Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

Purgatorio

Canto XXV

martedì 12 aprile, dalle 2 alle 4 del pomeriggio

passaggio dalla VI alla VII cornice 

cornice VII 

Stazio

lussuriosi: camminano tra le fiamme, elevando il loro canto al Signore e gridando "esempi" di virtù contraria al loro peccato. 

canto: Summae Deus clementiae

Comincia il canto vigesimoquinto del Purgatoro. Nel quale l'autore scrive come Stazio, per dichiarargli come si dimagri dove non è uopo di nudrimento, gli disegna come generati siamo, e come dopo la morte i nostri spirti piglin corpo dell'aere. E appresso dice l'autore come nel settimo giron pervennero, nel quale in fiamme dice si purga il peccato della lussuria.

 

      Ora era onde 'l salir non volea storpio; 

ché 'l sole avea il cerchio di merigge 

lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: 

      per che, come fa l'uom che non s'affigge 

ma vassi a la via sua, che che li appaia, 

se di bisogno stimolo il trafigge, 

      così intrammo noi per la callaia, 

uno innanzi altro prendendo la scala 

che per artezza i salitor dispaia. 

      E quale il cicognin che leva l'ala 

per voglia di volare, e non s'attenta 

d'abbandonar lo nido, e giù la cala; 

      tal era io con voglia accesa e spenta 

di dimandar, venendo infino a l'atto 

che fa colui ch'a dicer s'argomenta. 

      Non lasciò, per l'andar che fosse ratto, 

lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca 

l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto». 

      Allor sicuramente apri' la bocca 

e cominciai: «Come si può far magro 

là dove l'uopo di nodrir non tocca?». 

      «Se t'ammentassi come Meleagro 

si consumò al consumar d'un stizzo, 

non fora», disse, «a te questo sì agro; 

      e se pensassi come, al vostro guizzo, 

guizza dentro a lo specchio vostra image, 

ciò che par duro ti parrebbe vizzo. 

      Ma perché dentro a tuo voler t'adage, 

ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego 

che sia or sanator de le tue piage». 

      «Se la veduta etterna li dislego», 

rispuose Stazio, «là dove tu sie, 

discolpi me non potert'io far nego». 

      Poi cominciò: «Se le parole mie, 

figlio, la mente tua guarda e riceve, 

lume ti fiero al come che tu die. 

      Sangue perfetto, che poi non si beve 

da l'assetate vene, e si rimane 

quasi alimento che di mensa leve, 

      prende nel core a tutte membra umane 

virtute informativa, come quello 

ch'a farsi quelle per le vene vane. 

      Ancor digesto, scende ov'è più bello 

tacer che dire; e quindi poscia geme 

sovr'altrui sangue in natural vasello. 

      Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme, 

l'un disposto a patire, e l'altro a fare 

per lo perfetto loco onde si preme; 

      e, giunto lui, comincia ad operare 

coagulando prima, e poi avviva 

ciò che per sua matera fé constare. 

      Anima fatta la virtute attiva 

qual d'una pianta, in tanto differente, 

che questa è in via e quella è già a riva, 

      tanto ovra poi, che già si move e sente, 

come spungo marino; e indi imprende 

ad organar le posse ond'è semente. 

      Or si spiega, figliuolo, or si distende 

la virtù ch'è dal cor del generante, 

dove natura a tutte membra intende. 

      Ma come d'animal divegna fante, 

non vedi tu ancor: quest'è tal punto, 

che più savio di te fé già errante, 

      sì che per sua dottrina fé disgiunto 

da l'anima il possibile intelletto, 

perché da lui non vide organo assunto. 

      Apri a la verità che viene il petto; 

e sappi che, sì tosto come al feto 

l'articular del cerebro è perfetto, 

      lo motor primo a lui si volge lieto 

sovra tant'arte di natura, e spira 

spirito novo, di vertù repleto, 

      che ciò che trova attivo quivi, tira 

in sua sustanzia, e fassi un'alma sola, 

che vive e sente e sé in sé rigira. 

      E perché meno ammiri la parola, 

guarda il calor del sole che si fa vino, 

giunto a l'omor che de la vite cola. 

      Quando Lachesìs non ha più del lino, 

solvesi da la carne, e in virtute 

ne porta seco e l'umano e 'l divino: 

      l'altre potenze tutte quante mute; 

memoria, intelligenza e volontade 

in atto molto più che prima agute. 

