Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

Paradiso

Canto XXV

mercoledì 13 aprile

Cielo VIII: Stelle Fisse 

Intelligenze motrici: Cherubini

San Pietro,

San Giacomo,

San Giovanni

Spiriti trionfanti: si presentano come migliaia di luci, illuminati da Gesù cristo, e cantano lodi alla Vergine. 

Dottrina della speranza

Comincia il canto vigesimoquinto del Paradiso. Nel quale l'autore scrive come, da sa' Jacopo apostolo domandato, dice che cosa è speranza; e appresso come, essendo sopravenuto San Giovanni Evangelista, ode da lui non essere in cielo alcuno altro col proprio corpo che Cristo e la Madre.

 

      Se mai continga che 'l poema sacro 

al quale ha posto mano e cielo e terra, 

sì che m'ha fatto per molti anni macro, 

      vinca la crudeltà che fuor mi serra 

del bello ovile ov'io dormi' agnello, 

nimico ai lupi che li danno guerra; 

      con altra voce omai, con altro vello 

ritornerò poeta, e in sul fonte 

del mio battesmo prenderò 'l cappello; 

      però che ne la fede, che fa conte 

l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi 

Pietro per lei sì mi girò la fronte. 

      Indi si mosse un lume verso noi 

di quella spera ond'uscì la primizia 

che lasciò Cristo d'i vicari suoi; 

      e la mia donna, piena di letizia, 

mi disse: «Mira, mira: ecco il barone 

per cui là giù si vicita Galizia». 

      Sì come quando il colombo si pone 

presso al compagno, l'uno a l'altro pande, 

girando e mormorando, l'affezione; 

      così vid'io l'un da l'altro grande 

principe glorioso essere accolto, 

laudando il cibo che là sù li prande. 

      Ma poi che 'l gratular si fu assolto, 

tacito coram me ciascun s'affisse, 

ignito sì che vincea 'l mio volto. 

      Ridendo allora Beatrice disse: 

«Inclita vita per cui la larghezza 

de la nostra basilica si scrisse, 

      fa risonar la spene in questa altezza: 

tu sai, che tante fiate la figuri, 

quante Iesù ai tre fé più carezza». 

      «Leva la testa e fa che t'assicuri: 

che ciò che vien qua sù del mortal mondo, 

convien ch'ai nostri raggi si maturi». 

      Questo conforto del foco secondo 

mi venne; ond'io levai li occhi a' monti 

che li 'ncurvaron pria col troppo pondo. 

      «Poi che per grazia vuol che tu t'affronti 

lo nostro Imperadore, anzi la morte, 

ne l'aula più secreta co' suoi conti, 

      sì che, veduto il ver di questa corte, 

la spene, che là giù bene innamora, 

in te e in altrui di ciò conforte, 

      di' quel ch'ell'è, di' come se ne 'nfiora 

la mente tua, e dì onde a te venne». 

Così seguì 'l secondo lume ancora. 

      E quella pia che guidò le penne 

de le mie ali a così alto volo, 

a la risposta così mi prevenne: 

      «La Chiesa militante alcun figliuolo 

non ha con più speranza, com'è scritto 

nel Sol che raggia tutto nostro stuolo: 

      però li è conceduto che d'Egitto 

vegna in Ierusalemme per vedere, 

anzi che 'l militar li sia prescritto. 

      Li altri due punti, che non per sapere 

son dimandati, ma perch'ei rapporti 

quanto questa virtù t'è in piacere, 

      a lui lasc'io, ché non li saran forti 

né di iattanza; ed elli a ciò risponda, 

e la grazia di Dio ciò li comporti». 

      Come discente ch'a dottor seconda 

pronto e libente in quel ch'elli è esperto, 

perché la sua bontà si disasconda, 

      «Spene», diss'io, «è uno attender certo 

de la gloria futura, il qual produce 

grazia divina e precedente merto. 

      Da molte stelle mi vien questa luce; 

ma quei la distillò nel mio cor pria 

che fu sommo cantor del sommo duce. 

      'Sperino in te', ne la sua teodìa 

dice, 'color che sanno il nome tuo': 

e chi nol sa, s'elli ha la fede mia? 

      Tu mi stillasti, con lo stillar suo, 

ne la pistola poi; sì ch'io son pieno, 

e in altrui vostra pioggia repluo». 

