Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

Purgatorio

Canto I

domenica 10 aprile, verso le sette del mattino

spiaggia solitaria dell'isoletta sulla quale sorge la montagna del Purgatorio, opposta a Gerusalemme.

Dante, Virgilio, Catone

Virgilio spiega a Catone i motivi del viaggio di Dante; Virgilio lava con la rugiada il viso di Dante, poi, sulla riva deserta del mare, gli cinge i fianchi con un giunco, che rinasce miracolosamente là dove era stato strappato.

Comincia la seconda parte della Cantica, overo Comedia, chiamata Purgatorio, del chiarissimo poeta Dante Alighieri di Firenze. E di quella seconda parte comincia il canto primo. Nel quale l'autore, fatta la sua invocazione, discrive sotto qual parte del cielo sia la regione dove arrivò; e quindi, trovato Catone Uticense e il suo cammin dimostratogli, ne va alla marina, dove Virgilio, secondo il comandamento di Catone, gli lava il viso e cignelo d'un giunco.

 

      Per correr miglior acque alza le vele 

omai la navicella del mio ingegno, 

che lascia dietro a sé mar sì crudele; 

      e canterò di quel secondo regno 

dove l'umano spirito si purga 

e di salire al ciel diventa degno. 

      Ma qui la morta poesì resurga, 

o sante Muse, poi che vostro sono; 

e qui Caliopè alquanto surga, 

      seguitando il mio canto con quel suono 

di cui le Piche misere sentiro 

lo colpo tal, che disperar perdono. 

      Dolce color d'oriental zaffiro, 

che s'accoglieva nel sereno aspetto 

del mezzo, puro infino al primo giro, 

      a li occhi miei ricominciò diletto, 

tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta 

che m'avea contristati li occhi e 'l petto. 

      Lo bel pianeto che d'amar conforta 

faceva tutto rider l'oriente, 

velando i Pesci ch'erano in sua scorta. 

      I' mi volsi a man destra, e puosi mente 

a l'altro polo, e vidi quattro stelle 

non viste mai fuor ch'a la prima gente. 

      Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle: 

oh settentrional vedovo sito, 

poi che privato se' di mirar quelle! 

      Com'io da loro sguardo fui partito, 

un poco me volgendo a l 'altro polo, 

là onde il Carro già era sparito, 

      vidi presso di me un veglio solo, 

degno di tanta reverenza in vista, 

che più non dee a padre alcun figliuolo. 

      Lunga la barba e di pel bianco mista 

portava, a' suoi capelli simigliante, 

de' quai cadeva al petto doppia lista. 

      Li raggi de le quattro luci sante 

fregiavan sì la sua faccia di lume, 

ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante. 

      «Chi siete voi che contro al cieco fiume 

fuggita avete la pregione etterna?», 

diss'el, movendo quelle oneste piume. 

      «Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna, 

uscendo fuor de la profonda notte 

che sempre nera fa la valle inferna? 

      Son le leggi d'abisso così rotte? 

o è mutato in ciel novo consiglio, 

che, dannati, venite a le mie grotte?». 

      Lo duca mio allor mi diè di piglio, 

e con parole e con mani e con cenni 

reverenti mi fé le gambe e 'l ciglio. 

      Poscia rispuose lui: «Da me non venni: 

donna scese del ciel, per li cui prieghi 

de la mia compagnia costui sovvenni. 

      Ma da ch'è tuo voler che più si spieghi 

di nostra condizion com'ell'è vera, 

esser non puote il mio che a te si nieghi. 

      Questi non vide mai l'ultima sera; 

ma per la sua follia le fu sì presso, 

che molto poco tempo a volger era. 

      Sì com'io dissi, fui mandato ad esso 

per lui campare; e non lì era altra via 

che questa per la quale i' mi son messo. 

      Mostrata ho lui tutta la gente ria; 

e ora intendo mostrar quelli spirti 

che purgan sé sotto la tua balìa. 

      Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti; 

de l'alto scende virtù che m'aiuta 

conducerlo a vederti e a udirti. 

      Or ti piaccia gradir la sua venuta: 

libertà va cercando, ch'è sì cara, 

come sa chi per lei vita rifiuta. 

