Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

Paradiso

Canto XIX

mercoledì 13 aprile

Cielo VI: Giove 

Intelligenze motrici: Dominazioni

Beatrice, Dante, l'Aquila

Spiriti giusti: cantano e volano disponendosi in modo da formare lettere che compongono la frase Diligite iustitiam qui iudicatis terram, di cui l'M finale prende figura d'aquila.

Comincia il canto decimonono del Paradiso. Nel quale l'autor dalla sopradetta aquila essergli dichiarato quello che creder (si de') d'uno non battezzato, e che mai di Cristo alcuna cosa non udì ragionare, ma per ogni altra cosa è buono; e ultimamente quello che contro a più cristiani dicesse la predetta aquila.

 

       Parea dinanzi a me con l'ali aperte 

la bella image che nel dolce frui 

liete facevan l'anime conserte; 

       parea ciascuna rubinetto in cui 

raggio di sole ardesse sì acceso, 

che ne' miei occhi rifrangesse lui. 

       E quel che mi convien ritrar testeso, 

non portò voce mai, né scrisse incostro, 

né fu per fantasia già mai compreso; 

       ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro, 

e sonar ne la voce e «io» e «mio», 

quand'era nel concetto e 'noi' e 'nostro'. 

       E cominciò: «Per esser giusto e pio 

son io qui essaltato a quella gloria 

che non si lascia vincere a disio; 

       e in terra lasciai la mia memoria 

sì fatta, che le genti lì malvage 

commendan lei, ma non seguon la storia». 

       Così un sol calor di molte brage 

si fa sentir, come di molti amori 

usciva solo un suon di quella image. 

       Ond'io appresso: «O perpetui fiori 

de l'etterna letizia, che pur uno 

parer mi fate tutti vostri odori, 

       solvetemi, spirando, il gran digiuno 

che lungamente m'ha tenuto in fame, 

non trovandoli in terra cibo alcuno. 

       Ben so io che, se 'n cielo altro reame 

la divina giustizia fa suo specchio, 

che 'l vostro non l'apprende con velame. 

       Sapete come attento io m'apparecchio 

ad ascoltar; sapete qual è quello 

dubbio che m'è digiun cotanto vecchio». 

       Quasi falcone ch'esce del cappello, 

move la testa e con l'ali si plaude, 

voglia mostrando e faccendosi bello, 

       vid'io farsi quel segno, che di laude 

de la divina grazia era contesto, 

con canti quai si sa chi là sù gaude. 

       Poi cominciò: «Colui che volse il sesto 

a lo stremo del mondo, e dentro ad esso 

distinse tanto occulto e manifesto, 

       non poté suo valor sì fare impresso 

in tutto l'universo, che 'l suo verbo 

non rimanesse in infinito eccesso. 

       E ciò fa certo che 'l primo superbo, 

che fu la somma d'ogne creatura, 

per non aspettar lume, cadde acerbo; 

       e quinci appar ch'ogne minor natura 

è corto recettacolo a quel bene 

che non ha fine e sé con sé misura. 

       Dunque vostra veduta, che convene 

esser alcun de' raggi de la mente 

di che tutte le cose son ripiene, 

       non pò da sua natura esser possente 

tanto, che suo principio discerna 

molto di là da quel che l'è parvente. 

       Però ne la giustizia sempiterna 

la vista che riceve il vostro mondo, 

com'occhio per lo mare, entro s'interna; 

       che, ben che da la proda veggia il fondo, 

in pelago nol vede; e nondimeno 

èli, ma cela lui l'esser profondo. 

       Lume non è, se non vien dal sereno 

che non si turba mai; anzi è tenebra 

od ombra de la carne o suo veleno. 

       Assai t'è mo aperta la latebra 

che t'ascondeva la giustizia viva, 

di che facei question cotanto crebra; 

       ché tu dicevi: "Un uom nasce a la riva 

de l'Indo, e quivi non è chi ragioni 

di Cristo né chi legga né chi scriva; 

       e tutti suoi voleri e atti buoni 

sono, quanto ragione umana vede, 

sanza peccato in vita o in sermoni. 

       Muore non battezzato e sanza fede: 

ov'è questa giustizia che 'l condanna? 

ov'è la colpa sua, se ei non crede?" 

       Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna, 

per giudicar di lungi mille miglia 

con la veduta corta d'una spanna? 

