Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

Purgatorio

Canto XIX

martedì

12 aprile,

all'alba

cornice

IV 

una scala porta alla cornice V

Adriano V (parla anche della nipote Alagia)

Poco prima dell'alba appare in sogno a Dante una femmina balbuziente, guercia, pallida e deforme che si trasforma in una bellissima donna senza difetti. 

accidiosi: devono correre frettolosamente per la cornice, gridando esempi di sollecitudine e di accidia punita. 

L'Angelo cancella la quarta P

Avari e prodighi: giacciono bocconi con il viso rivolto a terra, con mani e piedi legati e piangono ripetendo un versetto del Salmo 118 e gridando del loro vizio e della virtù premiata.

Comincia il canto decimonono del Purgatoro. Nel quale l'autore discrive una vision d'una femina contrafatta, veduta da lui; e appresso come perviene nel quinto girone, ove si purga il peccato dell'avarizia; e quivi truova peccatori a giacere vòlti in giù e legati, e parla con un papa di que' dal Fiesco.

 

      Ne l'ora che non può 'l calor diurno 

intepidar più 'l freddo de la luna, 

vinto da terra, e talor da Saturno 

      - quando i geomanti lor Maggior Fortuna 

veggiono in or‹ente, innanzi a l'alba, 

surger per via che poco le sta bruna -, 

      mi venne in sogno una femmina balba, 

ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, 

con le man monche, e di colore scialba. 

      Io la mirava; e come 'l sol conforta 

le fredde membra che la notte aggrava, 

così lo sguardo mio le facea scorta 

      la lingua, e poscia tutta la drizzava 

in poco d'ora, e lo smarrito volto, 

com' amor vuol, così le colorava. 

      Poi ch'ell' avea 'l parlar così disciolto, 

cominciava a cantar sì, che con pena 

da lei avrei mio intento rivolto. 

      «Io son», cantava, «io son dolce serena, 

che' marinari in mezzo mar dismago; 

tanto son di piacere a sentir piena! 

      Io volsi Ulisse del suo cammin vago 

al canto mio; e qual meco s'ausa, 

rado sen parte; sì tutto l'appago!». 

      Ancor non era sua bocca richiusa, 

quand' una donna apparve santa e presta 

lunghesso me per far colei confusa. 

      «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», 

fieramente dicea; ed el venìa 

con li occhi fitti pur in quella onesta. 

      L'altra prendea, e dinanzi l'apria 

fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre; 

quel mi svegliò col puzzo che n'uscia. 

      Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: «Almen tre

voci t'ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; 

troviam l'aperta per la qual tu entre». 

      Sù mi levai, e tutti eran già pieni 

de l'alto dì i giron del sacro monte, 

e andavam col sol novo a le reni. 

      Seguendo lui, portava la mia fronte 

come colui che l'ha di pensier carca, 

che fa di sé un mezzo arco di ponte; 

      quand' io udi' «Venite; qui si varca» 

parlare in modo soave e benigno, 

qual non si sente in questa mortal marca. 

      Con l'ali aperte, che parean di cigno, 

volseci in sù colui che sì parlonne 

tra due pareti del duro macigno. 

      Mosse le penne poi e ventilonne, 

'Qui lugent' affermando esser beati, 

ch'avran di consolar l'anime donne. 

      «Che hai che pur inver' la terra guati?», 

la guida mia incominciò a dirmi, 

poco amendue da l'angel sormontati. 

      E io: «Con tanta sospeccion fa irmi 

novella vis‹on ch'a sé mi piega, 

sì ch'io non posso dal pensar partirmi». 

      «Vedesti», disse, «quell'antica strega 

che sola sovr' a noi omai si piagne; 

vedesti come l'uom da lei si slega. 

      Bastiti, e batti a terra le calcagne; 

li occhi rivolgi al logoro che gira 

lo rege etterno con le rote magne». 

      Quale 'l falcon, che prima a' pié si mira, 

indi si volge al grido e si protende 

per lo disio del pasto che là il tira, 

      tal mi fec' io; e tal, quanto si fende 

la roccia per dar via a chi va suso, 

n'andai infin dove 'l cerchiar si prende. 

