Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

Purgatorio

Canto X

lunedì 11 aprile, verso le dieci del mattino

cornice I, sentiero stretto e tortuosoin salita; parete interna del monte intagliata di bassorilievi con esempi di umiltà; ilsuolo è effigiato con esempi di superbia punita; ripiano deserto.

schiera dei superbi

superbi: avanzano lentamente battendosiil petto sotto un pesante fardello, chi più chi meno rannicchiato sotto il peso; chisopportava un peso maggiore piangendo parea dicer: "Più non posso".

Comincia il canto decimo del Purgatoro.Nel quale l'autore dimostra che, entrato dentro a quello, vedesse intagliate nella ripadel monte certe istorie d'umiltà, e poi vedesse anime chinate sotto gravi pesi andaredintorno.

 

      Poi fummo dentro alsoglio de la porta 

che 'l mal amor de l'anime disusa, 

perché fa parer dritta la via torta, 

      sonando la senti' esser richiusa; 

e s'io avesse li occhi vòlti ad essa, 

qual fora stata al fallo degna scusa? 

      Noi salavam per una pietra fessa, 

che si moveva e d'una e d'altra parte, 

sì come l'onda che fugge e s'appressa. 

      «Qui si conviene usare un poco d'arte», 

cominciò 'l duca mio, «in accostarsi 

or quinci, or quindi al lato che si parte». 

      E questo fece i nostri passi scarsi, 

tanto che pria lo scemo de la luna 

rigiunse al letto suo per ricorcarsi, 

      che noi fossimo fuor di quella cruna; 

ma quando fummo liberi e aperti 

sù dove il monte in dietro si rauna, 

      io stancato e amendue incerti 

di nostra via, restammo in su un piano 

solingo più che strade per diserti. 

      Da la sua sponda, ove confina il vano, 

al piè de l'alta ripa che pur sale, 

misurrebbe in tre volte un corpo umano; 

      e quanto l'occhio mio potea trar d'ale, 

or dal sinistro e or dal destro fianco, 

questa cornice mi parea cotale. 

      Là sù non eran mossi i piè nostri anco, 

quand'io conobbi quella ripa intorno 

che dritto di salita aveva manco, 

      esser di marmo candido e addorno 

d'intagli sì, che non pur Policleto, 

ma la natura lì avrebbe scorno. 

      L'angel che venne in terra col decreto 

de la molt'anni lagrimata pace, 

ch'aperse il ciel del suo lungo divieto, 

      dinanzi a noi pareva sì verace 

quivi intagliato in un atto soave, 

che non sembiava imagine che tace. 

      Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!'; 

perché iv'era imaginata quella 

ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave; 

      e avea in atto impressa esta favella 

'Ecce ancilla Dei', propriamente 

come figura in cera si suggella. 

      «Non tener pur ad un loco la mente», 

disse 'l dolce maestro, che m'avea 

da quella parte onde 'l cuore ha la gente. 

      Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea 

di retro da Maria, da quella costa 

onde m'era colui che mi movea, 

      un'altra storia ne la roccia imposta; 

per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso, 

acciò che fosse a li occhi miei disposta. 

      Era intagliato lì nel marmo stesso 

lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa, 

per che si teme officio non commesso. 

      Dinanzi parea gente; e tutta quanta, 

partita in sette cori, a' due mie' sensi 

faceva dir l'un «No», l'altro «Sì, canta». 

      Similemente al fummo de li 'ncensi 

che v'era imaginato, li occhi e 'l naso 

e al sì e al no discordi fensi. 

      Lì precedeva al benedetto vaso, 

trescando alzato, l'umile salmista, 

e più e men che re era in quel caso. 

      Di contra, effigiata ad una vista 

d'un gran palazzo, Micòl ammirava 

sì come donna dispettosa e trista. 

      I' mossi i piè del loco dov'io stava, 

per avvisar da presso un'altra istoria, 

che di dietro a Micòl mi biancheggiava. 

      Quiv'era storiata l'alta gloria 

del roman principato, il cui valore 

mosse Gregorio a la sua gran vittoria; 

i' dico di Traiano imperadore; 

e una vedovella li era al freno, 

di lagrime atteggiata e di dolore. 