      Sanza restarsi per sé stessa cade 

mirabilmente a l'una de le rive; 

quivi conosce prima le sue strade. 

      Tosto che loco lì la circunscrive, 

la virtù formativa raggia intorno 

così e quanto ne le membra vive. 

      E come l'aere, quand'è ben piorno, 

per l'altrui raggio che 'n sé si reflette, 

di diversi color diventa addorno; 

      così l'aere vicin quivi si mette 

in quella forma ch'è in lui suggella 

virtualmente l'alma che ristette; 

      e simigliante poi a la fiammella 

che segue il foco là 'vunque si muta, 

segue lo spirto sua forma novella. 

      Però che quindi ha poscia sua paruta, 

è chiamata ombra; e quindi organa poi 

ciascun sentire infino a la veduta. 

      Quindi parliamo e quindi ridiam noi; 

quindi facciam le lagrime e ' sospiri 

che per lo monte aver sentiti puoi. 

      Secondo che ci affiggono i disiri 

e li altri affetti, l'ombra si figura; 

e quest'è la cagion di che tu miri». 

      E già venuto a l'ultima tortura 

s'era per noi, e vòlto a la man destra, 

ed eravamo attenti ad altra cura. 

      Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, 

e la cornice spira fiato in suso 

che la reflette e via da lei sequestra; 

      ond'ir ne convenia dal lato schiuso 

ad uno ad uno; e io temea 'l foco 

quinci, e quindi temeva cader giuso. 

      Lo duca mio dicea: «Per questo loco 

si vuol tenere a li occhi stretto il freno, 

però ch'errar potrebbesi per poco». 

      'Summae Deus clementiae' nel seno 

al grande ardore allora udi' cantando, 

che di volger mi fé caler non meno; 

      e vidi spirti per la fiamma andando; 

per ch'io guardava a loro e a' miei passi 

compartendo la vista a quando a quando. 

      Appresso il fine ch'a quell'inno fassi, 

gridavano alto: 'Virum non cognosco'; 

indi ricominciavan l'inno bassi. 

      Finitolo, anco gridavano: «Al bosco 

si tenne Diana, ed Elice caccionne 

che di Venere avea sentito il tòsco». 

      Indi al cantar tornavano; indi donne 

gridavano e mariti che fuor casti 

come virtute e matrimonio imponne. 

      E questo modo credo che lor basti 

per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia: 

con tal cura conviene e con tai pasti 

      che la piaga da sezzo si ricuscia.

 

 

 

 

 

 

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Canto XXVI

martedì 12 aprile, verso le quattro pomeridiane

Cornice

 VI

Stazio, Guido Guinizzelli, Arnaut (Arnaldo Daniello)

lussuriosi: divisi in due schiere (ermafroditi e sodomiti), camminano tra le fiamme in senso opposto, e si baciano fraternamente in silenzio, piangendo ed elevando il loro canto al Signore, gridando "esempi" di virtù contraria al loro peccato. 

Canto: Summae Deus clementiae

Comincia il canto vigesimosesto del Purgatoro. Nel quale l'autore mostra nelle fiamme aver più spiriti veduti, e tra gli altri riconosciuto Guido Guinizzelli e Arnaldo, e parlato con loro.

 

      Mentre che sì per l'orlo, uno innanzi altro, 

ce n'andavamo, e spesso il buon maestro 

diceami: «Guarda: giovi ch'io ti scaltro»; 

      feriami il sole in su l'omero destro, 

che già, raggiando, tutto l'occidente 

mutava in bianco aspetto di cilestro; 

      e io facea con l'ombra più rovente 

parer la fiamma; e pur a tanto indizio 

vidi molt'ombre, andando, poner mente. 

      Questa fu la cagion che diede inizio 

loro a parlar di me; e cominciarsi 

a dir: «Colui non par corpo fittizio»; 

      poi verso me, quanto potean farsi, 

certi si fero, sempre con riguardo 

di non uscir dove non fosser arsi. 

      «O tu che vai, non per esser più tardo, 

ma forse reverente, a li altri dopo, 

rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo. 

      Né solo a me la tua risposta è uopo; 

ché tutti questi n'hanno maggior sete 

che d'acqua fredda Indo o Etiopo. 

