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Edizione di riferimento:
G. Carducci, Conversazioni critiche, 4° Migliaio, Casa editrice a. Sommaruga e C. Roma, Via dell’Umiltà. ‒ Palazzo Sciarra, 1884. Roma ‒ Tipografia dell’Ospizio di S. Michele in esercizio di Carlo Verdesi e C.
Edizione di riferimento
Dante, Opere minori, vol. II, sezione a cura di Angelo Jacomuzzi, U.T.E.T., Torino 1986, secondo l’edizione apprestata da Ermenegildo Pistelli per le Opere di Dante, testo critico della Società Dantesca Italiana, Firenze 1921
Tra i primi mesi del 1319 e la metà del 1320 ha inizio un carteggio poetico fra Giovanni del Virgilio[1] e Dante: singolare carteggio in quanto all’epistola iniziale del grammatico bolognese, che innesca quasi la tenzone letteraria, succede una serie di tre carmi bucolici d’imitazione virgiliana aperta dalla prima ecloga responsiva di Dante. Viene ripreso, così, un genere letterario, quello pastorale, pressoché dimenticato dai medievali, ma che attraverso Petrarca e Boccaccio, e soprattutto durante l’età umanistica, riacquisterà notevole fortuna. Ed è opportuno considerare come Dante, parallelamente alla scelta dell’Eneide quale modello della sua Commedia, intenda proporsi anche la ripresa del genere bucolico, pur sollecitato nell’occasione dall’epistola di sfida di Giovanni del Virgilio. Infatti il pretesto della tenzone poetica non sminuisce il fascino che il « cantor de’ bucolici carmi », Virgilio, esercita sull’Alighieri, anche perché nelle due ecloghe dantesche, sotto la finzione pastorale mutuata appunto da Virgilio, si coglie il procedere dell’arte allusiva che è per Dante la chiave interpretativa dei testi classici e, di conseguenza, lo specchio di una sua adesione criticamente convinta e affettivamente partecipe al mondo virgiliano, non solo alla sua componente epica, ma pure a quella pastorale e bucolica[2].
La difesa del volgare (già peraltro sostenuta nel Convivio) appare, comunque, al di là dell’intenzione di riprendere il genere bucolico, l’obiettivo primario dell’ecloga responsiva di Dante, ed è quasi il motivo ispiratore dell’intera corrispondenza. A Giovanni del Virgilio che è solito «comica reprehendere verba», reputando il volgare un linguaggio che mal si adatta ai dotti e alle loro ambizioni poetiche, Dante contrappone, quasi a voler dar lustro e dignità letteraria al volgare, i decem vascula munti dall’ovis grettissima, i primi dieci canti, cioè, come è probabile, della Commedia. Dante sembra qui, in questa sua risposta, voler riaffermare la sua estraneità al Carmen vatisonum propostogli dal grammatico bolognese con l’intento di definire, sul filo di una garbata polemica letteraria giocata attraverso lo stile allusivo e teneramente idillico dell’ecloga pastorale, la funzione dell’intellettuale e i suoi rapporti con la lingua. Agli argomenti storici, infatti, offerti da Giovanni del Virgilio come una possibile traccia per un carme epico ‒ quasi la prova obbligata per far parte dell’aristocrazia dei dotti ‒ Dante replica utilizzando il latino attraverso la scelta del genere bucolico come a voler smentire che esistano tra lingua e genere vincoli condizionanti. È il rifiuto, quindi, di abbandonare il volgare, che viene, anzi, riconsacrato nella sua dimensione di « luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade, per lo usato sole che a loro non luce » [Convivio, I, XIII, 12); ed è il rifiuto anche, di riflesso, di servirsi del latino all’interno di certi temi epici prefissati.
Al di là di questa perentoria riaffermazione della letterarietà del volgare, l’ecloga appare, comunque, importante anche sotto il profilo stilistico ed estetico, quale tentativo ‒ a cui si è già fatto cenno ‒ di ripresa del genere pastorale. Il quadro, infatti, che viene affrescato risulta assai vivo e policromo, mai piatto e forzatamente arido, come quello delineato nell’ecloga successiva da Giovanni del Virgilio, frutto più di dottrina ‒ seppur accurata ‒ che di vero impegno poetico. I personaggi danteschi, invece, sembrano vivere una loro vita autenticamente poetica, scorciati in un paesaggio non accessorio o artificioso, ma intensamente sentito nella sua fresca e colorita naturalità, che contribuisce così a evidenziare i caratteri dei pastori e a metterne in rilievo i tratti: dal saggio e accorto Titiro (Dante, sotto la finzione allegorica) all’esuberante e alquanto rozzo Melibeo (Dino Perini), dal dotto e austero Mopso (Giovanni del Virgilio) al devoto Alfesibeo (forse il medico Fiduccio de’ Milotti), che compare nella seconda ecloga dantesca. Si pensi, ad esempio, ai versi iniziali del componimento in cui viene definito un vivace spaccato di vita campestre, assai vicino nell’efficacia rappresentativa ai più alti modelli virgiliani:
Forte recensentes pastas de more capellas
tunc ego sub quercu meus et Meliboeus eramus (Ecloge, II, 3‒4).
I riferimenti allegorici, peraltro sottesi alle immagini bucoliche, non paiono appesantire più di tanto la raffigurazione dell’ambiente pastorale e non rompono, comunque, l’incanto di un’atmosfera che sembra quasi rarefatta tant’è l’intensità dell’ispirazione idillica che preannuncia, in un crescendo di tonalità e in una comunione tra natura e poesia ‒ quasi un rito iniziatico ‒, l’esclamazione di Titiro e la sua aspirazione all’alloro trionfale:
Quantos balatus colles et prata sonabunt,
si viridante coma fidibus paeana ciebo! (Ecloge, II, 39‒40)
anche se comincia qui a insinuarsi il timore di essere costretto a celebrare il trionfo in altri lidi che non siano quelli bagnati dal patrio Arno:
Nonne triumphales melius pexare capillos
et patrio, redeam si quando, abscondere canos
fronde sub inserta solitum ffavescere Sarno? (Ecloge, II, 42‒44).
Sono versi che preparano l’accenno ‒ preziosissimo per la sistemazione cronologica dell’intera opera di Dante ‒ alla Commedia e al tema, così dibattuto fra i critici, dell’ovis gratissima, simbolo, sembra, del suo poema eterno e della sua sacralità.
La difesa dell’otium letterario è poi il motivo dominante della seconda ecloga responsiva dantesca. A Giovanni del Virgilio che l’ha incensato di lodi, sino a definirlo un secondo Virgilio (« sic eris alter ab illo »), forse non comprendendo il tono ironicamente e garbatamente smorzato della polemica letteraria e linguistica condotta sul filo allusivo della favola pastorale, e che lo invita a Bologna per essere gratificato di lodi e di onori, Dante risponde preferendo la quiete di Ravenna e la corte dei suoi amici fidati, sotto la guida illuminata di Guido da Polenta, alle incognite di una città come Bologna soggiogata da Polifemo.
Alla fine della sua vita il poeta avverte la stanchezza di una esistenza vissuta sempre tra i contrasti e le contese, di una militanza politica e letteraria che l’ha duramente provato: non gli rimane ora che difendere il suo otium tra i « pabula nota », perché « iuga », « saltus », «flumina... et Nymphae... peiora timentes » non piangano la sua assenza, e dedicare tutte le energie che gli rimangono al compimento della Commedia.
Non a caso, infatti, l’esordio di quest’ultima ecloga ‒ a parte le perifrasi, tipicamente dantesche, di carattere astronomico per indicare l’ora e la stagione ‒ appare venato da un senso di abbandono e di spossatezza che investe, a un tempo, personaggi, animali, natura: mentre le pecore insieme con le caprette « in‒sidunt » sull’erba, Titiro « soporifero gravis incumbebat odori » e Alfesibeo « nodoso bacillo stabat subnixus ». Il quadro pastorale sembra, quindi, assumere delle tinte più soffuse e sfumate, quasi a preparare l’arrivo trafelato di Melibeo « calidus et gutture tardus anhelo », che rompe il clima idillico invitando Titiro a lasciare « rorida rura Pelori » ‒ come vorrebbe Mopso ‒ per recarsi « antrum Ciclopis », cioè a Bologna. Il livello stilistico dell’ecloga appare qui più mosso e su un registro diverso rispetto alla prima responsiva, più pacata, distesa, amena.
L’ansia di lasciare Ravenna, il timore di abbandonare luoghi conosciuti e confortanti (i « pabula nota ») sembrano riflettersi a livello espressivo sulle tonalità rappresentative, cosicché i personaggi appaiono colti nella dimensione dello sforzo, della tensione, come nel caso di Melibeo (arriva « calidus », palla « vix », soffia « patulis naribus » e « tremulis labris ») o in quella del dubbio, del timore, come per Alfesibeo, quando inizia la sua opera di convincimento nei riguardi di Titiro per indurlo a rimanere a Ravenna, fino a scongiurarlo in toni affettuosamente accorati:
Fortunate senex, fontes et pabula nota
desertare tuo vivaci nomine nolis (Ecloge, IV, 61‒62).
Titiro, che ha ascoltato « arridens » le parole del devoto Alfesibeo, non andrà a Bologna sotto l’odiato Polifemo. Il rifiuto del vecchio di lasciare i luoghi amati riporta quasi d’incanto la serenità e il carme si conclude con un’immagine tipicamente bucolica:
...hirtaeque capellae
inde velut reduces ad mollia prata praeibant (Ecloge, IV, 93‒94)
e con un accenno al «callidus... Iollas » (Guido da Polenta)[3], quasi l’emblema di una riconquistata sicurezza dopo le paure e le ansie appena trascorse.
Riguardo alla cronologia della corrispondenza ‒ su cui molto i critici si sono soffermati senza sostanziali divergenze ‒ l’epistola di Giovanni del Virgilio, con cui si apre il celebre carteggio, è da collocarsi, probabilmente, nella prima metà del 1319 in quanto al v. 29 si parla dell’assedio di Roberto d’Angiò al porto di Genova e della disfatta dei Ghibellini, avvenuta appunto il 5 febbraio (non certamente, comunque, oltre il 25 agosto 1320 ‒ secondo il Padoan ‒ quando Cangrande venne sconfitto dai Padovani, dato che nell’Ecloga I, 28 si allude a una sua vittoria). La seconda ecloga responsiva di Dante che chiude la corrispondenza è probabilmente da datare tra la primavera e l’estate del 1321, pochi mesi prima della morte del poeta (avvenuta il 13 settembre di quell’anno) e fu recapitata postuma al grammatico bolognese da un figlio di Dante, come si può leggere in una glossa dello Zibaldone Laurenziano a un verso dell’Ecloga al Mussato di Giovanni del Virgilio: « Nam postquam magister Ioannes misit Danti eclogam illam “Forte sub irriguos” etc. stetit Dantes per annum ante quam faceret “ Velleribus Colchis ” et mortuus est ante quam eam micteret, et postea filius ipsius Dantis misit illam predicto magistro Ioanni » (Ecloga ad Mussatum, 228‒29). Dalla glossa si può dedurre anche la presumibile data della seconda ecloga di Giovanni del Virgilio (la primavera del 1320, se si considera la puntuale indicazione della stagione e dell’ora con cui si apre il secondo componimento di Dante) [4], a cui il poeta risponde dopo un anno, cioè, appunto, nella primavera del 1321. Inoltre la prima ecloga responsiva di Dante dovrebbe situarsi tra la fine del 1319 e l’inizio del 1320. Tutta la corrispondenza appare, quindi, compresa nell’arco di due anni, dal 1319 al 1321.
Un ultimo, fondamentale problema riguardo alle Ecloghe è quello della autenticità dell’intera corrispondenza, già messa in dubbio da alcuni critici dell’Ottocento e riproposta in una serie di studi condotti attraverso una sottile e minuziosa analisi da Aldo Rossi[5]: il quale, partendo dalla tradizione manoscritta del testo, che risale in gran parte al Boccaccio, attribuisce proprio al Certaldese la composizione, quindi la falsificazione della corrispondenza, come anche dell’Ecloga di Giovanni del Virgilio al Mussato, in un periodo di tempo che andrebbe dal 1345 al 1355.
Ma recenti lavori (Padoan, Reggio, Billanovich, ecc.), fondati su un’approfondita indagine stilistico‒filologica, hanno riconfermato l’autenticità della corrispondenza, la cui originalità, che diversifica tra di loro le ecloghe, sembra attestare, secondo il Martellotti[6], « il formarsi occasionale di essa in quattro momenti successivi, contro l’ipotesi di una falsificazione », vanificata, anche dal ricco codice allusivo che ben la colloca nel suo tempo. Ma soprattutto, come osserva opportunamente il Sapegno, cogliendo le motivazioni storico‒letterarie di una indubbia attribuzione dantesca delle Ecloghe, è « assai arduo supporre inventati in epoca più tarda un episodio e un complesso di documenti che, nell’insieme e nei particolari, si inseriscono naturalmente nella trama dei dati biografici accertati e in quella fase ancor germinale di un contrasto di culture che corrisponde ai tempi del cenacolo preumanistico padovano... mentre d’altra parte ben si accorda con l’inesausto fervore di sperimentazioni tecniche tipico del genio dantesco... »[7].
Vero è, infatti, che le due ecloghe di Dante appaiono tutt’altro che un corpo anomalo nella produzione del poeta e ben si situano, anzi, lungo l’arco della sua intensa e sofferta esistenza, in quel preciso punto della sua parabola finale che è l’approdo all’alloro trionfale della Commedia, suprema sintesi di vita e di esperienza artistica.
