Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

Purgatorio

Canto IV

domenica 10 aprile, col sole salito di ben cinquanta gradi: sono poco più delle 9 e sarà mezzogiorno quando il canto si chiude.

Antipurgatorio, balzo II, gruppo II, ripido sentiero scavato nella roccia: per salire Dante deve aiutarsi anche con le mani

Belacqua

pigri tardi a pentirsi: stanno seduti all'ombra di grandi macigni e sono esclusi da Purgatorio per un tempo pari alla durata della vita.

Comincia il canto quarto del Purgatoro. Nel quale Virgilio mostra la ragione all'autore, per che quivi dal sole sieno feriti in su l'ómero destro. Poi truova Belacqua con quegli che insin lo stremo indugiaron la penitenza.

 

      Quando per dilettanze o ver per doglie, 

che alcuna virtù nostra comprenda 

l'anima bene ad essa si raccoglie, 

      par ch'a nulla potenza più intenda; 

e questo è contra quello error che crede 

ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda. 

      E però, quando s'ode cosa o vede 

che tegna forte a sé l'anima volta, 

vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede; 

      ch'altra potenza è quella che l'ascolta, 

e altra è quella c'ha l'anima intera: 

questa è quasi legata, e quella è sciolta. 

      Di ciò ebb'io esperienza vera, 

udendo quello spirto e ammirando; 

ché ben cinquanta gradi salito era 

      lo sole, e io non m'era accorto, quando 

venimmo ove quell'anime ad una 

gridaro a noi: «Qui è vostro dimando». 

      Maggiore aperta molte volte impruna 

con una forcatella di sue spine 

l'uom de la villa quando l'uva imbruna, 

      che non era la calla onde saline 

lo duca mio, e io appresso, soli, 

come da noi la schiera si partìne. 

      Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, 

montasi su in Bismantova 'n Cacume 

con esso i piè; ma qui convien ch'om voli; 

      dico con l'ale snelle e con le piume 

del gran disio, di retro a quel condotto 

che speranza mi dava e facea lume. 

      Noi salavam per entro 'l sasso rotto, 

e d'ogne lato ne stringea lo stremo, 

e piedi e man volea il suol di sotto. 

      Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo 

de l'alta ripa, a la scoperta piaggia, 

«Maestro mio», diss'io, «che via faremo?». 

      Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; 

pur su al monte dietro a me acquista, 

fin che n'appaia alcuna scorta saggia». 

      Lo sommo er'alto che vincea la vista, 

e la costa superba più assai 

che da mezzo quadrante a centro lista. 

      Io era lasso, quando cominciai: 

«O dolce padre, volgiti, e rimira 

com'io rimango sol, se non restai». 

      «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», 

additandomi un balzo poco in sùe 

che da quel lato il poggio tutto gira. 

      Sì mi spronaron le parole sue, 

ch'i' mi sforzai carpando appresso lui, 

tanto che 'l cinghio sotto i piè mi fue. 

      A seder ci ponemmo ivi ambedui 

vòlti a levante ond'eravam saliti, 

che suole a riguardar giovare altrui. 

Li occhi prima drizzai ai bassi liti; 

poscia li alzai al sole, e ammirava 

che da sinistra n'eravam feriti. 

      Ben s'avvide il poeta ch'io stava 

stupido tutto al carro de la luce, 

ove tra noi e Aquilone intrava. 

      Ond'elli a me: «Se Castore e Poluce 

fossero in compagnia di quello specchio 

che sù e giù del suo lume conduce, 

      tu vedresti il Zodiaco rubecchio 

ancora a l'Orse più stretto rotare, 

se non uscisse fuor del cammin vecchio. 

      Come ciò sia, se 'l vuoi poter pensare, 

dentro raccolto, imagina Siòn 

con questo monte in su la terra stare 

      sì, ch'amendue hanno un solo orizzòn 

e diversi emisperi; onde la strada 

che mal non seppe carreggiar Fetòn, 

      vedrai come a costui convien che vada 

da l'un, quando a colui da l'altro fianco, 

se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada». 