      Dinne com'è che fai di te parete 

al sol, pur come tu non fossi ancora 

di morte intrato dentro da la rete». 

      Sì mi parlava un d'essi; e io mi fora 

già manifesto, s'io non fossi atteso 

ad altra novità ch'apparve allora; 

      ché per lo mezzo del cammino acceso 

venne gente col viso incontro a questa, 

la qual mi fece a rimirar sospeso. 

      Lì veggio d'ogne parte farsi presta 

ciascun'ombra e basciarsi una con una 

sanza restar, contente a brieve festa; 

      così per entro loro schiera bruna 

s'ammusa l'una con l'altra formica, 

forse a spiar lor via e lor fortuna. 

      Tosto che parton l'accoglienza amica, 

prima che 'l primo passo lì trascorra, 

sopragridar ciascuna s'affatica: 

      la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; 

e l'altra: «Ne la vacca entra Pasife, 

perché 'l torello a sua lussuria corra». 

      Poi, come grue ch'a le montagne Rife 

volasser parte, e parte inver' l'arene, 

queste del gel, quelle del sole schife, 

      l'una gente sen va, l'altra sen vene; 

e tornan, lagrimando, a' primi canti 

e al gridar che più lor si convene; 

      e raccostansi a me, come davanti, 

essi medesmi che m'avean pregato, 

attenti ad ascoltar ne' lor sembianti. 

      Io, che due volte avea visto lor grato, 

incominciai: «O anime sicure 

d'aver, quando che sia, di pace stato, 

      non son rimase acerbe né mature 

le membra mie di là, ma son qui meco 

col sangue suo e con le sue giunture. 

      Quinci sù vo per non esser più cieco; 

donna è di sopra che m'acquista grazia, 

per che 'l mortal per vostro mondo reco. 

      Ma se la vostra maggior voglia sazia 

tosto divegna, sì che 'l ciel v'alberghi 

ch'è pien d'amore e più ampio si spazia, 

      ditemi, acciò ch'ancor carte ne verghi, 

chi siete voi, e chi è quella turba 

che se ne va di retro a' vostri terghi». 

      Non altrimenti stupido si turba 

lo montanaro, e rimirando ammuta, 

quando rozzo e salvatico s'inurba, 

      che ciascun'ombra fece in sua paruta; 

ma poi che furon di stupore scarche, 

lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta, 

      «Beato te, che de le nostre marche», 

ricominciò colei che pria m'inchiese, 

«per morir meglio, esperienza imbarche! 

      La gente che non vien con noi, offese 

di ciò per che già Cesar, triunfando, 

"Regina" contra sé chiamar s'intese: 

      però si parton 'Soddoma' gridando, 

rimproverando a sé, com'hai udito, 

e aiutan l'arsura vergognando. 

      Nostro peccato fu ermafrodito; 

ma perché non servammo umana legge, 

seguendo come bestie l'appetito, 

      in obbrobrio di noi, per noi si legge, 

quando partinci, il nome di colei 

che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge. 

      Or sai nostri atti e di che fummo rei: 

se forse a nome vuo' saper chi semo, 

tempo non è di dire, e non saprei. 

      Farotti ben di me volere scemo: 

son Guido Guinizzelli; e già mi purgo 

per ben dolermi prima ch'a lo stremo». 

      Quali ne la tristizia di Ligurgo 

si fer due figli a riveder la madre, 

tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo, 

      quand'io odo nomar sé stesso il padre 

mio e de li altri miei miglior che mai 

rime d'amore usar dolci e leggiadre; 

      e sanza udire e dir pensoso andai 

lunga fiata rimirando lui, 

né, per lo foco, in là più m'appressai. 

      Poi che di riguardar pasciuto fui, 

tutto m'offersi pronto al suo servigio 

con l'affermar che fa credere altrui. 

      Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, 

per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro, 

che Leté nol può tòrre né far bigio. 

      Ma se le tue parole or ver giuraro, 

dimmi che è cagion per che dimostri 

nel dire e nel guardar d'avermi caro». 

      E io a lui: «Li dolci detti vostri, 

che, quanto durerà l'uso moderno, 

faranno cari ancora i loro incostri». 

      «O frate», disse, «questi ch'io ti cerno 

col dito», e additò un spirto innanzi, 

«fu miglior fabbro del parlar materno. 

