [9], nella quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente alli spiriti del viso [10], disse queste parole: Apparuit jam beatitudo vestra. In quel punto lo spirito naturale, il quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: Heu miser! quia frequenter impeditus ero deinceps. D'allora innanzi dico ch'Amore signoreggiò l'anima mia, la quale fu sì tosto a lui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la virtù che gli dava la mia imaginazione, che me convenia fare compiutamente tutti i suoi piaceri. Egli mi comandava molte volte che io cercasse per vedere quest'Angiola giovanissima: ond'io nella mia puerizia molte fiate l'andai cercando, e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: “Ella non pare figliuola d'uomo mortale, ma di Dio [11]”. Ed avvegna che la sua imagine, la quale continuamente meco stava, fosse baldanza d'amore a signoreggiarmi, tuttavia era di sì nobile virtù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse senza il fedele consiglio della ragione in quelle cose là dove cotal consiglio fosse utile a udire. E però che soprastare alle passioni ed atti di tanta gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e trapassando molte cose, le quali si potrebbero trarre dall'essemplo onde nascono queste, verrò a quelle parole, le quali sono scritte nella mia memoria sotto maggiori paragrafi.

Poichè furono passati tanti di, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l'apparimento soprascritto di questa gentilissima, nell'ultimo di questi dì avvenne, che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo in mezzo di due gentili donne, le quali erano di più lunga etade e passando per una via volse gli occhi verso quella parte ov'io era molto pauroso; e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata [12] nel grande secolo, mi salutò virtuosamente tanto, che mi parve allora vedere tutti i termini della beatitudine. L'ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse era fermamente nona di quel giorno; e perocchè quella fu la prima volta che le sue parole vennero a'miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partii dalle genti. E ricorso al solingo luogo d'una mia camera, puosimi a pensare di questa cortesissima; e pensando di lei, mi sopraggiunse un soave sonno, nel quale m'apparve una maravigliosa visione: chè mi parea vedere nella mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro alla quale io discernea una figura d'uno Signore [13], di pauroso [14] aspetto a chi lo guardasse: e pareami con tanta letizia [15], quanto a se, che mirabil cosa era: e nelle sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche, tra le quali io intendea queste: Ego dominus tuus. Nelle sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in un drappo sanguigno leggermente, la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch'era la donna della salute, la quale m'avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E nell'una delle mani mi parea, che questi tenesse una cosa, la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: Vide cor tuum. E quando egli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare quella cosa che in mano gli ardeva, la quale ella mangiava dubitosamente [16]. Appresso ciò, poco dimorava, che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto: e così piangendo si ricogliea questa donna nelle sue braccia, e con essa mi parea che se ne gisse verso il cielo: ond'io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non potè sostenere [17], anzi si ruppe, e fui disvegliato. Ed immantinente cominciai a pensare, e trovai che l'ora, nella quale m'era questa visione apparita, era stata la quarta della notte; sì che appare manifestamente ch'ella fu la prima ora delle nove ultime ore della notte. E pensando io a ciò che m'era apparito, proposi di farlo sentire a molti i quali erano famosi trovatori [18] in quel tempo: e con ciò fosse cosa ch'io avessi già veduto per me medesimo[19] l'arte del dire parole per rima, proposi di fare un Sonetto, nel quale io salutassi tutti i fedeli [20] d'Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi loro ciò ch'io avea nel mio sonno veduto; e cominciai allora questo Sonetto:

A ciascun'alma presa [21] e gentil core

Nel cui cospetto viene il dir presente,

A ciò che mi riscrivan suo parvente [22],

Salute in lor signor, cioè Amore.

Già eran quasi ch'atterzate l'ore [23]

Del tempo ch'ogni stella è più lucente [24],

Quando m'apparve Amor subitamente [25] ,

Cui essenza membrar mi dà orrore.

Allegro mi sembrava Amor, tenendo

Meo core in mano, e nelle braccia avea

Madonna,involta in un drappo dormendo.

Poi la svegliava, e d'esto core ardendo

lei paventosa umilmente pascea:

Appresso gir lo ne vedea piangendo.

Questo Sonetto si divide in due parti: nella prima parte saluto, e domando risponsione; nella seconda significo a che si dee rispondere. La seconda Parte comincia quivi: Già eran.

A questo Sonetto fu risnosto da molti e diverse sentenza, tra li quali fu risponditore quegli cui io chiamo primo de'miei amici [26]; e disse allora uno Sonetto, lo quale comincia: Vedeste, al mio parere, onne valore. E questo fu quasi il principio dell'amistà tra lui e me, quando egli seppe ch'io era quegli che gli avea ciò mandato [27]. Lo verace giudicio [28] dei detto sogno non fu veduto allora per alcuno, ma ora è manifesto alli più semplici.

Da questa visione innanzi cominciò il mio spirito naturale ad essere impedito ne la sua operazione, perocchè l'anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima; ond'io divenni in picciolo tempo poi di sè frale e debole condizione, che a molti amici pesava della mia vista [29]; e molti pieni d'invidia si procacciavano di sapere di me quello ch'io voleva del tutto celare ad altrui. Ed io, accorgendomi del malvagio domandare che mi faccano, per la volontade d'Amore, il quale mi comandava secondo lo consiglio della ragione, rispondea loro, che Amore era quelli che cosè m'avea governato [30]: dicea d'Amore, perocchè io portava nel viso tante delle sue insegne, che questo non si potea ricovrire. E quando mi domandavano: per cui t'ha cosè distrutto questo Amore? ed io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro. Uno giorno avvenne, che questa gentilissima sedea in parte ove s'udiano parole della Regina della gloria, ed io eraa in luogo dal quale vedea la mia beatitudine: e nel mezzo di lei e di me per la retta linea sedea una gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio sguardare, che parea che sopra lei terminasse; onde molti s'accorsero del suo mirare. Ed in tanto vi fu posto mente, che partendomi da questo luogo, mi sentii dire appresso: vedi come cotale donna distrugge la persona di costui; e nominandola, intesi che diceano di colei che in mezzo era stata nella linea retta che movea dalla gentilissima Beatrice, e terminava negli occhi miei. Allora mi confortai molto, assicurandomi che il mlo segreto non era comunicato, lo giorno [31], altrui per mia vista: ed immantinente pensai di fare di questa gentile donna schermo della veritade; e tanto ne mostrai in poco di tempo, che il mio segreto fu creduto sapere dalle più persone che di me ragionavano. Con questa donna mi celai alquanti mesi e anni, e per più fare credente altrui, feci per lei certe cosette per rima, le quali non è mio intendimento di scrivere qui, se non in quanto facessero a trattare di quella gentilissima Beatrice; e però le lascierò tutte, salvo che alcuna cosa ne scriverò, che pare che sia loda di lei. Dico che in questo tempo che questa donna era schermo di tanto amore, quanto dalla mia parte, mi venne una volontà di voler ricordare il nome di quella gentilissima, ed accompagnarlo di molti nomi di donne, e specialmente del nome di questa gentildonna; e presi i nomi di sessanta le più belle donne della cittade, ove la mia donna fu posta dall'altissimo Sire, e composi una epistola sotto forma di serventese [32], la quale io non scriverò; e non n'avrei fatto menzione, se non per dire quello che componendola maravigliosamente addivenne, cioè che in alcuno altro numero non sofferse il nome della mia donna stare, se non in sul nove, tra'nomi di queste donne.

La donna, con la quale io avea tanto tempo celata la mia volontà, convenne che si partisse della sopradetta cittade, e andasse in paese lontano: per che io quasi sbigottito della bella difesa che mi era venuta meno, assai me ne disconfortai più che io medesimo non avrei creduto dinanzi [33]. E pensando che, se della sua partita io non parlassi alquanto dolorosamente, le persone sarebbero [34] accorte più tosto del mio nascondere, proposi di farne alcuna lamentanza in un Sonetto, il quale io scriverò, perciocchè la mia donna fu immediata cagione di certe parole, che nel Sonetto sono, siccome appare a chi lo intende: e allora dissi questo Sonetto [35]:

O voi che per la via d'Amor passate,

Attendete e guardate,

S'egli è dolore alcun, quanto il mio, grave;

E prego sol ch'audir mi sofferiate;

E poi imaginate

S'io son d'ogni tormento ostello e chiave.

Amor non già per mia poca bontate,

Ma per sua nobiltate,

Mi pose in vita sì dolce e soave,

10Ch'io mi sentia dir dietro spesse fiate:

Deh! per qual dignitate

Così leggiadro questi lo core have!

Or ho perduto tutta mia baldanza,

Che si movea d'amoroso tesoro,

Ond'io pover dimoro

In guisa che di dir mi vien dottanza [36]:

Sicchè volendo far come coloro,

Che per vergogna celan lor mancanza,

Di fuor mostro allegranza,

E dentro dallo cor mi struggo e ploro.

Questo Sonetto ha due parti principali: chè nella prima intendo chiamare i fedeli d'Amore per quelle parole di Geremia profeta: O vos omnes, qui transitis per viam, attendite et videte, si est dolor sicut dolor meus; e pregare che mi sofferino d'udire. Nella seconda narro là ove Amore m'avea posto, con altro intendimento che l'estreme parti del Sonetto non mostrano: e dico ciò che io ho perduto. La seconda parte comincia quivi: Amor non già.

Appresso il partire di questa gentildonna, fu piacere del Signore degli Angeli di chiamare alla sua gloria una donna giovane e di gentile aspetto molto, la quale fu assai graziosa in questa sopradetta cittade; lo cui corpo io vidi giacere sanza l'anima in mezzo di molte donne, le quali piangevano assai pietosamente. Allora ricordandomi che già l'avea veduta fare compagnia a quella gentilissima, non potei sostenere alquante lagrime; anzi piangendo mi proposi di dire alquante parole della sua morte in guiderdone di ciò che alcuna fiata l'avea veduta con la mia donna. E di ciò toccai alcuna cosa nell'ultima parte delle parole che io ne dissi, siccome appare manifestamente a chi le intende: e dissi allora questi due Sonetti, dei quali comincia il primo Piangete amanti; il secondo Morte villana.

Piangete amanti, poichè piange Amore [37],

Udendo qual cagion lui fa plorare:

Amor sente a pietà donne chiamare [38]

Mostrando amaro duol per gli occhi fuore;

Perchè villana morte in gentil core

Ha messo il suo crudele adoperare,

Guastando ciò che al mondo è da laudare

In gentil donna, fuora dell'onore [39].

Udite quant'Amor le fece orranza [40];

Ch'io 'l vidi lamentare in forma vera

Sovra la morta immagine avvenente:

E riguardava ver lo ciel sovente,

Ove l'alma gentil già locata era,

Che donna fu di sì gaja sembianza.

Questo primo Sonetto si divide in tre parti. Nella prima chiamo e sollecito i fedeli d'Amore a piangere; e dico che lo Signore loro piange, e che udendo la cagione perch'e'piange, si acconcino più ad ascoltarmi. Nella seconda narro la cagione: nella terza parlo d'alcuno onore che Amore fece a questa donna. La seconda parte comincia quivi: Amor sente; la terza quivi: Udite.

Morte villana, di pietà nemica,

Di dolor madre antica,

Giudicio incontrastabile gravoso,

Poi ch'hai data materia al cor doglioso,

Ond'io vado pensoso,

Di te biasmar la lingua s'affatica.

E se di grazia ti vuoi far mendica [41],

Convenesi ch'io dica

Lo tuo fallir d'ogni torto tortoso [42],

Non però ch'alla gente sia nascoso,

Ma per farne cruccioso [43]

Chi d'amor per innanzi si nutrica.

Dal secolo hai partito cortesia,

E ciò, che in donna è da pregiar, virtude:

In gaja gioventude

Distrutta hai l'amorosa leggiadria.

Più non vo' discovrir qual donna sia,

Che per le proprietà sue conosciute:

Chi non merta salute

Non speri mai d'aver sua compagnia [44].

Questo Sonetto si divide in quattro parti. Nella prima chiamo la Morte per certi suoi nomi proprii; nella secondu parlando a lei dico la ragione perch'io mi movo a biasimarla; nella terza la vitupero: nella quarta mi volgo a parlare a indiffinita persona, avvegnachè quanto al mio intendimento sia diffinita. La seconda parte comincia quivi: Poi ch'hai data; la terza quivi: E se di grazia; la quarta quivi: Chi non merta.

Appresso la morte di questa donna alquanti dì, avvenne cosa, per la quale mi convenne partire della sopradetta cittade, ed ire verso quelle parti ov'era la gentil donna ch'era stata mia difesa, avvegnachè non tanto lontano fosse lo termine del mio andare, quanto ella era. E tuttochè io fossi alla compagnia di molti, quanto alla vista, l'andare mi dispiacea sì che quasi li sospiri non poteano disfogare l'angoscia che il cuore sentia, però ch'io mi dilungava dalla mia beatitudine. E però lo dolcissimo Signore, il quale mi signoreggiava per virtù della gentilissima donna, nella mia immaginazione apparve come peregrino leggermente vestito, e di vili drappi. Egli mi parea sbigottito, e guardava la terra, salvo che talvolta mi parea che li suoi occhi si volgessero ad uno fiume bello, corrente e chiarissimo, il quale sen già lungo questo cammino là ove io era. A me parve che Amore mi chiamasse e dicessemi queste parole: lo vengo da quella donna, la quale è stata lunga sua difesa, e so che il suo rivenire non sarà; e però quel cuore ch'io ti facea avere da lei [45], io l'ho meco, e portolo a donna, la quale sarà tua difensione come questa era (e nomollami sì ch'io la conobbi bene). Ma tuttavia di queste parole ch'io t'ho ragionate, se alcune ne dicessi, dille per modo che per loro non si discernesse lo simulato amore che hai mostrato a questa, e che ti converrà mostrare ad altrui. E dette queste parole, disparve tutta questa mia immaginazione tutta subitamente, per la grandissima parte che mi parve ch'Amore mi desse di sè: e quasi cambiato nella vista mia cavalcai quel giorno pensoso molto, e accompagnato da molti sospiri. Appresso lo giorno [46] cominciai questo Sonetto:

Cavalcando l'altr'ier per un cammino

Pensoso dell'andar che mi sgradia,

Trovai Amore in mezzo della via

In abito leggier di peregrino.

Nella sembianza mi parea meschino [47],

Come avesse perduto signoria,

E sospirando pensoso venia,

Per non veder la gente, a capo chino.

Quando mi vide, mi chiamò per nome,

E disse: io vegno di lontana parte,

Ov'era lo tuo cor per mio volere,

E recolo a servir novo piacere [48].

Allora presi di lui sì gran parte,

Ch'egli disparve, e non m'accorsi come.

Questo Sonetto ha tre parti. Nella prima parte dico siccome io trovai Amore, e qual mi parea: nella seconda dico quello ch'egli mi disse, avvegnachè non compiutamente, per tema ch'io avea di discovrire lo mio segreto: nella terza dico com'egli disparve. La seconda comincia quivi: Quando mi vide; la terza quivi: Allora presi.

Appresso la mia tornata, mi misi a cercare di questa donna, che lo mio signore m'avea nominata nel cammino de'sospiri. Ed acciocchè il mio parlare sia più breve, dico che in poco tempo la feci mia difesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltra li termini della cortesia; onde molte fiate mi pesava duramente. E per questa cagione, cioè di questa soverchievole voce, che parea che m'infamasse viziosamente, quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti i vizj, e regina delle virtù, passando per alcuna parte mi negò il suo dolcissimo salutare, nel quale stava tutta la mia beatitudine. Ed uscendo alquanto del proposito presente, voglio dare ad intendere quello che il suo salutare in me virtuosamente operava. Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza dell'ammirabile salute [49], nullo nemico mi rimanea, anzi mi giungea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m'avesse offeso: e chi allora m'avesse addimandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe stata solamente Amore con viso vestito d'umiltà. E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare, uno spirito d'Amore distruggendo tutti gli altri spiriti sensitivi, pingea fuori i deboletti spiriti del viso [50], e dicea loro: “Andate ad onorare la donna vostra”; ed egli si rimanea nel loco loro [51]. E chi avesse voluto conoscere Amore, far lo potea mirando lo tremore degli occhi miei. E quando questa gentilissima donna salutava, non che Amore fosse tal mezzo che potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma egli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo quale era tutto sotto il suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave inanimata: sicchè appare manifestamente che nella sua salute [52] abitava la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava [53] la mia capacitade.