M. G. Stassi
La tradizione manoscritta delle Ecloghe si fonda su otto codici, tra i quali il più autorevole è lo Zibaldone Laurenziano XXIX, 8 [8], dove la corrispondenza, autografa del Boccaccio, accompagnata da un ampio commento e da alcune varianti al testo, compare insieme all’epistola di Giovanni del Virgilio al Mussato e ad altre opere minori del grammatico bolognese. La prima edizione a stampa delle Ecloghe risale soltanto al xviii secolo, quando nei Carmina illustrium poetarum italicorum, Firenze, 1719, videro luce nel primo volume le due ecloghe dantesche; mentre nel 1726, inserita nell’undicesimo volume, comparve l’Ecloga responsiva che Giovanni del Virgilio scrisse a Dante. Ma l’edizione completa della Corrispondenza, curata da I. Dionisi e condotta sul codice Laurenziano XXIX, 8 (in Serie di aneddoti, ed. cit.), fu pubblicata a Verona nel 1788.
Agli inizi del secolo un apporto fondamentale alla costituzione del testo e all’interpretazione della celebre Corrispondenza è dato da due edizioni esemplari: quella di P. H. Wicksteed e E. G. Gardner, ed. cit., del 1902, e quella di G. Albini, Dantis Eclogae. Iohannis de Virgilio Carmen et Ecloga responsiva, ed. cit., pubblicata a Firenze nel 1903. Sull’edizione dell’Albini si basa quella di E. Pistelli, compresa nelle Opere di Dante, ed. cit., del 1921; mentre l’edizione di G. Lidonnici, Dante e Giovanni del Virgilio, ed. cit., del 1926, riproduce il testo e le note del codice boccacciano.
Edizioni più recenti sono quella di E. Bolisani e M. Valgimigli, La corrispondenza poetica di Dante Alighieri e Giovanni del Virgilio, ed. cit., che riproduce il testo stabilito da Wicksteed e Gardner; quella di E. Cecchini, Egloge, ed. cit., che sostanzialmente, a parte qualche recupero dello Zibaldone Laurenziano, segue l’edizione dell’Albini; e, ultima, quella di G. Brugnoli e R. Scarcia, Le egloghe, ed. cit., del 1980, con un ricchissimo apparato critico. Inoltre molto utile è la ristampa dell’edizione dell’Albini a cura di G. B. Pighi, ed. cit., con l’aggiunta di alcune note e di importanti precisazioni critiche. Su tale edizione è esemplato il testo da noi adottato, che si avvale della traduzione di A. Del Monte (in Opere minori di Dante, a cura di A. Del Monte, op. cit.) per le ecloghe dantesche e di quella di Guido Lana per i testi di Giovanni del Virgilio.
Pieridum[11] vox alma, novis qui cantibus orbem
mulces letifluum[12] , vitali tollere ramo[13]
dum cupis, evolvens triplicis confinia sortis[14]
indita prò meritis animarum ‒ sontibus Orcum, 5
astripetis[15] Lethen, epiphoebia regna[16] beatis ‒
tanta quid heu semper iactabis seria[17] vulgo,
et nos pallentes[18] nihil ex te vate[19] legemus?
Ante quidem cithara pandum delphina movebit[20]
Davus[21] et ambiguae Sphingos[22] problemata solvet,
Tartareum praeceps quam gens idiota[23] figuret 10
et secreta poli vix exsphaerata Platoni[24],
quae tamen in triviis numquam digesta coaxat
comicomus nebulo qui Flaccum pelleret orbe[25].
« Non loquor his, immo studio callentibus », inquis.
Carmine sed laico[26]: clerus[27] vulgaria temnit 15
et si non varient, cum sint idiomata mille[28].
Praeterea nullus, quos inter es agmine sextus[29],
nec quem consequeris caelo[30], sermone forensi
descripsit[31]. Quare, censor Uberrime vatum [32],
fabor, si fandi paulum concedis habenas. 20
Nec margaritas profliga prodigus apris [33]
nec preme Castalias indigna veste sorores [34];
at, precor, ora eie quae te distinguere possint
Carmine vatisono [35], sorti communis utrique [36].
Et iam multa tuis lucem narratibus orant. 25
Dic age quo petiit Iovis armiger [37] astra volatu,
dic age quos flores [38], quae lilia fregit arator, [39]
dic Phrygios damas laceratos dente molosso [40]
dic Ligurum montes et classes Parthenopeas [41]
Carmine quo possis Alcidae tangere Gades[42] 30
et quo te refluus relegens[43] mirabitur Hister[44],
et Pharos[45] et quondam regnum te noscet Elissae[46].
Si te fama iuvat, parvo te limite[47] septum
non contentus eris nec vulgo iudice tolli.
En ego iam primus, si dignum duxeris esse, 35
clericus Aonidum[48], vocalis verna Maronis[49],
promere gymnasiis te delectabor ovantum
inclita Peneis[50] redolentem tempora sertis,
ut praevectus[51] equo sibi plaudit praeco sonorus
festa trophaea ducis populo praetendere laeto. 40
Iam mihi bellisonis horrent clangoribus aures;[52]
quid pater Appenninus hiat? quid concitat aequor
Tyrrhenum Nereus?[53] quid Mars infrendet utroque?
Tange chelyn, tantos hominum compesce labores.
Ni canis haec alios a te pendendo poeta [54] 45
omnibus ut solus dicas, indicta manebunt.
Si tamen Eridani[55]mihi spem mediamne[56] dedisti
quod visare notis[57] me dignareris amicis,
nec piget enerves numeros legisse priorem
quos strepit arguto temerarius anser olori[58], 50
respondere velis aut solvere vota[59], magister.
Vidimus in nigris albo patiente lituris[61]
Pierio[62] demulsa[63] sinu modulamina nobis.
Forte recensentes pastas de more capellas[64],
tunc ego sub quercu meus et Meliboeus[65] eramus.
Ille quidem, cupiebat enim consciscere[66] cantum, 5
« Tityre, quid Mopsus[67], quid vult? edissere » dixit.
Ridebam, Mopse; magis et magis ille premebat.
Victus amore sui[68], posito vix denique risu[69],
« Stulte, quid insanis? » inquam: « tua cura capellae
te potius poscunt, quamquam mala cellula turbet[70]. 10
Pascua[71] sunt ignota tibi, quae Maenalus[72] alto
vertice declivi[73] celator solis[74] inumbrat,
herbarum vario florumque inpicta[75] colore.
Circuit hec humilis et tectus fronde saligna
perpetuis undis a summo margine ripas 15
rorans alveolus[76], qui, quas mons desuper edit[77],
sponte viam, qua mitis erat, se fecit aquarum.
Mopsus in his, dum lenta boves per gramina ludunt,
contemplatur ovans hominum superumque labores[78],
inde per inflatos calamos interna recludit 20
gaudia sic ut dulce melos armenta[79] sequantur,
placatique ruant campis de monte leones,
et refluant undae, frondes et Maenala nutent ».
« Tityre, » tunc « si Mopsus » ait « decantat[80] in herbis
ignotis, ignota tamen sua[81]21 carmina possum 25
te monstrante meis vagulis prodiscere capris[82] ».
Hic ego quid poteram, cum sic instaret anhelus?
« Montibus Aoniis[83] Mopsus, Meliboee, quot[84] annis,
dum satagunt alii causarum iura doceri[85],
se dedit et sacri nemoris[86] perpalluit[87] umbra. 30
Vatificis[88] prolutus aquis, et lacte canoro[89]
viscera plena ferens et plenus ad usque palatum,
me vocat ad frondes versa Peneide cretas[90] ».
« Quid facies? » Meliboeus ait: « Tu tempora lauro
semper inornata per pascua pastor habebis?[91] » 35
« O Meliboee, decus, vatum quoque[92] nomen in auras
fluxit, et insomnem[93] vix Mopsum Musa peregit »,
rettuleram, cum sic dedit indignatio vocem:
« Quantos balatus colles et prata[94] sonabunt,
si viridante coma fìdibus paeana ciebo[95]! 40
Sed timeam saltus et rura ignara deorum[96].
Nonne triumphales[97] melius pexare[98] capillos
et patrio[99], redeam si quando, abscondere canos[100]
fronde sub inserta solitum[101] flavescere[102] Sarno?[103] »
Ille: « Quis hoc dubitet? propter quod respice tempus, 45
Tityre, quam velox: nam iam senuere capellae,
quas concepturis dedimus nos matribus hircos ».
Tunc ego: « Cum mundi circumflua corpora cantu
astricolaeque[104] meo, velut infera regna[105], patebunt,
devincire caput hedera lauroque iuvabit. 50
Concedat Mopsus ». « Mopsus » tunc ille « quid? » inquit.
« Comica[106] nonne vides ipsum reprehendere verba,
tum quia femineo resonant attrita[107] labello,
tum quia Castalias pudet acceptare sorores?[108]»
Ipse ego respondi, versus iterumque relegi, 55
Mopse, tuos. Tunc ille humeros contraxit et « Ergo
quid faciemus » ait « Mopsum revocare volentes[109]? »
« Est mecum quam noscis ovis gratissima[110]» dixi,
« ubera vix quae terre potest, tam lactis abundans;
rupe sub ingenti carptas modo ruminat herbas; 60
nulli iuncta gregi nullis assuetaque caulis;
sponte venire solet, numquam vi poscere mulctram.
Hanc ego praestolor manibus mulgere paratis,
hac implebo decem missurus vascula[111] Mopso.
Tu tamen interdum capros meditere petulcos 65
et duris crustis[112] discas infigere dentes ».
Talia sub quercu Meliboeus et ipse canebam,
parva tabernacla nobis dum farra coquebant.
Forte sub inriguos colles, ubi Sarpina Rheno
obvia fit, viridi niveos interlita crines
nympha procax, fueram nativo conditus antro[114].
Frondentes ripas tondebant sponte iuvenci,
mollia carpebant agnae, dumosa capellae [115]. 5
Quid facerem?[116] ‒ Nam solus eram puer incola silvae;
irruerant alii causis adigentibus urbem,
nec tum Nisa mihi nec respondebat Alexis[117],
suetus uterque comes. ‒ Calamos moderabar hydraules[118]
falce recurvella[119], cunctae[120] solamina, quando 10
litoris Adriaci resonantem Tityron[121] umbra,
qua densae longo praetexunt ordine pinus[122]
pascua porrectae caelo genioque locali[123],
halida[124] myrtetis et humi florentibus herbis,
quaque nec arentes Aries fluvialis[125] arenas 15
esse sinit, molli dum postulat aequora villo,
rettulit ipse mihi flantis leve[126] sibilus Euri,
quo vocalis odor[127] per Maenala[128] celsa profusus
balsamat auditus et lac[129] distillai in ora,
quale nec a longo meminerunt tempore mulsum 20
custodes gregium[130], quamquam tamen Arcades omnes,
Arcades exsultant audito Carmine Nymphae
pastoresque, boves et oves hirtaeque capellae
arrectisque onagri decursant[131] auribus ipsi:
ipsi etiam Fauni saliunt de colle Lycaei[132]. 25
Et mecum: « Si cantat oves et Tityrus hircos
aut armenta trahit, quianam civile canebas
urbe sedens carmen, quando hoc Benacia quondam
pastorale sonans detrivit fistula[133] labrum?[134]
audiat[135] in silvis et te cantare bubulcum », 30
nec mora, depostis calamis maioribus[136] inter[137]
arripio tenues[138] et labris flantibus hisco.
Sic, divine senex, ah sic eris alter ab illo:[139]
alter es, aut idem, Samio si credere vati[140]
sic liceat Mopso, sicut liceat Meliboeo. 35
Eheu! pulvereo quod stes in tegmine scabro[141] 28
et merito indignans singultes[142] pascua Sarni[143]
rapta tuis gregibus, ingratae dedecus urbi[144],
umectare genas lacrimarum flumine Mopso
parce tuo nec te crucia[145] crudelis et illum, 40
cuius amor tantum, tantum complectitur, inquam,
iam te, blande senex, quanto circumligat ulmum
proceram vitis per centum vincula nexu.
O si quando sacros iterum flavescere canos
fonte tuo[146] videas et ab ipsa Phyllide[147] pexos, 45
quam visando tuas tegetes[148] miraberis uvas!
Ast intermedium pariat ne taedia tempus[149]
laetitiae, spectare potes quibus otior antris
et mecum pausare: simul cantabimus ambo,
ipse levi calamo sed tu gravitate magistrum 50
firmius insinuans, ne quem sua deserat aetas[150].
Ut venias, locus ipse vocat. Fons umidus[151] intus
antra[152] rigat, quae saxa tegunt, virgulta[153] flabellant;
circiter origanum[154] redolet, quoque causa soporis
herba papaveris[155] est, oblivia, qualiter aiunt[156], 55
grata creans. Serpylla[157] tibi substernet Alexis,
quem Corydon[158] vocet ipse rogem: tibi Nisa lavabit
ipsa pedes accincta libens cenamque parabit;
Thestylis[159] haec inter piperino pulvere fungos[160]
condiet, et permixta doment multa allia[161], siquos 60
forsitan inprudens Meliboeus[162] legerit hortis.
Ut comedas apium memorabunt mella susurri[163].
Poma[164] leges Nisaeque genas aequantia mandes
pluraque servabis nimio defensa decore[165].
Iamque superserpunt hederae radicibus antrum, 65
serta parata tibi. Nulla est cessura voluptas.