      Versi d'amore e prose di romanzi 

soverchiò tutti; e lascia dir li stolti 

che quel di Lemosì credon ch'avanzi. 

      A voce più ch'al ver drizzan li volti, 

e così ferman sua oppinione 

prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti. 

      Così fer molti antichi di Guittone, 

di grido in grido pur lui dando pregio, 

fin che l'ha vinto il ver con più persone. 

      Or se tu hai sì ampio privilegio, 

che licito ti sia l'andare al chiostro 

nel quale è Cristo abate del collegio, 

      falli per me un dir d'un paternostro, 

quanto bisogna a noi di questo mondo, 

dove poter peccar non è più nostro». 

      Poi, forse per dar luogo altrui secondo 

che presso avea, disparve per lo foco, 

come per l'acqua il pesce andando al fondo. 

      Io mi fei al mostrato innanzi un poco, 

e dissi ch'al suo nome il mio disire 

apparecchiava grazioso loco. 

      El cominciò liberamente a dire: 

«Tan m'abellis vostre cortes deman, 

qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. 

      Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; 

consiros vei la passada folor, 

e vei jausen lo joi qu'esper, denan. 

      Ara vos prec, per aquella valor 

que vos guida al som de l'escalina, 

sovenha vos a temps de ma dolor!». 

      Poi s'ascose nel foco che li affina.

 

 

 

 

 

 

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Canto XXVII

tramonto di martedì 12; la notte; l'alba di mercoledì 13.

cornice VII, poi, dopo l'attraversamento del muro di fuoco, Dante trova la scala per salire sulla cima del sacro monte

Stazio, Angelo della castità, angelo guardiano dell'Eden

Dante passa la notte sui primi gradini della scala; all'alba ha la visione onirica di Lia e Rachele, la prima immagine della vita attiva (coglie fiori per farne una ghirlanda e specchiarsi), la seconda della vita contemplativa. Sulla cima della scala: orazione di commiato di Virgilio. 

canto: Beati mundo corde

Comincia il canto vigesimosettimo del Purgatoro. Nel quale l'autor mostra come, passato un fuoco, e veduta la notte una visione, pervenne in su la sommità del monte, dove Virgilio in suo arbitrio rimise che quel facesse che più gli aggradisse.

 

      Sì come quando i primi raggi vibra 

là dove il suo fattor lo sangue sparse, 

cadendo Ibero sotto l'alta Libra, 

      e l'onde in Gange da nona riarse, 

sì stava il sole; onde 'l giorno sen giva, 

come l'angel di Dio lieto ci apparse. 

      Fuor de la fiamma stava in su la riva, 

e cantava 'Beati mundo corde!'. 

in voce assai più che la nostra viva. 

      Poscia «Più non si va, se pria non morde, 

anime sante, il foco: intrate in esso, 

e al cantar di là non siate sorde», 

      ci disse come noi li fummo presso; 

per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi, 

qual è colui che ne la fossa è messo. 

      In su le man commesse mi protesi, 

guardando il foco e imaginando forte 

umani corpi già veduti accesi. 

      Volsersi verso me le buone scorte; 

e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, 

qui può esser tormento, ma non morte. 

      Ricorditi, ricorditi! E se io 

sovresso Gerion ti guidai salvo, 

che farò ora presso più a Dio? 

      Credi per certo che se dentro a l'alvo 

di questa fiamma stessi ben mille anni, 

non ti potrebbe far d'un capel calvo. 

      E se tu forse credi ch'io t'inganni, 

fatti ver lei, e fatti far credenza 

con le tue mani al lembo d'i tuoi panni. 

      Pon giù omai, pon giù ogni temenza; 

volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». 

E io pur fermo e contra coscienza. 

      Quando mi vide star pur fermo e duro, 

turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: 

tra Beatrice e te è questo muro». 

      Come al nome di Tisbe aperse il ciglio 

Piramo in su la morte, e riguardolla, 

allor che 'l gelso diventò vermiglio; 

      così, la mia durezza fatta solla, 

mi volsi al savio duca, udendo il nome 

che ne la mente sempre mi rampolla. 

      Ond'ei crollò la fronte e disse: «Come! 

volenci star di qua?»; indi sorrise 

come al fanciul si fa ch'è vinto al pome. 