Ora, tornando al proposito, dico che, poichè la mia beatitudine mi fu negata, mi giunse tanto dolore, che partitomi dalle genti, in solinga parte andai a bagnare la terra d'amarissime lagrime: e poichè alquanto mi fu sollevato questo lagrimare, misimi nella mia camera là ove potea lamentarmi senza essere udito. E quivi chiamando misericordia alla donna della cortesia, e dicendo: “Amore, ajuta il tuo fedele ” m'addormentai come un pargoletto battuto lagrimando. Avvenne quasi nel mezzo del mio dormire, che mi parea vedere nella mia camera lungo me sedere un giovane vestito di bianchissime vestimenta, e pensando molto. Quanto alla vista sua mi riguardava là ov'io giacea; e quando m'avea guardato alquanto, pareami che sospirando mi chiamasse, e dicessemi queste parole: Fili mi, tempus est ut praetermittantur simulata nostra [54]. Allora mi parea ch'io 'l conoscessi, perocchè mi chiamava così come assai fiate nelli miei sonni m'avea già chiamato. E riguardandolo mi parea che piangesse pietosamente, e parea che attendesse da me alcuna parola: ond'io assicurandomi, cominciai a parlare così con esso: Signore della nobiltade [55], perchè piangi tu? E quegli mi dicea queste parole: Ego tanquam centrum circuli, cui simili modo se habent circumferentiae partes; tu autem non sic . Allora pensando alle sue parole, mi parea, che mi avesse parlato molto oscuro, sì che io mi sforzava di parlare, e diceagli queste parole: Ch'è ciò, Signore, che tu mi parli con tanta scuritade? E quegli mi dicea in parole volgari: Non dimandar più che utile ti sia[56]. E però cominciai con lui a ragionare della salute [57], la quale mi fu negata; e domandailo della cagione; onde in questa guisa da lui mi fu risposto: Quella nostra Beatrice udio da certe persone, di te ragionando, che la donna, la quale io ti nominai nel camino de' sospiri, ricevea da te alcuna noja. E però questa gentilissima, la quale è contraria di tutte le noje non degnò salutare la tua persona, temendo non fosse nojosa [58]. Onde conciossiacosachè veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo tuo segreto per lunga consuetudine, voglio che tu dica certe parole per rima, nelle quali tu comprenda la forza ch'io tegno sovra te per lei, e come tu fosti suo tostamente dalla tua puerizia: e di ciò chiama testimonio colui, che'l sa; e come tu preghi lui che glie le dica: ed io, che sono quello, volentieri le ne ragionerò; e per questo sentirà ella la tua volontade, la quale sentendo, conoscerà le parole degl'ingannati. Queste parole fa'che sieno quasi d'uno mezzo, sì che tu non parli a lei immediatamente, chè non è degno. E non le mandare in parte alcuna senza me, onde potessero essere intese da lei, ma falle adornare di soave armonia, nella quale io sarò tutte le volte che farà mestiere. E dette queste parole, disparve, e lo mio sonno fu rotto. Ond'io ricordandomi, trovai che questa visione m'era apparita nella nona ora del dì; e anzi che io uscissi di questa camera, proposi di fare una Ballata, nella quale seguitassi [59] ciò che'l mio Signore m'avea imposto, e feci questa Ballata.

Ballata, io vo'che tu ritruovi Amore,

E con lui vadi a Madonna davanti,

Sicchè la scusa mia, la qual tu canti,

Ragioni poi con lei lo mio Signore [60].

Tu vai, Ballata, sì cortesemente,

Che senza compagnia

Dovresti in tutte parti avere ardire;

Ma se tu vuogli andar sicuramente,

Ritrova l'Amor pria,

Chè forse non è buon sanza lui gire;

Perocchè quella, che ti debbe udire,

Se, com'io credo, è inver di me adirata,

E tu di lui non fossi accompagnata,

Leggeramente ti faria disnore.

Con dolce suono, quando se'con lui,

Comincia este parole,

Appresso ch'averai chiesta pietate:

Madonna, quegli che mi manda a vui [61],

Quando vi piaccia, vuole,

Sed [62] egli ha scusa, che la m'intendiate.

Amore è quei che per vostra beltate

Lo face, come vuol, vista cangiare:

Dunque, perchè gli fece altra guardare,

Pensatel voi, dacch'e' non mutò 'l core [63].

Dille: Madonna, lo suo core è stato

Con sì fermata fede,

Ch'avoi servir lo pronta [64] ogni pensiero:

Tosto fu vostro, e mai non s'è smagato [65].

Sed ella non tel crede,

Di'che domandi Amor, che ne sa'l vero;

Ed alla fine falle umil preghiero,

Lo perdonare se le fosse a noja,

Che mi comandi per messo ch'io moja,

E vedrassi ubbidire al servitore.

E di'a colui [66] ch'è d'ogni pietà chiave,

Avanti che sdonnei [67],

Chè le saprà contar mia ragion buona.

Per grazia della mia nota soave [68]

Rimanti qui con lei,

E del tuo servo ciò che vuoi ragiona;

E s'ella per tuo prego li perdona,

Fa'che gli annunzi un bel sembiante parce.

Gentil Ballata mia, quando ti piace,

Muovi in tal punto, che tu n'aggi onore.

Questa Ballata in tre parti si divide. Nella prima dico a lei ov'ella vada, e confortola perocchè [69] vada più sicura; e dico nella cui compagnia si metta se vuole securamente andare, e senza pericolo alcuno. Nella seconda dico quello, che a lei s'appartiene di fare intendere. Nella terza la licenzio del gire quando vuole, raccomandando lo suo movimento nelle braccia della fortuna. La seconda parte comincia quivi: Con dolce suono. La terza quivi: Gentil Ballata. Potrebbe già l'uomo opporre contra me e dire, che non sapesse a cui fosse il mio parlare in seconda persona, perocchè la ballata non è altro che queste parole ch'io parlo: e però dico che questo dubbio io lo intendo solvere e dichiarare in questo libello ancora in parte più dubbiosa: ed allora intenda chi qui dubbia, o chi qui volesse opporre in questo modo.

Appresso questa soprascritta visione, avendo già dette le parole che Amore m'avea imposto di dire, m'incominciarono molti e diversi pensamenti a combattere, e a tentare ciascuno quasi indefensibilmente: tra' quali pensamenti quattro m'ingombravano più il riposo della vita. L'uno de'quali era questo: buona è la signoria d'Amore, perocchè trae lo intendimento del suo fedele da tutte le vili cose. L'altro era questo: non buona è la signoria d'Amore, perocchè quanto lo suo fedele più fede gli porta, tanto più gravi e dolorosi punti gli conviene passare. L'altro era questo: Lo nome d'Amore è sì dolce a udire, che impossibile mi pare, che la sua operazione sia nelle più cose altro che dolce, conciossiacosachè i nomi seguitino le nominate cose, siccome è scritto: Nomina sunt consequentia rerum. Lo quarto era questo: La donna per cui Amore ti stringe così, non è come le altre donne, che leggermente si mova del suo cuore. E ciascuno mi combattea tanto, che mi facea stare come colui, che non sa per qual via pigli il suo cammino, e che vuole andare, e non sa onde si vada. E se io pensava di voler cercare una comune via di costoro, cioè là ove tutti si accordassero, questa via era molto inimica verso di me, cioè di chiamare e mettermi nelle braccia della pietà. Ed in questo stato dimorando, mi giunse volontà di scriverne parole rimate, e dissine allora questo Sonetto:

Tutti li miei pensier parlan d'Amore,

Ed hanno in lor sì gran varietate,

Ch'altro mi fa voler sua potestate,

Altro folle ragiona il suo valore:

Altro sperando m'apporta dolzore [70],

Altro pianger mi fa spesse fiate;

E sol s'accordano in chieder pietate,

Tremando di paura ch'è nel core

Ond'io non so da qual materia prenda;

E vorrei dire, e non so ch'io mi dica:

Così mi trovo in amorosa erranza.

E se con tutti vo' fare accordanza [71],

Convenemi chiamar la mia nemica,

Madonna la Pietà, che mi difenda.

Questo Sonetto in quattro parti si può dividere. Nella prima dico e propongo, che tutti i miei pensieri sono d'Amore. Nella seconda dico, che sono diversi, e narro la loro diversitade. Nella terza dico in che tutti pare che s'accordino. Nella quarta dico che volendo dire d'Amore, non so da quale pigli materia; e se la voglio pigliare da tutti, conviene che io chiami la mia nemica, madonna la Pietà. Dico Madonna, quasi per isdegnoso modo di parlare. La seconda parte comincia quivi: Ed hanno in lor. La terza: E sol s'accordan. La quarta: Ond'io.

Appresso la battaglia delli diversi pensieri, avvenne, che questa gentilissima venne in parte ove molte donne gentili erano adunate; alla qual parte io fui condotto per amica persona, credendosi fare a me gran piacere in quanto mi menava là ove tante donne mostravano le loro bellezze. Ond'io quasi non sapendo a che fossi menato, e fidandomi nella persona, la quale un suo amico all'estremità della vita condotto avea, dissi: Perchè semo noi venuti a queste donne? Allora quegli mi disse: Per fare sì ch'elle sieno degnamente servite. E lo vero è che adunate quivi erano alla compagnia d'una gentildonna, che disposata era lo giorno [72]; e però secondo l'usanza della sopradetta cittade, conveniva che le facessero compagnia nel primo sedere alla mensa che facea nella magione del suo novello sposo. Sì che io credendomi far il piacere di questo amico, proposi di stare al servizio delle donne nella sua compagnia. E nel fine del mio proponimento mi parve sentire un mirabile tremore incominciare nel mio petto dalla sinistra parte, e stendersi di subito per tutte le parti del mio corpo. Allora dico che poggiai la mia persona simulatamente ad una pintura, la quale circondava questa magione; e temendo non altri si fosse accorto del mio tremare, levai gli occhi, e mirando le donne, vidi tra loro la gentilissima Beatrice. Allora furono sì distrutti li miei spiriti per la forza che Amore prese veggendosi in tanta propinquitade alla gentilissima donna, che non mi rimase in vita più che gli spiriti del viso, ed ancor questirimasero fuori de'loro strumenti, perocchè Amore volea stare nel loro nobilissimo luogo per vedere la mirabile donna: e avvegna ch'io fossi altro che prima, molto mi dolea di questi spiritelli che si lamentavano forte, e diceano: Se questi non ci infolgorasse [73] così fuori del nostro luogo, noi potremmo stare a vedere la meraviglia di questa donna così come stanno gli altri nostri pari. Io dico, che molte di queste donne, accorgendosi della mia trasfigurazione, si cominciaro a maravigliare; e ragionando si gabbavano di me con questa gentilissima: onde l'ingannato amico di buona fede mi prese per la mano, e traendomi fuori della veduta di queste donne, midomandò, che io avessi. Allora riposato alquanto, e risurti li morti spiriti miei, e li discacciati rivenuti alle loro possessioni, dissi a questo mio amico queste parole: Io ho tenuti i piedi in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare. E partitomi da lui, mi ritornai nella camera delle lagrime, nella quale piangendo e vergognandomi, fra me stesso dicea: Se questa donna sapesse la mia condizione, io non credo, che così gabbasse la mia persona, anzi credo che molta pietà ne le verrebbe. E in questo pianto stando, proposi di dir parole, nelle quali a lei parlando significassi la cagione del mio trasfiguramento, e dicessi che io so bene ch'ella non è saputa [74], e che se fosse saputa, io credo che pietà ne giungerebbe altrui: e proposi di dirle, desiderando che venissero per avventura nella sua audienza; e allora dissi questo Sonetto:

Con l'altre donne mia vista gabbate [75],

E non pensate, donna, onde si mova

Ch'io vi rassembri sì figura nova

Quando riguardo la vostra beltate.

Se lo saveste, non potria pietate

Tener più contra me l'usata prova [76],

Ch'Amor quando sì presso a voi mi trova,

Prende baldanza e tanta sicurtate,

Che fiere [77] tra'miei spiriti paurosi,

E quale ancide, e qual pinge di fuora,

Sicch'ei solo rimane a veder vui:

Ond'io mi cangio in figura d'altrui;

Ma non sì ch'io non senta bene allora

Gli guai de'discacciati tormentosi [78].

Questo sonetto non divido in parti, perchè la divisione non si fa se non per aprire la sentenzia della cosa divisa: onde, conciossiacosachè per la ragionata cagione assai sia manifesto, non ha mestiere di divisione. Vero è che tra le parole ove si manifesta la cagione di questo Sonetto si trovano dubbiose parole; cioè quando dico ch'Amore uccide tutti i miei spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che fuori degli strumenti loro. E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non fosse in simil grado fedele d'Amore; ed a coloro che vi sono è manifesto ciò che solverebbe le dubitose parole: e però non è bene a me dichiarare cotale dubitazione, acciocchè [79] lo mio parlare sarebbe indarno ovvero di soperchio.

Appresso la nuova trasfigurazione mi giunse un pensamento forte, il quale poco si partia da me; anzi continuamente mi riprendea, ed era di cotale ragionamento meco: Posciachè tu pervieni a così schernevole vista quando tu se'presso di questa donna, perchè pur cerchi di vederla? Ecco che se tu fossi domandato da lei, che avresti tu da rispondere? ponendo che tu avessi libera ciascuna tua virtude[80], in quanto tu le rispondessi. Ed a questo rispondea un altro umile pensiero, e dicea: Se io non perdessi le mie virtudi, e fossi libero tanto ch'io potessi rispondere, io le direi, che sì tosto com'io immagino la sua mirabil bellezza, sì tosto mi giugne un desiderio di vederla, il quale è di tanta virtude, che uccide e distrugge nella mia memoria ciò che contra lui si potesse levare; e però non mi ritraggono le passate passioni da cercare la veduta di costei. Ond'io mosso da cotali pensamenti proposi di dire certe parole, nelle quali scusandomi a lei di cotal riprensione, ponessi anche quello che mi addiviene presso di lei, e dissi questo Sonetto.

Ciò che m'incontra nella mente more

Quando vengo a veder voi bella gioja;

E quando vi son presso, io sento Amore

Che dice: fuggi, se'l perir t'è noja [81].

Lo viso mostra lo color del core,

Che tramortendo, ovunque può s'appoja [82],

E per l'ebrietà del gran tremore,

Le pietre [83] par che gridin: moja, moja.

Peccato face [84] chi allor mi vede,

Se l'alma sbigottita non conforta,

Sol dimostrando che di me gli doglia,

Per la pietà, che'l vostro gabbo avvede [85],

La qual si cria nella vista morta

Degli occhi, ch'hanno di lor morte voglia.

Questo Sonetto si divide in due parti. Nella prima dico la cagione, per che non mi tegno di gire presso a questa donna; nella seconda dico quello che m'addiviene per andare presso di lei; e comincia questa parte quivi: E quando vi son presso. E anche questa seconda parte si divide in cinque, secondo cinque diverse narrazioni: chè nella prima dico quello che Amore consigliato dalla ragione mi dice quando le son presso: nella seconda manifesto lo stato del core per esemplo del viso: nella terza dico siccome ogni sicurtade mi vien meno; nella quarta dico, che pecca quegli che non mostra pietà di me acciocchè [86] mi sarebbe alcun conforto: nell'ultima dico perchè altri dovrebbe aver pietà, e cioè per la pietosa vista [87] che negli occhi mi giunge, la qual vista pietosa è distrutta, cioè non pare altrui, per lo gabbare di questa donna, la quale trae a sua simile operazione coloro che forse vedrebbono questa pietà. La seconda parte comincia quivi: Lo viso mostra; la terza: E per l'ebrietà; la quarta: Peccato face; la quinta: Per la pietà.

Appresso ciò che io dissi, questo Sonetto mi mosse una volontà di dire anche parole nelle quali dicessi quattro cose ancora sopra il mio stato, le quali non mi parea che fossero manifestate ancora per me. La prima delle quali si è che molte volte io mi dolea, quando la mia memoria movesse la fantasia ad imaginare quale Amore mi facea: la seconda si è, che Amore spesse volte di subito m'assalia sì forte che a me non rimanea altro di vita se non un pensiero che parlava della mia donna: la terza si è che quando questa battaglia d'Amore mi pugnava così, io mi movea quasi discolorito tutto per veder questa donna, credendo che mi difendesse la sua veduta da questa battaglia, dimenticando quello che per appropinquare a tanta gentilezza m'addivenia: la quarta si è come cotal veduta non solamente non mi difendea, ma finalmente disconfiggea la mia poca vita; e però dissi questo Sonetto:

Spesse fiate venemi alle mente

L'oscura qualità [88] ch'Amor mi dona,

E vienmene pietà sì, che sovente

Io dico : lasso! avvien egli a persona?

Ch'amor m'assale subitanamente [89],

Sì che la vita quasi m'abbandona:

Campami un spirto vivo [90] solamente,

E quel riman, perchè di voi ragiona.

Poscia mi sforzo, che mi voglio aitare;

10E così smorto e d'ogni valor voto,

Vegno a vedervi, credendo guarire:

E se io levo gli occhi per guardare,

Nel cor mi s'incomincia un terremoto,

Che fa da' polsi l'anima partire.