      Intorno a lui parea calcato e pieno 

di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro 

sovr'essi in vista al vento si movieno. 

      La miserella intra tutti costoro 

pareva dir: «Segnor, fammi vendetta 

di mio figliuol ch'è morto, ond'io m'accoro»; 

      ed elli a lei rispondere: «Or aspetta 

tanto ch'i' torni»; e quella: «Segnor mio», 

come persona in cui dolor s'affretta, 

      «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov'io, 

la ti farà»; ed ella: «L'altrui bene 

a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?»; 

      ond'elli: «Or ti conforta; ch'ei convene 

ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova: 

giustizia vuole e pietà mi ritene». 

      Colui che mai non vide cosa nova 

produsse esto visibile parlare, 

novello a noi perché qui non si trova. 

      Mentr'io mi dilettava di guardare 

l'imagini di tante umilitadi, 

e per lo fabbro loro a veder care, 

      «Ecco di qua, ma fanno i passi radi», 

mormorava il poeta, «molte genti: 

questi ne 'nvieranno a li alti gradi». 

      Li occhi miei ch'a mirare eran contenti 

per veder novitadi ond'e' son vaghi, 

volgendosi ver' lui non furon lenti. 

      Non vo' però, lettor, che tu ti smaghi 

di buon proponimento per udire 

come Dio vuol che 'l debito si paghi. 

      Non attender la forma del martìre: 

pensa la succession; pensa ch'al peggio, 

oltre la gran sentenza non può ire. 

      Io cominciai: «Maestro, quel ch'io veggio 

muovere a noi, non mi sembian persone, 

e non so che, sì nel veder vaneggio». 

      Ed elli a me: «La grave condizione 

di lor tormento a terra li rannicchia, 

sì che ' miei occhi pria n'ebber tencione. 

      Ma guarda fiso là, e disviticchia 

col viso quel che vien sotto a quei sassi: 

già scorger puoi come ciascun si picchia». 

      O superbi cristian, miseri lassi, 

che, de la vista de la mente infermi, 

fidanza avete ne' retrosi passi, 

      non v'accorgete voi che noi siam vermi 

nati a formar l'angelica farfalla, 

che vola a la giustizia sanza schermi? 

      Di che l'animo vostro in alto galla, 

poi siete quasi antomata in difetto, 

sì come vermo in cui formazion falla? 

      Come per sostentar solaio o tetto, 

per mensola talvolta una figura 

si vede giugner le ginocchia al petto, 

      la qual fa del non ver vera rancura 

nascere 'n chi la vede; così fatti 

vid'io color, quando puosi ben cura. 

      Vero è che più e meno eran contratti 

secondo ch'avien più e meno a dosso; 

e qual più pazienza avea ne li atti, 

      piangendo parea dicer: 'Più non posso'.

 

 

 

 

 

 

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Canto XI

lunedì 11 aprile, fra le dieci e mezzogiorno

cornice I, sentiero stretto e tortuosoin salita; parete interna del monte intagliata di bassorilievi con esempi di umiltà; ilsuolo è effigiato con esempi di superbia punita; ripiano deserto.

Omberto Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio,Provenzan Salvani

superbi: avanzano lentamente battendosiil petto sotto un pesante fardello, chi più chi meno rannicchiato sotto il peso; chisopportava un peso maggiore piangendo parea dicer: "Più non posso". Ilcanto comincia con la recita del Padre nostro (vv. 1-24)

Comincia il canto decimoprimodel Purgatoro. Nel quale l'autor mostra come, trovati spiriti che sotto gravi pesipurgavano il peccato della superbia, parla con Uberto Aldobrandesco e con Odorigi daGobbio; e alquanto grida contro alla vanagloria umana.

 

      «O Padre nostro, che ne'cieli stai, 

non circunscritto, ma per più amore 

ch'ai primi effetti di là sù tu hai, 

      laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore 

da ogni creatura, com'è degno 

di render grazie al tuo dolce vapore. 

      Vegna ver' noi la pace del tuo regno, 

ché noi ad essa non potem da noi, 

s'ella non vien, con tutto nostro ingegno. 

      Come del suo voler li angeli tuoi 

fan sacrificio a te, cantando osanna

così facciano li uomini de' suoi. 