      Poi dentro al foco innanzi mi si mise, 

pregando Stazio che venisse retro, 

che pria per lunga strada ci divise. 

      Sì com'fui dentro, in un bogliente vetro 

gittato mi sarei per rinfrescarmi, 

tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro. 

      Lo dolce padre mio, per confortarmi, 

pur di Beatrice ragionando andava, 

dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». 

      Guidavaci una voce che cantava 

di là; e noi, attenti pur a lei, 

venimmo fuor là ove si montava. 

      'Venite, benedicti Patris mei', 

sonò dentro a un lume che lì era, 

tal che mi vinse e guardar nol potei. 

      «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; 

non v'arrestate, ma studiate il passo, 

mentre che l'occidente non si annera». 

      Dritta salia la via per entro 'l sasso 

verso tal parte ch'io toglieva i raggi 

dinanzi a me del sol ch'era già basso. 

      E di pochi scaglion levammo i saggi, 

che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense, 

sentimmo dietro e io e li miei saggi. 

      E pria che 'n tutte le sue parti immense 

fosse orizzonte fatto d'uno aspetto, 

e notte avesse tutte sue dispense, 

      ciascun di noi d'un grado fece letto; 

ché la natura del monte ci affranse 

la possa del salir più e 'l diletto. 

      Quali si stanno ruminando manse 

le capre, state rapide e proterve 

sovra le cime avante che sien pranse, 

      tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve, 

guardate dal pastor, che 'n su la verga 

poggiato s'è e lor di posa serve; 

      e quale il mandrian che fori alberga, 

lungo il pecuglio suo queto pernotta, 

guardando perché fiera non lo sperga; 

      tali eravamo tutti e tre allotta, 

io come capra, ed ei come pastori, 

fasciati quinci e quindi d'alta grotta. 

      Poco parer potea lì del di fori; 

ma, per quel poco, vedea io le stelle 

di lor solere e più chiare e maggiori. 

      Sì ruminando e sì mirando in quelle, 

mi prese il sonno; il sonno che sovente, 

anzi che 'l fatto sia, sa le novelle. 

      Ne l'ora, credo, che de l'oriente, 

prima raggiò nel monte Citerea, 

che di foco d'amor par sempre ardente, 

      giovane e bella in sogno mi parea 

donna vedere andar per una landa 

cogliendo fiori; e cantando dicea: 

      «Sappia qualunque il mio nome dimanda 

ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno 

le belle mani a farmi una ghirlanda. 

      Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno; 

ma mia suora Rachel mai non si smaga 

dal suo miraglio, e siede tutto giorno. 

      Ell'è d'i suoi belli occhi veder vaga 

com'io de l'addornarmi con le mani; 

lei lo vedere, e me l'ovrare appaga». 

      E già per li splendori antelucani, 

che tanto a' pellegrin surgon più grati, 

quanto, tornando, albergan men lontani, 

      le tenebre fuggian da tutti lati, 

e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi, 

veggendo i gran maestri già levati. 

      «Quel dolce pome che per tanti rami 

cercando va la cura de' mortali, 

oggi porrà in pace le tue fami». 

      Virgilio inverso me queste cotali 

parole usò; e mai non furo strenne 

che fosser di piacere a queste iguali. 

      Tanto voler sopra voler mi venne 

de l'esser sù, ch'ad ogne passo poi 

al volo mi sentia crescer le penne. 

      Come la scala tutta sotto noi 

fu corsa e fummo in su 'l grado superno, 

in me ficcò Virgilio li occhi suoi, 

      e disse: «Il temporal foco e l'etterno 

veduto hai, figlio; e se' venuto in parte 

dov'io per me più oltre non discerno. 

      Tratto t'ho qui con ingegno e con arte; 

lo tuo piacere omai prendi per duce; 

fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte. 

      Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce; 

vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli 

che qui la terra sol da sé produce. 

      Mentre che vegnan lieti li occhi belli 

che, lagrimando, a te venir mi fenno, 

seder ti puoi e puoi andar tra elli. 

      Non aspettar mio dir più né mio cenno; 

libero, dritto e sano è tuo arbitrio, 

e fallo fora non fare a suo senno: 

      per ch'io te sovra te corono e mitrio».

 

 

 

 

 

 

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Canti

XXII-XXIV

 

Canti

XXVIII-XXX

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2007