      Mentr' io diceva, dentro al vivo seno 

di quello incendio tremolava un lampo 

sùbito e spesso a guisa di baleno. 

      Indi spirò: «L'amore ond'io avvampo 

ancor ver' la virtù che mi seguette 

infin la palma e a l'uscir del campo, 

      vuol ch'io respiri a te che ti dilette 

di lei; ed emmi a grato che tu diche 

quello che la speranza ti 'mpromette». 

      E io: «Le nove e le scritture antiche 

pongon lo segno, ed esso lo mi addita, 

de l'anime che Dio s'ha fatte amiche. 

      Dice Isaia che ciascuna vestita 

ne la sua terra fia di doppia vesta: 

e la sua terra è questa dolce vita; 

      e 'l tuo fratello assai vie più digesta, 

là dove tratta de le bianche stole, 

questa revelazion ci manifesta». 

      E prima, appresso al fin d'este parole, 

'Sperent in te' di sopr'a noi s'udì; 

a che rispuoser tutte le carole. 

      Poscia tra esse un lume si schiarì 

sì che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo, 

l'inverno avrebbe un mese d'un sol dì. 

      E come surge e va ed entra in ballo 

vergine lieta, sol per fare onore 

a la novizia, non per alcun fallo, 

      così vid'io lo schiarato splendore 

venire a' due che si volgieno a nota 

qual conveniesi al loro ardente amore. 

      Misesi lì nel canto e ne la rota; 

e la mia donna in lor tenea l'aspetto, 

pur come sposa tacita e immota. 

      «Questi è colui che giacque sopra 'l petto 

del nostro pellicano, e questi fue 

di su la croce al grande officio eletto». 

      La donna mia così; né però piùe 

mosser la vista sua di stare attenta 

poscia che prima le parole sue. 

      Qual è colui ch'adocchia e s'argomenta 

di vedere eclissar lo sole un poco, 

che, per veder, non vedente diventa; 

      tal mi fec'io a quell'ultimo foco 

mentre che detto fu: «Perché t'abbagli 

per veder cosa che qui non ha loco? 

      In terra è terra il mio corpo, e saragli 

tanto con li altri, che 'l numero nostro 

con l'etterno proposito s'agguagli. 

      Con le due stole nel beato chiostro 

son le due luci sole che saliro; 

e questo apporterai nel mondo vostro». 

      A questa voce l'infiammato giro 

si quietò con esso il dolce mischio 

che si facea nel suon del trino spiro, 

      sì come, per cessar fatica o rischio, 

li remi, pria ne l'acqua ripercossi, 

tutti si posano al sonar d'un fischio. 

      Ahi quanto ne la mente mi commossi, 

quando mi volsi per veder Beatrice, 

per non poter veder, benché io fossi 

      presso di lei, e nel mondo felice!

 

 

 

 

 

 

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Canto XXVI

mercoledì 13 aprile

Cielo VIII: Stelle Fisse 

Intelligenze motrici: Cherubini

S. Giovanni,

Adamo,

S. Pietro,

S. Giacomo.

Spiriti trionfanti: si presentano come migliaia di luci, illuminati da Gesù Cristo, e cantano lodi alla Vergine.

Adamo parla della creazione e del peccato originale

Comincia il canto vigesimosesto del Paradiso. Nel quale l'autore, a domanda di San Giovanni Evangelista, dice che cosa è carità; e appresso come, con Adam parlando, da lui ode quando creato fosse, quanto vivesse e dove.

 

      Mentr'io dubbiava per lo viso spento, 

de la fulgida fiamma che lo spense 

uscì un spiro che mi fece attento, 

      dicendo: «Intanto che tu ti risense 

de la vista che hai in me consunta, 

ben è che ragionando la compense. 

      Comincia dunque; e di' ove s'appunta 

l'anima tua, e fa' ragion che sia 

la vista in te smarrita e non defunta: 

      perché la donna che per questa dia 

region ti conduce, ha ne lo sguardo 

la virtù ch'ebbe la man d'Anania». 

      Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo 

vegna remedio a li occhi, che fuor porte 

quand'ella entrò col foco ond'io sempr'ardo. 

      Lo ben che fa contenta questa corte, 

Alfa e O è di quanta scrittura 

mi legge Amore o lievemente o forte». 