Huc ades; huc venient, qui te pervisere gliscent,
parrhasii[166] iuvenesque senesque, et carmina laeti
qui nova mirari cupiantque antiqua[167] doceri.
Hi tibi silvestres capreas, hi tergora lyncum 70
orbiculata ferent, tuus ut Meliboeus amabat.
Huc ades, et nostros timeas ne, Tityre, saltus[168],
namque fidem celsae concusso vertice pinus
glandiferaeque etiam quercusque arbusta[169] dedere:
non hic insidiae, non hic iniuria, quantas 75
esse putas. Non ipse mihi te fidis amanti?
Sunt forsan mea regna tibi despecta? Sed ipsi
di non erubuere cavis habitare sub antris[170];
testis Achilleus Chyron[171] et pastor Apollo[172]
Mopse[173], quid es demens? Quia non permittet Iollas[174] 80
comis et urbanus, dum sunt tua rustica dona,
hisque tabernaclis[175] non est modo tutius antrum,
quis[176] potius ludat. Sed te[177] quis mentis anhelum
ardor agit vel quae pedi bus nova nata cupido?
Miratur puerum virgo, puer ipse volucrem, 85
et volucris silvas et silvae flamina verna;
Tityre, te Mopsus: miratio gignit amorem.
Me contemne; sitim Phrygio Musone[178] levabo,
scilicet, hoc nescis, fluvio potabor[179] avito.
Quid tamen interea mugit mea bucula[180] circum? 90
Quadrifluumne gravat coxis umentibus uber?
Sic reor: en propero situlas implere capaces
lacte novo[181], quo dura queant mollescere crusta.
Ad mulctrale veni, si tot mandabimus illi
vascula, quot nobis promisit Tityrus ipse. 95
Sed lac pastori fors est mandare superbum[182].
Dum loquor, en comites, et sol de monte rotabat.
Velleribus Colchis praepes detectus Eous
alipedesque alii pulcrum Titana ferebant[184].
Orbita, qua primum flecti de culmine caepit,
currigerum canthum libratim quemque tenebat,
resque refulgentes, solitae superarier umbris, 5
vincebant umbras et fervere rura sinebant[185].
Tityrus hoc propter confugit et Alphesiboeus[186]
ad silvam pecudumque suique misertus uterque,
fraxineam silvam tiliis platanisque frequentem.
Et dum silvestri pecudes mixtaeque capellae 10
insidunt herbae, dum naribus aera captant[187],
Tityrus hic, annosus enim, defensus acerna
fronde soporifero gravis incumbebat odori,
nodosoque piri vulso de stirpe bacillo
stabat subnixus ut diceret Alphesiboeus. 15
« Quod mentes hominum » fabatur[188] « ad astra ferantur,
unde fuere, novae cum corpora nostra subirent[189],
quod libeat niveis avibus resonare Caystrum[190]
temperie caeli laetis et valle palustri,
quod pisces coeant pelagi pelagusque relinquant, 20
flumina qua primum Nerei[191] confinia tangunt,
Caucason Hyrcanae maculent quod sanguine tigres[192]
et Libyes coluber quod squama verrat arenas[193],
non miror, nam cuique placent conformia vitae,
Tityre; sed Mopso miror, mirantur et omnes 25
pastores alii mecum Sicula arva tenentes,
arida Cyclopum placeant quod saxa[194] sub Aetna ».
Dixerat, et calidus et gutture tardus anhelo
iam Meliboeus adest et vix « En, Tityre », dixit.
Inrisere senes iuvenilia guttura, quantum 30
Sergestum e scopulo vulsum risere Sicani[195].
Tum senior[196] viridi canum de cespite crinem
sustulit et patulis efflanti[197] naribus infit[198]:
« O nimium iuvenis, quae te nova causa coegit
pectoreos[199] cursu rapido sic angere folles? » 35
Ille nihil contra, sed, quam tunc ipse tenebat,
cannea cum tremulis coniuncta est fistula labris,
sibilus hinc simplex avidas non venit ad aures,
verum, ut arundinea puer is[200] pro voce laborat,
‒ mira loquar sed vera[201] tamen ‒ spiravit arundo: 40
Forte sub inriguos colles ubi Sarpina Rheno[202];
et, tria si flasset ultra spiramina[203] flata,
centum carminibus tacitos mulcebat agrestes[204].
Tityrus et secum[205] conceperat Alphesiboeus;
Tityron et voces compellant Alphesiboei: 45
« Sic, venerande senex, tu roscida rura Pelori[206]
deserere auderes, antrum[207] Cyclopis iturus? »
Ille: « Quid hoc dubitas? quid me, carissime, tentas? »
« Quid dubito? quid tento? » refert tunc Alphesiboeus;
« tibia non sentis quod fit virtute canora 50
numinis et similis natis de murmure cannis,
murmure pandenti turpissima tempora regis
qui iussu Bromii Pactolida tinxit arenam?[208]
Quod vocet ad litus Aetnaeo pumice tectum,
fortunate senex, falso ne crede favori, 55
et Dryadum[209] miserere loci pecorumque tuorum.
Te iuga, te saltus nostri, te flumina[210] flebunt
absentem et Nymphae mecum peiora timentes,
et cadet invidia quam nunc habet ipse Pachynus [211];
nos quoque pastores te cognovisse pigebit. 60
Fortunate senex, fontes et pabula nota
desertare tuo vivaci nomine nolis ».
« O plus quam media merito pars pectoris huius »
‒ atque suum tetigit ‒ longaevus Tityrus inquit,
« Mopsus amore pari mecum conexus ob illas 65
quae male gliscentem timide fugere Pyreneum[212],
litora dextra Pado ratus a Rubicone sinistra[213]
me colere, Aemilida[214] qua terminat Adria[215] terram,
litoris Aetnaei[216] commendat pascua nobis,
nescius in tenera quod nos duo degimus herba 70
Trinacridae montis[217], quo non fecundius alter
montibus in Siculis pecudes armentaque pavit.
Sed quamquam viridi sint postponenda Pelori
Aetnica[218] saxa solo, Mopsum visurus adirem
Me grege dimisso, ni te, Polypheme[219], timerem ». 75
« Quis Polyphemon » ait « non horreat » Alphesiboeus
« assuetum rictus humano sanguine tingui,
tempore iam ex illo quando Galatea relicti
Acidis[220] heu miseri discerpere viscera vidit?
Vix illa evasit: an vis valuisset amoris, 80
effera dum rabies tanta perferbuit ira?
Quid, quod Achaemenides[221] sociorum caede cruentum
tantum prospiciens animam vix claudere quivit?
Ah, mea vita, precor, numquam tam dira voluptas
te premat, ut Rhenus et Naias[222] illa recludat 85
hoc illustre caput, cui iam frondator in alta
virgine perpetuas festinat cernere frondes[223] ».
Tityrus arridens et tota mente secundus
verba gregis magni tacitus concepit alumni[224].
Sed quia tam proni scindebant aethra iugales, 90
ut rem quamque sua iam multum vinceret umbra,
virgiferi[225] silvis gelida cum valle relictis
post pecudes rediere suas, hirtaeque capellae
inde velut reduces ad mollia prata praeibant.
Callidus interea iuxta latitavit Iollas[226], 95
omnia qui didicit, qui rettulit omnia nobis:
ille quidem nobis et nos tibi, Mopse, poimus[227].
O alma voce delle Pieridi che con nuovi canti allieti il mondo in cui domina la morte, mentre con il ramo pieno di vita brami innalzarlo, passando in rassegna le sedi dei tre destini cui sono assegnate secondo i loro meriti le anime, ‒ ai dannati l’Orco, a quelli che attendono di ascendere al cielo il Lete, la celeste dimora ai beati ‒, ah, perché vuoi sempre gettare al volgo così autorevoli parole, mentre noi che ci consumiamo negli studi nulla potremo leggere da te in versi?
Certo Davo riuscirà a commuovere i ricurvi delfini e a risolvere i quesiti dell’enigmatica Sfinge, prima che il popolo illetterato giunga a raffigurarsi il Tartaro precipite e i segreti della volta celeste a stento strappati agli astri da Platone. Dottrine che, tuttavia, senza averle mai conosciute a fondo, va gracidando per i trivi il fannullone attento all’acconciatura delle sue chiome che sarebbe capace di mandare all’altro mondo Flacco. Non parlo per costoro ‒ dici ‒, ma, anzi, per coloro che son versati negli studi. Sì, ma con versi in lingua popolare: i dotti disprezzano il linguaggio volgare quand’anche fosse uno solo, e invece si tratta di mille parlate. Inoltre nessuno di coloro nella cui schiera sei sesto, neppure quello cui tieni dietro verso il cielo, scrisse mai con parlata da piazza. Perciò, o tu che dei poeti sei il giudice più libero, parlerò, se per un poco mi concedi nel parlare l’iniziativa.
Non rovinare le perle col gettarle, prodigo, ai cinghiali, e non opprimere le Castalie sorelle di una veste indegna di loro; al contrario, te ne prego, effondi voci che, con verso altisonante, siano tali da darti lustro, mantenendoti partecipe di entrambi i ceti. E già molti argomenti implorano, per mezzo del tuo narrare, la luce. Suvvia, di’ con quale volo l’armigero di Giove raggiunse i cieli, di’ quali fiori, quali gigli troncò l’aratore, di’ dei frigi daini straziati dal dente canino, di’ dei monti dei Liguri e delle partenopee flotte con versi coi quali tu possa toccare l’erculea Gades e per cui l’Istro, rifluendo indietro con devozione ti ammirerà, e Faro e il regno che una volta fu d’Elissa ti conosceranno.
Se la fama t’è cara, non sarai pago di restar chiuso in breve spazio, né d’esser celebre per giudizio del popolo. Ecco che già io per primo, se tu riterrai ch’io ne sia degno, seguace delle Aonidi, nel nome servo di Marone, gioirò nel presentare nei ginnasi te, con le illustri tempie profumate per le penee corone dei trionfatori, allo stesso modo in cui il vociferante araldo, avanzando a cavallo, si allieta nel presentare al popolo gioioso i festosi trofei del condottiero. Già le mie orecchie risuonano di bellici clangori; perché il padre Appennino sta a bocca aperta? Perché Nereo agita i flutti del Tirreno? Perché sull’uno e sugli altri Marte minaccia? Tocca la lira, dà quiete ai profondi travagli degli uomini. Se tu non canti questa materia, tenendo gli altri in sospeso con la tua poesia così da esporla tu solo a tutti, essa resterà non espressa.
Tuttavia se, o tu che dimori tra l’uno e l’altro ramo dell’Endano, mi desti speranza che ti saresti degnato di visitarmi con un amichevole scritto e non ti dispiace di aver letto per primo le deboli note che la temeraria oca va strepitando davanti al cigno canoro, voglia tu, o maestro, darmi risposta o dare compimento alle mie speranze.
Vidi in nere lettere sul docile foglio bianco un carme munto per me da Pierio seno. Numerando per caso le sazie caprette secondo il costume, io e il mio Melibeo stavamo allora sotto una quercia. E quegli ‒ poiché voleva anch’egli conoscere il canto, ‒ «Titiro», disse « che vuole Mopso? dimmi ». Io, Mopso, ridevo; quegli insisteva sempre più. Vinto dall’amore per lui, a stento cessato infine il riso, « Stolto », dico: « che cosa vaneggi? Te cercano piuttosto le caprette tua cura, benché ti rincresca lo scarso pasto. Ti sono ignoti i pascoli screziati del vario colore dell’erbe e dei fiori, che il Menalo schermo del sole declinante adombra con l’alta cima. Vi scorre intorno umile e protetto da foglie di salice un piccolo canale che dalla sommità della sponda irrora con acque perenni le rive, il quale si fece naturalmente via delle acque, che il monte, dove è meno erto, manda giù dalla cima. Qui, mentre i buoi s’allietano delle tenere erbe, Mopso contempla esultante le opere degli uomini e degli dèi, poi effonde soffiando nei calami l’intima gioia sì che gli armenti seguano la dolce melodia, e placati i leoni scendano dal monte ai campi, e le onde rifluiscano, e i monti d’Arcadia scuotano le foglie ». « Titiro », disse allora, « se Mopso canta in pascoli ignoti, potrei però, insegnandomeli tu, imparare i suoi ignoti carmi per le mie vagolanti caprette». Che cosa avrei potuto fare allora quando così bramoso insisteva? « O Melibeo, da molti anni, mentre altri attendono a imparare le leggi, Mopso si dedicò ai monti Aonii e si fece pallido all’ombra del sacro bosco. Lavato nelle acque poetiche, e portando le visceri piene di latte canoro e pieno fino al palato, m’invita alle frondi nate dalla trasformazione della figlia di Peneo ». « Che farai?» disse Melibeo: «Avrai sempre per i pascoli qual pastore le tempia disadorne dell’alloro? ». «O Melibeo, la gloria, fin il nome dei poeti è svanito nell’aria, e la Musa ha reso insonne appena Mopso », avevo risposto, quando lo sdegno così proruppe: «Di quali plausi risuoneranno i colli e i prati, se con la chioma verdeggiante trarrò dalla cetra il peana! Ma temerei le selve e i campi ignari degli dèi. Non è forse meglio pettinare per il trionfo i capelli e in riva al Sarno nativo, se mai vi ritorni, nasconderli canuti, io solito ad averli lì floridi, sotto il serto di foglie?». Quegli: «Chi ne può dubitare? Ma considera, o Titiro, quanto è veloce il tempo; infatti son già invecchiate le caprette, a concepir le quali demmo i caproni alle madri». Allora io: «Quando i corpi rotanti intorno all’universo e gli abitanti dei cieli saranno palesi nel mio canto, come i regni inferi, piacerà cingere il capo d’edera e d’alloro.