      Com'io nel quinto giro fui dischiuso, 

vidi gente per esso che piangea, 

giacendo a terra tutta volta in giuso. 

      'Adhaesit pavimento anima mea

sentia dir lor con sì alti sospiri, 

che la parola a pena s'intendea. 

      «O eletti di Dio, li cui soffriri 

e giustizia e speranza fa men duri, 

drizzate noi verso li alti saliri». 

      «Se voi venite dal giacer sicuri, 

e volete trovar la via più tosto, 

le vostre destre sien sempre di fori». 

      Così pregò 'l poeta, e sì risposto 

poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io 

nel parlare avvisai l'altro nascosto, 

      e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: 

ond' elli m'assentì con lieto cenno 

ciò che chiedea la vista del disio. 

      Poi ch'io potei di me fare a mio senno, 

trassimi sovra quella creatura 

le cui parole pria notar mi fenno, 

      dicendo: «Spirto in cui pianger matura 

quel sanza 'l quale a Dio tornar non pòssi, 

sosta un poco per me tua maggior cura. 

      Chi fosti e perché vòlti avete i dossi 

al sù, mi dì, e se vuo' ch'io t'impetri 

cosa di là ond' io vivendo mossi». 

      Ed elli a me: «Perché i nostri diretri 

rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima 

scias quod ego fui successor Petri

      Intra Sestri e Chiaveri s'adima 

una fiumana bella, e del suo nome 

lo titol del mio sangue fa sua cima. 

      Un mese è poco più prova' io come 

pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, 

che piuma sembran tutte l'altre some. 

      La mia convers‹one, omè!, fu tarda; 

ma, come fatto fui roman pastore, 

così scopersi la vita bugiarda. 

      Vidi che lì non s'acquetava il core, 

né più salir potiesi in quella vita; 

er che di questa in me s'accese amore. 

      Fino a quel punto misera e partita 

da Dio anima fui, del tutto avara; 

or, come vedi, qui ne son punita. 

      Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara 

in purgazion de l'anime converse; 

e nulla pena il monte ha più amara. 

      Sì come l'occhio nostro non s'aderse 

in alto, fisso a le cose terrene, 

così giustizia qui a terra il merse. 

      Come avarizia spense a ciascun bene 

lo nostro amore, onde operar perdési, 

così giustizia qui stretti ne tene, 

      ne' piedi e ne le man legati e presi; 

e quanto fia piacer del giusto Sire, 

tanto staremo immobili e distesi». 

      Io m'era inginocchiato e volea dire; 

ma com' io cominciai ed el s'accorse, 

solo ascoltando, del mio reverire, 

      «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». 

E io a lui: «Per vostra dignitate 

mia cosc‹enza dritto mi rimorse». 

      «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», 

rispuose; «non errar: conservo sono 

teco e con li altri ad una podestate. 

      Se mai quel santo evangelico suono 

che dice 'Neque nubent' intendesti, 

ben puoi veder perch'io così ragiono. 

      Vattene omai: non vo' che più t'arresti; 

ché la tua stanza mio pianger disagia, 

col qual maturo ciò che tu dicesti. 

      Nepote ho io di là c'ha nome Alagia, 

buona da sé, pur che la nostra casa 

non faccia lei per essempro malvagia; 

      e questa sola di là m'è rimasa».

 

 

 

 

 

 

9  

 

 

12 

 

 

15 

 

 

18 

 

 

21 

 

 

24  

 

 

27 

 

 

30 

 

 

33 

 

 

36 

 

 

39  

 

 

42 

 

 

45 

 

 

48 

 

 

51 

 

 

54  

 

 

57 

 

 

60 

 

 

63 

 

 

66 

 

 

69  

 

 

72 

 

 

75 

 

 

78 

 

 

81 

 

 

84  

 

 

87 

 

 

90 

 

 

93 

 

 

96 

 

 

99  

 

 

102 

 

 

105 

 

 

108 

 

 

111 

 

 

114 

 

 

117 

 

 

120 

 

 

123 

 

 

126 

 

 

129 

 

 

132 

 

 

135 

 

 

138 

 

 

141 

 

 

 

145

Canto XX

martedì 12 aprile, prime ore del mattino

cornice

 V

Ugo Capeto

Avari e prodighi: giacciono bocconi con il viso rivolto a terra, con mani e piedi legati e piangono ripetendo un versetto del Salmo 118 e gridando del loro vizio e della virtù premiata. 