      Dà oggi a noi la cotidiana manna, 

sanza la qual per questo aspro diserto 

a retro va chi più di gir s'affanna. 

      E come noi lo mal ch'avem sofferto 

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona 

benigno, e non guardar lo nostro merto. 

      Nostra virtù che di legger s'adona, 

non spermentar con l'antico avversaro, 

ma libera da lui che sì la sprona. 

      Quest'ultima preghiera, segnor caro, 

già non si fa per noi, ché non bisogna, 

ma per color che dietro a noi restaro». 

      Così a sé e noi buona ramogna 

quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo, 

simile a quel che tal volta si sogna, 

      disparmente angosciate tutte a tondo 

e lasse su per la prima cornice, 

purgando la caligine del mondo. 

      Se di là sempre ben per noi si dice, 

di qua che dire e far per lor si puote 

da quei ch'hanno al voler buona radice? 

      Ben si de' loro atar lavar le note 

che portar quinci, sì che, mondi e lievi, 

possano uscire a le stellate ruote. 

      «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi 

tosto, sì che possiate muover l'ala, 

che secondo il disio vostro vi lievi, 

      mostrate da qual mano inver' la scala 

si va più corto; e se c'è più d'un varco, 

quel ne 'nsegnate che men erto cala; 

      ché questi che vien meco, per lo 'ncarco 

de la carne d'Adamo onde si veste, 

al montar sù, contra sua voglia, è parco». 

      Le lor parole, che rendero a queste 

che dette avea colui cu' io seguiva, 

non fur da cui venisser manifeste; 

      ma fu detto: «A man destra per la riva 

con noi venite, e troverete il passo 

possibile a salir persona viva. 

      E s'io non fossi impedito dal sasso 

che la cervice mia superba doma, 

onde portar convienmi il viso basso, 

      cotesti, ch'ancor vive e non si noma, 

guardere' io, per veder s'i' 'l conosco, 

e per farlo pietoso a questa soma. 

      Io fui latino e nato d'un gran Tosco: 

Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; 

non so se 'l nome suo già mai fu vosco. 

      L'antico sangue e l'opere leggiadre 

d'i miei maggior mi fer sì arrogante, 

che, non pensando a la comune madre, 

      ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante, 

ch'io ne mori', come i Sanesi sanno 

e sallo in Campagnatico ogne fante. 

      Io sono Omberto; e non pur a me danno 

superbia fa, ché tutti miei consorti 

ha ella tratti seco nel malanno. 

      E qui convien ch'io questo peso porti 

per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, 

poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti». 

      Ascoltando chinai in giù la faccia; 

e un di lor, non questi che parlava, 

si torse sotto il peso che li 'mpaccia, 

      e videmi e conobbemi e chiamava, 

tenendo li occhi con fatica fisi 

a me che tutto chin con loro andava. 

      «Oh!», diss'io lui, «non se' tu Oderisi, 

l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte 

ch'alluminar chiamata è in Parisi?». 

      «Frate», diss'elli, «più ridon le carte 

che pennelleggia Franco Bolognese; 

l'onore è tutto or suo, e mio in parte. 

      Ben non sare' io stato sì cortese 

mentre ch'io vissi, per lo gran disio 

de l'eccellenza ove mio core intese. 

      Di tal superbia qui si paga il fio; 

e ancor non sarei qui, se non fosse 

che, possendo peccar, mi volsi a Dio. 

      Oh vana gloria de l'umane posse! 

com'poco verde in su la cima dura, 

se non è giunta da l'etati grosse! 

      Credette Cimabue ne la pittura 

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, 

sì che la fama di colui è scura: 

      così ha tolto l'uno a l'altro Guido 

la gloria de la lingua; e forse è nato 

chi l'uno e l'altro caccerà del nido. 

      Non è il mondan romore altro ch'un fiato 

di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi, 

e muta nome perché muta lato. 

      Che voce avrai tu più, se vecchia scindi 

da te la carne, che se fossi morto 

anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi', 

      pria che passin mill'anni? ch'è più corto 

spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia 

al cerchio che più tardi in cielo è torto. 

      Colui che del cammin sì poco piglia 

dinanzi a me, Toscana sonò tutta; 

e ora a pena in Siena sen pispiglia, 

      ond'era sire quando fu distrutta 

la rabbia fiorentina, che superba 

fu a quel tempo sì com'ora è putta. 