      Tu 'l sai, ché non ti fu per lei amara 

in Utica la morte, ove lasciasti 

la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara. 

      Non son li editti etterni per noi guasti, 

ché questi vive, e Minòs me non lega; 

ma son del cerchio ove son li occhi casti 

      di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega, 

o santo petto, che per tua la tegni: 

per lo suo amore adunque a noi ti piega. 

      Lasciane andar per li tuoi sette regni; 

grazie riporterò di te a lei, 

se d'esser mentovato là giù degni». 

      «Marzia piacque tanto a li occhi miei 

mentre ch'i' fu' di là», diss'elli allora, 

«che quante grazie volse da me, fei. 

      Or che di là dal mal fiume dimora, 

più muover non mi può, per quella legge 

che fatta fu quando me n'usci' fora. 

      Ma se donna del ciel ti muove e regge, 

come tu di' , non c'è mestier lusinghe: 

bastisi ben che per lei mi richegge. 

      Va dunque, e fa che tu costui ricinghe 

d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso, 

sì ch'ogne sucidume quindi stinghe; 

      ché non si converria, l'occhio sorpriso 

d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo 

ministro, ch'è di quei di paradiso. 

      Questa isoletta intorno ad imo ad imo, 

là giù colà dove la batte l'onda, 

porta di giunchi sovra 'l molle limo; 

      null'altra pianta che facesse fronda 

o indurasse, vi puote aver vita, 

però ch'a le percosse non seconda. 

      Poscia non sia di qua vostra reddita; 

lo sol vi mosterrà, che surge omai, 

prendere il monte a più lieve salita». 

      Così sparì; e io sù mi levai 

sanza parlare, e tutto mi ritrassi 

al duca mio, e li occhi a lui drizzai. 

      El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: 

volgianci in dietro, ché di qua dichina 

questa pianura a' suoi termini bassi». 

      L'alba vinceva l'ora mattutina 

che fuggia innanzi, sì che di lontano 

conobbi il tremolar de la marina. 

      Noi andavam per lo solingo piano 

com'om che torna a la perduta strada, 

che 'nfino ad essa li pare ire in vano. 

      Quando noi fummo là 've la rugiada 

pugna col sole, per essere in parte 

dove, ad orezza, poco si dirada, 

      ambo le mani in su l'erbetta sparte 

soavemente 'l mio maestro pose: 

ond'io, che fui accorto di sua arte, 

      porsi ver' lui le guance lagrimose: 

ivi mi fece tutto discoverto 

quel color che l'inferno mi nascose. 

      Venimmo poi in sul lito diserto, 

che mai non vide navicar sue acque 

omo, che di tornar sia poscia esperto. 

      Quivi mi cinse sì com'altrui piacque: 

oh maraviglia! ché qual elli scelse 

l'umile pianta, cotal si rinacque 

      subitamente là onde l'avelse.

 

 

 

 

 

 

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Canto II

10 aprile domenica,  dopo le sette antimeridiane,

sulla spiaggia dello Antipurgatorio, tra il mare e il monte del Purgatorio

Casella, Catone

I due poeti vedono la nave che porta le anime nel Purgatorio, sbarcandole sulla spiaggia; esse, ignare del luogo, chiedono a Dante e Virgilio informazioni e si accorgono che Dante è ancora vivo; fra esse c'è Casella, che Dante cerca inutilmente di abbracciare.

Comincia il canto secondoo del Purgatoro. Nel quale l'autore mostra come, essendo alla marina più spiriti arrivati e smontati in terra, tra essi riconobbe il Casella, ottimo cantatore, al canto del quale, mentre essi stavano tutti attenti, sopravenne Catone, dal quale ripresi, tutti verso il monte cominciarono a fuggire.

 

      Già era 'l sole al'orizzonte giunto 

lo cui meridian cerchio coverchia 

Ierusalèm col suo più alto punto; 

      e la notte, che opposita a lui cerchia, 

uscia di Gange fuor con le Bilance, 

che le caggion di man quando soverchia; 

      sì che le bianche e le vermiglie guance, 

là dov'i' era, de la bella Aurora 

per troppa etate divenivan rance. 