Questo Sonetto si divide in quattro parti, secondo che quattro cose sono in esso narrate: e perocchè sono esse ragionate di sopra, non m'intrametto [91] se non di distinguere le parti per li loro cominciamenti: onde dico che la seconda parte comincia quivi: Ch'Amor; la terza quivi: Poscia mi sforzo; la quarta: E se io levo.

Poichè io dissi questi tre Sonetti, ne'quali parlai a questa Donna, però che furo narratorii di tutto quasi lo mio stato, credeimi tacere, perocchè mi parea avere di me assai manifestato. Avvegnachè sempre poi tacessi di dire a lei, a me convenne ripigliare materia nova e più nobile che la passata. E perocchè la cagione della nuova materia è dilettevole a udire, la dirò quanto potrò più brevemente.

Conciossiacosachè per la vista mia molte persone avessero compreso lo segreto del mio cuore, certe donne le quali adunate s'erano dilettandosi l'una nella compagnia dell'altra, sapeano bene lo mio cuore, perchè ciascuna di loro era stata a molte mie sconfitte. Ed io passando presso di loro, siccome dalla fortuna menato, fui chiamato da una di queste gentili donne. Quella che m'avea chiamato era di molto leggiadro parlare; sicchè quando io fui giunto d'innanzi a loro, e vidi bene che la mia gentilissima donna non era con esse, rassicurandomi le salutai, e domandai che piacesse loro. Le donne erano molte, tra le quali n'avea certe che si rideano tra loro. Altre v'erano che guardavanmi aspettando che io dovessi dire. Altre v'erano che parlavano tra loro, delle quali una volgendo gli occhi verso me, e chiamandomi per nome, disse queste parole: A che fine ami tu questa tua donna, poichè tu non puoi la sua presenza sostenere? Dilloci, chè certo il fine di cotale amore conviene che sia novissimo. E poichè m'ebbe dette queste parole, non solamente ella, ma tutte le altre cominciaro ad attendere in vista la mia risponsione. Allora dissi loro queste parole: Madonne, lo fine del mio amore fu già il saluto di questa donna, di cui voi forse intendete, ed in quello dimorava la beatitudine che era fine di tutti i miei desiderii. Ma poichè le piacque di negarlo a me, lo mio signore Amore, la sua mercede [92], ha posta tutta la mia beatitudine in quello che non mi puote venir meno. Allora queste donne cominciaro a parlare tra loro; e siccome talor vedemo cader l'acqua mischiata di bella neve, così mi parea vedere le loro parole mischiate di sospiri. E poichè alquanto ebbero parlato tra loro, mi disse anche questa donna, che prima m'avea parlato queste parole: Noi ti preghiamo, che tu ne dica ove sta questa tua beatitudine. Ed io rispondendole dissi cotanto: In quelle parole che lodano la donna mia. Ed ella rispose: Se tu ne dicessi vero, quelle parole che tu n'hai dette notificando la tua condizione, avresti tu operate con altro intendimento. Ond'io pensando a queste parole, quasi vergognandomi mi partii da loro; e venia dicendo tra me medesimo: poichè è tanta beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna, perchè altro parlare è stato il mio? E proposi di prendere per materia del mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa gentilissima; e pensando a ciò molto, pareami avere impresa troppo alta materia quanto a me, sicchè non ardia di cominciare; e così dimorai alquanti dì con desiderio di dire e con paura di cominciare. Anvenne poi che passando per un cammino, lungo il quale correva un rio molto chiaro d'onde, giunse a me tanta volontà di dire, che cominciai a pensare [93] il modo ch'io tenessi; e pensai che parlare di lei non si conveniva se non che io parlassi a donne in seconda persona; e non ad ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili, e non sono pure femmine [94]. Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa, e disse: Donne ch'avete intelletto d'amore. Queste parole io riposi nella mente con grande letizia, pensando di prenderle per mio cominciamento; onde poi ritornato alla sopradetta cittade, e pensando alquanti dì, cominciai una Canzone con questo cominciamento ordinata nel modo che si vedrà di sotto nella sua divisione. La Canzone comincia così:

Donne ch'avete intelletto d'amore [95],

Io vo'con voi della mia donna dire,

Non perch'io creda sua laude finire,

Ma ragionar per isfogar la mente.

Io dico che pensando [96] il suo valore,

Amor sì dolce mi si fa sentire,

Che s'io allora non perdessi ardire,

Farei parlando innamorar la gente:

Ed io non vo'parlar sì altamente,

Che divenissi per temenza vile [97];

Ma tratterò del suo stato gentile,

A rispetto di lei, leggeramente,

Donne e Donzelle amorose, con vui,

Chè non è cosa da parlarne altrui.

Angelo clama in divino intelletto [98],

E dice: Sire, nel mondo si vede

Maraviglia nell'atto, che procede

Da un'anima che fin quassù risplende.

Lo Cielo che non have altro difetto,

Che d'aver lei, al suo Signor la chiede,

E ciascun Santo ne grida mercede [99].

Sola pietà nostra parte difende,

Chè parla Dio, che di Madonna intende:

Diletti miei, or sofferite in pace

Che vostra speme sia quanto mi piace

Là ov'è alcun che perder lei s'attende,

E che dirà nell'Inferno a'malnati:

Io vidi la speranza de'beati.

Madonna è desiata in l'alto cielo:

Or vo'di sua virtù farvi sapere:

Dico: qual vuol gentil donna parere

Vada con lei, chè quando va per via,

Gitta ne'cor villani Amore un gelo,

Perche ognilor pensiero agghiaccia e pere:

E qual soffrisse di starla a vedere

Diverria nobil cosa, o si morria:

E quando trova alcun che degno sia

Di veder lei, quei prova sua virtute;

Chè gli addivien ciò che gli dà salute,

E sì l'umilia, che ogni offesa oblia:

Ancor le ha Dio per maggior grazia dato,

Che non può mal finir chi le ha parlato.

Dice di lei Amor: cosa mortale

Come esser puote sì adorna e pura?

Poi la riguarda, e fra se stesso giura,

Che Dio ne intende di far cosa nova.

Color di perla quasi informa [100], quale

Conviene a donna aver, non fuor misura:

Ella è quanto di ben può far natura;

Per esempio di lei beltà si prova [101].

Degli occhi suoi, comecch'ella gli muova,

Escono spirti d'amore infiammati,

Che fieron gli occhi a qual [102] che allor gliguati,

E passan sì che'l cor ciascun ritrova:

Voi le vedete Amor pinto nel viso,

Ove non puote alcun mirarla fiso.

Canzone, io so che tu girai parlando

A donne assai, quando t'avrò avanzata [103]:

Or t'ammonisco, perch'io t'ho allevata

Per figliuola d'amor giovane e piana [104],

Che dove giungi tu dichi pregando:

Insegnatemi gir; ch'io son mandata

A quella, di cui loda io sono ornata:

E se non vogli andar, siccome vana,

Non ristare [105] ove sia gente villana:

Ingegnati, se puoi d'esser palese

Solo con donna, o con uomo cortese,

Che ti merranno per la via tostana [106]:

Tu troverai Amor con esso lei;

Raccomandami a lor come tu dei.

Questa Canzone acciocchè sia meglio intesa, la dividerò più artificiosamente, che le altre cose di sopra, e però ne fo tre parti. La prima parte è proemio delle seguenti parole; la seconda è lo intento trattato [107]; la terza è quasi una servigiale [108] delle precedenti parole. La seconda comincia quivi: Angelo clama; la terza quivi: Canzone, io so. La prima parte si divide in quattro: nella prima dico a cui dir voglio della mia donna, e perchè io voglio dire: nella seconda dico quale mi pare a me stesso quand'io penso lo suo valore, e come io direi se non perdessi l'ardimento: nella terza dico come credo dire acciocchè io non sia impedito da viltà; nella quarta ridicendo ancora a cui intendo di dire, dico la ragione per che dica loro. La seconda comincia qui vi: Io dico; la terza quivi: Ed io non vo'parlar; la quarta quivi: Donne e donzelle. Poi quando dico Angelo clama, comincio a trattare di questa Donna; e dividesi questa parte in due. Nella prima dico che di lei si comprende in cielo; nella seconda dico che di lei si comprende in terra, quivi: Madonna è desiata. Questa seconda parte si divide in due; che nella prima dico di lei quanto dalla parte della nobiltà della sua anima, narrando alquante delle sue virtudi che dalla sua anima procedeano: nella seconda dico di lei quanto dalla parte della nobiltà del suo corpo, narrando alquante delle sue bellezze, quivi: Dice di lei Amor. Questa seconda parte si divide in due; che nella prima dico d'alquante bellezze che sono secondo tutta la persona; nella seconda dico d'alquante bellezze che sono secondo determinata parte della persona, quivi: Degli occhi suoi. Questa seconda parte si divide in due; chè nell'una dico degli occhi che sono principio d'Amore; nella seconda dico della bocca ch'è fine d'Amore. Ed acciocchè quinci si levi ogni vizioso pensiero, ricordisi chi legge, che di sopra è scritto che il saluto di questa donna, lo quale era della operazione della sua bocca, fu fine de'miei desiderii, mentre che io lo potea ricevere. Poscia quando dico: Canzone, io so, aggiungo una stanza quasi come ancella delle altre, nella quale dico quello che da questa mia Canzone desidero. E perocchè quest'ultima parte è lieve ad intendere, non mi travaglio di più divisioni. Dico bene, che a più aprire lo intendimento di questa Canzone si converrebbe usare più minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno che per queste che son fatte la possa intendere, a me non dispiace la mi lascia stare; chè certo io temo d'avere a troppi comunicato il suo intendimento, pur per queste divisioni che fatte sono, s'egli avvenisse, che molti la potessero udire.

Appresso che questa Canzone fu alquanto divolgata fra le genti, conciofossecosachè alcuno amico l'udisse, volontà lo mosse a pregare me, che io gli dovessi dire che è Amore, avendo forse per le udite parole speranza di me oltrechè degna. Ond'io pensando che appresso di cotal trattato [109], bello era trattare alcuna cosa d'Amore, e pensando che l'amico era da servire, proposi di dire parole nelle quali trattassi d'Amore, e dissi allora questo Sonetto:

Amore e cor gentil sono una cosa

Sì com il Saggio in suo dittato pone [110];

E così senza l'un l'altro esser osa,

Com'alma razional senza ragione.

Fagli natura quando è amorosa

Amor per sire e'l cor per sua magione,

Dentro alla qual dormendo si riposa

Talvolta brieve e tal lunga stagione.

Beltate appare in saggia donna pui

Che piace agli occhi, sì che dentro al core

Nasce un desio della cosa piacente:

E tanto dura talora in costui,

Che fa svegliar lo spirito d'Amore:

E simil face in donna uomo valente.

Questo Sonetto si divide in due parti. Nella prima dico di lui in quanto è in potenza; nella seconda dico di lui in quanto di potenza si riduce in atto. La seconda comincia quivi: Beltate appare. La prima si divide in due: nella prima dico in che soggetto sia questa potenza; nella seconda dico come questo soggetto e questa potenza sieno prodotti insieme, e come l'uno guarda l'altro , come forma materia [111]. La seconda comincia quivi: Fagli natura. Poi quando dico: Beltate appare, dico come questa potenza si riduce in atto; e prima come si riduce in uomo, poi come si riduce in donna, quivi: E simil face in donna.

Poichè trattai d'Amore nella sopradetta rima, vennemi volontà di dire anche in lode di questa gentilissima parole, per le quali io mostrassi come si sveglia per lei quest'amore, e come non solamente lo sveglia là ove dorme, ma là ove non è in potenza, ella mirabilmente operando lo fa venire; e dissi allora questo Sonetto.

Negli occhi porta la mia donna Amore,

Per che si fa gentil ciò ch'ella mira;

Ov'ella passa, ogn'uom ver lei si gira,

E cui saluta fa tremar lo core.

Sì che bassando il viso tutto smore [112],

E d'ogni suo difetto allor sospira [113];

Fugge davanti a lei superbia ed ira:

Ajutatemi, donne, a farle onore.

Ogni dolcezza, ogni pensiero umile

10Nasce nel core a chi parlar la sente,

Ond'è beato chi prima la vide.

Quel ch'ella par quando un poco sorride

Non si può dicer nè tenere a mente:

Sì è nuovo miracolo e gentile.

Questo Sonetto ha tre parti. Nella prima dico siccome questa donna riduce in atto questa potenza secondo la nobilissima parte degli occhi suoi; e nella terza dico questo medesimo, secondo la nobilissima parte della sua bocca. E intra queste due parti ha una particella ch'è quasi domandatrice d'ajuto alla precedente parte ed alla seguente, e comincia quivi: Ajutatemi, donne. La terza comincia quivi: Ogni dolcezza. La prima si divide in tre; che nella prima dico come virtuosamente fa gentile ciò ch'ella vede; e questo è tanto a dire quanto adducere Amore in potenza là ove non è. Nella seconda dico come riduce in atto Amore ne'cuori di tutti coloro cui vede. Nella terza dico quello che poi virtuosamente adopera ne'lor cuori. La seconda comincia: Ov'ella passa. La terza: E cui saluta. Quando poscia dico: Ajutatemi donne, do ad intendere a cui la mia intenzione è di parlare, chiamando le donne che m'ajutino ad onorare costei. Poi quando dico: Ogni dolcezza, dico quel medesimo ch' è detto nella prima parte, secondo due atti della sua bocca, uno de'quali è il suo dolcissimo parlare, e l'altro lo suo mirabile riso; salvo che non dico di questo ultimo come adoperi ne'cuori altrui, perchè la memoria non puote ritener lui, nè sue operazioni.

Appresso ciò non molti dì passatl, siccome piacque al glorioso Sire, lo quale non negò la morte a se, colui ch'era stato genitore di tanta meraviglia, quanta si vedeva ch'era quella nobilissima Beatrice, di questa vita uscendo se ne gìo alla gloria eternale veracemente. Onde, conciossiachè cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono, e sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia così intima amistà come quella da buon padre a buon figliuolo, e da buon figliuolo a buon padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e lo suo padre (siccome da molti si crede, e vero è) fosse buono in alto grado; manifesto è che questa donna fu amarissimamente piena di dolore. E conciossiacosachè, secondo l'usanza della sopradetta cittade, donne con donne, ed uomini con uomini si sdunino a cotale tristizia, molte donne s'adunaro colà ove questa Beatrice piangea pietosamente: ond'io veggendo ritornare alquante donne da lei, udii lor dire parole di questa gentilissima, com'ella si lamentava. Tra le quali parole udii come dicevano: certo ella piange sì che qual [114] la mirasse dovrebbe morire di pietade. Allora trapassarono queste donne, ed io rimasi in tanta tristizia, che alcuna lagrima talor bagnava la mia faccia, ond'io mi ricopria con pormi spesse volte le mani agli occhi. E se non fosse ch'io attendea anche udire di lei ( perocchè io era in luogo onde ne giano la maggior parte delle donne che da lei si partiano ), io men sarei nascoso incontanente che [115] le lagrime m'aveano assalito. E però dimorando ancora nel medesimo luogo, donne anche passaro presso di me, le quali andavano ragionando tra loro queste parole: Chi dee mai esser lieta di noi, che avemo udito parlare questa donna così pietosamente? Appresso costoro, passarono altre che veniano dicendo: Questi che quivi è, piange nè più nè meno come se l'avesse veduta come noi l'avemo. Altre poi diceano di me: Vedi questo che non pare esso, tal è divenuto. E così passando queste donne, udii parole di lei e di me in questo modo che detto è. Ond'io poi pensando, proposi di dire parole, acciocchè [116] degnamente avea cagione di dire, nelle quali io conchiudessi tutto ciò che udito avea da queste donne. E però che volentieri le avrei domandate se non mi fosse stata riprensione, presi materia di dire, come se io le avessi domandate, ed elle m'avessero risposto; e feci due Sonetti; che nel primo domando in quel modo che voglia mi giunse di domandare; nell'altro dico la loro risposta, pigliando ciò ch'io udii da loro, siccome lo m'avessero detto rispondendo. E cominciai il primo: Voi che portate; il secondo: Se' tu colui.

Voi che portate la sembianza umile

Con gli occhi bassi mostrando dolore,

Onde venite, chè'l vostro colore,

Par divenuto di pietà [117] simile?

Vedeste voi nostra donna gentile,

Bagnata il viso di pietà d'Amore?

Ditelmi, donne, che'l mi dice il core;

Perch'io vi veggio andar sanz'atto vile. [118]

E se venite da tanta pietate,

Piacciavi di restar qui meco alquanto;

E checchè sia di lei, nol mi celate:

Ch'io veggio gli occhi vostri ch'hanno pianto,

E veggiovi tornar sì sfigurate,

Che'l cor mi trema di vederne tanto.

Questo sonetto si divide in due parti. Nella prima chiamo e dimando queste donne se vengono da lei, dicendo loro chio il credo, perchè tornano quasi ingentilite. Nella seconda le prego che mi dicano di lei; e la seconda a comincia quivi: E se venite.