      La vostra nominanza è color d'erba, 

che viene e va, e quei la discolora 

per cui ella esce de la terra acerba». 

      E io a lui: «Tuo vero dir m'incora 

bona umiltà, e gran tumor m'appiani; 

ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». 

      «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; 

ed è qui perché fu presuntuoso 

a recar Siena tutta a le sue mani. 

      Ito è così e va, sanza riposo, 

poi che morì; cotal moneta rende 

a sodisfar chi è di là troppo oso». 

      E io: «Se quello spirito ch'attende, 

pria che si penta, l'orlo de la vita, 

qua giù dimora e qua sù non ascende, 

      se buona orazion lui non aita, 

prima che passi tempo quanto visse, 

come fu la venuta lui largita?». 

      «Quando vivea più glorioso», disse, 

«liberamente nel Campo di Siena, 

ogne vergogna diposta, s'affisse; 

      e lì, per trar l'amico suo di pena 

ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo, 

si condusse a tremar per ogne vena. 

      Più non dirò, e scuro so che parlo; 

ma poco tempo andrà, che ' tuoi vicini 

faranno sì che tu potrai chiosarlo. 

      Quest'opera li tolse quei confini».

 

 

 

 

 

 

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Canto XII

lunedì 11 aprile, verso mezzogiorno

cornice I: Dante osserva il pavimentodella cornice (caduta di Lucifero, Briareo, sconfitta dei Giganti, Nembrot e la torre diBabele, Niobe, Saul, Aracne, Roboamo, Erifile, Ciro, Sennacherib, l'incendio diTroia); 

scala che porta alla cornice II

Oderisi da Gubbio, angelo dell'umiltà

superbi: avanzano lentamente battendosiil petto sotto un pesante fardello, chi più chi meno rannicchiato sotto il peso; chisopportava un peso maggiore piangendo parea dicer: "Più non posso".L'Angelo toglie una P dalla fronte di Dante;  

canto: Beati pauperes spiritu.

Comincia il canto decimosecondodel Purgatoro. Nel quale l'autore dimostra l'abbattimento di molti superbi essergliapparito scolpito nel pavimento; e appresso, invitati a salire nel secondo girone da unangelo, gli è uno de' sette P levato dalla fronte.

 

      Di pari, come buoi chevanno a giogo, 

m'andava io con quell'anima carca, 

fin che 'l sofferse il dolce pedagogo. 

      Ma quando disse: «Lascia lui e varca; 

ché qui è buono con l'ali e coi remi, 

quantunque può, ciascun pinger sua barca»; 

      dritto sì come andar vuolsi rife'mi 

con la persona, avvegna che i pensieri 

mi rimanessero e chinati e scemi. 

      Io m'era mosso, e seguia volontieri 

del mio maestro i passi, e amendue 

già mostravam com'eravam leggeri; 

      ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: 

buon ti sarà, per tranquillar la via, 

veder lo letto de le piante tue». 

      Come, perché di lor memoria sia, 

sovra i sepolti le tombe terragne 

portan segnato quel ch'elli eran pria, 

      onde lì molte volte si ripiagne 

per la puntura de la rimembranza, 

che solo a' pii dà de le calcagne; 

      sì vid'io lì, ma di miglior sembianza 

secondo l'artificio, figurato 

quanto per via di fuor del monte avanza. 

      Vedea colui che fu nobil creato 

più ch'altra creatura, giù dal cielo 

folgoreggiando scender, da l'un lato. 

      Vedea Briareo, fitto dal telo 

celestial giacer, da l'altra parte, 

grave a la terra per lo mortal gelo. 

      Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, 

armati ancora, intorno al padre loro, 

mirar le membra d'i Giganti sparte. 

      Vedea Nembròt a piè del gran lavoro 

quasi smarrito, e riguardar le genti 

che 'n Sennaàr con lui superbi fuoro. 

      O Niobè, con che occhi dolenti 

vedea io te segnata in su la strada, 

tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! 

      O Saùl, come in su la propria spada 

quivi parevi morto in Gelboè, 

che poi non sentì pioggia né rugiada! 