      Noi eravam lunghesso mare ancora, 

come gente che pensa a suo cammino, 

che va col cuore e col corpo dimora. 

      Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, 

per li grossi vapor Marte rosseggia 

giù nel ponente sovra 'l suol marino, 

      cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia, 

un lume per lo mar venir sì ratto, 

che 'l muover suo nessun volar pareggia. 

      Dal qual com'io un poco ebbi ritratto 

l'occhio per domandar lo duca mio, 

rividil più lucente e maggior fatto. 

      Poi d'ogne lato ad esso m'appario 

un non sapeva che bianco, e di sotto 

a poco a poco un altro a lui uscio. 

      Lo mio maestro ancor non facea motto, 

mentre che i primi bianchi apparver ali; 

allor che ben conobbe il galeotto, 

      gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. 

Ecco l'angel di Dio: piega le mani; 

omai vedrai di sì fatti officiali. 

      Vedi che sdegna li argomenti umani, 

sì che remo non vuol, né altro velo 

che l'ali sue, tra liti sì lontani. 

      Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo, 

trattando l'aere con l'etterne penne, 

che non si mutan come mortal pelo». 

      Poi, come più e più verso noi venne 

l'uccel divino, più chiaro appariva: 

per che l'occhio da presso nol sostenne, 

      ma chinail giuso; e quei sen venne a riva 

con un vasello snelletto e leggero, 

tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva. 

      Da poppa stava il celestial nocchiero, 

tal che faria beato pur descripto; 

e più di cento spirti entro sediero. 

      'In exitu Israel de Aegypto

cantavan tutti insieme ad una voce 

con quanto di quel salmo è poscia scripto. 

      Poi fece il segno lor di santa croce; 

ond'ei si gittar tutti in su la piaggia; 

ed el sen gì, come venne, veloce. 

      La turba che rimase lì, selvaggia 

parea del loco, rimirando intorno 

come colui che nove cose assaggia. 

      Da tutte parti saettava il giorno 

lo sol, ch'avea con le saette conte 

di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno, 

      quando la nova gente alzò la fronte 

ver' noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, 

mostratene la via di gire al monte». 

      E Virgilio rispuose: «Voi credete 

forse che siamo esperti d'esto loco; 

ma noi siam peregrin come voi siete. 

      Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, 

per altra via, che fu sì aspra e forte, 

che lo salire omai ne parrà gioco». 

      L'anime, che si fuor di me accorte, 

per lo spirare, ch'i' era ancor vivo, 

maravigliando diventaro smorte. 

      E come a messagger che porta ulivo 

tragge la gente per udir novelle, 

e di calcar nessun si mostra schivo, 

      così al viso mio s'affisar quelle 

anime fortunate tutte quante, 

quasi obliando d'ire a farsi belle. 

      Io vidi una di lor trarresi avante 

per abbracciarmi con sì grande affetto, 

che mosse me a far lo somigliante. 

      Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto! 

tre volte dietro a lei le mani avvinsi, 

e tante mi tornai con esse al petto. 

      Di maraviglia, credo, mi dipinsi; 

per che l'ombra sorrise e si ritrasse, 

e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. 

      Soavemente disse ch'io posasse; 

allor conobbi chi era, e pregai 

che, per parlarmi, un poco s'arrestasse. 

      Rispuosemi: «Così com'io t'amai 

nel mortal corpo, così t'amo sciolta: 

però m'arresto; ma tu perché vai?». 

      «Casella mio, per tornar altra volta 

là dov'io son, fo io questo viaggio», 

diss'io; «ma a te com'è tanta ora tolta?». 

      Ed elli a me: «Nessun m'è fatto oltraggio, 

se quei che leva quando e cui li piace, 

più volte m'ha negato esto passaggio; 

      ché di giusto voler lo suo si face: 

veramente da tre mesi elli ha tolto 

chi ha voluto intrar, con tutta pace. 

      Ond'io, ch'era ora a la marina vòlto 

dove l'acqua di Tevero s'insala, 

benignamente fu' da lui ricolto. 

      A quella foce ha elli or dritta l'ala, 

peré che sempre quivi si ricoglie 

qual verso Acheronte non si cala». 