       Certo a colui che meco s'assottiglia, 

se la Scrittura sovra voi non fosse, 

da dubitar sarebbe a maraviglia. 

       Oh terreni animali! oh menti grosse! 

La prima volontà, ch'è da sé buona, 

da sé, ch'è sommo ben, mai non si mosse. 

       Cotanto è giusto quanto a lei consuona: 

nullo creato bene a sé la tira, 

ma essa, radiando, lui cagiona». 

       Quale sovresso il nido si rigira 

poi c'ha pasciuti la cicogna i figli, 

e come quel ch'è pasto la rimira; 

       cotal si fece, e sì levai i cigli, 

la benedetta imagine, che l'ali 

movea sospinte da tanti consigli. 

       Roteando cantava, e dicea: «Quali 

son le mie note a te, che non le 'ntendi, 

tal è il giudicio etterno a voi mortali». 

       Poi si quetaro quei lucenti incendi 

de lo Spirito Santo ancor nel segno 

che fé i Romani al mondo reverendi, 

       esso ricominciò: «A questo regno 

non salì mai chi non credette 'n Cristo, 

né pria né poi ch'el si chiavasse al legno. 

       Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!", 

che saranno in giudicio assai men prope 

a lui, che tal che non conosce Cristo; 

       e tai Cristian dannerà l'Etiòpe, 

quando si partiranno i due collegi, 

l'uno in etterno ricco e l'altro inòpe. 

       Che poran dir li Perse a' vostri regi, 

come vedranno quel volume aperto 

nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? 

       Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto, 

quella che tosto moverà la penna, 

per che 'l regno di Praga fia diserto. 

       Lì si vedrà il duol che sovra Senna 

induce, falseggiando la moneta, 

quel che morrà di colpo di cotenna. 

       Lì si vedrà la superbia ch'asseta, 

che fa lo Scotto e l'Inghilese folle, 

sì che non può soffrir dentro a sua meta. 

       Vedrassi la lussuria e 'l viver molle 

di quel di Spagna e di quel di Boemme, 

che mai valor non conobbe né volle. 

       Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme 

segnata con un i la sua bontate, 

quando 'l contrario segnerà un emme. 

       Vedrassi l'avarizia e la viltate 

di quei che guarda l'isola del foco, 

ove Anchise finì la lunga etate; 

       e a dare ad intender quanto è poco, 

la sua scrittura fian lettere mozze, 

che noteranno molto in parvo loco. 

       E parranno a ciascun l'opere sozze 

del barba e del fratel, che tanto egregia 

nazione e due corone han fatte bozze. 

       E quel di Portogallo e di Norvegia 

lì si conosceranno, e quel di Rascia 

che male ha visto il conio di Vinegia. 

       Oh beata Ungheria, se non si lascia 

più malmenare! e beata Navarra, 

se s'armasse del monte che la fascia! 

       E creder de' ciascun che già, per arra 

di questo, Niccosia e Famagosta 

per la lor bestia si lamenti e garra, 

       che dal fianco de l'altre non si scosta».

 

 

 

 

 

 

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Canto XX

mercoledì 13 aprile

Cielo VI: Giove 

Intelligenze motrici: Dominazioni

Beatrice, Dante, l'Aquila, David, Traiano, Ezechia, Costantino, Guglielmo II d'Altavilla, Rifeo.

Spiriti giusti: cantano e volano disponendosi in modo da formare lettere che compongono la frase Diligite iustitiam qui iudicatis terram, di cui l'M finale prende figura d'aquila.

Comincia il canto vigesimo del Paradiso. Nel quale l'autor discrive come la detta aquila gli nominò alquanti degli spiriti che in essa erano gloriosi; e appresso gli mostrò come Traiano imperadore e Rifeo troiano, erano stati nominati, non moriron pagani come esso stimava.

 

       Quando colui che tutto 'l mondo alluma 

de l'emisperio nostro sì discende, 

che 'l giorno d'ogne parte si consuma, 

       lo ciel, che sol di lui prima s'accende, 

subitamente si rifà parvente 

per molte luci, in che una risplende; 

       e questo atto del ciel mi venne a mente, 

come 'l segno del mondo e de' suoi duci 

nel benedetto rostro fu tacente; 

       però che tutte quelle vive luci, 

vie più lucendo, cominciaron canti 

da mia memoria labili e caduci. 

       O dolce amor che di riso t'ammanti, 

quanto parevi ardente in que' flailli, 

ch'avieno spirto sol di pensier santi! 