Canto: Gloria in excelsis Deo

Trema la montagna del Purgatorio.

Comincia il canto vigesimo del Purgatoro. Nel quale l'autore mostra d'aver parlato tra gli avari con Ugo Ciappetta, il quale gli dice come di lui son discesi li presenti reali di Francia e, oltre a ciò, alcune vituperevoli opere fatte e che far debbono, e, oltre a ciò, gli mostra come il dì cantano laudevoli cose della povertà, e la notte vituperevoli dell'avarizia; e ultimamente come sentì tutto tremare il monte.

 

      Contra miglior voler voler mal pugna; 

onde contra 'l piacer mio, per piacerli, 

trassi de l'acqua non sazia la spugna. 

      Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li 

luoghi spediti pur lungo la roccia, 

come si va per muro stretto a' merli; 

      ché la gente che fonde a goccia a goccia 

per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa, 

da l'altra parte in fuor troppo s'approccia. 

      Maladetta sie tu, antica lupa, 

che più che tutte l'altre bestie hai preda 

per la tua fame sanza fine cupa! 

      O ciel, nel cui girar par che si creda 

le condizion di qua giù trasmutarsi, 

quando verrà per cui questa disceda? 

      Noi andavam con passi lenti e scarsi, 

e io attento a l'ombre, ch'i' sentia 

pietosamente piangere e lagnarsi; 

      e per ventura udi' «Dolce Maria!» 

dinanzi a noi chiamar così nel pianto 

come fa donna che in parturir sia; 

      e seguitar: «Povera fosti tanto, 

quanto veder si può per quello ospizio 

dove sponesti il tuo portato santo». 

      Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, 

con povertà volesti anzi virtute 

che gran ricchezza posseder con vizio». 

      Queste parole m'eran sì piaciute, 

ch'io mi trassi oltre per aver contezza 

di quello spirto onde parean venute. 

      Esso parlava ancor de la larghezza 

che fece Niccolò a le pulcelle, 

per condurre ad onor lor giovinezza. 

      «O anima che tanto ben favelle, 

dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola 

tu queste degne lode rinovelle. 

      Non fia sanza mercé la tua parola, 

s'io ritorno a compiér lo cammin corto 

di quella vita ch'al termine vola». 

      Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto 

ch'io attenda di là, ma perché tanta 

grazia in te luce prima che sie morto. 

      Io fui radice de la mala pianta 

che la terra cristiana tutta aduggia, 

sì che buon frutto rado se ne schianta. 

      Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia 

potesser, tosto ne saria vendetta; 

e io la cheggio a lui che tutto giuggia. 

      Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; 

di me son nati i Filippi e i Luigi 

per cui novellamente è Francia retta. 

      Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi: 

quando li regi antichi venner meno 

tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi, 

      trova'mi stretto ne le mani il freno 

del governo del regno, e tanta possa 

di nuovo acquisto, e sì d'amici pieno, 

      ch'a la corona vedova promossa 

la testa di mio figlio fu, dal quale 

cominciar di costor le sacrate ossa. 

      Mentre che la gran dota provenzale 

al sangue mio non tolse la vergogna, 

poco valea, ma pur non facea male. 

      Lì cominciò con forza e con menzogna 

la sua rapina; e poscia, per ammenda, 

Pontì e Normandia prese e Guascogna. 

      Carlo venne in Italia e, per ammenda, 

vittima fé di Curradino; e poi 

ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. 

      Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi, 

che tragge un altro Carlo fuor di Francia, 

per far conoscer meglio e sé e ' suoi. 