      E io: «Se nuova legge non ti toglie 

memoria o uso a l'amoroso canto 

che mi solea quetar tutte mie doglie, 

      di ciò ti piaccia consolare alquanto 

l'anima mia, che, con la sua persona 

venendo qui, è affannata tanto!». 

      Amor che ne la mente mi ragiona 

cominciò elli allor sì dolcemente, 

che la dolcezza ancor dentro mi suona. 

      Lo mio maestro e io e quella gente 

ch'eran con lui parevan sì contenti, 

come a nessun toccasse altro la mente. 

      Noi eravam tutti fissi e attenti 

a le sue note; ed ecco il veglio onesto 

gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? 

      qual negligenza, quale stare è questo? 

Correte al monte a spogliarvi lo scoglio 

ch'esser non lascia a voi Dio manifesto». 

      Come quando, cogliendo biado o loglio, 

li colombi adunati a la pastura, 

queti, sanza mostrar l'usato orgoglio, 

      se cosa appare ond'elli abbian paura, 

subitamente lasciano star l'esca, 

perch'assaliti son da maggior cura; 

      così vid'io quella masnada fresca 

lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa, 

com'om che va, né sa dove riesca: 

      né la nostra partita fu men tosta.

 

 

 

 

 

 

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Canto III

domenica 10 aprile; il sole all'orizzonte fiammeggia alle loro spalle

Antipurgatorio - balzo I, gruppo I

Manfredi

scomunicati: avanzano lentamente; devono attendere, prima di iniziare la purificazione, trenta volte il tempo che vissero in stato di scomunica.

Comincia il canto terzo del Purgatoro. Nel quale Virgilio mostra perché egli come Dante non faccia ombra. Appresso, al cominciar dell'erta, truovano il re Manfredi con più altri, della porta del purgatoro schiusi a tempo, percioché morirono scomunicati.

 

      Avvegna che la subitana fuga 

dispergesse color per la campagna, 

rivolti al monte ove ragion ne fruga, 

      i' mi ristrinsi a la fida compagna: 

e come sare' io sanza lui corso? 

chi m'avria tratto su per la montagna? 

      El mi parea da sé stesso rimorso: 

o dignitosa coscienza e netta, 

come t'è picciol fallo amaro morso! 

      Quando li piedi suoi lasciar la fretta, 

che l'onestade ad ogn'atto dismaga, 

la mente mia, che prima era ristretta, 

      lo 'ntento rallargò, sì come vaga, 

e diedi 'l viso mio incontr'al poggio 

che 'nverso 'l ciel più alto si dislaga. 

      Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, 

rotto m'era dinanzi a la figura, 

ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio. 

      Io mi volsi dallato con paura 

d'essere abbandonato, quand'io vidi 

solo dinanzi a me la terra oscura; 

      e 'l mio conforto: «Perché pur diffidi?», 

a dir mi cominciò tutto rivolto; 

«non credi tu me teco e ch'io ti guidi? 

      Vespero è già colà dov'è sepolto 

lo corpo dentro al quale io facea ombra: 

Napoli l'ha, e da Brandizio è tolto. 

      Ora, se innanzi a me nulla s'aombra, 

non ti maravigliar più che d'i cieli 

che l'uno a l'altro raggio non ingombra. 

      A sofferir tormenti, caldi e geli 

simili corpi la Virtù dispone 

che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli. 

      Matto è chi spera che nostra ragione 

possa trascorrer la infinita via 

che tiene una sustanza in tre persone. 

      State contenti, umana gente, al quia

ché se potuto aveste veder tutto, 

mestier non era parturir Maria; 

      e disiar vedeste sanza frutto 

tai che sarebbe lor disio quetato, 

ch'etternalmente è dato lor per lutto: 

      io dico d'Aristotile e di Plato 

e di molt'altri»; e qui chinò la fronte, 

e più non disse, e rimase turbato. 

      Noi divenimmo intanto a piè del monte; 

quivi trovammo la roccia sì erta, 

che 'ndarno vi sarien le gambe pronte. 

      Tra Lerice e Turbìa la più diserta, 

la più rotta ruina è una scala, 

verso di quella, agevole e aperta. 