      Quella medesma voce che paura 

tolta m'avea del sùbito abbarbaglio, 

di ragionare ancor mi mise in cura; 

      e disse: «Certo a più angusto vaglio 

ti conviene schiarar: dicer convienti 

chi drizzò l'arco tuo a tal berzaglio». 

      E io: «Per filosofici argomenti 

e per autorità che quinci scende 

cotale amor convien che in me si 'mprenti: 

      ché 'l bene, in quanto ben, come s'intende, 

così accende amore, e tanto maggio 

quanto più di bontate in sé comprende. 

      Dunque a l'essenza ov'è tanto avvantaggio, 

che ciascun ben che fuor di lei si trova 

altro non è ch'un lume di suo raggio, 

      più che in altra convien che si mova 

la mente, amando, di ciascun che cerne 

il vero in che si fonda questa prova. 

      Tal vero a l'intelletto mio sterne 

colui che mi dimostra il primo amore 

di tutte le sustanze sempiterne. 

      Sternel la voce del verace autore, 

che dice a Moisè, di sé parlando: 

'Io ti farò vedere ogne valore'. 

      Sternilmi tu ancora, incominciando 

l'alto preconio che grida l'arcano 

di qui là giù sovra ogne altro bando». 

      E io udi': «Per intelletto umano 

e per autoritadi a lui concorde 

d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano. 

      Ma di' ancor se tu senti altre corde 

tirarti verso lui, sì che tu suone 

con quanti denti questo amor ti morde». 

      Non fu latente la santa intenzione 

de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi 

dove volea menar mia professione. 

      Però ricominciai: «Tutti quei morsi 

che posson far lo cor volgere a Dio, 

a la mia caritate son concorsi: 

      ché l'essere del mondo e l'esser mio, 

la morte ch'el sostenne perch'io viva, 

e quel che spera ogne fedel com'io, 

      con la predetta conoscenza viva, 

tratto m'hanno del mar de l'amor torto, 

e del diritto m'han posto a la riva. 

      Le fronde onde s'infronda tutto l'orto 

de l'ortolano etterno, am'io cotanto 

quanto da lui a lor di bene è porto». 

      Sì com'io tacqui, un dolcissimo canto 

risonò per lo cielo, e la mia donna 

dicea con li altri: «Santo, santo, santo!». 

      E come a lume acuto si disonna 

per lo spirto visivo che ricorre 

a lo splendor che va di gonna in gonna, 

      e lo svegliato ciò che vede aborre, 

sì nescia è la sùbita vigilia 

fin che la stimativa non soccorre; 

      così de li occhi miei ogni quisquilia 

fugò Beatrice col raggio d'i suoi, 

che rifulgea da più di mille milia: 

      onde mei che dinanzi vidi poi; 

e quasi stupefatto domandai 

d'un quarto lume ch'io vidi tra noi. 

      E la mia donna: «Dentro da quei rai 

vagheggia il suo fattor l'anima prima 

che la prima virtù creasse mai». 

      Come la fronda che flette la cima 

nel transito del vento, e poi si leva 

per la propria virtù che la soblima, 

      fec'io in tanto in quant'ella diceva, 

stupendo, e poi mi rifece sicuro 

un disio di parlare ond'io ardeva. 

      E cominciai: «O pomo che maturo 

solo prodotto fosti, o padre antico 

a cui ciascuna sposa è figlia e nuro, 

      divoto quanto posso a te supplìco 

perché mi parli: tu vedi mia voglia, 

e per udirti tosto non la dico». 

      Talvolta un animal coverto broglia, 

sì che l'affetto convien che si paia 

per lo seguir che face a lui la 'nvoglia; 

      e similmente l'anima primaia 

mi facea trasparer per la coverta 

quant'ella a compiacermi venìa gaia. 

      Indi spirò: «Sanz'essermi proferta 

da te, la voglia tua discerno meglio 

che tu qualunque cosa t'è più certa; 

      perch'io la veggio nel verace speglio 

che fa di sé pareglio a l'altre cose, 

e nulla face lui di sé pareglio. 

      Tu vuogli udir quant'è che Dio mi puose 

ne l'eccelso giardino, ove costei 

a così lunga scala ti dispuose, 

      e quanto fu diletto a li occhi miei, 

e la propria cagion del gran disdegno, 

e l'idioma ch'usai e che fei. 