       Poscia che i cari e lucidi lapilli 

ond'io vidi ingemmato il sesto lume 

puoser silenzio a li angelici squilli, 

       udir mi parve un mormorar di fiume 

che scende chiaro giù di pietra in pietra, 

mostrando l'ubertà del suo cacume. 

       E come suono al collo de la cetra 

prende sua forma, e sì com'al pertugio 

de la sampogna vento che penètra, 

       così, rimosso d'aspettare indugio, 

quel mormorar de l'aguglia salissi 

su per lo collo, come fosse bugio. 

       Fecesi voce quivi, e quindi uscissi 

per lo suo becco in forma di parole, 

quali aspettava il core ov'io le scrissi. 

       «La parte in me che vede e pate il sole 

ne l'aguglie mortali», incominciommi, 

«or fisamente riguardar si vole, 

       perché d'i fuochi ond'io figura fommi, 

quelli onde l'occhio in testa mi scintilla, 

e' di tutti lor gradi son li sommi. 

       Colui che luce in mezzo per pupilla, 

fu il cantor de lo Spirito Santo, 

che l'arca traslatò di villa in villa: 

       ora conosce il merto del suo canto, 

in quanto effetto fu del suo consiglio, 

per lo remunerar ch'è altrettanto. 

       Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, 

colui che più al becco mi s'accosta, 

la vedovella consolò del figlio: 

       ora conosce quanto caro costa 

non seguir Cristo, per l'esperienza 

di questa dolce vita e de l'opposta. 

       E quel che segue in la circunferenza 

di che ragiono, per l'arco superno, 

morte indugiò per vera penitenza: 

       ora conosce che 'l giudicio etterno 

non si trasmuta, quando degno preco 

fa crastino là giù de l'odierno. 

       L'altro che segue, con le leggi e meco, 

sotto buona intenzion che fé mal frutto, 

per cedere al pastor si fece greco: 

       ora conosce come il mal dedutto 

dal suo bene operar non li è nocivo, 

avvegna che sia 'l mondo indi distrutto. 

       E quel che vedi ne l'arco declivo, 

Guiglielmo fu, cui quella terra plora 

che piagne Carlo e Federigo vivo: 

       ora conosce come s'innamora 

lo ciel del giusto rege, e al sembiante 

del suo fulgore il fa vedere ancora. 

       Chi crederebbe giù nel mondo errante, 

che Rifeo Troiano in questo tondo 

fosse la quinta de le luci sante? 

       Ora conosce assai di quel che 'l mondo 

veder non può de la divina grazia, 

ben che sua vista non discerna il fondo». 

       Quale allodetta che 'n aere si spazia 

prima cantando, e poi tace contenta 

de l'ultima dolcezza che la sazia, 

       tal mi sembiò l'imago de la 'mprenta 

de l'etterno piacere, al cui disio 

ciascuna cosa qual ell'è diventa. 

       E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio 

lì quasi vetro a lo color ch'el veste, 

tempo aspettar tacendo non patio, 

       ma de la bocca, «Che cose son queste?», 

mi pinse con la forza del suo peso: 

per ch'io di coruscar vidi gran feste. 

       Poi appresso, con l'occhio più acceso, 

lo benedetto segno mi rispuose 

per non tenermi in ammirar sospeso: 

       «Io veggio che tu credi queste cose 

perch'io le dico, ma non vedi come; 

sì che, se son credute, sono ascose. 

       Fai come quei che la cosa per nome 

apprende ben, ma la sua quiditate 

veder non può se altri non la prome. 

       Regnum celorum vïolenza pate 

da caldo amore e da viva speranza, 

che vince la divina volontate: 

       non a guisa che l'omo a l'om sobranza, 

ma vince lei perché vuole esser vinta, 

e, vinta, vince con sua beninanza. 

       La prima vita del ciglio e la quinta 

ti fa maravigliar, perché ne vedi 

la region de li angeli dipinta. 

       D'i corpi suoi non uscir, come credi, 

Gentili, ma Cristiani, in ferma fede 

quel d'i passuri e quel d'i passi piedi. 

       Ché l'una de lo 'nferno, u' non si riede 

già mai a buon voler, tornò a l'ossa; 

e ciò di viva spene fu mercede: 

       di viva spene, che mise la possa 

ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla, 

sì che potesse sua voglia esser mossa. 