Se' tu colui, ch'hai trattato sovente

Di nostra donna, sol parlando a nui? [119]

Tu rassomigli alla voce ben lui;

Ma la figura ne par d'altra gente [120].

E perchè piangi tu sì coralmente [121],

Che fai di te pietà venire altrui?

Vedestù pianger lei, chè tu non pui [122]

Punto celar la dolorosa mente?

Lascia piangere a noi, e triste [123] andare;

E' fa peccato chi mai ne conforta,

Che nel suo pianto l'udimmo parlare.

Ella ha nel viso la pietà sì scorta,

Che qual l'avesse voluta mirare,

Saria dinanzi a lei piangendo morta.

Questo sonetto ha quattro parti, secondo che quattro modi di parlare ebbero in loro[124] le donne per cui rispondo. E perocchè di sopra sono assai manifesti, non mi trametto [125] di narrare la sentenzia delle parti, e però le distinguo solamente. La seconda comincia quivi: E perchè piangi tu; la terza: Lascia piangere a noi; la quarta: Ell'ha nel viso.

Appresso ciò pochi dì, avvenne che in alcuna parte della mia persona mi giunse una dolorosa infermitade, ond'io soffersi per molti dì amarissima pena, la quale mi condusse a tanta debolezza, che mi convenia stare come coloro, i quali non si possono movere. Io dico che nel nono giorno sentendomi dolore intolerabile, giunsemi un pensiero, il quale era della mia donna. E quando ebbi pensato alquanto di lei, io ritornai [126] alla mia debilitata vita, e veggendo come leggero era lo suo durare, ancora che sana fosse, cominciai a piangere fra me stesso di tanta miseria: onde sospirando forte fra me medesimo dicea: Di necessità conviene che la gentilissima Beatrise alcuna volta si muoja. E però mi giunse uno sì forte smarrimento, ch'io chiusi gli occhi e cominciai a travagliare come farnetica persona, ed imaginare in questo modo: che nel cominciamento dell'errare che fece la mia fantasia, mi apparvero certi visi di donne scapigliate che mi diceano: Tu pur morrai. E dopo queste donne, m'apparvero certi visi diversi [127] ed orribili a vedere, i quali mi diceano: Tu se'morto. Così cominciando ad errare la mia fantasia, venni a quello che non sapea dove io fossi, e veder mi parea donne andare scapigliate piangendo per via, maravigliosamente tristi, e pareami vedere il sole oscurare sì che le stelle si mostravano d'un colore che mi facea giudicare che piangessero: e parevami che gli uccelli volando cadessero morti, e che fossero grandissimi terremoti. E maravigliandomi in cotale fantasia, e paventando assai, imaginai alcuno amico che mi venisse a dire: Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo. Allora incominciai a piangere molto pietosamente, e non solamente piangea nella imaginazione, ma piangea con gli occhi, bagnandoli di vere lagrime. Io imaginava di guardare verso il cielo, e pareami vedere moltitudine di Angeli, i quali tornassero in suso ed avessero dinanzi loro una nebuletta bianchissima. A me parea che questi Angeli cantassero gloriosamente, e le parole del loro canto mi parea che fossero queste: Osanna in excelsis; ed altro non mi parea udire. Allora mi parea che il cuore ov'era tanto amore mi dicesse: Vero è che morta giace la nostra donna. E per questo mi parea andare per vedere lo corpo nel quale era stata quella nobilissima e beata anima. E fu sì forte la erronea fantasia, che mi mostrò questa donna morta: e pareami che donne le coprissero, la testa con un bianco velo: e pareami che la sua faccia avesse tanto aspetto d'umiltade, che parea che dicesse: Io sono a vedere lo principio della pace. In questa imaginazione mi giunse tanta umiltade per veder lei, che io chiamava la Morte, e dicea: Vieni a me, e non m'esser villana; perocchè tu dei esser gentile, in tal parte se'stata: or vieni a me che molto ti desidero: tu vedi ch'io porto già lo tuo colore. E quando io avea veduto compiere tutti i dolorosi misterii [128] che alle corpora de'morti s'usano di fare, mi parea tornare nella mia camera, e quivi mi parea guardare verso il cielo; e sì forte era la mia imaginazione, che piangendo cominciai a dire con vera voce: O anima bellissima, com'è beato colui che ti vede! E dicendo queste parole con doloroso singulto di pianto, e chiamando la Morte che venisse a me, una donna giovane e gentile, la quale era lungo il mio letto, credendo che il mio piangere e le mie parole fossero lamento per lo dolore della mia infermità, con grande paura cominciò a piangere; onde altre donne, che per la camera erano, s'accorsero che io piangeva per lo pianto che vedeano fare a questa: onde facendo lei partire da me, la quale era meco di propinquissima sanguinità congiunta, elle si trassero verso me per isvegliarmi, credendo che io sognassi, e diceammi: Non dormir più e non ti sconfortare. E parlandomi cosi, cessò la forte fantasia entro quel punto ch'io volea dire: O Beatrice, benedetta sii tu. E già detto avea: O Beatrice . . . quando riscuotendomi apersi gli occhi, e vidi ch'io era ingannato; e con tutto ch'io chiamassi questo nome, la mia voce era sì rotta dal singulto del piangere, che queste donne non mi poterono intendere. Ed avvegnachè io mi vergognassi molto, tuttavia per alcuno ammonimento d'amore mi rivolsi loro. E quando mi videro, cominciaro a dire: Questi par morto; e a dir fra loro: procuriam di confortarlo. Onde molte parole mi diceano da confortarmi, e talora mi domandavano di che io avessi avuto paura. Ond'io essendo alquanto riconfortato, e conosciuto il falso imaginare, risposi loro: Io vi dirò quello ch'ho avuto. Allora, cominciandomi dal principio, fino alla fine dissi loro ciò che veduto avea, tacendo il nome di questa gentilissima. Onde io poi sanato di questa infermità, proposi di dir parole di questo che m'era avvenuto, perocchè mi parea che fosse amorosa cosa a udire, e sì ne dissi questa Canzone:

Donna pietosa e di novella etate [129],

Adorna assai di gentilezze umane,

Ch'era là ov'io chiamava spesso morte,

Veggendo gli occhi miei pien di pietate [130]

Ed ascoltando le parole vane [131],

Si mosse con paura a pianger forte.

Ed altre donne che si furo accorte

Di me per quella che meco piangia,

Fecer lei partir via,

Ed appressarsi per farmi sentire [132].

Qual dicea: Non dormire;

E qual dicea: perchè sì ti sconforte?

Allor lasciai la nova fantasia,

Chiamando il nome della donna mia.

Era la voce mia sì dolorosa,

E rotta sì dall'angoscia e dal pianto,

Ch'io solo intesi il nome nel mio core;

E con tutta la vista vergognosa [133]

Ch'era nel viso mio giunta cotanto,

Mi fece verso lor volgere Amore:

Egli era tale a veder mio colore,

Che facea ragionar di morte altrui [134].

Deh confortiam costui,

Pregava l'una l'altra umilemente;

E dicevan sovente:

Che vedestù, che tu non hai valore?

E quando un poco confortato fui,

Io dissi: donne, dicerollo a vui.

Mentre io pensava [135] la mia fragil vita,

E vedea'l suo durar com'è leggiero,

Piansemi amor nel core ove dimora;

Per che l'anima mia fu sì smarrita,

Che sospirando dicea nel pensiero:

Ben converrà, che la mia donna mora.

Io presi tanto smarrimento allora,

Che chiusi gli occhi vilmente gravati;

Ed eran sì smagati [136],

Gli spirti miei, che ciascun giva errando:

E poscia, immaginando [137],

Di conoscenza e di verità fuora,

Visi di donne m'apparver crucciati,

Che mi dicean: Morra'tu pur, morrati [138].

Poi vidi cose dubitose [139] molte

Nel vano immaginare, ov'io entrai;

Ed esser mi parea non so in qual loco,

E veder donne andar per via disciolte [140],

Qual lagrimando e qual traendo guai,

Che di tristizia saettavan foco.

Poi mi parve vedere appoco appoco

Turbar lo sole [141] e apparir la stella [142],

E pianger egli ed ella;

Cader gli augelli volando per l'are [143],

E la terra tremare;

Ed uom m'apparve scolorito e fioco,

Dicendomi: che fai? non sai novella?

Morta è la donna tua, ch'era sì bella.

Levava gli occhi miei bagnati in pianti,

E vedea che parean pioggia di manna

Gli Angeli che tornavan suso in cielo,

Ed una nuvoletta [144] avean davanti,

Dopo la qual gridavan tutti Osanna;

E s'altro avesser detto, a voi direlo[145].

Allor diceva Amor: più non ti celo;

Vieni a veder nostra donna che giace.

L'immaginar fallace

Mi condusse a veder mia donna morta;

E quando l'avea scorta,

Vedea che donne la covrian d'un velo;

Ed avea seco umiltà sì verace,

Che parea che dicesse: io sono in pace [146].

Io diveniva nel dolor sì umile,

Veggendo in lei tanta umiltà formata,

Ch'io dicea: Morte, assai dolce ti tegno;

Tu dei omai esser cosa gentile,

Poichè tu se'nella mia donna stata [147],

E dei aver pietate e non disdegno:

Vedi che sì desideroso vegno

D'esser de'tuoi, ch'io ti somiglio in fede [148].

Vieni, che'l cor ti chiede.

Poi mi partia, consumato ogni duolo,

E quando io era solo

Dicea guardando verso l'alto regno:

Beato, anima bella, chi te vede.

Voi mi chiamaste allor, vostra mercede [149].

Questa Canzone ha due parti. Nella prima dico parlando a indiffinita persona, com'io fui levato d'una vana fantasia da certe donne, e come promisi loro di dirla. Nella seconda dico, come io dissi a loro. La seconda comincia quivi: Mentr'io pensava. La prima parte si divide in due. Nella prima dico quello che certe donne, e che una sola dissero e fecero per la mia fantasia, quanto è dinanzi ch'io fossi tornato in verace cognizione. Nella seconda dico quello che queste donne mi dissero, poich'io lasciai questo farneticare, e comincia quivi: Era la voce mia. Poscia quando dico: Mentr'io pensava, dico com'io dissi loro questa mia imaginazione, e intorno a ciò fo due parti. Nella prima dico per ordine questa imaginazione: nella seconda dicendo a che ora mi chiamaro, le ringrazio chiusamente; e questa parte comincia quivi: Voi mi chiamaste.

Appresso questa vana imaginazione, avvenne un dì che sendendo io pensoso in alcuna parte, ed io mi sentii cominciare un tremito nel core, così come s'io fossi stato presente a questa donna. Allora dico che mi giunse una imaginazione d'Amore: che mi parve vederlo venire da quella parte ove la mia donna stava; e pareami che lietamente mi dicesse nel cor mio: Pensa di benedire lo dì ch'io ti presi [150], perocchè tu lo dei fare. E certo mi parea avere lo core così lieto, che mi parea che non fosse lo core mio per la sua nova condizione. E poco dopo queste parole, che'l core mi disse con la lingua d'Amore, io vidi venire verso me una gentil donna, la quale era di famosa beltade, e fu già molto donna di questo mio primo amico [151]. E lo nome di questa donna era Giovanna, salvo che per la sua beltade, secondo ch'altri crede, imposto l'era nome Primavera, e così era chiamata. E appresso lei guardando vidi venire la mirabile Beatrice. Queste donne andaro presso di me così l'una appresso l'altra, e parvemi che Amore mi parlasse nel core, e dicesse: Quella prima è nominata Primavera solo per questa venuta d'oggi; chè io mossi lo impositore del nome a chiamarla Primavera, cioè prima verrà, lo dì che Beatrice si mostrerà dopo l'imaginazione del suo fedele. E se anco vuoli considerare lo primo nome suo, tanto è quanto dire Primavera, perchè lo suo nome Giovanna è da quel Giovanni, lo quale precedette la verace luce dicendo: Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini. Ed anche mi pare che mi dicesse queste altre cose: E chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice chiamerebbe Amore per molta simiglianza che ha meco. Ond'io ripensando, proposi di scriverne per rima al primo mio amico (tacendo certe parole le quali pareano da tacere) credendo io che ancora il suo cuore mirasse la beltà di questa Primavera gentile; e dissi questo Sonetto:

Io mi senti' svegliar dentro dal core

Uno spirto amoroso, che dormia;

E poi vidi venir da lungi Amore,

Allegro sì ch'appena il conoscia [152];

Dicendo: or pensa pur di farmi onore,

E'n ciascuna parola sua ridia;

E, poco stando meco'l mio signore,

Guardando in quella parte onde venia,

Io vidi Monna [153] Vanna e Monna Bice

Venire inver lo loco là ov'io era,

L'una appresso dell'altra meraviglia.

E sì come la mente mi ridice,

Amor mi disse: Questa è Primavera,

E qualla ha nome Amor, sì mi somiglia.

Questo Sonetto ha molte parti; la prima delle quali dice come io mi sentii svegliare lo tremore usato nel core, e come parve che Amore m'apparisse allegro da lunga[154]< parte. La seconda dice come mi par che Amore mi dicesse nel core, e quale mi parea. La terza dice, come poi che questo fu alquanto stato meco cotale, io vidi ed udii certe cose. La seconda parte comincia quivi: Dicendo, or pensa pur; la terza quivi: E poco stando. La terza parte si divide in due: nella prima dico quello ch io vidi, nella seconda dico quello ch'io udii, e comincia quivi: Amor mi disse.

Potrebbe qui dubitar persona degna di dichiararle ogni dubitazione, e dubitar potrebbe di ciò ch'io dico d'Amore, come se fosse una cosa per se, e non solamente sostanza intelligente, ma come se fosse sostanza corporale. La qual cosa, secondo verità, è falsa: chè Amore non è per sè siccome sostanza, ma è un accidente in sostanza. E che io dica di lui come se fosse corpo ed ancora come se fosse uomo, appare per tre cose che io dico di lui. Dico che'l vidi di lungi venire, onde, conciossiacosachè venire dica moto locale (e localmente mobile per se, secondo il filosofo, sia solamente corpo), appare che io ponga Amore essere corpo. Dico anche di lui che rideva, ed anche che parlava, le quali cose pajono esser proprie dell'uomo, e specialmente esser risibile; e però appare ch'io pongo lui esser uomo. A cotal cosa dichiarare, secondo ch'è buono al presente, prima è da intendere che anticamente non erano dicitori d'Amore in lingua volgare, anzi erano dicitori d'Amore certi poeti in lingua latina; tra noi, dico (avvegna forse che tra altra gente addivenisse, e avvegna ancora, siccome in Grecia), non volgari ma litterati poeti queste cose trattavano. E non è molto numero d'anni passato che apparirono prima [155] questi poeti volgari. Che dire per rima in volgare tanto è quanto dire per versi in latino, secondo alcuna proporzione. E segno che sia picciol tempo è che se volemo cercare in lingua d'oco e in lingua di [156], noi non troveremo cose dette anzi lo presente tempo per CL anni [157]. E la cagione per che alquanti grossi ebbero fama di saper dire, è che quasi furono i primi che dissero in lingua di sì. E lo primo che cominciò a dire siccome poeta volgare, si mosse però che volle fare intendere le sue parole a donna, alla quale era malagevole ad intendere i versi latini [158]. E questo è contro a coloro che rimano sopra altra materia che amorosa; conciossiacosachè cotal modo di parlare fosse dal principio trovato per dire d'Amore [159]. Onde conciossiacosachè a'poeti sia conceduta maggior licenza di parlare che alli prosaici dicitori, e questi dicitori per rima non sieno altro che poeti volgari, è degno e ragionevole che a loro sia maggior licenza largita di parlare che agli altri parlatori volgari: onde se alcuna figura o colore rettorico è conceduto alli poeti, conceduto è a'rimatori. Dunque se noi vedemo che li poeti hanno parlato alle cose inanimate come se avessero senso e ragione, e fattole parlare insieme, e non solamente cose vere, ma cose non vere (cioè che detto hanno, di cose le quali non sono, che parlano, e detto che molti accidenti parlano siccome fossero sostanze ed uomini), degno è lo dicitore per rima fare lo simigliante, non senza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d'aprire [160] per prosa. Che li poeti abbiano così parlato come detto è, appare per Virgilio, il quale dice, che Giuno, cioè una Dea nemica dei Trojani, parlò ad Eolo signore delli venti, quivi nel primo dell'Eneida: AEole, namque tibi etc., e che questo Signore le rispose quivi: Tuus, o regina, quid optes etc.. Per questo medesimo poeta parla la cosa che non è animata alla cosa animata nel terzo dell'Eneida quivi: Dardanidae duri etc. Per Lucano parla la cosa animata alla cosa inanimata quivi: Multum, Roma, tamen debes civilibus armis. Per Orazio parla l'uomo alla sua scienza medesima, siccome ad altra persona; e non solamente sono parole d'Orazio, ma dicele quasi medio [161] del buono Omero, quivi nella sua Poetria [162]: Dic mihi Musa, virum etc. Per Ovidio parla Amore come se fosse persona umana, nel principio del Libro di Remedio d'Amore quivi: Bella mihi video, bella parantur, ait. E per questo puote essere manifesto a chi dubita in alcuna parte di questo mio libello. E acciocchè non ne pigli alcuna baldanza persona grossa [163], dico che nè li poeti parlano così senza ragione, nè que'che rimano deono così parlare, non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono; perocchè grande vergogna sarebbe a colui che rimasse cosa sotto veste di figura o di colore rettorico, e poi domandato non sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta, in guisa ch'avessero verace intendimento. E questo mio primo amico ed io ne sapemo bene [164] di quelli che così rimano stoltamente.