      «Certo, maestro mio,», diss'io, «unquanco 

non vid'io chiaro sì com'io discerno 

là dove mio ingegno parea manco, 

      che 'l mezzo cerchio del moto superno, 

che si chiama Equatore in alcun'arte, 

e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno, 

      per la ragion che di' , quinci si parte 

verso settentrion, quanto li Ebrei 

vedevan lui verso la calda parte. 

      Ma se a te piace, volontier saprei 

quanto avemo ad andar; ché 'l poggio sale 

più che salir non posson li occhi miei». 

      Ed elli a me: «Questa montagna è tale, 

che sempre al cominciar di sotto è grave; 

e quant'om più va sù, e men fa male. 

      Però, quand'ella ti parrà soave 

tanto, che sù andar ti fia leggero 

com'a seconda giù andar per nave, 

      allor sarai al fin d'esto sentiero; 

quivi di riposar l'affanno aspetta. 

Più non rispondo, e questo so per vero». 

      E com'elli ebbe sua parola detta, 

una voce di presso sonò: «Forse 

che di sedere in pria avrai distretta!». 

      Al suon di lei ciascun di noi si torse, 

e vedemmo a mancina un gran petrone, 

del qual né io né ei prima s'accorse. 

      Là ci traemmo; e ivi eran persone 

che si stavano a l'ombra dietro al sasso 

come l'uom per negghienza a star si pone. 

      E un di lor, che mi sembiava lasso, 

sedeva e abbracciava le ginocchia, 

tenendo 'l viso giù tra esse basso. 

      «O dolce segnor mio», diss'io, «adocchia 

colui che mostra sé più negligente 

che se pigrizia fosse sua serocchia». 

      Allor si volse a noi e puose mente, 

movendo 'l viso pur su per la coscia, 

e disse: «Or va tu sù, che se' valente!». 

      Conobbi allor chi era, e quella angoscia 

che m'avacciava un poco ancor la lena, 

non m'impedì l'andare a lui; e poscia 

      ch'a lui fu' giunto, alzò la testa a pena, 

dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole 

da l'omero sinistro il carro mena?». 

      Li atti suoi pigri e le corte parole 

mosser le labbra mie un poco a riso; 

poi cominciai: «Belacqua, a me non dole 

      di te omai; ma dimmi: perché assiso 

quiritto se'? attendi tu iscorta, 

o pur lo modo usato t'ha' ripriso?». 

      Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? 

ché non mi lascerebbe ire a' martìri 

l'angel di Dio che siede in su la porta. 

      Prima convien che tanto il ciel m'aggiri 

di fuor da essa, quanto fece in vita, 

perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri, 

      se orazione in prima non m'aita 

che surga sù di cuor che in grazia viva; 

l'altra che val, che 'n ciel non è udita?». 

      E già il poeta innanzi mi saliva, 

e dicea: «Vienne omai; vedi ch'è tocco 

meridian dal sole e a la riva 

      cuopre la notte già col piè Morrocco».

 

 

 

 

 

 

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Canto V

domenica 10 aprile, primo pomeriggio

Antipurgatorio, balzo II, gruppo III,

Jacopo del Cassero, Buonconte da Montefeltro, Pia dei Tolomei

morti di morte violenta: sono gli spiriti di coloro che, morendo di morte violenta, si sono pentiti in punto di morte; camminano lentamente cantando in coro il Miserere; devono attendere fuori dal Purgatorio per un periodo forse pari al tempo della loro vita (periodo desunto dai commentatori, perché Dante non lo dice espressamente).

Comincia il canto quinto del Purgatoro. Nel quale l'autor mostra di avere trovato Bonconte di Monte Feltro e altri assai, stati per forza uccisi e indugiatisi ad pentere infino a l'ultima ora.

 

      Io era già da quell'ombre partito, 

e seguitava l'orme del mio duca, 

quando di retro a me, drizzando 'l dito, 

      una gridò: «Ve' che non par che luca 

lo raggio da sinistra a quel di sotto, 

e come vivo par che si conduca!». 

      Li occhi rivolsi al suon di questo motto, 

e vidile guardar per maraviglia 

pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto. 

      «Perché l'animo tuo tanto s'impiglia», 

disse 'l maestro, «che l'andare allenti? 

che ti fa ciò che quivi si pispiglia? 

