Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

Paradiso

Canto XXXI

mercoledì 13 aprile

Cielo X: Empireo, rosa dei Beati, spiriti trionfanti

Beatrice, Dante, S. Bernardo, Maria Vergine

Rosa dei Beati: i beati si presentano in bianche vesti, disposti ad anfiteatro (i petali) intorno ad un immenso lago di luce della Grazia divina (il giallo interno)

Comincia il canto trigesimoprimo del Paradiso. Nel quale l'autore dice come, in luogo di Beatrice, trovò san Bernardo, il quale gli mostrò lei sedere nel luogo a' suoi meriti sortito; ed egli le fece orazione; poi, dicendogliel san Bernardo, volse gli occhi alla letizia de' gloriosi.

 

      In forma dunque di candida rosa 

mi si mostrava la milizia santa 

che nel suo sangue Cristo fece sposa; 

      ma l'altra, che volando vede e canta 

la gloria di colui che la 'nnamora 

e la bontà che la fece cotanta, 

      sì come schiera d'ape, che s'infiora 

una fiata e una si ritorna 

là dove suo laboro s'insapora, 

      nel gran fior discendeva che s'addorna 

di tante foglie, e quindi risaliva 

là dove 'l suo amor sempre soggiorna. 

      Le facce tutte avean di fiamma viva, 

e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco, 

che nulla neve a quel termine arriva. 

      Quando scendean nel fior, di banco in banco 

porgevan de la pace e de l'ardore 

ch'elli acquistavan ventilando il fianco. 

      Né l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore 

di tanta moltitudine volante 

impediva la vista e lo splendore: 

      ché la luce divina è penetrante 

per l'universo secondo ch'è degno, 

sì che nulla le puote essere ostante. 

      Questo sicuro e gaudioso regno, 

frequente in gente antica e in novella, 

viso e amore avea tutto ad un segno. 

      O trina luce, che 'n unica stella 

scintillando a lor vista, sì li appaga! 

guarda qua giuso a la nostra procella! 

      Se i barbari, venendo da tal plaga 

che ciascun giorno d'Elice si cuopra, 

rotante col suo figlio ond'ella è vaga, 

      veggendo Roma e l'ardua sua opra, 

stupefaciensi, quando Laterano 

a le cose mortali andò di sopra; 

      io, che al divino da l'umano, 

a l'etterno dal tempo era venuto, 

e di Fiorenza in popol giusto e sano 

      di che stupor dovea esser compiuto! 

Certo tra esso e 'l gaudio mi facea 

libito non udire e starmi muto. 

      E quasi peregrin che si ricrea 

nel tempio del suo voto riguardando, 

e spera già ridir com'ello stea, 

      su per la viva luce passeggiando, 

menava io li occhi per li gradi, 

mo sù, mo giù e mo recirculando. 

      Vedea visi a carità suadi, 

d'altrui lume fregiati e di suo riso, 

e atti ornati di tutte onestadi. 

      La forma general di paradiso 

già tutta mio sguardo avea compresa, 

in nulla parte ancor fermato fiso; 

      e volgeami con voglia riaccesa 

per domandar la mia donna di cose 

di che la mente mia era sospesa. 

      Uno intendea, e altro mi rispuose: 

credea veder Beatrice e vidi un sene 

vestito con le genti gloriose. 

      Diffuso era per li occhi e per le gene 

di benigna letizia, in atto pio 

quale a tenero padre si convene. 

      E «Ov'è ella?», sùbito diss'io. 

Ond'elli: «A terminar lo tuo disiro 

mosse Beatrice me del loco mio; 

      e se riguardi sù nel terzo giro 

dal sommo grado, tu la rivedrai 

nel trono che suoi merti le sortiro». 

      Sanza risponder, li occhi sù levai, 

e vidi lei che si facea corona 

reflettendo da sé li etterni rai. 

      Da quella region che più sù tona 

occhio mortale alcun tanto non dista, 

qualunque in mare più giù s'abbandona, 

      quanto lì da Beatrice la mia vista; 

ma nulla mi facea, ché sua effige 

non discendea a me per mezzo mista. 

      «O donna in cui la mia speranza vige, 

e che soffristi per la mia salute 

in inferno lasciar le tue vestige, 

      di tante cose quant'i' ho vedute, 

dal tuo podere e da la tua bontate 

riconosco la grazia e la virtute. 