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle precedenti parole, venne in tanta grazia delle genti, che quando passava per via, le persone correano per vederla; onde mirabile letizia me ne giungea: e quando ella fosse presso ad alcuno, tanta onestà venia nel core di quello, ch'egli non ardia di levare gli occhi, nè di rispondere al suo saluto; e di questo molti siccome esperti mi potrebbero testimoniare a chi nol credesse. Ella coronata e vestita d'umiltà s'andava, nulla gloria mostrando di ciò ch'ella vedeva ed udiva. Dicevano molti, poichè passata era: Questa non è femina, anzi è uno de'bellissimi Angeli del cielo. Ed altri dicevano: Questa è una meraviglia; che benedetto sia lo Signore che sì mirabilmente sa operare! Io dico ch'ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti li piaceri [165], che quelli che la miravano comprendevano in loro una dolcezza onesta e soave tanto che ridire nol sapevano; nè alcuno era lo quale potesse mirare lei che nel principio non gli convenisse sospirare. Queste e più mirabili cose da lei procedeano mirabilmente e virtuosamente. Ond'io pensando a ciò, volendo ripigliare lo stile della sua loda, proposi di dire parole nelle quali dessi ad intendere delle sue mirabili ed eccellenti operazioni; acciocchè non pure coloro che la poteano sensibilmente [166] vedere, ma gli altri sapessono di lei quello che le parole ne possono fare intendere. Allora dissi questo Sonetto:

Tanto gentile e tanto onesta pare

La donna mia quand'ella altrui saluta,

Ch'ogni lingua divien tremando muta,

E gli occhi non ardicon di guardare.

Ella sen va sentendosi laudare

Benignamente d'umiltà vestuta,

E par che sia una cosa venuta

Di cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,

Che dà per gli occhi una dolcezza al core,

Che intender non la può chi non la prova.

E par che della sua labbia [167] si muova

Uno spirto soave, e pien d'amore,

Che va dicendo all'anima: sospira.

Questo Sonetto è sì piano ad intendere, per quello che narrato è dinanzi, che non ha bisogno d'alcuna divisione; e però lasciando lui,

Dico che questa mia donna venne in tanta grazia, che non solamente era onorata e laudata, ma per lei erano onorate e laudate molte. Ond'io veggendo ciò, e volendol manifestare a chi ciò non vedea, proposi anche di dire parole nelle quali ciò fosse significato, e dissi questo Sonetto, lo quale narra, come la sua virtù adoperava nelle altre.

Vede perfettamente ogni salute

Chi la mia donna fra le donne vede;

Quelle che van con lei, sono tenute

Di bella grazia a Dio render mercede.

E sua beltate è di tanta virtute,

Che nulla invidia all'altre ne procede [168];

Anzi le face andar seco vestute

Di gentilezza, d'amore e di fede.

La vista sua face ogni cosa umile,

E non fa sola sè parer piacente,

Ma ciascuna per lei riceve onore.

Ed è negli atti suoi tanto gentile,

Che nessun la si può recare a mente,

Che non sospiri in dolcezza d'Amore.

Questo Sonetto ha tre parti. Nella prima dico tra che gente questa donna più mirabile parea [169]. Nella seconda dico, come era graziosa la sua compagnia. Nella terza dico di quelle cose ch'ella virtuosamente operava in altrui. La seconda comincia quivi: Quelle che vanno. La terza quivi: E sua beltate. Quest'ultima parte si divide in tre: nella prima dico quello che operava nelle donne, cioè per loro medesime: nella seconda dico quello che operava in loro per altrui: nella terza dico come non solamente nelle donne operava, ma in tutte le persone, e non solamente nella sua presenza, ma ricordandosi di lei mirabilmente operava. La seconda comincia quivi: La vista. La terza quivi: Ed è negli atti.

Appresso ciò, cominciai a pensare un giorno sopra quello che detto avea della mia donna, cioè in questi due Sonetti precedenti, e veggendo nel mio pensiero ch'io non avea detto di quello che al presente tempo adoperava in me, parvemi difettivamente aver parlato; e però proposi di dire parole, nelle quali io dicessi come mi parea esser disposto alla sua operazione, e come operava in me la sua virtude; e non credendo ciò poter narrare in brevità di Sonetto, cominciai allora una Canzone la quale comincia:

Sì lungamente m'ha tenuto Amore

E costumato [170] alla sua signoria,

Che sì com'egli m'era forte [171] in pria,

Così mi sta soave ora nel core:

Però quando mi toglie sì'l valore

Che gli spiriti par che fuggan via,

Allor sente la frale anima mia

Tanta dolcezza, che'l viso ne smore.

Poi prende Amore in me tanta virtude,

10Che fa li miei sospiri gir parlando;

Ed escon fuor chiamando

La donna mia per darmi più salute:

Questo m'avviene ovunque [172] ella mi vede;

E sì è cosa umil, che nol si crede.

Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium. Io era nel proponimento ancora di questa Canzone, e compiuta n'avea questa sovrascritta stanza, quando lo Signore della giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto l'insegna di quella reina benedetta Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenza nelle parole di questa Beatrice beata. E avvegnachè forse piacerebbe al presente trattare alquanto della sua partita da noi, non è mio intendimento di trattarne qui per tre ragioni. La prima si è, che ciò non è del presente proposito, se volemo guardare nel proemio che precede questo libello; la seconda si è che, posto che fosse del presente proposito ancora, non sarebbe sufficiente la mia penna a trattare, come si converrebbe, di ciò. La terza si è che, posto che fosse l'uno e l'altro, non è convenevole a me trattare di ciò, per quello che trattando mi converrebbe essere lodatore di me medesimo (la qual cosa è al postutto biasimevole a chi'l fa), e però lascio cotale trattato ad altro chiosatore. Tuttavia, perchè molte volte il numero del nove ha preso luogo tra le parole dinanzi, onde pare che sia non senza ragione, e nella sua partita cotale numero pare che avesse molto luogo, conviensi dire quindi alcuna cosa, acciocchè pare al proposito convenirsi. Onde prima dirò, come ebbe luogo nella sua partita, e poi ne segnerò alcuna ragione, perchè questo numero fu a lei cotanto amico. Io dico, che secondo l'usanza d'Italia l'anima sua nobilissima si partì nella prima ora del nono giorno del mese; e secondo l'usanza di Siria, ella si partì nel nono mese dell'anno, perchè il primo mese è ivi Tismim [173] il quale a noi è Ottobre. E secondo l'usanza nostra ella si partì in quello anno della nostra indizione, cioè degli anni Domini, in cui il perfetto numero [174] nove volte era compiuto in quel centinajo, nel quale in questo mondo ella fu posta: ed ella fu de'Cristiani del terzodecimo centinajo [175]. Perchè questo numero le fosse tanto amico [176], questa potrebb'essere una ragione; conciossiacosache, secondo Tolomeo e secondo la cristana verità [177], nove siano li cieli che muovono, e secondo comune opinione astrologica li detti cieli adoperino quaggiù secondo la loro abitudine insieme [178]; questo numero fu amico di lei per dare ad intendere che nella sua generazione tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s'aveano insieme. Questa è una ragione di ciò; ma più sottilmente pensando, e secondo la infallibile verità, questo numero fu ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo cosi: Lo numero del tre è la radice del nove, perocchè senz'altro numero per se medesimo moltiplicato fa nove, siccome vedemo manifestamente, che tre via tre fa nove. Dunque se il tre è fattore per se medesimo del nove, e lo Fattore de'miracoli per se medesimo è Tre, cioè Padre, Figliuolo e Spirito Santo, li quali sono tre ed uno, questa donna fu accompagnata dal numero del nove, a dare ad intendere che ella era un nove, cioè un miracolo, la cui radice è solamente la mirabile Trinitade. Forse ancora per più sottil persona si vedrebbe in ciò più sottil ragione, ma questa è quella ch'io ne veggio, e che più mi piace.

Poichè la gentilissima donna fu partita da questo secolo, rimase tutta la sopradetta cittade quasi vedova e dispogliata di ogni dignitade, ond'io ancora lagrimando in questa desolata cittade, scrissi a'principi della terra [179] alquanto della sua condizione, pigliando quello cominciamento di Geremia: Quomodo sedet sola civitas! E questo dico, acciocchè altri non si meravigli, perchè io l'abbia allegato di sopra, quasi come entrata della nuova materia che appresso viene. E se alcuno volesse me riprendere di ciò che non scrivo qui le parole che seguitano a quelle allegate, scusomene, perocchè lo intendimento mio non fu da principio di scrivere altro che per volgare: onde conciossiacosachè le parole che seguitano a quelle che sono allegate, sieno tutte latine, sarebbe fuori del mio intendimento se io le scrivessi; e simile intenzione so che ebbe questo mio amico, a cui ciò scrivo, cioè ch'io gli scrivessi solamente in volgare [180]. Poichè gli occhi miei ebbero per alquanto tempo lagrimato, e tanto affaticati erano ch'io non potea disfogare la mia tristizia, pensai di voler disfogarla con alquante parole dolorose; e però proposi di fare una Canzone, nella quale piangendo ragionassi di lei, per cui tanto dolore era fatto distruggitore dell'anima mia; e cominciai allora: Gli occhi dolenti ec.

Acciocchè questa Canzone paja rimanenere viepiù vedova dopo il suo fine, la dividerò prima ch'io la scriva; e cotal modo terrò da qui innanzi. Io dico che questa cattivella [181] Canzone ha tre parti. La prima è proemio: nella seconda ragiono di lei: nella terza parlo alla Canzone pietosamente. La seconda comincia quivi: Ita n'è Beatrice. La terza quivi: Pietosa mia Canzone. La prima si divide in tre. Nella prima dico per che [182] mi movo a dire: nella seconda dico a cui voglio dire: nella terza dico di cui voglio dire. La seconda comincia quivi: E perchè mi ricorda. La terza quivi: E dicerò. Poscia quando dico: Ita n'è Beatrice, ragiono di lei, e intorno a ciò fo due parti. Prima dico la cagione, per che tolta ne fu; appresso dico come altri piange della sua partita, e comincia questa parte quivi: Partissi della sua. Questa parte si divide in tre: nella prima dico chi non la piange; nella seconda dico chi la piange; nella terza dico della mia condizione. La seconda comincia quivi: Ma n'ha tristizia e doglia. La terza: Dannomi angoscia. Poscia quando dico: Pietosa mia Canzone, parlo a questa mia Canzone designandole a quali donne sen vada, e steasi con loro.

Gli occhi, dolenti per pietà del core,

Hanno di lagrimar sofferta pena

Sì che per vinti son remasi omai.

Ora s'io voglio sfogar lo dolore

Ch'appoco appoco alla morte mi mena,

Convenemi parlar traendo guai [183].

E perchè mi ricorda ch'io parlai

Della mia donna, mentre che vivia [184],

Donne gentili, volentier con vui,

Non vo' parlarne altrui,

Se non a cor gentil che'n donna sia.

E dicerò di lei piangendo pui [185]

Che se n'è gita in ciel subitamente [186],

Ed ha lasciato Amor meco dolente.

Ita n'è Beatrice in l'alto cielo,

Nel reame ove gli Angeli hanno pace,

E sta con loro; e voi, donne ha lasciate.

Non la ci tolse qualità di gelo,

Nè di calor siccome l'altre face;

Ma sola fu sua gran benignitate.

Chè luce [187] della sua umilitate

Passò li cieli con tanta virtute,

Che fè maravigliar l'eterno Sire,

Sì che dolce desire

Lo giunse [188] di chiamar tanta salute;

E fella di quaggiuso a sè venire;

Perchè vedea ch'esta vita nojosa

Non era degna di sì gentil cosa [189].

Partissi della sua bella persona

Piena di grazia l'anima gentile

Ed èssi [190] glorïosa in loco degno.

Chi non la piange, quando ne ragiona,

Core ha di pietra sì malvagio e vile

Ch'entrar non vi può spirito benegno [191].

Non è di cor villan sì alto ingegno,

Che possa immaginar di lei alquanto,

E però non gli vien di pianger voglia:

Ma n'ha tristizia e doglia

Di sospirare e di morir di pianto,

E d'ogni consolar [192] l'anima spoglia

Chi vede nel pensiero alcuna volta

Qual ella fu, e com'ella n'è tolta.

Dannomi angoscia li sospiri forte,

Quando il pensiero nella mente grave

Mi reca quella che m'ha il cor diviso:

E spesse fiate pensando la morte [193],

Me ne viene un desio tanto soave,

Che mi tramuta lo color nel viso.

Quando l'immaginar mi tien ben fiso

Giungemi tanta pena d'ogni parte,

Ch'io mi riscuoto per dolor ch'io sento;

E sì fatto divento,

Che dalle genti vergogna mi parte [194]:

Poscia piangendo, sol nel mio lamento

Chiamo Beatrice; e dico: or se' tu morta!

E mentre ch'io la chiamo mi conforta.

Pianger di doglia, e sospirar d'angoscia

Mi strugge il core, ovunque [195] sol mi trovo,

Sì che ne increscerebbe a chi'l vedesse:

E qual'è stata la mia vita, poscia

Che la mia donna andò nel secol novo [196],

Lingua non è che dicer lo sapesse:

E però, donne mie, per ch'io volesse [197],

Non vi saprei ben dicer quel ch'io sono;

Sì mi fa travagliar l'acerba vita,

La quale è sì invilita

Che ogni uom par che mi dica: io t'abbandono,

Vedendo la mia labbia [198] tramortita.

Ma qual ch'io sia, la mia donna sel vede,

Ed io ne spero ancor da lei mercede.

Pietosa mia Canzone, or va'piangendo,

E ritrova le donne e le donzelle,

A cui le tue sorelle

Erano usate di portar letizia [199];

E tu, che sei figliuola di tristizia,

Vatten disconsolata a star con elle.

Poichè detta fu questa Canzone, si venne a me uno, il quale, secondo li gradi dell'amistade, era amico a me immediatamente dopo il primo; e questo fu tanto distretto di sanguinità con questa gloriosa, che nullo più presso l'era [200]. E poichè fu meco a ragionare, mi pregò che io gli dovessi dire alcuna cosa per una donna che s'era morta; e simulava sue parole acciocchè paresse che dicesse d'un'altra, la quale morta era cortamente [201]: ond'io, accorgendomi che questi dicea solo per quella benedetta, dissi di fare ciò che mi domandava lo suo prego. Ond'io poi pensando a ciò, proposi di fare un Sonetto, nel quale mi lamentassi alquanto, e di darlo a questo mio amico, acciocchè paresse, che per lui l'avessi fatto; e dissi allora Venite a intendere ec.

Questo Sonetto ha due parti. Nella prima chiamo li fedeli d'Amore che m'intendano. Nella seconda narro della mia misera condizione. La seconda comincia quivi: Li quai disconsolati.

Venite a intender li sospiri miei,

O cor gentili, chè pietà il desia;

Li quai disconsolati vanno via,

E s'e'non fosser, di dolor morrei [202];

Perocchè gli occhi mi sarebber rei

Molte fiate più, ch'io non vorria,

Lasso! di pianger sì la donna mia,

Che sfogherei lo cor piangendo lei [203].

Voi udirete lor chiamar sovente

La mia donna gentil che se n'è gita

Al secol degno della sua virtute;

E dispregiar talora questa vita

In persona dell'anima dolente

Abbandonata dalla sua salute [204].

Poichè detto ebbi questo Sonetto, pensando chi questi era, cui lo intendeva dare quasi come per lui fatto, vidi che povero mi pareva lo servigio e nudo a così distretta persona di questa gloriosa. E però innanzi ch'io gli dessi questo Sonetto, dissi due stanze di una Canzone, l'una per costui veracemente, e l'altra per me, avvegnachè paja l'una e l'altra per una persona detta, a chi non guarda sottilmente. Ma chi sottilmente le mira vede bene che diverse persone parlano; in ciò che l'una non chiama sua donna costei, e l'altra sì, come appare manifestamente. Questa Canzone e questo Sonetto gli diedi dicendo io che per lui solo fatto l'avea.