      Vien dietro a me, e lascia dir le genti: 

sta come torre ferma, che non crolla 

già mai la cima per soffiar di venti; 

      ché sempre l'omo in cui pensier rampolla 

sovra pensier, da sé dilunga il segno, 

perché la foga l'un de l'altro insolla». 

      Che potea io ridir, se non «Io vegno»? 

Dissilo, alquanto del color consperso 

che fa l'uom di perdon talvolta degno. 

      E 'ntanto per la costa di traverso 

venivan genti innanzi a noi un poco, 

cantando 'Miserere' a verso a verso. 

      Quando s'accorser ch'i' non dava loco 

per lo mio corpo al trapassar d'i raggi, 

mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; 

      e due di loro, in forma di messaggi, 

corsero incontr'a noi e dimandarne: 

«Di vostra condizion fatene saggi». 

      E 'l mio maestro: «Voi potete andarne 

e ritrarre a color che vi mandaro 

che 'l corpo di costui è vera carne. 

      Se per veder la sua ombra restaro, 

com'io avviso, assai è lor risposto: 

fàccianli onore, ed essere può lor caro». 

      Vapori accesi non vid'io sì tosto 

di prima notte mai fender sereno, 

né, sol calando, nuvole d'agosto, 

      che color non tornasser suso in meno; 

e, giunti là, con li altri a noi dier volta 

come schiera che scorre sanza freno. 

      «Questa gente che preme a noi è molta, 

e vegnonti a pregar», disse 'l poeta: 

«però pur va, e in andando ascolta». 

      «O anima che vai per esser lieta 

con quelle membra con le quai nascesti», 

venian gridando, «un poco il passo queta. 

      Guarda s'alcun di noi unqua vedesti, 

sì che di lui di là novella porti: 

deh, perché vai? deh, perché non t'arresti? 

      Noi fummo tutti già per forza morti, 

e peccatori infino a l'ultima ora; 

quivi lume del ciel ne fece accorti, 

      sì che, pentendo e perdonando, fora 

di vita uscimmo a Dio pacificati, 

che del disio di sé veder n'accora». 

      E io: «Perché ne' vostri visi guati, 

non riconosco alcun; ma s'a voi piace 

cosa ch'io possa, spiriti ben nati, 

      voi dite, e io farò per quella pace 

che, dietro a' piedi di sì fatta guida 

di mondo in mondo cercar mi si face». 

      E uno incominciò: «Ciascun si fida 

del beneficio tuo sanza giurarlo, 

pur che 'l voler nonpossa non ricida. 

      Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo, 

ti priego, se mai vedi quel paese 

che siede tra Romagna e quel di Carlo, 

      che tu mi sie di tuoi prieghi cortese 

in Fano, sì che ben per me s'adori 

pur ch'i' possa purgar le gravi offese. 

      Quindi fu' io; ma li profondi fóri 

ond'uscì 'l sangue in sul quale io sedea, 

fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, 

      là dov'io più sicuro esser credea: 

quel da Esti il fé far, che m'avea in ira 

assai più là che dritto non volea. 

      Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira, 

quando fu' sovragiunto ad Oriaco, 

ancor sarei di là dove si spira. 

      Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco 

m'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid'io 

de le mie vene farsi in terra laco». 

      Poi disse un altro: «Deh, se quel disio 

si compia che ti tragge a l'alto monte, 

con buona pietate aiuta il mio! 

      Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; 

Giovanna o altri non ha di me cura; 

per ch'io vo tra costor con bassa fronte». 

      E io a lui: «Qual forza o qual ventura 

ti traviò sì fuor di Campaldino, 

che non si seppe mai tua sepultura?». 

      «Oh!», rispuos'elli, «a piè del Casentino 

traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano, 

che sovra l'Ermo nasce in Apennino. 

      Là 've 'l vocabol suo diventa vano, 

arriva' io forato ne la gola, 

fuggendo a piede e sanguinando il piano. 

      Quivi perdei la vista e la parola 

nel nome di Maria fini', e quivi 

caddi, e rimase la mia carne sola. 

      Io dirò vero e tu 'l ridì tra' vivi: 

l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno 

gridava: "O tu del ciel, perché mi privi? 