Mopso lo conceda ». « Perché Mopso? », disse allora egli. « Non vedi che rimprovera lo stile comico, sia perché risuona trito su labbruzze di donne, sia perché le sorelle Castalie si vergognano d’accettarlo? ». Risposi, e rilessi di nuovo, Mopso, i tuoi versi. Allora egli strinse le spalle, e disse: « Che faremo dunque, volendo far mutare opinione a Mopso? ». « Sta con me» dissi, «una pecora carissima che conosci, la quale a mala pena può sopportare le poppe, tanto è abbondante di latte; rumina le erbe da poco brucate sotto l’alta rupe; non unita a nessun gregge, e a nessun ovile avvezza; suol venire spontaneamente, non mai esser tratta a forza alla mungitura. L’aspetto con mani pronte a mungere, ne riempirò dieci vaselli da mandare a Mopso. Tu però attendi intanto ai lascivi caproni e rassegnati a fìggere i denti nelle dure croste ». Così cantavo sotto la quercia con Melibeo, mentre nella capanna cuoceva per noi il poco farro.
Mi trovavo per caso nel nativo antro presso gli irrigui colli ove Sarpina, procace ninfa dai candidi capelli maculati di verde, si fa incontro a Reno. I vitelli brucavano zelanti le frondose ripe, gli agnelli si nutrivano di erbe più tenere, di pruni le caprette. Che cosa fare? Io solo infatti, fanciullo, mi trovavo nel bosco ‒ spinti da vari motivi gli altri erano accorsi in città ‒ e in quel momento non mi davano risposta né Nisa né Alessi, i miei compagni di sempre. Potavo le canne del lago con la ricurva falce, consolazione durante l’attesa, quando il canto di Titiro dall’ombra del lido adriatico, dove fitti e in lunga schiera i pini si levano all’aria e per forza di natura a fiancheggiare i pascoli profumati di mirti e dell’erbe che fioriscono i prati, e dove il fiume Aries non consente che riarsa sia la rena mentre si dirige col suo umido vello verso il mare, mi fu portato da un alito di Euro dolcemente spirante, quell’alito per il quale un canoro profumo diffuso per le cime del Menalo accarezza le orecchie e versa nelle bocche un latte quale da lungo tempo neppure i pastori ricordano esser stato munto, sebbene siano Arcadi tutti. All’udire quel suono gioiscono le arcadiche Ninfe e i pastori, i buoi e gli agnelli e le ispide capre, e, drizzate le orecchie, persino gli asini accorrono; e anche i Fauni arrivano danzando dalla sommità del Liceo. E io dico tra me e me: « Se Titiro canta le pecore e i capri o attira gli armenti, perché mai, stando in città, cantavi un canto cittadino, se un tempo la benacense canna, dando pastoral suono, lasciò il segno sul tuo labbro? Senta per i boschi cantare anche te da contadino ». Detto fatto, posate le canne più grosse, metto mano a quelle più sottili e, col soffiar delle gote, comincio a suonare.
Così, o divino vecchio, ah!, così potrai essere secondo dopo di lui: secondo, tu, o il medesimo, se a Melibeo come a Mopso sia concesso di prestar fede al vate di Samo. Ahimè! Per il fatto che abiti polverosa, squallida dimora e, a ragione indignato, piangi i pascoli del Sarno strappati alle tue greggi, vergogna per l’ingrata città, risparmia al tuo Mopso di bagnare di un fiume di lacrime le guance e non volere, crudele, tormentare te stesso e lui, il cui affetto ti abbraccia ormai stretto stretto, o caro vecchio, come la vite si stringe, abbarbicata con cento spire, tutt’attorno all’alto olmo. O se un giorno tu vedessi di nuovo dalla radice farsi bionda la tua sacra canizie ed esser pettinata dalla stessa Fillide, quanta meraviglia proverai per le uve, volgendo lo sguardo alla tua pergola! Ma, affinché il tempo frapposto a questa gioia non procuri noia, puoi guardare agli antri nei quali trascorro in ozio il mio tempo e chetare con me: canteremo assieme, io per parte mia con flebile canna, tu invece, con la tua autorevolezza, mostrando con più gravità la tua maestria, affinché ciascuno si adegui alla propria età. Il luogo stesso ti invita a venire. Una fonte stillante irriga l’interno degli antri, coperti dai sassi, accarezzati dagli alberi; tutto attorno profuma l’origano e vi si trova anche il fiore del papavero, apportatore di torpore e, come dicono, causa di piacevole oblio. Alessi (e io stesso pregherei Coridone di chiamarlo) ti stenderà un giaciglio di serpillo; Nisa stessa prontamente di buon grado ti laverà i piedi e ti apparecchi era la cena; e intanto Testili ti condirà con polvere di pepe i funghi, domati dal molto aglio ad essi frammisto, se mai lo svagato Melibeo ne avrà raccolti negli orti. Il ronzio delle api ti inviterà a gustare il miele. Coglierai e assaporerai mele simili alle gote di Nisa, e altre, più ancora, risparmierai, trattenuto dalla loro troppa bellezza. Già le edere si arrampicano su per la base degli antri, corone pronte per te. Nessun piacere ti mancherà. Vieni qui; qui verranno quelli che vorranno vederti, giovani e vecchi parrasi, e quelli che, lieti, desiderano ascoltare ammirati i nuovi canti e imparare i vecchi. Costoro ti porteranno caprette selvatiche e maculate pelli di lince, come piaceva al tuo Melibeo.
Vieni qui, e non temere, o Titiro, i nostri boschi poiché, agitate le cime, ti hanno dato la loro parola gli altissimi pini e anche le querce con le loro ghiande e gli arbusti qui non ci sono insidie, non ci sono offese, quante tu credi. Non vuoi affidarti a me che ti ho caro? Disprezzi forse il mio regno? Ma persino gli dèi non si vergognarono di abitare in cavi antri ne sono prova l’achilleo Chirone e Apollo pastore. Mopso, perché vaneggi? Poiché non darà il suo consenso il gentile e benigno Iolla, fintantoché son campagnoli i tuoi doni, e questo antro non è ora più sicuro di quelle sedi, così che là egli preferisca poetare. Ma te quale ardente desiderio della mente incalza affannato, o qual nuova bramosia ti muove? La vergine al fanciullo volge lo sguardo, il fanciullo agli uccelli, gli uccelli alle selve e le selve ai venticelli di primavera; o Titiro, a te volge lo sguardo Mopso: dallo sguardo nasce l’affetto. Disprezzami; allevierò la mia sete al frigio Musone, cioè, questo tu non sai, berrò dal fiume dei miei avi.
Perché tuttavia nel frattempo va in giro muggendo la mia vaccherella? Le pesa forse la quadriflua poppa inumidendole i lombi? Penso che sia così: ecco che mi affretto ad empire le capaci secchie di latte fresco 68, col quale possano ammollarsi i duri tozzi di pane. Vieni al secchio, se a lui tanti vasi manderemo quanti a noi promise Titiro stesso. Ma forse è presunzione inviare latte ad un pastore 69. Mentre parlavo, ecco i compagni, e il sole calava dietro il monte.
Il rapido Eoo scopertosi del colchico vello e gli altri alipedi traevano il bel Titano. L’orbita, dove comincia a declinare dal culmine, teneva alla pari tutte le ruote del carro, e le cose illuminate, solite a essere superate dalle ombre, erano delle ombre maggiori e facevano fervere i campi. Per ciò Titiro e Melibeo commiserando entrambi gli armenti e sé stessi si rifugiarono in una selva, una selva di frassini fitta di tigli e di platani. E qui, mentre le pecore e insieme le caprette giacciono sull’erba silvestre, mentre aspirano l’aria con le narici, Titiro protetto dalle foglie di un acero riposava stanco, perché vecchio, su fiori di soporifero odore, e Alfesibeo stava appoggiato, per parlare, a un nodoso bastone divelto dal tronco d’un pero. « Titiro », diceva « non mi meraviglio che le menti degli uomini tendano alle stelle, di dovevennero, quando novelle entrarono nei nostri corpi, che piaccia di far risuonare il Caistro ai nivei uccelli, lieti della serenità dell’aria e della valle palustre, che i pesci del mare s’adunino e lascino il mare, dove i fiumi raggiungono i confini di Nereo, che le tigri ircane macchino di sangue il Caucaso, che la serpe libica spazzi le arene con le squame, poiché a ciascuno piacciono le cose conformi alla propria vita, ma mi meraviglio, e si meravigliano con me tutti gli altri pastori che abitano i campi siculi, che a Mopso piacciano gli aridi sassi dei Ciclopi sotto l’Etna ». Aveva detto, e già arriva Melibeo accaldato e balbettante per l’affanno e a fatica « Ecco Titiro », disse. Risero dell’affanno giovanile i vecchi, come i Sicani risero di Sergesto staccato dallo scoglio. Allora il più vecchio levò la chioma canuta del verde cespuglio e a lui che soffiava con le narici dilatate disse: « O troppo giovane, qual nuova ragione ti ha indotto ad angosciare così con la rapida corsa i mantici del petto? ». Quegli non rispose nulla, ma quando fu accostato alle labbra tremanti il flauto di canna, che allora teneva, non ne venne alle nostre avide orecchie un suono semplice, ma, dopo che quel ragazzo s’affaticò per trarne un suono di flauto, ‒ dirò cose mirabili, ma tuttavia vere ‒ il flauto cantò: « Sotto gli irrigui colli dove la Sarpina al Reno»; e se avesse emesso tre soffi oltre quelli emessi, avrebbe allietato con cento versi i taciti pastori. Titiro e con lui Alfesibeo avevano inteso: e le parole di Alfesibeo son rivolte a Titiro: « Così tu, venerando vecchio, oseresti lasciare i roridi campi del Peloro, per andare nell’antro del Ciclope?». Quegli: « Perché dubiti di ciò? Perché, o carissimo, mi saggi? ». «Perché dubito? Perché saggio? », risponde allora Alfesibeo: « non t’avvedi che il flauto è diventato per virtù di un dio canoro e simile alle canne nate dal mormorio, dal mormorio che rivelava la vergogna delle tempia del re che per ordine di Bromio colorò la rena del Pattolo? Perché t’inviti al lido coperto di pomice etnea, non credere, fortunato vecchio, a falso favore, e abbi pietà delle Driadi del luogo e dei tuoi armenti. Te assente piangeranno i monti, te le nostre selve, te i fiumi, e le Ninfe che con me temono il peggio, e finirà l’invidia che ha ora il Pachino: anche noi pastori avremo dolore d’averti conosciuto. Fortunato vecchio, non privare del tuo nome duraturo le fonti e i pascoli noti. « O meritatamente più che metà di questo petto » ‒ e toccò il suo ‒ disse il vecchio Titiro, « Mopso a me unito da pari amore per quelle che timorosamente fuggirono Pireneo iniquamente cupido, credendo che io dimori i liti a destra del Po e a sinistra del Rubicone, dove Adria chiude la terra emiliana, ci celebra i pascoli del lito etneo, ignaro che noi due viviamo sulla tenera erba di un monte trinacrio, del quale altro non pasce più pinguamente greggi e armenti fra i monti siculi. Ma benché i sassi etnei sian da posporre al verde Peloro, ci andrei per vedere Mopso, lasciato qui il gregge, se non temessi te, Polifemo». «Chi non avrebbe orrore di Polifemo », disse Alfesibeo, « avvezzo a macchiarsi il grifo di sangue umano, già da quel tempo quando Galatea lo vide sbranare le visceri dell’abbandonato Aci, ahi misero. A mala pena essa scampò: sarebbe forse valsa la forza dell’amore, quando la feroce rabbia schiumava di sì grande ira? A che, se Achemenide potè a fatica trattenere lo spirito a solo vederlo insanguinato della strage dei compagni. Ah! vita mia, ti prego non mai un sì crudele desiderio t’incalzi, che il Reno e quella Naiade rinchiudano questo luminoso capo, per cui il potatore già s’affretta a scegliere le foglie perenni sull’alta vergine ». Titiro sorridendo e con tutta l’anima concorde ascoltò silenzioso le parole dell’allevatore del numeroso gregge. Ma poiché i cavalli del sole solcavano l’aria così bassi che già tutte le cose la loro ombra superava di molto, i portatori di verga lasciate le selve con la gelida valle ritornarono dietro i loro armenti, e le ispide caprette andavano innanzi quasi tornassero ai teneri prati. Intanto si nascose nei pressi l’astuto Iolla, che ascoltò ogni cosa, che ogni cosa mi riferì: e quegli disse a me e io a te, o Mopso.
[1] Nativo di Bologna e insegnante allo Studio di quella città, come attestano alcuni documenti del 1322-23 e non posteriori al 1327, fece parte del celebre gruppo di preumanisti riuniti a Padova intorno alla personalità dello scrittore Albertino Mussato, al quale Giovanni del Virgilio inviò un’ecloga. Esperienza, quella del cenacolo, che di certo si riflette sul discorso del grammatico, volto ad una restaurazione classicista della lingua che caratterizzerà il gusto e le scelte del nuovo umanesimo quattrocentesco.