      Or, figluol mio, non il gustar del legno 

fu per sé la cagion di tanto essilio, 

ma solamente il trapassar del segno. 

      Quindi onde mosse tua donna Virgilio, 

quattromilia trecento e due volumi 

di sol desiderai questo concilio; 

      e vidi lui tornare a tutt'i lumi 

de la sua strada novecento trenta 

fiate, mentre ch'io in terra fu' mi. 

      La lingua ch'io parlai fu tutta spenta 

innanzi che a l'ovra inconsummabile 

fosse la gente di Nembròt attenta: 

      ché nullo effetto mai razionabile, 

per lo piacere uman che rinovella 

seguendo il cielo, sempre fu durabile. 

      Opera naturale è ch'uom favella; 

ma così o così, natura lascia 

poi fare a voi secondo che v'abbella. 

      Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia, 

I s'appellava in terra il sommo bene 

onde vien la letizia che mi fascia; 

      e El si chiamò poi: e ciò convene, 

ché l'uso d'i mortali è come fronda 

in ramo, che sen va e altra vene. 

      Nel monte che si leva più da l'onda, 

fu' io, con vita pura e disonesta, 

da la prim'ora a quella che seconda, 

      come 'l sol muta quadra, l'ora sesta».

 

 

 

 

 

 

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Canto XXVII

mercoledì 13 aprile

Cielo VIII: Stelle Fisse 

Intelligenze motrici: Cherubini  

Cielo IX: Primo Mobile o Cristallino 

Intelligenze motrici: Serafini

S. Pietro,

S. Giacomo,

S. Giovanni,

Adamo

Spiriti trionfanti: si presentano come migliaia di luci, illuminati da Gesù cristo, e cantano lodi alla Vergine. 

Spiegazione come dal Primo Mobile ha origine il movimento e il tempo universale.

Comincia il canto vigesimosettimo del Paradiso. Nel quale l'autore primieramente racconta parole dette da San Piero contro alli moderni pastori; e appresso discrive come pervenisse nel nono cielo.

 

      'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo', 

cominciò, 'gloria!', tutto 'l paradiso, 

sì che m'inebriava il dolce canto. 

      Ciò ch'io vedeva mi sembiava un riso 

de l'universo; per che mia ebbrezza 

intrava per l'udire e per lo viso. 

      Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! 

oh vita intègra d'amore e di pace! 

oh sanza brama sicura ricchezza! 

      Dinanzi a li occhi miei le quattro face 

stavano accese, e quella che pria venne 

incominciò a farsi più vivace, 

      e tal ne la sembianza sua divenne, 

qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte 

fossero augelli e cambiassersi penne. 

      La provedenza, che quivi comparte 

vice e officio, nel beato coro 

silenzio posto avea da ogne parte, 

      quand'io udi': «Se io mi trascoloro, 

non ti maravigliar, ché, dicend'io, 

vedrai trascolorar tutti costoro. 

      Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio, 

il luogo mio, il luogo mio, che vaca 

ne la presenza del Figliuol di Dio, 

      fatt'ha del cimitero mio cloaca 

del sangue e de la puzza; onde 'l perverso 

che cadde di qua sù, là giù si placa». 

      Di quel color che per lo sole avverso 

nube dipigne da sera e da mane, 

vid'io allora tutto 'l ciel cosperso. 

      E come donna onesta che permane 

di sé sicura, e per l'altrui fallanza, 

pur ascoltando, timida si fane, 

      così Beatrice trasmutò sembianza; 

e tale eclissi credo che 'n ciel fue, 

quando patì la supprema possanza. 

      Poi procedetter le parole sue 

con voce tanto da sé trasmutata, 

che la sembianza non si mutò piùe: 

      «Non fu la sposa di Cristo allevata 

del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, 

per essere ad acquisto d'oro usata; 

      ma per acquisto d'esto viver lieto 

e Sisto e Pio e Calisto e Urbano 

sparser lo sangue dopo molto fleto. 

      Non fu nostra intenzion ch'a destra mano 

d'i nostri successor parte sedesse, 

parte da l'altra del popol cristiano; 

      né che le chiavi che mi fuor concesse, 

divenisser signaculo in vessillo 

che contra battezzati combattesse; 

      né ch'io fossi figura di sigillo 

a privilegi venduti e mendaci, 

ond'io sovente arrosso e disfavillo. 