       L'anima gloriosa onde si parla, 

tornata ne la carne, in che fu poco, 

credette in lui che potea aiutarla; 

       e credendo s'accese in tanto foco 

di vero amor, ch'a la morte seconda 

fu degna di venire a questo gioco. 

       L'altra, per grazia che da sì profonda 

fontana stilla, che mai creatura 

non pinse l'occhio infino a la prima onda, 

       tutto suo amor là giù pose a drittura: 

per che, di grazia in grazia, Dio li aperse 

l'occhio a la nostra redenzion futura; 

       ond'ei credette in quella, e non sofferse 

da indi il puzzo più del paganesmo; 

e riprendiene le genti perverse. 

       Quelle tre donne li fur per battesmo 

che tu vedesti da la destra rota, 

dinanzi al battezzar più d'un millesmo. 

       O predestinazion, quanto remota 

è la radice tua da quelli aspetti 

che la prima cagion non veggion tota

       E voi, mortali, tenetevi stretti 

a giudicar; ché noi, che Dio vedemo, 

non conosciamo ancor tutti li eletti; 

       ed ènne dolce così fatto scemo, 

perché il ben nostro in questo ben s'affina, 

che quel che vole Iddio, e noi volemo». 

       Così da quella imagine divina, 

per farmi chiara la mia corta vista, 

data mi fu soave medicina. 

       E come a buon cantor buon citarista 

fa seguitar lo guizzo de la corda, 

in che più di piacer lo canto acquista, 

       sì, mentre ch'e' parlò, sì mi ricorda 

ch'io vidi le due luci benedette, 

pur come batter d'occhi si concorda, 

       con le parole mover le fiammette.

 

 

 

 

 

 

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Canto XXI

mercoledì 13 aprile

Cielo VII: Saturno 

Intelligenze motrici: Troni

Beatrice,

Dante,

Pier Damiani

Spiriti contemplativi: salgono e scendono lungo i gradini di una scala d'oro di cui non si scorge la fine.

Comincia il canto vigesimoprimo del Paradiso. Nel quale l'autor dimostra come, pervenuto nel settimo cielo, vide una scala altissima, per la quale salivano e scendevano molti spiriti; de' quali venne a lui Pietro Damiano, il quale, ad alcuna sua domanda avendo risposto, alcune cose dice contro a' pastori della Chiesa.

 

       Già eran li occhi miei rifissi al volto 

de la mia donna, e l'animo con essi, 

e da ogne altro intento s'era tolto. 

       E quella non ridea; ma «S'io ridessi», 

mi cominciò, «tu ti faresti quale 

fu Semelè quando di cener fessi; 

       ché la bellezza mia, che per le scale 

de l'etterno palazzo più s'accende, 

com'hai veduto, quanto più si sale, 

       se non si temperasse, tanto splende, 

che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore, 

sarebbe fronda che trono scoscende. 

       Noi sem levati al settimo splendore, 

che sotto 'l petto del Leone ardente 

raggia mo misto giù del suo valore. 

       Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, 

e fa di quelli specchi a la figura 

che 'n questo specchio ti sarà parvente». 

       Qual savesse qual era la pastura 

del viso mio ne l'aspetto beato 

quand'io mi trasmutai ad altra cura, 

       conoscerebbe quanto m'era a grato 

ubidire a la mia celeste scorta, 

contrapesando l'un con l'altro lato. 

       Dentro al cristallo che 'l vocabol porta, 

cerchiando il mondo, del suo caro duce 

sotto cui giacque ogne malizia morta, 

       di color d'oro in che raggio traluce 

vid'io uno scaleo eretto in suso 

tanto, che nol seguiva la mia luce. 

       Vidi anche per li gradi scender giuso 

tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume 

che par nel ciel, quindi fosse diffuso. 

       E come, per lo natural costume, 

le pole insieme, al cominciar del giorno, 

si movono a scaldar le fredde piume; 

       poi altre vanno via sanza ritorno, 

altre rivolgon sé onde son mosse, 

e altre roteando fan soggiorno; 

       tal modo parve me che quivi fosse 

in quello sfavillar che 'nsieme venne, 

sì come in certo grado si percosse. 

       E quel che presso più ci si ritenne, 

si fé sì chiaro, ch'io dicea pensando: 

'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne. 

       Ma quella ond'io aspetto il come e 'l quando 

del dire e del tacer, si sta; ond'io, 

contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'. 