Comunque la fama di Giovanni del Virgilio (soprannome che egli si acquistò quale ammiratore del grande poeta latino) è legata sostanzialmente alla sua corrispondenza con Dante e all’epitaffio scritto per la morte del poeta; anche se di lui ci rimangono alcuni lavori legati alla sua attività di maestro (due commenti ovidiani — le Allegorie e le Esposizioni —, un’Ars dictaminis, rinvenuta in un codice della Biblioteca Nazionale di Napoli), altri testi minori e una corrispondenza poetica — il Diaffonus — con un certo ser Nunzio marchigiano. Sulla figura del grammatico bolognese si veda G. Martellotti, v. Giovanni del Virgilio, in Enciclopedia dantesca, III, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1971, pp. 193-194.
[2] Sull’adesione di Dante all’opera e al pensiero virgiliano e sugli stretti legami tra i due scrittori si leggano le interessanti osservazioni di E. Paratore, contenute in L’eredità classica in Dante, citato nella Nota bibliografica.
[3] Sull’autenticità degli ultimi tre versi della seconda ecloga dantesca (dove si fa, appunto, riferimento al «callidus... Iollas»), che alcuni critici hanno voluto mettere in dubbio per l’improvviso e quasi arbitrario distacco dal carme bucolico, cfr. G. Reggio, Le egloghe di Dante, cit. nella Nota bibliografica, pp. 49-53.
[4] «La scena della seconda egloga di Dante si apre con l’indicazione della stagione e dell’ora (altra mossa, questa, tutta dantesca): siamo nell’ora del mezzogiorno in avanzata primavera ‒ il sole è uscito dalla costellazione dell’Ariete ‒ quando arriva Melibeo portando il canto di Mopso. Non c’è ragione di credere che l’inizio dell’egloga non corrisponda ad una realtà. Può darsi senz’altro che verso la fine di aprile o forse al principio di maggio sia stata recapitata a Dante l’egloga di Giovanni del Virgilio, ma il Poeta, secondo la testimonianza del Boccaccio, non mette mano alla risposta che un anno dopo e forse anche più... »: cfr. G. Reggio, op. cit., p. 17. Chiara e illuminante è la trattazione del critico riguardante i problemi della cronologia delle Egloghe, in op. cit., pp. 13-20.
[5] Si rimanda agli studi riguardanti la falsificazione citati nella Nota bibliografica.
[6] Cfr. G. Martellotti, v. Egloghe, cit., nella Nota bibliografica.
[7] Cfr. N. Sapegno, Dante Alighieri, in Storia della letteratura italiana, II, Milano, Garzanti, 1965, p. 80.
[8] Sui manoscritti delle Ecloghe dantesche fondamentale è l’indagine di G. Folena, La tradizione delle opere di Dante Alighieri, op. cit., pp. 36-39. Inoltre il codice si può leggere in riproduzione fototipica a cura di G. Biagi, Lo zibaldone boccaccesco... riprodotto in facsimile, Firenze, Olschki, 1915. Lo Zibaldone Laurenziano, che costituisce una preziosa fonte di glosse, è da noi citato con l’indicazione « L ».
[9] Giovanni del Virgilio nel 1319 invia a Dante un’epistola in 51 esametri rimproverandolo, pur nella devota ammirazione per la sua arte, di scrivere in volgare (Carmine laico) e invitandolo, quindi, a cantare in lingua latina per guadagnarsi l’ammirazione dei dotti. Gli propone per l’occasione quattro temi di storia contemporanea: la spedizione di Arrigo VII, le vittorie di Uguccione della Faggiola contro i Fiorentini e di Cangrande della Scala sui Padovani, l’assedio di Genova.
[10] Così poetando, Dante avrebbe acquisito fama universale e Giovanni del Virgilio, augurandosi una sua pronta risposta, si dichiara ben lieto di presentare i suoi scritti alla scuola di Bologna.
[11] Pieridum: le Muse. Le Pieridi, figlie del re Piero o, secondo altri, del monte Piero in Macedonia, vinte in una gara poetica dalle Muse, furono mutate in gazze da Apollo e il loro nome passò poi alle loro rivali.
[12] orbem... letifluum: è il mondo dei vivi attraverso cui scorre la morte. Il glossatore laurenziano intende: « idest corruptum seu mortiferum, ut infernus »; ma Vorbis letifluus non è solo l’Inferno, bensì il mondo dei morti in generale. Orbem, inoltre, è oggetto contemporaneamente di mulces e di tollere.
[13] vitali... ramo: si intende comunemente l’alloro, visto come simbolo della fama poetica; o forse il ’ramo pieno di vita’ è, allegoricamente, la doctrina che « aiuta gli uomini ad uscire dalla selva del peccato ed a percorrere l’arduo sentiero della vera sapienza senza la quale non c’è salvezza » (Cecchini, p. 653).
[14] triplicis... sortis: le sedi della triplice sorte, cioè dei dannati (l’Inferno), dei pentiti (il Purgatorio) e dei beati (il Paradiso): cfr. sotto, I, 4-5; confinia è usato nel significato tipicamente post-classico e medievale di sedes o fines.
[15] sontibus... astripetis: il glossatore annota: « idest peccatoribus... idest purgantibus se ».
[16] Orcum... epiphoebia regna: l’Orco è l’oltretomba, cioè l’Inferno; il Lete è il fiume che simboleggia la cancellazione dei peccati e quindi la redenzione del peccatore (cfr. Dante, Purgatorio, XXVI, 108); epiphoebia regna rappresentano l’Empireo, sede dei beati.
[17] seria: neutro sostantivato. Classicamente contrapposto spesso a ioci o ioca; qui significa ’argomenti di alta levatura’.
[18] pallentes: perché dediti alle fatiche dello studio (cfr. L: «pro studio»). L’immagine del pallore come spia della dedizione allo studio è ricorrente nella letteratura latina (l’Albini-Pighi, p. 82, ricorda a questo proposito il pallidam Pirenen di Persio, prol. 4 e il pallere di Giovenale, VII, 97).
[19] ex te vate: « cioè da te poeta e precisamente in versi latini, come ben si determina da quel che segue, ai vv. 15-24 » (Albini-Pighi, p. 82).
[20] pandum... movebit: c’è un riferimento qui alla favola di Arione, poeta e musico greco del 600 a. C. Minacciato di morte da alcuni marinai durante un viaggio in mare, chiese ed ottenne di potere per l’ultima volta suonare la lira; ma, lanciatosi tra le onde, fu salvato da un delfino che, commosso dal suono, lo prese in groppa e lo portò a terra (cfr. Ovidio, Fasti, II, 79 segg.). Per quanto riguarda movebit, alcuni critici preferiscono la lezione movebis, presente in tutti i manoscritti (« A mio avviso movebis è non solo difendibile, ma, sotto un certo aspetto, meno sospettabile, in quanto lectio difficilior - e nulla ci impedisce di credere che movebit sia congettura banalizzante di un lettore, registrata dal Boccaccio insieme con le glosse »: cfr. Cecchini, p. 654), benché in L vi sia una correzione, di seconda mano, della s finale in t.
[21] Davus: maschera del servo della commedia attica nuova (cfr. Terenzio, Andria, 194: «Davos sum, non Oedipus»).
[22] ambiguae Sphingos: il mostro favoloso tebano che sottoponeva enigmi ai passanti della strada che da Delfo portava a Tebe, gettando in mare coloro che non riuscivano a scioglierli.
[23] idiota: non versato nelle lettere, incolto, rozzo.
[24] secreta... Platoni: nel Timeo (V 27c-IX 37C) Platone cercò di risalire all’origine del cosmo interpretando il movimento dei cieli e le orbite dei pianeti.
[25] quae tamen... pelleret orbe: controversa è l’interpretazione complessiva di questi due versi. Alcuni critici ritengono - l’Albini, in particolare, fonda la propria tesi su aneddoti riportati dal Sacchetti nelle novelle 114-115, in cui vengono puniti, in quanto volgarizzatori improvvisati di Dante, un fabbro ed un asinaio ‒ che il distico attesti la già avvenuta pubblicazione di gran parte della Commedia e la sua conseguente storpiatura nei triviis da parte di qualche comicomus nebulo; il nunquam digesta, poi, riprenderebbe il «quando sarà digesta» di Dante (Paradiso, XVII, 132) e avvalorerebbe l’ipotesi avanzata (cfr. Albini ‒Pighi, p. 82). Il Casini, invece, sostiene che « il gracchiare del giullare pei trivii non può riferirsi a recitazioni di canti danteschi; ma è manifesta allusione ai poemetti volgari del secolo xiii (Giacomino da Verona, Atrovare reggiano, ecc.) ove erano popolarmente descritti i regni della nostra gente » (cfr. T. Casini, rec. a F. D’Ovidio, Studi sulla « Divina Commedia », citato da A. Rossi, Il carme di Giovanni del Virgilio a Dante, op. cit., p. 177). Il Cecchini, a sua volta, riprende la tesi di A. Rossi che « vede in questo passo... una polemica allusione ai saccenti detrattori della poesia i quali, appellandosi a Platone e Sant’Agostino, avrebbero voluto pellere urbe..., cioè mettere al bando i poeti » (cfr. Cecchini, p. 655). Flaccum è naturalmente Orazio, considerato non solo sul piano individuale e soggettivo (si tenga presente la Satira I, IX, soprattutto i vv. 31‒34, in cui si allude alla figura del seccatore), ma come « autore paradigmatico per chi, come il del Virgilio tratti questioni letterarie in un’epistola metrica » (Cecchini, p. 656), simbolo massimo, quindi, per il grammatico bolognese, dell’arte elevata.
[26] Carmine sed laico: cioè in versi volgari.
[27] clerus: cioè i letterati, i dotti, contrapposti ai laici, gli illetterati, i rozzi.
[28] cum... mille: Dante nel De vulgari eloquentia, I, 10, parlando del volgare italico, lo diversifica in almeno quattordici volgari. Anzi aggiunge: « Que adhuc omnia vulgaria in sese variantur, ut puta in Tuscia Senenses et Aretini, in Lombardia Ferrarenses et Piacentini... » (Ed ancora ciascuno di tutti questi volgari si diversifica in se stesso, come per esempio nella Toscana Senesi ed Aretini, nella Lombardia Ferraresi e Piacentini...).
[29] quos... sextus: c’è qui un preciso riferimento a un episodio del IV canto dell’Inferno: Dante, accompagnato da Virgilio, incontra nel limbo « la bella scola », di cui fanno parte gli autori più amati del Medioevo, cioè Omero. Orazio, Ovidio, Lucano e lo stesso Virgilio, che invitano il poeta ad entrare nella loro schiera (« e più d’onore ancora assai mi fenno / ...sì ch’io fui sesto tra cotanto senno»: cfr. Dante, Inferno, IV, 102‒104).
[30] nec... caelo: glossato « scilicet Statium ». Si tratta del poeta latino Stazio (1 sec. d. C), autore della Tebaide, con cui Dante compie una parte dell’ascesa al monte del Purgatorio (cfr. Dante, Purgatorio, XXI). Sulla scia del Martellotti, invece, il Brugnoli ‒Scarcia (p. 13) vi legge semplicemente un’allusione a Virgilio.
[31] descripsit: usato qui in senso assoluto, nel significato, cioè, di scripsit.
[32] censor liberrime vatum: anche l’Albini‒Pighi (p. 83), ritenendo « inverisimile e strana la restrizione per cui Dante si riduce a riprenditore [censor] di poeti », considera vatum genitivo dipendente da liberrime e traduce: «o censore liberissimo tu tra i poeti ». Il Bolisani‒Valgimigli, invece, virgola dopo censor, che diventa, così, predicativo di fabor. Lezione, questa, preferita anche dal Pighi.
[33] Nec... apris: immagine ripresa dal Vangelo (cfr. Matteo, VII, 6: « Nolite dare sanctum canibus: neque mittatis margaritas vestras ante porcos, ne forte conculcent eas pedibus suis et conversi dirumpant vos »). Come nei testi sacri i cani e i porci, considerati animali impuri, simboleggiano la gente indegna a cui non è conveniente comunicare le verità del Vangelo, perché non potrebbero comprenderle, così il del Virgilio ribadisce che solo ai dotti compete la comprensione dei testi letterari.
[34] Castalias... sorores: le Muse, così denominate dalla fonte Castalia sul Parnaso, le cui acque, a loro consacrate e ad Apollo, servivano alle libagioni in Delfi.
[35] Carmine vatisono: contrapposto a Carmine laico del v. 15, indica la poesia latina (vatisono è forma prettamente medievale e non compare nei testi antichi).
[36] sorti... utrique: L: « scilicet ytalico et aliis nationibus »; ma più opportunamente, come intendono anche l’Albini‒Pighi (p. 84) e il Cecchini (p. 657), ’comune all’uno e all’altro ceto’, cioè al volgo e ai dotti.
[37] Iovis armiger: l’espressione, mutuata da Virgilio (Aeneis, V, 255), simboleggia l’autorità imperiale e si riferisce all’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, morto nel 1313. Lo Scolari preferisce, invece, vedere nell’armiger Cangrande della Scala (vicario imperiale a partire dal 1311), lezione accolta con favore anche dal Pighi (cfr. Albini‒Pighi, p. 84) ; mentre per Brugnoli e Scarcia (p. 16) l’immagine indicherebbe in senso lato l’impero e il verso costituirebbe un invito a « cantare vicende politiche in genere ». Sulla figura di Arrigo VII e sull’ammirazione riposta in lui da Dante, fino a considerarlo il possibile salvatore dell’Italia si vedano le Epistole V, VI, VII e soprattutto il Paradiso, XXX, 137 segg., in cui Dante « dice d’aver visto nell’Empireo il seggio a lui destinato; e ciò tanto più fa meraviglia quando si pensi che quei versi furono sicuramente scritti quando da vari anni Arrigo era morto e i suoi piani di riassetto dell’Italia disastrosamente falliti » (cfr. G. Siebzehner‒Vivanti, Dizionario della « Divina Commedia », a cura di M. Messina, Milano, 1965, v. «Arrigo VII», pp. 48‒49).