      «Or chi sa da qual man la costa cala», 

disse 'l maestro mio fermando 'l passo, 

«sì che possa salir chi va sanz'ala?». 

      E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso 

essaminava del cammin la mente, 

e io mirava suso intorno al sasso, 

      da man sinistra m'apparì una gente 

d'anime, che movieno i piè ver' noi, 

e non pareva, sì venian lente. 

      «Leva», diss'io, «maestro, li occhi tuoi: 

ecco di qua chi ne darà consiglio, 

se tu da te medesmo aver nol puoi». 

      Guardò allora, e con libero piglio 

rispuose: «Andiamo in là, ch'ei vegnon piano; 

e tu ferma la spene, dolce figlio». 

      Ancora era quel popol di lontano, 

i' dico dopo i nostri mille passi, 

quanto un buon gittator trarria con mano, 

      quando si strinser tutti ai duri massi 

de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti 

com'a guardar, chi va dubbiando, stassi. 

      «O ben finiti, o già spiriti eletti», 

Virgilio incominciò, «per quella pace 

ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti, 

      ditene dove la montagna giace 

sì che possibil sia l'andare in suso; 

ché perder tempo a chi più sa più spiace». 

      Come le pecorelle escon del chiuso 

a una, a due, a tre, e l'altre stanno 

timidette atterrando l'occhio e 'l muso; 

      e ciò che fa la prima, e l'altre fanno, 

addossandosi a lei, s'ella s'arresta, 

semplici e quete, e lo 'mperché non sanno; 

      sì vid'io muovere a venir la testa 

di quella mandra fortunata allotta, 

pudica in faccia e ne l'andare onesta. 

      Come color dinanzi vider rotta 

la luce in terra dal mio destro canto, 

sì che l'ombra era da me a la grotta, 

      restaro, e trasser sé in dietro alquanto, 

e tutti li altri che venieno appresso, 

non sappiendo 'l perché, fenno altrettanto. 

      «Sanza vostra domanda io vi confesso 

che questo è corpo uman che voi vedete; 

per che 'l lume del sole in terra è fesso. 

      Non vi maravigliate, ma credete 

che non sanza virtù che da ciel vegna 

cerchi di soverchiar questa parete». 

      Così 'l maestro; e quella gente degna 

«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», 

coi dossi de le man faccendo insegna. 

      E un di loro incominciò: «Chiunque 

tu se', così andando, volgi 'l viso: 

pon mente se di là mi vedesti unque». 

      Io mi volsi ver lui e guardail fiso: 

biondo era e bello e di gentile aspetto, 

ma l'un de' cigli un colpo avea diviso. 

      Quand'io mi fui umilmente disdetto 

d'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; 

e mostrommi una piaga a sommo 'l petto. 

      Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, 

nepote di Costanza imperadrice; 

ond'io ti priego che, quando tu riedi, 

      vadi a mia bella figlia, genitrice 

de l'onor di Cicilia e d'Aragona, 

e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice. 

      Poscia ch'io ebbi rotta la persona 

di due punte mortali, io mi rendei, 

piangendo, a quei che volontier perdona. 

      Orribil furon li peccati miei; 

ma la bontà infinita ha sì gran braccia, 

che prende ciò che si rivolge a lei. 

      Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia 

di me fu messo per Clemente allora, 

avesse in Dio ben letta questa faccia, 

      l'ossa del corpo mio sarieno ancora 

in co del ponte presso a Benevento, 

sotto la guardia de la grave mora. 

      Or le bagna la pioggia e move il vento 

di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde, 

dov'e' le trasmutò a lume spento. 

      Per lor maladizion sì non si perde, 

che non possa tornar, l'etterno amore, 

mentre che la speranza ha fior del verde. 

      Vero è che quale in contumacia more 

di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta, 

star li convien da questa ripa in fore, 

      per ognun tempo ch'elli è stato, trenta, 

in sua presunzion, se tal decreto 

più corto per buon prieghi non diventa. 

      Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, 

revelando a la mia buona Costanza 

come m'hai visto, e anco esto divieto; 

      ché qui per quei di là molto s'avanza».

 

 

 

 

 

 

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Canti

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Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2007