      O folle Aragne, sì vedea io te 

già mezza ragna, trista in su li stracci 

de l'opera che mal per te si fé. 

      O Roboàm, già non par che minacci 

quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento 

nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci. 

      Mostrava ancor lo duro pavimento 

come Almeon a sua madre fé caro 

parer lo sventurato addornamento. 

      Mostrava come i figli si gittaro 

sovra Sennacherìb dentro dal tempio, 

e come, morto lui, quivi il lasciaro. 

      Mostrava la ruina e 'l crudo scempio 

che fé Tamiri, quando disse a Ciro: 

«Sangue sitisti, e io di sangue t'empio». 

      Mostrava come in rotta si fuggiro 

li Assiri, poi che fu morto Oloferne, 

e anche le reliquie del martiro. 

      Vedeva Troia in cenere e in caverne; 

o Ilión, come te basso e vile 

mostrava il segno che lì si discerne! 

      Qual di pennel fu maestro o di stile 

che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi 

mirar farieno uno ingegno sottile? 

      Morti li morti e i vivi parean vivi: 

non vide mei di me chi vide il vero, 

quant'io calcai, fin che chinato givi. 

      Or superbite, e via col viso altero, 

figliuoli d'Eva, e non chinate il volto 

sì che veggiate il vostro mal sentero! 

      Più era già per noi del monte vòlto 

e del cammin del sole assai più speso 

che non stimava l'animo non sciolto, 

      quando colui che sempre innanzi atteso 

andava, cominciò: «Drizza la testa; 

non è più tempo di gir sì sospeso. 

      Vedi colà un angel che s'appresta 

per venir verso noi; vedi che torna 

dal servigio del dì l'ancella sesta. 

      Di reverenza il viso e li atti addorna, 

sì che i diletti lo 'nviarci in suso; 

pensa che questo dì mai non raggiorna!». 

      Io era ben del suo ammonir uso 

pur di non perder tempo, sì che 'n quella 

materia non potea parlarmi chiuso. 

      A noi venìa la creatura bella, 

biancovestito e ne la faccia quale 

par tremolando mattutina stella. 

      Le braccia aperse, e indi aperse l'ale; 

disse: «Venite: qui son presso i gradi, 

e agevolemente omai si sale. 

      A questo invito vegnon molto radi: 

o gente umana, per volar sù nata, 

perché a poco vento così cadi?». 

      Menocci ove la roccia era tagliata; 

quivi mi batté l'ali per la fronte; 

poi mi promise sicura l'andata. 

      Come a man destra, per salire al monte 

dove siede la chiesa che soggioga 

la ben guidata sopra Rubaconte, 

      si rompe del montar l'ardita foga 

per le scalee che si fero ad etade 

ch'era sicuro il quaderno e la doga; 

      così s'allenta la ripa che cade 

quivi ben ratta da l'altro girone; 

ma quinci e quindi l'alta pietra rade. 

      Noi volgendo ivi le nostre persone, 

'Beati pauperes spiritu!' voci 

cantaron sì, che nol diria sermone. 

      Ahi quanto son diverse quelle foci 

da l'infernali! ché quivi per canti 

s'entra, e là giù per lamenti feroci. 

      Già montavam su per li scaglion santi, 

ed esser mi parea troppo più lieve 

che per lo pian non mi parea davanti. 

      Ond'io: «Maestro, dì, qual cosa greve 

levata s'è da me, che nulla quasi 

per me fatica, andando, si riceve?». 

      Rispuose: «Quando i P che son rimasi 

ancor nel volto tuo presso che stinti, 

saranno, com'è l'un, del tutto rasi, 

      fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, 

che non pur non fatica sentiranno, 

ma fia diletto loro esser sù pinti». 

      Allor fec'io come color che vanno 

con cosa in capo non da lor saputa, 

se non che ' cenni altrui sospecciar fanno; 

      per che la mano ad accertar s'aiuta, 

e cerca e truova e quello officio adempie 

che non si può fornir per la veduta; 

      e con le dita de la destra scempie 

trovai pur sei le lettere che 'ncise 

quel da le chiavi a me sovra le tempie: 

      a che guardando, il mio duca sorrise.

 

 

 

 

 

 

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CantiVII-IX

 

Canti XIII-XV

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2007