      Tu te ne porti di costui l'etterno 

per una lagrimetta che 'l mi toglie; 

ma io farò de l'altro altro governo!". 

      Ben sai come ne l'aere si raccoglie 

quell'umido vapor che in acqua riede, 

tosto che sale dove 'l freddo il coglie. 

      Giunse quel mal voler che pur mal chiede 

con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento 

per la virtù che sua natura diede. 

      Indi la valle, come 'l dì fu spento, 

da Pratomagno al gran giogo coperse 

di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento, 

      sì che 'l pregno aere in acqua si converse; 

la pioggia cadde e a' fossati venne 

di lei ciò che la terra non sofferse; 

      e come ai rivi grandi si convenne, 

ver' lo fiume real tanto veloce 

si ruinò, che nulla la ritenne. 

      Lo corpo mio gelato in su la foce 

trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse 

ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce 

      ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse; 

voltòmmi per le ripe e per lo fondo, 

poi di sua preda mi coperse e cinse». 

      «Deh, quando tu sarai tornato al mondo, 

e riposato de la lunga via», 

seguitò 'l terzo spirito al secondo, 

      «ricorditi di me, che son la Pia: 

Siena mi fé, disfecemi Maremma: 

salsi colui che 'nnanellata pria 

      disposando m'avea con la sua gemma».

 

 

 

 

 

 

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Canto VI

domenica 10 aprile, prime ore pomeridiane

Antipurgatorio, balzo II, gruppo III

Sordello

negligenti, morti di morte violenta: sono gli spiriti di coloro che, morendo di morte violenta, si sono pentiti in punto di morte; camminano lentamente cantando in coro il Miserere; devono attendere fuori da Purgatorio per un periodo forse pari al tempo della loro vita (periodo desunto dai commentatori, perché Dante non lo dice espressamente).

Comincia il canto sesto del Purgatoro. Nel quale Virgilio solve a l'autore un dubbio mossogli del pregare che gli spiriti faceano che per lor si pregasse. Poi truova Sordello da Mantova, e appresso l'autore parla contro ad Italia e ultimamente contro a Fiorenza

 

      Quando si parte il gioco de la zara, 

colui che perde si riman dolente, 

repetendo le volte, e tristo impara; 

      con l'altro se ne va tutta la gente; 

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, 

e qual dallato li si reca a mente; 

      el non s'arresta, e questo e quello intende; 

a cui porge la man, più non fa pressa; 

e così da la calca si difende. 

      Tal era io in quella turba spessa, 

volgendo a loro, e qua e là, la faccia, 

e promettendo mi sciogliea da essa. 

      Quiv'era l'Aretin che da le braccia 

fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, 

e l'altro ch'annegò correndo in caccia. 

      Quivi pregava con le mani sporte 

Federigo Novello, e quel da Pisa 

che fé parer lo buon Marzucco forte. 

      Vidi conte Orso e l'anima divisa 

dal corpo suo per astio e per inveggia, 

com'e' dicea, non per colpa commisa; 

      Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, 

mentr'è di qua, la donna di Brabante, 

sì che però non sia di peggior greggia. 

      Come libero fui da tutte quante 

quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi, 

sì che s'avacci lor divenir sante, 

      io cominciai: «El par che tu mi nieghi, 

o luce mia, espresso in alcun testo 

che decreto del cielo orazion pieghi; 

      e questa gente prega pur di questo: 

sarebbe dunque loro speme vana, 

o non m'è 'l detto tuo ben manifesto?». 

      Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; 

e la speranza di costor non falla, 

se ben si guarda con la mente sana; 

      ché cima di giudicio non s'avvalla 

perché foco d'amor compia in un punto 

ciò che de' sodisfar chi qui s'astalla; 

      e là dov'io fermai cotesto punto, 

non s'ammendava, per pregar, difetto, 

perché 'l priego da Dio era disgiunto. 

      Veramente a così alto sospetto 

non ti fermar, se quella nol ti dice 

che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto. 

      Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice; 

tu la vedrai di sopra, in su la vetta 

di questo monte, ridere e felice». 

      E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, 

ché già non m'affatico come dianzi, 

e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta». 

      «Noi anderem con questo giorno innanzi», 

rispuose, «quanto più potremo omai; 

ma 'l fatto è d'altra forma che non stanzi. 