[38] flores: cioè i Fiorentini.
[39] lilia... arator: si allude qui alla sconfitta subita dai Guelfi a Montecatini il 29 agosto 1315 ad opera del capitano ghibellino Uguccione della Faggiuola (arator), vicario imperiale a Genova. (Secondo Pézard Varator, annotato per altro dal glossatore laurenziano « uguicio », nasconderebbe invece il personaggio di Carlo di Valois [1270‒1325], che nel 1302 cacciò i Bianchi da Firenze). Lilia (’gigli’) sono propriamente il simbolo della casa di Francia, ripreso poi come emblema dal partito guelfo e in seguito da Firenze. Sul termine arator, comunque, si vedano le annotazioni del Brugnoli‒Scarcia (p. 17).
[40] Phrygios... molosso: Phrygios damas sono i Padovani (così detti in quanto, secondo la leggenda, Padova fu fondata dal frigio Antenore) laceratos, sconfitti cioè da Cangrande della Scala, divenuto Capitano generale della Lega ghibellina dal 1318. Abile politico, dopo lunghe e sanguinose lotte (1311, 1314, 1317, 1319). Cangrande riuscì a vincere definitivamente i Padovani nel 1328, approfittando delle discordie tra le varie città. Ottenuta dall’imperatore la città di Mantova con la fortezza di Peschiera, aspirava alla formazione di un vasto stato; mire distrutte dalla morte precoce avvenuta nel 1329. Sulla figura di Cangrande, che Dante reputa il principe ideale, cfr. Paradiso, XVII, 76 segg. (a lui, peraltro, è dedicata tutta la cantica).
[41] Ligurum... Parthenopeas: si tratta delle flotte napoletane del re Roberto d’Angiò (re di Napoli dal 1309 al 1343), che, costrette d’assedio a Genova nel 1318, riuscirono il 5 febbraio 1319 a liberarsi dall’accerchiamento dei Ghibellini.
[42] Alcidae... Gades: le colonne d’Ercole. Dal termine gadis, sinonimo di limes, deriva il nome Gades, Cadice (Alcidae in quanto Ercole è discendente da Alceo). Tutta l’espressione significa quindi, fuori di metafora, che il poema di Dante supererà ogni confine e diverrà famoso ovunque, se sarà scritto in un linguaggio elevato.
[43] relegens: sul termine relegens nell’accezione di ’devoto’ si leggano le osservazioni del Cecchini (p. 659).
[44] Hister: nome greco del Danubio.
[45] Pharos: Faro, isoletta sulle coste dell’Egitto, vicina al porto di Alessandria. Qui indica l’intero Egitto.
[46] regnum... Elissae: il regno di Cartagine era stato fondato da Didone o Elissa.
[47] parvo... limite: cioè nei confini dell’Italia.
[48] Aonidum: le Muse, così denominate perché abitatrici dell’Elicona, montagna ad esse consacrata nella terra Aonia, antica denominazione della Beozia.
[49] vocalis... Maronis: il glossatore laurenziano intende: « idest Virgilii quia Johannes De virgilio dicebatur ». Vocalis va quindi riferito a Giovanni del Virgilio, in quanto il suo nome riprendeva quello del poeta latino; e non, invece, a Virgilio.
[50] Peneis: cioè laureis, d’alloro. Si allude, qui, al mito di Dafne, figlia del dio fluviale Peneo. Fuggita da Apollo, innamorato di lei, ma inseguita e raggiunta dal dio, la ninfa fu mutata dal padre, dietro sue preghiere, in un alloro. Apollo volle poi che il lauro fosse a lui consacrato e servisse ad incoronare i vincitori ed i poeti.
[51] praevectus: lezione del Pasqualigo, preferibile senz’altro a praefectus presente nei manoscritti, sulla scorta anche di un verso virgiliano dell’Eneide, VII, 166: « praevectus equo... nuntius ».
[52] Iam... aures: forse si allude qui ad imminenti azioni di guerra (in particolare, secondo il Battisti, ad una tempesta che investì le armate siciliane e napoletane nel Natale del 1319).
[53] Nereus: figlio del dio Oceano e di Teti, padre delle Nereidi, è il dio del mare.
[54] alios... poeta: « Dante finora è poeta volgare; dev’essere poeta anche per gli altri, cioè per i letterati [alios]; e così sarà poeta per tutti » (Albini‒Pighi, p. 86).
[55] Eridani: nome dato dagli antichi al Po (cfr. Dante, Epistole, VII, 3), perché Fetonte, detto anche Eridano, figlio del Sole, fu precipitato nelle sue acque.
[56] mediamne: vocativo riferito a Dante; è da intendersi nel significato di « colui che è di mezzo fra il fiume e la persona che parla » (Albini‒Pighi, p. 87), cioè Giovanni del Virgilio, rivolto a Dante che dimora nella stessa regione, spera ardentemente in una sua risposta. Alcuni critici più semplicemente intendono mediamne riferito a Dante in quanto il poeta si trova in mezzo al Po, tra i rami del fiume in cui sorge Ravenna. Il Bolisani‒Valgimigli legge, invece, medio amne. Il Pézard, infine, riferisce il termine a Giovanni del Virgilio che vive « sub inriguos colles, ubi Sarpina Rheno obvia fit » (cfr. Ecloge, III, 1‒2).
[57] notis: nel senso, cioè, di litteris, come indica la glossa laurenziana.
[58] strepit... olori: metafora attraverso cui Giovanni del Virgilio (temerarius anser) fa professione di umiltà nei confronti di Dante (arguto olori). Cfr. per l’espressione Dante, De vulgari eloquentia, II, 4, 7: « ...et si anseres natura vel desidia sunt, nolint astripetam aquilani imitari » (e se essi [gli stolti, privi di arte e scienza, che osano cantare le cose più alte] sono oche per natura o per accidia, non ardiscano imitare l’aquila). Si veda anche il celebre verso virgiliano dell’Ecloga IX, 36: «videor... argutos inter strepere anser olores ».
[59] vota: nel senso di ’desideri’: Giovanni del Virgilio auspica che Dante gli risponda Carmine vatisono, cioè con un carme in latino.
[60] Dante, esortato dal del Virgilio, risponde con un’egloga pastorale (68 esametri) d’imitazione virgiliana celandosi sotto il nome di Titiro; Melibeo è invece il suo amico Dino Perini. Mentre i due pastori stanno contando le pecore, giunge la missiva di Giovanni del Virgilio (Mopso, nella finzione bucolica). Melibeo è impaziente di conoscerne il contenuto e Titiro alla fine gli rivela che Mopso lo invita al trionfo poetico, a cingersi cioè d’alloro. Ma non a Bologna vorrebbe egli essere incoronato, bensì a Firenze, quando sarà compiuta la sua Commedia. A Mopso, poi, che lo rimprovera d’usare comica verba, Titiro promette di inviare dieci vasi (vascula) di latte (probabilmente dieci canti del Paradiso) come saggio della sua arte.
[61] in nigris... lituris: albo è neutro sostantivato e indica per metonimia il foglio, che è appunto bianco. Litura significa propriamente ’ cancellatura ’, ottenuta con la parte inversa dello stilo stendendo nuova cera sulla tavoletta; per estensione nigrae lìturae sono i caratteri scritti con l’inchiostro, per cui l’album diventa patiens liturae.
[62] Pierio: il glossatore laurenziano annota: « idest musico », e cioè delle Muse (cfr. « Pieridum », Ecloge, I, i).
[63] demulsa: participio da demulgeo, voce che non si riscontra nei classici.
[64] Forte... capellas: il verso ricalca il primo della settima egloga di Virgilio (« Forte sub arguta consederat ilice Daphnis »). Per quanto riguarda capellas, il glossatore del Laurenziano intende allegoricamente « scolares ». La lettura in chiave allegorica viene ripresa dal Giuliani e dal Bolisani‒Valgimigli come accenno ad uno scambio di scritti poetici tra Dante e Melibeo; e anche dal Brugnoli‒Scarcia (pp. 29‒30) che vi legge un riferimento alla « preoccupazione dell’esilio di Dante e della sua vita grama... o al poema stesso di Dante ». Mentre l’Albini ritiene che « il numerare la greggia alla sera è comune ai pastori, e però è una circostanza che qui giova alla finzione pastorale » (cfr. Albini‒Pighi, p. 88).
[65] Meliboeus: da identificarsi probabilmente in un certo ser Dino Perini, notaio fiorentino esule. Ritornano qui, sul filo di una corrispondenza di ruoli e di situazioni non casuale, che testimonia la sofferta ispirazione dantesca nel rinnovare il genere bucolico, i personaggi della prima egloga di Virgilio: Dante è Titirus (cfr. sotto, v. 6), così come lo era stato il poeta latino; e Meliboeus è appunto quel Perini, esule come il Meliboeus virgiliano.
[66] consciscere: per il glossatore laurenziano equivale a simul scire: interpretazione accettata dalla maggioranza dei critici, anche se il verbo non compare in questo significato nel latino classico.
[67] Mopsus: è Giovanni del Virgilio (il nome bucolico è preso dalla quinta egloga di Virgilio).
[68] sui: nel latino classico eius; l’uso del riflessivo in luogo del dimostrativo è frequente nel latino medievale.
[69] posito... risu: c’è un’irridenza di fondo da parte di Dante nei confronti dell’amico pur caro, ma non ritenuto evidentemente all’altezza di conoscere certi argomenti.
[70] tua cura... turbet: i versi rivelano come il Perini si dolesse della mala cernila (cfr. più sotto, duris crustis, v. 66) a cui era costretto: allegoricamente, secondo alcuni critici, tutta l’espressione potrebbe significare il rancore del Meliboeus dantesco per non poter sedere al banchetto della scienza, in quanto non sufficientemente in essa versato, come Dante gli rinfaccia più volte.
[71] Pascua: propriamente i pascoli dell’Arcadia; cioè, secondo il glossatore, lo stile bucolico. Mentre secondo altri il termine indicherebbe sotto metafora la poesia latina o gli studi letterari in genere.
[72] Maenalus: montagna dell’Arcadia, sacra a Pan, dio delle gregge e dei pascoli.
[73] declivi: genitivo da una forma post‒classica in ‒us.
[74] celator solis: che nasconde, cioè, la verità, poiché la poesia bucolica è allegorica, come sottolinea la glossa laurenziana.
[75] inpicta: inpictus è voce del latino medievale.
[76] rorans alveolus: secondo il glossatore, indica allegoricamente uno stile umile, in confronto allo stile bucolico virgiliano.
[77] quas mons... edit: L: « idest a bucolico stilo altiore Virgilii »; altri pensano invece all’Eneide.
[78] hominum... labores: è immagine mutuata da Virgilio (cfr. Georgicon, I, 118: « hominumque boumque labores»).
[79] armenta: il glossatore interpreta « scolares », cioè discepoli: è evidente l’allegoria che riprende quella dei versi precedenti.
[80] nutent... decantat: uso anomalo, rispetto al latino classico, di nuto transitivo e di decanto intransitivo.
sua: sta per illius (cfr. la nota 8).
[81] sua: sta per illius (cfr. la nota 8).
[82] vagulis... capris: prodiscere è forma non presente nel latino del periodo classico. ‒ vagulis capris sta per vagis capellis (frequente è nel latino medioevale il passaggio del diminutivo dal sostantivo all’aggettivo).
[83] Montibus Aoniis: i monti dove vivono le Muse (cfr. Ecloge, I, 36, nota 38).
[84] quot: non nel significato classico di ’ ogni ’, ma di ’ molti ’, come chiarisce la postilla laurenziana.
[85] causarum... doceri: sono le discipline giuridiche (c’è un richiamo al v. 4 del canto XI del Paradiso: « Chi dietro a me e chi ad aforismi / sen giva... »).
[86] sacri nemoris: come precisa la glossa laurenziana, si tratta del Parnaso, il monte, situato nella Grecia centrale presso Delfi, sacro alle Muse e ad Apollo.
[87] perpalluit: per lo studio intenso, come spiega il glossatore (cfr. pallentes, in Ecloge, I, 7; o anche Dante, Purgatorio, XXXI, 140‒141: « Chi pallido si fece sotto l’ombra / sì di Parnaso o bevve in sua cisterna... ? »).
[88] Vatificis: voce assente nel latino classico.
[89] lacte canoro: il latte delle Muse, cioè l’ispirazione poetica (cfr. sopra, v. 2).
[90] me vocat... cretas: « È sopra tutto notevole che Dante riepiloga in questo verso il carme di Giovanni del Virgilio e lo intende e lo formula come un invito alla corona d’alloro » (Albini‒Pighi, p. 91). ‒ versa Peneide: si allude al mito di Dafne, figlia di Peneo, trasformata in alloro (v. Ecloge, I, 38, nota 40).
[91] tempora... habebis: la postilla laurenziana spiega: « idest numquam coronaberis ».
[92] quoque: per il commentatore vale « et ».