      Tu m'hai di servo tratto a libertate 

per tutte quelle vie, per tutt'i modi 

che di ciò fare avei la potestate. 

      La tua magnificenza in me custodi, 

sì che l'anima mia, che fatt'hai sana, 

piacente a te dal corpo si disnodi». 

      Così orai; e quella, sì lontana 

come parea, sorrise e riguardommi; 

poi si tornò a l'etterna fontana. 

      E 'l santo sene: «Acciò che tu assommi 

perfettamente», disse, «il tuo cammino, 

a che priego e amor santo mandommi, 

      vola con li occhi per questo giardino; 

ché veder lui t'acconcerà lo sguardo 

più al montar per lo raggio divino. 

      E la regina del cielo, ond'io ardo 

tutto d'amor, ne farà ogne grazia, 

però ch'i' sono il suo fedel Bernardo». 

      Qual è colui che forse di Croazia 

viene a veder la Veronica nostra, 

che per l'antica fame non sen sazia, 

      ma dice nel pensier, fin che si mostra: 

'Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, 

or fu sì fatta la sembianza vostra?'; 

      tal era io mirando la vivace 

carità di colui che 'n questo mondo, 

contemplando, gustò di quella pace. 

      «Figliuol di grazia, quest'esser giocondo», 

cominciò elli, «non ti sarà noto, 

tenendo li occhi pur qua giù al fondo; 

      ma guarda i cerchi infino al più remoto, 

tanto che veggi seder la regina 

cui questo regno è suddito e devoto». 

      Io levai li occhi; e come da mattina 

la parte oriental de l'orizzonte 

soverchia quella dove 'l sol declina, 

      così, quasi di valle andando a monte 

con li occhi, vidi parte ne lo stremo 

vincer di lume tutta l'altra fronte. 

      E come quivi ove s'aspetta il temo 

che mal guidò Fetonte, più s'infiamma, 

e quinci e quindi il lume si fa scemo, 

      così quella pacifica oriafiamma 

nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte 

per igual modo allentava la fiamma; 

      e a quel mezzo, con le penne sparte, 

vid'io più di mille angeli festanti, 

ciascun distinto di fulgore e d'arte. 

      Vidi a lor giochi quivi e a lor canti 

ridere una bellezza, che letizia 

era ne li occhi a tutti li altri santi; 

      e s'io avessi in dir tanta divizia 

quanta ad imaginar, non ardirei 

lo minimo tentar di sua delizia. 

      Bernardo, come vide li occhi miei 

nel caldo suo caler fissi e attenti, 

li suoi con tanto affetto volse a lei, 

      che ' miei di rimirar fé più ardenti.

 

 

 

 

 

 

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Canto XXXIII

mercoledì 13 aprile

Cielo X: Empireo, rosa dei Beati, spiriti trionfanti

Dante, San Bernardo, Maria Vergine, Rachele, Eva, Sara, Rebecca, Giuditta, s. Giovanni Battista,

s. Francesco, s. Benedetto, s. Agostino, Adamo,

s. Pietro, s. Giovanni Evangelista, Mosè, s. Anna,

s. Lucia, i bambini morti in grazia di Dio.

Il coro dei beati canta l'Ave Maria.

Comincia il canto trigesimosecondo del Paradiso. Nel quale l'autor narra come san Bernardo gli mostrasse la Vergine Maria e Eva e nominatamente più altri santi uomini e donne, e la letizia dell'agnolo Gabriello, e poi lui ad orare seco, per grazia impetrar disponesse.

 

      Affetto al suo piacer, quel contemplante 

libero officio di dottore assunse, 

e cominciò queste parole sante: 

      «La piaga che Maria richiuse e unse, 

quella ch'è tanto bella da' suoi piedi 

è colei che l'aperse e che la punse. 

      Ne l'ordine che fanno i terzi sedi, 

siede Rachel di sotto da costei 

con Beatrice, sì come tu vedi. 

      Sarra e Rebecca, Iudìt e colei 

che fu bisava al cantor che per doglia 

del fallo disse 'Miserere mei', 

      puoi tu veder così di soglia in soglia 

giù digradar, com'io ch'a proprio nome 

vo per la rosa giù di foglia in foglia. 

      E dal settimo grado in giù, sì come 

infino ad esso, succedono Ebree, 

dirimendo del fior tutte le chiome; 

      perché, secondo lo sguardo che fée 

la fede in Cristo, queste sono il muro 

a che si parton le sacre scalee. 