      In vesta di pastor lupi rapaci 

si veggion di qua sù per tutti i paschi: 

o difesa di Dio, perché pur giaci? 

      Del sangue nostro Caorsini e Guaschi 

s'apparecchian di bere: o buon principio, 

a che vil fine convien che tu caschi! 

      Ma l'alta provedenza, che con Scipio 

difese a Roma la gloria del mondo, 

soccorrà tosto, sì com'io concipio; 

      e tu, figliuol, che per lo mortal pondo 

ancor giù tornerai, apri la bocca, 

e non asconder quel ch'io non ascondo». 

      Sì come di vapor gelati fiocca 

in giuso l'aere nostro, quando 'l corno 

de la capra del ciel col sol si tocca, 

      in sù vid'io così l'etera addorno 

farsi e fioccar di vapor triunfanti 

che fatto avien con noi quivi soggiorno. 

      Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, 

e seguì fin che 'l mezzo, per lo molto, 

li tolse il trapassar del più avanti. 

      Onde la donna, che mi vide assolto 

de l'attendere in sù, mi disse: «Adima 

il viso e guarda come tu se' vòlto». 

      Da l'ora ch'io avea guardato prima 

i' vidi mosso me per tutto l'arco 

che fa dal mezzo al fine il primo clima; 

      sì ch'io vedea di là da Gade il varco 

folle d'Ulisse, e di qua presso il lito 

nel qual si fece Europa dolce carco. 

      E più mi fora discoverto il sito 

di questa aiuola; ma 'l sol procedea 

sotto i mie' piedi un segno e più partito. 

      La mente innamorata, che donnea 

con la mia donna sempre, di ridure 

ad essa li occhi più che mai ardea; 

      e se natura o arte fé pasture 

da pigliare occhi, per aver la mente, 

in carne umana o ne le sue pitture, 

      tutte adunate, parrebber niente 

ver' lo piacer divin che mi refulse, 

quando mi volsi al suo viso ridente. 

      E la virtù che lo sguardo m'indulse, 

del bel nido di Leda mi divelse, 

e nel ciel velocissimo m'impulse. 

      Le parti sue vivissime ed eccelse 

sì uniforme son, ch'i' non so dire 

qual Beatrice per loco mi scelse. 

      Ma ella, che vedea 'l mio disire, 

incominciò, ridendo tanto lieta, 

che Dio parea nel suo volto gioire: 

      «La natura del mondo, che quieta 

il mezzo e tutto l'altro intorno move, 

quinci comincia come da sua meta; 

      e questo cielo non ha altro dove 

che la mente divina, in che s'accende 

l'amor che 'l volge e la virtù ch'ei piove. 

      Luce e amor d'un cerchio lui comprende, 

sì come questo li altri; e quel precinto 

colui che 'l cinge solamente intende. 

      Non è suo moto per altro distinto, 

ma li altri son mensurati da questo, 

sì come diece da mezzo e da quinto; 

      e come il tempo tegna in cotal testo 

le sue radici e ne li altri le fronde, 

omai a te può esser manifesto. 

      Oh cupidigia che i mortali affonde 

sì sotto te, che nessuno ha podere 

di trarre li occhi fuor de le tue onde! 

      Ben fiorisce ne li uomini il volere; 

ma la pioggia continua converte 

in bozzacchioni le sosine vere. 

      Fede e innocenza son reperte 

solo ne' parvoletti; poi ciascuna 

pria fugge che le guance sian coperte. 

      Tale, balbuziendo ancor, digiuna, 

che poi divora, con la lingua sciolta, 

qualunque cibo per qualunque luna; 

      e tal, balbuziendo, ama e ascolta 

la madre sua, che, con loquela intera, 

disia poi di vederla sepolta. 

      Così si fa la pelle bianca nera 

nel primo aspetto de la bella figlia 

di quel ch'apporta mane e lascia sera. 

      Tu, perché non ti facci maraviglia, 

pensa che 'n terra non è chi governi; 

onde sì svia l'umana famiglia. 

      Ma prima che gennaio tutto si sverni 

per la centesma ch'è là giù negletta, 

raggeran sì questi cerchi superni, 

      che la fortuna che tanto s'aspetta, 

le poppe volgerà u' son le prore, 

sì che la classe correrà diretta; 

      e vero frutto verrà dopo 'l fiore».

 

 

 

 

 

 

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2007