[93] insomnem: nel codice laurenziano si ha insonem che il glossatore spiega «idest sine fama»: «tale lezione è inammissibile, non soltanto per motivi morfologici (con l’esempio di decine di aggettivi in ‒sonus, perché Dante avrebbe dovuto coniare uno in ‒sonis?) e prosodico‒metrici (la o di sonus dovrebbe essere abusivamente misurata come lunga), ma anche per la totale incompatibilità con il testo » (Cecchini, p. 666).
[94] colles et prata: L: « pro magnos homines... parvos ».
[95] si viridante... ciebo: passo interpretato variamente dalla critica. Ma sembra che il significato complessivo sia quello già proposto dall’Albini e ripreso dal Cecchini: «l’indignazione che prova Dante nel vedere ormai negletta la poesia lo induce per un momento a credere alla possibilità di restituirle prestigio presentandosi allo Studio bolognese nella veste di poeta latino, ed ad immaginarsi il lieto stupore degli ambienti colti per un simile evento; questo è forse anche un modo per non opporre un rifiuto diretto alle proposte di Giovanni del Virgilio, passando a motivare la rinunzia con l’ostilità dell’ambiente guelfo» (Cecchini, p. 666). ‒ viridante coma è il capo del poeta coronato d’alloro (per il Brugnoli‒Scarcia [pp. 18‒39] viridante sarebbe attribuito ai capelli di Dante e indicherebbe il colore della giovinezza); paeana sono i canti in onore di Apollo.
[96] Sed timeam... deorum: è, come spiega il glossatore laurenziano, il timore di conventari Bononie, ’di laurearsi a Bologna’, perché questa città era ostile al “ghibellin fuggiasco” in quanto non riconosceva l’autorità imperiale (ignara deorum).
[97] triumphales: si tratta, cioè, dell’incoronazione poetica con il lauro, a cui Dante aspira.
[98] pexare: voce presente solo nel latino medievale.
[99] patrio: va unito a Sarno del verso successivo; patrio Sarno va poi riferito sia ad abscondere canos, sia a solitum flavescere.
[100] abscondere canos: «sub corona... scilicet capillos».
[101] solitum: sottinteso me.
[102] flavescere: «in senso lato, non di ’essere biondo’ ma di ’esser florido, avere colore e vigor giovanile’ in contrapposto al mesto sfiorire delle canizie» (Albini‒Pighi, p. 93).
[103] Sarno: Dante vuole qui indicare l’Arno e non il fiume campano (cfr. anche l’uso dantesco del termine in De vulgari eloquentia, I, 6, 3 e in Epistole, III, 13; VII, 23‒31), basandosi su un’erronea interpretazione di un verso virgiliano (« ...et quae rigat aequora Sarnus », Aeneis, VII, 738), in cui Sarnus indica invece, a differenza di quanto crede Dante, proprio il fiume della Campania e non l’Arno (cfr. su questo termine G. Brugnoli, s. v. Sarno, in Enciclopedia dantesca, V, 1974)‒
[104] mundi... astricolaeque: mundi circumflua corpora sono i cieli ed astricolae i suoi abitatori, cioè i beati: tutta l’espressione sta a rappresentare, dunque, il Paradiso.
[105] infera regna: cioè l’Inferno e il Purgatorio.
[106] Comica: L: « idest vulgaria ».
[107] attrita: nel Laurenziano si legge uttrita che il glossatore spiega « multum prolata ». L’Albini, invece, attenendosi ad un secondo gruppo di codici, propone l’emendamento in attrita; mentre alcuni critici preferiscono la lezione ut trita, presente in altri codici.
[108] Castalias... sorores: Castalias sorores sono le Muse (cfr. Ecloge, I, 22, nota 24). ‒ acceptare: sottinteso ea, cioè comica verba.
[109] revocare volentes: varie sono le interpretazioni della critica: il glossatore del Laurenziano, e con lui il Dionisi, intese revocare nel senso di ’far tornare a scrivere’ (« idest si nicil respondemus nicil amplius mictet nobis »); altri (Ponta, Pasqualigo, Macrì‒Leone) nel senso di ’far ricredere’’: « Non mi par dubbio che questa è la vera: la benevolenza di Mopso era piena e certa; Melibeo pensa come si potrebbe fare per averlo anche arrendevole a ciò che Titiro vuole a ogni modo, concedat Mopsus » (Albini‒Pighi, p. 94).
[110] ovis gratissima: alcuni critici hanno voluto leggervi, fuori di metafora, la poesia bucolica di Virgilio o quella pastorale in genere (il glossatore laurenziano intende: « Carmen bucolicum »); altri, con più ragione, la poesia in volgare o il Paradiso o la Commedia tutta. Sui problemi inerenti a questo verso si veda, comunque, G. Reggio, Le egloghe di Dante, op. cit., pp. 21‒28.
[111] decem... vascula: espressione strettamente congiunta all’ovis gratissima del v. 58, che ne determina l’interpretazione: per chi intende l’ovis gratissima nel senso di « Carmen bucolicum » i decem vascula sarebbero dieci egloghe che Dante si propone di comporre ed inviare a Giovanni del Virgilio; considerando invece l’ovis allegoria della Commedia, i decem vascula rappresentano dieci canti del Paradiso che Dante invia al grammatico bolognese per farlo ricredere riguardo alla lingua volgare (cfr. sopra, revocare, v. 57).
[112] duris crustis: le ’dure croste’ simboleggiano probabilmente gli studi più elevati.
[113] Giovanni del Virgilio (Mopso) riprende nella risposta (un’egloga costituita da 97 esametri) lo stile bucolico virgiliano e lo scenario pastorale. Dopo il canto di Titiro, anche Mopso si cimenta nella poesia pastorale al suono della zampogna. Elogia l’arte di Titiro, emulo di Virgilio, compiange la sua sorte di esule e nuovamente lo invita a Bologna, dove sarà accolto da un coro festante di suoi discepoli ed amici. Da una mucca che pascola vicina Mopso s’affretta, poi, a mungere altrettanti vascula di latte da rendere a Titiro.
[114] nativo... antro: il glossatore laurenziano intende Bologna, sede di Giovanni del Virgilio, situata appunto tra il torrente Savena (Sarpina), diviso in due rami e il Reno (cfr. Dante, Inferno, XVIII, 61 ed anche Ecloge, IV, 41).
[115] iuvenci... capellae: iuvenci è glossato « scolares maiores », cioè gli scolari che sono più avanti negli studi; agnae, annotato « scolares minores » (fermi, cioè, ai primi rudimenti), brucano mollia, ’erbe tenere’; mentre capellae sono « scolares mediocres », ’di scarsa levatura’, e si nutrono di dumosa, cioè di cespugli.
[116] Quid facerem?: calco virgiliano (cfr. Virgilio, Ecloga, VII, 14).
[117] Nisa... Alexis: per il glossatore indicano una serva (« famula ») e un servo («famulus»). I due nomi richiamano comunque due personaggi delle egloghe virgiliane: Nisa è l’amante infedele dell’egloga VIII, mentre Alexis è il famoso pastore della II, amato da Coridone.
[118] hydraules: forma non presente nel latino classico (calami ydraules sono le canne che si trovano lungo le sponde dei fiumi con cui si costruiscono flauti e zampogne).
[119] falce recurvella: L: « idest moderatorio »; il moderatorium era « una specie di coltellino che serviva come raschietto per le cancellature e per temperare le penne » (Cecchini, p. 674). ‒ recurvellus è forma alterata che non compare nel latino classico (il diminutivo, secondo il latino medievale, è passato dal sostantivo all’aggettivo: cfr. anche vagulis... capris, Ecloge, II, 26, nota 22).
[120] cunctae: voce medievale per cunctationis.
[121] resonantem Tityron: retto da rettulit del v. 17. ‒ resonantem è usato in senso assoluto.
[122] densae... pinus: si allude a Ravenna.
[123] caelo genioque locali: il glossatore annota: «idest naturaliter, sine hominis labore vel opera », cioè per il clima e per le caratteristiche naturali del luogo.
[124] halida: voce del latino medievale; equivale al classico « spirantia », come indica il codice laurenziano.
[125] Aries fluvialis: il fiume Montone, che discende dall’Appennino e attraversa la pineta ravennate, prima di buttarsi in mare.
[126] leva: classicamente « leviter », come annota il glossatore.
[127] vocalis odor: l’ecloga di Dante è come un profumo armonioso che colpisce, per sinestesia, non l’olfatto ma gli orecchi.
[128] Maenala: il monte Menalo nell’Arcadia (cfr. Ecloge, II, 11, nota 12). Viene rappresentato qui e nelle immagini seguenti l’ambiente della poesia classica.
[129] lac: cfr. Ecloge, II, 31‒32.
[130] gregium: classicamente gregum.
[131] decursant: neologismo del latino medievale.
[132] Lycaei: monte del Peloponneso a sud dell’Arcadia, sacro a Pan. Vi si celebravano in suo onore i giochi licei, consistenti in corse a piedi ed a cavallo.
[133] Benacia... fistula: la zampogna (fistula) è detta Benacia con un chiaro riferimento a Virgilio (Benacia è infatti glossata « virgiliana »), in quanto dal Benaco nasce il Mincio che forma i laghi di Mantova, patria appunto del grande poeta latino. ‒ pastorale è neutro avverbiale.
[134] detrivit... labrum: cfr. Virgilio, Ecloga, II, 34: «calamo trivisse labellum ».
[135] audiat: il soggetto sottinteso è evidentemente Titiro.
[136] calamis maioribus: è lo stile più elevato.
[137] inter: L: « interim ».
[138] tenues: sott. calamos, scrivendo cioè in stile bucolico (si contrappone a maioribus).
[139] ab illo: cioè, dopo Virgilio.
[140] Samio... vati: si tratta di Pitagora (nato a Samo nel 569 a. C), che elaborò la teoria della metempsicosi.
[141] pulvereo... scabro: l’Albini interpreta tegmen come tabernacla dell’egloga II, v. 68 e traduce ’ostello’. Per Cecchini (p. 677), invece, « il tegmen di cui si parla sarà piuttosto il mantello (accezione assai più usuale e propria) dell’esule, definito ben a ragione polveroso e ruvido », per cui traduce ’in veste polverosa ed aspra’.
[142] singultes: annotato « quia exul »; singulto è qui usato transitivamente.
[143] Sarni: cfr. Ecloge, II, 44, nota 43.
[144] urbi: si tratta di Firenze.
[145] crucia: L: «pro crucieris ».
[146] flavescere... tuo: riprende i versi 42 ‒44 della seconda egloga.
[147] Phyllide: è Firenze personificata (mentre secondo alcuni critici il nome adombrerebbe Gemma Donati, la moglie di Dante).
[148] tegetes: il glossatore del Laurenziano interpreta « tiguria », cioè ’capanna’ ; tegetes, però, significa propriamente ’stuoie di giunchi ’, per cui « avendo subito appresso uvas, s’intendono bene per quelle canne intrecciate su cui sale la pergola» (Albini‒Pighi, p. 99).
[149] intermedium... tempus: è il tempo che ancora intercorre prima che il poeta possa ritornare in patria, a Firenze.
[150] ne quem... aetas: cioè il giovane suonerà levi calamo e il vecchio, che ha più esperienza e saggezza, gravitate.
[151] Fons umidus: L: « studium indeficiens », cioè ’che non viene mai a mancare’, ’duraturo’.
[152] antra: L: «idest scole».
[153] virgulta: il glossatore intende: «idest fabule poetice ».
[154] origanum: simboleggia la filosofia, come intende il glossatore laurenziano.
[155] herba papaveris: glossato: « idest delectatio supradictarum rerum ».
[156] aiunt: sogg. sottinteso sono i medici o i poeti, come precisa il glossatore.
[157] Serpylla: varietà di timo.
[158] Corydon: personaggio virgiliano, protagonista con Alessi della seconda egloga (cfr. Virgilio, Ecloga, II, 1; 65. Cfr. anche sopra, Ecloge, III, 8, nota 4).
[159] Thestylis: è la cuoca della seconda egloga di Virgilio («Thestylis... / alia serpullumque herbas contundit olentis »: cfr. Virgilio, Ecloga, II, 10‒11).
[160] fungos: L: «idest dieta antiquorum magistrorum ».
[161] permixta... allia: il del Virgilio ritiene erroneamente che l’aglio possa agire da antidoto nei confronti dei funghi velenosi (l’immagine metaforica vuole sottolineare come talvolta l’insegnamento degli antichi possa rivelarsi fuorviante ed ingannevole).
[162] Meliboeus: glossato: « idest stultus doctor ». Si tratta di Dino Perini (cfr. Ecloge, II, 4, nota 5).
[163] susurri: il glossatore: «idest sententias fabularum poetarum », dove per « sententias » ci aspetteremmo un nominativo.
[164] Poma : L : « idest documenta ».
[165] nimio... decore: cioè, troppo belle per essere mangiate.
[166] parrhasii: L: « montis Arcadie ».
[167] nova... antiqua: « nova saranno i carmina latini di Dante, antiqua i testi dei poeti classici che egli potrà autorevolmente commentare » (Cecchini, p. 679). Per il Lidonnici (p. 13), invece, carmina nova sono i versi della Commedia, mentre carmina antiqua si riferiscono ai versi latini degli antichi scrittori.
[168] nostros... saltus: cfr. Ecloge, II, 41.
[169] pinus... arbusta: pinus è glossato « maiores »; quercusque: « mediocres »; arbusta: « minores ».
[170] Sunt... sub antris: cfr. Virgilio, Ecloga, II, 19, 60.
[171] Achilleus Chyron: Chirone, centauro esperto nella musica, nell’arte medica e divinatoria, fu educatore di parecchi eroi tra cui, appunto, Achille.