La Canzone comincia: Quantunque volte, ed ha due parti. Nell'una, cioè nella prima stanza, si lamenta questo mio caro amico, distretto a lei; nella seconda mi lamento io, cioè nell'altra stanza che comincia: E' si raccoglie. E così appare che in questa Canzone si lamentano due persone, l'una delle quali si lamenta come fratello, l'altra come servitore.

Quantunque volte [205], lasso! mi rimembra

Ch'io non debbo giammai

Veder la donna, ond'io vo sì dolente,

Tanto dolore intorno al cor m'assembra [206]

La dolorosa mente,

Ch'i'dico: anima mia, chè non ten vai?

Chè li tormenti che tu porterai

Nel secol che t'è già tanto nojoso,

Mi fan pensoso di paura forte;

Ond'io chiamo la Morte,

Come soave e dolce mio riposo;

E dico: vieni a me; con tanto amore,

Ch'io sono astioso di chiunque muore.

E' si raccoglie negli miei sospiri

Un suono di pietade,

Che va chiamando Morte tuttavia.

A lei si volser tutti i miei desiri,

Quando la Donna mia

Fu giunta dalla sua crudelitate:

Perchè il piacere della sua beltate [207],

Partendo se dalla nostra veduta

Divenne spirital bellezza e grande,

Che per lo cielo spande

Luce d'Amor, che gli Angeli saluta,

E lo intelletto loro alto e sottile

Face maravigliar; tanto è gentile.

In quel giorno, nel quale si compiva l'anno che questa donna era fatta de'cittadini di vita eterna[208], io mi sedea in parte nella quale ricordandomi di lei disegnava un Angelo sopra certe tavolette: e mentre io'l disegnava, volsi gli occhi, e vidi lungo me uomini a'quali si convenia di fare onore, e che riguardavano quello ch'io facea: e secondo che mi fu detto poi, egli erano stati già alquanto anzi che io me n'accorgessi. Quando li vidi, mi levai, e salutando loro dissi: Altri era testè meco, e perciò pensava. Onde partiti costoro, ritornaimi alla mia opera, cioè del disegnare figure d'Angeli, e fecendo ciò, mi venne un pensiero di dire parole per rima, quasi per annovale di lei, e scrivere a costoro, li quali erano venuti a me: e dissi allora questo Sonetto, che comincia Era venuta, lo quale ha due cominciamenti, e però lo dividerò secondo l'uno e l'altro.

Dico che secondo il primo, questo Sonetto ha tre parti. Nella prima dico che questa donna era già nella mia memoria: nella seconda dico quello che Amore però mi facea: nella terza dico degli effetti d'Amore. La seconda comincia quivi: Amor che, la terza quivi: Piangendo usciano. Questa parte si divide in due. Nell'una dico che tutti i miei sospiri usciano parlando; nell'altra dico come alquanti diceano certe parole diverse dagli altri. La seconda comincia quivi: Ma quelli. Per questo medesimo modo si divide secondo l'altro cominciamento, salvo che nella prima parte dico quando questa donna era così venuta nella mia mente, e ciò non dico nell'altro.

Primo cominciamente

Era venuta nella mente mia

La gentil donna, che per suo valore

Fu posta dall'altissimo Signore

Nel Ciel dell'umiltate [209], ov'è Maria.

Secondo cominciamente

Era venuta nella mente mia

Quella donna gentil, cui piange Amore,

Entro quel punto che lo suo valore

Vi trasse a riguardar quel ch'io facia.

Amor che nella mente la sentia

S'era svegliato nel distrutto core,

E diceva a'sospiri: Andate fuore:

Per che ciascun dolente sen partia.

Piangendo usciano fuor dello mio petto

Con una voce che sovente mena

Le lagrime dogliose agli occhi tristi.

Ma quegli che n'uscian con maggior pena

Venien dicendo: o nobile intelletto,

Oggi fa l'anno che nel ciel salisti.

Poi per alquanto tempo, conciofossecosachè io fossi in parte nella quale mi ricordava del passato tempo, molto stava pensoso, e con dolorosi pensamenti tanto che mi faceano parere di fuori una vista di terribile sbigottimento. Ond'io, accorgendomi del mio travagliare, levai gli occhi per vedere s'altrime vedesse; e vidi una gentil donna giovane e bella molto, la quale da una fenestra mi riguardava molto pietosamente quant'alla vista; sicchè tutta la pietade pareva in lei accolta. Onde, conciossiacosachè quando i miseri veggono di loro compassione altrui, più tosto si muovono al lagrimare, quasi come se di se stessi avessero pietade, io sentii allora li miei occhi cominciare a voler piangere; e però, temendo di non mostrare la mia vile vita, mi partii dinanzi dagli occhi di questa gentile; e dicea poi fra me medesimo: E' non può essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore. E però proposi di dire un Sonetto, nel quale io parlassi a lei, e conchiudessi tutto ciò che narrato è in questa ragione [210]. E però che questa ragione è assai manifesta, nol dividerò.

Videro gli occhi miei quanta pietate

Era apparita in la vostra figura,

Quando guardaste gli atti e la statura [211]

Ch'io facia pel dolor molte fïate.

Allor m'accorsi che voi pensate

La qualità della mia vita oscura [212],

Sicchè mi giunse nello cor paura

Di dimostrar negli occhi mia viltate.

E tolsimi dinanzi a voi, sentendo

10Che si movean le lagrime dal core

Ch'era sommosso dalla vostra vista.

Io dicea poscia nell'anima trista:

Ben è con quella donna quell'Amore [213],

Lo qual mi face andar così piangendo.

Avvenne poi che ovunque questa donna mi vedea si facea d'una vista pietosa e d'un color pallìdo, quasi come d'amore: onde molte fiate mi ricordava della mia nobilissima donna, che di simile colore[214]  mi si mostrava. E certo molte volte non potendo lagrimare nè disfogare la mia tristizia, io andava per vedere questa pietosa donna, la quale parea che tirasse le lagrime fuori delli miei occhi per la sua vista. E però mi venne anche volontade di dire parole, parlando a lei; e dissi questo Sonetto, che comincia Color d'amore, e ch'è piano senza dividerlo per la sua precedente ragione.

Color d'amore, e di pietà sembianti

Non preser mai così mirabilmente

Viso di donna per veder sovente

Occhi gentili e dolorosi pianti,

Come lo vostro, qualora davanti

Vedetevi la mia labbia [215] dolente,

Sì che per voi mi vien cosa alla mente,

Ch'io temo forte, non lo cor si schianti.

Io non posso tener gli occhi distrutti

Che non riguardin voi molte fiate

Pel desiderio di pianger ch'elli hanno.

E voi crescete sì lor volontate,

Che della voglia si consuman tutti,

Ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.

Io venni a tanto per la vista di questa donna, che li miei occhi si cominciaro a dilettare troppo di vederla, onde molte volte me ne cruciava, ed avevamene per vile assai; e più volte bestemmiava la vanità degli occhi miei, e dicea loro nel mio pensiero: Or voi solevate far piangere chi vedea la vostra dolorosa condizione, ed ora pare che vogliate dimenticarlo per questa donna che vi mira, e che non vi mira se non in quanto le pese della gloriosa donna di cui pianger solete. Ma quanto far potete, fate; chè io la vi rimembrerò molto spesso, maledetti occhi; chè mai, se non dopo la morte, non dovrebbero le vostre lagrime aver ristato. E quando fra me medesimo così avea detto alli miei occhi, e [216] li sospiri m'assaliano grandissimi ed angosciosi. Ed acciocchè questa battaglia che io avea meco non rimanesse saputa pur [217] dal misero che la sentia, proposi di fare un Sonetto, e di comprendere in esso questa orribile condizione, e dissi questo che comincia L'amaro lagrimar.

Il Sonetto ha due parti: nella prima parlo agli occhi miei siccome parlava lo mio core in me medesimo; nella seconda rimovo alcuna dubitazione, manifestando chi è che così parla; e questa parte comincia quivi: Così dice. Potrebbe bene ancora ricevere più divisioni, ma sarebbe indarno , perchè è manifesto per la precedente ragione [218].

L'amaro lagrimar che voi faceste,

Occhi miei, così lunga stagione,

Faceva lagrimar l'altre persone

Dalla pietà, siccome voi vedeste.

Ora mi par che voi l'obliereste,

S'io fossi dal mio lato sì fellone,

Ch'io non ven disturbassi ogni cagione,

Membrandovi colei cui voi piangeste.

La vostra vanità mi fa pensare

10E spaventami sì ch'io temo forte

Del viso d'una donna che vi mira.

Voi non dovreste mai se non per morte

La vostra donna, ch'è morta, obliare:

Così dice il mio core, e poi sospira.

Recommi la vista di questa donna in sì nova condizione, che molte volte ne pensava come di persona che troppo mi piacesse; e pensava di lei così: Questa è una donna gentile, bella, giovane e savia, ed apparita forse per volontà d'Amore, acciocchè la mia vita si riposi. E molte volte pensava più amorosamente, tanto che il core consentiva in lui, cioè nel mio ragionare. E quando avea consentito ciò, io mi ripensava [219] siccome dalla ragione mosso, e dicea fra me medesimo: Deh che pensiero è questo, che in cosi vile modo mi vuol consolare, e non mi lascia quasi altro pensare! Poi si rilevava un altro pensiero, e dicea: Or che tu se'stato in tanta tribulazione d'Amore, perchè non vuoi tu ritrarti da tanta amaritudine? Tu vedi che questo è uno spiramento che ne reca li desiri d'Amore dinanzi, ed è mosso da così gentil parte com'è quella degli occhi della donna che tanto pietosa ti s'è mostrata. Ond'io avendo così più volte combattuto in me medesimo, ancora ne volli dire alquante parole; e perocchè la battaglia de'pensieri vinceano coloro che per lei parlavano, mi parve che si convenisse di parlare a lei, e dissi questo Sonetto, il quale comincia Gentil pensiero; e dissi gentile in quanto ragionava a gentil donna, che per altro era vilissimo.

In questo Sonetto fo due parti di me secondo che li miei pensieri erano in due divisi. L'una parte chiamo cuore, cioè l'appetito; l'altro anima, cioè la ragione; e dico come l'uno dice all'altro. E che degno sia chiamare l'appetito cuore, e la ragione anima, assai è manifesto a coloro a cui mi piace che ciò sia aperto. Vero è che nel precedente Sonetto io fo la parte del cuore contro a quella degli occhi, e ciò pare contrario di quel ch'io dico nel presente; e però dico che anche ivi il cuore intendo per l'appetito, perocchè maggior disiderio era il mio ancora di ricordarmi della gentilissima donna mia, che di vedere costei, avvegnachè alcuno appetito ne avessi già, ma leggier paresse: onde appare che l'uno detto non è contrario all'altro. Questo Sonetto ha tre parti: nella prima comincio a dire a questa donna come lo mio disiderio si volge tutto verso lei: nella seconda dico come l'anima, cioè la ragione, dice al cuore, cioè all'appetito: nella terza dico come le risponde. La seconda comincia quivi: L'anima dice; la terza quivi: Ei le risponde.

Gentil pensiero, che parla di vui

Sen viene a dimorar meco sovente,

E ragiona d'Amor sì dolcemente

Che face consentir lo core in lui.

L'anima dice al cor: chi è costui,

Che viene a consolar la nostra mente;

Ed è la sua virtù tanto possente,

Ch'altro pensier non lascia star con nui?

Ei le risponde: o anima pensosa,

10Questi è uno spiritel nuovo d'Amore,

Che reca innanzi a me li suoi desiri:

E la sua vita, e tutto il suo valore

Mosse dagli occhi di quella pietosa

Che si turbava de'nostri martiri.

Contra questo avversario della ragione si levò un dì, quasi nell'ora di nona una forte imaginazione in me: chè mi parea vedere questa gloriosa Beatrice con quelle vestimenta sanguigne colle quali apparve prima agli occhi miei, e pareami giovane in simile etade a quella, in che prima la vidi. Allora incominciai a pensare di lei; e secondo l'ordine del tempo passato, ricordandomene, lo mio core incominciò dolorosamente a pentirsi del desiderio, a cui così vilmente s'avea lasciato possedere alquanti dì contro alla costanza della ragione: e discacciato questo cotal malvagio desiderio, si rivolsero tutti i miei pensamenti alla loro gentilissima Beatrice. E dico che d'allora innanzi cominciai a pensare di lei sì con tutto il vergognoso cuore, che li sospiri manifestavano ciò molte volte; però che quasi tutti diceano nel loro uscire quello che nel cuore si ragionava, cioè lo nome di quella gentilissima, e come si partio da noi. E molte volte avvenia, che tanto dolore avea in se alcuno pensiero, che io dimenticava lui, e là dov'io era. Per questo raccendimento di sospiri, si raccese lo sollevato lagrimare in guisa, che li miei occhi pareano due cose che desiderassero pur di piangere: e spesso avvenia che per lo lungo continuare del pianto, dintorno loro si facea un colore purpureo, quale apparir suole per alcuno martire ch'altri riceva: onde appare, che della loro vanità furono degnamente guiderdonati, sì che da indi innanzi non poterono mirare persona che li guardasse sì che loro potesse trarre a simile intendimento [220]. Onde io volendo che cotal disiderio malvagio e vana tentazione paressero distrutti sì che alcuno dubbio non potessero inducere le rimate parole ch'io avea dette dinnanzi, proposi di fare un Sonetto, nel quale io comprendessi la sentenza di questa ragione. E dissi allora: Lasso per forza etc .

Dissi lasso, in quanto mi vergognava di ciò che li miei occhi aveano così vaneggiato Questo Sonetto non divido, però che è assai manifesta la sua ragione.

Lasso! per forza de'molti sospiri,

Che nascon de'pensier cheson nel core,

Gli occhi son vinti, e non hanno valore

Di riguardar persona che gli miri.

E fatti son, che paion due disiri

Di lagrimare e di mostrar dolore;

E spesse volte piangon sì ch'Amore

Gli cerchia di corona di martiri.

Questi pensieri e li sospir, ch'io gitto,

10Diventan dentro al core sì angosciosi,

Ch'Amor vi tramortisce, sì glien duole;

Perocch'egli hanno in lor li dolorosi

Quel dolce nome di Madonna scritto,

E della morte sua molte parole.

Dopo questa tribolazione avvenne (in quel tempo che molta gente andava per vedere quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio della sua bellissima figura [221], la quale vede la mia donna gloriosamente), che alquanti peregrini passavano per una via la quale è quasi in mezzo della cittade, ove nacque, vivette e morio la gentilissima donna, e andavano secondo che mi parve, molto pensosi. Ond'io pensando a loro, dissi fra me medesimo: Questi peregrini mi pajono di lontana parte, e non credo che anche udissero parlare di questa donna, e non ne sanno niente; anzi i loro pensieri sono d'altre cose che di questa qui; chè forse pensano delli loro amici lontani, li quali noi non conoscemo. Poi dicea fra me medesimo: 'io so che se questi fossero di propinquo paese, in alcuna vista parrebbero turbati passando per lo mezzo della dolorosa cittade. Poi dicea fra me stesso: S'io li potessi tenere [222] alquanto, io pur gli farei piangere anzi ch'egli uscissero di questa cittade, perocchè io direi parole che farebbero piangere chiunque le udisse. Onde passati costoro dalla mia veduta, proposi di fare un Sonetto nel quale manifestassi ciò ch'io avea detto fra me medesimo; ed acciocchè più paresse pietoso, proposi di dire come se io avessi parlato loro, e dissi questo Sonetto, lo quale comincia Deh peregrini etc.

Dissi peregrini secondo la larga significazione del vocabolo: chè peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo ed in uno stretto. In largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori della patria sua: in modo stretto non s'intende peregrino se non chi va verso la casa di santo Jacopo, o riede: e però è da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio dell'Altissimo. Chiamansi palmieri in quanto vanno oltremare là onde molte volte recano la palma: chiamansi peregrini in quanto vanno alla Casa di Galizia, però che la sepoltura di santo Jacopo fu più lontana dalla sua patria, che d'alcuno altro Apostolo: chiamansi romei in quanto vanno a Roma, là ove questi ch'io chiamo peregrini andavano. Questo Sonetto non si divide, però ch'assai il manifesta la sua ragione.

Deh peregrini, che pensosi andate

Forse di cosa, che non v'è presente [223],

Venite voi di sì lontana gente,

Com'alla vista voi ne dimostrate?

Chè non piangete quando voi passate

Per lo suo mezzo la città dolente,

Come quelle persone, che neente

Par che intendesser la sua gravitate [224].

Se voi restate, per volere udire,

Certo lo core ne' sospir mi dice,

Che lagrimando n'uscirete pui.

Ella [225] ha perduto la sua Beatrice;

E le parole, ch'uom di lei può dire,

Hanno virtù di far piangere altrui.