      Sanz'arme n'esce e solo con la lancia 

con la qual giostrò Giuda, e quella ponta 

sì ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia. 

      Quindi non terra, ma peccato e onta 

guadagnerà, per sé tanto più grave, 

quanto più lieve simil danno conta. 

      L'altro, che già uscì preso di nave, 

veggio vender sua figlia e patteggiarne 

come fanno i corsar de l'altre schiave. 

      O avarizia, che puoi tu più farne, 

poscia c'ha' il mio sangue a te sì tratto, 

che non si cura de la propria carne? 

      Perché men paia il mal futuro e 'l fatto, 

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, 

e nel vicario suo Cristo esser catto. 

      Veggiolo un'altra volta esser deriso; 

veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele, 

e tra vivi ladroni esser anciso. 

      Veggio il novo Pilato sì crudele, 

che ciò nol sazia, ma sanza decreto 

portar nel Tempio le cupide vele. 

      O Segnor mio, quando sarò io lieto 

a veder la vendetta che, nascosa, 

fa dolce l'ira tua nel tuo secreto? 

      Ciò ch'io dicea di quell'unica sposa 

de lo Spirito Santo e che ti fece 

verso me volger per alcuna chiosa, 

      tanto è risposto a tutte nostre prece 

quanto 'l dì dura; ma com'el s'annotta, 

contrario suon prendemo in quella vece. 

      Noi repetiam Pigmalion allotta, 

cui traditore e ladro e paricida 

fece la voglia sua de l'oro ghiotta; 

      e la miseria de l'avaro Mida, 

che seguì a la sua dimanda gorda, 

per la qual sempre convien che si rida. 

      Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, 

come furò le spoglie, sì che l'ira 

di Iosuè qui par ch'ancor lo morda. 

      Indi accusiam col marito Saffira; 

lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro; 

e in infamia tutto 'l monte gira 

      Polinestòr ch'ancise Polidoro; 

ultimamente ci si grida: "Crasso, 

dilci, che 'l sai: di che sapore è l'oro?". 

      Talor parla l'uno alto e l'altro basso, 

secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona 

ora a maggiore e ora a minor passo: 

      però al ben che 'l dì ci si ragiona, 

dianzi non era io sol; ma qui da presso 

non alzava la voce altra persona». 

      Noi eravam partiti già da esso, 

e brigavam di soverchiar la strada 

tanto quanto al poder n'era permesso, 

      quand'io senti', come cosa che cada, 

tremar lo monte; onde mi prese un gelo 

qual prender suol colui ch'a morte vada. 

      Certo non si scoteo sì forte Delo, 

pria che Latona in lei facesse 'l nido 

a parturir li due occhi del cielo. 

      Poi cominciò da tutte parti un grido 

tal, che 'l maestro inverso me si feo, 

dicendo: «Non dubbiar, mentr'io ti guido». 

      'Gloria in excelsis' tutti 'Deo

dicean, per quel ch'io da' vicin compresi, 

onde intender lo grido si poteo. 

      No' istavamo immobili e sospesi 

come i pastor che prima udir quel canto, 

fin che 'l tremar cessò ed el compiési. 

      Poi ripigliammo nostro cammin santo, 

guardando l'ombre che giacean per terra, 

tornate già in su l'usato pianto. 

      Nulla ignoranza mai con tanta guerra 

mi fé desideroso di sapere, 

se la memoria mia in ciò non erra, 

      quanta pareami allor, pensando, avere; 

né per la fretta dimandare er'oso, 

né per me lì potea cosa vedere: 

      così m'andava timido e pensoso.