[172] pastor Apollo: Apollo, punito da Giove per aver ucciso i Ciclopi, fu esiliato sulla terra, dove custodì per qualche tempo gli armenti di Admeto, re di Fere, in Tessaglia.
[173] Mopse: il glossatore commenta: « loquitur sibi ipsi auctor ».
[174] Iollas: è Guido da Polenta, signore di Ravenna, che con grande generosità ospitò l’esule Dante (cfr. Virgilio, Ecloga, II, 57).
[175] tabernaclis: cfr. Ecloge, II, 68.
[176] quis: sta per « quibus ».
[177] te: cioè Mopso.
[178] Phrygio Musone: il Musone propriamente è un piccolo fiume che scorre nel Padovano (cfr. la nota a Ecloge I, 28). Ma qui Giovanni del Virgilio allude probabilmente ad Albertino Mussato (1261‒1329), celebre poeta padovano del tempo, autore di varie tragedie e opere storiche in latino (il glossatore infatti: «idest Musato poeta paduano»); a questo poeta, incontrato a Bologna nel 1319, Giovanni del Virgilio dedica un’Ecloga, compresa nello Zibaldone Laurenziano.
[179] potabor: forma deponente costruita sul participio classico con valore attivo potatus.
[180] bucula: nella bucula Giovanni del Virgilio rappresenta la propria Musa, cioè la poesia bucolica, così come Dante fa con l’ovis dell’egloga precedente (cfr. Ecloge, II, 58, nota 50).
[181] lacte novo: «idest buccolico carme», secondo il glossatore; ma « potrebbe trattarsi piuttosto di uno scritto grammaticale‒esegetico, tale da aiutare il buon Melibeo... a penetrare nel terreno, a lui poco noto, della cultura letteraria latina (quo dura queant mollescere crusta) » (Cecchini, p. 680).
[182] lac... superbum: Titiro, cioè Dante, in quanto pastore, non ha bisogno del latte d’un bifolco qual è appunto Mopso, cioè Giovanni del Virgilio. Professione d’umiltà, quindi, del grammatico bolognese nei confronti di Dante che, come ha già dimostrato, non necessita certo di lezioni per quanto riguarda la cultura classica.
[183] Conti usa la finzione pastorale (la scena si ambienta, infatti, in Sicilia) anche nella seconda risposta, in 97 esametri, che Dante (Titiro) invia a Giovanni del Virgilio (Mopso). Mentre Titiro sta conversando con Alfesibeo (probabilmente il medico Fiduccio de’ Melotti), arriva Melibeo col carme di Mopso. Alfesibeo prega Titiro di non accettare l’invito di andare a Bologna, abbandonando pabula nota. Titiro lo rassicura dicendo che non andrà, nonostante il suo affetto per Mopso, in quanto non vuole abbandonare un luogo tranquillo (Ravenna) per uno a lui ignoto (Bologna), pieno di incognite e di pericoli.
[184] Velleribus... ferebant: si indica qui la primavera già inoltrata poiché il sole è ormai uscito dalla costellazi ne dell’Ariete; velleribus Colchis indica tale costellazione e si tratterebbe dell’ariete dal vello d’oro immolato nella Colchide a Marte da Frisso, figlio di Atamante, dopo un lungo viaggio attraverso il cielo durante il quale cadde in mare la sorella Elle (da cui il nome Ellesponto dato a quelle acque). ‒ Eous è uno dei quattro cavalli del carro del Sole (Titana, in quanto figlio di Iperione e Teia).
[185] Orbita... sinebant: « indicazione dell’ora, quella meridiana, quando il sole arrivato al punto del suo corso diurno ove comincia a discendere irraggia verticalmente e quindi le ombre proiettate dai corpi illuminati sono più brevi di essi e non più lunghe come nella maggior parte del giorno (Del Monte, p. 824).
[186] Alphesiboeus: nome che compare nell’ottava egloga di Virgilio. Indica qui, probabilmente, il maestro, medico e filosofo, Fiduccio de’ Milotti da Certaldo, che risiedeva allora a Ravenna e che aveva rapporti di amicizia con Dante.
[187] naribus... captant: cfr. Virgilio, Georgicon, I, 376: « petulis captavit maribus auras ».
[188] fabatur: forma sconosciuta al latino classico.
[189] ad astra... subirent: teoria di derivazione platonica (cfr. il Timeo), secondo cui l’anima, abbandonato il corpo umano che le era stato destinato, torna al cielo.
[190] Caystrum: il Caistro è un piccolo fiume dell’Asia Minore, che sfocia nel mare Egeo, famoso per i suoi bei cigni (niveis avibus).
[191] Nerei: cfr. Ecloge, I, 43, nota 43.
[192] Hyrcanae... tigres: le tigri dell’Ircania, regione sulla costa sud‒est del mar Caspio, erano famose per la loro ferocia.
[193] Libyes... arenas: la Libia era una terra ricca di serpenti: cfr. Ovidio, Metamorphoses, X, 701; IV, 617‒620.
[194] Cyclopum... saxa: cfr. il virgiliano «ciclopia saxa » (Aeneis, I, 201). Sotto il travestimento bucolico viene qui indicata Bologna.
[195] Sergestum... Sicani: durante le regate promosse da Enea in Sicilia per onorare la memoria del padre Anchise nell’anniversario della sua morte, Sergesto, nel tentativo di vincere la gara, infranse i remi e la prora della nave contro gli scogli (cfr. Virgilio, Aeneis V, 183 segg.). ‒ Sicani è glossato « Siciliani ».
[196] senior: si tratta di Titiro.
[197] efflanti: cioè, a Melibeo.
[198] infit: L: « dixit ».
[199] pectoreos: forma assente nel latino classico.
[200] puer is: è Melibeo, il nimium iuvenis del v. 34.
[201] mira... vera: cfr. Dante, Paradiso, XVI, 124: «Io dirò cosa incredibile e vera ».
[202] Forte... Rheno: è il primo verso dell’egloga che Giovanni del Virgilio scrive in risposta a Dante (cfr. Ecloge, III, i).
[203] spiramina: glossato « idest carmina ».
[204] centum.. agrestes: aggiungendo tre versi (tria spiramina), l’egloga di Dante sarebbe stata di cento versi; quindi quella di Giovanni del Virgilio era di novantasette. « Appare da questo luogo che Dante aveva contato i versi dell’egloga di Giovanni, e volle che questa sua ne avesse altrettanti: una di quelle esattezze formali prefisse ch’egli sapea conciliare con tutte le ragioni dell’ispirazione e dell’arte. Ed è anche un argomento di più, veramente di più, contro chi dubitò dell’autenticità d’alcuni tra questi versi » (Albini‒Pighi, p. 106).
[205] secum: invece di cum eo.
[206] roscida rura Pelori: promontorio (oggi Capo di Faro) che forma l’estrema punta orientale della Sicilia, in prossimità dello stretto di Messina. Ma qui l’immagine nasconde probabilmente la città di Ravenna.
[207] antrum: Bologna (cfr. sopra, IV, 27: « arida Ciclopum... saxa».
[208] similis... arenam: viene qui ripresa la favola di Mida (regis), re di Frigia (cfr. Ovidio, Metamorphoses, XI, 142 segg.). Avido di ricchezze, chiese a Bacco il potere di cambiare in oro tutto quello che toccasse; il dio con l’intento di punirlo, acconsentì. Rischiando, però, di morire di fame, in quanto anche il cibo si mutava in oro, si liberò della facoltà concessagli bagnandosi, per ordine del dio (iussu Bromii), nel fiume Pattolo (Pactolida), tingendolo d’oro. Inoltre, dotato da Apollo di orecchie d’asino (il glossatore annota turpissima: « quia habebant aures asininas ») perché aveva sentenziato contro di lui in occasione di un agone musicale con Pan, non potè nascondere tale malformazione al suo barbiere che rivelò il segreto. Le canne che crebbero nel luogo in cui era avvenuta questa rivelazione ripetevano allo spirare del vento le parole del barbiere, divulgando la notizia: « Il re Mida ha orecchie d’asino ».
[209] Dryadum: le Driadi erano ninfe dei boschi.
[210] Te iuga... flumina: cfr. Virgilio, Ecloga, I, 39.
[211] Pachynus: Pachino (oggi Capo Passero) è propriamente l’estremità sud‒est della Sicilia (mentre il Peloro, nella finzione poetica Ravenna, è all’estremità nord‒est). Ma al di là del travestimento bucolico, potrebbe trattarsi di Verona, come indicarono il Carducci e altri critici dopo di lui; per cui la città veneta, che per prima aveva accolto il poeta, proverebbe invidia per l’ospitalità ravennate.
[212] Pyreneum: si allude alla leggenda di Pireneo (cfr. Ovidio, Metamorphoses, V, 279‒93), il quale, occupata Daulide nella Focide, ospitò le Muse, vittime di un naufragio mentre si recavano sul Parnaso, tenendole prigioniere anche dopo la fine della burrasca e tentando, anzi, di far loro violenza. Esse tuttavia riuscirono a fuggire dal tetto servendosi delle ali; mentre Pireneo, cercando di emularle, si sfracellò al suolo.
[213] litora... sinistra: Dante si trova in un territorio situato alla destra del Po e alla sinistra del Rubicone, cioè a Ravenna.
[214] Aemilida: è un neologismo del latino medievale.
[215] Adria: L: « civitas, inde Adrianum mare».
[216] litoris Aetnaei: glossato: « Bononie », cioè Bologna.
[217] Trinacridae montis: è il Peloro, non l’Etna, che rappresenta, invece, Bologna; mentre per il Bolisani‒Valgimigli si tratterebbe piuttosto proprio dell’Etna.
[218] Aetnica: Aetnicus è neologismo medievale; equivale al classico Aetnaeus.
[219] Polypheme: svariate sono e interpretazioni dei critici riguardo al personaggio che si celerebbe dietro la finzione mitologica di Polifemo: Fulcieri da Calboli, Capitano del Popolo a Bologna nel 1321, macchiatosi quando era podestà a Firenze nel 1303 di atroci delitti verso i fautori dei fuoriusciti Bianchi (Mazzoni, Battisti, Cecchini, Reggio); Bertrando del Poggetto (Colini Baldeschi, Filippini); Roberto d’Angiò (Wicksteed‒Gar‒dener); il comune di Bologna (Lidonnici). Ma forse, come opportunamente sottolinea l’Albini, richiamandosi al Carducci, in Polipheme non è celato alcun personaggio specifico: « La scena finta in Sicilia ha portato la memoria dell’Etna e de’ Ciclopi; menzionati questi, si stacca naturalmente dal gruppo colui ch’è poeticamente più noto...; la paura qui di Polifemo ... non significa di più che il rifuggire di Dante dal mutare una stanza che lo affida e gli conviene con altra men decorosa e tranquilla». E il Carducci citato dall’Albini: «In tutto questo v’è egli un timor vero dei pericoli che potessero incontrargli in Bologna; o non più tosto, com’io crederei, uno gelosia delicata della propria riputazione, quasi dubitasse parer disertore della sua parte cedendo agl’inviti d’una città guelfa? » (cfr. Albini‒Pighi, pp. 107‒108).
[220] Galatea... Acidis: si allude alla favola di Aci e Galatea (cfr. Ovidio, Metamorphoses, XIII, 750‒897). Aci, giovane bellissimo, fu ucciso da Polifemo perché amato da Galatea, ninfa marina, della quale il Ciclope si era vanamente invaghito. Aci è stato identificato o in Cangrande della Scala (Scolari) o nello studente spagnolo Iacopo di Valenza, condannato a morte a Bologna nel 1321 per il rapimento di Costanza, figlia di Franceschino degli Zagnoni d’Arzila (Lidonnici).
[221] Achaemenides: Achemenide è uno dei compagni di Ulisse che, abbandonato in Sicilia, riuscì a sfuggire alla ferocia di Polifemo e fu in seguito portato in salvo da Enea (cfr. Virgilio, Aeneis, III, 613 segg.). Alcuni commentatori hanno creduto di individuare in lui la figura di Romeo Pepoli, sfuggito miracolosamente ai tumulti scoppiati in Bologna nel 1321 tra le fazioni dei Maltraversi e degli Scacchisi.
[222] Rhenus et Naias: Naias è la Savena, detta nympha procax da Giovanni del Virgilio (cfr. Ecloge, III, 3, nota i).I due fiumi indicano, poi, Bologna, prima allegoricamente definita antrum Cyclopis (cfr. sopra, IV, 47).
[223] frondator... frondes: per il Lidonnici il frondator è Apollo, le perpetuae frondes sono le foglie immortali scelte in alta virgine, cioè sul lauro (si ricordi il mito di Dafne: cfr. Ecloge, I, 38, nota 40). Per il Belloni, invece, l’alta virgo è la Divina Giustizia, il frondator Dio stesso, le perpetuae frondes la beatitudine celeste. Per cui a Dante sarebbe riservata la corona celeste e non l’alloro degli uomini.
[224] gregis magni... alumni: gregis magni è glossato « scilicet humani »; per cui Fiduccio (cfr. sopra, IV, 7, nota 3), che era un medico e filosofo, poteva curare il genere umano.
[225] virgiferi: cioè Titiro ed Alfesibeo, che portavano le verghe essendo pastori.
[226] Iollas: Guido da Polenta (cfr. Ecloge, III, 80, nota 61).
[227] poimus: voce formata sul verbo greco ποιέο, assente nel latino antico; vale fingimus.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 19 agosto 2010 |