      Da questa parte onde 'l fiore è maturo 

di tutte le sue foglie, sono assisi 

quei che credettero in Cristo venturo; 

      da l'altra parte onde sono intercisi 

di vòti i semicirculi, si stanno 

quei ch'a Cristo venuto ebber li visi. 

      E come quinci il glorioso scanno 

de la donna del cielo e li altri scanni 

di sotto lui cotanta cerna fanno, 

      così di contra quel del gran Giovanni, 

che sempre santo 'l diserto e 'l martiro 

sofferse, e poi l'inferno da due anni; 

      e sotto lui così cerner sortiro 

Francesco, Benedetto e Augustino 

e altri fin qua giù di giro in giro. 

      Or mira l'alto proveder divino: 

ché l'uno e l'altro aspetto de la fede 

igualmente empierà questo giardino. 

      E sappi che dal grado in giù che fiede 

a mezzo il tratto le due discrezioni, 

per nullo proprio merito si siede, 

      ma per l'altrui, con certe condizioni: 

ché tutti questi son spiriti ascolti 

prima ch'avesser vere elezioni. 

      Ben te ne puoi accorger per li volti 

e anche per le voci puerili, 

se tu li guardi bene e se li ascolti. 

      Or dubbi tu e dubitando sili; 

ma io discioglierò 'l forte legame 

in che ti stringon li pensier sottili. 

      Dentro a l'ampiezza di questo reame 

casual punto non puote aver sito, 

se non come tristizia o sete o fame: 

      ché per etterna legge è stabilito 

quantunque vedi, sì che giustamente 

ci si risponde da l'anello al dito; 

      e però questa festinata gente 

a vera vita non è sine causa 

intra sé qui più e meno eccellente. 

      Lo rege per cui questo regno pausa 

in tanto amore e in tanto diletto, 

che nulla volontà è di più ausa, 

      le menti tutte nel suo lieto aspetto 

creando, a suo piacer di grazia dota 

diversamente; e qui basti l'effetto. 

      E ciò espresso e chiaro vi si nota 

ne la Scrittura santa in quei gemelli 

che ne la madre ebber l'ira commota. 

      Però, secondo il color d'i capelli, 

di cotal grazia l'altissimo lume 

degnamente convien che s'incappelli. 

      Dunque, sanza mercé di lor costume, 

locati son per gradi differenti, 

sol differendo nel primiero acume. 

      Bastavasi ne' secoli recenti 

con l'innocenza, per aver salute, 

solamente la fede d'i parenti; 

      poi che le prime etadi fuor compiute, 

convenne ai maschi a l'innocenti penne 

per circuncidere acquistar virtute; 

      ma poi che 'l tempo de la grazia venne, 

sanza battesmo perfetto di Cristo 

tale innocenza là giù si ritenne. 

      Riguarda omai ne la faccia che a Cristo 

più si somiglia, ché la sua chiarezza 

sola ti può disporre a veder Cristo». 

      Io vidi sopra lei tanta allegrezza 

piover, portata ne le menti sante 

create a trasvolar per quella altezza, 

      che quantunque io avea visto davante, 

di tanta ammirazion non mi sospese, 

né mi mostrò di Dio tanto sembiante; 

      e quello amor che primo lì discese, 

cantando 'Ave, Maria, gratia plena', 

dinanzi a lei le sue ali distese. 

      Rispuose a la divina cantilena 

da tutte parti la beata corte, 

sì ch'ogne vista sen fé più serena. 

      «O santo padre, che per me comporte 

l'esser qua giù, lasciando il dolce loco 

nel qual tu siedi per etterna sorte, 

      qual è quell'angel che con tanto gioco 

guarda ne li occhi la nostra regina, 

innamorato sì che par di foco?». 

      Così ricorsi ancora a la dottrina 

di colui ch'abbelliva di Maria, 

come del sole stella mattutina. 

      Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria 

quant'esser puote in angelo e in alma, 

tutta è in lui; e sì volem che sia, 

      perch'elli è quelli che portò la palma 

giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio 

carcar si volse de la nostra salma. 

      Ma vieni omai con li occhi sì com'io 

andrò parlando, e nota i gran patrici 

di questo imperio giustissimo e pio. 