       Per ch'ella, che vedea il tacer mio 

nel veder di colui che tutto vede, 

mi disse: «Solvi il tuo caldo disio». 

       E io incominciai: «La mia mercede 

non mi fa degno de la tua risposta; 

ma per colei che 'l chieder mi concede, 

       vita beata che ti stai nascosta 

dentro a la tua letizia, fammi nota 

la cagion che sì presso mi t'ha posta; 

       e di' perché si tace in questa rota 

la dolce sinfonia di paradiso, 

che giù per l'altre suona sì divota». 

       «Tu hai l'udir mortal sì come il viso», 

rispuose a me; «onde qui non si canta 

per quel che Beatrice non ha riso. 

       Giù per li gradi de la scala santa 

discesi tanto sol per farti festa 

col dire e con la luce che mi ammanta; 

       né più amor mi fece esser più presta; 

ché più e tanto amor quinci sù ferve, 

sì come il fiammeggiar ti manifesta. 

       Ma l'alta carità, che ci fa serve 

pronte al consiglio che 'l mondo governa, 

sorteggia qui sì come tu osserve». 

       «Io veggio ben», diss'io, «sacra lucerna, 

come libero amore in questa corte 

basta a seguir la provedenza etterna; 

       ma questo è quel ch'a cerner mi par forte, 

perché predestinata fosti sola 

a questo officio tra le tue consorte». 

       Né venni prima a l'ultima parola, 

che del suo mezzo fece il lume centro, 

girando sé come veloce mola; 

       poi rispuose l'amor che v'era dentro: 

«Luce divina sopra me s'appunta, 

penetrando per questa in ch'io m'inventro, 

       la cui virtù, col mio veder congiunta, 

mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio 

la somma essenza de la quale è munta. 

       Quinci vien l'allegrezza ond'io fiammeggio; 

per ch'a la vista mia, quant'ella è chiara, 

la chiarità de la fiamma pareggio. 

       Ma quell'alma nel ciel che più si schiara, 

quel serafin che 'n Dio più l'occhio ha fisso, 

a la dimanda tua non satisfara, 

       però che sì s'innoltra ne lo abisso 

de l'etterno statuto quel che chiedi, 

che da ogne creata vista è scisso. 

       E al mondo mortal, quando tu riedi, 

questo rapporta, sì che non presumma 

a tanto segno più mover li piedi. 

       La mente, che qui luce, in terra fumma; 

onde riguarda come può là giùe 

quel che non pote perché 'l ciel l'assumma». 

       Sì mi prescrisser le parole sue, 

ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi 

a dimandarla umilmente chi fue. 

       «Tra ' due liti d'Italia surgon sassi, 

e non molto distanti a la tua patria, 

tanto che ' troni assai suonan più bassi, 

       e fanno un gibbo che si chiama Catria, 

di sotto al quale è consecrato un ermo, 

che suole esser disposto a sola latria». 

       Così ricominciommi il terzo sermo; 

e poi, continuando, disse: «Quivi 

al servigio di Dio mi fe' sì fermo, 

       che pur con cibi di liquor d'ulivi 

lievemente passava caldi e geli, 

contento ne' pensier contemplativi. 

       Render solea quel chiostro a questi cieli 

fertilemente; e ora è fatto vano, 

sì che tosto convien che si riveli. 

       In quel loco fu' io Pietro Damiano, 

e Pietro Peccator fu' ne la casa 

di Nostra Donna in sul lito adriano. 

       Poca vita mortal m'era rimasa, 

quando fui chiesto e tratto a quel cappello, 

che pur di male in peggio si travasa. 

       Venne Cefàs e venne il gran vasello 

de lo Spirito Santo, magri e scalzi, 

prendendo il cibo da qualunque ostello. 

       Or voglion quinci e quindi chi rincalzi 

li moderni pastori e chi li meni, 

tanto son gravi, e chi di rietro li alzi. 

       Cuopron d'i manti loro i palafreni, 

sì che due bestie van sott'una pelle: 

oh pazienza che tanto sostieni!». 

       A questa voce vid'io più fiammelle 

di grado in grado scendere e girarsi, 

e ogne giro le facea più belle. 

       Dintorno a questa vennero e fermarsi, 

e fero un grido di sì alto suono, 

che non potrebbe qui assomigliarsi; 

       né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.

 

 

 

 

 

 

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Canti

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Canti

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2007