Poi mandaro due donne gentili a me pregandomi che mandassi loro di queste mie parole rimate; ond'io pensando la loro nobiltà proposi di mandar loro e di fare una cosa nuova, la quale io mandassi loro con esse, acciocchè più onrevolmente adempiessi li loro prieghi. E dissi allora un Sonetto, il quale narra il mio stato, e mandailo loro col precedente sonetto accompagnato, e con un altro che comincia Venite a intender ec. Il Sonetto, il quale io feci allora, è Oltre la spera ec.

Questo Sonetto ha in se cinque parti. Nella prima dico là ove va il mio pensiero nominandolo per nome di alcuno suo effetto. Nella seconda dico per che va lassù, e chi'l fa così andare. Nella terza dico quello che vide, cioè una donna onorata. E chiamolo allora spirito peregrino; acciocchè [226] spiritualmente va lassù, e sì come peregrino, lo quale è fuori della sua patria, evi sta. Nella quarta dico, com'egli la vede tale, cioè in tale qualità, ch'io non la posso intendere; cioè a dire che il mio pensiero sale nella qualità di costei in grado che il mio intelletto nol può comprendere; conciossiacosachè il nostro intelletto s'abbia [227] a quelle benedette anime, come l'occhio nostro debole al sole: e ciò dice il Filosofo nel secondo della Metafisica. Nella quinta dico, che avvegnachè io non possa vedere là ove il pensiero mi trae, cioè alla sua mirabile qualità, almeno intendo questo, cioè che tal è il pensare della mia donna, perchè io sento spesso il suo nome nel mio pensiero. E nel fine di questa quinta parte dico donne mie care, a dare ad intendere che son donne coloro cui parlo. La seconda parte incomincia Intelligenza nova; la terza Quand'egli è giunto; la quarta Vedela tal; la quinta So io ch'el parla. Potrebessi più sottilmente ancora dividere, e più fare intendere, ma puossi passare con questa divisione, e però non mi trametto di più dividerlo .

Oltre la spera, che più larga gira [228],

Passa il sospiro, ch'esce del mio core;

Intelligenza nova, che l'Amore

Piangendo mette in lui, pur su lo tira:

Quand'egli è giunto là dov'el disira,

Vede una donna che riceve onore,

E luce sì, che per lo suo splendore

Lo peregrino spirito la mira.

Vedela tal, che quando il mi ridice,

Io non lo intendo, sì parla sottile

Al cor dolente, che lo fa parlare.

So io ch'el parla di quella gentile

Perocchè spesso ricorda Beatrice,

Sicch'io lo intendo ben, donne mie care.

Appresso a questo Sonetto apparve a me una mirabil visione, nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infintantochè io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com'ella sa veracemente. Sicchè, se piacere sarà di Colui, per cui tutte le cose vivono, che la mia vita per alquanti anni perseveri, spero di dire di lei quello che mai non fu detto d'alcuna. E poi piaccia a Colui, ch'è Sire della Cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria della sua Donna, cioè di quella benedetta Beatrice che gloriosamente mira nella faccia di Colui, qui est per omnia saecula benedictus.

 

FINE DELLA VITA NUOVA

Note

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[1] vale argomento o sommario d'un libro o d'un capitolo, esposto brevemente: e così dicevasi dal color rosso, col quale ordinariamente scrivevasi.

[2] Assemprare, ritrarre, copiare, ad exemplum dicere. Forse qui è detto per assembrare, cioè raccorre, unire.

[3] Libello per libretto. Altre volte Dante nel processo chiama libello questa sua opera. E nel Convito Tratt. II, cap. 2, favellando di essa: E siccom'è ragionato per me nello allegato libello.

[4] Il Sole. Intendi: già erano trascorsi quasi nove anni.

[5] Tutte le edizioni e due Codici da me veduti hanno i quali, invece di e quali, com'ho stampato nel testo. Ma che la prima sia lezione erronea apparirà da ciò che sono per dire. In questo luogo dice Dante che la sua Donna fu chiamata da molti Beatrice: or come potrebb'egli tosto soggiungere i quali (molti) non sapeano che si chiamare , cioè non sapeano come chiamarla? Ben s'accorse della contradizione il Trivulzio, e però nel suo testo stampò: i quali non sapeano che sì (così) chiamare; correzione ingegnosa, ma a mio giudicio non vera. Narra Dante in questo libretto (e il Lettore vedrallo a suo luogo) che studiavasi nascondere altrui l'oggetto della sua passione; e che a ciò ottenere pose in opera alcuni artifizj che per alcun tempo servirongli, ma che finalmente il suo segreto fu da molti discoperto, mentre ad altri rimase tuttavia occulto. Or, saputo ciò, non è egli facile a vedersi che in questo inciso Dante ha voluto dirce lo stesso? Alli miei occhi apparve prima la gloriosa donna della mia mente, la quale fu da molti chiamata Beatrice, e quali non sapeano che si chiamare , cioè, ed altri non sapeano come chiamarla. Che se ad alcuno venisse difficoltà nell'ammettere una correzione del testo, non autenticata da Codici, io risponderò che mentre a por la mano nelle scritture de'nostri antichi deesi procedere con cautela e parsimonia grandissima, non hassi poi ad avere un soverchio scrupolo alloraquando il contesto ed una critica sana e giudiziosa ci siano di guida e d'appoggio. La correzione pingeva con la zanca , da me fatta nel testo della Commedia, Inf. XIX, 45 sulla lezione erronea piangeva, non è ella stata generalmente approvata, abbenchè non autenticata nè da antiche stampe, nè da Codice alcuno?

[6] Cioè la dodicesima parte d'un secolo, vale a dire otto anni e un terzo. Ciò si prova non tanto dal contesto, quanto da quello che dice Dante nel Convito, pag. 134, con queste parole: quel cielo si muove seguendo il movimento della stellata spera da Occidente in Oriente, in cento anni uno grado.

[7] Lo spirito o il principio vitale.

[8] Nella sua Canz. X, St. 5 e 6, l'Alighieri fa la storia del suo innamoramento con queste stesse circostanze, e quasi colle stesse parole. Può anche vedersi il C. XXX del Purg. v. 34 e segg.

[9] Nel cervello.

[10] Della vista. Viso per vista è usato spesso da Dante nel Convito e nella Commedia.

[11] Omero di Elena, lib. III, 158:************, Ella rassomiglia maravigliosamente nel volto alle Dee immortali.

[12] Meritata per rimeritata, rimunerata. Il verbo meritare in significato attivo usollo anche altrove, Son. 80: Lo re che merta i suoi servi ec.

[13] Costui era Amore.

[14] Pauroso ha doppio senso, e si dice non tanto di chi ha paura, quanto di chi la incute, lat. formidolosus. Così lo stesso Dante, Inf. II, 70 Temer si dee di sole quelle cose ec. Dell'altre nò, che non son paurose.

[15] Cioè pieno di tanta letizia.

[16] Dubitosamente per paurosamente come dubitoso per pauroso, voce mal definita dal Vocabolario. Così nella Canz. II, St. 4. Poi vidi cose dubitose molte.

[17] Sostenere in significato neutro, per sostenersi.

[18] Trovatori; poeti, dal provenzale troubadors. E i nostri antichi diceano pure trovare per poetare.

[19] Cioè, appreso da me stesso.

[20] Fedeli per servitori, soggetti.

[21] Presa per innamorata, e si trova pure in altri antichi.

[22] Parere; suo, il loro.

[23] Cioè, erano quasi le quattr'ore.

[24] Vale a dire, della notte, poichè nel giorno lo splendore delle Stelle è vinto da quello del Sole.

[25] All'improvviso, dal lat. subito.

[26] Questi che Dante chiama primo de'suoi amici, è Guido Cavalcanti. Fra gli altri poeti, i quali, scrissero a Dante il loro parere intorno quella sua visione, si fu uno Cino da Pistoja col Sonetto Naturalmente chere ogni amadore, ed un altro Dante da Majano con quello Di ciò che stato sei dimandatore.

[27] Mandato qui forse vale comandato, come opina il Salvini, dal franc. mandè.

[28] La vera interpetrazione, il vero senso.

[29] Del mio aspetto.

[30] Governato, cioè concio, fatto di me un tal governo.

[31] Lo giorno, cioè quel giorno, illo die. Così in una Canzone di Giuliano de'Medici, attribuita al Poliziano: Ch'io mi credetti il giorno Fosse ogni Dea di ciel discesa in terra.

[32] Serventese dicevasi un poetico componimento talvolta in quadernarii, talaltra in ottave, ma più specialmente in terza rima.

[33] Per l'innanzi.

[34] Si sarebbero, tralasciata la particella si, come di frequente s'incontra negli antichi.

[35] Dante chiama talvolta la Ballata, siccome nel caso presente, col nome di Sonetto, perciocchè questo nome non era in quel secolo particolarmente adoprato a significare il noto componimento di 14 versi, ma si adoprava generalmente a indicare qualunque breve componimento poetico.

[36] Dubitanza, timore.

[37] Ad intelligenza di questo Sonetto, nel quale va fra le altre cose dicendo il Poeta, che vide Amore in forma vera lamentarsi sopra il corpo della morta avvenente donzella, e riguardar verso il cielo, convien sapere che sotto il nome d' Amore, Dante ha voluto celare la sua Beatrice, la quale in forma vera, e non ideale siccome Cupido, fu da lui veduta lamentarsi sopra il corpo della sua morta compagna. Anche nell'ultimo verso del Sonetto Io mi senti' svegliar Dante adombrò la sua donna nel vocabolo Amore.

[38] Chiamare per clamare; e quindi a pietà chiamare significa esclamare pietosamente.

[39] Costruisci ed intendi: Guastando, fuora dell'onore (che non può dalla morte ricevere detrimento) tutto ciò, che al mondo è da laudare in gentil donna, cioè la gioventù, la bellezza ec.

[40] Contratto d' onoranza, onore.

[41] Priva affatto. Il Dionisi legge ti vo', e spiega: e se voglio renderti affatto priva d'ogni grazia, cioè farti odiosa e abominevole ec.

[42] Reo, colpevole.

[43] Indignato.

[44] Questi ultimi due versi non alludono alla morta donzella, per cui fu scritta la Ballata, ma a Beatrice, secondo che Dante ha accennato nella pagina precedente.

[45] Da lei, cioè presso di lei.

[46] Cioè, appresso quello giorno.

[47] Meschino, servo. Così nel C. IX, v. 43 dell'Inf. le meschine Della Regina dell'eterno pianto. Così Inf. XXVIII, 39 ed altrove.

[48] Piacere, qui vale venustà, bellezza di forme. Così nel Canto V, v. 104 dell'Inf. Amor . . . . mi prese del costui piacer sì forte, Che ec. E un antico Poeta disse: Piacer (bellezza) di forma, dato per natura.

[49] Salute per saluto, salutazione, è usato spesse volte da Dante in questo libro ed altrove. Così Gidino da Somacampagna Poi da mia parte da'mille salute A ciascun ec. Così altri antichi.

[50] Della vista, gli spiriti visivi.

[51] Cioè negli occhi.

[52] Nel di lei saluto.

[53] Soverchiava.

[54] Cioè le nostre simulazioni, del far credere alla gente che Dante fosse innamorato non di Beatrice, ma d'altre femmine. Parecchi testi leggono simulacra, ma non ne levo un senso si chiaro come dalla prima lezione che ho ritrovata nel Codice Martelli.

[55] Signore della nobiltà, modo ebraico, postilla il Salvini, cioè Signor nobile; come poco sopra donna della cortesia, cioè donna cortese.

[56] Cioè: non dimandare più oltre di quello che utile ti sia: modo ellittico.

[57] Del saluto.

[58] Nojosa in senso passivo, per nojata, nella guisa ch'altrove adoprò in senso passivo doloroso e pauroso. Sicchè appare che questi vocaboli sono di significato comune.

[59] Seguitassi, cioè narrassi seguitatamente, fedelmente.

[60] Intendi: Sicchè la mia scusa, la quale da te, o Ballata, si espone coi versi, sia poscia con lei (cioè con la mia donna) ragionata verbalmente dal mio Signore (vale a dire da Amore).

[61] Vui in luogo di voi, per la rima, come nui, sui ec. in luogo di noi, suoi ec.

[62] Sed, se, come ned, ched ec., aggiuntavi la consonante d per la giusta misura del verso, e per ischivar la durezza nell'incontro di due vocali. Si rinviene frequentemente negli antichi Poeti.

[63] Intendi: Amore è quei che a motivo della vostra beltà fa a sua voglia cambiare a Dante la vista, vale a dire, fa a sua voglia dirigere a Dante lo sguardo. E il perchè Amore fece a Dante guardare altra femmina, il potete dunque immaginare da per voi, dacchè sapete ch'ei non mutò il core. E ritroverete che quello fu uno strattagemma per celare altrui l'affetto che per voi nutre nel seno.

[64] Lo pronta, lo fa pronto e sollecito, lo incita, lo sprona.

[65] Smagato, smarrito, perduto, e viene, secondo il Salvini, dallo spagnuolo desmagado.

[66] A colui, cioè ad Amore.

[67] Avanti che sdonnei, avanti che si levi d'appresso a Madonna. Sdonneare, partirsi da donne, come donneare intrattenersi con donne; ne qui vale snamorarsi come definisce il Vocabolario, e come dice il Briscioni.

[68] Cioè in grazia della mia soave poesia, delle mie soavi rime. Le parole Per grazia fino a in bel sembiante pace (v. 38), sono quelle che per comando del Poeta, la Ballata dee dire ad Amore, avanti che si levi d'appresso a Madonna.

[69] Perocchè qui vale affinchè.

[70] Dolcezza.

[71] Accordanza, erranza, accordo, errore. Questa desinenza in anza è molto frequente ne'nostri antichi poeti.

[72] Lo giorno, quel giorno, com'ho avvertito più sopra.

[73] Cacciasse velocemente, a guisa di folgore.

[74] Non è consapevole, non ha cognizione di ciò.

[75] Insieme alle altre donne, voi gabbate il mio aspetto.

[76] L'usata, la solita severità.

[77] Che fiere, diventa fiero, infierisce contro i miei spiriti.

[78] Cioè: i guai tormentosi de'discacciati spiriti.

[79] Acciocchè nel significato di perciocchè.

[80] Virtude per potenza o facoltà dell'anima.

[81] Vale a dire, fuggi se non t'è a grado il rimanere quì morto.

[82] S'appoggia.

[83] Intendi le pietre della parete, di quella muraglia, ov'egli tramortendo s'appoggia. V. ciò che Dante dice quattro pagine sopra.

[84] Rimprovero a Beatrice, la quale a quell'epoca mostravasi insensibile all'affetto del Poeta.

[85] Intendi: Per l'angoscia che s'accorge del vostro gabbo o scherno, la qual angoscia si crea nella vista moribonda degli occhi, che hanno voglia della propria lor morte, perchè son essi che col guardare danno origine al loro morire.

[86] Acciocchè per perciocchè.

[87] Pietosa vista per angoscia; ed in simile significato adopra pure il vocabolo pietà, cinque versi più sotto.

[88] Oscura ha qui il significato d' angosciosa. Così nel Son. XVIII la qualità della mia vita oscura.

[89] Improvvisamente.

[90] Cioè: resta in me vivo solamente uno spirto.

[91] Non m'impaccio, non mi do pensiero.

[92] Cioè, per sua mercede.

[93] Pensare usato attivamente, quasi pesare. Ancheil Condillac dice che pensare vale quasi pesare, metafora che esprime con molta proprietà l'atto del confrontare reiterato. Dante l'adopra attivamente più volte.

[94] Cioè: non sono femmine dotate soltanto delle comuni e ordinarie qualità.

[95] Intelligenza, cognizione d'amore.

[96] V. la nota (2) della pag. antecedente.

[97] Intendi: Ed io non vo'cimentarmi a parlare di lei sì altamente, che poi divenissi vile, cioè abbandonassi l'impresa, per timore d'essermi troppo inalzato.

[98] Esclama in un linguaggio divino.

[99] Gridando ne domanda la grazia.

[100] Informare per prender forma, vestire. Intendi: Ella ha il volto d'un colore quasi di perla, vale a dire d'un color pallido, quale si conviene avere a donna gentile, non però pallido fuor di misura. E che il volto di Beatrice fosse d'un color pallido, lo ripete l'Autore presso la fine di questo Libro in quel periodo che comincia: Ovunque questa donna mi vedea, ec.

[101] Pel confronto di lei si prova la bellezza, se ne fa esperimento. — Guido Guinicelli disse:

Il vostro viso dà sì gran lumera,

Che non è donna ch'aggia in se beltate,

Che a voi davanti non s'oscuri in cera.

[102] A chiunque.

[103] Inviata, mandata.

[104] Dimessa, modesta.

[105] Non fermarti.

[106] Spedita, breve.

[107] L'argomento da me inteso, di cui ho inteso trattare.

[108] Serva, o come dice più basso, ancella.