      Quei due che seggon là sù più felici 

per esser propinquissimi ad Augusta, 

son d'esta rosa quasi due radici: 

      colui che da sinistra le s'aggiusta 

è il padre per lo cui ardito gusto 

l'umana specie tanto amaro gusta; 

      dal destro vedi quel padre vetusto 

di Santa Chiesa a cui Cristo le clavi 

raccomandò di questo fior venusto. 

      E quei che vide tutti i tempi gravi, 

pria che morisse, de la bella sposa 

che s'acquistò con la lancia e coi clavi, 

      siede lungh'esso, e lungo l'altro posa 

quel duca sotto cui visse di manna 

la gente ingrata, mobile e retrosa. 

      Di contr'a Pietro vedi sedere Anna, 

tanto contenta di mirar sua figlia, 

che non move occhio per cantare osanna; 

      e contro al maggior padre di famiglia 

siede Lucia, che mosse la tua donna, 

quando chinavi, a rovinar, le ciglia. 

      Ma perché 'l tempo fugge che t'assonna, 

qui farem punto, come buon sartore 

che com'elli ha del panno fa la gonna; 

      e drizzeremo li occhi al primo amore, 

sì che, guardando verso lui, penètri 

quant'è possibil per lo suo fulgore. 

      Veramente, ne forse tu t'arretri 

movendo l'ali tue, credendo oltrarti, 

orando grazia conven che s'impetri 

      grazia da quella che puote aiutarti; 

e tu mi seguirai con l'affezione, 

sì che dal dicer mio lo cor non parti». 

      E cominciò questa santa orazione:

 

 

 

 

 

 

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Canto XXXIII

mercoledì 13 aprile

Cielo X: Empireo, rosa dei Beati, spiriti trionfanti

Dante,

s. Bernardo,

 Maria Vergine

Preghiera di s. Bernardo alla Vergine, perché interceda per Dante presso Dio; 

Dante penetra con lo sguardo nella luce di Dio, finchè le forze dell'intelletto gli vengono meno. 

L'anima di Dante si placa nella perfetta beatitudine e si unisce all'armonia universale di Dio.

Comincia il canto trigesimoterzo del Paradiso. Nel quale discrive l'autore l'orazion fatta da san Bernardo, e come con lo sguardo penetrasse alla divina essenzia; e fa fine. Qui finisce la terza e ultima parte della Cantica, overo Comedia, di Dante Alighieri, chiamata Paradiso.

 

      «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, 

umile e alta più che creatura, 

termine fisso d'etterno consiglio, 

      tu se' colei che l'umana natura 

nobilitasti sì, che 'l suo fattore 

non disdegnò di farsi sua fattura. 

      Nel ventre tuo si raccese l'amore, 

per lo cui caldo ne l'etterna pace 

così è germinato questo fiore. 

      Qui se' a noi meridiana face 

di caritate, e giuso, intra ' mortali, 

se' di speranza fontana vivace. 

      Donna, se' tanto grande e tanto vali, 

che qual vuol grazia e a te non ricorre 

sua disianza vuol volar sanz'ali. 

      La tua benignità non pur soccorre 

a chi domanda, ma molte fiate 

liberamente al dimandar precorre. 

      In te misericordia, in te pietate, 

in te magnificenza, in te s'aduna 

quantunque in creatura è di bontate. 

      Or questi, che da l'infima lacuna 

de l'universo infin qui ha vedute 

le vite spiritali ad una ad una, 

      supplica a te, per grazia, di virtute 

tanto, che possa con li occhi levarsi 

più alto verso l'ultima salute. 

      E io, che mai per mio veder non arsi 

più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi 

ti porgo, e priego che non sieno scarsi, 

      perché tu ogne nube li disleghi 

di sua mortalità co' prieghi tuoi, 

sì che 'l sommo piacer li si dispieghi. 

      Ancor ti priego, regina, che puoi 

ciò che tu vuoli, che conservi sani, 

dopo tanto veder, li affetti suoi. 

      Vinca tua guardia i movimenti umani: 

vedi Beatrice con quanti beati 

per li miei prieghi ti chiudon le mani!». 

      Li occhi da Dio diletti e venerati, 

fissi ne l'orator, ne dimostraro 

quanto i devoti prieghi le son grati; 

      indi a l'etterno lume s'addrizzaro, 

nel qual non si dee creder che s'invii 

per creatura l'occhio tanto chiaro. 