 

 

 

 

 

 

9  

 

 

12 

 

 

15 

 

 

18 

 

 

21 

 

 

24  

 

 

27 

 

 

30 

 

 

33 

 

 

36 

 

 

39  

 

 

42 

 

 

45 

 

 

48 

 

 

51 

 

 

54  

 

 

57 

 

 

60 

 

 

63 

 

 

66 

 

 

69  

 

 

72 

 

 

75 

 

 

78 

 

 

81 

 

 

84  

 

 

87 

 

 

90 

 

 

93 

 

 

96 

 

 

99  

 

 

102 

 

 

105 

 

 

108 

 

 

111 

 

 

114 

 

 

117 

 

 

120 

 

 

123 

 

 

126 

 

 

129 

 

 

132 

 

 

135 

 

 

138 

 

 

141 

 

 

144 

 

 

147 

 

 

 

151

Canto XXI

martedì 12 aprile, mattina

cornice

 V

Stazio

Avari e prodighi: giacciono bocconi con il viso rivolto a terra, con mani e piedi legati e piangono ripetendo un versetto del Salmo 118 e gridando del loro vizio e della virtù premiata. 

Dubbio di Dante sul terremoto che ha fatto tremare la montagna del Purgatorio

Comincia il canto vigesimoprimo del Purgatoro. Nel quale l'autor mostra come Stazio, apparito tra loro, dice la cagion del tremar del monte, e poi se medesimo manifesta, e conosce Virgilio.

 

      La sete natural che mai non sazia 

se non con l'acqua onde la femminetta 

samaritana domandò la grazia, 

      mi travagliava, e pungeami la fretta 

per la 'mpacciata via dietro al mio duca, 

e condoleami a la giusta vendetta. 

      Ed ecco, sì come ne scrive Luca 

che Cristo apparve a' due ch'erano in via, 

già surto fuor de la sepulcral buca, 

      ci apparve un'ombra, e dietro a noi venìa, 

dal piè guardando la turba che giace; 

né ci addemmo di lei, sì parlò pria, 

      dicendo; «O frati miei, Dio vi dea pace». 

Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio 

rendéli 'l cenno ch'a ciò si conface. 

      Poi cominciò: «Nel beato concilio 

ti ponga in pace la verace corte 

che me rilega ne l'etterno essilio». 

      «Come!», diss'elli, e parte andavam forte: 

«se voi siete ombre che Dio sù non degni, 

chi v'ha per la sua scala tanto scorte?». 

      E 'l dottor mio: «Se tu riguardi a' segni 

che questi porta e che l'angel profila, 

ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni. 

      Ma perché lei che dì e notte fila 

non li avea tratta ancora la conocchia 

che Cloto impone a ciascuno e compila, 

      l'anima sua, ch'è tua e mia serocchia, 

venendo sù, non potea venir sola, 

però ch'al nostro modo non adocchia. 

      Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola 

d'inferno per mostrarli, e mosterrolli 

oltre, quanto 'l potrà menar mia scola. 

      Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli 

diè dianzi 'l monte, e perché tutto ad una 

parve gridare infino a' suoi piè molli». 

      Sì mi diè, dimandando, per la cruna 

del mio disio, che pur con la speranza 

si fece la mia sete men digiuna. 

      Quei cominciò: «Cosa non è che sanza 

ordine senta la religione 

de la montagna, o che sia fuor d'usanza. 

      Libero è qui da ogne alterazione: 

di quel che 'l ciel da sé in sé riceve 

esser ci puote, e non d'altro, cagione. 

      Per che non pioggia, non grando, non neve, 

non rugiada, non brina più sù cade 

che la scaletta di tre gradi breve; 

      nuvole spesse non paion né rade, 

né coruscar, né figlia di Taumante, 

che di là cangia sovente contrade; 

      secco vapor non surge più avante 

ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai, 

dov'ha 'l vicario di Pietro le piante. 

      Trema forse più giù poco o assai; 

ma per vento che 'n terra si nasconda, 

non so come, qua sù non tremò mai. 

      Tremaci quando alcuna anima monda 

sentesi, sì che surga o che si mova 

per salir sù; e tal grido seconda. 

      De la mondizia sol voler fa prova, 

che, tutto libero a mutar convento, 

l'alma sorprende, e di voler le giova. 

      Prima vuol ben, ma non lascia il talento 

che divina giustizia, contra voglia, 

come fu al peccar, pone al tormento. 