[109] Chiama trattato la precedente Canzone, perchè tratta in essa delle lodi di Beatrice.

[110] Cioè: Sì come il Poeta pone nel suo scritto, nel suo componimento. Saggio per poeta si trova più volte in Dante, e negli altri antichi Rimatori, e questi, ch'è quì dall'autore citato, si è Guido Guinicelli, il quale cominciò una sua Canzone così: Al cor gentil ripara sempre amore ec.

[111] Intendi: E come l'uno obbedisce all'altro, nella guisa che la materia obbedisce alla forma.

[112] Diventa pallido, smorto

[113] Sospirare qui vale pentirsi, aver dolore, dappoichè dal contesto è evidente che non sta nè per desiderare nè per mandar sospiri, che sono i soli due sensi assegnatigli dal Vocabolario. Simile significato sembra avere nella traduzione del Salmo I, v. 5: Ma pur benigno sei a chi sospira.

[114] Chi, chiunque.

[115] Subito che, appena che.

[116] Chi, chiunque.

[117] Di pena, d'angoscia.

[118] Senz'atto vile, perchè, come ha detto di sopra, tornavano quasi ingentilite, nobilitate. E nobiltà è contraria a viltà.

[119] Parlando soltanto a noi, quando cioè ci dirigesti la tua Canzone Donne ch'avete ec.

[120] Ne par d'altra gente, perchè tu sei così sfigurato dal dolore, ch'è assai difficile il riconoscerti.

[121] Di core.

[122] Non puoi. Licenza che si trova anche in altri antichi Poeti.

[123] Tristamente.

[124] Tra di loro.

[125] Non m'impaccio, non mi do cura.

[126] Io ritornai, sottintendi col pensiero.

[127] Diversi qui vale strani, come nell'Inf. c. 6. Cerbero fiera crudele e diversa, e c. 7. Entrammo giù per una via diversa . Così il Sacchetti nella Nov. 37. uomo di diversa natura.

[128] Misterii qui vale ministerii, officii sacri, dal Provenzale mestier, che valeva non solo bisogno, necessità , ma pur anco officio, ministerio. Raimondo Feraldo: Qui dira messas ui mestiers? (chi dirà messe e mestieri?) Così il Sacchetti lo ritrovo star malinconoso e pensoso, come se facesse mestiero (l'esequie) di qualche suo parente .

[129] Di giovanile età. V. la dissertazione §. III.

[130] D'affanno, di dolore, come alla pag. 310 nota 2 (=nota 117, ndr)

[131] Vuote di significato.

[132] S'appressarono per farmi risentire, svegliare.

[133] Dimostrazioue, apparenza di vergogna.

[134] Intendi: Il colore del mio volto era tale a vedersi, che faceva altrui ragionare di mia prossima morte.

[135] Pensare in significato attivo, come pure alla pag. 299 nota 2

[136] Distratti, smarriti.

[137] Farneticando, vagellando.

[138] Morrati, contrazione di morraiti, ti morirai .

[139] Paurose, piene di paura. Così fra Iacopone: Il mondo è dubitoso .

[140] Scapigliate.

[141] Oscurarsi, tralasciata la particella si, come di frequente s'incontra negli antichi.

[142] La stella, sineddoche, per le stelle, pel cielo stellato. Così nel Convito, p. 277.

[143] Contrazione di aere.

[144] Questa nuvoletta, s'imaginava Dante farneticando che fosse l'anima di Beatrice.

[145] Contrazione di direilo.

[146] Così il Tasso, Gerus. XII, 68. E in atto di morir lieto e vivace, dir parea: S'apre il cielo; io vado in pace .

[147] Il Petrarca nel Trionfo della Morte. Cap. I, v. ult. prendendo il concetto da questi due versi, disse elegantemente: Morte bella parea nel suo bel viso .

[148] Veramente.

[149] Intendi: Voi allora, o donne, per la compassione che avevate di me, mi risvegliaste dal mio farneticare: e così terminò la visione.

[150] Ch'io t'innamorai. Prendere per innamorare. Così Inf. V, 104: Mi prese del costui piacer sì forte , ed altrove.

[151] Di Guido Cavalcanti, com'ho avvertito più sopra.

[152] Conoscia per conoscea, come più sotto ridia per ridea; desinenza che s'incontra in altri antichi Poeti. Iac. da Lent. Quando vi vedia; Fra Guittone Che'l Deo d'amor facia.

[153] Monna, accorciamento frequentissimo di Madonna.

[154] Da lontana.

[155] Per la prima volta, primamente.

[156] Dante, sì come tutti gli altri antichi scrittori, dalla particella affermativa distingue i diversi linguaggi. Anche nel Poema Inf. XXXIII, accennando la Toscana, la chiama il paese là ove il sì suona, ed Inf. XVIII, accennando la Provincia Bolognese, dice che in essa le lingue degli uomini eranò apprese a dicer sipa; ed altrove parlando della favella francese le denomina la lingua dell' . L'espressione adunque in lingua d'oco accenna la lingua della Provenza, provincia detta ancora Linguadoca, e che ne'più bassi tempi della Latinità fu detta Occitania, ed era l'antica Gallia Narbonensis. Tutte quelle particelle affermative derivano dal latino; la nostra dal sic o sic est; la provenzale dall' hoc est; la francese dall' hoc illud est, che ben si ritrova nell'antico ouill, oggi divenuto oui.

[157] Vale a dire, innanzi il 1150.

[158] Dal passo del Boccaccio (Giorn. VII, nov. 3) in cui si dice che frate Rinaldo cominciò a fare delle Canzoni, de'Sonetti e delle Ballate, si rileva che l'oggetto di chi scriveva tali poesie volgari era quello di entrare nella grazia di qualche donna.

[159] Poichè Dante teneva questa opinione che non sia da rimare sopra altra materia che amorosa, sarà forse stata questa la ragione per la quale mise sotto allegoria d'Amore le lodi della Filosofia nelle sue Canzoni e particolarmente in quelle del Convito.

[160] Di dichiarare, di dispiegare per mezzo d'un Commento in prosa.

[161] Medio qui vale certamente interpetre, benchè il Vocabolario non lo registri.

[162] Poetria è un qualunque componimento poetico, e conseguentemente qui sta per Poema.

[163] Cioè di grosso intendimento.

[164] Ne conosciamo bene. Pel primo amico intende al solito il Cavalcanti.

[165] Di tutte le bellezze. Piacere per bellezza l'ho notato più sopra a pag. 281 nota 21.

[166] Intendi: Acciocchè non solamente coloro che ne poteano aver cognizione per mezzo de' sensi del corpo, come della vista e dell'udito, ma gli altri ancora ec.

[167] Labbia per faccia, volto, trovasi frequentemente usato non solo da Dante, ma ancor da parecchi altri antichi Scrittori. Poi si rivolse a quella enfiata labbia, Inf. VII, 7 ec.

[168] Nulla invidia all'altre ne procede, poichè, come disse Cino, Non dà invidia quel ch'è meraviglia, Lo quale vizio regna ov'è paraggio .

[169] Tra qual gente (cioè tra le femmine) questa donna appariva.

[170] Avvezzo, assuefatto.

[171] Disaggradevole, insopportabile.

[172] Ogniqualvolta.

[173] Forse dee leggersi Tisri, dice il Pelli nella Vita di Dante .

[174] Per il perfetto numero intende il dieci. Così nel Convito p. 189 “lo venti significa il movimento dell'alterazione: chè conciossiacosachè dal dieci in sù non si vada se non esso dieci alterando cogli altri nove e con se stesso, la più bella alterazione che esso riceva si è la sua di sè medesimo ec.”

[175] Queste frasi vengono a dire che Beatrice morì la prima ora del 9 Giugno 1290. E dappoichè da quanto dice l'autore sul principio di questo libretto si rileva che ella aveva otto o nove mesi meno di Dante, può stabilirsi che alla sua morte ella contava 24 anni e 3 mesi d'età.

[176] Avrà già il Lettore osservato, come spesso nel procedimento del Libro vada Dante notando il nove, qual numero fatale ne'suoi amori con Beatrice. — Nove fiate ec. pag. 265 — Dal principio del suo anno nono ec . pag. 267. — Erano compiti li nove anni ec . pag. 269 — L'ora era fermamente nona ec. ivi — Fu la prima ora delle nove ultime ec. pag. 271 — Non sofferse stare se non in sul nove ec. pag. 275 — M'era apparita nella nona ora del dì ec. pag. 285. — Io dico che nel nono giorno ec. pag. 312. — Quì pertanto dà la spiegazione del perchè questo numero fosse cotanto simpatico della sua amata, dicendo che al momento ch'ella venne nel mondo tutti e nove i mobili cieli, congiunti insieme, piovvero sopra di lei i loro benefici influssi. E quest'idea la ripetè nel Son. XLV e nella Ballata V. Non dovrà far meraviglia cotesta puerile e a bello studio cercata coincidenza del numero nove L'Astrologia giudiciaria formava parte degli studj e dell'istruzione di quel tempo: ond'è che l'alta mente di Dante, imbevuta dall'adolescenza dei pregiudizj del secolo, non seppe affatto liberarsene, e così pagò un tributo all'umana credulità. Anche il Petrarca volle trovare una coincidenza nella morte di Laura, dicendo ch'essa morì lo stesso mese, lo stesso giorno, la stessa ora, nella quale era nata.

[177] Cristiana verità qui non significa una verità di fede, ma una opinione universalmente ricevuta. Infatti nel Convito tratt. 11. cap. 3, riproducendo quest'opinione, n'allega solo gli Astrologi ed i Filosofi. E nel Tratt. IV, cap. 6 dice che la dottrina d'Aristotile puotesi appellare quasi cattolica opinione , cioè quasi universale.

[178] Secondo che si hanno insieme.

[179] A' principali personaggi della città.

[180] Di queste parole apparisce che Guido Cavalcanti non amava la lingua latina; e questa sembra essere la sola ragione per la quale cotesto amico di Dante (secondo il passo dell'Inf. X, 62) ebbe Virgilio a disdegno,

Colui (Virgilio) per qui mi mena

Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.

Che egli disdegnasse Virgilio siccome simbolo della Poesia in genere, non può essere, dappoichè Guido occupava uno de' primi seggi fra i rimatori del suo tempo; che lo disdegnasse come simbolo della scienza umana, non può essere parimente, dappoichè Guido coltivava con trasporto le filosofiche discipline. La sola ragione di un tale disdegno sembra dunque esser quella che ho qui sopra accennata. Vedeva Guido che il volgare italiano era bello, ricco, armonioso, atto a modificarsi secondo il vario genere de'componimenti, e tale da rivaleggiare colla lingua madre: amava quindi, che i dotti abbandonata, la lingua latina dettassero le loro scritture nell'idioma ch'aveano succhiato col latte.

[181] Cattivella non ha qui senso di malavagia, ma di tapina.

[182] Per qual cagione.

[183] Intendi: Gli occhi, che per la compassione del cuore si dolevano, hanno nel lagrimare sofferto pena così grande che omai sono restati abbattuti. Ora se io voglio sfogare il dolore che appoco appoco mi conduce alla morte, non posso più piangere (perchè gli occhi sono a questo impotenti), ma conviemmi parlare, traendo lamenti compassionevoli.

[184] Vivìa per vivea, come piangìa, dicìa, facìa ec.

[185] Poi, dappoi.

[186] All'improvviso.

[187] Perciocchè la luce, lo splendore.

[188] Sì che fu preso da un dolce desiderio.

[189] Anche il Petrarca disse di Laura: Mondo ingrato .... Nè degno eri, mentr'ella Visse quaggiù, d'aver sua conoscenza.

[190] E si è, si sta.

[191] Benigno. Lo scambiamento dell' i nell' e e viceversa, è frequente negli antichi scrittori.

[192] E d'ogni consolazione, conforto.

[193] Anche qui il verbo pensare è usato attivamente.

[194] Mi divide, m'allontana.

[195] Ogniqualvolta.

[196] Al nuovo stato di vita.

[197] Per quanto ch'io volessi. Volesse desinenza licenziosa per volessi.

[198] Faccia, volto. V. la nota 1. a pag. 328.

[199] A cui le tue sorelle (le precendenti Canzoni) erano usate di portar letizia; poichè non parlavano della morte di Beatrice, ma delle lodi di lei vivente.

[200] Era questi il fratello di Beatrice.

[201] Cortamente, cioè da corto tempo. Con questo significato non si rinviene nel Vocabolario.

[202] Intendi: E s'ei (i sospiri) non fossero, che col loro irrompere mi alleggerissero l'angoscia, io morrei di dolore.

[203] Intendi: Perocchè gli occhi, molte fiate più ch'io non vorria, sarebbero rei, debitori, a me lasso! di piangere la donna mia sì che piangendo lei sfogherei il core. Esser reo in senso di esser obbligato, esser responsabile, può meritare osservazione per la sua provenienza dal latino reus in significato di debitore, responsabile. Reus voti, reus stationis tutandae.

[204] Priva del di lei saluto.

[205] Ogniqualvolta.

[206] M'accoglie.

[207] La piacente forma della sua belleza.

[208] Il dì 9 Giugno 1291.

[209] Lo studioso filologo potrà notare un delicato senso nelle voci umiltà, umile, umiliare ec. adoperate da Dante nel processo di questa operetta. Un tal senso è quello di pace, quiete, tranquillità di affetti, cessazione d'ogni appetito, e non è stato sempre avvistato dai compilatori del Vocabolario. Ecco i luoghi, donde questo senso agevolmente rilevasi: pag. 267 colore umile, pag. 282 viso vestito d'umiltà, pag. 301 e sì l'umilia ch'ogni offesa oblia, pag. 307 pensiero umile, pag. 316 Pregava l'una l'altra umilemente;; pag. 318 Ed avea seco umiltà sì verace, che parea che dicesse: io sono in pace, pag. 318. Io diveniva nel dolor sì umile vedendo in lei tanta umiltà, pag. 327 d'umiltà vestuta, pag. 328. La vista sua face ogni cosa umile, pag. 330. E sì è cosa umil che nol si crede, pag. 337. Chè luce della sua umilitate, pag. 344 Nel ciel dell'umiltate ov' è Maria.

[210] Ragionamento, discorso.

[211] Statura qui vale stato, condizione. Così il Malespini 36. tit. Come e quando Attila venne a Firenze, e di sua statura . Con questo significato manca nel Vocabolario.

[212] Oscura, cioè malinconica e travagliata, come avvertii al Son. VII.

[213] Quell'Amore, cioè quell'istesso puro e nobilissimo Amore, che mi accese il cuore per la gentile Beatrice, e che mi fa andare ec.

[214] Che Beatrice avesse un color pallido, lo ha detto l'Autore più sopra, pag. 302. V. la nota. 1.

[215] Faccia, aspetto, com'ho notato altre volte.

[216] Questa e non è congiunzione, ma sta per ancora nella guisa stessa che i Latini usavano la et per etiam.

[217] Solamente, soltanto; e Dante l'usa spesso nella Commedia.

[218] Intendi: Perchè è chiaro e manifesto per il precedente discorso.

[219] Ripensare qui non vale pensare di bel nuovo, ma ricredersi; e con questo significato manca nel Vocabolario.

[220] Vale a dire ad innamorarsi di nuovo. E qui accenna la sua costanza nell'amar Beatrice, sebben morta.

[221] L'imagine di nostro Signor Gesù Cristo, insigne reliquia che si conserva in Roma nel Vaticano, e che volgarmente chiamasi la Veronica, vocabolo corrotto da Vera icon vera imagine. Il Ducange nel suo Glossario alla voce Veronica, riporta le seguenti parole di Niccolò IV. Pretiosissimi vultus imaginem, quam Veronicam fidelium vox appellat . Di essa il nostro Poeta cantò nel Paradiso XXXI, 103.

 

Qual è colui, che forse di Croazia

Viene a veder la Veronica nostra,

Che per l'antica fama non si sazia,

Ma dice nel pensier fin che si mostra:

Signor mio Gesù Cristo, Iddio verace,

Or fu sì fatta la sembianza vostra?

 

ed il Petrarca, son. XII

 

Movesi il vecchierel canuto e bianco . . .

E viene a Roma seguendo il desio

Per mirar la sembianza di Colui

Ch'ancor la sù nel ciel vedere spera.

[222] Intrattenere.

[223] Cioè de'loro amici lontani, come l'Autore stesso ha detto sopra.

[224] La sua mesitizia.

[225] Ella, cioè la città.

[226] Perciocchè.

[227] Si stia. Aversi è qui usato nel senso di starsi in una data proporzione, nel modo che si pratica nella Geometria, per esempio: il 4 sta al 6, come il 6 al 9.

[228] Intendi: Il sospiro ch'esce dal mio cuore tanto si alza, che va al di là della nona ed ultima sfera (il primo Mobile), e giunge all'Empireo.

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Ultimo aggiornamento: 26 febbraio 2011