      Prima che sie là sù, tornar vedrai 

colui che già si cuopre de la costa, 

sì che ' suoi raggi tu romper non fai. 

      Ma vedi là un'anima che, posta 

sola soletta, inverso noi riguarda: 

quella ne 'nsegnerà la via più tosta». 

      Venimmo a lei: o anima lombarda, 

come ti stavi altera e disdegnosa 

e nel mover de li occhi onesta e tarda! 

      Ella non ci dicea alcuna cosa, 

ma lasciavane gir, solo sguardando 

a guisa di leon quando si posa. 

      Pur Virgilio si trasse a lei, pregando 

che ne mostrasse la miglior salita; 

e quella non rispuose al suo dimando, 

      ma di nostro paese e de la vita 

ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava 

«Mantua...», e l'ombra, tutta in sé romita, 

      surse ver' lui del loco ove pria stava, 

dicendo: «O Mantoano, io son Sordello 

de la tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava. 

      Ahi serva Italia, di dolore ostello, 

nave sanza nocchiere in gran tempesta, 

non donna di province, ma bordello! 

      Quell'anima gentil fu così presta, 

sol per lo dolce suon de la sua terra, 

di fare al cittadin suo quivi festa; 

      e ora in te non stanno sanza guerra 

li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode 

di quei ch'un muro e una fossa serra. 

      Cerca, misera, intorno da le prode 

le tue marine, e poi ti guarda in seno, 

s'alcuna parte in te di pace gode. 

      Che val perché ti racconciasse il freno 

Iustiniano, se la sella è vota? 

Sanz'esso fora la vergogna meno. 

      Ahi gente che dovresti esser devota, 

e lasciar seder Cesare in la sella, 

se bene intendi ciò che Dio ti nota, 

      guarda come esta fiera è fatta fella 

per non esser corretta da li sproni, 

poi che ponesti mano a la predella. 

      O Alberto tedesco ch'abbandoni 

costei ch'è fatta indomita e selvaggia, 

e dovresti inforcar li suoi arcioni, 

      giusto giudicio da le stelle caggia 

sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto, 

tal che 'l tuo successor temenza n'aggia! 

      Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto, 

per cupidigia di costà distretti, 

che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto. 

      Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, 

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: 

color già tristi, e questi con sospetti! 

      Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura 

d'i tuoi gentili, e cura lor magagne; 

e vedrai Santafior com'è oscura! 

      Vieni a veder la tua Roma che piagne 

vedova e sola, e dì e notte chiama: 

«Cesare mio, perché non m'accompagne?». 

      Vieni a veder la gente quanto s'ama! 

e se nulla di noi pietà ti move, 

a vergognar ti vien de la tua fama. 

      E se licito m'è, o sommo Giove 

che fosti in terra per noi crucifisso, 

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? 

      O è preparazion che ne l'abisso 

del tuo consiglio fai per alcun bene 

in tutto de l'accorger nostro scisso? 

      Ché le città d'Italia tutte piene 

son di tiranni, e un Marcel diventa 

ogne villan che parteggiando viene. 

      Fiorenza mia, ben puoi esser contenta 

di questa digression che non ti tocca, 

mercé del popol tuo che si argomenta. 

      Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca 

per non venir sanza consiglio a l'arco; 

ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca. 

      Molti rifiutan lo comune incarco; 

ma il popol tuo solicito risponde 

sanza chiamare, e grida: «I' mi sobbarco!». 

      Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: 

tu ricca, tu con pace, e tu con senno! 

S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde. 

      Atene e Lacedemona, che fenno 

l'antiche leggi e furon sì civili, 

fecero al viver bene un picciol cenno 

      verso di te, che fai tanto sottili 

provedimenti, ch'a mezzo novembre 

non giugne quel che tu d'ottobre fili. 

      Quante volte, del tempo che rimembre, 

legge, moneta, officio e costume 

hai tu mutato e rinovate membre! 

      E se ben ti ricordi e vedi lume, 

vedrai te somigliante a quella inferma 

che non può trovar posa in su le piume, 

      ma con dar volta suo dolore scherma.

 

 

 

 

 

 

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Canti I-III

 

Canti VII-IX

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2007