      E io ch'al fine di tutt'i disii 

appropinquava, sì com'io dovea, 

l'ardor del desiderio in me finii. 

      Bernardo m'accennava, e sorridea, 

perch'io guardassi suso; ma io era 

già per me stesso tal qual ei volea: 

      ché la mia vista, venendo sincera, 

e più e più intrava per lo raggio 

de l'alta luce che da sé è vera. 

      Da quinci innanzi il mio veder fu maggio 

che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede, 

e cede la memoria a tanto oltraggio. 

      Qual è colui che sognando vede, 

che dopo 'l sogno la passione impressa 

rimane, e l'altro a la mente non riede, 

      cotal son io, ché quasi tutta cessa 

mia visione, e ancor mi distilla 

nel core il dolce che nacque da essa. 

      Così la neve al sol si disigilla; 

così al vento ne le foglie levi 

si perdea la sentenza di Sibilla. 

      O somma luce che tanto ti levi 

da' concetti mortali, a la mia mente 

ripresta un poco di quel che parevi, 

      e fa la lingua mia tanto possente, 

ch'una favilla sol de la tua gloria 

possa lasciare a la futura gente; 

      ché, per tornare alquanto a mia memoria 

e per sonare un poco in questi versi, 

più si conceperà di tua vittoria. 

      Io credo, per l'acume ch'io soffersi 

del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito, 

se li occhi miei da lui fossero aversi. 

      E' mi ricorda ch'io fui più ardito 

per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi 

l'aspetto mio col valore infinito. 

      Oh abbondante grazia ond'io presunsi 

ficcar lo viso per la luce etterna, 

tanto che la veduta vi consunsi! 

      Nel suo profondo vidi che s'interna 

legato con amore in un volume, 

ciò che per l'universo si squaderna: 

      sustanze e accidenti e lor costume, 

quasi conflati insieme, per tal modo 

che ciò ch'i' dico è un semplice lume. 

      La forma universal di questo nodo 

credo ch'i' vidi, perché più di largo, 

dicendo questo, mi sento ch'i' godo. 

      Un punto solo m'è maggior letargo 

che venticinque secoli a la 'mpresa, 

che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo. 

      Così la mente mia, tutta sospesa, 

mirava fissa, immobile e attenta, 

e sempre di mirar faceasi accesa. 

      A quella luce cotal si diventa, 

che volgersi da lei per altro aspetto 

è impossibil che mai si consenta; 

      però che 'l ben, ch'è del volere obietto, 

tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella 

è defettivo ciò ch'è lì perfetto. 

      Omai sarà più corta mia favella, 

pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante 

che bagni ancor la lingua a la mammella. 

      Non perché più ch'un semplice sembiante 

fosse nel vivo lume ch'io mirava, 

che tal è sempre qual s'era davante; 

      ma per la vista che s'avvalorava 

in me guardando, una sola parvenza, 

mutandom'io, a me si travagliava. 

      Ne la profonda e chiara sussistenza 

de l'alto lume parvermi tre giri 

di tre colori e d'una contenenza; 

      e l'un da l'altro come iri da iri 

parea reflesso, e 'l terzo parea foco 

che quinci e quindi igualmente si spiri. 

      Oh quanto è corto il dire e come fioco 

al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi, 

è tanto, che non basta a dicer 'poco'. 

      O luce etterna che sola in te sidi, 

sola t'intendi, e da te intelletta 

e intendente te ami e arridi! 

      Quella circulazion che sì concetta 

pareva in te come lume reflesso, 

da li occhi miei alquanto circunspetta, 

      dentro da sé, del suo colore stesso, 

mi parve pinta de la nostra effige: 

per che 'l mio viso in lei tutto era messo. 

      Qual è 'l geomètra che tutto s'affige 

per misurar lo cerchio, e non ritrova, 

pensando, quel principio ond'elli indige, 

      tal era io a quella vista nova: 

veder voleva come si convenne 

l'imago al cerchio e come vi s'indova; 

      ma non eran da ciò le proprie penne: 

se non che la mia mente fu percossa 

da un fulgore in che sua voglia venne. 

      A l'alta fantasia qui mancò possa; 

ma già volgeva il mio disio e 'l velle

sì come rota ch'igualmente è mossa, 

      l'amor che move il sole e l'altre stelle.

 

 

 

 

 

 

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141 

 

 

 

145

       

Canti

XXVIII-XXX

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2007