      E io, che son giaciuto a questa doglia 

cinquecent'anni e più, pur mo sentii 

libera volontà di miglior soglia: 

      però sentisti il tremoto e li pii 

spiriti per lo monte render lode 

a quel Segnor, che tosto sù li 'nvii». 

      Così ne disse; e però ch'el si gode 

tanto del ber quant'è grande la sete. 

non saprei dir quant'el mi fece prode. 

      E 'l savio duca: «Omai veggio la rete 

che qui v'impiglia e come si scalappia, 

perché ci trema e di che congaudete. 

      Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia, 

e perché tanti secoli giaciuto 

qui se', ne le parole tue mi cappia». 

      «Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto 

del sommo rege, vendicò le fóra 

ond'uscì 'l sangue per Giuda venduto, 

      col nome che più dura e più onora 

era io di là», rispuose quello spirto, 

«famoso assai, ma non con fede ancora. 

      Tanto fu dolce mio vocale spirto, 

che, tolosano, a sé mi trasse Roma, 

dove mertai le tempie ornar di mirto. 

      Stazio la gente ancor di là mi noma: 

cantai di Tebe, e poi del grande Achille; 

ma caddi in via con la seconda soma. 

      Al mio ardor fuor seme le faville, 

che mi scaldar, de la divina fiamma 

onde sono allumati più di mille; 

      de l'Eneida dico, la qual mamma 

fummi e fummi nutrice poetando: 

sanz'essa non fermai peso di dramma. 

      E per esser vivuto di là quando 

visse Virgilio, assentirei un sole 

più che non deggio al mio uscir di bando». 

      Volser Virgilio a me queste parole 

con viso che, tacendo, disse 'Taci'; 

ma non può tutto la virtù che vuole; 

      ché riso e pianto son tanto seguaci 

a la passion di che ciascun si spicca, 

che men seguon voler ne' più veraci. 

      Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca; 

per che l'ombra si tacque, e riguardommi 

ne li occhi ove 'l sembiante più si ficca; 

      e «Se tanto labore in bene assommi», 

disse, «perché la tua faccia testeso 

un lampeggiar di riso dimostrommi?». 

      Or son io d'una parte e d'altra preso: 

l'una mi fa tacer, l'altra scongiura 

ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso 

      dal mio maestro, e «Non aver paura», 

mi dice, «di parlar; ma parla e digli 

quel ch'e' dimanda con cotanta cura». 

      Ond'io: «Forse che tu ti maravigli, 

antico spirto, del rider ch'io fei; 

ma più d'ammirazion vo' che ti pigli. 

      Questi che guida in alto li occhi miei, 

è quel Virgilio dal qual tu togliesti 

forza a cantar de li uomini e d'i dèi. 

      Se cagion altra al mio rider credesti, 

lasciala per non vera, ed esser credi 

quelle parole che di lui dicesti». 

      Già s'inchinava ad abbracciar li piedi 

al mio dottor, ma el li disse: «Frate, 

non far, ché tu se' ombra e ombra vedi». 

      Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate 

comprender de l'amor ch'a te mi scalda, 

quand'io dismento nostra vanitate, 

      trattando l'ombre come cosa salda».

 

 

 

 

 

 

9  

 

 

12 

 

 

15 

 

 

18 

 

 

21 

 

 

24  

 

 

27 

 

 

30 

 

 

33 

 

 

36 

 

 

39  

 

 

42 

 

 

45 

 

 

48 

 

 

51 

 

 

54  

 

 

57 

 

 

60 

 

 

63 

 

 

66 

 

 

69  

 

 

72 

 

 

75 

 

 

78 

 

 

81 

 

 

84  

 

 

87 

 

 

90 

 

 

93 

 

 

96 

 

 

99  

 

 

102 

 

 

105 

 

 

108 

 

 

111 

 

 

114 

 

 

117 

 

 

120 

 

 

123 

 

 

126 

 

 

129 

 

 

132 

 

 

 

136

       

Canti

XVI-XVIII

 

Canti

XXII-XXIV

© 1997 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2007